Che fine ha fatto la crisi climatica?

La guerra in Ucraina ha avvicinato tutti all’olocausto nucleare, alla fine del mondo. Ce lo fa immaginare: sia a coloro che lo prendono sul serio, considerandolo un rischio sempre più imminente, sia a coloro che lo sfidano, sicuri che la sua mostruosità sia sufficiente, se non ad allontanarne lo spettro, sicuramente a impedirlo, sia gli incoscienti – e sono i più – che non lo prendono in considerazione perché guardano il dito (la singola guerra) e non la luna (la sua possibile proiezione sull’intero pianeta).

Ma questa guerra ci sta avvicinando molto anche all’olocausto climatico, il punto di non ritorno che gli scienziati dell’ONU (l’IPCC) hanno fissato di qui a non molto di più di otto anni, se non si interviene massicciamente per allontanarlo. E se l’olocausto nucleare è una possibilità – molto più concreta di quanto siamo abituati a pensare – quello climatico è una certezza scientifica. Ma quanti lo sanno? E quanti, essendone informati, ci credono? E quanti pensano di poterlo evitare perché la tecnologia – quella che ci ha trascinati fino a questo punto – ci metterà al riparo dal suo verificarsi?

La guerra ci avvicina all’olocausto climatico non solo per la COsollevata dalle macchine di morte – bombe, aerei, carri armati – sotto cui restano schiacciati tanto i soldati russi che la popolazione e i combattenti ucraini, ma anche per tutto quello che questa guerra – molto più di tutte quelle precedenti – ha rimesso in moto. A beneficio di tutti coloro che la lotta contro la crisi climatica l’hanno sempre osteggiata e che oggi dettano legge nei governi, nella finanza, nelle imprese, nei media.

Il problema numero uno sembra essere procurarsi il gas che continuiamo a comprare dalla Russia, finanziando la sua guerra di aggressione, perché, senza di esso, l’economia mondiale (e non solo quella italiana o quella tedesca) rischia il collasso per un effetto domino intrinseco alla globalizzazione. Ma non c’è solo il gas; ci sono anche, per sostituirlo almeno in parte, carbone e petrolio, con le loro emissioni. C’è poi la necessità di compensare le importazioni alimentari dall’Ucraina e dalla Russia (quasi tutte destinate agli allevamenti) con un aumento delle produzioni interne. Quindi, largo agli OGM, ai fitofarmaci e ai fertilizzanti sintetici, all’avvelenamento del suolo e delle acque per spremere una Terra sempre più soffocata e farle sputare quello che è sempre meno in grado di fornire nella condizione di cattività a cui la condanniamo. Tutti processi che moltiplicano le emissioni di gas di serra e rendono impossibile riassorbirle nel suolo. Quanto alle popolazioni delle nazioni più povere, che a quei mezzi già ricorrono con poche limitazioni e non hanno modo di reagire al blocco delle esportazioni russe e ucraine, o all’aumento del loro prezzo, le aspetta la fame. Moriranno a milioni.

E soprattutto, largo alle armi e alla produzione di armi! Largo al “riarmo” dell’Ucraina, della Nato, dell’Italia. Come se fossero disarmate! Si tratta di prodotti “usa e getta” che consumano risorse, energia, ore di lavoro e vite umane, che producono quantità smisurate di gas di serra e che sono concepiti per essere “smaltiti” nel più breve tempo possibile: o in guerre che essi stessi alimentano, rendendo necessario sostituirli; o in depositi, pericolosi e inquinanti, a perdere; o vendendole a qualche dittatura dei paesi più poveri. Ma sempre per far posto a prodotti tecnologicamente più aggiornati. Per non parlare delle armi chimiche e biologiche, pensate – e prodotte – per avvelenare per sempre popoli e territori.

E con le armi, largo allo spirito bellico alimentato da tutti i media dell’Occidente (come della Russia) e dal suo commander in chief: il presidente degli USA e vero capo della Nato, al seguito dei suoi predecessori che volevano decidere chi doveva comandare in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Yemen e hanno trasformato per questo metà del mondo in lande senza governo e senza legge.

La guerra in Ucraina non ha dunque solo oscurato, nei media e nella coscienza di tutti, l’imminenza della crisi climatica e ambientale. Di fatto ne sta accelerando l’esplosione proprio con la scelta di prolungare il più possibile la durata di quella guerra, rifornendo di armi le truppe combattenti dell’Ucraina, che non si sa bene chi siano (lo sanno bene solo la Nato e – forse – Zelensky), prima ancora di cercare – e costruire – un tentativo di mediazione accettabile. Ua proposta e un promotore credibile che se ne faccia portatore, che possa essere accettabile, anche se non soddisfacente, per entrambe le parti in causa (che sono molte più di due), con qualche rinuncia per ciascuna di esse.

Coloro che hanno fatto la scelta di appoggiare, se non condividere, la politica del governo, dell’Unione Europea e della Nato dovrebbero tenerne conto: stanno seppellendo, oltre ai cadaveri prodotti da un inutile prolungamento della guerra, anche la lotta contro la crisi climatica.

Riarmare l’europa?

Da quasi settant’anni i responsabili dei governi europei ci ripetono che la strada per l’unificazione politica dell’Europa passa attraverso l’integrazione (graduale e progressiva) delle rispettive economie: si è cominciato con la CECA (comunità del carbone e dell’acciaio) e l’Euratom (nucleare civile), si è transitati per il serpente monetario e la moneta unica, per arrivare al fiscal compact, finalizzato a legare le mani ai governi che ne subiscono maggiormente le conseguenze negative: più si integravano le economie e più si allontanava l’unità politica. E’ mancato, ci dicevano, una regia delle politiche fiscali – un ruolo che per un po’ si era pensato di attribuire a Monti – mentre quel regista c’è ormai da parecchio tempo: è la BCE e, per un lungo periodo, Draghi: due personaggi formatisi sotto l’ala della Goldman Sachs. Ed è detto tutto, sia per quanto riguarda la loro consonanza con gli interessi dell’alta finanza, sia per quanto riguarda la loro dipendenza dalla politica degli USA.

Per promuovere una vera unità politica non serve quella loro economia, che anzi è di ostacolo. Ci vuole una politica comune all’altezza del ruolo che si intende ricoprire (o che si ritiene irrinunciabile per non finire “sommersi”). Ma quella politica non c’è: doveva e poteva essere una grande iniziativa di tutela dell’ambiente – e di promozione di una maggiore equità, indissolubilmente legata ad essa – e poi, in modo sempre più pressante, di salvaguardia del clima. Ma è stata sistematicamente disattesa (e per lo più, nemmeno compresa), anche se i responsabili dell’Unione Europea vantavano su di essa un inconsistente “primato”; oggi fragorosamente franato di fronte alla guerra in Ucraina, che li ha fatti precipitosamente ritornare – ma la cosa era già nell’aria – al carbone, al gas da ogni dove, alle nuove trivellazioni, al nucleare di ogni tipo e, consequenzialmente (l’economia fossile chiama alle armi), al potenziamento della spesa in armamenti.

Così adesso ci viene detto che il maggiore e mostruoso impegno finanziario di alcuni Stati membri europei sulle armi (ma anche su gas e nucleare), quello che Il Foglio, ignaro della risonanza che certi termini possono avere, ha chiamato “l’asse Roma-Berlino”, è la strada obbligata verso una “politica di difesa” (leggi un esercito) comune e attraverso di essa verso una politica estera più autonoma dalla Nato e dagli interessi degli Stati Uniti. Niente di più falso: l’aumento della spesa militare fino al 2% del PIL è proprio ciò che gli Usa e la Nato ci stanno chiedendo da anni – insieme ai sempre più numerosi impegni diretti degli Stati membri in tutti i teatri di guerra aperti negli ultimi anni: Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria e ora di fatto Ucraina, anche se in modo indiretto. Manca forse un generale comune, come mancherebbe il regista delle politiche fiscali? No. Le forze armate della maggior parte degli Stati europei sono da tempo impegnate in manovre integrate della Nato, in corso anche ora, sotto il comando Usa e ai confini della Federazione Russa: proprio quelle che hanno dato a Putin la possibilità di sostenere che stava aggredendo per tutelarsi. Difficile che se ne sgancino.

