Sui vaccini. La mia relazione al convegno di Torino “Costituzione, comunità, diritti” 19 Novembre 2017

La mia relazione riguarda un tema di grande attualità, emerso già con forza nella riunione della mattina: il rapporto tra vaccini, integrità e diritti della persona visto da un sociologo. Non sono né medico, né biologo, né giurista. Quindi mi asterrò nella misura del possibile dall’entrata in argomenti tecnici su cui non ho competenze. E’ nota la vicenda dei motori diesel della Volkswagen, truccati con un software che ne riduceva drasticamente le emissioni inquinanti nei test di prova, per poi spararle “a tutto gas” sulle strade in fase di esercizio. Il trucco è stato “scoperto” quando il Governo degli Stati uniti ha mobilitato l’EPA, la sua agenzia per l’ambiente, per mettere un freno alla concorrenza delle vetture tedesche; ma probabilmente era noto da tempo a tutti gli addetti al settore. I dirigenti della Volkswagen, il Governo tedesco e gli organismi di controllo preposti ad autorizzare la circolazione delle nuove vetture hanno fatto finta di “cadere dal pero”; ma per molti anni avevano mandato avanti questo fondamentale meccanismo di inquinamento delle strade, dell’aria che respiriamo, dei nostri polmoni, del nostro sangue e dei nostri tessuti sempre più spesso aggrediti da tumori di ogni tipo.

E’ attuale la vicenda del glifosato, l’erbicida più diffuso nel mondo. Lo IARC di Lione, istituto che si occupa di ricerche sul cancro, che è una succursale dell’OMS, l’Organizzazione mondiale della sanità (agenzia delle Nazioni Unite, che viene però finanziata per l’80 per cento da privati: Big Pharma e fondazioni come quella di Bill Gates) aveva commissionato a un gruppo di studiosi una ricerca sugli effetti di questo erbicida. Ma al momento di renderlo pubblico, il draft sui risultati della ricerca è stato cambiato da una mano ignota, trasformando l’erbicida da cancerogeno a innocuo. Un risultato rafforzato da un giudizio dell’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza degli alimenti) che ha espresso il suo giudizio sulla base di una documentazione fornita dalla Monsanto, cioè dal produttore. Questo ha permesso al Parlamento europeo di autorizzare per altri cinque anni, e forse più, l’avvelenamento dei campi con questo prodotto. Non si tratta ovviamente dei due unici pareri in proposito: la pericolosità del glifosato è documentata da molti altri studi, ma soprattutto dal peggioramento crescente della salute di chi lavora in agricoltura, anche se per gli addetti al settore è difficile separare effetti dei tanti veleni che usano nei loro campi: un processo che ha fatto delle campagne un ambiente più nocivo e letale di quello delle città, invertendo un rapporto – campagna = salute; città = malattie – che risale agli albori della civiltà urbana.

I casi di occultamento o travisamento dei risultati della ricerca, ovvero di ricerche fasulle, fatte e commissionate per contraddire evidenze della vita quotidiana sono centinaia: in parte sono dovuti a veri e propri meccanismi di compravendita di tecnici, esperti, scienziati e ricercatori: cioè corruzione. In parte, invece a semplice conformismo: per fare carriera nella scienza e nella ricerca conviene non contraddire teorie e posizioni dominanti.

Ma in parte dipendono dal meccanismo di finanziamento dell’Università e della ricerca. Lo Stato vi provvede sempre meno e per mandarle avanti occorre ricorrere ai finanziamenti dei privati; al punto che la vera professionalità di uno scienziato o di un ricercatore non si manifesta tanto nella qualità dei risultati, quanto nell’abilità nel procacciare finanziamenti: l’intendence suivra; cioè il risultato scientifico dipende dai soldi che si mettono insieme.

Succede un po’ in tutti i campi; ma in quello sanitario, dominato da poche multinazionali straricche e potenti, il condizionamento è certo maggiore. Il meccanismo è poi ancora più perverso perché ad esso vanno ad aggiungersi altri due fattori. Il primo è il fatto che nella manipolazione di elementi e sostanze di origine organica, come è in gran parte il lavoro di ricerca in campo medico e farmacologico, la replicabilità di un esperimento – paradigma della scienza in tutte le sue espressioni – è per lo più scarsa, in quanto difficilmente le sostanze utilizzate nei laboratori possono essere rigorosamente uguali; per cui occorre affidarsi, molto di più che in altri campi, alla buona fede di chi pubblica le sue ricerche.

