LA CONVERSIONE ECOLOGICA HA FRETTA

La recente conferenza internazionale sulla decrescita Venezia 2022 ha mostrato che nel corso degli ultimi anni, anche senza che nessuno la perseguisse esplicitamente, si è di fatto verificata una convergenza tra visioni e prospettive di una società futura che fino a poco tempo fa sembravano distanti o addirittura alternative: quelle che rispondono ai termini di decrescita, ecosocialismo, ecofemmnismo, società della cura, giustizia sociale e ambientale, conversione ecologica e forse altre. Pur mantenendo ciascuna un focus specifico, le unisce il ripudio di qualsiasi prospettiva fondata sulla crescita (dei PIL), l’accumulazione del capitale, il produttivismo, l’estrattivismo, lo sfruttamento sia degli esseri umani che del vivente, le diseguaglianze sociali e il patriarcato; e, in positivo, una prospettiva fondata su decentramento e partecipazione alla gestione dei processi produttivi, dei contesti istituzionali e dei rapporti sociali e un orientamento improntato alla sobrietà nei consumi e all’arricchimento delle relazioni.

Il problema irrisolto, sia a livello teorico che pratico, è come far vivere, crescere e maturare queste visioni all’interno sia delle lotte in corso contro lo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente sia delle molteplici iniziative “molecolari” di riorganizzazione della vita e dei consumi in contesti di condivisione.

A connettere questi poli è la necessità e l’urgenza di affrontare la crisi climatica e ambientale già in pieno corso e destinata ad aggravarsi; in sintesi, la conversione ecologica dell’apparato produttivo, delle relazioni sociali e degli assetti istituzionali. Una “transizione” possibile – ormai ce ne sono le prove – solo se promossa “dal basso”, cioè partecipata da una popolazione che si costituisce in comunità, e non affidata solo a misure governative varate dall’”alto”, sempre tardive, parziali, discriminanti, incapaci di abbandonare il paradigma della crescita. Solo comunità del genere saranno in grado di affrontare l’adattamento alle difficili condizioni a cui la crisi climatica e ambientale costringerà le prossime generazioni, già a partire da quella di chi è giovane oggi.

La conversione ecologica ha bisogno della partecipazione convinta di un grande numero – non necessariamente la maggioranza – di cittadine e cittadini, lavoratori e lavoratrici; ma soprattutto di conoscenze ricavate dall’esperienza diretta di chi vive e lavora nei territori e nelle imprese da riconvertire; conoscenze che possono essere raccolte solo attraverso un confronto diretto e continuo tra gli interessati.

E’ un processo molto difficile, che sembra mettere in forse posti di lavoro o abitudini acquisite senza prospettare alternative concrete, che vanno costruite in percorsi lunghi, complessi e aleatori. Per questo i punti in cui può più facilmente affermarsi la prospettiva di una conversione produttiva – indissolubilmente legata alla ricomposizione di una comunità di riferimento – sono le aziende esposte al rischio di chiusura, delocalizzazione, ridimensionamento. Lì, come sta mostrando l’esperienza esemplare della GKN di Campi Bisenzio, non esiste alternativa alla socializzazione della gestione sia della lotta che dell’impianto e a una conversione produttiva che può realizzarsi solo nel quadro di un piano di ambito almeno nazionale, ancora in gran parte da elaborare, come quello prospettato dal collettivo operaio per produzioni funzionali a una mobilità collettiva e sostenibile.

Di piani del genere c’è grande urgenza, soprattutto per la conversione energetica. Il programma NextgenerationeEU ha messo a disposizione del nostro paese 200 miliardi (tutti, sostanzialmente, a debito) che il Governo italiano sta sperperando in iniziative che nulla hanno a che fare con la transizione ecologica: armi, autostrade, alta velocità, incentivi all’auto individuale, gassificatori, navi metaniere, gasdotti e nuove trivellazioni; per non parlare di case di comunità senza personale, scuole senza insegnanti, investimenti in ITC senza formazione e quasi niente per il riassetto idrogeologico. Con meno di quell’importo sarebbe possibile invece convertire tutto il sistema energetico nazionale alle energie rinnovabili in poco tempo (molti progetti, in attesa di autorizzazione, già ci sono) come avevano fatto, al momento della loro entrata nella Seconda Guerra Mondiale, gli Stati uniti, convertendo in pochi mesi i loro impianti industriali alla produzione bellica: carri armati, cannoni, navi, aerei, bombe… Un processo inverso, ma altrettanto rapido, dall’industria bellica e da quella che produce beni superflui alla produzione di impianti e attrezzature per far fronte alla crisi climatica sarebbe senz’altro possibile se solo i nostri governi dessero alla crisi climatica la stessa importanza data allora (e anche oggi) alla guerra. A sentire i politici, sia nostri che del resto del mondo, sembra invece di essere atterrati su Marte. Ma le forze per imporre loro una svolta radicale – o la loro cacciata – stanno maturando tra le nuove generazioni, quelle messe in moto da Greta, quelle che sanno che a pagare i costi dell’inerzia degli attuali governi saranno loro.

Per questo un altro punto di aggregazione a partire dal quale costituire o ricostituire delle comunità è fornito dalle scuole, presenti, con diversi livelli di dotazioni, in tutto il mondo. Lì è concentrata la maggior parte delle nuove generazioni, quelle che dovranno, e in parte già vogliono, farsi carico delle indispensabili trasformazioni necessarie per far fronte alla crisi climatica e ambientale. Ma le scuole, nella misura in cui si riesce ad aprirle ai territori, e alle loro comunità in fieri, sono anche, nel bene come nel male, potenziali incubatrici della società futura e sua prefigurazione. Per questo la lotta per trasformare le scuole in ambienti che servano veramente le nuove come le vecchie generazioni è una questione che ci riguarda tutti.

ABC PRE- E POST-ELETTORALE

Perché la crisi climatica e ambientale dovrebbe stare (ma non sta) al primo posto, per farne discendere tutti gli altri obiettivi?

Perché ne va della sopravvivenza della vita umana, o di una gran pare dell’umanità, e di tutte altre specie di esseri viventi con cui è interconnessa. Perché è la questione più urgente: nel giro di pochi anni il clima potrebbe raggiungere un punto di non ritorno (tipping point). Alcuni fenomeni, lo scioglimento della calotta artica, la fuoriuscita di metano dal permafrost e dai fondali dell’artico, l’inversione di alcune correnti oceaniche, la distruzione dell’Amazzonia, potrebbero innescare un feed back positivo, rendendo nel giro di un secolo la Terra un pianeta inabitabile. Perché ne siamo tutti colpiti in misura crescente, come ormai possiamo constatare direttamente, anche se in misura differente da un paese o da un continente all’altro e a seconda del grado di protezione che le risorse a nostra disposizione ci offrono. Ma ne siamo anche tutti responsabili, pur se in misura differente, a seconda del nostro reddito, dei nostri consumi, ma anche delle attività produttive in cui siamo impegnati o da cui dipendiamo. Se non si agisce si finisce al tempo stesso vittime e artefici di gran parte del nostro malessere attuale e della distruzione del futuro delle prossime generazioni (si tratta di nostri figli, figlie e nipoti). Perché qualsiasi iniziativa, lotta o rivendicazione volta al miglioramento della nostra condizione è priva di senso se non ci misuriamo con i processi che concorrono già oggi a vanificarne i risultati. Potranno mai crescere redditi, occupazione, salute, relazioni gradevoli, benessere in un mondo dove i disastri ambientali e le migrazioni si moltiplicano, acqua ed energia mancheranno sempre più spesso, virus e malattie sconosciute si diffonderanno ovunque, crisi di forniture e di mercati di sbocco metteranno fuori gioco i nostri posti di lavoro, scoppieranno nuove guerre per accaparrarsi le risorse? Per questo, chiunque vinca, i temi da mettere al centro dell’iniziativa sono questi, e non hanno niente a che fare con quello che i futuri governi si apprestano a fare o stanno già facendo: dalla guerra alle risposte risibili ma devastanti a una crisi energetica che loro stessi hanno provocato.

Si può contrastare la crisi climatica mentre si fa o si sostiene una guerra?

