Queste manifestazioni!

Due manifestazioni di valenza nazionale nella stessa giornata di sabato 5.11: una per la pace e contro le armi, a Roma, l’altra a sostegno della lotta del collettivo ex-Gkn, ormai integrata con la mobilitazione per il clima del movimento Fridays for Future, e di molti altri movimenti in difesa dell’ambiente e della salute, in un processo di convergenza che ormai ha coinvolto anche la lotta degli studenti della Sapienza di Roma; più altre manifestazioni per la pace e contro le armi sparse in tutta Italia, (e una per la pace, ma con le armi, cioè per la guerra, a Milano). Per la prima volta questa moltiplicazione di eventi non è una manifestazione di rivalità tra sigle contrapposte, ma espressione della ricchezza di un movimento che dominerà la scena nei prossimi mesi: troppe poste in gioco, troppe lotte in corso, troppi territori da coprire, troppi attori collettivi in campo per poter unificare tutto in un’unica adunata.

Ma c’è un punto fermo per tutti ed è il ruolo del collettivo dei lavoratori ex-Gkn che, dopo quasi un anno e mezzo di lotta, ha portato alla costruzione di una rete di solidarietà sia locale che nazionale, di una visione – se non ancora di un progetto – di conversione produttiva e di una convergenza, come si è visto chiaramente il 22.10 a Bologna, con molti altri movimenti di lotta, di cui sicuramente il più significativo è Fridays for Future: perché è quello che ha messo al centro la questione nodale del clima, premessa di ogni prospettiva di riconversione; perché è un movimento nazionale e internazionale le cui acquisizioni possono diffondersi attraverso le sue mille articolazioni; perché è composto soprattutto da giovani, cioè dalle vittime designate della guerra alla Terra scatenata dalle classi dominanti di tutto il mondo, ma anche protagonisti di una lotta per la salvezza del pianeta tradita da quasi quelle stesse élite.

Ma il contributo di Fridays della ex-Gkn è altrettanto significativo: sviluppando il modello della Rimaflow, ma con molta più forza (perché la ex-Gkn è molto più grande, ha ancora il controllo di tutto il macchinario, ha costruito una rete di solidarietà molto più estesa e ha “fatto breccia” su tutti i movimenti, quasi quanto i No-Tav della Valdisusa) il collettivo ex-Gkn è approdato al progetto di una fabbrica pubblica socialmente integrata. Che cos’è?

E’ un – forse il – modello alternativo all’impresa capitalistica basata sul perseguimento del profitto, sull’accumulazione del capitale, sul mercato, di cui è al tempo stesso signora e succube (perché “va dove la porta il profitto”; e lo si è visto con il tentativo di delocalizzazione); è una struttura gerarchica, autoritaria, cinica e spietata con i “dipendenti”.

La fabbrica pubblica socialmente integrata, come ha spiegato Dario Salvetti è una realtà aperta a tutti coloro che intendono collaborare alla sua riuscita, che unisce, nei suoi impianti e in una rete di relazioni mutualistiche, produzione, cooperazione, ricerca, formazione, progetti pubblici, finanza etica, attività culturali, mercato di prodotti contadini e alternativi e quant’altro possa renderla ricca di vita e solidarietà. E’ pubblica, sottratta al giogo della proprietà privata, ma non è governata dallo Stato, bensì della collettività che si sarà riunita e organizzata intorno al progetto e alle lotte che lo sostengono: una governance che in parte attua e in parte prefigura l’alternativa all’impresa capitalistica.

Ed è un modello per tutte gli altri collettivi che intendono perseguire la riconversione ecologica; soprattutto per quelle situazioni di crisi, delocalizzazione o chiusura, dove i lavoratori non hanno altra scelta, se non vogliono imboccare quei percorsi finti proposti dai Governi senza mai approdare a nulla.

Ma è un modello anche per qualsiasi comunità in lotta e soprattutto per il movimento degli studenti e di Fridays for Future che, non possono più limitarsi a “fare pressione” sui governi perché adottino le misure necessarie a una vera transizione, o a rivendicarle. Ma dovranno prendere l’iniziativa per convertire anche loro scuole e dipartimenti in strutture socialmente integrate: cioè farne delle realtà aperte al territorio e alle sue comunità, dove l’istruzione non sia più trasmissione di saperi ingessati, ma verifica delle potenzialità di una collettività che prende in mano l’esistenza di tutti: con l’ingresso dei problemi del territorio nell’organizzazione della vita scolastica e della programmazione curricolare, con la ricerca e la sperimentazione di nuove modalità della didattica, con una cultura prodotta anche dal basso, con la riorganizzazione del trasporto e con la sistemazione degli studenti fuorisede, con la conversione degli stabili alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica e delle pertinenze della scuola in modelli di coltivazioni sostenibili. Per farne “casematte” di una resistenza e di un’offensiva contro i poteri che stanno trascinando il mondo alla catastrofe.

Largo a chi sa cosa fare

Bisognava aspettare Putin, “il benzinaio con l’atomica” (così Adriano Sofri su il foglio del 28.10) che riforniva e rifornisce di idrocarburi metà della Terra, per sentir deplorare il fatto che la guerra in Ucraina danneggia la lotta contro il cambiamento climatico. C’è qualcuno di coloro che, schierati senza se e senza ma per l’invio di armi all’Ucraina, cioè per la guerra, abbia anche solo accennato agli effetti negativi di quel conflitto sulla lotta ai cambiamenti climatici? O di coloro che, invocando la pace (parteciperanno anche alla manifestazione del 5.11 a Roma), affermano senza esitazioni che le condizioni della pace sono il ritiro delle truppe russe da tutti i territori annessi? Cioè la resa di Putin come unica alternativa alla resa di Zelensky? Senza mai prendere in considerazione – anzi irridendo alla eventualità, purtroppo remota – che tra quella due “rese” ci fossero, e ci sono ancora, ampie possibilità di mediazione: a partire dal cessate il fuoco; e poi riprendendo e aggiornando gli accordi di Minsk, traditi da entrambe le parti, ma il cui rispetto avrebbe non solo evitato questa catastrofe all’Ucraina, ma anche dilazionato l’apocalisse climatica che questa guerra sta accelerando. E, soprattutto, senza riflettere sul fatto che la “vittoria” dell’Ucraina, un evento che si insegue senza mai dire in che cosa consisterebbe, avrebbe comunque per prezzo la morte di altre decine di migliaia di esseri umani da entrambe le parti, la devastazione completa del territorio e delle infrastrutture del paese e, sempre più vicino, l’olocausto nucleare. Ma non la caduta di Putin, che, caso mai, sarebbe verosimilmente sostituito da gente ancora più pericolosa, alla Prigozin o alla Kadirov, e non certo da un’élite più ragionevole e conciliante; ma forse – e sembra questo l’obiettivo di chi punta alla “vittoria” – dalla disgregazione del suo impero, trasformato in una grande Libia in balia delle potenze di tutto il pianeta, fameliche delle sue risorse: dalla Cina alla Nato, dalla Turchia all’Isis. Con il risultato di rendere permanente e incontrollabile lo stato di guerra.

Ma sembrano destare più attenzioni le false preoccupazioni di Putin per il clima, su cui è facile ironizzare, delle recenti dichiarazioni di scienziati come Johan Rockstrom, dell’Unep o di altre agenzie di monitoraggio del clima, che ci avvertono che il tempo per invertire radicalmente rotta sta per scadere. Siamo alla vigilia dell’ennesima farsa climatica rappresentata dalla Cop 27; che si svolgerà in Egitto, nella ridente stazione balneare di Sharm-el-Sheik, ospite di una delle più feroci dittature del pianeta: ben intenzionata a utilizzare questa inutile sfilata per legittimare i suoi crimini (a partire dall’assassinio di Regeni), per battere cassa dai paesi più “ricchi” e più responsabili della crisi ambientale, ma certo non per chiedere loro di lasciare sottoterra carbone e petrolio, o il gas che l’Eni ha da poco scoperto nei fondali del paese.