Anche in questo caso – anzi, soprattutto in questo caso – una politica estera comune dell’Unione Europea non può nascere sulla punta delle baionette – oggi trasformate in bombe atomiche, o anche “convenzionali”, ma quasi altrettanto micidiali), ma solo da un impegno straordinario – e potenzialmente “trainante” – nella lotta contro la crisi climatica e la devastazione ambientale. Che avrebbe dovuto godere di quella prontezza di decisione messa invece in campo da tanti governi nel trasferire da un giorno all’altro risorse dal welfare alle armi.

Di fronte a questa deriva micidiale c’è da chiedersi se non sia proprio la scelta di sostenere la resistenza dell’Ucraina con un invio massiccio di armi (a integrazione di quelle che Nato e Usa avevano già più o meno segretamente inviato prima che scoppiasse la guerra) ad aver aperto la strada a quell’aumento della spesa in armamenti che anche molti dei fautori della scelta del sostegno armato all’Ucraina deplorano. Tra quelle due scelte non c’è alcuna consequenzialità, sostiene Gad Lerner su Il Fatto. E invece sì. Il papa lo ha capito, Gad no. Perché più si prolunga e si intensifica quella guerra con l’invio di armi – invece di puntare su una vera mediazione, a cui subordinare tutte le eventuali sanzioni messe in atto o in cantiere – e più si scivola verso una situazione irreversibile, che rende non sensato – perché non lo sarà mai – ma giustificato potenziare la barriera contro il possibile sconfinamento di quella guerra.

Gli esperti militari – e molti di coloro che si sono inopinatamente promossi tali – sono divisi tra due scenari alternativi: Putin è alle strette, sta perdendo e perderà la guerra; oppure Putin sta avanzando secondo un piano programmato. Nessuno di noi profani è in grado di pronunciarsi in proposito. Ma immaginare le conseguenze delle scelte fatte dai nostri governi, questo sì, è una responsabilità che tutti dovremmo assumere.

L’Ucraina e noi

La Russia, cioè le forze armate della Repubblica Federale Russa, su ordine di Putin hanno aggredito l’Ucraina, ne hanno invaso buona parte del territorio, hanno bombardato infrastrutture, fabbriche e abitazioni, hanno ucciso diverse migliaia di ucraini, sia militari che civili, hanno costretto a fuggire dal paese più di due milioni di profughi e continuano nella loro avanzata.

L’Ucraina resiste e contrasta questa avanzata. Resistono le forze armate del paese e molti civili, prima riuniti in gruppi spontanei e per niente, o molto male armati – con la partecipazione di molte donne, persino nella preparazione di bottiglie molotov da opporre ai blindati russi – poi inquadrati, con la coscrizione obbligatoria per tutti gli uomini tra i 18 e 60 anni, nelle file delle forze armate. All’interno di esse sono state da tempo inserite, con un ruolo di primo piano nella guerra contro le contrapposte milizie del Donbass, che durava da otto anni, numerosi elementi di organizzazioni legate alla Nato e di chiaro orientamento nazista, come la cosiddetta Brigata Azov, responsabile anche delle sparatorie durante la rivolta di piazza Maidan (ma i nazisti sono da tempo largamente presenti anche nelle milizie avversarie del Donbass).

Non c’è alcun dubbio che l’aggressore sia l’esercito russo e che la resistenza armata dei combattenti ucraini sia una più che giustificata risposta a questa aggressione. Ma se le cose stanno così, perché non mandare armi al governo e ai combattenti ucraini che le chiedono?

Perché mandare armi per rafforzare la resistenza è alternativo a qualsiasi tentativo di far cessare questa guerra con un negoziato. O si fa una cosa o si fa l’altra. E falso che una resistenza più forte, perché meglio armata, o più prolungata perché in grado di ritardare maggiormente l’avanzata russa, migliorerebbe la posizione dell’Ucraina in un negoziato. E’ vero il contrario. Molti non si chiedono quale potrebbe essere l’esito del conflitto, ma è lì che bisogna guardare: come e quando potrà cessare questa guerra?

Con la resa del governo ucraino e l’instaurazione forzata di un governo fantoccio filorusso? Sembra altamente improbabile. Con un’occupazione del paese da parte dell’esercito russo destinata a protrarsi nel tempo in presenza di una resistenza armata che continuerà a dargli del filo da torcere? E’ improbabile che Putin possa accettare una prospettiva del genere senza adottare gli stessi metodi con cui ha a suo tempo raso al suolo Grozny e sterminato buona parte della popolazione cecena.

E’ però difficile che ciò possa avvenire nel cuore dell’Europa senza coinvolgere in modo molto più intenso i suoi avversari, cioè la Nato: aprendo così le porte a una guerra mondiale. Oppure si punta a un logoramento di Putin, nella speranza che nei piani alti del potere russo si faccia strada un’alternativa disponibile a trattare: non con l’Ucraina, o non solo con l’Ucraina, ma con chi dell’Ucraina ha fatto da tempo la posta in gioco di un confronto molto più ampio? O, ancora, che la guerra logori talmente non solo il potere di Putin, ma la coesione stessa della Federazione Russa, trasformando il suo immenso territorio in centinaia di Libie, di Iraq, di Sirie, con un patrimonio sterminato di risorse ancora da saccheggiare?

A giudicare dal comportamento delle parti in causa, che sono molte, sembra che la soluzione a cui si affida l’esito dell’invio di armi all’Ucraina sia una di queste due ultime.

Ma non è l’invio di armi a rendere impraticabile un negoziato; è esattamente il contrario. E’ la mancanza di qualsiasi serio tentativo di mediazione che spinge coloro che (per motivi politici o personali) non possono dichiararsi indifferenti a ripiegare sull’invio di armi senza interrogarsi sulle sue conseguenze.

Manca la mediazione, la proposta di una soluzione che accontenti, senza peraltro soddisfare, entrambe le parti – evitando “umiliazioni” che indurrebbero a perseverare nel massacro in corso – perché manca il mediatore. E’ mancato fin da prima dell’aggressione, quando pure i tamburi di guerra stavano già suonando (li suonavano a toni alti sia la Nato che il presidente degli Stati Uniti Biden, mentre Putin lavorava in sordina). E questo mediatore non poteva – e non può ancora – che essere l’Unione Europea, che però non può assumere quel ruolo perché tutta la sua politica estera – e la posta centrale di ogni politica estera che è pace o guerra – è inesistente, completamente sdraiata sulle decisioni, i dictat e gli interessi degli Stati Uniti, che da questa terribile vicenda hanno molto meno da perdere (e molto di più da guadagnare) di tutti i governi dell’Unione europea messi insieme.

Così, per colmare quel vuoto, il ruolo di mediazione è stato fittiziamente trasferito a Stati come la Turchia (che ha poco da mediare, dato che da anni sta infliggendo al Rojava lo stesso trattamento di Putin all’Ucraina), o a Israele (peggio ancora, perché lì il bombardamento dei palestinesi risale indietro di decenni) o, forse, alla Cina, che sull’indipendenza e neutralità delle sue minoranze interne è ancora peggio. Né lo può assumere, quel ruolo, un singolo Stato o Governo dell’Unione Europea, come si ingegna di far credere Macron, che ha in vista soprattutto le prossime elezioni presidenziali francesi (di Draghi, “il banchiere”, non è nemmeno il caso di parlare), perché la prima mossa diplomatica da compiere non è verso Putin o Zelensky, ma verso l’Unione europea. Per esigere e farle assumere, a costo di mettere in forse la sua stessa esistenza, una posizione coerente con gli interessi dei suoi popoli: che sono la pace e non il confronto armato con la Russia a distanza sempre più ravvicinata. Perché in queste circostanze, ma in generale sempre, il ruolo di mediatore lo può assumere solo chi fin dall’inizio si dispone in una posizione di terzietà. Come è ovvio. Il che non vuol dire abbandonare l’Ucraina, ma aiutarla a uscire dall’abisso in cui sta precipitando (e la stiamo facendo precipitare).