 Il secondo è il fatto che la ricerca farmacologica è di fatto finanziata dallo Stato: ma non in maniera diretta, bensì caricandone il costo sul prezzo dei farmaci coperto dal servizio nazionale (che così finanzia anche il costo, non dichiarato, del marketing, che spesso è pura e semplice corruzione dei medici: regali, crociere e finti convegni in cambio di prescrizioni, ecc.). Così le case farmaceutiche dispongono a modo loro dei margini realizzati. Questo meccanismo però non funzionerebbe se alla fine del circuito finanziario non ci fosse una sanzione pubblica da parte degli organismi preposti alla validazione dei prodotti. Nel caso dei farmaci, in Italia, questo organismo è l’Aifa, l’Agenzia del farmaco; balzato all’onore delle cronache per innumerevoli esempi di corruzione (solo una piccola parte dei tanti che verosimilmente non sono stati scoperti) e, attualmente, per lo stretto intreccio tra dirigenti del Ministero, che è l’organo di controllo, l’Agenzia e le aziende farmaceutiche o le loro fondazioni private: un sistema che in Italia si chiama “conflitto di interessi” (e dovrebbe chiamarsi invece coincidenza di interessi), ma che in tutto il mondo è noto invece come sistema delle porte girevoli (sliding doors): personaggi che vengono premiati con incarichi in azienda dopo aver servito con funzioni di controllo in ruoli pubblici. O vice versa.

Sono meccanismi da tener d’occhio quando si parla di vaccini: l’unico “atto medico” al mondo praticato senza alcuna forma di diagnosi. Un atto particolarmente invasivo, più del particolato nei nostri polmoni e nel nostro sangue e più del glifosato in quello che mangiamo.

La legge Lorenzin ne ha resi obbligatori dieci (all’inizio erano 12 + 4 “fortemente consigliati”, da quattro che lo erano prima) per tutti i minori di 16 anni. E’ una legge varata in ottemperanza a un impegno preso dalla ministra in un incontro della Global Health Security Agenda promossa dal G7 di tre anni fa, che ha fatto dell’Italia il paese capofila per le strategie vaccinali; in questo impegno, la ministra è stata sospinta da un dirigente del Ministero della Salute poi pescato con le mani nel sacco di interessi farmaceutici illeciti. Quest’obbligo ha spinto molti a chiedersi il perché di tutti quei vaccini. A che cosa servono? Non sono pericolosi? Domande che molti, come anche il sottoscritto, non si erano mai posti prima. Così sono diventate chiare, o possono diventare chiare a tutti, alcune cose:

1) si tratta di un esperimento in cui ai minori italiani è stato assegnato il ruolo di cavie, in vista dell’estensione di misure analoghe a tutti i paesi del mondo: dove ci sono mezzi, con il finanziamento dei rispettivi Stati; dove non ci sono, con l’aiuto, temporaneo e sempre revocabile delle fondazioni che finanziano le campagne vaccinali sia attraverso l’OMS che direttamente.

2)i vaccini da rendere obbligatori non sono solo 10, ma, in prospettiva, molti di più; perché le malattie infettive note sono più di 50 e le varianti di queste malattie sono forse dieci volte tanto. Un po’ per volta bisognerà arrivare a vaccinarci contro tutte: ovviamente con confezioni pluridosi, come lo sono già oggi il quadrivalente e l’esavalente inflitti anche a chi ne richiederebbe uno solo, perché dalle altre malattie è già stato dichiarato immune.

3) un po’ per volta la misura riguarderà tutta la popolazione e non solo i minori di 16 anni, come già oggi sta succedendo a chi lavora nella scuola o negli ospedali. Se infatti vale il dogma, mai dimostrato, a detta di molti operatori del settore e di numerose evidenze statistiche, della cosiddetta ”immunità di gregge”, tutti si dovranno vaccinare per non mettere a rischio, non solo a scuola o in ospedale, ma sui tram, ai giardinetti, sulle spiagge, al cinema, allo stadio, ecc. la salute di coloro che non possono essere immunizzati. I quali dovranno comunque continuare a vivere tra mille attenzioni, perché i pericoli che li minacciano sono infiniti e non provengono solo dalle persone non vaccinate.

4) queste vaccinazioni, poi, dovranno essere ripetute periodicamente, a distanze comprese tra i quattro e i dieci anni o poco più, perché l’immunità che conferiscono (se la conferiscono; il che non avviene sempre) non è permanente; a differenza dell’immunità naturale ricevuta da chi ha contratto e superato la malattia, che, per quello che riguarda le malattie esantematiche, non solo è permanente, ma, a quanto affermano molti medici sulla base della loro esperienza, si trasmette di madre in figlio per tutti i primi anni di età: fino a che non arriva l’età in cui è opportuno che le si contragga per acquisire a propria volta l’immunizzazione naturale. Mentre chi quell’immunità non l’ha ricevuta attraverso il cordone ombelicale o il latte materno, la deve sì acquisire con il vaccino, ma con una durata limitata; il che espone chi non ha né l’una né l’altra, o ha un’immunizzazione “scaduta”, al rischio di contrarre la malattia nell’età più pericolosa: tra i 16 e i 25 anni.

