Hanno sbagliato paese.
Da trent’anni, quasi ogni anno, 30-40mila “diplomatici ambientali” si riuniscono in qualche città del mondo per decidere come salvare il clima della Terra dall’effetto serra. Un rito inutile perché inconcludente (e lo si sa già prima), ma molto costoso, sia in termini economici che di emissioni (viaggiano tutti in aereo). Quest’anno, giunto alla sua 27° edizione, quel rito è stato aggravato dal fatto di essersi svolto in Egitto, il paese degli assassini di Giulio Regeni, dei carcerieri di Patrick Zaki e di altri 60mila prigionieri politici; ma anche un grande produttore di gas, merce oggi particolarmente ambìta da tutte le economie del mondo. Il che rendeva quel paese altamente inadatto a ospitare un convegno che si dovrebbe occupare della lotta ai combustibili fossili (è come andare a fare un pick-nick nella tana di un lupo). Tanto più che al centro dell’attenzione della sessione di quest’anno c’era il tema loss&damage, perdite e danni, che riguarda soprattutto i paesi più poveri e più danneggiati dai cambiamenti climatici, ma senza alcuna responsabilità per essi; per cui sarebbe stato giusto tenere quella riunione in un paese dell’Africa subsahariana desertificata o in un atollo del Pacifico sommerso dall’innalzamento del mare. Ad ogni buon conto, la prossima COP si terrà negli Emirati arabi: uno Stato che vive solo di gas e petrolio. Quasi uno sberleffo. Dalla padella alla brace.
Il convitato di pietra: la democrazia
Niente di strano, quindi, che in questi convegni periodici, denominati COP (Conference of Parties), di fossili non si parli quasi o li si nomini appena; tranne che negli incontri bilaterali fuori programma, dove nessuno, a partire dalla nostra premier, si è trattenuto dal nascondere la sua cupidigia nei confronti del ricco giacimento di gas Zohr che fa del dittatore dell’Egitto Al-Sisi una delle persone più corteggiate del mondo. E mentre non solo l’Italia, nella persona del suo premier, ma tutta l’Europa, passavano disinvoltamente sopra il cadavere di Giulio Regeni – “acqua passata”… – gli Usa approfittavano dell’occasione per riabilitare il principe assassino Mohammed bin Salman. Niente di cui stupirsi: la loro, e nostra, democrazia è questa; la stessa che vuole condannare a vita Julien Assange, reo di aver rivelato alcuni dei tanti delitti perpetrati dall’esercito degli Stati Uniti. Gas e petrolio passano davanti a tutto, anche là dove in linea di principio ci si dovrebbe riunire per toglierli dalla scena.
Le COP: festival dei lobbisti (del petrolio)
Ma il business non finisce lì. Al-Sisi ne ha approfittato per moltiplicare per dieci il prezzo degli alberghi dove alloggiare, a loro spese, quella folla di diplomatici; con la conseguenza che la maggior parte dei paesi più poveri ha dovuto ridurre all’osso i propri rappresentanti, mentre i lobbisti del petrolio, del gas e del carbone, lautamente stipendiati e con il rimborso spese a piè di lista, erano più numerosi dei rappresentanti dei paesi poveri. Anche per questo Greta e gli esponenti del movimento Fridays for Future si sono rifiutati di andarci; ma erano assenti anche Cina ed India, tra i maggiori “emettitori” mondiali, ma ormai convinte dell’inutilità di quegli incontri; che finiscono per lo più per metterle sotto accusa per coprire le responsabilità storiche – cioè cumulative, in termini di emissioni – dei paesi industrialmente più sviluppati, sempre pronti a dare lezioni agli altri e mai a se stessi.
Infatti, i risultati di COP27 sono stati dichiarati da tutti “deludenti”, sinonimo di fallimentari: non sono nemmeno stati confermati gli impegni volontari assunti l’anno scorso alla COP di Glasgow dai diversi paesi, se non ribadendo la volontà di mantenere la temperatura media terrestre entro +1,5°C rispetto al periodo preindustriale, ma senza spiegare come.
Pagare i danni?
Unico risultato positivo, secondo qualche commentatore, l’istituzione di un fondo Loss&damage destinato a risarcire dei danni subiti i paesi maggiormente colpiti dalla crisi climatica. Risultato puramente “simbolico”, hanno detto tutti. Intanto, perché non ne sono state fissate né la consistenza né l’eventuale ripartizione, sia della possibile origine – tra i donatori – che della relativa destinazione, i beneficiari: quali paesi? E quali entità: i Governi e le loro cleptocrazie o le comunità territoriali? Lo si farà alla prossima COP, quella degli Emirati: a bagno nel loro petrolio…
Ma tanto “simbolico”, aggiungiamo noi, da configurarsi come una vera e propria truffa. A questo livello di elaborazione quell’impegno ricorda da vicino lo slogan con cui i nemici degli immigrati ritengono di potersela cavare: “Aiutiamoli a casa loro”. Sì, ma come? E quanto “aiuto” occorre fornire, e a chi, per rendere meno impellente il bisogno di abbandonare un paese? E visti i precedenti, non sarebbe meglio smettere di saccheggiare quei paesi prima di pensare ad “aiutarli”?
E venendo a noi, a quanto ammontano i danni della crisi climatica? C’è qualcuno che li sa calcolare? Non i danni di un singolo evento estremo: un’alluvione, un tornado, un periodo di siccità, la scomparsa di un fiume non più alimentato da un ghiacciaio, la perdita di un raccolto, ecc. Questi danni li si calcola; male ma lo si fa. Ma le perdite e i danni della crisi climatica vanno, sia per il singolo paese che per il mondo intero, molto al di là di quelli riconducibili a un singolo evento o alla somma di tanti singoli eventi. E nessuno li vorrà mai ripagare; né d’altronde sarebbe in grado di farlo. E chi, anche pagando, potrà mai fare arretrare il livello del mare, ricostituire un ghiacciaio, far piovere sulle aree desertificate, restituire la vita alle specie estinte?
Un piano planetario per un danno planetario
Ovvio che il peso maggiore di questo disastro ricade sui paesi più poveri e più esposti alle conseguenze della crisi climatica. Ma ormai essa riguarda tutto il mondo e tutti i paesi, ancorché in misura diversa; e si può affrontare solo con un piano che riguardi contestualmente tutto il mondo. Ovvio che un piano del genere non sarebbe facile da far passare; di lì, dalle COP, di buono non passa niente. Ma intanto nessun Governo si è mai fatto carico anche solo di concepirlo e di proporlo, con la radicalità che impone per essere all’altezza della crisi ormai in pieno corso. Ci vorrebbero le misure estreme di una vera conversione ecologica: blocco di tutti i combustibili fossili, lasciandoli sottoterra: cominciando oggi, non domani; concentrazione di tutti gli investimenti sulle rinnovabili; non sul gas, sui tubi, sulle trivelle, sulle navi-bomba; trasporto solo più pubblico: e intanto, blocco degli aerei privati, dei panfili e delle crociere, dei Suv e delle auto di lusso; blocco degli allevamenti intensivi (e conseguente cambio di dieta per tutti coloro che non possono fare a meno di una bistecca al giorno); restituzione del suolo a un’agricoltura biologica di prossimità; riforestazione del pianeta piantando 1000 miliardi di alberi per riassorbire almeno in parte i gas di serra emessi negli ultimi due secoli: vuol dire 120 alberi, 4 all’anno, per ognuno degli attuali abitanti della Terra, per trent’anni. Si può fare: lo spazio per farlo, è stato calcolato, c’è.
Solo presentando un piano di questo genere avrebbe senso convocare un’altra COP. Altrimenti meglio chiudere con questa farsa e lasciare alle iniziative di base e alla loro replicabilità il compito di sviluppare soprattutto le attività di adattamento a un clima destinato a peggiorare in modo drammatico e che proprio per questo richiederà l’impegno diretto di tutti. Un impegno che gli attuali Governi non saprebbero mai nemmeno concepire.
Il lavoro in una prospettiva di decrescita
La cura come paradigma della transizione
In una precedente discussione su lavoro e decrescita all’incontro Venezia 2022 ho insistito sull’importanza di mantenere ferma la distinzione tra lavoro, da un lato, e lavoratori e lavoratrici, dall’altro. Nel linguaggio sindacale e politico spesso si usa il termine lavoro per indicare il popolo di coloro che lavorano, assegnando al primo i meriti e la dignità che spettano solo ai lavoratori e alle lavoratrici, termini a cui si ricorre soprattutto, o quasi esclusivamente, in occasione di conflitti sociali o quando comunque emergono contraddizioni tra chi lavora e i “datori” – ma meglio sarebbe chiamarli prenditori, o succhiatori – del lavoro altrui.
Il lavoro, a partire dal suo etimo in molte lingue, è sempre stato associato alla fatica e alla sofferenza, che non sono venute meno con l’avvento del capitalismo, che ne ha fatto però l’oggetto di uno scambio, in modo che sia il lavoratore stesso ad auto-infliggersele.
In regime capitalistico il lavoro non è che un “fattore della produzione”, una “risorsa” del processo di accumulazione, come lo sono, per l’economia classica, la terra e il capitale (la finanza), a cui in tempi recenti è stata aggiunta l’informazione.
La sua caratteristica principale è la subordinazione a una struttura gerarchica, anche quando è mediata dal mercato nel cosiddetto lavoro autonomo; e anche quando si svolge all’interno di un organigramma cosiddetto “piatto”, dove chi comanda non manca mai, anche se non si fa vedere.