Diventare terzi: non armandoci di più e sacrificando all’industria delle armi quel che resta del welfare, come apertamente proposto da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: obiettivo che prima di lui era già nei programmi della Nato e che è – purtroppo – una logica conseguenza per tutti coloro che non vedono soluzione della crisi diversa da un maggiore ricorso alle armi. Non solo quelle cosiddette “letali”, ma anche, o forse peggio, quelle della comunicazione, dell’informazione (o disinformazione) e della criminalizzazione del dissenziente; quelle che stanno instaurando in tutto il nostro paese un clima da “maggio radioso” (quello che aveva precipitato il paese nella Prima Guerra mondiale): armiamoli, facciamoli combattere e lasciamo che si scannino per conto nostro…

Inoltre, solo una parte veramente terza – e in questo momento non è certo l’ONU – potrebbe rilanciare l’iniziativa di corpi di pace e di interposizione da mandare a sedare il conflitto. Per farsi ammazzare dagli uni e dagli altri? No. Abbiamo visto in TV folti gruppi di cittadini e cittadine – soprattutto di donne – mettersi di fronte, o addirittura sdraiarsi davanti ai carrarmati. A loro va tutto il nostro rispetto e la nostra ammirazione. E certo, senza aspettarsi risultati risolutivi, quanto più efficace, non solo nei confronti dell’aggressione, ma anche del resto del mondo che li sta a guardare, sarebbe un’iniziativa di interposizione organizzata, con la copertura di una parte dichiaratamente ed effettivamente terza, introdotta come un granello di sabbia nel meccanismo che sta macinando tante vite?

Ma il problema che ciascuno di noi, cittadine e cittadini dell’Europa e del mondo ci dobbiamo porre in queste circostanze è molto più generale.

Innanzitutto, fino a che punto l’aumento del potenziale bellico per così dire “convenzionale” non sconfina direttamente in quello nucleare? Sempre più smisurato il primo e sempre più dimensionato, in vista di un suo uso cosiddetto “tattico”, il secondo, riducendo così progressivamente ogni soluzione di continuità tra l’uso di un kalashnikov e l’immane arsenale nucleare di cui sono dotate le “Grandi potenze” e di cui cerca di dotarsi un numero crescente di potenze cosiddette minori.

E se Putin fa paura, perché a detta dei media è pazzo e potrebbe superare quel confine senza alcuna remora, quanto pazzi sono anche i generali della Nato e degli Usa, o i loro Presidenti, che continuano a ventilare la possibilità che quel confine venga varcato, non si sa, ed è indifferente, da parte di chi?

Qui emerge un tema di fondo che gli strateghi della guerra nucleare non hanno considerato, o non hanno messo in chiaro nella loro corsa a riempire di armi, di qualsiasi arma, il resto del mondo. Il rischio di varcare quel confine – che in qualche modo tutti, anche i pazzi, hanno presente – rende inefficaci anche tutti o quasi gli arsenali di tipo convenzionale. Così la Nato e gli Usa non possono utilizzare il loro arsenale, di cui hanno fatto sfoggio con continue esercitazioni e migliaia di uomini e mezzi di ogni tipo ai confini tra Russia e Nato negli anni scorsi, perché metterle in campo – e continuano a ripeterlo – aprirebbe un confronto tra potenze nucleari difficile da fermare. Così si devono accontentare di contrabbandare oltreconfine “un po’” di armi tradizionali, ancorché micidiali, come bazooka anticarro e razzi antiaereo, o meglio ancora, a farlo fare dai loro alleati europei, che possono così vantarsene pubblicamente per nascondere la loro mancanza di iniziativa per una vera soluzione prima di tregua: in attesa di poter sostituire (ma – dicono gli esperti – ci vogliono almeno cinque anni!) il gas russo con cui stanno finanziando la guerra contro l’Ucraina…

Sì, perché, nel frattempo, a venir cancellate dalla guerra non sono solo le città e le vite degli ucraini e delle ucraine, ma anche e innanzitutto il tentativo di far pace con la Terra, a cui in realtà quei governanti – che da trent’anni tengono in piedi l’inutile teatrino delle 26 COP sui cambiamenti climatici – non hanno mai creduto.

C’è la guerra! Allora largo al carbone, largo al gas di tutte le parti del mondo, largo a nuove ricerche e perforazioni (la guerra, hanno scritto, ha sconfitto Greta!). E largo soprattutto al nucleare (civile) facendo finta di ignorare quello che Macron aveva apertamente dichiarato meno di due anni fa: il nucleare civile non si reggerebbe senza il nucleare militare. Ma anche il nucleare militare non funzionerebbe senza il nucleare civile. E questa proposta la portano avanti (Cingolani) o la dichiarano già in via di attuazione (Draghi) proprio mentre l’incolumità delle centrali nucleari ucraine, investite dalla guerra (Cernobyl compresa) sta mettendo in forse la sopravvivenza stessa di mezza Europa, e forse anche più, senza nemmeno che la guerra in corso sia arrivata a oltrepassare la soglia del confronto nucleare.

E’ ora che almeno qui i duellanti rimettano le spade nel fodero. La popolazione europea si è divisa e contrapposta con toni sempre più accesi prima sull’alternativa profughi e migranti sì o no (che adesso sembra quasi scomparsa, dato che l’Ucraina ne sta producendo a milioni in pochi giorni); poi sì-vax e no-vax, che ha occupato gli schermi per una intera stagione. E oggi gli stessi toni, anzi peggio, ritornano nella contrapposizione tra favorevoli e contrari all’invio di armi, quando il vero problema è restituire all’Unione Europea una capacità di iniziativa per la pace.

Pro e contro i no vax

La pandemia, come la crisi energetica o l’aumento dei prezzi o la scarsità di materie prime e semilavorati sono manifestazioni (nemmeno iniziali) della più generale crisi ambientale e climatica ormai in pieno corso.

Il modo in cui le classi dominanti – espressione di un ristretto establishment finanziario globale – hanno affrontato e stanno rispondendo alla pandemia anticipa e mette in luce la strumentazione con cui si apprestano ad affrontare le conseguenze (non le cause) della crisi climatica e ambientale, che dovremmo assumere come l’orizzonte entro cui ciascuno di noi, individualmente o collettivamente, colloca le proprie iniziative.

Questa strumentazione comprende, tra l’altro:

·                   una distinzione sempre più drastica tra eletti – le popolazioni dei paesi sviluppati e le élite di quelli emarginati – e dannati: tutti gli altri. Gli ostacoli frapposti alla liberalizzazione e distribuzione dei vaccini ne sono una evidente manifestazione. Quanto alle conseguenze della catastrofe climatica, e soprattutto alle migrazioni di massa, si difendono, e lo faranno sempre più, difendersi costruendo fortezze;

·                   l’adozione di misure standard uguali per tutti (tranne che per le élite): disinformazione veicolata dai media, vaccini per evitare cure personalizzate; intervento a posteriori invece di prevenzione; prescrizioni spesso ridicole e contraddittorie, “di immagine” anche quando si dimostrano inefficaci (il green pass, per esempio, ma non solo)

·                   il disciplinamento dei comportamenti attraverso misure selettive che erodono progressivamente i diritti più elementari: lavoro, reddito, mobilità, socialità, istruzione, accesso alla sanità e al welfare fino al paradosso di rendere “obbligatorio” ma “volontario” il consenso al vaccino;

·                   la promozione, attraverso l’utilizzo dei media di una contrapposizione sempre più violenta tra due comparti della società: quelli che si considerano protetti dalle misure adottate e quelli che se ne sentono danneggiati o emarginati. Una contrapposizione che nemmeno l’atteggiamento verso le migrazioni – fino a ieri elemento di maggiore contrapposizione politico-culturale ed etica in Europa e negli Usa – aveva mai raggiunto;

·                   la repressione. C’è un filo diretto tra la svariate forme di repressione dei decenni passati – dall’uso delle forze dell’ordine e dell’ordine giudiziario al carcere, dalle stragi al tentativo di attribuirle agli avversari politici (o agli “esclusi sociali”: si pensi al carcere di Modena), dall’uso strumentale e dell’infiltrazione, che è stato fatto delle reazioni a quelle politiche, da un lato, e  le attuali forme di repressione, contro i NOTav, i NOTap, gli studenti in lotta, i picchetti e i blocchi stradali degli scioperanti e persino le manifestazioni di dissenso, tutte sbrigativamente criminalizzate come NOVax. Gli attori e i metodi si assomigliano. Ma l’orizzonte è cambiato.

Gran parte della storia che abbiamo alle spalle si è svolta entro un orizzonte contrassegnato dalla cultura dello sviluppo: se alcuni, o anche molti, dovevano pagarne il prezzo, complessivamente il quadro sarebbe migliorato per gli altri e per le generazioni future.

Oggi l’orizzonte è quello di una crisi climatica e ambientale irreversibile. I più acuti (pochi) dei nostri governanti lo sanno; il Pentagono lo dice da tempo. I vertici sull’ambiente (le 26 COP svolte finora) sono state delle mere messe in scena. Il traguardo del +1,5, o anche solo del +2°C, è irraggiungibile. Se anche i paesi dell’Europa centrale e gli USA centrassero gli obiettivi climatici, del tutto insufficienti, che si sono dati, molti altri Stati non lo faranno e se non lo fanno tutti e come se non lo facesse nessuno. Per questo i nostri governanti – quelli che contano – si preoccupano così poco di rispettare gli impegni presi e mirano soprattutto a non perdere competitività – le posizioni acquisite rispetto agli altri. Allo sviluppo si è sostituita la crescita del PIL, che non è altro che accumulazione del capitale.