5) i vaccini sono pericolosi, sia per gli effetti collaterali che possono avere – spesso assai più pesanti di quelli di una malattia esantematica contratta all’età giusta – sia perché un numero consistente di pediatri e di medici sostiene, sulla base della propria pratica professionale, che dura anche da 30-40 anni, che le persone vaccinate sono più fragili ed esposte alle malattie di quelle non vaccinate. E’ una tesi che viene contestata dai sostenitori dei vaccini a tutti i costi, perché non è suffragata da analisi statistiche. Il che è vero; ma quelle ricognizioni statistiche non si fanno, nonostante che non siano molto impegnative per chi ha accesso ai dati raccolti dalle Unità sanitarie e, soprattutto, si nega l’accesso anche ai pochi dati disponibili. Per costringere l’Aifa a pubblicare i dati sulle reazioni avverse ai vaccini negli ultimi anni in Italia è dovuto intervenire il Tribunale di Torino. Perché nasconderli? Ma anche così non si riesce a sapere di che tipo e di che gravità siano state le reazioni avverse registrate; che sono comunque solo una piccola parte di quelle intervenute, perché medici e pediatri non sono tenuti a prenderne nota e a registrarle; e molti non hanno nemmeno le cognizioni che potrebbero permettere la connessione, spesso non immediata, tra vaccino e reazione.

6) la IV commissione di inchiesta sull’uranio impoverito, nata per indagare sulle connessione tra carcinomi, per lo più mortali, riconducibili all’esposizione dei militari coinvolti nelle missioni in Bosnia durante la guerra nell’ex Jugoslavia, è arrivata alla conclusione che la somministrazione di un numero di vaccini superiore a cinque (ben al di sotto, quindi, dei dieci prescritti dalla legge Lorenzin) è stata indubitabilmente una delle cause del diffondersi di quelle patologie, anche più dell’esposizione alle radiazioni dell’uranio impoverito, che sicuramente ha giocato la sua parte. Ma su questa inchiesta è calato un silenzio tombale.

7) il punto più controverso è la connessione tra vaccini e autismo. E’ indubbio che autismo e altri disturbi mentali irreversibili, soprattutto quelli regressivi, che intervengono non alla nascita, ma dopo alcuni mesi o anni di vita, sono in fortissimo aumento; ma chi intende dissociare questo fenomeno dai vaccini sostiene che le cause potrebbero o dovrebbero essere cercate altrove: soprattutto nel crescente inquinamento dell’ambiente e dei cibi. Tutti i sostenitori dei vaccini a tutti i costi citano, anche perché non ne hanno altri a disposizione, il caso Wakefield: il primo medico che ha ipotizzato una connessione tra questi due eventi e che è stato radiato dall’ordine con un’accusa di corruzione per la quale non è mai stato processato e perché i dati su cui basava le sue affermazioni erano stati raccolti in modo irregolare. Nessuno vi dirà però che uno dei coautori della stessa ricerca, colpito dalla stessa sanzione, è stato poi reintegrato (mente Wakefield non lo è stato perché non ne ha fatto richiesta, avendo trasferito altrove la sua attività); soprattutto perché quella radiazione era stata più il frutto di una campagna orchestrata da alcuni media legati a Big Pharma che la conseguenza di una intenzionale alterazione dei dati. Nessun comunque vi dirà che il CDC (il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie, un’agenzia del Governo degli Stati uniti) è stato denunciato al Congresso per aver nascosto e falsificato dati che quella connessione invece la provavano. E’ l’oggetto del film Vaxed, la cui proiezione è stata impedita al parlamento Europeo, al Senato italiano, nelle sale di Londra e in molti altri posti. Di ricerche su questo tema che portano a conclusioni opposte ce ne sono parecchie e su di esse non mi pronuncio perché non ho le competenze per farlo. Ma è accertato che due additivi presenti in quasi tutti i vaccini per garantire efficacia ai virus depotenziati – il mercurio, ora eliminato, e l’alluminio, ancora largamente utilizzato – possono avere pesanti effetti sul cervello. Anche qui, in mancanza di ricognizioni condotte in modo rigoroso su campioni rappresentativi della popolazione, ci soccorre, oltre alla denuncia di centinaia di genitori che hanno visto i loro figli rovinati, non alla nascita, ma dopo il vaccino, la conferma di molti medici. Questi elementi evidentemente non bastano a “far testo”; ma il rischio di vedere la vita dei propri figli rovinata per sempre è talmente intollerabile che dovrebbe spingere, ma non lo fa, le autorità sanitarie a metter in cantiere una ricerca seria sul tema. E soprattutto un dibattito pubblico e aperto a tutte le voci.

8) ad aprire questo confronto e a rendere edotta tutta la popolazione delle contrapposte posizioni e delle rispettive ragioni miravano le decine e decine di manifestazioni a favore della libera scelta, di cui tre a carattere nazionale, che si sono svolte in Italia a cavallo dell’approvazione della legge Lorenzin; animate da posizioni diverse, che vanno dal rifiuto totale alla richiesta di subordinare la somministrazione dei vaccini al rilascio di un consenso informato, o alla rivendicazione di poter scegliere quali e quanti vaccini accettare sulla base di una esaustiva diagnosi del soggetto e della situazione epidemiologica nella regione interessata. Manifestazioni su cui i media hanno taciuto.