Ma i lavoratori e le lavoratrici non sono “risorse”, anche se è diventata consuetudine chiamarle così, ma persone: sono esseri umani inseriti in una rete di relazioni. Non solo: spesso è proprio il lavoro a ridurre ed ostacolare molte delle relazioni di cui si compone la personalità dei lavoratori e delle lavoratrici.
Visto sotto questa luce, il contrario del lavoro è la cura: il primo si svolge solo nel quadro di una struttura gerarchica di comando, diretto o indiretto, mentre la cura può svilupparsi solo in un contesto di reciprocità. Il lavoro è finalizzato all’accumulazione del capitale e svolto per una remunerazione, nel contesto di uno scambio di mercato. Anche l’utilità dei beni o dei servizi prodotti è subordinata alle leggi di mercato: in regime capitalistico si produce solo ciò che genera profitto.
La cura, invece, è contrassegnata dalla gratuità; anche quando è la componente aggiuntiva o prevalente di un rapporto di lavoro remunerato, come accade in (quasi) tutti i cosiddetti “lavori di cura”: dal medico al netturbino, dall’insegnante al giardiniere, dal contadino all’assistente sociale o familiare. La cura riguarda sia le persone, a partire da se stessi, sia le cose, l’ambiente, gli altri esseri viventi, al pianeta; per estendersi anche a ciò che resta al del passato e al futuro che possiamo influenzare.
Il lavoro, quando non è in tutto o in larga parte anche cura, genera frustrazione e impoverisce la persona di chi lo fa controvoglia. La cura invece arricchisce sia chi la riceve – esseri umani, esseri viventi o “cose” – sia chi la presta; ed è per lo più fonte di soddisfazione personale. Un “lavoro di cura” si può effettuare malvolentieri, ma non è cura. La cura vera è sempre il risultato di una scelta volontaria.
Assistiamo da tempo, però, a una tendenza ad assimilare la cura al lavoro (e non viceversa). Innanzitutto, con l’espressione “lavoro riproduttivo”, contrapposta al “lavoro produttivo”: quello che produce reddito, merci, valore, denaro, profitto.
Inizialmente quella espressione era riferita solo alla generazione di nuovi esseri umani, alla loro cura e al cosiddetto lavoro domestico, quelle a cui era tradizionalmente relegata, e lo è tuttora, la maggior parte delle donne. Ma di recente il termine è stato esteso a ogni attività finalizzata alla rigenerazione di una comunità, di un territorio, di una tradizione, di una cultura, del pianeta.
L’intento è quello di attribuire alle attività di cura, a partire da quelle più elementari, la stessa “dignità”, gli stessi “meriti” attribuiti tradizionalmente al lavoro “produttivo” del breadwinner: di qui la rivendicazione di un “salario al lavoro domestico”, che in realtà non fa che perpetuare una divisione e una gerarchia di ruoli predeterminati. Il reddito di base, la rivendicazione che sovvertirebbe l’ordine esistente, invece, spetta a tutti coloro che non ne hanno un altro; non a chi fa un determinato lavoro e per il fatto che lo fa.
Il lavoro retribuito produce profitto per il capitalista e “crescita” per la società: cioè, in entrambi i casi, accumulazione del capitale. Il cosiddetto lavoro riproduttivo non lo fa, se non indirettamente, come condizione irrinunciabile del lavoro produttivo. Per questo non viene contabilizzato nel Pil e nei bilanci aziendali, anche se è condizione di entrambi.
E’ evidente che un approccio che mira ad assimilare la cura al lavoro produttivo lascia intatta una divisione dei ruoli propria del patriarcato, sancendo la superiorità del lavoro retribuito, di qualsiasi genere esso sia, rispetto alle attività di cura erogate a titolo gratuito.
Questo approccio ha finito per equiparare al lavoro retribuito anche tutte le attività quotidiane oggetto di rilevazione, elaborazione e vendita di dati da parte dei grandi player del capitalismo delle piattaforme.
Si legittima la rivendicazione di un reddito di base incondizionato non come un diritto universale, quando ce ne siano le condizioni, ma considerandolo la “giusta” remunerazione delle informazioni che ciascuno fornisce alla rete, seppure involontariamente. Ora, a parte che a erogare il reddito di base dovrebbero essere lo Stato o un’entità pubblica, mentre ad appropriarsi e a mettere a profitto i dati che generiamo sono delle società private, questo è solo un altro modo per equiparare la vita quotidiana al lavoro salariato, nel quadro di un mercato, per di più immaginario, che continua ad essere il quadro di riferimento, la gabbia, di tutta l’esistenza.
Nel quadro concettuale definito dalla filosofia e dalle pratiche della decrescita andrebbe invece promosso il movimento inverso: cercare di ricondurre a cura tutto ciò che del lavoro può essere salvato, eliminando progressivamente tutte le attività caratterizzate dall’incuria per gli effetti nocivi che hanno su chi le svolge, o sull’ambiente, o su chi compra o utilizza i prodotti dannosi messi in circolazione.
Si tratta di mirare a una redistribuzione oltre che del reddito, di tutte quelle attività che superino il vaglio di un giudizio di utilità condiviso dai membri di una comunità. Comunità che è interamente da ricostruire, ma alla cui formazione concorre proprio la lotta contro le produzioni e i lavori che fanno danno.
Sia il lavoro che la cura non sono attività isolate dal contesto in cui si svolgono.
Il contesto del lavoro, salariato e no, oggi è quello definito dall’individualismo (ciascuno è “imprenditore di se stesso”), dalla globalizzazione, dall’omogeneizzazione dei comportamenti, dalla massificazione dei consumi, dalla de-territorializzazione del potere decisionale, dalle concentrazioni e centralizzazioni proprie di un’economia fondata sui combustibili fossili.
Il contesto della cura, e di una società della cura, è un itinerario conflittuale contro le opere e i lavori inutili o dannosi, per fare spazio alle attività che preservano e migliorano la vita e le sue condizioni: tanto degli esseri umani che del resto del “vivente”.
Ma non può essere concepito come un assetto sociale compiuto e pacificato, ancorché futuro, ma solo come un work in progress continuamente esposto al rischio di fermarsi o di tornare indietro.
Ma è un processo che implica una deglobalizzazione dei processi e delle catene produttive, la rilocalizzazione di molte attività sia agricole che manifatturiere, la riterritorializzazione dei poteri decisionali, la rivalutazione dei rapporti personali e la riconnessione di ogni comunità con le specificità del proprio territorio.
E’ un processo che non va pensato in termini gradualistici o omogenei: si potrà sviluppare ora qui, ora là; ora avanzando e ora arrestandosi o facendo un passo indietro: l’importante è salvaguardare, diffondere e sviluppare le esperienze replicabili, in modo che anche quelle temporaneamente sospese siano “semi di germogli futuri”, come scrive il collettivo dell’ex-Gkn.
Che già oggi, dopo un anno e mezzo di lotta, con il progetto della “fabbrica pubblica socialmente integrata” e con una pratica concreta, ha messo in campo un modello che unisce l’esigenza di un programma di produzione – un piano industriale – compatibile con l’esigenza di una svolta ecologica radicale al coinvolgimento sociale del territorio – e del suo governo – attraverso l’inclusione e lo sviluppo di iniziative mutualistiche concrete al suo servizio e a una rete di solidarietà e di condivisione di obiettivi e pratiche di livello nazionale che coinvolge un numero crescente di territori e di fabbriche in crisi.
È un modello di governo di una lotta destinata a durare, ma anche di un assetto organizzativo che per molti versi prefigura la strada che tutte le comunità in fieri dovranno percorrere. Ma è anche la sostanza di ciò che occorre per avviare un processo di convergenze fattuali fondate sulla priorità assegnata alle attività di cura.
Educazione ambientale, oltre lo sviluppo sostenibile
Nella visione promossa dall’enciclica Laudato sì le prime e vere vittime del degrado ambientale che sta soffocando il pianeta sono i poveri della Terra: sia quelli – la maggioranza – che vivono in paesi già soggiogati dal colonialismo, che ne ha devastato gli habitat e cercato di cancellarne costumi e culture tradizionali, impoverendoli, sia quelli, sempre più numerosi, relegati ai margini dei paesi considerati ricchi, o sviluppati, o emergenti, dove si sono da tempo create delle enclave sempre più affollate di emarginati.
Se i poveri sono le principali vittime del degrado ambientale, è da loro, dalle loro lotte, dalle loro iniziative, dalle loro comunità che può nascere, insieme al loro riscatto sociale, anche la rigenerazione fisica, climatica e biologica del pianeta; a partire dalle campagne, dalle foreste e dai ghetti urbani in cui sono relegati, ma con un respiro, una carica di speranza, una visione del mondo che possono abbracciare tutta la Terra. E poiché tra i deprivati della Terra il primato spetta ovunque alle donne, è da loro che possono partire, e stanno di fatto partendo, le lotte e le iniziative per il riscatto delle loro comunità e delle loro terre.