Proviamo ora a immaginare che cosa può succedere in un contesto di progressivo peggioramento delle condizioni ambientali: alluvioni, siccità, eventi estremi, ondate di calore, crisi idrica e alimentare, rottura delle catene di approvvigionamento, migrazioni (o tentativi di migrazione) di massa, rivolte popolari – non necessariamente egualitarie; anzi, per lo più sovraniste e razziste; o, per lo meno, confuse, come l’attuale rivota contro l’obbligo vaccinale – e certamente anche scioperi, conflitti di classe, iniziative dal basso. E, perché no? Guerre e relative mobilitazioni e nuove pandemie. Ed ecco che la strumentazione per affrontare quel contesto è già tutta pronta.

E noi? Molti di noi non sono nemmeno consapevoli di questo cambio di prospettiva: sono più indietro del papa, che lo ha capito benissimo e si sforza di ricordarlo a tutto il genere umano. Altri ce l’hanno presente, ma poi se lo dimenticano quando si tratta di scendere alle “cose concrete”: allora la crisi climatica e ambientale, anzi, “l’ambiente” diventa un tema tra i tanti, da mettere al fondo o ai margini di rivendicazioni ben più importanti: occupazione, reddito, investimenti, welfare. Senza tener conto del fatto che tutte quelle rivendicazioni, e molte altre, possono avere un senso e aspirare a un qualche successo, solo se inquadrate entro il contesto più ampio di quel radicale cambio di paradigma socioeconomico che è la conversione ecologica.

Un orizzonte di senso che impegna sia i nostri comportamenti individuali e collettivi nel campo dei consumi, della cura del territorio, dei rapporti tra lavoratori o tra chi ha un lavoro e chi no, o tra i generi e tra genitori e figli; sia le regole su cui si reggono l’attuale struttura produttiva e i rapporti di forza tra le classi che ne costituisce la base. In gioco c’è la prospettiva di una vita che può essere anche molto più desiderabile di quella attuale, ma solo se sapremo promuoverla, presentarla e farla vivere – almeno in parte – fin da ora mettendola al centro delle nostre rivendicazioni.

E’ una prospettiva che ha al centro un generale ridimensionamento di tutto ciò che ha caratterizzato l’evoluzione degli ultimi secoli: meno estrazione di risorse, meno generazione di scarti e rifiuti, meno produzione, meno consumi superflui, meno finanza, meno spostamenti, meno automobili, meno espansione urbana a favore di una gestione locale e comunitaria dei territori, e più attenzione per le vicende personali di ciascuno.

Rispetto all’oggi, il primo compito che forse dobbiamo porci è quello di raffreddare la contrapposizione artificiale tra pro e no-vax (o pro e no-green pass), e tutte quelle, ancora più acute, che ne potranno seguire, promuovendo un reciproco ascolto e cercando di riportare l’attenzione su quelli che sono i rapporti tra le classi e il conflitto tra i rispettivi interessi.

La comunità, base della conversione ecologica

L’ECOLOGIA INTEGRALE

Salvare la vita del nostro pianeta e migliorare la condizione umana vuol dire prendersi cura della Terra. Questa prospettiva oggi ha un nome (anche se può averne molti altri): papa Francesco la chiama ecologia integrale. E’ l’unione indissolubile tra la giustizia sociale, che persegue un riequilibrio tra le condizioni di vita di tutti gli esseri umani, e la giustizia ambientale, il rispetto degli equilibri ecologici che consentono alla vita di tutto il pianeta di riprodursi e da cui, tra l’altro, dipendono anche le condizioni che rendono possibile la sopravvivenza della specie umana. Il programma per perseguire giorno per giorno le finalità generali dell’ecologia integrale si chiama conversione ecologica.

COSTITUIRSI IN COMUITA’

Per realizzarla occorre che ciascuno si prenda cura del territorio in cui vive, dell’impresa in cui lavora, dell’ambiente in cui opera: non da solo – ovviamente – ma condividendo progetti, lotte e sforzi con chi gli sta accanto, sia fisicamente, sia perché partecipa di una stessa rete di relazioni. Questo può comportare l’appartenenza contemporanea di ciascuno di noi a molte “comunità” – aggregazioni di interessi e progetti – diverse; il che evita che si formino comunità chiuse ripiegate su se stesse. Ma quelle comunità occorre in gran parte costituirle partendo da zero, o poco più; e contribuire a radicarle – a radicarci – in ogni territorio. L’obiettivo è un processo generale di “deglobalizzazione”, opposto a quello che ha consegnato le chiavi della vita di miliardi di uomini a un pugno (l’1 per cento? Molti meno!) di persone che controllano la finanza mondiale; senza rinunciare però ai vantaggi che la globalizzazione ha reso possibili: innanzitutto la circolazione dell’informazione, della cultura, della ricerca scientifica. Poi, in forme meno drammatiche di quelle che caratterizzano le odierne migrazioni, e meno superficiali di quelle promosse dal turismo, una più libera circolazione delle persone ovunque vogliano andare. Ma anche una circolazione più sobria di quei materiali e di quelle merci che non si possono produrre a livello locale e che sono essenziali a una vita decente che non rinunci a utilizzare i progressi della tecnica. Questo programma chiede di rendere ciascun territorio – i cui confini variano e possono essere molto diversi da un caso all’altro – più autonomo possibile – sia in campo energetico che alimentare e produttivo – da forniture esterne: quelle che le crisi future possono rendere sempre più incerte.

VALORIZZARE LE RISORSE LOCALI

La promozione di comunità territoriali il più possibile economicamente autonome, anche se collegate in rete con molte altre, è l’unico modo per lavorare seriamente all’adattamento alle condizioni difficili del nostro domani. Per questo occorre valorizzare tutte le risorse locali – comprese quelle professionali, ma anche intellettuali e spirituali, spesso nascoste, perché mai messe all’opera – di coloro che abitano in ogni territorio. Radicarsi non significa isolarsi, perché le informazioni, le idee e la cultura potranno e dovranno continuare a viaggiare lungo la rete e molte cose non potranno essere realizzate in loco, nemmeno quando si renderà necessario recuperare a fondo quei materiali e quei prodotti dismessi che oggi trattiamo come scarti e con cui soffochiamo terra, mare e cielo. Ma la globalizzazione, quella che ha portato tante produzioni e molto lavoro in altri paesi, alla ricerca di salari più bassi, di diritti umani ancora più ridotti dei nostri e di difese ambientali inesistenti, quella deve fin d’ora invertire direzione.

CHI PUO’ REALIZZARE LA CONVERSIONE ECOLOGICA?

Se ci sforziamo di guardare al futuro con realismo dobbiamo ammettere che ci sono settori e produzioni destinate a scomparire o a ridimensionarsi drasticamente; e produzioni e attività che hanno invece bisogno di essere potenziate, o addirittura create o reinventate, perché saranno indispensabili a una vita decente in condizioni di maggiori difficoltà ambientali. Di questi settori, di queste produzioni e di queste attività non esiste un elenco: i nostri governanti, che pure si dichiarano impegnati nella “transizione ecologica” (hanno persino istituito un ministero con questo nome per fingere di realizzarla), non hanno mai provveduto a redigerlo; e non hanno la cultura per farlo: temono l’inimicizia  dei potenti che li hanno sostenuti finora, e che sarebbero danneggiati dalla chiusura di determinati settori; ma temono anche l’impopolarità che ne scaturirebbe se dovessero confessare che tutto quello che hanno fatto finora è sbagliato e che da oggi bisogna imboccare un’altra strada.

Ma i lavoratori e le lavoratrici, i disoccupati e la gente comune non hanno questo timore; hanno ben poche responsabilità per ciò che è stato fatto e imposto loro finora e hanno tutto l’interesse ad affrontare nel migliore dei modi il proprio futuro, quello dei propri figli e delle generazioni future. Ma chi potrà realizzare questa svolta?