D’altronde, per venire a casa nostra, nel suo discorso programmatico Giorgia Meloni ha rilanciato le trivelle nell’Adriatico, a cui si era opposta quando doveva ancora raggranellare un modesto seguito per il suo partito, mentre la stampa che l’ha sempre appoggiata irride a Greta e ai “gretini”, ribadendo che qualsiasi misura finalizzata al contenimento del disastro climatico e della devastazione del territorio sarebbe un attacco ai consumi, al benessere della nazione, alla crescita del Pil, all’accumulazione del capitale: che poi sono la stessa cosa. Quella per cui si sono battuti anche tutti i governi che l’hanno preceduta. Tanto è vero che nessuno, dall’opposizione, ha tracciato  una discriminante nei confronti del governo richiamando l’impellenza della lotta alla crisi climatica e ambientale e ai disastri creati dalla guerra, la necessità di incentrare su di essa tutta la politica estera nei confronti dell’Unione europea, della Nato e del Mediterraneo, come condizioni preliminari per poter affrontare i problemi del reddito, del lavoro, della salute, dell’istruzione e di tutti gli altri diritti in condizioni che saranno sempre più difficili. 

Lo faranno le nuove generazioni, quelle di Greta, che sabato scorso sono scese in piazza in massa insieme al collettivo operaio della Gkn, che ha trasformato il proprio stabilimento in una “fabbrica pubblica socialmente integrata”; insieme a un rinnovato movimento contadino che sa, perché la pratica, che cos’è la sovranità alimentare, e alla mobilitazione contro il passante autostradale, l’ennesima grande opera inutile e dannosa. Loro sanno che non è più tempo di aspettare né di mostrare acquiescenza verso chi ci sta portando alla rovina. La fabbrica socialmente integrata del collettivo della Gkn è un modello non solo per rivendicare soluzioni che chi governa non sa nemmeno concepire, ma per passare dalle parole ai fatti: nelle scuole, nelle università, nei quartieri, in ogni comunità esistente o possibile.

Un contributo al convegno di Medicina Democratica

Sono membro e uno dei soci fondatori dell’Associazione Laudato sì – Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale, fondata nel 2015, subito dopo la pubblicazione dell’omonima enciclica di papa Francesco.

Ciò che secondo noi costituisce il nucleo centrale di questa enciclica, che consideriamo il più importante documento politico di questo scorcio di secolo, è l’indissolubile nesso che vi viene tracciato tra giustizia sociale e giustizia ambientale.

La giustizia non   quiete, ma lotta, conflitto o iniziativa. Che cos’è la giustizia sociale? E’ il rispetto dei diritti irrinunciabili di ogni essere umano, che presuppone una lotta a fondo contro le macroscopiche diseguaglianze che caratterizzano la società odierna ovunque.

E che cos’è la giustizia ambientale? E’ il rispetto dei diritti della natura o, meglio, del creato e di ogni singola creatura, cioè di ciò che noi laici chiamiamo mondo. Questi diritti corrispondono alle condizioni che rendono possibile la perpetuazione e la rigenerazione di ogni specie vivente e del relativo habitat fisico, climatico e biologico, vista l’interconnessione che lega tra loro tutti gli esseri viventi e questi con una vita umana degna di questo nome.

Questa interconnessine è anche la base del principio One Planet, One Health che segnala la continuità tra la salute degli esseri umani e quella del resto del vivente e del pianeta tutto.

Ma è un principio che evidenzia anche il fatto che i confini della persona umana non coincidono con la sua epidermide; che il nostro io, il nostro noi, si estendono ben al di là dei nostri corpi, intersecandosi in modo diretto o indiretto con tutto ciò che ci circonda; mentre il sostrato geologico che ci sorregge, l’aria che respiriamo, l’acqua di cui siamo in gran parte composti e l’esistenza di tutti gli esseri viventi, a partire dai batteri presenti nel nostro corpo e passando per il cibo che la terra produce penetrano ben dentro i nostri organismi.

Se la vera e la più salutare delle medicine è la prevenzione, questa passa necessariamente per la salute dell’ambiente in cui siamo immersi. Non si può essere sani in un mondo malato, aveva ricordato Francesco; mentre la salute (ma questo punto mi vien da dire, soprattutto quella mentale) degli esseri umani, che sono i custodi del creato, è condizione imprescindibile di un ambiente sano: sia a livello locale che planetario.

Questa continuità tra l’essere umano e il mondo che lo circonda comporta una grande rivoluzione culturale rispetto alla concezione del mondo che si è andata affermando con la modernità, che è un termine delicato per nominare il capitalismo. Con essa, infatti, secondo quanto teorizzato da Cartesio, esiste una discontinuità radicale tra l’essere umano e il resto del mondo; tra lo spirito, prerogativa dell’uomo dominatore (implicitamente bianco, maschio ed europeo) e la materia inerte, a cui erano stati ricondotti tutti gli altri esseri che popolano la terra, compresi i “selvaggi”, cioè le popolazioni indigene delle nuove colonie e le donne.

Quella dicotomia viene oggi superata dalla sensibilità, prima ancora che dal pensiero, della cultura antispecista, sempre più diffusa tra una parte consistente delle nuove generazioni, quelle di Greta. Ma la sua storicizzazione, cioè la sua collocazione entro i limiti della cultura occidentale e di una fase specifica della storia umana, è una acquisizione dell’antropologia contemporanea, che ha trovato ovviamente supporto e legittimazione nello studio di numerose culture indigene ancora molto legate all’ambiente naturale in cui si sono sviluppate.

Sono culture, soprattutto quelle dell’America latina, che in parte hanno ispirato anche l’enciclica Laudato sì; cosa resa esplicita dal ruolo che papa Francesco ha attribuito al sinodo sull’Amazzonia.

E viene ovviamente superata, quella dicotomia, anche dal principio One Planet One Health; ma certo non dalla maggior parte delle pratiche mediche in vigore. A un estraneo al mondo medico come sono io lo scarto tra il concetto di One Health e la medicina corrente appare ancora abissale.

La permanenza di una cultura che separa l’uomo dall’ambiente, il corpo umano dalla natura, è probabilmente all’origine dell’attenzione che la scienza medica moderna ha concentrato sulla terapia, sulla cura del corpo malato, a scapito della prevenzione, della cura di ciò che mantiene o àltera “dall’esterno” le condizioni di un corpo sano: a partire dal cibo, dall’acqua e dall’aria, temi relegati per lo più ad altre discipline.

Con ciò la medicina della modernità ha rinunciato anche a cercare nell’ambiente naturale i molti rimedi di cui si avvalevano i metodi tradizionali di cura, appannaggio per secoli di saperi femminili stroncati con e contestualmente alla caccia alle streghe che ha imperversato per alcuni secoli in occidente. Oggi la spinta a ricercare nei processi naturali i mezzi per affrontare disagi e malattie ricompare in alcune teorie e pratiche di medicina naturale o tradizionale emarginate, mal tollerate o decisamente esecrate e messe al bando dalla medicina ufficiale.

Ma la farmacologia industriale, con i suoi indubbi successi, ha finito per assumere un quasi-monopolio su gran parte della pratica medica, spesso ridotta a nient’altro che alla prescrizione di farmaci studiati, messi a punto, prodotti e venduti da un pugno di imprese tanto potenti da dettar legge sulla maggior parte dei protocolli terapeutici, a cui ci si riferisce ormai con il termine accusatorio di Big Pharma.

L’isolamento del corpo umano dal suo ambiente ha comportato anche che le pratiche mediche più complesse venissero concentrate in ospedali sempre più grandi e tecnologici, anch’essi sostanzialmente isolati dal territorio e sempre più in mano ai produttori della relativa strumentazione, mentre la medicina territoriale, quella in contatto con le comunità, che per questo potrebbe conoscere meglio i rischi di ogni singolo ambiente è stata progressivamente ridimensionata e deprofessionalizzata.

Ma questo è il modello di sanità che ne rende possibile e promuove la privatizzazione, mentre una medicina territoriale e ambientalista avrebbe bisogno, per svilupparsi, di un controllo diretto delle comunità, possibile solo in un contesto pubblico.

La pandemia ha portato allo scoperto le conseguenze di questa deriva: i fallimenti iniziali, indubbiamente riconducibili a una mancata conoscenza del virus, hanno concentrato gli interventi medici negli ospedali, trasformandoli spesso in focolai di contagio a cui hanno pagato un prezzo altissimo anche moltissimi medici e infermieri.

Ma per contrastare il virus sono state scartate importanti soluzioni strutturali come l’acquisizione di maggiori spazi, l’aerazione dei locali, il potenziamento dei trasporti, lo scaglionamento dei turni, ecc, e sono stati imposti presidi estemporanei come mascherine e lock-down, senza tener conto delle loro conseguenze sull’equilibrio psicofisico, soprattutto di bambini e adolescenti.