9) invece ci hanno propinato fino allo sfinimento il prof Roberto Burioni, per assicurarci che lui le cose le sa, che non stanno come dicono coloro che contestano la legge Lorenzin, che lui non ne può discutere con chi non ha studiato, perché “la scienza non è democratica”, e che chi lo contraddice è un “asino ragliante”, espressioni poi riprese nel titolo del suo insulso libro, La congiura dei somari. Burioni evidentemente non sa che gli asini, oltre che dolcissimi, sono animali molto intelligenti e che se “l’asino raglia” è perché, giustamente, “vuol fieno e non vuol paglia”. Lascio a voi l’interpretazione di che cosa sia fieno e che cosa paglia. Nessun confronto diretto con un medico o un biologo che abbia maturato sui vaccini delle posizioni differenti. La“Scienza” di Burioni è la stessa di coloro che si facevano beffe e perseguitavano il dottor Semmelweis quando mostrava loro che lavandosi le mani il numero delle donne che morivano di parto calava drasticamente. Loro erano “La Scienza” e Semmelweis un praticante. Così per Burioni l’esperienza e le osservazioni di centinaia di medici e pediatri che segnalano rischi e danni anche gravi a seguito di vaccini non hanno alcun valore; contano solo gli studi statistici; quelli che non ci sono perché l’Aifa non li fa. Quindi non resta che lui, Burioni, che le cose le ha studiate…

10)  si sostiene che i vaccini costano poco e che le case farmaceutiche guadagnerebbero molto di più con i farmaci per curare le malattie contratte per non essersi vaccinati. Intanto è da dimostrare che senza vaccini ci si ammalerebbe comunque, mentre con i vaccini si resta sani; il che è contestato. Ma va ricordato che in Italia si sta sperimentando un sistema destinato a venir esteso a tutto il mondo, cosa che moltiplica tendenzialmente i relativi guadagni di molte volte. Ma soprattutto che si sta introducendo un meccanismo irreversibile, grazie al quale si avrà sempre più bisogno di vaccini e sempre più di nuovi vaccini. E l’economia insegna che quando si innesta un meccanismo irreversibile poi chi controlla il mercato può fare il bello e il cattivo tempo, soprattutto sui prezzi.

11) a riprova di ciò basti dire che contestualmente al varo della legge Lorenzin sono stati introdotti nel mercato dei vax-bond: prodotti finanziari presentati come “sicuri” perché legati alla diffusione e alla moltiplicazione dei vaccini resi obbligatori, che costituiscono il loro cosiddetto “sottostante”. Così, senza neanche accorgercene, contraiamo, con i nostri corpi, un debito verso le case farmaceutiche che hanno già venduto sul mercato finanziario i proventi che si attendono dalla nostra soggezione.

12) come leva per imporre i vaccini decisi dalla ministra è stata introdotta la minaccia di esclusione dei non vaccinati dalla scuola dell’infanzia; minaccia che non ha potuto essere replicata per la scuola dell’obbligo in quanto in aperta contraddizione con il diritto universale e costituzionale all’istruzione. Così i genitori inadempienti verranno soltanto multati. Ma contestualmente si prospetta la creazione di classi differenziali per gli alunni non vaccinati e contro di essi si è lanciata una vera e propria caccia agli untori. Caccia promossa e sostenuta anche dal prof. Burioni, voce parlante del ministero, che così si è espresso: “In un asilo romano una mamma No Vax che voleva far entrare a tutti i costi il figlio tenuto fuori dalla legge è stata allontanata non tanto dai carabinieri ma dalle altre mamme; questo secondo me è un segno importante perché chi non vaccina i propri figli inizia a essere percepito giustamente come un incivile”.

13) infine, è da almeno quarant’anni che, sulle orme delle ricerche dell’epidemiologo Thomas McKeown, presentate in un libro da me a suo tempo tradotto, è stato dimostrato che, con l’eccezione degli antibiotici, i farmaci, vaccini compresi, hanno avuto ben poco peso nella scomparsa di malattie letali, mentre un ruolo fondamentale, in Occidente, lo hanno avuto l’acqua potabile, le reti fognarie e soprattutto una alimentazione adeguata; il che spiega come mai malattie che da noi erano considerate innocue, ed anzi salutari, come quelle esantematiche, in paesi dove si soffre la fame e la mancanza di acqua potabile e di trattamento dei reflui esse continuino a essere devastanti, come lo erano in Europa e negli Stati uniti quando ancora quegli standard non erano stati raggiunti. Che malattie come il tifo, la poliomielite o il vaiolo, che decenni fa seminavano il terrore anche nei nostri paesi, abbiano cominciato a scomparire in seguito a un declino iniziato ben prima dell’introduzione dei vaccini obbligatori è peraltro comprovato dalle serie statistiche relative alla diffusione nel tempo di questi flagelli. Senza per questo negare che dove la malattia era ancora diffusa, l’obbligo vaccinale abbia avuto comunque effetti diretti positivi.