Certo non gli attuali governi e il ceto politico che li esprime. Sono stati informati per tempo (da almeno cinquant’anni) dei rischi che corre il pianeta Terra e, insieme ad esso, la sopravvivenza stessa della specie umana; hanno preferito mettere al centro dell’attenzione le prospettive immediate dei governi e dei partiti di cui fanno parte, autoconvincendosi che in qualche modo le cose non sarebbero poi così gravi come gli scienziati del clima non si stancavano di spiegare. Continueranno su questa strada, magari fingendo di imboccarne di nuove mano a mano che i pericoli si faranno più visibili e più prossimi, ma senza una visione di un futuro possibile che faccia loro da bussola.

Niente ci possiamo aspettare neanche da manager e imprenditori, in gran parte succubi del mondo della finanza, cioè di pochissimi centri di potere mondiale i cui membri ritengono di potersi comunque sottrarre, con il loro potere e con il loro denaro, al disastro che incombe sul resto dell’umanità. Ma che sono anche convinti – e lo dichiarano apertamente – di avere i mezzi per attivare delle soluzioni di contrasto ai cambiamenti climatici fondati sulla cosiddetta geoingegneria: trasformazioni fisiche e chimiche di tutto il pianeta, atmosfera, oceani, ghiacciai, sottosuolo, che dovrebbero rallentarne il riscaldamento senza interrompere lo sfruttamento dei combustibili fossili. Si tratta di soluzioni che mettono a rischio tutta umanità, perché potrebbero trascinare l’intero pianeta verso un’alterazione definitiva degli equilibri delicati che hanno permesso alla vita e all’evoluzione di svilupparsi nel corso di centinaia di milioni di anni.

Le istituzioni internazionali sono quelle che si sono finora dimostrate più attente ai rischi di ordine generale; ma quando dagli allarmi si passa alle pratiche ordinarie delle varie agenzie, come quelle che fanno capo alla Banca Mondiale, o all’Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO), o all’Unep (Agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dell’ambiente) o all’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), gli interessi immediati del Big business finiscono inevitabilmente per prevalere; anche perché spesso il finanziamento dei progetti promossi da quelle agenzie dipende dalle grandi corporation o dalle fondazioni “filantropiche” (“benefiche”) degli uomini più ricchi del mondo. In questo quadro pensare che una singola impresa, grande o piccola e il suo management siano in grado di imboccare una strada diversa è impensabile.

UNICI ATTORI, LE COMUNITA’

Il fatto è che gli attori su cui ricade la responsabilità di invertire rotta e imboccare con decisione la strada della conversione ecologica devono ancora costituirsi: sono le comunità territoriali, i cui membri più attivi, confrontandosi e valutando assieme le potenzialità offerte dalle risorse del territorio e dalle competenze umane presenti, o mobilitabili attraverso le reti in cui ciascuno è inserito, devono adoperarsi per mettere a punto dei progetti di riconversione. Per questo è necessario costruire degli ambiti in cui valorizzare, insieme alle competenze e all’esperienza delle maestranze, il vissuto di chi ha subito le conseguenze di produzioni mortifere o nocive e i saperi di chi, per studi o per collocazione professionale, è in condizioni di contribuire alla messa a punto di un disegno generale di riconversione di determinati impianti o di un determinato territorio. Agricoltura e industria alimentare di prossimità, generazione energetica da fonti rinnovabili – e, quindi, produzione, installazione e manutenzione di impianti eolici, fotovoltaici e simili – mobilità condivisa – e, quindi, treni, bus, van e veicoli da condividere: la cosiddetta mobilità flessibile – edilizia ecologica e relativa impiantistica, manutenzione e riparazione in tutti i campi – che richiedono un grande impiego di manodopera competente e coinvolta – sono sicuramente i settori che fin da oggi meritano una attenzione particolare a livello locale.

La responsabilità di promuovere nuovi e diversi indirizzi per le attività produttive non può ricadere solo sulle spalle delle maestranze di ogni singola fabbrica, impianto o impresa, secondo gli schemi tradizionali dell’autogestione o del “controllo operaio”. E’ un compito troppo gravoso, che finirebbe comunque per mettere in concorrenza le maestranze di ogni azienda con quelle di tutte le altre impegnate nelle stesse produzioni o nelle stesse attività. Coinvolgere il territorio vuol dire attivare non solo i lavoratori azienda per azienda, ma tutte le strutture organizzate di una comunità: associazioni professionali, civiche e ambientaliste, sindacati, parrocchie, diocesi, governi locali, scuole e Università; ma soprattutto le reti professionali che vanno al di là dei confini di un territorio e che possono garantire che questo processo non si svolga nell’isolamento e non dia luogo a forme pericolose di competizione: quello che deve interessarci non è la competizione ma l’emulazione, lo sforzo per far meglio e aprire anche agli altri una strada che conviene a tutti; cooperando. In prospettiva, si tratta di riprendere il progetto delle “coalizioni sociali” che la Fiom aveva lanciato – senza poi darvi seguito – qualche anno fa e che oggi, in molti discorsi, ricompare con il nome di sindacato di comunità. Un’aggregazione del genere, mentre costruisce un fronte comune di lotta per imporre un’alternativa al degrado ambientale, sociale e occupazionale del territorio, prefigura in qualche modo le modalità e le strutture di gestione di una società diversa, federalista e democratica. Una democrazia in cui la partecipazione popolare non si ferma alle porte delle fabbriche e degli uffici o nelle sale d’aspetto degli enti pubblici, ma ne prende in mano le sorti: unica vera alternativa allo strapotere padronale nell’impresa capitalistica e a quello burocratico nell’impresa statale “socialista”.

La conversione ecologica alla prova dei fatti

Il fallimento delle misure di contenimento del covid, tutte fondate sulle presunte virtù taumaturgiche di un vaccino, senza un vero potenziamento di ospedali, medicina territoriale, staff medico, formazione, aggiornamento, piani di prevenzione, distanziamento – cioè, più aule, insegnanti, trasporti, revisione degli orari urbani e quant’altro, tutte cose necessarie anche in vista dell’avanzare della crisi climatica – mette in luce la totale assenza della conversione ecologica dall’orizzonte delle politiche in tutti i paesi del mondo. Un orizzonte ineludibile per qualsiasi misura venga presa, ma che esige innanzitutto una riduzione drastica dei consumi superflui. Ma è ora di cominciare a passare dalle enunciazioni di principio e dalle sperimentazioni di nicchia alle strutture che stanno al centro dell’organizzazione sociale e produttiva. Non ha senso calcolare il fabbisogno di energia, di mobilità, di ricettività, o di acciaio, cemento e tante altre materie prime – e meno che mai di petrolio, gas e carbone; o di acqua – in base alla proiezione dei consumi passati: così si va alla catastrofe: che ne imporrà una ben più drastica riduzione: e non per scelte fatte in modo programmato, ma per improvvisi crolli delle catene di fornitura, degli sbocchi di mercato, dell’agibilità di molti territori: per eventi metereologici estremi o per predazione ambientale o per la moltiplicazione di guerre e conflitti. Che ce ne faremo degli impianti a gas in costruzione o in progetto, se il gas cesserà di arrivare, o il suo prezzo o le sue emissioni saranno insostenibili? Ma, per fare un altro esempio significativo, che ce ne faremo delle automobili, se le loro fabbriche sottraggono materiali rari alla conversione energetica e i loro consumi sottraggono energia a produzioni indispensabili e agli usi quotidiani? E se, senza più un’auto a testa, gli investimenti evitati sul trasporto condiviso ci impediranno di muoverci e viaggiare?
Quello dell’auto sarà tra i primi settori a venir sottoposto alla prova dei fatti: come per il covid, si pensava che bastasse aspettare che passasse “la nottata” e poi il mercato avrebbe ripreso a “correre”. Ma non è così. L’auto come consumo di massa è in crisi: il costo di acquisto e mantenimento sta diventando inarrivabile per molti. Altri aspettano che arrivi l’auto elettrica. Ma congestione e inquinamento urbani sono ormai insostenibili e l’auto elettrica – se mai arriverà – non li elimina. Le materie rare per la produzione di massa di veicoli elettrici saranno per noi introvabili. Certo, la Cina ha già un grande parco elettrico, ma quella flotta viaggia ancora a carbone… In Italia – anello debole della filiera, stremato dalla sequenza Fiat-FCA-Stellantis – le fabbriche dell’automotive sembrano destinate a cadere una dopo l’altra come birilli. Resiste – anzi, si rafforza, con il varo del progetto Silk-Faw – solo il settore del lusso: prova evidente che il mondo di domani, anche se ridipinto con la transizione energetica, è riservato ai ricchi (e gli altri, a piedi!) e che quella transizione è fatta per loro e per i pochi lavoratori al servizio dei loro capricci (e gli altri, a casa! O sulla strada). Invocare incentivi per la conversione all’auto elettrica, come fanno i sindacati, è un regalo ai marchi, tutti esteri, in grado di avvantaggiarsene e a coloro che se la potranno permettere: come con il 110 per cento, riservato a chi ha una villetta o una seconda casa, escludendo chi vive in condomini dove mettere d’accordo tutti senza un intervento delle autorità locali è impossibile.
Che fare allora? Nell’assemblea della Gkn dedicata alla riconversione dell’impianto i rappresentanti dei lavoratori hanno sottolineato la necessità di puntare su un diverso modello di mobilità, pur consapevoli del fatto che la produzione di semiassi – la loro – non è che un frammento di una delle filiere più complesse e disperse del mondo. Ma la mobilità sostenibile non è fatta solo di impianti, forniture e mercati già pronti. Gli sbocchi dei veicoli adatti a una mobilità condivisa sono molto più ridotti – anche se essa richiede molto più personale per farla funzionare – ma rendono necessarie alleanze, accordi o addirittura associazioni di imprese con gli enti responsabili del trasporto urbano e periurbano di persone e merci. Obiettivo che si può prospettare solo allargando e moltiplicando quella convergenza tra lavoratori in lotta e cittadinanze, associazioni e amministrazioni locali su cui il collettivo della Gkn ha dimostrato di saper ben lavorare. E su cui le maestranze dell’impianto Enel di Torre Valdaliga – ma, certo, in un contesto meno complesso, e con un lavoro che risale più indietro nel tempo – sembrano aver conseguito un primo importante risultato. Ma la strada è ancora lunga e, senza lotte, iniziative e progetti “dal basso”, l’attesa di un piano nazionale di riconversione che venga dal Governo è pura illusione.