Ma sostanzialmente si è ridotto tutto prima all’attesa e poi alla somministrazione dei vaccini. Cioè di farmaci prodotti “all’ultima ora”, mai sufficientemente testati, di cui le imprese produttrici hanno disposto quanto e come hanno voluto, sia in termini economici, trattando in segreto prezzi, quantità e destinazioni – e discriminando gli Stati non in grado di pagarli – sia in termini di informazioni, trascurando, fino allo spreco di altri farmaci già acquistati, ricerca, sperimentazione e pratica di soluzioni farmacologiche diverse dal vaccino che pure stavano dando buona prova.

Così ci sono voluti due anni per apprendere che quei famaci non proteggevano né dal contagio attivo né da quello passivo (come ha confermato, pochi giorni fa al Parlamento europeo, un’alta dirigente del Pfitzer; ciò che avrebbe reso del tutto inutile l’istituzione del green pass), che la loro efficacia era di pochi mesi e che proteggevano solo dalle forme più gravi della malattia, in parte evitabili se affrontata in tempo. E senza mai varare un’indagine epidemiologica per misurarne efficacia e reazioni avverse, di cui peraltro la maggioranza dei medici è spinta in vario modo a non prendere atto.  

Anche l’ostracismo verso i non vaccinati, soprattutto se medici, ha poi finito per consolidare il monopolio del vaccino a spese di altre terapie nel frattempo validate.

C’è comunque un temine che unisce le attenzioni verso le condizioni che caratterizzano il benessere dell’essere umano, che è il concetto stesso di salute, e quelle che contraddistinguono un ambiente sano, cioè la sua capacità di riprodursi e rigenerarsi. Quel termine è cura. È un termine che non fa solo riferimento alle attività a cui sono professionalmente preposti i medici, perché include soprattutto quelle a cui dalla notte dei tempi sono relegate le donne; tanto che molto spesso la cura viene equiparata al cosiddetto “lavoro riproduttivo”, in quanto contrapposto al lavoro produttivo: quello che produce merci, valore, profitto.

Ma quel concetto include non solo le attività, in gran parte misconosciute, legate alla riproduzione della vita e della famiglia, ma anche quelle ancora più misconosciute, che consistono nel tenere insieme una comunità attraverso una serie di legami informali di cui ci si accorge solo quando vengono meno.

Come succede, per esempio, in quei territori dove una massiccia emigrazione di donne poi addette alla cura di famiglie lontane in qualità di colf o di badanti priva la comunità di quel tessuto che la teneva in piedi: gli uomini rimasti, per lo più in condizioni di dipendenza e di emarginazione non sanno mantenerlo; non sanno prendersene cura.

Ora, di fronte alla crisi climatica e ambientale che incombe su tutta l’umanità, qual è la cura del pianeta a cui si deve dedicare chi intende battersi per cercare di fermare questa deriva? Quella cura è la conversione ecologica: un concetto introdotto nel lessico politico da Alex Langer quasi trent’anni fa e ripreso con forza da papa Francesco nell’enciclica Laudato sì. Badate che i termini transizione e conversione non sono equivalenti, anche quando entrambi si fregiano dello stesso aggettivo – ecologico – e spesso vengono usati in modo interscambiabile.

Transizione ecologica, così’ come è stata intesa dall’attuale titolare dell’omonimo ministero, è un passaggio destinato a “salvare”, cioè conservare quanto più possibile, non solo l’attuale apparato produttivo – e, conseguentemente, anche le sue produzioni, compresa quella sempre più importante di armi – riducendone l’impatto sull’ambiente. Certo, con le fonti rinnovabili; ma soprattutto con la cattura del carbonio, continuando a usare i fossili, e con il nucleare, che mettono ad alto rischio la salute di tutti. In attesa dell’araba fenice della fusione, che “un giorno”, certo ancora lontano, ci procurerà senza scorie e senza danni tutta l’energia di cui avremo bisogno. “Come fa il sole”, permettendo alla civiltà di continuare la sua corsa lungo il percorso già tracciato della crescita, dello sviluppo e del progresso.

La conversione ecologica è un’altra cosa: più difficile da concepire e ancor più da realizzare, ma più realistica, perché fa i conti con i limiti del nostro pianeta e non chiama in causa solo la necessità di abbandonare una serie di produzioni che fanno male a chi ci lavora, a chi ne subisce gli impatti e a chi ne fa uso. Ma impone anche un diverso stile di vita, improntato alla sobrietà nei consumi, alla condivisione dei beni comuni e al primato affidato alla qualità delle relazioni, non solo con il nostro prossimo umano, ma anche con il territorio e con tutti gli esseri viventi animali e vegetali che lo abitano: cioè al perseguimento della salute, nella accezione larga di un benessere complessivo.

Certamente, come insegnava Alex Langer, perché la conversione ecologica possa affermarsi bisogna che diventi socialmente desiderabile. E certo la cultura dominante, non facilita questo cambio di prospettiva. Ma sarà sempre meno desiderabile anche l’alternativa che ci prospettano i sostenitori della transizione ecologica e, meno ancora, quella dei sostenitori dello status quo, negazionisti della crisi climatica e ambientale nella pratica quando non anche in linea teorica.

Perché ormai è chiaro, e lo sarà sempre di più, che l’alternativa alla conversione ecologica non è un “benessere” fondato su un consumo crescente e diffuso e su un PIL in continuo aumento, ma un regime sempre più discriminatorio di “austerità”, una disoccupazione e una precarietà crescenti. E poi, la guerra.

Sì, perché invece della conversione ecologica; anzi, per accelerare i tempi della crisi climatica, di cui gli esperti hanno collocato il tipping point, cioè la soglia dell’irreversibilità, al 2030, cioè tra otto anni – e magari per anticiparlo con una ecatombe nucleare – agli impegni assunti al vertice di Parigi e malamente confermati a quello di Glasgow, i “Grandi della terra”, cioè i nostri governanti, hanno deciso di anteporre il ricorso al più antico, e oggi il più distruttivo, sistema per attentare alla nostra salute, al nostro benessere, alle nostre vite: la guerra.

Dopo il voto

La legge elettorale che ha consegnato il paese alle destre (e a un bel po’ di fascisti) non cambierà più, se non in peggio. Perché dovrebbero farlo? Le leve del governo e l’istituendo presidenzialismo sono sufficienti a garantire la loro rielezione comunque vada. Così il nuovo regime non durerà cinque anni, ma un ventennio e forse più… Il PD è destinato all’irrilevanza. E’ troppo legato ai livelli istituzionali per poter cambiare; e gliene lasceranno le briciole perché ha sempre funzionato bene, da tappo o assorbente, nel bloccare la costruzione di una forza alla sua sinistra. Il movimento 5stelle potrà crescere ancora, come opposizione né di destra né di sinistra (come lo era la Lega nella sua fase iniziale), pescando soprattutto nell’oceano delle astensioni a cui non è più possibile attribuire una collocazione di “sinistra silente”. Ma è un movimento senza radici; lo ha mostrato la dissoluzione dei meet-up grillini.

L’opposizione al regime di un uomo solo al comando (iniziato con il culto di Draghi, che il voto ha già trasferito su una donna) si sposta così interamente sul piano sociale. E soprattutto, in Italia, come in Iran, come quasi ovunque, sull’iniziativa delle donne. Gli attuali partiti, e non solo in Italia, non sono più da tempo fucine da cui possano nascere idee adeguate a fronteggiare le sfide della nostra epoca: clima, diseguaglianze, povertà, emarginazione, biodiversità, inquinamento, virus, guerre; nella continua riproposizione del dominio patriarcale.

Se non si introducono delle priorità – e la priorità è la  conversione ecologica, che condiziona tutti gli altri ambiti, perché senza di essa si vanifica qualsiasi altro risultato conseguibile – l’opposizione sociale, destinata comunque a crescere o a esplodere nei prossimi mesi, rischia di continuare a disperdersi in tanti rivoli, magari anche contrapposti. Ma conversione ecologica non vuol dire mettere l’ambiente – variamente declinato, insieme alla “giustizia sociale” – al primo posto nei programmi elettorali. Vuol dire affrontare almeno i tre nodi di un cambiamento radicale del sistema produttivo, dell’assetto istituzionale e degli stili di vita; nodi mai affrontati nelle “non-fucine” dei partiti: 1. delineare l’orizzonte di un altro mondo possibile; 2. Esplorare la strada da percorrere per arrivarci; 3. Cercare di rendere il cambiamento socialmente desiderabile, come raccomandava Alex Langer, quando in molti casi viene invece visto solo come perdita del poco, lavoro e reddito, che ancora si ha, senza intravvedere alternative concrete.