Niente vaccini allora? No. Vaccini quando sono necessari: in tutti i paesi ancora esposti a quei flagelli a causa delle condizioni igieniche e alimentari della popolazione; per tutti coloro che vanno in viaggio in quei paesi; e nei paesi da tempo immuni, uno per volta e solo in presenza di un rischio reale o di una epidemia conclamata – e non inventata come quelle segnalate dalla ministra Lorenzin e avallate dal prof. Burioni. Sempre tenendo conto che la cosiddetta immunità di gregge deve ancora essere dimostrata. Tutto questo per mostrare che la questione dei vaccini non è un aspetto secondario dell’assetto politico, sociale e costituzionale in cui viviamo, ma una manifestazione, non la sola, ma in prospettiva una delle principali, di una spinta a sottomettere gli esseri umani a una medicalizzazione e “chimicizzazione” sistematiche attraverso cui si possono aprire le vie a molte altre forme di intrusione nelle nostre vite, nei nostri corpi e nella nostra psiche; come lo sono già oggi la gestione dei dati relativi a tutti gli aspetti delle nostre vite raccolti, senza che ce ne accorgiamo, e venduti, senza che lo consentiamo, dai grandi gestori mondiali della rete. E come lo è l’inquinamento che viene imposto all’ambiente in cui viviamo e al cibo di cui ci nutriamo da parte delle società che controllano, insieme alla tecnologia e alla ricerca, anche le istituzioni pubbliche dello Stato che dovrebbero difenderci.

La democrazia intesa come autogoverno, fondato sia sulla partecipazione informata dei cittadini e delle cittadine che sul conflitto contro chi vorrebbe imporci le sue scelte e i suoi interessi grazie al suo potere, che oggi è soprattutto potere finanziario, è l’unica forma di vera democrazia. Ma non è né realizzabile né perseguibile senza schierarsi anche su questa frontiera, che è quella del controllo sui nostri corpi e sulle nostre vite.

Unione europea, morto che cammina.

Assistiamo al progressivo svuotamento dell’Unione europea intesa come organismo politico di governo sia di ciò che succede nei territori di sua competenza, sia dei rapporti con gli altri paesi con cui è in relazione. È la sua riduzione a pura entità contabile addetta a tradurre in prescrizioni le decisioni dell’alta finanza, senza alcuna capacità o volontà di condizionarne o prevenirne le scelte letali. A vigilare sulla obbedienza dell’Unione e degli Stati membri c’è la BCE che controlla la borsa: non il denaro che la grande finanza mette in circolazione e poi usa secondo convenienze alle quali anche la BCE si deve adeguare, come mostra il rimpolpamento delle casse delle banche svuotate dailoro amministratori; bensì il denaro che circola tra i cittadini e tra le imprese per mandare avanti le proprie attività, e che senza denaro vengono meno; ma che ormai sopravvivono sotto la minaccia di venir paralizzate, come in Grecia due anni fa. Leggi tutto “Unione europea, morto che cammina.”

Papa Francesco, i movimenti e il libro in edicola con il Manifesto

Per Francesco la terra è innanzitutto il campo: la sede in cui si svolge e da cui dipende la vita di quei contadini di e quei braccianti che, insieme ai recuperatori di rifiuti e di strutture abbandonate, costituiscono la base sociale principale dei movimenti popolari radunati dal papa per offrire loro una sede dove coordinarsi, definire i propri obiettivi, far sentire la propria voce. A loro sono infatti rivolti tre dei principali discorsi che hanno caratterizzato la svolta che Francesco ha cercato di imprimere al ruolo della chiesa con il suo pontificato. Ma campo è inseparabile dal lavoro che lo rende fertile; e lavoro è un diritto di tutti, che va rivendicato con forza ed a cui va restituita la dignità negata dallo sfruttamento di un sistema fondato sul dominio incontrastato del dio denaro. Ed è inseparabile anche da tetto, il diritto a una casa, che fin dal suo primo discorso rivolto ai movimenti popolari Francesco declina nel senso di comunità, di vicinato, mutuo aiuto: il “fuori” senza il quale il “dentro” della casa si risolve in una prigione.

Ma Terra – questa volta con la maiuscola – è anche il pianeta in cui si svolge e da cui dipende la vita di noi tutti: un ambiente indissolubilmente trasformato dallo sviluppo storico, dalle opere, dai manufatti e dalle produzioni in cui si è concretizzata l’attività del genere umano, che è anche e soprattutto lavoro; come è inseparabile dal concetto di dimora: il luogo in cui le facoltà umane di ciascuno si possono sviluppare attraverso la convivenza e l’interscambio con il territorio e gli altri esseri umani che lo abitano.

In questa connessione tra il locale e il globale, tra il mondo del vissuto quotidiano e le prospettive dello sviluppo storico, tra il comportamento di ciascuno – analizzato fin nei minimi e apparentemente insignificanti particolari – e le scelte politiche da cui dipende il futuro dell’umanità e del pianeta sta la grandezza del pensiero di Francesco, che non ha eguali in nessuno dei leader politici e del personale di governo che oggi opprimono la popolazione del pianeta.

Francesco è un papa: si ritiene, e viene da molti considerato, il vicario di dio in terra; il suo pensiero è indissolubilmente legato al suo ruolo; e non potrebbe essere altrimenti. Per lui la Terra è parte del “creato”. Ma anche così, o proprio per questo, la Terra assume nel suo pensiero una propria autonomia e, attraverso i suoi cicli e i suoi equilibri, un ruolo regolativo nel definire che cosa è lecito e che cosa non è lecito nei comportamenti umani: non si può distruggere o sottrarre agli esseri umani campo, lavoro e tetto, ossia un ambiente sano, la possibilità di agire nella storia e le condizioni di una convivenza fondata sulla giustizia – che certo non esclude, ma anzi impone, il conflitto, e su questo Francesco è perentorio – senza far venir meno le possibilità di sopravvivenza per tutto il genere umano.