Covid, una prova generale sprecata

E’ ormai un’armata Brancaleone quella che dovrebbe traghettarci nella transizione ecologica. Il Governo Draghi? Forse è il peggiore di tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro perché di fronte alle aspettative che ne hanno promosso e accompagnato il varo, il tonfo è ancora più evidente.

Come se a due anni dallo scoppio della pandemia che Draghi era stato chiamato a combattere – e ad attenuarne le conseguenze – non si fosse ancora capito che essa è destinata a durare a lungo, forse per sempre, anche se con alti e bassi dovuti al continuo ripresentarsi di nuove varianti (anche per il nulla di fatto per arginarla a livello mondiale) o alla sempre più probabile comparsa di altri virus.

La pandemia avrebbe potuto e dovuto insegnare che per convivere con essa non servono né misure estemporanee, né l’attesa messianica di sconfiggerla con dei vaccini, peraltro improvvisati – e per questo rischiosi – e dimostratisi tutt’altro che efficaci, a meno della loro non prevista e non programmata ripetizione a scadenze sempre più strette. Il fatto è che per conviverci bisognava e bisogna imparare e abituarsi il più in fretta possibile a uno stile di vita diverso, a produrre beni e servizi differenti, a riorientare tutte le nostre istituzioni.

Innanzitutto, a mettere al centro le future generazioni. Se sono loro (la NextGenerationEU, che finora ha fatto da alibi a uno sperpero irresponsabile dei fondi del PNRR) i destinatari di quei denari, l’obiettivo doveva essere non farle vivere in stand by a tempo indeterminato. Al primo posto si doveva mettere la scuola e l’istruzione: requisire spazi pubblici e privati per avere più aule a disposizione (in attesa di costruirne di nuove); distribuire borse di studio e strumenti didattici, anche informatici; assumere insegnanti (che ci sono) e garantir loro un trattamento dignitoso; utilizzare i bus turistici – in gran parte inutilizzati – per portare a scuola in sicurezza gli studenti (e non solo), precostituendo gestione e struttura di un servizio pubblico di trasporto locale che funzioni anche quando sarà diventato difficile o impossibile continuare ad usare l’auto (sia convenzionale che elettrica) come si fa oggi.

E poi, moltiplicazione dei presidi sanitari territoriali, interventi tempestivi sui contagiati prima che un ritardo li trascini in ospedale; assunzione dei (pochi) medici e infermieri ancora disponibili, allargando immediatamente le maglie della loro formazione. E poi, ancora, investimenti massicci e rapidi solo su fonti rinnovabili e sulla necessaria infrastruttura, ma anche contenimento dei consumi energetici superflui: era ovvio che il mercato dei fossili si sarebbe rivelato sempre più turbolento (come peraltro quello delle materie prime, o dei microchip e chissà di che altro…).

Ma si doveva anche prevedere che ci sarebbero stati meno viaggi aerei, meno turismo internazionale, meno fiere, mostre ed eventi in presenza, con la necessità urgente di offrire, a chi era impegnato nelle tante attività connesse, delle alternative di impiego, di riqualificazione, di conversione produttiva. E questo, in molti altri settori, per prevenire le crisi aziendali con progetti di riconversione, senza “inventarli” all’ultimo minuto.

Per non parlare delle armi… Il covid ha offerto l’occasione di una prova generale di un’effettiva conversione verso un assetto sociale e produttivo che un futuro non lontano renderà ineludibile; perché molte delle attività che si cerca in tutti i modi di tener in piedi per sostenere il PIL (stella polare di tutti i provvedimenti di questo governo, ma anche di quelli di gran parte del resto del mondo) non sono in grado di reggere l’impatto della crisi climatica a cui andiamo incontro.

Questa opportunità non è stata né percepita né colta come tale dalle forze politiche in campo (ecologisti e verdi compresi) e meno che mai da Draghi che, proprio perché osannato (finora) sia in patria che a livello internazionale, rappresenta visivamente tutti i limiti e i difetti dell’establishment globale.

E’ cinquant’anni che si parla di una crisi climatica sempre più vicina e sempre più grave quanto più si persevera nell’ignorarla: a parole o di fatto. Ma il ceto politico e imprenditoriale che governa il mondo non si è mai veramente interrogato sugli scenari futuri che quella crisi avrebbe portato con sé, confidando, al più, nella geoingegneria per combatterla, come oggi confida nei vaccini per “disfarsi” dell’”inconveniente” covid, senza mai vedervi una prima, anche se parziale, manifestazione del disastro incombente. Continua ad agire – o a far finta di agire – come se tutto potesse continuare (anzi, riprendere) come prima. Mentre il covid continua a infierire senza che nemmeno i medici-scienziati, quelli che lo commentano giorno per giorno in Tv e sui giornali, sentano il bisogno di andare al di là delle speranze, sempre più flebili e problematiche, riposte in un vaccino a cui viene affidato il compito di farci riprendere il trantran di sempre.

Note per un cambio di rotta

La critica sociale, cioè la critica del “sociale”, della struttura dei rapporti tra individui, gruppi, classi e nazioni, si è andata in larga parte sviluppando nel corso del tempo – a partire, forse, dall’avvento della “modernità”, ma soprattutto a partire dal ’68, che ha fatto dei rapporti sociali l’orizzonte e il pilastro teorici e pratici della sua “identità” – come ambito di analisi separato da quello della “Natura”, cioè di tutto ciò – totalità del vivente compresa – che non era o non sembrava riconducibile a un rapporto tra gli esseri umani. La Natura si presentava all’analisi politica, se non veniva del tutto ignorata, come “ambiente”, contesto fisico, chimico o biologico di ciò che era stato assoggettato o “soggiogato” dallo “sviluppo delle forze produttive”; messo in moto, questo, soprattutto dal capitalismo, frutto avvelenato della “modernità”.