E’ evidente che no. La guerra è inaccettabile e insostenibile sempre, ma ancora di più oggi, perché produzione, uso e distruzione sistematica di armi sempre più micidiali concorrono in misura sostanziale alle emissioni globali di gas di serra; e perché la globalizzazione ha ormai reso quasi automatico l’allargamento dei fronti e, quindi, tanto più probabile il ricorso alle armi nucleari: le due maggiori minacce che pendono sulle nostre vite; una immediata, l’altra a più lento rilascio, ma non meno letale. Le guerre vanno contrastate con la mediazione; soprattutto prima che scoppino, quando i conflitti che possono innescarle sono già evidenti; ma né prima né dopo il loro inizio si può “mediare” mandando armi a uno dei contendenti o prendendone le parti. Lo capisce anche un bambino. Mediare significa esigere da entrambe le parti la rinuncia a qualcosa (chiunque sia o sia ritenuto l’aggressore) e più il conflitto procede più le rinunce sono dolorose. Ma i danni – in termini di vite, di vivibilità, di ambiente locale e globale – di ogni guerra superano sempre i vantaggi di una vittoria. E poi, quale vittoria? E a vantaggio di chi? Oggi una “polizia internazionale” non c’è; chiunque si arroghi quel ruolo lo fa nel suo esclusivo interesse, a spese degli organi – inadempienti – a cui spetta il governo delle relazioni internazionali e di ogni possibile interposizione.

Si possono impedire le migrazioni e respingere i migranti mentre clima e ambiente si deteriorano in tutto il mondo?

No. Oltre che cinici, obiettivi del genere sono irrealizzabili. La crisi climatica e ambientale è all’origine di molti dei conflitti e delle guerre scatenate per accaparrarsi le residue risorse sia locali che planetarie (l’era della loro abbondanza e disponibilità illimitata è finita per sempre). Si migra – in massa, in gruppo, o da soli – per sfuggire alle guerre o alla miseria che si moltiplicano mano a mano che ambiente e clima si deteriorano. E continueranno a deteriorarsi per decenni anche se, “per incanto”, i Governi di tutto il pianeta adottassero le misure necessarie a invertire quel processo. Per questo quei profughi vanno accolti, bisogna creare un ambiente accettabile sia per i nuovi arrivati che per chi è già qui da generazioni e creare le condizioni perché questi fuggiaschi, se vogliono, possano poi tornare nei paesi di origine da protagonisti della rigenerazione dei loro territori. Il che è possibile se quelle terre saranno in pace, se si cesserà di vendere armi ai contendenti, e se si renderanno ricchi di saperi, competenze e relazioni i tanti che desiderano farvi ritorno. Rigenerare quelle terre è ancora possibile, ma richiede il presidio di uomini e donne liberi di viaggiare e di creare relazioni tra le loro  di origine e quelle – le nostre – di arrivo.

Si può contrastare la crisi climatica continuando a perseguire la crescita dei Pil?

No. La globalizzazione ha diffuso ovunque e in tutte le attività un sistema industriale estrattivo e un’economia lineare che succhiano risorse dalla Terra e le restituiscono scarti che ne alterano l’assetto e ostacolano la rigenerazione degli ecosistemi: con predazioni ambientali, emissione di CO2 e altri inquinanti nocivi, solidi, liquidi e gassosi, con il consumo di suolo: cemento e asfalto, ma soprattutto con fertilizzanti e pesticidi sintetici che lo rendono sterile. L’unico antidoto a questi processi è ridurre il prelievo di risorse e il rilascio di scarti in tutto il mondo, trasformare in circolare l’economia lineare: cosa irrealizzabile se non si eliminano le produzioni inutili, dannose o di lusso.

Si può fermare o invertire il cambiamento climatico con nuove tecnologie?

Dipende. Le tecnologie non sono neutrali. Gran parte di quelle messe a punto negli ultimi due secoli sono state sviluppate per promuovere la crescita, l’accumulazione del capitale, e sono funzionali a questi obiettivi. Il che, di fonte ai cambiamenti climatici, significa consentire che l’economia continui a crescere, riducendo – eventualmente – gli effetti, ma non le cause della crisi climatica. Le due tecnologie che oggi vengono riproposte con forza per ridurre le emissioni sono il nucleare – a fissione o a fusione e la cattura del carbonio. Il primo ha già provocato immensi disastri irreversibili, con la quasi certezza che si ripeteranno, mentre e le misure di sicurezza adottate, pur insufficienti, hanno spinto alle stelle il costo del kWh prodotto. Una sua versione di quarta o quinta generazione non esiste e meno che mai esistono o esisteranno a breve impianti a fusione (presentati falsamente come intrinsecamente sicuri). La cattura del carbonio, per mandarlo sottoterra dopo averlo generato negli impianti termoelettrici, è costosa (consuma gran par dell’energia prodotta), pericolosa (la CO2 potrebbe riaffiorare in qualsiasi momento) e inefficace (si è già dovuto abbandonarla in molti casi). L’alternativa tecnocratica ancora più pericolosa – perché non se ne conoscono le possibili conseguenze – è la geoingegneria: “spegnere il sole”, cioè attenuare l’incidenza dei suoi raggi inondando l’alta atmosfera di specchi o di sostanze che non li lasciano passare, oppure gli oceani di polvere di ferro per stimolare la produzione di plancton che assorbe carbonio. In tutti i casi, esporci a rischi giganteschi senza nemmeno la certezza del buon fine. Ma ci sono anche moltissime tecnologie “buone”, a condizione che il

loro controllo sia in mano a una comunità e non a uno speculatore, privato o pubblico: tutti gli impianti che sfruttano le fonti rinnovabili (sole, vento, maree, cadute d’acqua, geotermia), la rete per governare l’agricoltura di precisione (risparmio di acqua e di additivi) o la mobilità flessibile (condivisione dei veicoli), i nuovi materiali per l’ediliza sostenibile (tra questi il legno!) ed altri rientrano in questa categoria.

Si può fermare o invertire la crescita senza farne pagare un prezzo insostenibile a chi si trova al fondo della scala sociale?

Sì, bisogna. La crescita finora ha beneficiato un pugno di ricchi – non l’1 per cento, ma l’1 per 1000 – della popolazione, mentre la maggioranza ne sta pagando le conseguenze in termini di reddito, salute, benessere, solitudine, in un mondo sempre più ingiusto. La crisi climatica e ambientale non farà che aggravare questa situazione: cominciano a scarseggiare l’energia (non solo per via della guerra in corso; soprattutto a causa della speculazione; ma anche, e sempre più, per scarsità dell’acqua per raffreddare gli impianti di termogenerazione) e l’acqua: ora nei fiumi, domani – e in molti paesi già oggi – da rubinetti, pozzi e fontane; e quando arriva provoca alluvioni, frane e devastazioni. Si interrompe sempre più spesso qualche produzione per mancanza di forniture o di commesse (o per qualche speculazione) e per questo si licenziano i lavoratori resi “superflui”. Tutto costa sempre più caro: si comprerà e produrrà sempre di meno. Famiglie e imprese sono piene di debiti, con il fallimento alle porte. La “decrescita infelice” – quella di un’economia votata alla crescita ma in crisi – e la “deglobalizzazione competitiva” – quella provocata da guerre, sanzioni, accaparramento di risorse e di mercati – sono in pieno corso. Però politici, media e manager continuano a invocare la crescita come unica soluzione per far fronte alla crisi. Ma la causa della crisi è proprio la crescita, la molla che tiene insieme il sistema e le sue diseguaglianze. Di fronte alla crisi climatica e ambientale che avanza, decrescita e deglobalizzazione sono inevitabili, ma perché non si traducano in ulteriori diseguaglianze e ingiustizie occorre governarle. Vuol dire potenziare le attività di cura delle persone, del territorio, degli ecosistemi, della vita sulla Terra ed eliminare in fretta i lavori nocivi per chi li fa, per chi ne subisce l’impatto, per chi viene danneggiato dalle merci prodotte e vendute. La cultura della cura, obliterata nel corso di quasi tutta la storia umana, dominata dal patriarcato perché sviluppata prevalentemente dalle donne, ma portata alla ribalta dal femminismo del secolo scorso, si è da tempo rivelata l’unico vero antidoto ai problemi creati dall’incuria portata al suo apice dal sistema produttivo degli ultimi secoli.

Ma si riuscirà a fermare il riscaldamento globale al di sotto di + 1,5 °C, come deciso al vertice di Parigi del 2015 e a far tornare il clima di una volta?