Papa Francesco contesta così uno dei cliché sull’ambientalismo più diffusi. E cioè, che la tutela dell’ambiente sia cosa da ricchi, di chi ha già soddisfatto i bisogni elementari; mentre i poveri, che hanno tutti i giorni a che fare con la fatica di campare e il rischio della miseria e della fame, non hanno tempo né modo di preoccuparsi dell’ambiente. Contestare questo cliché comporta che l’ecologia vera non possa che essere integrale, quella propugnata da Francesco: cioè incorporare non solo un’aspirazione, ma anche una lotta per l’affermazione dei diritti degli ultimi. Ma significa anche che non si possono far proprie le aspirazioni e le iniziative che mirano al riscatto dei poveri senza abbracciare anche la lotta per un ambiente, ieri avremmo detto sano; oggi dobbiamo dire: almeno vivibile.
La salute dell’umanità, di tutti gli esseri umani, è ormai indissolubilmente legata all’azione per evitare che il pianeta tutto precipiti in una condizione che potrebbe renderlo invivibile; per lo meno per la specie umana. Il tempo stringe: l’IPPC, il panel intergovernativo, promosso dall’ONU, degli scienziati che monitorano l’avanzare della crisi climatica ha fissato indicativamente al 2030, cioè tra otto anni, il tipping point del riscaldamento climatico; cioè la soglia oltre la quale i fenomeni in corso rischiano di diventare irreversibili. Greta Thunberg lo ha ripetuto per due anni di seguito a tutti i “Grandi della Terra”, trovando ascolto solo tra una schiera sempre più fitta, ma anche sempre più decisa, di giovani che sono scesi ripetutamente in piazza per raccogliere il suo allarme. Papa Francesco ne è perfettamente consapevole. Anche l’enciclica Laudato sì è un grido di allarme: non c’è più tempo. C’è un papa che ci avverte che una minaccia incombe su tutto il creato: su ciò che per lui è l’opera di dio.
Ma l’enciclica Laudato sì non è solo questo allarme, né solo un assist ai poveri della Terra. E’ la proposta di una vera e propria rivoluzione culturale con cui Francesco, attenendosi a una innovativa interpretazione dei testi biblici, ma anche a tesi e principi già affermati dai suoi predecessori, mira a sovvertire radicalmente i principi di quell’antropocentrismo promosso dalla modernità che ha spinto gli esseri umani, una parte crescente degli esseri umani, a “ignorare il grido della Terra”: e a devastarla.
Per Francesco tutto in questo mondo è interconnesso e “niente di questo mondo ci è indifferente”, come recita il titolo del libro in cui abbiamo raccolto le riflessioni sviluppate nel corso di diversi anni insieme a un centinaio collaboratori dell’Associazione Laudato Sì sul modo di tradurre operativamente quel messaggio di Francesco. L’enciclica Laudato sì riconosce una continuità ontologica tra gli esseri umani e il mondo che li circonda – il resto del creato – pur attribuendo ai primi una responsabilità nei confronti del secondo, grazie all’interpretazione che Francesco dà di un controverso passo della Bibbia, secondo cui dio avrebbe affidato all’uomo non il dominio, ma la custodia di tutti gli altri esseri viventi.
Questa continuità rappresenta comunque una rivoluzione radicale rispetto alla concezione del mondo che si è andata affermando con la modernità, o con l’avvento del capitalismo: quella di una discontinuità radicale tra l’essere umano – anzi, tra l’uomo, quello occidentale, implicitamente maschio e bianco, dominatore della Terra, campione dell’umanità – e il resto del mondo.
Ma la storicizzazione di quella dicotomia, cioè la sua collocazione entro i limiti della cultura occidentale e di una fase specifica della storia umana, è una acquisizione della più innovativa antropologia contemporanea che si rifà a studi di culture, soprattutto quelle dell’America latina, che hanno ispirato anche l’enciclica Laudato sì; cosa resa successivamente esplicita dal ruolo e dall’importanza che papa Francesco ha attribuito al recente sinodo sull’Amazzonia.
Tutto ciò mette in discussione anche la concezione corrente che stabilisce una gerarchia tra le diverse culture e civiltà che si sono succedute o giustapposte nel corso del tempo: non solo in base alla loro maggiore o minore complessità – civilizzati versus selvaggi – ma anche lungo una scala temporale lineare, cioè il “progresso”; secondo cui ciò che viene dopo è necessariamente superiore e migliore di ciò che c’era prima.
Con queste premesse, a mio avviso, l’educazione ambientale non può essere una materia di insegnamento da aggiungere o affiancare alle altre materie curriculari, dedicandole qualche ora alla settimana o al mese, così come non lo possono essere l’educazione civica, l’educazione sessuale o sentimentale o di genere, l’educazione alimentare, quella sanitaria, ecc. O si riesce a integrare questi temi cruciali dentro i programmi ordinari, ovviamente rinnovandoli radicalmente, oppure non otterremo i risultati auspicati.
Ma per farlo, viste la complessità e la delicatezza degli argomenti da trattare, sono preliminari una formazione, ma ancor più una preparazione, degli insegnanti, da sviluppare non con delle lezioni e delle conferenze, ma con un libero confronto tra le opinioni di ciascuno, mettendole ovviamente a misurarsi con il contributo di esperti o cultori della materia.
Ma qui il punto decisivo è la conflittualità di questo processo di autoeducazione. Perché, come tutti gli altri temi indicati, è oggi più che mai terreno di conflitto tra visioni del mondo contrapposte. La giustizia ambientale, il rispetto e la salvaguardia della capacità di rigenerarsi degli ecosistemi da cui dipende la possibilità stessa di sopravvivere della specie umana sono indissolubilmente legati alla giustizia sociale, che non è uno stato di quiete, ma conflitto, lotta contro le diseguaglianze sempre più mostruose che caratterizzano la società contemporanea a livello globale. Per questo l’educazione ambientale non può evitare di entrare nel merito di questo conflitto, senza posizioni precostituite, ma aprendosi al confronto e alla verifica dei fatti.
Nella scuola conterà la capacità di mettere al centro delle materie curriculari, sia in termini teorici che pratici, il nostro rapporto con l’ambiente, con la natura, con il vivente non umano (così come occorrerà farlo con temi quali la sessualità, le emozioni, la salute, il rispetto di chi è diverso, per citare le tante altre materie di incerta collocazione nell’attuale spazio scolastico). Bisognerà ricostruire la storia e la geografia dell’umanità mettendo al centro il suo rapporto con la natura nelle diverse epoche, nei diversi contesti, nelle diverse culture; sviscerare questo rapporto nella storia delle letterature e della filosofia, imparare a trattare le scienze dure, fisica, biologia, chimica, come processi storici di trasformazione del nostro rapporto con il resto del mondo, ecc.
Naturalmente diffondere o, se non lo si condivide, anche solo prendere criticamente in considerazione quel radicale sovvertimento del pensiero, non basta. Ci vuole anche la pratica. Di seguito indico quattro passi che secondo me dovrebbero essere percorsi per rinnovare la scuola, e la concezione stessa della scuola, alla luce di una effettiva educazione ambientale che affronti il tema del conflitto.
Innanzitutto, c’è bisogno di un cambiamento della didattica che riduca radicalmente lo spazio dell’aula, delle lezioni frontali, dei libri di testo (sempre più ricchi di pagine e di supporti documentali, ma poveri di spunti di riflessione) a favore delle discussioni di gruppo, del confronto con l’esperienza diretta, delle gite e delle visite fuori delle mura scolastiche.
In secondo luogo, occorre apre la scuola al mondo esterno: al quartiere circostante, alle esperienze di chi è già inserito nel mondo del lavoro (e lo può illustrare molto meglio di una assurda esperienza di cosiddetta scuola-lavoro non finalizzata), ai problemi del territorio, ma anche alle lotte e ai conflitti che lo investono: tutte cose che dovrebbero diventare oggetto di un confronto permanente su cui misurare la fruibilità dell’insegnamento curriculare.
In terzo luogo, occorre promuovere l’impegno diretto degli studenti e del corpo docente, ma anche di un volontariato promosso tra le famiglie e nel quartiere, nella misura delle competenze di ciascuno, nella cura dell’edificio scolastico: l’igiene, la raccolta differenziata come fonte di conoscenza dell’origine e della destinazione di ciò che ci passa per le mani, la messa a norma degli impianti, il ricorso alle fonti di energia rinnovabile (i tetti solari fotovoltaici e termici, le pompe di calore, ecc.), la coltivazione delle pertinenze con modalità innovative e coinvolgenti. Ma anche le proposte concrete di riorganizzazione del trasporto, pubblico e non (scuolabus, bicibus, ecc.), per facilitare l’accesso e ridurre il ricorso all’accompagnamento in auto.
Infine, bisognerebbe impegnarsi in uno sforzo per trasformare ogni scuola in un punto di riferimento, culturale, sociale, ma anche politico in senso non partitico né di schieramento), per tutta la popolazione che vi fa riferimento, o perché abita il vicinato, o perché ha dei figli che la frequentano. Per ospitare riunioni, eventi, concerti, corsi extra-scolastici, che trasformino le scuole in centri di autoformazione, di promozione culturale, di costruzione di una socialità e di una solidarietà che contrastino l’isolamento e l’individualismo esasperato promosso dagli stili di vita prevalenti. Fare della scuola il centro di trasformazione di un aggregato territoriale in una comunità autoeducante.
A Firenze l’inerzia ostile della proprietà e del Governo ha costretto il collettivo degli operai della GKN in lotta a decidere di trasformare il loro stabilimento in una “fabbrica pubblica socialmente integrata” al servizio del territorio in cui è insediata e della sua comunità mediante la promozione di un rinnovato mutualismo.
È una indicazione da raccogliere e da moltiplicare: non solo intorno alle fabbriche in lotta, ma anche all’interno del tessuto sociale. Le scuole potrebbero diventare dei punti di propagazione di questa prospettiva
Do you remember stay behind?