Sul primo nodo i movimenti hanno lavorato bene: c’è ormai, non solo a parole, una convergenza sul ripudio di qualsiasi prospettiva fondata su crescita, accumulazione del capitale, produttivismo, estrattivismo, sfruttamento (sia degli esseri umani che del vivente), diseguaglianze sociali e patriarcato; e, in positivo, la ricerca di un assetto fondato su decentramento e partecipazione alla gestione condivisa dei processi produttivi, dei contesti istituzionali e dei rapporti sociali accanto a un orientamento alla sobrietà e all’arricchimento delle relazioni. Certo, ci saranno molte imprese e produzioni da chiudere (a partire da quelle delle armi) ed altre da potenziare. Ma non è detto che il conto si pareggi e cambiare attività è sempre complesso e difficile. Ma si potrà lavorare tutti, meno e meglio.

Sul secondo nodo non c’è che fare spazio all’ascolto: una facoltà di cui i partiti di tutto il mondo si sono sbarazzati da tempo. Non si può imporre a chi è in lotta per obiettivi specifici, ancorché vitali, o a chi è impegnato in iniziative particolari improntate alla solidarietà e alla condivisione, una prospettiva sviluppata in altre sedi e con altri intenti. Bisogna far sì che maturi all’interno delle lotte e delle iniziative, prospettando di volta in volta soluzioni che aiutino ad affrontare le difficoltà; e queste soluzioni coincidono quasi sempre con l’allargamento del fronte della lotta o l’approfondimento dei suoi obiettivi. Ce lo insegna, tra tutte, la lotta trentennale della Val di Susa.

Sul terzo nodo sarà lo sviluppo stesso degli eventi a farci strada: le condizioni di vita della maggior parte delle popolazioni, sia in occidente che nel resto del mondo, stanno subendo, e continueranno a subire, un peggioramento drastico: non la sobrietà perseguita rimodulando e condividendo i consumi sia materiali che culturali, ma l’austerità, differenziata da persona a persona, da un gruppo, una classe o un territorio all’altro, imposta dall’alto come fatto compiuto e ineludibile. Noi sui fatti compiuti non possiamo contare; ma nemmeno sulla predicazione. Serve l’esempio. Un esempio che dimostri che uno stile di vita differente è non solo praticabile, ma anche desiderabile. E ciò può avvenire soltanto in un contesto di condivisione: nel processo di costruzione di nuove relazioni, di nuove esperienze, di nuove comunità: il ruolo che un tempo era stato di alcuni partiti (e di alcuni sindacati) e che oggi non lo è e non lo sarà mai più.

La bomba

La guerra in Ucraina è arrivata dove doveva arrivare: allo scontro nucleare. Perché fin dall’inizio, anzi da molto prima del suo inizio, non era una guerra tra Russia e Ucraina, o tra Putin e Zelenski, ma tra Nato e Federazione russa. Non fermarla, non cercare di fermala, aveva un esito obbligato.

A tutti coloro che in questi mesi hanno sostenuto l’invio di armi al governo e all’esercito ucraino, facendo del nostro paese e dell’Unione europea una parte belligerante in nome di un’alternativa secca – vittoria o resa – avevamo chiesto: dove pensate di arrivare? E che cosa significa vittoria? Ritiro dell’esercito russo? Destituzione di Putin? Dissoluzione della Federazione russa e sua trasformazione in una grande Libia? Biden si era pronunciato fin dall’inizio per quest’ultima ipotesi, anche se poi aveva in parte ritrattato. Tutti gli altri (tranne la nuova Premier britannica) avevano evitato di rispondere, ben sapendo che se Putin – che è un dittatore paranoico, forse con poco ancora da vivere e, sicuramente, al governo senza alcuna collegialità – non cade, prima della dissoluzione della Federazione russa non c’è che la Bomba. Forse qualcuno sperava che a far cadere Putin avrebbe provveduto il suo entourage, che peraltro pare ancora più bellicoso di lui; oppure una sollevazione contro la guerra delle popolazioni della Federazione, che sta crescendo ma è ben lungi dalla possibilità di ottenere un risultato in tempi brevi.

Ma il vizio di fondo delle posizioni pro armi è quello di aver posto come unica alternativa alla vittoria la resa; senza voler vedere che in mezzo c’è, la possibilità e la necessità di promuovere una mediazione; e c’era anche prima dell’invasione russa, che si sarebbe potuta evitare se solo si fossero rispettati gli accordi di Minsk 2, violati da entrambe le parti. Una mediazione che si può proporre anche ora; certo, a costi (solo in parte già pagati con migliaia e migliaia di morti, distruzioni e miseria) molto più alti per entrambe le parti. Ma di certo non si può “mediare” mandando armi e schierandosi con una delle parti. Questo Draghi l’avrebbe dovuto capire.

Ma adesso, di fronte a Biden e al Pentagono (in questa partita il governo italiano, che non c’è, e l’Unione europea contano meno di niente) si pone, in termini moltiplicati per mille, la stessa alternativa: continuare a far combattere l’Ucraina, fino alla “vittoria”, che non ci sarà, perché arriva prima la Bomba, o “arrendersi”? Cioè riconoscere che di fronte alla prospettiva di una nuclearizzazione del conflitto bisogna fermarsi? E lasciar campo libero a una mediazione che per ora non è alle viste perché se ne è negata la possibilità e la si è impedita in tutti i modi, lasciandosi dietro le spalle quel panorama di morti, di edifici distrutti, di esistenze devastate, di futuri azzerati che la guerra ha provocato finora.

Un appunto andrebbe fatto agli Stati maggiori del nostro paese e degli altri Stati europei cobelligeranti e ai governanti che li hanno spinti o assecondati in questa avventura: non si va in guerra contro un “nemico” da cui dipende la possibilità di tenere in vita e in funzione la propria economia (cioè la possibilità stessa di continuare a fare la guerra). Meno che mai ci si può indignare perché il nemico ti taglia le risorse necessarie per continuare a fargli la guerra; ma forse anche a far funzionare il proprio paese. Prima ci si attrezza per rendersi autonomi. Lo capirebbe anche un bambino.

LA CONVERSIONE ECOLOGICA HA FRETTA

La recente conferenza internazionale sulla decrescita Venezia 2022 ha mostrato che nel corso degli ultimi anni, anche senza che nessuno la perseguisse esplicitamente, si è di fatto verificata una convergenza tra visioni e prospettive di una società futura che fino a poco tempo fa sembravano distanti o addirittura alternative: quelle che rispondono ai termini di decrescita, ecosocialismo, ecofemmnismo, società della cura, giustizia sociale e ambientale, conversione ecologica e forse altre. Pur mantenendo ciascuna un focus specifico, le unisce il ripudio di qualsiasi prospettiva fondata sulla crescita (dei PIL), l’accumulazione del capitale, il produttivismo, l’estrattivismo, lo sfruttamento sia degli esseri umani che del vivente, le diseguaglianze sociali e il patriarcato; e, in positivo, una prospettiva fondata su decentramento e partecipazione alla gestione dei processi produttivi, dei contesti istituzionali e dei rapporti sociali e un orientamento improntato alla sobrietà nei consumi e all’arricchimento delle relazioni.

Il problema irrisolto, sia a livello teorico che pratico, è come far vivere, crescere e maturare queste visioni all’interno sia delle lotte in corso contro lo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente sia delle molteplici iniziative “molecolari” di riorganizzazione della vita e dei consumi in contesti di condivisione.

A connettere questi poli è la necessità e l’urgenza di affrontare la crisi climatica e ambientale già in pieno corso e destinata ad aggravarsi; in sintesi, la conversione ecologica dell’apparato produttivo, delle relazioni sociali e degli assetti istituzionali. Una “transizione” possibile – ormai ce ne sono le prove – solo se promossa “dal basso”, cioè partecipata da una popolazione che si costituisce in comunità, e non affidata solo a misure governative varate dall’”alto”, sempre tardive, parziali, discriminanti, incapaci di abbandonare il paradigma della crescita. Solo comunità del genere saranno in grado di affrontare l’adattamento alle difficili condizioni a cui la crisi climatica e ambientale costringerà le prossime generazioni, già a partire da quella di chi è giovane oggi.

La conversione ecologica ha bisogno della partecipazione convinta di un grande numero – non necessariamente la maggioranza – di cittadine e cittadini, lavoratori e lavoratrici; ma soprattutto di conoscenze ricavate dall’esperienza diretta di chi vive e lavora nei territori e nelle imprese da riconvertire; conoscenze che possono essere raccolte solo attraverso un confronto diretto e continuo tra gli interessati.