L’essere umano è per lui parte della Terra; non può contrapporsi più di tanto ai meccanismi che ne regolano cicli ed equilibri e ad essi si deve conformare. Non, quindi, la ubris del dominio sulla natura e sugli altri esseri, come per secoli è stato interpretato il messaggio biblico, bensì una consonanza con essi che fa del genere umano il custode, o uno dei custodi del, creato. Sono sanciti così sia l’abbandono di una concezione antropocentrica, prevalsa soprattutto con l’avvento dell’era moderna, sia l’adesione alla visione propria di quell’ecologia profonda che sta affermandosi, pur con grandi difficoltà, in molti campi della cultura e in gran parte dei movimenti autorganizzati del nostro tempo: una visione che Francesco abbraccia senza remore nell’enciclica Laudato sì.

E’ solo così, infatti, che si può riportare il lavoro, insieme alle sue finalità, ai suoi prodotti, ai suoi effetti sull’ambiente e sugli esseri umani, entro i limiti della sostenibilità, restituendo agli emarginati della Terra dignità e qualità della vita. Perché le vittime dell’aggressione alle risorse del pianeta sono soprattutto i poveri e sono loro, per forza di cose, quelli maggiormente interessati alla salvaguardia e al risanamento di tutto l’ambiente in cui vivono: dal “campo” al pianeta Terra; dall’aria che respiriamo e dal cibo che mangiamo – o che vorremmo mangiare – agli equilibri climatici globali. Per questo la giustizia sociale non è perseguibile al di fuori della giustizia ambientale, del rispetto della Terra, della salvaguardia dei suoi cicli e di tutto il vivente.

E’ in questo contesto che si situa l’impegno di Francesco a favore dell’accoglienza e dell’inclusione di tutti i migranti, che considera la conseguenza più evidente degli squilibri ambientali e sociali del mondo d’oggi: quelli che costringono milioni di esseri umani a fuggire da paesi che al momento, e forse per un lungo periodo, e forse anche per sempre, non danno loro più alcun accesso a un campo, a un tetto e a un lavoro, spingendoli a cercare queste cose in paesi lontani e sempre più ostili. E’ un impegno non privo di ondeggiamenti e contraddizioni, come quelli testimoniati dagli scarti tra il discorso di Francesco in vista della giornata mondiale del migrante del 2018, e quel “primo, quanti posti ho?” pronunciato in aereo, di ritorno dall’America Latina, che ha dato modo a una parte della gerarchia ecclesiastica di fornire un assist immediato agli obbrobriosi respingimenti del ministro Minniti; per poi contraddirsi ancora nell’invito ad accogliere tutti i migranti “a braccia aperte”; aperte come il colonnato di san Pietro: quello sotto cui Francesco aveva invitato a trovar rifugio i senzatetto di Roma prima che le gerarchie vaticane li cacciassero di nuovo per non turbarne il decoro. Sono segni evidenti del fatto che quando dalle enunciazioni di principio si scende ai fatti, si aprono conflitti a tutto campo che non risparmiano nessuno, costringendo a continui ondeggiamenti.

Ma l’approccio che unisce giustizia sociale a giustizia ambientale resta comunque il tema di fondo che attraversa e domina tutta l’enciclica Laudato sì: un testo che riposiziona radicalmente le priorità e le prospettive della politica, della cultura e dell’agire quotidiano. Per i cattolici, nel solco di una continuità, che Francesco rivendica, con encicliche di precedenti pontefici; per i non credenti, in piena sintonia sia con il pensiero ecologista più radicale sia con le culture indigene, soprattutto quelle dell’America Latina, che hanno giocato un ruolo fondamentale in questa elaborazione.

La pubblicazione, per iniziativa del manifesto, di un libro – che contiene, oltre ad alcune note di commento e di contestualizzazione, il testo integrale dei tre discorsi che Francesco ha rivolto al mondo in occasione degli incontri mondiali con i movimenti popolari – è anch’esso il segno di una volontà di rinnovare il proprio repertorio politico attingendo a fonti ed ambiti fino a pochi anni fa quasi impensabili.

 

Quanti posti abbiamo?

Certamente papa Francesco era consapevole che l’assist dato alle politiche migratorie del governo italiano avrebbe avuto l’effetto di rinfocolare la canea antiprofughi delle destre razziste, non solo italiane ma anche europee, di cui peraltro le strategie del ministro Minniti – e prima di lui le parole di Renzi – ricalcano i punti fondamentali: l’abbiamo sempre detto “non c’è più posto”; caso mai, “aiutiamoli a casa loro”, ecc.