E’ praticamente impossibile e bisogna prenderne atto. Anche se l’Italia (che produce l’1 per cento delle emissioni che alterano il clima) o tutta l’Unione europea (che contribuisce con il 10 per cento) si attenessero agli impegni presi, molti altri paesi, come Cina, India, Stati Uniti, Brasile, lanciati nella corsa alla crescita, non li rispetteranno. Il clima della Terra, e quello dei nostri territori, è destinato a cambiare in peggio per decine e forse centinaia di anni. La vita sarà molto più difficile per tutti, tranne, se le cose non cambiano, per coloro che ne sono i principali responsabili. Senza cessare di battersi perché vengano adottate tutte le misure che possono contribuire a mitigare il riscaldamento globale (ma i nostri governanti stanno facendo esattamente il contrario: non solo la guerra, con tutti i suoi effetti perversi, ma il ricorso a gas, petrolio e carbone per far fronte alla crisi energetica, con impianti destinati a funzionare decine di anni prima di essere ammortizzati) bisogna cominciare a lavorare seriamente per l’adattamento alle nuove e future condizioni. In molti casi le misure da prendere sono le stesse, ma il centro deve essere la costruzione di comunità autosufficienti: non solo in campo energetico e agroalimentare, ma anche in quello delle produzioni industriali indispensabili, attingendo dagli scarti la maggior parte delle materie prime, promuovendo rapporti commerciali diretti, da comunità a comunità, con tutti i territori che possono fornire gli input necessari a tenere in piedi le produzioni essenziali. Qui le tecnologie amichevoli (friendly) possono essere di grande aiuto.

Che cosa può rendere praticabile e accettabile una prospettiva del genere?

Bisogna collegarla alle lotte e alle piccole iniziative diffuse dove si sperimentano veri cambiamenti; che sono tante, che sono destinate a crescere, ma che non riescono a collegarsi e sono esposte al rischio di venir sviate verso obiettivi irrealistici e inconciliabili con i limiti della vita sul nostro pianeta. Bisogna far vivere dentro quelle mobilitazioni la convinzione e l’orgoglio di essere protagonisti di una svolta radicale necessaria che dovrà coinvolgere – in modalità e tempi differenti, ma sempre più stretti – tutto il pianeta. Prendersi cura, insieme a tanti altri, di tutti gli esseri viventi è non solo indispensabile ma anche bello, perché rende la vita di chi lo fa infinitamente più ricca. La vera crescita è questa.

Ma chi può portare avanti un cambiamento del genere?

Non certo gli attuali governanti al potere in tutti i paesi del mondo, né i signori della finanza che ne tengono in mano le redini. Sono tutti cresciuti dentro un sistema che contempla solo la crescita, che ignora le sofferenze di chi ne subisce le conseguenze, che produce privilegi crescenti solo per loro. Al loro posto deve farsi strada e assumere responsabilità di governo una nuova generazione, quella di Greta, condannata a subire le conseguenze dell’attuale inerzia e per questo consapevole della necessità di cambiare le cose al più presto. Deve essere messa in grado di farlo partendo dalle scuole, dove si concentra la maggior parte di loro e da dove è partito il movimento Fridays for Future: scuole aperte agli esperti e alle comunità territoriali, capaci di trasformarsi in centri di auto formazione per tutti e di iniziative per il cambiamento. Ma non possono e non devono farlo prendendo il posto di chi ora ha il potere, bensì adoperandosi per diffonderlo il più largamente possibile, promuovendo ovunque e in tutti i campi – energetico, agroalimentare, della mobilità, della salute, dell’istruzione – l’organizzazione di comunità autonome capaci di negoziare tra loro gli impegni che ciascuna deve assumere nei confronti delle altre perché le filiere produttive indispensabili non si interrompano. Un vero confederalismo democratico.

Mio intervento introduttivo al tavolo lavoro della conferenza internazionale sulla decrescita Venezia 2022

  1. C’è un equivoco che attraversa quasi tutta la storia del movimento operaio fino ai giorni nostri: l’identificazione o l’intercambiabilità tra i termini il lavoro, da un lato, e lavoratori e lavoratrici, dall’altro. Questo interscambio è continuo nel linguaggio sindacale, politico e anche economico. Con l’avvento del capitalismo il lavoro non è altro che un fattore della produzione, come la terra e il capitale (in tempi recenti si è aggiunta, come fattore della produzione, anche l’informazione): una risorsa produttiva di merci. Prima di allora il lavoro era considerato solo fatica, sofferenza, tortura, come dimostra l’etimologia dei termini che lo designano in varie lingue. I lavoratori e le lavoratrici invece sono persone; e lo sono sempre stati/e, almeno per noi. La forza lavoro di cui parla Marx appartiene sì al lavoratore, ma per farsi risorsa produttiva deve essere venduta al capitalista, ed è solo lui che ne dispone. Che cosa cambia? Cambia che nel lavoro in quanto tale non c’è niente di “progressivo” (termine orrendo, duecento anni dopo Leopardi; il progresso ormai è solo più crescita, accumulazione del capitale); di “dignitoso” nel lavoro non c’è nulla, se non quando e nella misura in cui esso coincide con un’attività di cura. Ma quando è nocivo per chi lo fa, o per chi ne subisce gli effetti (degrado ambientale o prodotti nocivi per la salute fisica o mentale), non può rivendicare alcuna dignità. La dignità è tutta dei lavoratori e delle lavoratrici che lo subiscono per far vivere sé stessi e le loro famiglie e soprattutto di quelli che si battono per sottrarsi allo sfruttamento o ai suoi eccessi. Questo equivoco è stato istituzionalizzato nella nostra Costituzione: che cosa significa “fondata sul lavoro”? Fondata sull’accumulazione del capitale? Oppure sui lavoratori e sulle loro esigenze? E gli altri? Quelli che il lavoro non ce l’hanno o non possono averlo? Entreranno a far parte della Repubblica solo se e quando ne avranno uno?
  • Altro equivoco, insorto solo in tempi recenti, è l’espressione “lavoro riproduttivo” o “di riproduzione”, da equipararsi al “lavoro produttivo” (di merci, plusvalore, capitale) nel benevolo intento di valorizzare, nobilitare, dare “dignità” alle attività di cura, svolte prevalentemente dalle donne, ascrivendole, includendole, nell’universo del lavoro, di per sé meritevole di dignità. O rivendicando un salario al “lavoro domestico”, obiettivo che dovrebbe sancire questa inclusione o equiparazione; ma al tempo stesso inchiodare chi lo fa (prevalentemente), cioè le donne, a questo loro ruolo. Dobbiamo – secondo me, soprattutto quando parliamo o scriviamo – cominciare a chiamare lavoro quello direttamente o indirettamente subordinato all’accumulazione del capitale e attività quelle svolte – non necessariamente per “libera scelta” – al di fuori di quel circuito; e cura le attività che hanno finalità ed effetti benefici sulla salute, l’ambiente e la convivenza, sia che sia remunerato che no. Non è facile anche solo modificare il nostro lessico. Ma quando parliamo di “società della cura” che cosa intendiamo? Una società in cui si svolgono solo attività di cura? O una riduzione/redistribuzione del lavoro produttivo in modo che tutti abbiano anche la possibilità di svolgere adeguate attività di cura? E qual è, in via ipotetica, la strada da percorrere dalla situazione attuale a questo assetto futuro? Può essere percorsa “per gradi”?
  • Dò per scontata una convergenza sostanziale di massima tra termini come decrescita, conversione ecologica, transizione, ecosocialismo, ciascuno con un suo focus specifico che non va trascurato ma coltivato, ma non contraddittorio con quello degli altri termini. Per lo più si presentano tutti come “visioni” (di uno stato da raggiungere) e non come processi. Quello che manca – con poche eccezioni, in campo agroalimentare – è la loro connessione con i processi in corso: conflitti o trasformazioni “molecolari” socioculturali, e con le rivendicazioni di maggiore impatto: salario minimo, salario di dignità, reddito di base, ecc. ma anche trasporto gratuito, sanità territoriale, ecc. E’ possibile indirizzare questi processi materiali verso quelle visioni? O una di quelle visioni? Certo il compito non spetta al nostro “circolo” di discussione, ma ai protagonisti di quei processi. Ma possiamo cominciare a fare un inventario degli ostacoli (disinformazione, scetticismo, abitudini, ignoranza, preoccupazioni, urgenze, ecc.) che si frappongono a questo obiettivo e degli strumenti (informazione, coinvolgimento in attività di carattere comunitario, inserimento in reti solidali, supporti, amicizie, ecc.) per facilitarne il perseguimento? E’ qui, soprattutto, che entra in gioco il lavoro (quello salariato, o comunque dipendente): difendere con le unghie e con i denti l’esistente (il proprio posto) anche quando magari si vede che ha poco futuro? O aprirsi a una prospettiva diversa e necessariamente in gran parte indefinita? E con che supporti? E le due cose sono conciliabili? E come? Ce ne sono degli esempi?
  • Ci sono due approcci differenti (e per molti versi opposti) ai cambiamenti radicali di cui ci diciamo attivisti. Chiamo uno di carattere “statutario” e l’altro di carattere “processuale”. Il primo mette al centro una visione o, per lo meno, una “meta” intermedia da raggiungere; e si occupa soprattutto di definirne regole e funzionamento per renderlo “desiderabile”. Il secondo mette al centro il conflitto e il suo carattere necessariamente caotico e imprevedibile e si occupa più della direzione da imboccare che della meta da raggiungere (chiedere camminando). Sono conciliabili questi due approcci? Ce ne sono degli esempi?
  • Infine, nell’approccio alla trasformazione del lavoro può prevalere una visione aziendalista o una territoriale. Un esempio della prima è il documento I consigli del lavoro e della cittadinanza del Forum Diseguaglianze. Qui l’azienda è al centro e al centro dell’azienda c’è il lavoro (non i lavoratori e le lavoratrici), presupponendo che sostanzialmente non cambino né la natura del prodotto né le dimensioni dell’azienda e delle sue reti di fornitura, anche se non si dimentica il resto: l’ambiente e la comunità di cui l’azienda fa parte. La strada per promuovere l’adesione e la partecipazione a questo progetto sembra essere la persuasione. Un esempio del secondo tipo è la lotta della popolazione della Valdisusa, che non dimentica il suo obiettivo iniziale – il blocco del progetto TAV – ma che intorno ad esso lavora per costruire una cultura della trasformazione economica e sociale. Più difficile, ma più impegnativa, l’esperienza della GKN, dove ci si rende conto di quanto sia difficile mantenere la riconversione dello stabilimento entro il perimetro dell’automotive, anche cambiando tipo di produzione. La strada della progressiva adesione a questo percorso sta tutta nell’allargamento del conflitto. Senza conflitto niente partecipazione. Come sostenere nel tempo la partecipazione quando gli obiettivi intermedi invece di avvicinarsi si dileguano?