L’operazione Stay behind era – forse è ancora – un’iniziativa segreta della Nato, controllata operativamente dai servizi segreti degli Usa. Serviva a preparare una resistenza, da “dietro” il fronte, in caso di un’occupazione dell’Italia da parte dell’Unione Sovietica. In realtà, in caso di una vittoria elettorale dei comunisti. Per prevenirla o, nel caso, affrontarla, veniva addestrata una folta schiera di combattenti anticomunisti, venivano predisposti depositi segreti di armi, ma soprattutto, con il consenso degli Stati maggiori delle forze armate, venivano stretti rapporti con tutte le organizzazioni fasciste presenti in Italia, indotte o incoraggiate a perpetrare tutte le stragi che hanno costellato la storia del paese tra la fine degli anni ’60 e quella degli ’80. Non “per sport”, ma per preparare, attraverso varie emanazioni – Anello, Rosa dei Venti, Mar, Decima Mas, ecc. – dei colpi di Stato come quelli in Grecia e in Turchia, per allineare l’Italia agli altri Stati fascisti dell’Europa, compresi Spagna e Portogallo, ben inseriti nella cosiddetta difesa del “mondo libero”.
Non ci sono riusciti perché la resistenza popolare era – allora – troppo forte, ma quel lavoro dietro le quinte ha segnato la storia d’Italia da allora in poi. Beh! Vi dice niente?
E’ quello che è stato fatto in Ucraina, Paese non Nato, ma prenotato a diventarlo, tra il 2004 e il 2014, armando e addestrando gruppi e milizie naziste che hanno avuto un ruolo decisivo nella vicenda di Euromaidan: metà manifestazione di insofferenza popolare – soprattutto di giovani – per il regime, metà colpo di Stato. Confermatosi tale non con le successive elezioni, che pure avevano mandato al governo il capo e padrone di una di quelle milizie, ma certo con l’impegno da questi profuso nel tenere alte tensione e persecuzione della componente russofona della popolazione, in particolare quella insediata nelle ricche e ancora industrializzate regioni dell’est. Queste sono state spinte a rivendicare la propria autonomia prima in termini politici, poi imbracciando le armi con proprie milizie, infine chiedendo o accettando il sostegno dei militari russi. Intanto in tutto il paese si svolgevano ormai da tempo “esercitazioni” sempre più massicce della Nato, a cui le forze sempre più armate dell’Ucraina erano state di fatto integrate.
La vittoria elettorale ottenuta da Zelensky con la promessa di porre fine a quella guerra non era bastata a invertire la rotta: evidentemente i condizionamenti per proseguirla erano troppo forti. Fino a che non si è arrivati alla secessione – o all’occupazione – della Crimea e poi, otto anni e 14.000 morti dopo, alla tentata invasione prima e alla sistematica distruzione poi dell’intero Paese da parte delle forze armate russe.
Qui il comunismo non c’entra più, perché la Russia è da tempo uno Stato capitalista, in gran parte forgiato dall’influenza che gli Stati Uniti hanno esercitato su di esso sotto il governo di Eltsin. Il confronto è tra la Nato e la Federazione Russa: l’aggressore è quest’ultima, ma il regista dell’intera vicenda è la Nato.
Dopo otto mesi e oltre 200mila morti sul campo è difficile pensare a una vittoria di uno dei due eserciti alle condizioni che i loro governi pongono. E’ più probabile che l’inverno favorisca il consolidamento di una situazione di stallo affidata alle “lunghe gittate”, in cui alle incursioni sul campo degli uni corrisponda un bombardamento degli altri, mandando avanti la strage e la distruzione del Paese. L’esito sarà deciso dagli Stati Uniti (non dalla Nato), perché senza le loro armi l’esercito ucraino non può combattere un solo giorno in più, per lo meno nelle forme in cui lo fa adesso. Le scorte di armi e munizioni degli Stati Uniti stanno esaurendosi, ma iI bottino per loro è già sostanzioso: Svezia e Finlandia annesse alla Nato, Ucraina in procinto di esserlo, Georgia e altre repubbliche di nuovo in bilico. Le forniture di gas dalla Russia, quand’anche volessero riprendere, interrotte per sempre dalla distruzione del gasdotto senza che chi l’ha subita osi fiatare; l’economia tedesca e dell’Unione alle corde e l’Europa intera coinvolta in una guerra destinata a non finire e ad accrescerne la dipendenza dagli Usa, condizione ideale perché l’espansione della Nato riprenda non appena se ne presenterà una nuova occasione. La disgregazione dell’impero russo e il rovesciamento di Putin auspicati inizialmente da Biden rimandati, ma certo non sospesi.
Ma se per ipotesi si raggiungesse la vittoria invocata da Zelensky – la riconquista sul campo delle regioni orientali, ormai Federazione Russa – se ne dovrebbe comunque trarre un bilancio: valeva la pena pagare con centinaia di migliaia di morti e di invalidi, con milioni di profughi, ieri in fuga, oggi invitati a lasciare l’Ucraina perché l’infrastruttura che permetteva loro di vivere è stata distrutta, con un Paese che si è indebitato per i prossimi decenni e con gli aiuti indispensabili alla ricostruzione, se mai ci saranno, certamente non così generosi come quelli per le armi? E il tutto per tornare alla situazione che c’era se si fossero rispettati – e preteso con una mediazione internazionale più efficace che venissero rispettati – gli accordi di Minsk II, riconoscendo alle regioni russofone una giusta autonomia, ma senza minacciare la Federazione Russa con la presenza della Nato alle porte di Sebastopoli? Ma non era quello, evidentemente, ciò che voleva chi stava dietro le quinte.
E ancora: non ci si sarebbe forse stato bisogno dei 14mila morti della guerra al Donbass e della distruzione di quella regione se dopo Euromaidan – rivolta popolare o colpo di stato che fosse – non si fosse perseguitata la componente russofona della popolazione con il falso obiettivo nazionalistico – in realtà nazista – di “ucrainizzare” anche lingua e tradizioni di tutti?
E ora? Se la situazione di stallo è destinata a protrarsi continueranno anche la distruzione delle infrastrutture dell’Ucraina ad opera dell’armata russa (quelle infrastrutture che ancora oggi sono alimentate dal gas russo…), le sofferenze e l’esodo della sua popolazione, il rancore di chi ha perso tutto, amici e parenti compresi, senza ottenere nulla in cambio. E tra un anno o due, o forse anche più, non ci si chiederà forse se non sarebbe stato meglio proporre un cessate il fuoco per cominciare a trattare sulle condizioni che avrebbero potuto rendere più accettabile il ritorno a una situazione basata sul rispetto di tutti in una reciproca autonomia?
Passato e futuro di una guerra
Che cosa sarebbe successo se, di fronte all’invasione dell’Ucraina, giunta fino a Kiev, Zelenski fosse fuggito, o si fosse arreso? O la Nato non gli avesse fornito tutte le armi che gli ha messo a disposizione? È l’argomento “forte” che tutti i favorevoli a riempire di armi l’Ucraina ritengono risolutivo. Non si può non rispondere. Ma l’alternativa a una resa di Zeleski non è, e non era nemmeno allora, la resa di Putin. Questa è la visione di chi nel proprio orizzonte non ha che la guerra.
È certamente giusto che la storia si faccia con i se. I “se” aprono l’orizzonte a molteplici possibilità, spezzando la rigida concatenazione degli eventi che riduce la libertà umana a necessità. Ma proprio per questo occorre aprirsi a una molteplicità di se: risalire indietro nel tempo, misurarsi con il presente e proiettarsi in avanti nel futuro. La guerra non è un evento ma un processo; che comincia ben prima del suo scoppio e spesso si trascina oltre la sua conclusione. Ma anche la pace è un processo, che si svolge sia in tempo di guerra che pace. E non ha mai fine.
Dunque, andiamo all’indietro: che cosa sarebbe successo se gli accordi di Minsk fossero stati rispettati da entrambe le parti? Se le potenze che li avevano promossi, o l’Onu, li avessero fatti rispettare, invece di permettere che una guerra mai dichiarata andasse avanti per anni in una regione dell’Ucraina, preparando quella che sarebbe venuta dopo? Rispetto alla situazione attuale entrambi i contendenti si sarebbero risparmiati migliaia di morti e la distruzione, che andrà avanti, di un intero paese, senza che una sovranità nazionale rispettosa delle minoranze e delle autonomie ne avesse soffrire. Era quanto Zelenski aveva promesso in campagna elettorale e non ha rispettato; pressato da poteri e organizzazioni che ne hanno condizionato il governo.
E, continuando ad andare all’indietro, che cosa sarebbe successo se la Nato avesse rinunciato ad annettersi tutti gli Stati sottrattisi al dominio sovietico, come era stato promesso a Gorbaciov, ma anche raccomandato da numerose personalità di “fede” atlantica; se non avesse continuato ad “abbaiare” alle frontiere della Russia con esercitazioni militari sempre più minacciose; se non avesse fatto quanto in suo potere per raggiungere l‘annessione dell’Ucraina, e poi della Georgia, e di altro, con l’evidente prospettiva di smantellare la Federazione Russa? Ma è una scelta che quegli Stati avevano compiuto autonomamente, se non proprio democraticamente, si obietta. Sia pure, ma in una prospettiva di crescente contrapposizione e di un confronto sempre più serrato tra grandi potenze, invece della promozione di una cooperazione che era di primario interesse per tutta l’Europa. D’altronde la Nato è una gabbia da cui, una volta entrati, è impossibile uscire; perché trascina i suoi membri in conflitti che nulla hanno a che fare con i loro interessi; e perché le classi dominanti trovano in quell’affiliazione un puntello inaggirabile del loro dominio.