E’ un processo molto difficile, che sembra mettere in forse posti di lavoro o abitudini acquisite senza prospettare alternative concrete, che vanno costruite in percorsi lunghi, complessi e aleatori. Per questo i punti in cui può più facilmente affermarsi la prospettiva di una conversione produttiva – indissolubilmente legata alla ricomposizione di una comunità di riferimento – sono le aziende esposte al rischio di chiusura, delocalizzazione, ridimensionamento. Lì, come sta mostrando l’esperienza esemplare della GKN di Campi Bisenzio, non esiste alternativa alla socializzazione della gestione sia della lotta che dell’impianto e a una conversione produttiva che può realizzarsi solo nel quadro di un piano di ambito almeno nazionale, ancora in gran parte da elaborare, come quello prospettato dal collettivo operaio per produzioni funzionali a una mobilità collettiva e sostenibile.

Di piani del genere c’è grande urgenza, soprattutto per la conversione energetica. Il programma NextgenerationeEU ha messo a disposizione del nostro paese 200 miliardi (tutti, sostanzialmente, a debito) che il Governo italiano sta sperperando in iniziative che nulla hanno a che fare con la transizione ecologica: armi, autostrade, alta velocità, incentivi all’auto individuale, gassificatori, navi metaniere, gasdotti e nuove trivellazioni; per non parlare di case di comunità senza personale, scuole senza insegnanti, investimenti in ITC senza formazione e quasi niente per il riassetto idrogeologico. Con meno di quell’importo sarebbe possibile invece convertire tutto il sistema energetico nazionale alle energie rinnovabili in poco tempo (molti progetti, in attesa di autorizzazione, già ci sono) come avevano fatto, al momento della loro entrata nella Seconda Guerra Mondiale, gli Stati uniti, convertendo in pochi mesi i loro impianti industriali alla produzione bellica: carri armati, cannoni, navi, aerei, bombe… Un processo inverso, ma altrettanto rapido, dall’industria bellica e da quella che produce beni superflui alla produzione di impianti e attrezzature per far fronte alla crisi climatica sarebbe senz’altro possibile se solo i nostri governi dessero alla crisi climatica la stessa importanza data allora (e anche oggi) alla guerra. A sentire i politici, sia nostri che del resto del mondo, sembra invece di essere atterrati su Marte. Ma le forze per imporre loro una svolta radicale – o la loro cacciata – stanno maturando tra le nuove generazioni, quelle messe in moto da Greta, quelle che sanno che a pagare i costi dell’inerzia degli attuali governi saranno loro.

Per questo un altro punto di aggregazione a partire dal quale costituire o ricostituire delle comunità è fornito dalle scuole, presenti, con diversi livelli di dotazioni, in tutto il mondo. Lì è concentrata la maggior parte delle nuove generazioni, quelle che dovranno, e in parte già vogliono, farsi carico delle indispensabili trasformazioni necessarie per far fronte alla crisi climatica e ambientale. Ma le scuole, nella misura in cui si riesce ad aprirle ai territori, e alle loro comunità in fieri, sono anche, nel bene come nel male, potenziali incubatrici della società futura e sua prefigurazione. Per questo la lotta per trasformare le scuole in ambienti che servano veramente le nuove come le vecchie generazioni è una questione che ci riguarda tutti.

ABC PRE- E POST-ELETTORALE

Perché la crisi climatica e ambientale dovrebbe stare (ma non sta) al primo posto, per farne discendere tutti gli altri obiettivi?

Perché ne va della sopravvivenza della vita umana, o di una gran pare dell’umanità, e di tutte altre specie di esseri viventi con cui è interconnessa. Perché è la questione più urgente: nel giro di pochi anni il clima potrebbe raggiungere un punto di non ritorno (tipping point). Alcuni fenomeni, lo scioglimento della calotta artica, la fuoriuscita di metano dal permafrost e dai fondali dell’artico, l’inversione di alcune correnti oceaniche, la distruzione dell’Amazzonia, potrebbero innescare un feed back positivo, rendendo nel giro di un secolo la Terra un pianeta inabitabile. Perché ne siamo tutti colpiti in misura crescente, come ormai possiamo constatare direttamente, anche se in misura differente da un paese o da un continente all’altro e a seconda del grado di protezione che le risorse a nostra disposizione ci offrono. Ma ne siamo anche tutti responsabili, pur se in misura differente, a seconda del nostro reddito, dei nostri consumi, ma anche delle attività produttive in cui siamo impegnati o da cui dipendiamo. Se non si agisce si finisce al tempo stesso vittime e artefici di gran parte del nostro malessere attuale e della distruzione del futuro delle prossime generazioni (si tratta di nostri figli, figlie e nipoti). Perché qualsiasi iniziativa, lotta o rivendicazione volta al miglioramento della nostra condizione è priva di senso se non ci misuriamo con i processi che concorrono già oggi a vanificarne i risultati. Potranno mai crescere redditi, occupazione, salute, relazioni gradevoli, benessere in un mondo dove i disastri ambientali e le migrazioni si moltiplicano, acqua ed energia mancheranno sempre più spesso, virus e malattie sconosciute si diffonderanno ovunque, crisi di forniture e di mercati di sbocco metteranno fuori gioco i nostri posti di lavoro, scoppieranno nuove guerre per accaparrarsi le risorse? Per questo, chiunque vinca, i temi da mettere al centro dell’iniziativa sono questi, e non hanno niente a che fare con quello che i futuri governi si apprestano a fare o stanno già facendo: dalla guerra alle risposte risibili ma devastanti a una crisi energetica che loro stessi hanno provocato.

Si può contrastare la crisi climatica mentre si fa o si sostiene una guerra?

E’ evidente che no. La guerra è inaccettabile e insostenibile sempre, ma ancora di più oggi, perché produzione, uso e distruzione sistematica di armi sempre più micidiali concorrono in misura sostanziale alle emissioni globali di gas di serra; e perché la globalizzazione ha ormai reso quasi automatico l’allargamento dei fronti e, quindi, tanto più probabile il ricorso alle armi nucleari: le due maggiori minacce che pendono sulle nostre vite; una immediata, l’altra a più lento rilascio, ma non meno letale. Le guerre vanno contrastate con la mediazione; soprattutto prima che scoppino, quando i conflitti che possono innescarle sono già evidenti; ma né prima né dopo il loro inizio si può “mediare” mandando armi a uno dei contendenti o prendendone le parti. Lo capisce anche un bambino. Mediare significa esigere da entrambe le parti la rinuncia a qualcosa (chiunque sia o sia ritenuto l’aggressore) e più il conflitto procede più le rinunce sono dolorose. Ma i danni – in termini di vite, di vivibilità, di ambiente locale e globale – di ogni guerra superano sempre i vantaggi di una vittoria. E poi, quale vittoria? E a vantaggio di chi? Oggi una “polizia internazionale” non c’è; chiunque si arroghi quel ruolo lo fa nel suo esclusivo interesse, a spese degli organi – inadempienti – a cui spetta il governo delle relazioni internazionali e di ogni possibile interposizione.

Si possono impedire le migrazioni e respingere i migranti mentre clima e ambiente si deteriorano in tutto il mondo?

No. Oltre che cinici, obiettivi del genere sono irrealizzabili. La crisi climatica e ambientale è all’origine di molti dei conflitti e delle guerre scatenate per accaparrarsi le residue risorse sia locali che planetarie (l’era della loro abbondanza e disponibilità illimitata è finita per sempre). Si migra – in massa, in gruppo, o da soli – per sfuggire alle guerre o alla miseria che si moltiplicano mano a mano che ambiente e clima si deteriorano. E continueranno a deteriorarsi per decenni anche se, “per incanto”, i Governi di tutto il pianeta adottassero le misure necessarie a invertire quel processo. Per questo quei profughi vanno accolti, bisogna creare un ambiente accettabile sia per i nuovi arrivati che per chi è già qui da generazioni e creare le condizioni perché questi fuggiaschi, se vogliono, possano poi tornare nei paesi di origine da protagonisti della rigenerazione dei loro territori. Il che è possibile se quelle terre saranno in pace, se si cesserà di vendere armi ai contendenti, e se si renderanno ricchi di saperi, competenze e relazioni i tanti che desiderano farvi ritorno. Rigenerare quelle terre è ancora possibile, ma richiede il presidio di uomini e donne liberi di viaggiare e di creare relazioni tra le loro  di origine e quelle – le nostre – di arrivo.