Francesco ha voluto evidenziare che: non c’è accoglienza senza integrazione; senza la capacità di dare casa, lavoro, reddito, scuola e servizi sociali a chi si è visto costretto a cercare tra noi rifugio o speranza di sopravvivere. Ha anche ricordato che la questione dei profughi e dei migranti, insieme a quella del clima – tra loro strettamente legate – è la questione centrale del nostro tempo: tanto per il “cuore”, cioè per lo spirito da cui ciascuno di noi si deve sentire guidato, quanto per la “politica”, cioè per le scelte che ogni paese deve fare. Leggi tutto “Quanti posti abbiamo?”

Torna in campo il movimento per la libera scelta

Si riaprono le scuole e il problema principale che insegnanti, allievi, genitori, autorità scolastiche e personale amministrativo si troveranno di fronte non sarà la mancanza di docenti, i ritardi nelle nomine, o il disastro della “Buona scuola” di Renzi, ma il mare di scartoffie imposte dalla legge sui dieci vaccini resi improvvisamente obbligatori. Leggi tutto “Torna in campo il movimento per la libera scelta”

Il muro del Nord

Il capitolo “secessione”, che le Regioni leghiste (la “Padania” senza più il Piemonte, ma con in più la Liguria) non erano riuscite ad aprire e legittimare in campo fiscale, viene oggi di fatto riproposto sulla questione delle “quote” di profughi e migranti da trasferire al Nord dai porti di sbarco; nonostante che a guidare questa rivolta sia proprio Maroni, l’ex-ministro che quelle quote le aveva introdotte. Leggi tutto “Il muro del Nord”

Io temo la «democrazia» di Marco Minniti

«Aiutiamoli (a crepare) a casa loro»: perfetta unità sulla questione profughi e migranti delle tre forze che si contendono il controllo politico del paese, Pd, destra e 5stelle.
Condivido i timori del ministro Minniti per «la tenuta democratica del paese»; è ora di prenderne
atto. Solo che a creare questa drammatica situazione hanno contribuito in modo sostanziale lo stesso
ministro, la sua politica, il suo partito e il governo di cui fa parte. Leggi tutto “Io temo la «democrazia» di Marco Minniti”

Il deserto sociale e culturale dove trionfa l’inumano

Bisognerebbe chiedersi perché il Governo della Libia – o quello che viene spacciato per tale – è così pronto a riprendersi, anche con azioni di forza, quei profughi che tutti i Governi degli altri Stati, sia in Europa che in Africa, cercano di allontanare in ogni modo dai propri confini. La verità è che a volerli riprendere non è quel Governo, ma sono le due o tre Guardie costiere libiche che fanno finta di obbedirgli, ma che in realtà lo controllano; e a cui l’Italia sta dando appoggio con dovizia di mezzi militari. Ormai si sa che quelle Guardie costiere sono in mano a clan e tribù coinvolte nella tratta dei profughi e nel business degli scafisti. E che una volta a terra profughe e profughi riportati in Libia saranno imprigionati e violate di nuovo e torturati per estorcere un riscatto alle loro famiglie; oppure venduti ad altri scafisti che faranno loro le stesse cose; fino a che non li imbarcheranno di nuovo, non prima di aver fatto pagar loro, per la seconda volta, il passaggio. Per farlo meglio hanno riattivato una zona Sar fantasma, proibendo alle Ong di entrarvi. Quello che Minniti cercava e non era riuscito a fare con il suo codice di condotta. Un business così, legittimato da un Governo straniero, dall’Unione europea e dall’Onu, nessun criminale al mondo se l’era finora sognato. Leggi tutto “Il deserto sociale e culturale dove trionfa l’inumano”

In difesa dei giusti

Coloro che dalle coste della Libia si imbarcano su un gommone o una carretta del mare sono esseri umani in fuga da un paese dove per mesi o anni sono stati imprigionati in condizioni disumane, violati, comprati e venduti, torturati per estorcere riscatti dalle loro famiglie, aggrediti da scabbia e malattie; e dove hanno rischiato fino all’ultimo istante di venir uccisi. Molti di loro non hanno mai visto il mare e non hanno idea di che cosa li aspetti, ma sanno benissimo che in quel viaggio stanno rischiando ancora una volta la vita. Chi fugge da un paese del genere avrebbe diritto alla protezione internazionale garantita dalla convenzione di Ginevra, ma solo se è “cittadino” di quel paese. Quei profughi non lo sono; sono arrivati lì da altre terre. Ma fermarli in mare e riportarli in Libia è un vero e proprio respingimento (refoulement, proibito dalla convenzione di Ginevra) di persone perseguitate, anche se materialmente a farlo è la Guardia costiera libica. Una volta riportati in Libia verranno di nuovo imprigionati in una delle galere da cui sono appena usciti, subiranno le stesse torture, gli stessi ricatti, le stesse violenze, le stesse rapine a cui avevano appena cercato di sfuggire, fino a che non riusciranno a riprendere la via del mare. Alle Ong che cercano di sottrarre quei profughi a un simile destino di sofferenza e morte andrebbe riconosciuto il titolo di “Giusti” come si è fatto per coloro che ai tempi del nazismo si sono adoperati per salvare degli ebrei dallo sterminio. Invece, ora come allora, vengono trattati come criminali: dai Governi, da molte forze politiche, dalla magistratura, dai media e da una parte crescente dell’opinione pubblica (i social!); sempre più spesso con un linguaggio che tratta le persone salvate e da salvare come ingombri, intrusi, parassiti e invasori da buttare a mare. Non ci si rende più conto che sono esseri umani: disumanizzare le persone come fossero cose o pidocchi è un percorso verso il razzismo e le sue conseguenze più spietate. Come quello che ha preceduto lo sterminio nazista.