Facciamo un altro passo indietro. Più o meno cinquant’anni fa – è stato critto – una potenza nucleare come gli USA aggredivano uno Stato e nessuno di noi contestava il suo diritto di resistere con le armi. Gridavamo “Vietnam vince perché spara” e forse molti di noi oggi non lo griderebbero più. Il Vietnam ha vinto: hanno vinto le sue classi dominanti. Ma il Fln (Fronte di Liberazione Nazionale) ha perso, inghiottito di chi aveva più armi per combattere gli Usa. Quel conflitto, comunque, non era mai assurto a confronto diretto tra potenze nucleari, nonostante l’appoggio che Urss e Cina fornivano ad Hanoi. Nessuno però si era o si sarebbe mai dichiarato contrario a un cessate il fuoco immediato prima che le truppe statunitensi si fossero ritirate dal paese. E se un cessate il fuoco avesse avuto luogo, forse in Vietnam si sarebbe potuto arrivare a una soluzione soddisfacente prima che il coinvolgimento di Hanoi creasse le condizioni di una mera annessione.
Ora, venendo al passato recente, certo Putin pensava di ripetere l’operazione che era riuscita a Breznev con la Cecoslovacchia di Dubcek e, vedendola fallire, si è vendicato lasciando mano libera o ordinando alle sue truppe di compiere ogni sorta di infamia (non che il nemico aggredito sia andato con la mano leggera; né prima né dopo l’invasione. Ma è la guerra…). Comunque, l’esercito e le milizie ucraine avevano già ricevuto armi a sufficienza (usate nella guerra al Donbass) per resistere a un esercito numericamente, se non tecnicamente, superiore. Ma nessuno ha mai contestato all’Ucraina – All’Ucraina; non alla Nato – il diritto di resistere ed è chiaro, ed era chiaro anche allora, che Putin non ha le forze per occupare e tener sotto controllo tutto il paese. Senza una resa di Zelenski si sarebbe comunque sviluppata una situazione di conflitto endemico su molti fronti ed è lì che occorreva intervenire: non con le armi, ma con una proposta di mediazione che aggiornasse gli accordi di Minsk alla luce della nuova situazione. Proposte in tal senso – peraltro irrise – sono state avanzate recentemente, come base di partenza di un possibile negoziato, sia da alcuni intellettuali che da un gruppo di ex diplomatici.
Ma chi poteva, e doveva, promuovere quella mediazione? Non certo Erdogan, che ha le mani altrettanto insanguinate di Putin; né Xi Jinping, che non ha certo interesse ad alienarsi la Russia in una prospettiva di crescente conflitto con gli USA. Avrebbe dovuto farlo la Ue, che aveva tutto l’interesse a non far precipitare la situazione e aveva ed ha delle carte da giocare, a partire dall’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, ma senza Nato, e dei suoi commerci con la Russia. Ma non lo ha fatto perché le sue classi dirigenti sono totalmente asservite alla Nato, che rappresenta gli interessi esclusivi degli USA che dal conflitto in Ucraina non vengono minimamente danneggiati. Non è stato fatto; e nessun governo o partito di opposizione degli Stati dell’Unione europea ha portato avanti una proposta o una rivendicazione in tal senso. Perché? Perché i mediatori non possono armare una delle parti. È una cosa elementare ma che nessuno, a partire dal favoloso Draghi, sembra aver capito.
E ora? Ora la consegna massiccia all’Ucraina di armi sempre più potenti ha completamente cambiato il conflitto, trasformandolo in un confronto diretto tra Federazione Russa e Nato. Sono armi non solo costosissime, ma che per funzionare hanno bisogno di assistenza: di istruttori, contractors e consulenti stranieri, dei droni di Sigonella, dei radar del Muos di Niscemi, dei satelliti di Musk (un esempio istruttivo di partnership pubblico-privato) nonché di una stampa asservita, che è un’arma potentissima, in gran parte del resto del mondo. Si farà la pace, a qualsiasi condizione, solo quando e se quella guerra non converrà più al Governo degli Stati uniti. Rischiando nel frattempo l’ecatombe nucleare. Perché Putin non è un pazzo; ma è uno che per la posizione che occupa non può permettersi di perdere come se lo poteva permettere invece il Governo degli Stati uniti in Corea, in Vietnam e in Afganistan, in Siria.
E in futuro? Il futuro è tutto della crisi climatica che incombe e incalza su tutto il pianeta. Se l’Olocausto nucleare è una possibilità, tutt’altro che remota, la catastrofe climatica, senza misure radicali, è invece una certezza assoluta. Coloro che promuovono le armi (e non solo all’Ucraina; quanto di questo fervore bellico ha contribuito ad alzare i budget della cosiddetta difesa e ad allontanare il bando delle armi nucleari votato dall’Onu?) sono un esempio palese di dissociazione mentale. Molti di loro sanno perfettamente che la crisi climatica è alle porte. Ma ce ne si occuperà “dopo”: dopo la vittoria su Putin. Cioè mai. Esattamente come fanno i negazionisti: quelli tetragoni come quelli che lo sono nei fatti; cioè tutte le classi dirigenti del mondo.
E invece no. La lotta contro la crisi climatica – per arginarla, non certo per sventarla, dato che ormai è irreversibile – è innanzitutto una lotta per la pace, contro le guerre e contro le armi; contro le loro emissioni, che sono enormi; contro le loro distruzioni, che esigono di produrre nuove armi, di ricostruire case, impianti e infrastrutture nuove con altro consumo di materiali ed energia; che degradano il suolo e miliardi di esseri viventi indispensabili all’equilibrio ecologico del pianeta. Ma il passaggio obbligato è sempre lì: nella comprensione che l’autonomia di una comunità non è un’offesa alla sovranità di un popolo, ma la sua esaltazione. Che i confini non sono barriere da sacralizzare ma faglie sopra cui gettare ponti. Che le armi prodotte e vendute, comprese quelle nucleari, chiedono di essere usate: in sempre nuove guerre. Quante più armi, tante più guerre. Quanto più letali, tanto più rampa di lancio dell’apocalisse.
La CoP27 sui cambiamenti climatici aperta domenica a Sharm el Sheik sotto il patrocinio di Al Sisi e – non solo per questo – destinata comunque al fallimento, potrebbe riscattarsi dal pantano in cui è affondata questa partita mettendo in chiaro una volta per tutte una cosa sola: che la lotta contro la crisi climatica comincia da quella contro guerre ed armi. Sarebbe un grande successo.
Queste manifestazioni!
Due manifestazioni di valenza nazionale nella stessa giornata di sabato 5.11: una per la pace e contro le armi, a Roma, l’altra a sostegno della lotta del collettivo ex-Gkn, ormai integrata con la mobilitazione per il clima del movimento Fridays for Future, e di molti altri movimenti in difesa dell’ambiente e della salute, in un processo di convergenza che ormai ha coinvolto anche la lotta degli studenti della Sapienza di Roma; più altre manifestazioni per la pace e contro le armi sparse in tutta Italia, (e una per la pace, ma con le armi, cioè per la guerra, a Milano). Per la prima volta questa moltiplicazione di eventi non è una manifestazione di rivalità tra sigle contrapposte, ma espressione della ricchezza di un movimento che dominerà la scena nei prossimi mesi: troppe poste in gioco, troppe lotte in corso, troppi territori da coprire, troppi attori collettivi in campo per poter unificare tutto in un’unica adunata.
Ma c’è un punto fermo per tutti ed è il ruolo del collettivo dei lavoratori ex-Gkn che, dopo quasi un anno e mezzo di lotta, ha portato alla costruzione di una rete di solidarietà sia locale che nazionale, di una visione – se non ancora di un progetto – di conversione produttiva e di una convergenza, come si è visto chiaramente il 22.10 a Bologna, con molti altri movimenti di lotta, di cui sicuramente il più significativo è Fridays for Future: perché è quello che ha messo al centro la questione nodale del clima, premessa di ogni prospettiva di riconversione; perché è un movimento nazionale e internazionale le cui acquisizioni possono diffondersi attraverso le sue mille articolazioni; perché è composto soprattutto da giovani, cioè dalle vittime designate della guerra alla Terra scatenata dalle classi dominanti di tutto il mondo, ma anche protagonisti di una lotta per la salvezza del pianeta tradita da quasi quelle stesse élite.
Ma il contributo di Fridays della ex-Gkn è altrettanto significativo: sviluppando il modello della Rimaflow, ma con molta più forza (perché la ex-Gkn è molto più grande, ha ancora il controllo di tutto il macchinario, ha costruito una rete di solidarietà molto più estesa e ha “fatto breccia” su tutti i movimenti, quasi quanto i No-Tav della Valdisusa) il collettivo ex-Gkn è approdato al progetto di una fabbrica pubblica socialmente integrata. Che cos’è?
E’ un – forse il – modello alternativo all’impresa capitalistica basata sul perseguimento del profitto, sull’accumulazione del capitale, sul mercato, di cui è al tempo stesso signora e succube (perché “va dove la porta il profitto”; e lo si è visto con il tentativo di delocalizzazione); è una struttura gerarchica, autoritaria, cinica e spietata con i “dipendenti”.