Crisi climatica, il mondo oltre al nulla

Che rapporto c’è tra il nulla rappresentato dalla scomparsa dell’umanità dalla Terra – dall’estinzione della specie umana o di una sua gran parte, insieme a quella di migliaia di altre specie viventi – e il nulla rappresentato da Carlo Calenda, il grado zero della politica, dell’intelligenza, della cultura, della consapevolezza dei problemi che incombono sul nostro tempo? Vero rappresentante dell’”agenda Draghi”, tanto che non si sa se quel nulla sia Draghi o la sua agenda da sei euro al mese a testa.

Il rapporto è diretto: Calenda rappresenta il punto – uno dei punti – di precipitazione della deriva imboccata ormai da anni dalla politica mondiale di fronte al cambio di paradigma imposto dall’evoluzione del pianeta Terra nell’era dell’Antropocene: come se niente fosse cambiato o dovesse o potesse cambiare.

L’estinzione della specie umana rappresenta ciò che tutti i politici, insieme a gran parte dell’establishment mondiale – economico, accademico, finanziario, religioso (si salva solo papa Francesco) – non vogliono vedere, anche se i più lo sanno, o ne hanno sentito parlare, o lo stanno constatando, ma hanno altro da fare.

Ma che cosa c’è in mezzo tra quei due nulla? Un mondo intero, fatto di vita, di futuro, di pensieri, di passioni, di voglia di vivere come di dolori, di attaccamento alla terra – intesa sia come suolo che ci nutre, sia come Terra, il pianeta che ha fatto nascere ed evolvere la nostra specie – di generazioni che si alternano nell’affrontare i problemi che di volta in volta i tempi impongono loro.

Oggi quei problemi hanno un solo nome: crisi climatica e ambientale. Mancano solo pochi anni (se ancora mancano) all’irreversibilità della catastrofe. Non che di problemi non ce ne siano anche altri, anzi, ce ne sono a bizzeffe: disoccupazione, precariato, emarginazione, fame, povertà, miseria materiale e spirituale, ignoranza, salute, violenza, guerre… Ma come pensare di affrontarne, o risolverne, anche uno solo, senza fare i conti con un futuro in grado di azzerare qualsiasi risultato? Come evitare di misurarsi con una crisi che già oggi si presenta come cornice, se non come principale causa, della perdita di ogni sicurezza?

Non si sta parlando dell’ambiente come contorno, ornamento o complemento di un programma elettorale, in una lista posticcia di desiderata per fare marketing politico, bensì del nostro (dell’umanità) rapporto con la Terra e dei nostri – pur così differenti, ma al tempo stesso così interconnessi – modi di vivere.

Tra quei due nulla che lo circondano c’è dunque un mondo che deve ancora farsi strada. E che oggi più che mai, con le elezioni alle porte, non può che mettere in chiaro l’inconsistenza delle dispute che sembrano avvincere i protagonisti di quel loro nulla. Non che sia indifferente se vince Meloni o Letta, anche se ormai è chiaro che “non c’è partita”; è già stata giocata da tempo, anche se io, come tanti altri, ho firmato tutti gli appelli possibili per scongiurare quell’esito. Ma l’indifferenza verso il niente del comune futuro e l’incapacità di vedere il niente del loro presente accomunano entrambi.

Convincere Letta o Calenda che il gas, l’inceneritore, il consumo di suolo, l’auto elettrica, le Olimpiadi con la neve finta (fatta anch’essa con il gas), il nucleare, il pareggio di bilancio o le guerre della Nato non sono la soluzione non è più facile che convincerne Salvini o la Meloni. E certo per riuscirci non bastano i discorsi, né le analisi, e nemmeno le manifestazioni. Ma sarà l’evoluzione del disastro climatico e ambientale incombente a parlare per chi è stato lasciato oggi senza voce. E a parlare sarà la Terra stessa; l’importante è che a quel punto a darle voce ci sia qualcuno; ci siano le nuove generazioni, quelle che devono non solo costruirsi il loro futuro, ma innanzitutto metterlo in salvo.

Questa campagna elettorale sarà a metà un incubo e a metà una farsa, ma potrebbe diventare l’occasione per mostrare a chi ha ormai rinunciato non solo a votare, ma anche a interessarsi al nulla messo in campo dai contendenti, che qualcosa per cui battersi c’è. E che è qualcosa per cui ne va non solo del loro futuro, o di quello delle generazioni di un futuro ormai prossimo, ma anche di tutte le cose che stanno loro veramente a cuore.

Perché ormai è chiaro che non è possibile affrontare le tante crisi che ci attanagliano delegandone la soluzione agli esponenti di una democrazia rappresentativa che non rappresenta più nessuno, senza farsi protagonisti di una radicale revisione di tutti i parametri della nostra vita quotidiana – insieme ai milioni di attivisti messi già oggi in campo dai Fridays for Future e dai tanti movimenti loro fratelli e ai miliardi di altri esseri umani che già si vedono o, in un domani ormai prossimo, si vedranno costretti a mobilitarsi per non soccombere.

Senza una partecipazione diretta di tutti gli interessati e senza un conflitto aperto con tutti i promotori e gli spargitori di indifferenza nei confronti della nostra casa comune e del nostro comune futuro non c’è problema al mondo che possa essere affrontato né tanto meno risolto.

Crisi climatica, il cambiamento parte dalle scuole

Riusciranno le 100mila firma raccolte da Repubblica in calce alla “lettera-appello degli scienziati alla politica” perché prenda atto della gravità della crisi climatica a spostare in prima pagina, e tutti i giorni, dal ghetto redazionale di Green&Blue, gli articoli sulle cause della scomparsa del Po, dello scioglimento dei ghiacci, degli incendi di metà delle foreste del pianeta, delle ondate di calore che si alternano ad alluvioni devastanti, ecc.? E quand’anche quelle firme facessero l’effetto cercato, chi mai si occuperà di realizzarla, la conversione ecologica? La fantomatica agenda Draghi, fatta di guerre, armi, gas e Grandi Opere? Cingolani, che pensa solo ai gassificatori e ad allungare la vita della Ferrari? Il ministro Giovannini, alfiere dello “sviluppo sostenibile” con Alta Velocità e nuove autostrade (e ora anche con il Ponte sullo Stretto)? Oppure “l’agenda Meloni”: Dio, patria e famiglia? Quella sì che ci metterà al sicuro dal disastro!