Quando la “Natura”, in parte per il suo crescente degrado, in parte per una autonoma evoluzione di quel che restava della cultura del ’68, e grazie al lavoro degli ecologisti, ha cominciato a imporsi all’ordine del giorno della politica, la separazione tra società e natura non è però venuta meno. Si è verificata una giustapposizione dei due ambiti più che la loro fusione; ciò che avrebbe imposto anche una completa rigenerazione degli approcci adottati verso entrambi. Così l’ambiente è diventato, spesso accanto alla “questione femminile”, a quella dei “giovani” e a quella della pace, una delle pagine più o meno estese dei programmi di tutti i partiti, collocate per lo più in coda o ai margini delle questioni politiche, economiche e sociali: quelle che veramente contano. E anche nell’arcipelago ambientalista quella separazione-giustapposizione ha continuato a ripresentarsi. Di qui l’incapacità di liberarsi veramente dalla contrapposizione tra lavoro e ambiente, salute e produzione, sviluppo e degrado: una contrapposizione su cui le forze messe in campo dal capitalismo continuano a prosperare. Che poi si ripresenta anche nei contrasti tra chi vede nell’“ecologia senza lotta di classe” un mero “giardinaggio” e chi si barrica dietro la necessità che la lotta per la salvaguardia dell’ambiente affronti anche la “grande questione” della diseguaglianza. La quale viene per lo più affrontata come una questione di redistribuzione della ricchezza prodotta e/o dell’accesso alle risorse naturali del territorio. Quasi mai come una questione di potere, che mette in discussione il dominio di una classe sull’altra, ma anche quello degli uomini sulle donne (il patriarcato in tutte le sue sfaccettature, come ha fatto e fa l’ecofemminismo, scarsamente recepito, però, nei capitoli sull’ambiente e “sulle donne” dei programmi politici); e soprattutto quello degli esseri umani (“antropocene”) o del capitalismo (“capitalocene”) sul resto della natura. Un potere, questo, che è “dinamico” e mobile quanto gli altri due. Anche in questo caso affrontarlo non consente più di continuare a trattare l’ambiente come un corpo inerte, a disposizione di chi intende e ha i mezzi per servirsene. Invece, come le classi “subalterne” e come “l’altra metà del cielo”, anche “la Natura” non è che il prodotto di un conflitto in cui entrambe le controparti, e non solo “l’uomo”, o “il capitale”, hanno un ruolo attivo – soprattutto la capacità di rigenerarsi – anche quando appaiono, o sono, soccombenti.

Dopo Alex Langer, che aveva introdotto nel lessico politico, ma anche e soprattutto nei nostri ripensamenti, il concetto di conversione ecologica, è stato il grande affresco dell’enciclica Laudato sì a rovesciare radicalmente i termini della questione: giustizia sociale e giustizia ambientale sono inscindibilmente legate; ma non solo nel progetto di una redistribuzione delle risorse esistenti che riduca le diseguaglianze e la predazione ambientale e che faccia delle vittime dell’ingiustizia sociale e ambientale i destinatari (passivi) di un percorso di risanamento; bensì in modalità che ne esaltino il ruolo attivo. Sono i “poveri della Terra” a subire maggiormente le conseguenze del degrado ambientale e da loro, e solo da loro, può svilupparsi il riscatto per riportare ordine nel nostro universo. E in questa lotta possono e devono trovare un alleato nella natura – in ciò che altrove si chiama “Pacha Mama” – di cui anch’essi sono parte. Non c’è possibilità di riscatto sociale, di riconquista della dignità e dei diritti che spettano agli esseri umani senza restituire anche alla natura i suoi diritti. Che sono quelli di potersi rigenerare nel rispetto dei propri cicli, senza che l’intervento umano abbia a interromperli.

La cosa oggi è quasi ovvia, perché è già sotto i nostri occhi il disastro che il disprezzo di quei cicli ha indotto nel mondo, ma anche il fatto che a risentire maggiormente del degrado ambientale, dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento sono i poveri: quelli costretti a migrare come quelli condannati a un lento e continuo avvelenamento. Ma trovare, luogo per luogo e giorno per giorno, i termini per promuovere e rendere produttiva quella alleanza è un’altra cosa: è ciò su cui dovrebbero cimentarsi i programmi e i progetti di qualsiasi forza impegnata nello sforzo di “abolire lo stato di cose presente”; o anche solo di cercare di fermare la corsa alla catastrofe. Papa Francesco ne ha visto una manifestazione nei movimenti popolari che ha convocato, per ben tre volte nel corso del suo pontificato, per discutere con loro delle loro prospettive. Ma basta uno sguardo all’elenco delle forze presenti a quegli incontri, pur decisive per il loro ruolo esemplare, per accorgersi di quanta parte dell’umanità – intesa come gli esclusi dal banchetto della “crescita”, la vera religione del nostro tempo – e quanta parte del degrado ambientale che tocca in diversa misura la vita quotidiana di tutti manchino ancora all’appello per completare uno schieramento adeguato alla prospettiva di quel riscatto.

Perciò, senza mai perdere di vista l’orizzonte della giustizia sociale e ambientale, forse è inutile vagheggiare di programmi generali per rimettere “in sesto” società e ambiente senza tener conto, cercare di interpretare e consentire che prendano forma, le istanze degli attori che ancora si devono fare protagonisti di quel processo; a meno di contare su una resipiscenza (conversione?), senza basi sociali, di quel ceto politico e imprenditoriale globale che ha lavorato e continua a lavorare, anche sotto le mentite spoglie di una “transizione ecologica”, a spingere in avanti la corsa verso il baratro.

Forse è anche sbagliato disquisire troppo sul traguardo da raggiungere. Per esempio, si sta discutendo dell’accettabilità del termine “ecosocialismo” per definire quella che dovrebbe essere la “nostra” politica: non è forse “divisivo”? A molti – si dice – il termine socialismo non va giù; perché ricorda troppo il comunismo: quello visto all’opera; o perché sembra escludere l’iniziativa (privata? O forse anche quella di comunità?). Ma in genere, in dibattiti del genere, si discute in realtà di un assetto futuro e stabile dei rapporti sociali, finalmente ricondotti entro un orizzonte di rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani e di salvaguardia dell’ambiente.

Ma la conversione ecologica non è un assetto stabile, né un traguardo, bensì un processo, un work in progress; inevitabilmente conflittuale. Dove il termine ecologico indica un rapporto positivo tra gli esseri umani, il resto del vivente e il supporto terrestre di entrambi (Gaia), e non una semplice negazione, come quella contenuta in termini come “anticapitalista”, a cui molti non sembrano saper rinunciare – e altri se ne riempiono orgogliosamente la bocca – senza però riuscire a definirlo o fare un passo avanti nella individuazione dei modi per cercare di modificare i rapporti di forza vigenti: quelli tra le classi, tra le nazioni e tra i generi, ma soprattutto quelli tra le forme di volta in volta assunte dallo sviluppo del capitalismo – in cui bene o male siamo tutti implicati – e il  riscatto di tutte le energie vitali che ne sono oppresse.

Quello che ci deve vedere impegnati è la costruzione – un lavoro senza fine – di comunità di uomini, donne, piante, animali e suolo che sia possibile replicare ovunque, facendo tesoro delle esperienze già fatte e adattandole a contesti diversi e in continuo mutamento. Stanno lì le forze che possono proporsi di sovvertire lo stato di cose presente, anche, ma non solo, imponendo anche a chi governa, o a chi eventualmente lo sostituirà, un autentico cambio di rotta.

A che punto è la notte?