Si può contrastare la crisi climatica continuando a perseguire la crescita dei Pil?

No. La globalizzazione ha diffuso ovunque e in tutte le attività un sistema industriale estrattivo e un’economia lineare che succhiano risorse dalla Terra e le restituiscono scarti che ne alterano l’assetto e ostacolano la rigenerazione degli ecosistemi: con predazioni ambientali, emissione di CO2 e altri inquinanti nocivi, solidi, liquidi e gassosi, con il consumo di suolo: cemento e asfalto, ma soprattutto con fertilizzanti e pesticidi sintetici che lo rendono sterile. L’unico antidoto a questi processi è ridurre il prelievo di risorse e il rilascio di scarti in tutto il mondo, trasformare in circolare l’economia lineare: cosa irrealizzabile se non si eliminano le produzioni inutili, dannose o di lusso.

Si può fermare o invertire il cambiamento climatico con nuove tecnologie?

Dipende. Le tecnologie non sono neutrali. Gran parte di quelle messe a punto negli ultimi due secoli sono state sviluppate per promuovere la crescita, l’accumulazione del capitale, e sono funzionali a questi obiettivi. Il che, di fonte ai cambiamenti climatici, significa consentire che l’economia continui a crescere, riducendo – eventualmente – gli effetti, ma non le cause della crisi climatica. Le due tecnologie che oggi vengono riproposte con forza per ridurre le emissioni sono il nucleare – a fissione o a fusione e la cattura del carbonio. Il primo ha già provocato immensi disastri irreversibili, con la quasi certezza che si ripeteranno, mentre e le misure di sicurezza adottate, pur insufficienti, hanno spinto alle stelle il costo del kWh prodotto. Una sua versione di quarta o quinta generazione non esiste e meno che mai esistono o esisteranno a breve impianti a fusione (presentati falsamente come intrinsecamente sicuri). La cattura del carbonio, per mandarlo sottoterra dopo averlo generato negli impianti termoelettrici, è costosa (consuma gran par dell’energia prodotta), pericolosa (la CO2 potrebbe riaffiorare in qualsiasi momento) e inefficace (si è già dovuto abbandonarla in molti casi). L’alternativa tecnocratica ancora più pericolosa – perché non se ne conoscono le possibili conseguenze – è la geoingegneria: “spegnere il sole”, cioè attenuare l’incidenza dei suoi raggi inondando l’alta atmosfera di specchi o di sostanze che non li lasciano passare, oppure gli oceani di polvere di ferro per stimolare la produzione di plancton che assorbe carbonio. In tutti i casi, esporci a rischi giganteschi senza nemmeno la certezza del buon fine. Ma ci sono anche moltissime tecnologie “buone”, a condizione che il

loro controllo sia in mano a una comunità e non a uno speculatore, privato o pubblico: tutti gli impianti che sfruttano le fonti rinnovabili (sole, vento, maree, cadute d’acqua, geotermia), la rete per governare l’agricoltura di precisione (risparmio di acqua e di additivi) o la mobilità flessibile (condivisione dei veicoli), i nuovi materiali per l’ediliza sostenibile (tra questi il legno!) ed altri rientrano in questa categoria.

Si può fermare o invertire la crescita senza farne pagare un prezzo insostenibile a chi si trova al fondo della scala sociale?

Sì, bisogna. La crescita finora ha beneficiato un pugno di ricchi – non l’1 per cento, ma l’1 per 1000 – della popolazione, mentre la maggioranza ne sta pagando le conseguenze in termini di reddito, salute, benessere, solitudine, in un mondo sempre più ingiusto. La crisi climatica e ambientale non farà che aggravare questa situazione: cominciano a scarseggiare l’energia (non solo per via della guerra in corso; soprattutto a causa della speculazione; ma anche, e sempre più, per scarsità dell’acqua per raffreddare gli impianti di termogenerazione) e l’acqua: ora nei fiumi, domani – e in molti paesi già oggi – da rubinetti, pozzi e fontane; e quando arriva provoca alluvioni, frane e devastazioni. Si interrompe sempre più spesso qualche produzione per mancanza di forniture o di commesse (o per qualche speculazione) e per questo si licenziano i lavoratori resi “superflui”. Tutto costa sempre più caro: si comprerà e produrrà sempre di meno. Famiglie e imprese sono piene di debiti, con il fallimento alle porte. La “decrescita infelice” – quella di un’economia votata alla crescita ma in crisi – e la “deglobalizzazione competitiva” – quella provocata da guerre, sanzioni, accaparramento di risorse e di mercati – sono in pieno corso. Però politici, media e manager continuano a invocare la crescita come unica soluzione per far fronte alla crisi. Ma la causa della crisi è proprio la crescita, la molla che tiene insieme il sistema e le sue diseguaglianze. Di fronte alla crisi climatica e ambientale che avanza, decrescita e deglobalizzazione sono inevitabili, ma perché non si traducano in ulteriori diseguaglianze e ingiustizie occorre governarle. Vuol dire potenziare le attività di cura delle persone, del territorio, degli ecosistemi, della vita sulla Terra ed eliminare in fretta i lavori nocivi per chi li fa, per chi ne subisce l’impatto, per chi viene danneggiato dalle merci prodotte e vendute. La cultura della cura, obliterata nel corso di quasi tutta la storia umana, dominata dal patriarcato perché sviluppata prevalentemente dalle donne, ma portata alla ribalta dal femminismo del secolo scorso, si è da tempo rivelata l’unico vero antidoto ai problemi creati dall’incuria portata al suo apice dal sistema produttivo degli ultimi secoli.

Ma si riuscirà a fermare il riscaldamento globale al di sotto di + 1,5 °C, come deciso al vertice di Parigi del 2015 e a far tornare il clima di una volta?

E’ praticamente impossibile e bisogna prenderne atto. Anche se l’Italia (che produce l’1 per cento delle emissioni che alterano il clima) o tutta l’Unione europea (che contribuisce con il 10 per cento) si attenessero agli impegni presi, molti altri paesi, come Cina, India, Stati Uniti, Brasile, lanciati nella corsa alla crescita, non li rispetteranno. Il clima della Terra, e quello dei nostri territori, è destinato a cambiare in peggio per decine e forse centinaia di anni. La vita sarà molto più difficile per tutti, tranne, se le cose non cambiano, per coloro che ne sono i principali responsabili. Senza cessare di battersi perché vengano adottate tutte le misure che possono contribuire a mitigare il riscaldamento globale (ma i nostri governanti stanno facendo esattamente il contrario: non solo la guerra, con tutti i suoi effetti perversi, ma il ricorso a gas, petrolio e carbone per far fronte alla crisi energetica, con impianti destinati a funzionare decine di anni prima di essere ammortizzati) bisogna cominciare a lavorare seriamente per l’adattamento alle nuove e future condizioni. In molti casi le misure da prendere sono le stesse, ma il centro deve essere la costruzione di comunità autosufficienti: non solo in campo energetico e agroalimentare, ma anche in quello delle produzioni industriali indispensabili, attingendo dagli scarti la maggior parte delle materie prime, promuovendo rapporti commerciali diretti, da comunità a comunità, con tutti i territori che possono fornire gli input necessari a tenere in piedi le produzioni essenziali. Qui le tecnologie amichevoli (friendly) possono essere di grande aiuto.

Che cosa può rendere praticabile e accettabile una prospettiva del genere?

Bisogna collegarla alle lotte e alle piccole iniziative diffuse dove si sperimentano veri cambiamenti; che sono tante, che sono destinate a crescere, ma che non riescono a collegarsi e sono esposte al rischio di venir sviate verso obiettivi irrealistici e inconciliabili con i limiti della vita sul nostro pianeta. Bisogna far vivere dentro quelle mobilitazioni la convinzione e l’orgoglio di essere protagonisti di una svolta radicale necessaria che dovrà coinvolgere – in modalità e tempi differenti, ma sempre più stretti – tutto il pianeta. Prendersi cura, insieme a tanti altri, di tutti gli esseri viventi è non solo indispensabile ma anche bello, perché rende la vita di chi lo fa infinitamente più ricca. La vera crescita è questa.

Ma chi può portare avanti un cambiamento del genere?