Basta pensarci per capire che senza una radicale sostituzione di tutta la classe dirigente presente e in arrivo – non solo in Italia, ma in tutto il mondo – non ci si schioderà dalla deriva che ci sta portando alla catastrofe. Ma chi può mai prendere il posto di un establishment bollito in tutte le sue versioni?

Una nuova classe dirigente

Un candidato c’è. Sono le nuove generazioni sotto i cui piedi la Terra brucia, si dissecca, si dissesta, preparando loro, nel migliore dei casi, una vita d’inferno. Che se ne siano accorte lo dimostra, prima e soprattutto dopo la comparsa di Greta, il movimento Fridays for Future e gli altri movimenti fratelli. Ma per formarsi come nuova classe dirigente nei tempi stretti che rimangono, non basta manifestare, protestare, appellarsi alla “Scienza”. Occorre sperimentare e cominciare a praticare delle vere alternative. A partire da dove il movimento è nato con gli scioperi del venerdì.

Le scuole sono punti nevralgici di ogni possibile ricomposizione di una comunità di umani, di territori e di altri esseri viventi alleati per salvaguardare i rapporti reciproci che li tengono in vita. Le scuole dovrebbero essere i luoghi deputati a trasmettere tra le generazioni saperi frutto di decenni, secoli e millenni di esperienze. Ma la generazione presente, quella adulta, sta dimostrando ben poca attenzione per quello che le succede intorno. Ha imparato ben poco dalle generazioni precedenti (relegandolo nelle soffitte di un’Accademia fine a se stessa) e non ha quasi più niente da trasmettere alle nuove generazioni, se non tecniche avulse dalla consapevolezza delle conseguenze della loro applicazione.

Nuove generazioni: Davide contro Golia

Per questo è nelle scuole, innanzitutto, che occorre invertire rotta: fare sì che siano le nuove generazioni – quelle che hanno capito o capiscono che ne va del futuro di tutti – a trasmettere alle generazioni precedenti questa loro consapevolezza. Promuovendo un cambio radicale dei programmi scolastici; delle pratiche didattiche; dei rapporti tra allievi e docenti; di quelli tra interno (alla scuola) ed esterno (innanzitutto le rispettive famiglie); di quelli tra vita quotidiana e istituzioni. E soprattutto del rapporto tra gli esseri umani e il resto del mondo: alla scoperta del fatto che siamo parte di questo mondo, ma anche che il resto del mondo fa parte di noi. E poi battersi, perché la scuola sia aperta a tutti, tutto il giorno, abbia pannelli solari, pompe di calore, coibentazione dei muri, orti didattici nelle pertinenze. Perché sia di esempio per tutti.

E’ dalle scuole che deve iniziare l’abbandono di quella cultura antropocentrica che ha dominato gli ultimi secoli in Europa e poi nel mondo e delle attività che ne sono conseguite: quelle che con l’avvento dell’Antropocene stanno portando all’estinzione la specie umana e non solo.

Un compito da Davide contro Golia, ma gli attivisti di Fridays for Future e i loro compagni di mobilitazione devono avere il coraggio di farsi Davide contro il Golia di un sistema di dominio che fino ad ora ha irriso – o solo finto di prendere sul serio, il che è ancora peggio – la loro irrilevanza, la loro “minore età”, la loro “incompetenza”. Loro sì, invece, che sanno il da farsi … E’ già successo in un non lontano passato che un confronto del genere si verificasse, sconvolgendo per qualche tempo i saperi e i poteri costituiti, ma quel compito non è riuscito ad arrivare a buon fine. Ora però il tempo stringe e “non c’è alternativa”.

Le scuole possono diventare un punto di accumulo delle forze necessarie a invertire l’attuale deriva, per poi riverberarsi, anche attraverso un salutare shock nelle famiglie, sui quartieri, sul territorio, sulle aziende, sulle fabbriche, sulle istituzioni. Non si può pretendere che le classi dominanti e i governi alle loro dipendenze cambino completamente le loro stupide agende senza che i veri interessati a questo cambiamento dimostrino di essere capaci di farlo loro: per lo meno nel loro ambiente naturale, che è la scuola. Una scuola aperta, dove ci sia posto per tutte le persone di buona volontà ecologica.

Crisi climatica, ci sarà ancora un domani?

Stiamo assistendo alla fine del mondo. Non del pianeta Terra, che continuerà a ruotare intorno al Sole per miliardi di anni, ma del mondo inteso come condizione di vivibilità degli esseri umani e soprattutto del numero di esemplari, cioè di abitanti, in cui si sono riprodotti. E in particolare del loro modo di vivere, plasmato dalla modernità ed esteso a tutto il pianeta dalla globalizzazione (il capitalismo, se vogliamo chiamarlo così, quello del XXI secolo).

Fenomeni in gran parte irreversibili

Tutti i fenomeni attraverso cui è destinata a manifestarsi questa fine del mondo sono già in gran parte presenti: ghiacciai e calotte polari che si sciolgono, siccità e desertificazione, alluvioni che non vi pongono rimedio ma ne aggravano gli effetti, mare che si infiltra nelle falde, prosciugamento degli acquiferi, incendi che distruggono le foreste, non più moderati dall’umidità di suolo e piante e dalla scarsità di acqua per spegnerli, tifoni e diffusione di malattie nuove che non si riesce più a controllare. Sono tutti fenomeni in gran parte irreversibili. I ghiacciai continueranno a sciogliersi e non si riformeranno per migliaia di anni, anche se le emissioni di gas climalteranti cessassero domani (il che non accadrà) e così le calotte polari. Gli acquiferi che abbiamo saccheggiato non si riempiranno più, né torneranno a scorrere pacificamente i fiumi, che alterneranno periodi di secca a piene che si trasformano in alluvioni. Le estati saranno sempre più torride, tanto da rendere invivibili aree sempre più estese del pianeta. Gli inverni saranno sempre più miti e avari delle precipitazioni a cui siamo abituati e gli incendi sempre più estesi e violenti. La situazione che stiamo vivendo non durerà solo qualche giorno, o un’estate, o qualche anno, ma sarà la nuova normalità. Anzi, peggiorerà, con alti e bassi, di anno in anno, spingendo un numero crescente di abitanti della Terra ad abbandonare i loro Paesi per cercare sollievo e vivibilità in qualche regione meno rovente.

Le prime vittime di questo processo saranno – sono già – l’agricoltura e l’alimentazione che, con i loro consumi fossili, sono già oggi la principale fonte di emissioni climalteranti (in gran parte per la produzione di carni che impegna il 70 per cento dei suoli coltivati e dell’acqua utilizzata). Mangiare qualsiasi cosa sarà sempre di più un problema per un numero crescente di abitanti della Terra, ma industria e mobilità non se la vedranno meglio. Fino a quando (quando?) tutta l’energia utilizzata non sarà generata da fonti rinnovabili non è affatto detto che quelle di diversa origine possano bastare. Sia quella nucleare che quella di origine fossile hanno bisogno di acqua, molta acqua, per funzionare. E ce ne è sempre meno a disposizione. In Francia molte centrali nucleari si fermano non solo per guasti e logoramento, ma perché non c’è più acqua per raffreddarle. Si fermeranno in Italia e altrove molte centrali a gas e carbone per la secca dei fiumi. Senza elettricità si ferma anche l’industria, anche quella eventualmente impegnata nella produzione di impianti di energia rinnovabile o nella ristrutturazione degli edifici per ridurne i consumi energetici.

Conversione ecologica sempre più difficile

Così la conversione ecologica, anche volendola fare, sarà sempre più difficile. Non parliamo della conversione dalla combustione all’elettrico del parco veicoli (un miliardo e 300milioni di auto), oggi al centro dell’attenzione. Che senso ha? Dove e come produrremo l’energia per muoverlo, i materiali rari per farlo funzionare, quelli ordinari per fabbricarlo se l’industria dovrà lavorare a singhiozzo? E il turismo? Che senso ha fabbricare l’inverno con la neve artificiale per partecipare a uno scempio come le Olimpiadi Milano-Cortina? Quando si scoprirà che viaggiare verso terre lontane non garantisce più un sicuro ritorno?

E l’industria militare? Certo, è “prioritaria”. Le armi sono oggi il più grande affare, l’unico che ha potuto guardare in faccia il covid senza conseguenze. Arriverà una resa dei conti anche per loro, certo non prima di aver mandato in tilt il resto dei settori industriali.

E le Grandi Opere? Di tutte quelle che si apprestano ad aprire i cantieri con i fondi del Pnrr non resteranno che i debiti da saldare. Con che cosa? E a spese di chi? Tutti questi blocchi si ripercuoteranno in chiusure, fallimenti, licenziamenti, disoccupazione, perdita di reddito, senza che siano state programmate collocazioni alternative per l’occupazione e la produzione.