A che punto è la notte? Due notizie, comparse su pagine diverse dei giornali dell’11.12, ma tra loro connesse, ce lo fanno capire. Una serie di uragani ha investito il Kentucky e quattro Stati adiacenti, con venti a 350 km l’ora, polverizzando una fabbrica con dentro i suoi operai e devastando diverse città, mentre a pochi Stati di distanza (Nord e Sud Dakota) la siccità costringeva gli allevatori, principale “industria” dell’area, a svendere il bestiame per mancanza di acqua e scarsità di foraggio. Lo stesso giorno, in Italia, Confindustria, sindacati e associazioni varie di categoria si opponevano a fissare al 2035 (data indicata dalla COP26 di Glasgow, ma non sottoscritta dall’Italia) la cessazione di produzione e vendita – non certo della circolazione – delle auto a combustione. “Troppo presto!”, gridano: se proprio si deve fare, ci occorre “molto più tempo”. Ma che cosa lega queste due notizie?
Il disastro del Kentucky illustra “dal vero” le condizioni in cui si troveranno a vivere non generiche “future generazioni”, ma già la prossima (next); e non solo in Kentucky e Dakota, ma, con alterne varianti, ovunque. Il tira-e-molla tra Confindustria e Governo illustra “dal vero” l’irresponsabilità nei confronti della crisi climatica e ambientale, ormai in pieno corso, di tutto l’establishment (sindacati compresi) non solo italiano, ma del mondo intero; nell’indifferenza per l’incombente catastrofe denunciata da papa Francesco.
Indifferenza che nasce da una visione – o “non visione” – della transizione che vede il futuro scorrere nelle stesse forme del presente e del recente passato: niente dovrà cambiare veramente: l’energia, sempre più abbondante per soddisfare i “crescenti bisogni”, verrà dalle fonti rinnovabili e, siccome non bastano, dal nucleare (fissione o fusione) e dal gas, che si continuerà a usare (moltiplicando gli impianti), ma anche a cercare in nuovi giacimenti e a trasportare con nuovi gasdotti. Le emissioni? Le manderemo sottoterra con il CCS, anche se il principale impianto di CCS del mondo, della Chevron in Australia, è appena stato chiuso perché non funziona. Il territorio? Lo renderemo più bello moltiplicando autostrade e linee ad alta velocità, anche se continuerà a franare da tutte le parti. L’alimentazione? Ci penseranno gli OGM (pardon!, il Genoma Editing) e la bistecca sintetica. Ovvio che rinunciare a un’auto posteggiata 22 ore di media sotto casa o al lavoro – e che per le restanti 2 intasa la circolazione – è impensabile. Anzi, se oggi nel mondo ce ne è quasi un miliardo e mezzo, lo “sviluppo sostenibile” esige che al 2035 ce ne sia il doppio e al 2050 una ogni due abitanti della Terra. O vogliamo lasciare a piedi il “Terzo mondo”? Elettriche? Ma nel 2035 si sarà trovato sicuramente il modo per ridurne ancora le emissioni, anche se i territori da attraversare saranno ormai come nel Kentucky.
All’origine di questa “discrasia” tra ciò che vediamo già oggi, in Kentucky e un po’ ovunque, e quello che non vedono – e non vogliono vedere – i drogati della crescita e della motorizzazione di massa (elettrica o a combustione? Poco importa: congestione, particolato prodotto da freni e pneumatici, devastazione del territorio, saccheggio delle risorse e spirito proprietario li producono entrambe; a gara c’è l’equivoco dello sviluppo sostenibile: un ossimoro, perché quella presunta “sostenibilità” non contempla e non contemplava fin dall’inizio la necessità di una svolta a U rispetto a tutto quanto ha caratterizzato stili di vita e sistema produttivo nel corso degli ormai tanti anni in cui vizi ed esiti mortiferi della loro perpetuazione si sono resi chiari (anche se ben nascosti dalla pubblicità, da una cultura asservita, da una ignoranza promossa dai pochi – sempre meno – che tengono in mano le redini del mondo globalizzato).
E’ mancata e manca alla base di ogni proposito – vero o millantato – di conversione ecologica una discussione che coinvolga la generalità dei cittadini e delle cittadine – territorio per territorio, categoria per categoria, scuola per scuola, azienda per azienda, casa per casa – su quello che ci aspetta veramente se lasciamo che le cose procedano come ora, o con poche varianti, e quello che occorre veramente fare – e quello, soprattutto, che occorre non fare assolutamente più; e da subito – per evitare di trascinare l’umanità in un disastro irreversibile. Di promuoverlo, prima ancora di definire programmi e progetti – anzi contestualmente alla loro individuazione – dovrebbe occuparsi innanzitutto il Ministero della Transizione Ecologica se rispettasse il mandato contenuto nel suo stesso nome. La conversione ecologica non si può fare senza coinvolgere i suoi destinatari, che sono anche i suoi attori; e non possiamo non esserlo tutti: non oggetto passivo di questo processo, ma suoi protagonisti insostituibili. Solo così le istanze irrinunciabili di giustizia sociale che esso comporta possono emergere e affermarsi in tutta la loro valenza e potenza. Non lo fanno “loro”? Dobbiamo farlo noi.

Quali no vax?

Si moltiplicano in molti paesi le manifestazioni, anche violente, contro le misure di contenimento del covid19: mascherina, distanziamento, lockdown, obbligo vaccinale o Green pass (che di fatto è la stessa cosa). Non se ne può ignorare il significato politico (se lo hanno) o culturale e antropologico, che c’è e meno che mai trattarle con sufficienza.

Sono in tanti; poche altre manifestazioni arrivano a quei numeri. Non ci sono solo in Italia: debolezza e inconsistenza della politica, se hanno a che fare con esse, sono generalizzate. Prevalgono impronte sovraniste e anti-immigrati e rilevanti presenze di nazisti. Sono no-vax anche loro? Non è detto, ma hanno campo libero in piazze dove nessun’altra forza organizzata si impegna a promuovere un orientamento diverso. Come negli stadi. Ma molti cartelli e slogan non rivendicano solo una generica libertà (che può avere le più diverse declinazioni). Vertono sulla difesa dei diritti dei lavoratori, soprattutto quello di lavorare e di scioperare, sulla volontà di non dividersi tra vaccinati e non, sulla lotta ai poteri forti. D’altronde i portuali di Genova, in prima linea contro il traffico di armi, hanno solidarizzato con quelli di Trieste.

C’è una grande confusione in quelle posizioni, brodo di coltura ideale per fake news e complottismo paranoico. Così, in una manifestazione tedesca di “no-vax” si protestava contro l’”invasione” di immigrati contagiosi perché non vaccinati… In altre si vedono cartelli di protesta contro il Green paSS con le s delle SS, o manifestanti con le divise degli ebrei nei campi o la stella di David sul petto (per loro il Green pass è “nazismo”) accanto a cartelli che denunciano il complotto ebraico, resuscitando i Savi di Sion. Verosimilmente non sanno niente né degli uni né degli altri (e questo lo dobbiamo alla scuola e ai media). Così una parte consistente di una manifestazione romana si è fatta trascinare da una squadra di nazisti all’assalto della CGIL quasi fosse un ufficio governativo, senza verosimilmente comprendere o condividere il significato di quella devastazione.

Contribuiscono alla confusione la continua esibizione di virologi che si contraddicono tra loro e con se stessi, le oscillazioni del governo, i voltafaccia di molti partiti e altrettanti “governatori” di Regioni, il grave silenzio su dati che potrebbero attenuare molte ostentate certezze. E anche il fatto che a invocare il vaccino per tutti sia quella stessa Confindustria che per mesi ha obbligato gli operai ad andare al lavoro senza alcun presidio. L’importante – lo si è capito – è la ripresa, il PIL, la crescita, non la salute di chi lavora.

Quelle mobilitazioni riflettono un crollo verticale della fiducia nelle istituzioni, nei governi, nei partiti; la percezione di essere in mano a una generazione di politici irresponsabili, catturati dagli interessi di Big Pharma, tanto da non avere il coraggio di imporre la moratoria sui brevetti e un argine ai relativi guadagni miliardari, con connivenze nascoste dai neretti su contratti impresentabili. Ma, soprattutto, con l’imposizione di una “cura” uguale per tutti, senza attenzione alla persona (se non quando sta tirando le cuoia) e alla prevenzione, puntando sulle cause. E’ mancato, sulla pandemia, sulle misure di contrasto e soprattutto sulla riorganizzazione della sanità in funzione della prevenzione, come d’altronde manca sulla crisi climatica e sulla cosiddetta transizione ecologica, un dibattito pubblico all’altezza dei cambiamenti radicali che vengono imposti alle nostre vite, ma anche al sistema produttivo. Di qui la convinzione che per l’establishment mondiale il futuro della sanità sia un sistema ipertecnologico a cui i “poveri della Terra”, qui come nel Sud del mondo, dovranno sottomettersi senza discutere o essere esclusi; nella convinzione che qualcuno possa restare sano in un mondo malato.

Una percezione facile da strumentalizzare ha suscitato la ribellione di una platea ben più vasta dei pochi che si oppongono ai vaccini – o a questi vaccini – per fede, convinzione o affiliazione a comunità che temono l’azzeramento dei risultati ottenuti con anni di cure alternative. Ed è questa percezione che fa provare a molti partecipanti a queste manifestazioni “la gioia della ribellione”, l’orgoglio di una denuncia a cui tutte le forze politiche, istituzionali e culturali evitano di dare voce. Quell’orgoglio che si esprime nel refrain cantato nei cortei: “La gente come noi non molla mai”, che non ha niente a che fare con il truce “Boia chi molla” dei caporioni fascisti della rivolta di Reggio di 50 anni fa, né con il glorioso “Non mollare” dei fratelli Rosselli, di cui ben pochi dei manifestanti sanno qualcosa. Quelle manifestazione, proprio per la loro atroce confusione, sono la vera “rappresentanza” – o rappresentazione – di quella metà di italiani che non votano più, che a torto vengono spesso presentati come orfani di una fantomatica sinistra che non sa più mobilitarli (ma che una volta ricostituita potrà sempre recuperarli…). Ma non è così. Perché vanno invece accostati uno a uno, una a una, con un atteggiamento di ascolto umile e privo di troppe certezze.