La fabbrica pubblica socialmente integrata, come ha spiegato Dario Salvetti è una realtà aperta a tutti coloro che intendono collaborare alla sua riuscita, che unisce, nei suoi impianti e in una rete di relazioni mutualistiche, produzione, cooperazione, ricerca, formazione, progetti pubblici, finanza etica, attività culturali, mercato di prodotti contadini e alternativi e quant’altro possa renderla ricca di vita e solidarietà. E’ pubblica, sottratta al giogo della proprietà privata, ma non è governata dallo Stato, bensì della collettività che si sarà riunita e organizzata intorno al progetto e alle lotte che lo sostengono: una governance che in parte attua e in parte prefigura l’alternativa all’impresa capitalistica.
Ed è un modello per tutte gli altri collettivi che intendono perseguire la riconversione ecologica; soprattutto per quelle situazioni di crisi, delocalizzazione o chiusura, dove i lavoratori non hanno altra scelta, se non vogliono imboccare quei percorsi finti proposti dai Governi senza mai approdare a nulla.
Ma è un modello anche per qualsiasi comunità in lotta e soprattutto per il movimento degli studenti e di Fridays for Future che, non possono più limitarsi a “fare pressione” sui governi perché adottino le misure necessarie a una vera transizione, o a rivendicarle. Ma dovranno prendere l’iniziativa per convertire anche loro scuole e dipartimenti in strutture socialmente integrate: cioè farne delle realtà aperte al territorio e alle sue comunità, dove l’istruzione non sia più trasmissione di saperi ingessati, ma verifica delle potenzialità di una collettività che prende in mano l’esistenza di tutti: con l’ingresso dei problemi del territorio nell’organizzazione della vita scolastica e della programmazione curricolare, con la ricerca e la sperimentazione di nuove modalità della didattica, con una cultura prodotta anche dal basso, con la riorganizzazione del trasporto e con la sistemazione degli studenti fuorisede, con la conversione degli stabili alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica e delle pertinenze della scuola in modelli di coltivazioni sostenibili. Per farne “casematte” di una resistenza e di un’offensiva contro i poteri che stanno trascinando il mondo alla catastrofe.
Largo a chi sa cosa fare
Bisognava aspettare Putin, “il benzinaio con l’atomica” (così Adriano Sofri su il foglio del 28.10) che riforniva e rifornisce di idrocarburi metà della Terra, per sentir deplorare il fatto che la guerra in Ucraina danneggia la lotta contro il cambiamento climatico. C’è qualcuno di coloro che, schierati senza se e senza ma per l’invio di armi all’Ucraina, cioè per la guerra, abbia anche solo accennato agli effetti negativi di quel conflitto sulla lotta ai cambiamenti climatici? O di coloro che, invocando la pace (parteciperanno anche alla manifestazione del 5.11 a Roma), affermano senza esitazioni che le condizioni della pace sono il ritiro delle truppe russe da tutti i territori annessi? Cioè la resa di Putin come unica alternativa alla resa di Zelensky? Senza mai prendere in considerazione – anzi irridendo alla eventualità, purtroppo remota – che tra quella due “rese” ci fossero, e ci sono ancora, ampie possibilità di mediazione: a partire dal cessate il fuoco; e poi riprendendo e aggiornando gli accordi di Minsk, traditi da entrambe le parti, ma il cui rispetto avrebbe non solo evitato questa catastrofe all’Ucraina, ma anche dilazionato l’apocalisse climatica che questa guerra sta accelerando. E, soprattutto, senza riflettere sul fatto che la “vittoria” dell’Ucraina, un evento che si insegue senza mai dire in che cosa consisterebbe, avrebbe comunque per prezzo la morte di altre decine di migliaia di esseri umani da entrambe le parti, la devastazione completa del territorio e delle infrastrutture del paese e, sempre più vicino, l’olocausto nucleare. Ma non la caduta di Putin, che, caso mai, sarebbe verosimilmente sostituito da gente ancora più pericolosa, alla Prigozin o alla Kadirov, e non certo da un’élite più ragionevole e conciliante; ma forse – e sembra questo l’obiettivo di chi punta alla “vittoria” – dalla disgregazione del suo impero, trasformato in una grande Libia in balia delle potenze di tutto il pianeta, fameliche delle sue risorse: dalla Cina alla Nato, dalla Turchia all’Isis. Con il risultato di rendere permanente e incontrollabile lo stato di guerra.
Ma sembrano destare più attenzioni le false preoccupazioni di Putin per il clima, su cui è facile ironizzare, delle recenti dichiarazioni di scienziati come Johan Rockstrom, dell’Unep o di altre agenzie di monitoraggio del clima, che ci avvertono che il tempo per invertire radicalmente rotta sta per scadere. Siamo alla vigilia dell’ennesima farsa climatica rappresentata dalla Cop 27; che si svolgerà in Egitto, nella ridente stazione balneare di Sharm-el-Sheik, ospite di una delle più feroci dittature del pianeta: ben intenzionata a utilizzare questa inutile sfilata per legittimare i suoi crimini (a partire dall’assassinio di Regeni), per battere cassa dai paesi più “ricchi” e più responsabili della crisi ambientale, ma certo non per chiedere loro di lasciare sottoterra carbone e petrolio, o il gas che l’Eni ha da poco scoperto nei fondali del paese.
D’altronde, per venire a casa nostra, nel suo discorso programmatico Giorgia Meloni ha rilanciato le trivelle nell’Adriatico, a cui si era opposta quando doveva ancora raggranellare un modesto seguito per il suo partito, mentre la stampa che l’ha sempre appoggiata irride a Greta e ai “gretini”, ribadendo che qualsiasi misura finalizzata al contenimento del disastro climatico e della devastazione del territorio sarebbe un attacco ai consumi, al benessere della nazione, alla crescita del Pil, all’accumulazione del capitale: che poi sono la stessa cosa. Quella per cui si sono battuti anche tutti i governi che l’hanno preceduta. Tanto è vero che nessuno, dall’opposizione, ha tracciato una discriminante nei confronti del governo richiamando l’impellenza della lotta alla crisi climatica e ambientale e ai disastri creati dalla guerra, la necessità di incentrare su di essa tutta la politica estera nei confronti dell’Unione europea, della Nato e del Mediterraneo, come condizioni preliminari per poter affrontare i problemi del reddito, del lavoro, della salute, dell’istruzione e di tutti gli altri diritti in condizioni che saranno sempre più difficili.
Lo faranno le nuove generazioni, quelle di Greta, che sabato scorso sono scese in piazza in massa insieme al collettivo operaio della Gkn, che ha trasformato il proprio stabilimento in una “fabbrica pubblica socialmente integrata”; insieme a un rinnovato movimento contadino che sa, perché la pratica, che cos’è la sovranità alimentare, e alla mobilitazione contro il passante autostradale, l’ennesima grande opera inutile e dannosa. Loro sanno che non è più tempo di aspettare né di mostrare acquiescenza verso chi ci sta portando alla rovina. La fabbrica socialmente integrata del collettivo della Gkn è un modello non solo per rivendicare soluzioni che chi governa non sa nemmeno concepire, ma per passare dalle parole ai fatti: nelle scuole, nelle università, nei quartieri, in ogni comunità esistente o possibile.
Un contributo al convegno di Medicina Democratica
Sono membro e uno dei soci fondatori dell’Associazione Laudato sì – Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale, fondata nel 2015, subito dopo la pubblicazione dell’omonima enciclica di papa Francesco.
Ciò che secondo noi costituisce il nucleo centrale di questa enciclica, che consideriamo il più importante documento politico di questo scorcio di secolo, è l’indissolubile nesso che vi viene tracciato tra giustizia sociale e giustizia ambientale.
La giustizia non quiete, ma lotta, conflitto o iniziativa. Che cos’è la giustizia sociale? E’ il rispetto dei diritti irrinunciabili di ogni essere umano, che presuppone una lotta a fondo contro le macroscopiche diseguaglianze che caratterizzano la società odierna ovunque.
E che cos’è la giustizia ambientale? E’ il rispetto dei diritti della natura o, meglio, del creato e di ogni singola creatura, cioè di ciò che noi laici chiamiamo mondo. Questi diritti corrispondono alle condizioni che rendono possibile la perpetuazione e la rigenerazione di ogni specie vivente e del relativo habitat fisico, climatico e biologico, vista l’interconnessione che lega tra loro tutti gli esseri viventi e questi con una vita umana degna di questo nome.
Questa interconnessine è anche la base del principio One Planet, One Health che segnala la continuità tra la salute degli esseri umani e quella del resto del vivente e del pianeta tutto.
Se la vera e la più salutare delle medicine è la prevenzione, questa passa necessariamente per la salute dell’ambiente in cui siamo immersi. Non si può essere sani in un mondo malato, aveva ricordato Francesco; mentre la salute (ma questo punto mi vien da dire, soprattutto quella mentale) degli esseri umani, che sono i custodi del creato, è condizione imprescindibile di un ambiente sano: sia a livello locale che planetario.
Questa continuità tra l’essere umano e il mondo che lo circonda comporta una grande rivoluzione culturale rispetto alla concezione del mondo che si è andata affermando con la modernità, che è un termine delicato per nominare il capitalismo. Con essa, infatti, secondo quanto teorizzato da Cartesio, esiste una discontinuità radicale tra l’essere umano e il resto del mondo; tra lo spirito, prerogativa dell’uomo dominatore (implicitamente bianco, maschio ed europeo) e la materia inerte, a cui erano stati ricondotti tutti gli altri esseri che popolano la terra, compresi i “selvaggi”, cioè le popolazioni indigene delle nuove colonie e le donne.