Non certo gli attuali governanti al potere in tutti i paesi del mondo, né i signori della finanza che ne tengono in mano le redini. Sono tutti cresciuti dentro un sistema che contempla solo la crescita, che ignora le sofferenze di chi ne subisce le conseguenze, che produce privilegi crescenti solo per loro. Al loro posto deve farsi strada e assumere responsabilità di governo una nuova generazione, quella di Greta, condannata a subire le conseguenze dell’attuale inerzia e per questo consapevole della necessità di cambiare le cose al più presto. Deve essere messa in grado di farlo partendo dalle scuole, dove si concentra la maggior parte di loro e da dove è partito il movimento Fridays for Future: scuole aperte agli esperti e alle comunità territoriali, capaci di trasformarsi in centri di auto formazione per tutti e di iniziative per il cambiamento. Ma non possono e non devono farlo prendendo il posto di chi ora ha il potere, bensì adoperandosi per diffonderlo il più largamente possibile, promuovendo ovunque e in tutti i campi – energetico, agroalimentare, della mobilità, della salute, dell’istruzione – l’organizzazione di comunità autonome capaci di negoziare tra loro gli impegni che ciascuna deve assumere nei confronti delle altre perché le filiere produttive indispensabili non si interrompano. Un vero confederalismo democratico.

Mio intervento introduttivo al tavolo lavoro della conferenza internazionale sulla decrescita Venezia 2022

  1. C’è un equivoco che attraversa quasi tutta la storia del movimento operaio fino ai giorni nostri: l’identificazione o l’intercambiabilità tra i termini il lavoro, da un lato, e lavoratori e lavoratrici, dall’altro. Questo interscambio è continuo nel linguaggio sindacale, politico e anche economico. Con l’avvento del capitalismo il lavoro non è altro che un fattore della produzione, come la terra e il capitale (in tempi recenti si è aggiunta, come fattore della produzione, anche l’informazione): una risorsa produttiva di merci. Prima di allora il lavoro era considerato solo fatica, sofferenza, tortura, come dimostra l’etimologia dei termini che lo designano in varie lingue. I lavoratori e le lavoratrici invece sono persone; e lo sono sempre stati/e, almeno per noi. La forza lavoro di cui parla Marx appartiene sì al lavoratore, ma per farsi risorsa produttiva deve essere venduta al capitalista, ed è solo lui che ne dispone. Che cosa cambia? Cambia che nel lavoro in quanto tale non c’è niente di “progressivo” (termine orrendo, duecento anni dopo Leopardi; il progresso ormai è solo più crescita, accumulazione del capitale); di “dignitoso” nel lavoro non c’è nulla, se non quando e nella misura in cui esso coincide con un’attività di cura. Ma quando è nocivo per chi lo fa, o per chi ne subisce gli effetti (degrado ambientale o prodotti nocivi per la salute fisica o mentale), non può rivendicare alcuna dignità. La dignità è tutta dei lavoratori e delle lavoratrici che lo subiscono per far vivere sé stessi e le loro famiglie e soprattutto di quelli che si battono per sottrarsi allo sfruttamento o ai suoi eccessi. Questo equivoco è stato istituzionalizzato nella nostra Costituzione: che cosa significa “fondata sul lavoro”? Fondata sull’accumulazione del capitale? Oppure sui lavoratori e sulle loro esigenze? E gli altri? Quelli che il lavoro non ce l’hanno o non possono averlo? Entreranno a far parte della Repubblica solo se e quando ne avranno uno?
  • Altro equivoco, insorto solo in tempi recenti, è l’espressione “lavoro riproduttivo” o “di riproduzione”, da equipararsi al “lavoro produttivo” (di merci, plusvalore, capitale) nel benevolo intento di valorizzare, nobilitare, dare “dignità” alle attività di cura, svolte prevalentemente dalle donne, ascrivendole, includendole, nell’universo del lavoro, di per sé meritevole di dignità. O rivendicando un salario al “lavoro domestico”, obiettivo che dovrebbe sancire questa inclusione o equiparazione; ma al tempo stesso inchiodare chi lo fa (prevalentemente), cioè le donne, a questo loro ruolo. Dobbiamo – secondo me, soprattutto quando parliamo o scriviamo – cominciare a chiamare lavoro quello direttamente o indirettamente subordinato all’accumulazione del capitale e attività quelle svolte – non necessariamente per “libera scelta” – al di fuori di quel circuito; e cura le attività che hanno finalità ed effetti benefici sulla salute, l’ambiente e la convivenza, sia che sia remunerato che no. Non è facile anche solo modificare il nostro lessico. Ma quando parliamo di “società della cura” che cosa intendiamo? Una società in cui si svolgono solo attività di cura? O una riduzione/redistribuzione del lavoro produttivo in modo che tutti abbiano anche la possibilità di svolgere adeguate attività di cura? E qual è, in via ipotetica, la strada da percorrere dalla situazione attuale a questo assetto futuro? Può essere percorsa “per gradi”?
  • Dò per scontata una convergenza sostanziale di massima tra termini come decrescita, conversione ecologica, transizione, ecosocialismo, ciascuno con un suo focus specifico che non va trascurato ma coltivato, ma non contraddittorio con quello degli altri termini. Per lo più si presentano tutti come “visioni” (di uno stato da raggiungere) e non come processi. Quello che manca – con poche eccezioni, in campo agroalimentare – è la loro connessione con i processi in corso: conflitti o trasformazioni “molecolari” socioculturali, e con le rivendicazioni di maggiore impatto: salario minimo, salario di dignità, reddito di base, ecc. ma anche trasporto gratuito, sanità territoriale, ecc. E’ possibile indirizzare questi processi materiali verso quelle visioni? O una di quelle visioni? Certo il compito non spetta al nostro “circolo” di discussione, ma ai protagonisti di quei processi. Ma possiamo cominciare a fare un inventario degli ostacoli (disinformazione, scetticismo, abitudini, ignoranza, preoccupazioni, urgenze, ecc.) che si frappongono a questo obiettivo e degli strumenti (informazione, coinvolgimento in attività di carattere comunitario, inserimento in reti solidali, supporti, amicizie, ecc.) per facilitarne il perseguimento? E’ qui, soprattutto, che entra in gioco il lavoro (quello salariato, o comunque dipendente): difendere con le unghie e con i denti l’esistente (il proprio posto) anche quando magari si vede che ha poco futuro? O aprirsi a una prospettiva diversa e necessariamente in gran parte indefinita? E con che supporti? E le due cose sono conciliabili? E come? Ce ne sono degli esempi?
  • Ci sono due approcci differenti (e per molti versi opposti) ai cambiamenti radicali di cui ci diciamo attivisti. Chiamo uno di carattere “statutario” e l’altro di carattere “processuale”. Il primo mette al centro una visione o, per lo meno, una “meta” intermedia da raggiungere; e si occupa soprattutto di definirne regole e funzionamento per renderlo “desiderabile”. Il secondo mette al centro il conflitto e il suo carattere necessariamente caotico e imprevedibile e si occupa più della direzione da imboccare che della meta da raggiungere (chiedere camminando). Sono conciliabili questi due approcci? Ce ne sono degli esempi?
  • Infine, nell’approccio alla trasformazione del lavoro può prevalere una visione aziendalista o una territoriale. Un esempio della prima è il documento I consigli del lavoro e della cittadinanza del Forum Diseguaglianze. Qui l’azienda è al centro e al centro dell’azienda c’è il lavoro (non i lavoratori e le lavoratrici), presupponendo che sostanzialmente non cambino né la natura del prodotto né le dimensioni dell’azienda e delle sue reti di fornitura, anche se non si dimentica il resto: l’ambiente e la comunità di cui l’azienda fa parte. La strada per promuovere l’adesione e la partecipazione a questo progetto sembra essere la persuasione. Un esempio del secondo tipo è la lotta della popolazione della Valdisusa, che non dimentica il suo obiettivo iniziale – il blocco del progetto TAV – ma che intorno ad esso lavora per costruire una cultura della trasformazione economica e sociale. Più difficile, ma più impegnativa, l’esperienza della GKN, dove ci si rende conto di quanto sia difficile mantenere la riconversione dello stabilimento entro il perimetro dell’automotive, anche cambiando tipo di produzione. La strada della progressiva adesione a questo percorso sta tutta nell’allargamento del conflitto. Senza conflitto niente partecipazione. Come sostenere nel tempo la partecipazione quando gli obiettivi intermedi invece di avvicinarsi si dileguano?