Problemi ignorati

C’è qualcuno dei politici affaccendatisi intorno al destino del governo Draghi, a partire dal suo titolare, che abbia anche solo nominato uno di questi problemi mentre l’Italia (e il mondo) intorno a loro andava a fuoco? O qualche membro della classe imprenditoriale? O qualche giornale che ne abbia fatto l’apertura a sei colonne? O qualche giornalista – qualcuno forse sì – che abbia trovato il modo di parlarne all’interno di pezzi dedicati al proprio ambito: politica, economia, sport, moda, costume, giustizia, guerra, ecc”.?

Mai il dibattito politico, il “servo encomio” di Draghi e il “codardo oltraggio” del buon senso erano caduti così in basso: un teatro dell’assurdo. Gli unici ad averlo capito sono i giovani di Fridays for Future e i loro comprimari. Eppure, è di questo che bisogna innanzitutto parlare.

E se ne avessimo parlato, se ne parlassimo, certo le cose prenderebbero un’altra piega: non si metterebbero l’ambiente, il clima, le rinnovabili in coda a un elenco di 9 punti su cui impegnare il governo o da proporre in campagna elettorale. Si metterebbe finalmente in chiaro che per ottenere uno qualsiasi di quegli obiettivi occorre affrontare di petto il problema del clima. E come?

Il contenimento della crisi climatica e ambientale non dipende solo da noi, né come individui, né a livello territoriale o nazionale; persino l’UE (che vale il 10 per cento delle emissioni globali) conta poco. Tuttavia, ciascuno di noi, ciascun territorio, ciascuna nazione e ciascun continente dovrebbe sforzarsi di fare il possibile per contribuire a una conversione ecologica complessiva. C’è molto da fare per tutti. Ma, soprattutto, c’è da trovare la strada per farlo, che non è per nulla chiara come lo sono invece gli obiettivi da perseguire e che è diversa da Paese a Paese come da individuo a individuo e da impresa a impresa.

Adattamento: salvare il salvabile e lasciare indietro il superfluo

E’ chiaro che l’obiettivo centrale, quello di Parigi e di Glasgow (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, sigla in inglese Unfccc) di +1,5°C sul periodo preindustriale non sarà raggiunto. Quindi, occorre prepararsi al meno peggio. E il meno peggio si chiama adattamento. Salvare, fin che si è in tempo, quello che si ritiene salvabile e lasciare indietro quello di cui c’è meno bisogno. Cominciando con l’agricoltura e l’alimentazione che devono tornare a essere biologiche, multicolturali, di prossimità, senza più allevamenti intensivi. Poi con la cura del territorio, rimboschendolo il più possibile. E con la mobilità, abbandonando per sempre l’idea di avere a disposizione “un cavallo meccanico” a testa; la mobilità sostenibile è condivisione e pieno utilizzo di ogni mezzo. E il turismo, oggi la più grande industria del mondo, se ancora possibile, deve tornare a essere villeggiatura di prossimità o avventura senza confort. Anche l’industria dovrà ridimensionarsi e con essa sia l’aggressione alle risorse della Terra per alimentarla che la moltiplicazione dei servizi per trovarle uno sbocco nei nostri consumi. La scuola deve diventare un centro di formazione alla convivenza aperto a tutti e la cura della salute deve spostare il suo asse dalla terapia alla prevenzione.

In una prospettiva del genere, ci sarà posto per tutti su quel che resterà della Terra, sia per abitarla che per garantire a ciascun un ruolo, un’attività, un modo di rendersi utile senza piegarsi al feticcio dell’occupazione, che riguarda sempre e solo una parte della popolazione. Ma chi ha il coraggio di mettersi su questa strada?

Spunta il sole, canta il gallo e Mario Draghi monta a cavallo

Da “E’ un dittatore, ma ci serve” a “Ci serve perché è un dittatore” il passo è breve; e lo ha fatto. Il prossimo sarà: “Ci serve un dittatore”. Ci stiamo lavorando. Ci lavorano, insieme alla Nato, tutti i partiti impegnati, dalla maggioranza e dall’opposizione, a sostenere Draghi, “l’insostituibile”. Ci lavorano tutti i media. “Sorge il sole, canta il gallo e Mario Draghi monta a cavallo” è ormai il contenuto di fondo di quasi tutti gli articoli di quasi tutti i giornali e di quasi tutti i servizi di quasi tutti i notiziari TV (la peggiore piaggeria offerta, a suo tempo, a Mussolini).  

Che a “risolvere” i problemi dell’Italia venisse chiamato l’uomo che, per rimborsare le banche francesi e tedesche che avevano prestato troppo alla Grecia, si era reso (indirettamente) responsabile della morte di decine di migliaia di esseri umani, condannati a fame, freddo, mancanza di cure e di medicine, disperazione, ha lasciato esterrefatti milioni di italiani che pensavano di aver finalmente capito come funziona il mondo della finanza; ma non i partiti che lo hanno chiamato in servizio  esautorando se stessi e il Parlamento.

Il Po è quasi scomparso, i raccolti anche, la Marmolada si è sciolta, la temperatura ha già raggiunto i 40 °C; le morti sul lavoro si susseguono, l’inflazione galoppa, l’occupazione è sempre più precaria (ma si riprenderà con la produzione di armi: benservito chi sosteneva che dare armi all’Ucraina non avrebbe aperto la strada all’aumento della spesa bellica e della bellicosità della Nato); l’ingresso di nucleare e gas nella tassonomia delle fonti energetiche verdi detta i tempi della non-transizione: 10-15 anni almeno (sicurezza a parte) per avere una centrale nucleare in funzione ed energia a costi multipli di quelli delle rinnovabili; non meno di 5 per nuovi gasdotti o nuove metaniere (posto che qualche competitor non si appropri prima dei giacimenti con cui si pensa di sostituire il gas russo): tempi più che sufficienti a installare tutti gli impianti di rinnovabili necessari a soddisfare un fabbisogno nazionale che dovrà comunque essere ridotto. Con il deus ex machina che va a umiliarsi (in difesa dei valori occidentali?) da Erdogan non meno di quanto aveva fatto Berlusconi con Gheddafi. Ma una cosa è chiara: la crisi climatica e ambientale Draghi non sa che cosa sia, non se ne è mai occupato, la considera solo un fastidio. E i suoi accoliti pure.

Invece va messa al centro dell’attenzione, dell’elaborazione, a qualsiasi livello, di ogni programma, di ogni possibile alleanza, del nostro agire quotidiano. Il tempo sta scadendo. Tutto “il resto” – lavoro, reddito, casa, salute, istruzione, sicurezza, ma anche famiglia, amicizie, solidarietà, cultura, felicità – non “viene dopo”, ma deve trovare il suo posto “dentro” a una reazione generale alla crisi climatica e ambientale. O non troverà ascolto.

Il clima e l’ambiente non sono “opportunità” per creare nuovo lavoro. Sono temi ineludibili entro cui è possibile e necessario attivare nuovi impieghi, possibilmente meno gravosi e di maggior soddisfazione di quelli attuali; e solo quanti bastano a una radicale conversione ecologica. Ma per ciascuno dei “nuovi lavori” creati dalla conversione ecologica ce ne sono almeno altrettanti da sopprimere perché fanno danno: sono produzioni nocive che producono cose nocive (cioè mali) che non hanno più ragione di esistere. Ma chi decide che cosa è buono e che cosa no? Non possono essere che gli interessati, nelle forme e nelle sedi di confronto più varie, tutte da definire. Questa è la vera sfida. Ma va garantita a tutti, a chi può perdere il posto e a chi ne va a occupare uno nuovo, parità di condizioni: di reddito (garantito), ma anche di impegno, attraverso una redistribuzione dei carichi del lavoro “buono”. Utopia? Sì. Finalmente! Perché i posti di lavoro, soprattutto quelli buoni – ospedali, sanità, scuola, rinnovabili, ecc. – si stanno già perdendo e si perderanno sempre di più, mentre quelli cattivi – basta pensare all’industria delle armi, degli yackt, o dell’automobile – si farà di tutto per tenerli in vita.