Quella dicotomia viene oggi superata dalla sensibilità, prima ancora che dal pensiero, della cultura antispecista, sempre più diffusa tra una parte consistente delle nuove generazioni, quelle di Greta. Ma la sua storicizzazione, cioè la sua collocazione entro i limiti della cultura occidentale e di una fase specifica della storia umana, è una acquisizione dell’antropologia contemporanea, che ha trovato ovviamente supporto e legittimazione nello studio di numerose culture indigene ancora molto legate all’ambiente naturale in cui si sono sviluppate.
Sono culture, soprattutto quelle dell’America latina, che in parte hanno ispirato anche l’enciclica Laudato sì; cosa resa esplicita dal ruolo che papa Francesco ha attribuito al sinodo sull’Amazzonia.
E viene ovviamente superata, quella dicotomia, anche dal principio One Planet One Health; ma certo non dalla maggior parte delle pratiche mediche in vigore. A un estraneo al mondo medico come sono io lo scarto tra il concetto di One Health e la medicina corrente appare ancora abissale.
La permanenza di una cultura che separa l’uomo dall’ambiente, il corpo umano dalla natura, è probabilmente all’origine dell’attenzione che la scienza medica moderna ha concentrato sulla terapia, sulla cura del corpo malato, a scapito della prevenzione, della cura di ciò che mantiene o àltera “dall’esterno” le condizioni di un corpo sano: a partire dal cibo, dall’acqua e dall’aria, temi relegati per lo più ad altre discipline.
Con ciò la medicina della modernità ha rinunciato anche a cercare nell’ambiente naturale i molti rimedi di cui si avvalevano i metodi tradizionali di cura, appannaggio per secoli di saperi femminili stroncati con e contestualmente alla caccia alle streghe che ha imperversato per alcuni secoli in occidente. Oggi la spinta a ricercare nei processi naturali i mezzi per affrontare disagi e malattie ricompare in alcune teorie e pratiche di medicina naturale o tradizionale emarginate, mal tollerate o decisamente esecrate e messe al bando dalla medicina ufficiale.
Ma la farmacologia industriale, con i suoi indubbi successi, ha finito per assumere un quasi-monopolio su gran parte della pratica medica, spesso ridotta a nient’altro che alla prescrizione di farmaci studiati, messi a punto, prodotti e venduti da un pugno di imprese tanto potenti da dettar legge sulla maggior parte dei protocolli terapeutici, a cui ci si riferisce ormai con il termine accusatorio di Big Pharma.
L’isolamento del corpo umano dal suo ambiente ha comportato anche che le pratiche mediche più complesse venissero concentrate in ospedali sempre più grandi e tecnologici, anch’essi sostanzialmente isolati dal territorio e sempre più in mano ai produttori della relativa strumentazione, mentre la medicina territoriale, quella in contatto con le comunità, che per questo potrebbe conoscere meglio i rischi di ogni singolo ambiente è stata progressivamente ridimensionata e deprofessionalizzata.
Ma questo è il modello di sanità che ne rende possibile e promuove la privatizzazione, mentre una medicina territoriale e ambientalista avrebbe bisogno, per svilupparsi, di un controllo diretto delle comunità, possibile solo in un contesto pubblico.
La pandemia ha portato allo scoperto le conseguenze di questa deriva: i fallimenti iniziali, indubbiamente riconducibili a una mancata conoscenza del virus, hanno concentrato gli interventi medici negli ospedali, trasformandoli spesso in focolai di contagio a cui hanno pagato un prezzo altissimo anche moltissimi medici e infermieri.
Ma per contrastare il virus sono state scartate importanti soluzioni strutturali come l’acquisizione di maggiori spazi, l’aerazione dei locali, il potenziamento dei trasporti, lo scaglionamento dei turni, ecc, e sono stati imposti presidi estemporanei come mascherine e lock-down, senza tener conto delle loro conseguenze sull’equilibrio psicofisico, soprattutto di bambini e adolescenti.
Ma sostanzialmente si è ridotto tutto prima all’attesa e poi alla somministrazione dei vaccini. Cioè di farmaci prodotti “all’ultima ora”, mai sufficientemente testati, di cui le imprese produttrici hanno disposto quanto e come hanno voluto, sia in termini economici, trattando in segreto prezzi, quantità e destinazioni – e discriminando gli Stati non in grado di pagarli – sia in termini di informazioni, trascurando, fino allo spreco di altri farmaci già acquistati, ricerca, sperimentazione e pratica di soluzioni farmacologiche diverse dal vaccino che pure stavano dando buona prova.
Così ci sono voluti due anni per apprendere che quei famaci non proteggevano né dal contagio attivo né da quello passivo (come ha confermato, pochi giorni fa al Parlamento europeo, un’alta dirigente del Pfitzer; ciò che avrebbe reso del tutto inutile l’istituzione del green pass), che la loro efficacia era di pochi mesi e che proteggevano solo dalle forme più gravi della malattia, in parte evitabili se affrontata in tempo. E senza mai varare un’indagine epidemiologica per misurarne efficacia e reazioni avverse, di cui peraltro la maggioranza dei medici è spinta in vario modo a non prendere atto.
Anche l’ostracismo verso i non vaccinati, soprattutto se medici, ha poi finito per consolidare il monopolio del vaccino a spese di altre terapie nel frattempo validate.
C’è comunque un temine che unisce le attenzioni verso le condizioni che caratterizzano il benessere dell’essere umano, che è il concetto stesso di salute, e quelle che contraddistinguono un ambiente sano, cioè la sua capacità di riprodursi e rigenerarsi. Quel termine è cura. È un termine che non fa solo riferimento alle attività a cui sono professionalmente preposti i medici, perché include soprattutto quelle a cui dalla notte dei tempi sono relegate le donne; tanto che molto spesso la cura viene equiparata al cosiddetto “lavoro riproduttivo”, in quanto contrapposto al lavoro produttivo: quello che produce merci, valore, profitto.
Ma quel concetto include non solo le attività, in gran parte misconosciute, legate alla riproduzione della vita e della famiglia, ma anche quelle ancora più misconosciute, che consistono nel tenere insieme una comunità attraverso una serie di legami informali di cui ci si accorge solo quando vengono meno.
Come succede, per esempio, in quei territori dove una massiccia emigrazione di donne poi addette alla cura di famiglie lontane in qualità di colf o di badanti priva la comunità di quel tessuto che la teneva in piedi: gli uomini rimasti, per lo più in condizioni di dipendenza e di emarginazione non sanno mantenerlo; non sanno prendersene cura.
Ora, di fronte alla crisi climatica e ambientale che incombe su tutta l’umanità, qual è la cura del pianeta a cui si deve dedicare chi intende battersi per cercare di fermare questa deriva? Quella cura è la conversione ecologica: un concetto introdotto nel lessico politico da Alex Langer quasi trent’anni fa e ripreso con forza da papa Francesco nell’enciclica Laudato sì. Badate che i termini transizione e conversione non sono equivalenti, anche quando entrambi si fregiano dello stesso aggettivo – ecologico – e spesso vengono usati in modo interscambiabile.
Transizione ecologica, così’ come è stata intesa dall’attuale titolare dell’omonimo ministero, è un passaggio destinato a “salvare”, cioè conservare quanto più possibile, non solo l’attuale apparato produttivo – e, conseguentemente, anche le sue produzioni, compresa quella sempre più importante di armi – riducendone l’impatto sull’ambiente. Certo, con le fonti rinnovabili; ma soprattutto con la cattura del carbonio, continuando a usare i fossili, e con il nucleare, che mettono ad alto rischio la salute di tutti. In attesa dell’araba fenice della fusione, che “un giorno”, certo ancora lontano, ci procurerà senza scorie e senza danni tutta l’energia di cui avremo bisogno. “Come fa il sole”, permettendo alla civiltà di continuare la sua corsa lungo il percorso già tracciato della crescita, dello sviluppo e del progresso.
La conversione ecologica è un’altra cosa: più difficile da concepire e ancor più da realizzare, ma più realistica, perché fa i conti con i limiti del nostro pianeta e non chiama in causa solo la necessità di abbandonare una serie di produzioni che fanno male a chi ci lavora, a chi ne subisce gli impatti e a chi ne fa uso. Ma impone anche un diverso stile di vita, improntato alla sobrietà nei consumi, alla condivisione dei beni comuni e al primato affidato alla qualità delle relazioni, non solo con il nostro prossimo umano, ma anche con il territorio e con tutti gli esseri viventi animali e vegetali che lo abitano: cioè al perseguimento della salute, nella accezione larga di un benessere complessivo.
Certamente, come insegnava Alex Langer, perché la conversione ecologica possa affermarsi bisogna che diventi socialmente desiderabile. E certo la cultura dominante, non facilita questo cambio di prospettiva. Ma sarà sempre meno desiderabile anche l’alternativa che ci prospettano i sostenitori della transizione ecologica e, meno ancora, quella dei sostenitori dello status quo, negazionisti della crisi climatica e ambientale nella pratica quando non anche in linea teorica.