Nessuno prova a mettersi nei panni di queste persone in fuga, per le quali gli scafisti che li sfruttano in modo cinico e feroce sono speranza di salvezza, l’ultima risorsa per sottrarsi a violenze e soprusi indicibili. La lotta agli scafisti indetta dal governo italiano e dall’Unione Europea è in realtà una guerra camuffata contro i profughi, contro degli esseri umani braccati. Ed è una guerra che moltiplica il numero e i guadagni di scafisti, autorità libiche corrotte e terroristi: unica alternativa ai canali di immigrazione legale che l’Europa ha chiuso fingendo di proteggere i propri cittadini.

Da tempo le imbarcazioni su cui vengono fatti salire i profughi non sono più in grado di raggiungere l’Italia: sono destinate ad affondare con il loro carico. Ma gli scafisti certo non se ne preoccupano: il viaggio è già stato pagato, e se il “carico” viene riportato in Libia, prima o dopo verrà pagato una seconda e una terza volta. In queste condizioni, non c’è bisogno che un gommone si sgonfi o che una carretta imbarchi acqua per renderne obbligatorio il salvataggio, anche in acque libiche: quegli esseri umani violati e derubati sono naufraghi fin dal momento in cui salpano e, se non si vuole farli annegare, vanno salvati appena possibile. Gran parte di quei salvataggi è affidata alle Ong, perché le navi di Frontex e della marina italiana restano nelle retrovie per evitare di dover intervenire in base alla legge del mare; ma gli esseri umani che vengono raccolti in mare da alcune navi delle Ong devono essere trasbordati al più presto su un mezzo più capiente, più sicuro e più veloce; altrimenti le navi che eseguono il soccorso rischiano di affondare per eccesso di carico, oppure non riescono a raccogliere tutte le persone che sono in mare o, ancora, impiegherebbero giorni e giorni per raggiungere un porto, lasciando scoperto il campo di intervento. Vietare i trasbordi è un delitto come lo è ingiungere alle Ong di imbarcare agenti armati: farlo impedirebbe alle organizzazioni impegnate in interventi in zone di guerra di respingere pretese analoghe delle parti in conflitto, facendo venir meno la neutralità che permette loro di operare. Né le Ong possono occuparsi delle barche abbandonate, soprattutto in presenza di uomini armati fino ai denti venuti a riprendersele. Solo i mezzi militari di Frontex potrebbero farlo: distruggendo altrettante speranze di chi aspetta ancora di imbarcarsi.

I problemi continuano quando queste persone vengono sbarcate: l’Unione europea appoggia la guerra ai profughi, ma poi se ne lava le mani. Sono problemi dell’Italia; la “selezione” tra sommersi e salvati se la veda lei… I rimpatri, oltre che crudeli e spesso illegali, sono per lo più infattibili e molto costosi. Così, dopo la selezione, quell’umanità dolente si accumula in Italia, divisa tra clandestinità, lavoro nero, prostituzione e criminalità: quanto basta a mettere ko la vita politica e sociale di tutto paese. Ma cercare di fermare i profughi ai confini settentrionali o a quelli meridionali della Libia accresce solo il numero dei morti. Dobbiamo guardare in avanti, accogliere in tutta Europa come fratelli coloro che cercano da lei la loro salvezza; adoperarci per creare un grande movimento europeo che lavori e lotti per riportare la pace nei loro paesi (non lo faranno certo i governi impegnati in quelle guerre) e perché i profughi che sono tra noi possano farsi promotori della bonifica ambientale e sociale delle loro terre (non lo faranno certo le multinazionali impegnate nel loro saccheggio). L’alternativa è una notte buia che l’Europa ha già conosciuto e in cui sta per ricadere

La contestazione del decreto Lorenzin

La contestazione del decreto Lorenzin, diventato legge il 28 luglio, sui 12 vaccini (poi “solo” 10) obbligatori per l’ammissione dei bambini ai nidi e alla scuola pubblica ha suscitato un movimento di massa – due manifestazioni nazionali di 40mila persone a Roma, una a Pesaro di 60 mila, un presidio di parecchi giorni davanti al parlamento, decine di cortei e fiaccolate con migliaia di partecipanti in tutta Italia – intorno a cui media e stampa hanno eretto un muro di silenzio, fino a che due calci contro l’auto di tre deputati del PD non hanno permesso loro di gridare alla violenza e al fanatismo (Michele Serra), riempiendo pagine e schermi di editoriali e deprecazioni. Non entro nel merito tecnico della contestazione – non ne ho le competenze – ma alla dimensione sociale e politica di questa vicenda non solo è lecito, ma doveroso prestare attenzione. Partiamo dagli schieramenti in campo: Leggi tutto “La contestazione del decreto Lorenzin”