Non c’è da farsi illusioni sull’obiettivo del +1,5°C: non verrà raggiunto. I contributi alla riduzione delle emissioni globali dell’Italia (che ne produce 1%) o dell’UE (10%), quand’anche ci fossero – e non ci sono – sarebbero irrisori. Né c’è da aspettarsi scelte migliori dagli altri player globali. Perciò vanno messi in campo subito programmi di adattamento alle condizioni sempre più ostiche in cui ci verremo a trovare e già ci troviamo. Occorre mettere ogni territorio in grado di affrontare la crisi nella massima autosufficienza possibile: energetica, agro-alimentare, produttiva. Occorre de-globalizzare: non la circolazione dell’informazione, delle idee e delle persone, ma quella delle merci. Questa è la sfida su cui si devono confrontare i programmi: coinvolgendo lavoratori, lavoratrici e tutte le persone sulle cui gamba dovrà marciare la conversione ecologica. A dirlo ora siamo noi: “TINA”, non c’è alternativa.

Guerra in Ucraina: come a Verdun

Abbiamo 100, anzi 200 “perdite” al giorno, afferma Zelenski. Secondo il generale Mini, anche 300. Perdite vuol dire soldati “caduti”, cioè uccisi; morti: da rimpiazzare ogni giorno con altre 100-300 “unità” destinate alla stessa sorte. Giorno dopo giorno. Altrettanto, se non di più, sono i “caduti” dell’esercito russo, dall’altra parte dei fronte.
Poi ci sono i feriti, molti dei quali amputati o destinati a esserlo; tutti comunque segnati da un trauma difficile da rimarginare. E poi ancora, i morti tra la popolazione civile, in una guerra dove si tirano giù a cannonate i condominii con dentro i loro abitanti. Oggi lo fa (solo?) l’esercito russo, ovunque arrivi, come ieri lo facevano l’esercito e le milizie ucraine in Donbass.
Poche – sempre meno – le prospettive di una risoluzione del conflitto a breve; più probabile uno stallo guerreggiato che prolunghi indefinitamente il bilancio quotidiano di quel massacro. Perché da una parte e dall’altra del fronte si mira alla “vittoria”, avendo sempre meno chiaro in che cosa possa consistere.
Le armi di cinquanta e più anni fa sono state quasi tutte consumate, insieme ai soldati che le manovravano; adesso devono arrivare i “rimpiazzi”: sia di mezzi che di uomini. Di uomini sempre meno adatti al combattimento; e forse anche meno proni a combattere. Di mezzi, cioè armi, quante ne riuscirà a sfornare l’industria russa e quante ne saranno disposti a cedere gli Stati maggiori di Nato, Stati uniti e Stati membri dell’Unione europea; prima di entrare eventualmente in campo direttamente.
Ma anche se le armi sono moderne e i combattenti sono abbigliati come “robocop”, questo modo di combattere è vecchio di un secolo. L’immagine che viene immediatamente alla mente è quella della battaglia di Verdun tra Francia e Germania nella “Grande guerra”, durata 10 mesi in situazione di stallo e costata 140mila morti e 300mila feriti e “dispersi” – cioè morti anche loro – alla Germania e 160mila morti e 380mila feriti e “dispersi” alla Francia.
Un massacro. Che, a distanza di un secolo, ci fa dire da tempo, tanto da trovarlo scritto anche sui manuali scolastici di storia, che gli Stati maggiori di entrambi i paesi che mandavano le “loro” truppe all’assalto, cioè a farsi ammazzare a ondate successive – per poi “rimpiazzarle” con truppe “fresche”, “votate”, cioè condannate, alla stessa sorte – erano dei criminali; e che quella guerra e quel modo di combattere erano stati un massacro inutile e insensato.
E se lo si dice dei generali e dei capi di Governo di allora, perché non lo si può dire di quelli di oggi? Certo oggi c’è un aggredito e un aggressore mentre a distanza di anni è difficile dire chi fosse l’aggredito e chi l’aggressore nella Grande guerra. Aggressore sarebbe risultato, più che il primo a dichiararla, chi quella guerra l’aveva persa. L’aggredito, quindi, chi l’aveva vinta.
Poi, rivedendo le cose in sede storica, non si può fare a meno di riconoscere che, nel pieno della Belle époque, i germi di quel massacro che avrebbe cambiato la storia del mondo covavano da tempo da entrambe le parti.
E perché non si può dire la stessa cosa anche di questa guerra? Sono in tanti, nonostante l’ostracismo a cui vengono sottoposti, a sostenere che le premesse per scatenare l’aggressione di Putin all’Ucraina erano state poste da tempo dall’allargamento della Nato (di fatto, anche all’Ucraina; anche se in forma non ufficiale; e nel pieno di un’aggressione alle popolazioni del Donbass). Premesse non molto diverse da come il trattato di Versailles aveva prima favorito l’ascesa di Hitler e poi innescato la sua guerra di aggressione, contando a farne le spese sarebbe stata solo l’Unione sovietica.
Anche oggi c’è chi, dall’altra parte dell’oceano Atlantico, conta che a fare le spese della guerra in Ucraina, oltre ovviamente ai soldati e ai civili di quel paese, debba essere l’Unione europea.
Oggi entrambe le parti in causa (ma quali?) puntano alla “vittoria”, che esclude qualsiasi possibilità di mediazione e di compromesso: “sarebbe una resa” si dice. Quindi c’è solo da mandare armi. Lo dicono soprattutto coloro che non sono chiamati a combattere. Certo, oggi lo dicono, o lo sentiamo dire nei reportage della TV, anche i soldati e i civili ucraini che si trovano sotto il fuoco russo.
Ma come cent’anni fa, anche oggi quel clima da “maggio radioso” che aveva accompagnato l’entrata dell’Italia nella Grande guerra è destinato a sgonfiarsi mano a mano che l’insensatezza di quella parola d’ordine – “fino alla vittoria” – e il moltiplicarsi dei lutti cominceranno a bucare la scorza di finto orgoglio che ha reso possibile la mobilitazione in Ucraina. E già se ne vedono i primi segnali.
Ma più passa il tempo e più le condizioni di un compromesso si assottigliano: quello che era ancora possibile – e relativamente semplice – prima dell’aggressione russa oggi non lo è più; né Zelenski né Putin possono farsi promotori di una mediazione. Meno che mai ha senso proporre una mediazione continuando a mandare armi. Bisognerebbe che almeno questo Draghi e Macron lo capissero.
Per questo, oltre alle sacrosante carovane della pace e alle prospettate iniziative di interposizione, le possibilità di un armistizio passano oggi per la lotta senza quartiere contro l’invio di armi in Ucraina: finché Zelenski ne riceverà o avrà motivo per attenderne altre è sempre più difficile che si prospetti una soluzione per porre fine al massacro.
Ma non è lui che deve arretrare. E’ la Nato. La fine di questo conflitto passa di lì: per l’arretramento delle installazioni militari dei due veri contendenti. E questo fa capire quanto sia ancora lontana.

Ci vuole una grande crisi adolescenziale

L’adolescenza è l’età dell’angoscia: ci si chiede qual è il senso della vita – non tanto della vita in generale, della vita degli altri, ma della propria. Che cosa ci faccio io qui? Una domanda che costituisce il lato creativo dell’esistenza umana, ma una risposta definitiva non c’è. Spesso, quella domanda, si cerca di dimenticarla: le distrazioni non mancano (e alcuni ne hanno più di altri), ma l’angoscia non rinuncia quasi mai a riaffiorare. Bisogna raggiungere una certa età perché i modi con cui la si mette a tacere si consolidino in abitudini che la ottundano. Ma niente mette al sicuro dalla sua ricomparsa, spesso con scompensi drammatici.

Ne ho patito, come credo tutti, e in maniera intensa, nella mia adolescenza, in forma solitaria e individuale e poi di nuovo, in forma collettiva e condivisa, negli anni della mia partecipazione al movimento degli studenti e poi all’incontro con gli operai di Mirafiori e di altre fabbriche sparse per l’Italia, tra la fine degli anni ‘60 e i primi ’70. Sono stati un movimento e un’epoca radicali proprio perché, prima ancora di formulare delle rivendicazioni, o di analizzare i rapporti di forza, la domanda tacita che faceva di noi un vero movimento era quella: che ci facciamo noi qui? L’adolescenza era passata per tutti e tutte, ma la sensazione di ritrovarsi proiettati o “gettati” in un contesto non abituale, non prevedibile, non come “avrebbe dovuto essere”, associava alla meraviglia della scoperta l’angoscia di scelte decisive per le nostre vite, qualsiasi strada si sia poi imboccata.