Perché ormai è chiaro, e lo sarà sempre di più, che l’alternativa alla conversione ecologica non è un “benessere” fondato su un consumo crescente e diffuso e su un PIL in continuo aumento, ma un regime sempre più discriminatorio di “austerità”, una disoccupazione e una precarietà crescenti. E poi, la guerra.
Sì, perché invece della conversione ecologica; anzi, per accelerare i tempi della crisi climatica, di cui gli esperti hanno collocato il tipping point, cioè la soglia dell’irreversibilità, al 2030, cioè tra otto anni – e magari per anticiparlo con una ecatombe nucleare – agli impegni assunti al vertice di Parigi e malamente confermati a quello di Glasgow, i “Grandi della terra”, cioè i nostri governanti, hanno deciso di anteporre il ricorso al più antico, e oggi il più distruttivo, sistema per attentare alla nostra salute, al nostro benessere, alle nostre vite: la guerra.
Dopo il voto
La legge elettorale che ha consegnato il paese alle destre (e a un bel po’ di fascisti) non cambierà più, se non in peggio. Perché dovrebbero farlo? Le leve del governo e l’istituendo presidenzialismo sono sufficienti a garantire la loro rielezione comunque vada. Così il nuovo regime non durerà cinque anni, ma un ventennio e forse più… Il PD è destinato all’irrilevanza. E’ troppo legato ai livelli istituzionali per poter cambiare; e gliene lasceranno le briciole perché ha sempre funzionato bene, da tappo o assorbente, nel bloccare la costruzione di una forza alla sua sinistra. Il movimento 5stelle potrà crescere ancora, come opposizione né di destra né di sinistra (come lo era la Lega nella sua fase iniziale), pescando soprattutto nell’oceano delle astensioni a cui non è più possibile attribuire una collocazione di “sinistra silente”. Ma è un movimento senza radici; lo ha mostrato la dissoluzione dei meet-up grillini.
L’opposizione al regime di un uomo solo al comando (iniziato con il culto di Draghi, che il voto ha già trasferito su una donna) si sposta così interamente sul piano sociale. E soprattutto, in Italia, come in Iran, come quasi ovunque, sull’iniziativa delle donne. Gli attuali partiti, e non solo in Italia, non sono più da tempo fucine da cui possano nascere idee adeguate a fronteggiare le sfide della nostra epoca: clima, diseguaglianze, povertà, emarginazione, biodiversità, inquinamento, virus, guerre; nella continua riproposizione del dominio patriarcale.
Se non si introducono delle priorità – e la priorità è la conversione ecologica, che condiziona tutti gli altri ambiti, perché senza di essa si vanifica qualsiasi altro risultato conseguibile – l’opposizione sociale, destinata comunque a crescere o a esplodere nei prossimi mesi, rischia di continuare a disperdersi in tanti rivoli, magari anche contrapposti. Ma conversione ecologica non vuol dire mettere l’ambiente – variamente declinato, insieme alla “giustizia sociale” – al primo posto nei programmi elettorali. Vuol dire affrontare almeno i tre nodi di un cambiamento radicale del sistema produttivo, dell’assetto istituzionale e degli stili di vita; nodi mai affrontati nelle “non-fucine” dei partiti: 1. delineare l’orizzonte di un altro mondo possibile; 2. Esplorare la strada da percorrere per arrivarci; 3. Cercare di rendere il cambiamento socialmente desiderabile, come raccomandava Alex Langer, quando in molti casi viene invece visto solo come perdita del poco, lavoro e reddito, che ancora si ha, senza intravvedere alternative concrete.
Sul primo nodo i movimenti hanno lavorato bene: c’è ormai, non solo a parole, una convergenza sul ripudio di qualsiasi prospettiva fondata su crescita, accumulazione del capitale, produttivismo, estrattivismo, sfruttamento (sia degli esseri umani che del vivente), diseguaglianze sociali e patriarcato; e, in positivo, la ricerca di un assetto fondato su decentramento e partecipazione alla gestione condivisa dei processi produttivi, dei contesti istituzionali e dei rapporti sociali accanto a un orientamento alla sobrietà e all’arricchimento delle relazioni. Certo, ci saranno molte imprese e produzioni da chiudere (a partire da quelle delle armi) ed altre da potenziare. Ma non è detto che il conto si pareggi e cambiare attività è sempre complesso e difficile. Ma si potrà lavorare tutti, meno e meglio.
Sul secondo nodo non c’è che fare spazio all’ascolto: una facoltà di cui i partiti di tutto il mondo si sono sbarazzati da tempo. Non si può imporre a chi è in lotta per obiettivi specifici, ancorché vitali, o a chi è impegnato in iniziative particolari improntate alla solidarietà e alla condivisione, una prospettiva sviluppata in altre sedi e con altri intenti. Bisogna far sì che maturi all’interno delle lotte e delle iniziative, prospettando di volta in volta soluzioni che aiutino ad affrontare le difficoltà; e queste soluzioni coincidono quasi sempre con l’allargamento del fronte della lotta o l’approfondimento dei suoi obiettivi. Ce lo insegna, tra tutte, la lotta trentennale della Val di Susa.
Sul terzo nodo sarà lo sviluppo stesso degli eventi a farci strada: le condizioni di vita della maggior parte delle popolazioni, sia in occidente che nel resto del mondo, stanno subendo, e continueranno a subire, un peggioramento drastico: non la sobrietà perseguita rimodulando e condividendo i consumi sia materiali che culturali, ma l’austerità, differenziata da persona a persona, da un gruppo, una classe o un territorio all’altro, imposta dall’alto come fatto compiuto e ineludibile. Noi sui fatti compiuti non possiamo contare; ma nemmeno sulla predicazione. Serve l’esempio. Un esempio che dimostri che uno stile di vita differente è non solo praticabile, ma anche desiderabile. E ciò può avvenire soltanto in un contesto di condivisione: nel processo di costruzione di nuove relazioni, di nuove esperienze, di nuove comunità: il ruolo che un tempo era stato di alcuni partiti (e di alcuni sindacati) e che oggi non lo è e non lo sarà mai più.
La bomba
La guerra in Ucraina è arrivata dove doveva arrivare: allo scontro nucleare. Perché fin dall’inizio, anzi da molto prima del suo inizio, non era una guerra tra Russia e Ucraina, o tra Putin e Zelenski, ma tra Nato e Federazione russa. Non fermarla, non cercare di fermala, aveva un esito obbligato.
A tutti coloro che in questi mesi hanno sostenuto l’invio di armi al governo e all’esercito ucraino, facendo del nostro paese e dell’Unione europea una parte belligerante in nome di un’alternativa secca – vittoria o resa – avevamo chiesto: dove pensate di arrivare? E che cosa significa vittoria? Ritiro dell’esercito russo? Destituzione di Putin? Dissoluzione della Federazione russa e sua trasformazione in una grande Libia? Biden si era pronunciato fin dall’inizio per quest’ultima ipotesi, anche se poi aveva in parte ritrattato. Tutti gli altri (tranne la nuova Premier britannica) avevano evitato di rispondere, ben sapendo che se Putin – che è un dittatore paranoico, forse con poco ancora da vivere e, sicuramente, al governo senza alcuna collegialità – non cade, prima della dissoluzione della Federazione russa non c’è che la Bomba. Forse qualcuno sperava che a far cadere Putin avrebbe provveduto il suo entourage, che peraltro pare ancora più bellicoso di lui; oppure una sollevazione contro la guerra delle popolazioni della Federazione, che sta crescendo ma è ben lungi dalla possibilità di ottenere un risultato in tempi brevi.
Ma il vizio di fondo delle posizioni pro armi è quello di aver posto come unica alternativa alla vittoria la resa; senza voler vedere che in mezzo c’è, la possibilità e la necessità di promuovere una mediazione; e c’era anche prima dell’invasione russa, che si sarebbe potuta evitare se solo si fossero rispettati gli accordi di Minsk 2, violati da entrambe le parti. Una mediazione che si può proporre anche ora; certo, a costi (solo in parte già pagati con migliaia e migliaia di morti, distruzioni e miseria) molto più alti per entrambe le parti. Ma di certo non si può “mediare” mandando armi e schierandosi con una delle parti. Questo Draghi l’avrebbe dovuto capire.
Ma adesso, di fronte a Biden e al Pentagono (in questa partita il governo italiano, che non c’è, e l’Unione europea contano meno di niente) si pone, in termini moltiplicati per mille, la stessa alternativa: continuare a far combattere l’Ucraina, fino alla “vittoria”, che non ci sarà, perché arriva prima la Bomba, o “arrendersi”? Cioè riconoscere che di fronte alla prospettiva di una nuclearizzazione del conflitto bisogna fermarsi? E lasciar campo libero a una mediazione che per ora non è alle viste perché se ne è negata la possibilità e la si è impedita in tutti i modi, lasciandosi dietro le spalle quel panorama di morti, di edifici distrutti, di esistenze devastate, di futuri azzerati che la guerra ha provocato finora.
Un appunto andrebbe fatto agli Stati maggiori del nostro paese e degli altri Stati europei cobelligeranti e ai governanti che li hanno spinti o assecondati in questa avventura: non si va in guerra contro un “nemico” da cui dipende la possibilità di tenere in vita e in funzione la propria economia (cioè la possibilità stessa di continuare a fare la guerra). Meno che mai ci si può indignare perché il nemico ti taglia le risorse necessarie per continuare a fargli la guerra; ma forse anche a far funzionare il proprio paese. Prima ci si attrezza per rendersi autonomi. Lo capirebbe anche un bambino.