Oggi Greta Thunberg, con la sua ostentata adolescenza, la sua angoscia per le sorti dell’umanità, ma prima ancora per la sua – a che serve studiare se non ho futuro, se ci rubate il futuro? – è tornata a rendere pubblico quell’insopprimibile sentire dell’adolescenza. I suoi coetanei di tutto il mondo ne hanno colto il senso e ne hanno fatto le basi di un movimento globale. Certo, Greta sa tutto e dà lezioni a tutti sulla crisi climatica, anche se nel mondo adulto pochi la stanno a sentire. L’hanno omaggiata per più di un anno per tacitare la loro cattiva coscienza; adesso, “grazie” al covid e alla guerra, se ne possono dimenticare. Ma per i suoi coetanei, che l’angoscia la frequentano ancora, non è così. La domanda “che ci faccio io qui?” continua a incalzarli e conta più delle verità scientifiche di cui pure sono convinti cultori. Non è (solo) una domanda sul futuro. E’ soprattutto una domanda sul presente, sul proprio posto nel mondo. Per questo anche chi non ha più la loro età, né molto futuro davanti a sé, può sentirsene coinvolto: che ci faccio io qui?

Saperci sull’orlo di una catastrofe irreversibile, documentata da tutti gli scienziati del clima, non basta a far cambiar rotta ai governi: è cinquant’anni che se ne parla, trent’anni che fanno a gara nel sottrarsi agli impegni periodicamente ribaditi nelle loro inutili conferenze sul clima. Se anche solo dieci anni fa avessero presa sul serio la transizione energetica, invece di usare quel tempo per prepararsi alla guerra, oggi non si ritroverebbero a finanziare, pagandogli il gas, la guerra di Putin, e a ricoprire di armi gli ucraini perché lo combattano. E ora la guerra in Ucraina – quelle in altri paesi non le avevano mai nemmeno prese in considerazione – offre loro il destro per fare marcia indietro su tutto quello che avevano finto di accettare: la fine di carbone, petrolio, metano, nucleare, OGM, fertilizzanti e pesticidi sintetici, ecocidio, corsa alle armi, ingiustizie; le vere poste in gioco di questo tornante epocale.

E cercano di coinvolgere tutti, e soprattutto i giovani, in queste loro scelte: il problema è vincere questa guerra, non quello di fermare la crisi climatica, la distruzione dell’ambiente, l’aumento delle diseguaglianze. Quello verrà dopo… Lo strumento principale di questa operazione è l’esibizione delle sofferenze indicibili della guerra, a cui non si può essere indifferenti, ma anche la paura di perdere il poco o il tanto che si ha. La risposta che meritano non può che nascere da un’autentica crisi adolescenziale che faccia riaffiorare tra tutte e tutti l’angoscia di un interrogativo radicale sul nostro posto nel mondo. Perché, mano a mano che i problemi messi al centro del discorso pubblico dai media si succedono e si aggravano – dalle migrazioni al covid, dal covid alla guerra, dalla guerra alla stagnazione – diventa sempre più chiaro che si tratta di altrettante facce – a cui non si può correre dietro una a una – di un problema molto più generale: il fatto che le strutture sociali che nessuno di noi si è dato, ma che siamo tutti e tutte costretti a subire, ci stanno avvicinando al capolinea. Che prima o dopo ci costringerà, quale che sia il genere, l’età o la collocazione sociale, a tornare a chiederci: che ci faccio io qui? Solo una grande crisi adolescenziale del genere ci può portare a mettere al centro del nostro agire l’impegno a perseguire una conversione ecologica radicale.

La conversione ecologica di fronte alla guerra

Dal punto di vista di un’ecologia integrale qualsiasi guerra, ma questa in particolare, è un passo indietro drammatico per la conversione ecologica: crea divisioni e ostilità tra coloro che sono impegnati nel combattere la crisi climatica e ambientale; produce immense quantità aggiuntive di gas di serra e la devastazione dei territori teatro dei combattimenti; fornisce pretesti al mantenimento e alla riattivazione delle fonti energetiche fossili e nucleari e dell’agricoltura industrializzata, all’aumento della produzione di armi e a una diffusa bellicosità dei media e tra la gente. Tutto ciò rinvia la transizione energetica oltre la soglia temporale dell’irreversibilità indicata dall’Ipcc: le condizioni in cui dovranno vivere le prossime generazioni, sia umane che di tutti i viventi, saranno molto più ostiche, se non insostenibili.

Le divisioni che attraversano l’opinione pubblica riguardano soprattutto l’opportunità di inviare armi per rafforzare la resistenza ucraina (qualsiasi cosa si intenda con questo termine). Poche invece le esitazioni nell’individuazione di chi è l’aggressore e chi l’aggredito.

In un confronto civile, i fautori dell’invio di armi dovrebbero chiedersi: a che pro? Per rispettare la volontà di chi resiste? Perché non si senta abbandonato? Per migliorare i termini di un accordo quando si arriverà a una tregua? O per infliggere una sonora sconfitta alle truppe russe e il “disarcionamento” di Putin (come auspica Biden)? O, addirittura, per provocare il disgregamento della Federazione russa, con il rischio di creare situazioni di ingovernabilità cento volte superiori a quelle di paesi come Libia, Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen? Bisogna poi considerare e valutare il rischio che l’intensificazione del conflitto sfoci in una sua estensione, fino a mettere direttamente a confronto Nato e Federazione russa: entrambi con il loro arsenale nucleare. A chi poi ricorre al paragone con la lotta partigiana, ricordo, senza pretendere di confutare l’argomento, che allora essa si andava ad aggiungere a una guerra mondiale già in corso, mentre oggi estensione e intensificazione della guerra in Ucraina con l’invio di armi (ma quante?) una guerra mondiale rischiano di scatenarla.

I contrari all’invio di armi – dando per scontato che il favore all’invio di beni di soccorso e all’accoglienza dei profughi accomunino entrambi – si dovrebbero a loro volta chiedere: perché? Per un rifiuto pregiudiziale di ogni guerra e del ricorso alle armi in generale? E se sì, è un rifiuto di ordine morale o si basa sulle mutate condizioni della nostra epoca – atomica – rispetto a tutte quelle che ci hanno preceduto? Ma questo rifiuto è forse equidistanza? E la contrarietà a mandare armi significa forse chiedere al governo o alla popolazione ucraina la resa? Oppure si conta sul fatto che anche senza aiuti esterni, ma con una grossa offensiva diplomatica (che ancora non c’è) i combattenti ucraini possano mantenere nel paese uno stato di belligeranza a più bassa intensità nei confronti dell’invasore? Ma ha senso una prospettiva del genere in mancanza di una concreta e solida iniziativa di mediazione? E quale dovrebbe essere il soggetto capace di proporsi come mediatore in forme credibili e praticabili? E quali i termini di una mediazione, ovviamente sottoposti a inevitabili negoziazioni?

E poi, per entrambi, come affrontare le difficoltà materiali, destinate a moltiplicarsi, che questa guerra impone già oggi a molti di “noi”? E come sfatare il mito confindustrialgovernativo di un ritorno alla “normalità”, che continua ad avere un solo nome: “crescita”, cioè accumulazione del capitale?

Per chi vorrebbe una conversione ecologica “socialmente desiderabile”, come chiedeva Alex Langer, forse sono state sprecate, tra le tante, due occasioni che potevano “far toccare con mano” situazioni destinate a intensificarsi nel tempo. Innanzitutto, le migrazioni: il contingente arrivato in Italia e in Europa era solo una prima manifestazione di processi destinati a crescere e caratterizzare la “normalità” del futuro (tanto che la guerra in Ucraina ne ha già riversati in Europa 6 milioni, e tutti in un colpo!). Poi i rischi, i disagi e le restrizioni del covid 19 e del modo irrispettoso della democrazia con cui le autorità le hanno affrontate, anch’esse destinate a ripresentarsi in nuove forme e con nuovi contagi. Ora, restrizioni anche maggiori si ripresenteranno di fronte alla guerra, aggravate dalle sempre più frequenti conseguenze della crisi climatica.

Tutto ciò doveva, e dovrebbe, permetterci di indicare nella conversione ecologica l’unica via concreta per affrontarle: riconversione delle fabbriche di armi e degli impianti legati ai fossili, ma anche maggior sobrietà nella mobilità, nel turismo, nell’alimentazione, nel consumo di spazio, materiali, gadget, moda, ecc. Per i più svantaggiati la possibilità di sostituire consumi individuali, per lo più irraggiungibili, con servizi condivisi sostenuti dalla collettività; per molti giovani di tutte le condizioni sociali, schifati dalle prospettive di vita che vengono loro imposte, un futuro.