Crisi climatica, il mondo oltre al nulla

Che rapporto c’è tra il nulla rappresentato dalla scomparsa dell’umanità dalla Terra – dall’estinzione della specie umana o di una sua gran parte, insieme a quella di migliaia di altre specie viventi – e il nulla rappresentato da Carlo Calenda, il grado zero della politica, dell’intelligenza, della cultura, della consapevolezza dei problemi che incombono sul nostro tempo? Vero rappresentante dell’”agenda Draghi”, tanto che non si sa se quel nulla sia Draghi o la sua agenda da sei euro al mese a testa.

Il rapporto è diretto: Calenda rappresenta il punto – uno dei punti – di precipitazione della deriva imboccata ormai da anni dalla politica mondiale di fronte al cambio di paradigma imposto dall’evoluzione del pianeta Terra nell’era dell’Antropocene: come se niente fosse cambiato o dovesse o potesse cambiare.

L’estinzione della specie umana rappresenta ciò che tutti i politici, insieme a gran parte dell’establishment mondiale – economico, accademico, finanziario, religioso (si salva solo papa Francesco) – non vogliono vedere, anche se i più lo sanno, o ne hanno sentito parlare, o lo stanno constatando, ma hanno altro da fare.

Ma che cosa c’è in mezzo tra quei due nulla? Un mondo intero, fatto di vita, di futuro, di pensieri, di passioni, di voglia di vivere come di dolori, di attaccamento alla terra – intesa sia come suolo che ci nutre, sia come Terra, il pianeta che ha fatto nascere ed evolvere la nostra specie – di generazioni che si alternano nell’affrontare i problemi che di volta in volta i tempi impongono loro.

Oggi quei problemi hanno un solo nome: crisi climatica e ambientale. Mancano solo pochi anni (se ancora mancano) all’irreversibilità della catastrofe. Non che di problemi non ce ne siano anche altri, anzi, ce ne sono a bizzeffe: disoccupazione, precariato, emarginazione, fame, povertà, miseria materiale e spirituale, ignoranza, salute, violenza, guerre… Ma come pensare di affrontarne, o risolverne, anche uno solo, senza fare i conti con un futuro in grado di azzerare qualsiasi risultato? Come evitare di misurarsi con una crisi che già oggi si presenta come cornice, se non come principale causa, della perdita di ogni sicurezza?

Non si sta parlando dell’ambiente come contorno, ornamento o complemento di un programma elettorale, in una lista posticcia di desiderata per fare marketing politico, bensì del nostro (dell’umanità) rapporto con la Terra e dei nostri – pur così differenti, ma al tempo stesso così interconnessi – modi di vivere.

Tra quei due nulla che lo circondano c’è dunque un mondo che deve ancora farsi strada. E che oggi più che mai, con le elezioni alle porte, non può che mettere in chiaro l’inconsistenza delle dispute che sembrano avvincere i protagonisti di quel loro nulla. Non che sia indifferente se vince Meloni o Letta, anche se ormai è chiaro che “non c’è partita”; è già stata giocata da tempo, anche se io, come tanti altri, ho firmato tutti gli appelli possibili per scongiurare quell’esito. Ma l’indifferenza verso il niente del comune futuro e l’incapacità di vedere il niente del loro presente accomunano entrambi.

Convincere Letta o Calenda che il gas, l’inceneritore, il consumo di suolo, l’auto elettrica, le Olimpiadi con la neve finta (fatta anch’essa con il gas), il nucleare, il pareggio di bilancio o le guerre della Nato non sono la soluzione non è più facile che convincerne Salvini o la Meloni. E certo per riuscirci non bastano i discorsi, né le analisi, e nemmeno le manifestazioni. Ma sarà l’evoluzione del disastro climatico e ambientale incombente a parlare per chi è stato lasciato oggi senza voce. E a parlare sarà la Terra stessa; l’importante è che a quel punto a darle voce ci sia qualcuno; ci siano le nuove generazioni, quelle che devono non solo costruirsi il loro futuro, ma innanzitutto metterlo in salvo.

Questa campagna elettorale sarà a metà un incubo e a metà una farsa, ma potrebbe diventare l’occasione per mostrare a chi ha ormai rinunciato non solo a votare, ma anche a interessarsi al nulla messo in campo dai contendenti, che qualcosa per cui battersi c’è. E che è qualcosa per cui ne va non solo del loro futuro, o di quello delle generazioni di un futuro ormai prossimo, ma anche di tutte le cose che stanno loro veramente a cuore.

Perché ormai è chiaro che non è possibile affrontare le tante crisi che ci attanagliano delegandone la soluzione agli esponenti di una democrazia rappresentativa che non rappresenta più nessuno, senza farsi protagonisti di una radicale revisione di tutti i parametri della nostra vita quotidiana – insieme ai milioni di attivisti messi già oggi in campo dai Fridays for Future e dai tanti movimenti loro fratelli e ai miliardi di altri esseri umani che già si vedono o, in un domani ormai prossimo, si vedranno costretti a mobilitarsi per non soccombere.

Senza una partecipazione diretta di tutti gli interessati e senza un conflitto aperto con tutti i promotori e gli spargitori di indifferenza nei confronti della nostra casa comune e del nostro comune futuro non c’è problema al mondo che possa essere affrontato né tanto meno risolto.

Crisi climatica, il cambiamento parte dalle scuole

Riusciranno le 100mila firma raccolte da Repubblica in calce alla “lettera-appello degli scienziati alla politica” perché prenda atto della gravità della crisi climatica a spostare in prima pagina, e tutti i giorni, dal ghetto redazionale di Green&Blue, gli articoli sulle cause della scomparsa del Po, dello scioglimento dei ghiacci, degli incendi di metà delle foreste del pianeta, delle ondate di calore che si alternano ad alluvioni devastanti, ecc.? E quand’anche quelle firme facessero l’effetto cercato, chi mai si occuperà di realizzarla, la conversione ecologica? La fantomatica agenda Draghi, fatta di guerre, armi, gas e Grandi Opere? Cingolani, che pensa solo ai gassificatori e ad allungare la vita della Ferrari? Il ministro Giovannini, alfiere dello “sviluppo sostenibile” con Alta Velocità e nuove autostrade (e ora anche con il Ponte sullo Stretto)? Oppure “l’agenda Meloni”: Dio, patria e famiglia? Quella sì che ci metterà al sicuro dal disastro!

Basta pensarci per capire che senza una radicale sostituzione di tutta la classe dirigente presente e in arrivo – non solo in Italia, ma in tutto il mondo – non ci si schioderà dalla deriva che ci sta portando alla catastrofe. Ma chi può mai prendere il posto di un establishment bollito in tutte le sue versioni?

Una nuova classe dirigente

Un candidato c’è. Sono le nuove generazioni sotto i cui piedi la Terra brucia, si dissecca, si dissesta, preparando loro, nel migliore dei casi, una vita d’inferno. Che se ne siano accorte lo dimostra, prima e soprattutto dopo la comparsa di Greta, il movimento Fridays for Future e gli altri movimenti fratelli. Ma per formarsi come nuova classe dirigente nei tempi stretti che rimangono, non basta manifestare, protestare, appellarsi alla “Scienza”. Occorre sperimentare e cominciare a praticare delle vere alternative. A partire da dove il movimento è nato con gli scioperi del venerdì.

Le scuole sono punti nevralgici di ogni possibile ricomposizione di una comunità di umani, di territori e di altri esseri viventi alleati per salvaguardare i rapporti reciproci che li tengono in vita. Le scuole dovrebbero essere i luoghi deputati a trasmettere tra le generazioni saperi frutto di decenni, secoli e millenni di esperienze. Ma la generazione presente, quella adulta, sta dimostrando ben poca attenzione per quello che le succede intorno. Ha imparato ben poco dalle generazioni precedenti (relegandolo nelle soffitte di un’Accademia fine a se stessa) e non ha quasi più niente da trasmettere alle nuove generazioni, se non tecniche avulse dalla consapevolezza delle conseguenze della loro applicazione.

Nuove generazioni: Davide contro Golia

Per questo è nelle scuole, innanzitutto, che occorre invertire rotta: fare sì che siano le nuove generazioni – quelle che hanno capito o capiscono che ne va del futuro di tutti – a trasmettere alle generazioni precedenti questa loro consapevolezza. Promuovendo un cambio radicale dei programmi scolastici; delle pratiche didattiche; dei rapporti tra allievi e docenti; di quelli tra interno (alla scuola) ed esterno (innanzitutto le rispettive famiglie); di quelli tra vita quotidiana e istituzioni. E soprattutto del rapporto tra gli esseri umani e il resto del mondo: alla scoperta del fatto che siamo parte di questo mondo, ma anche che il resto del mondo fa parte di noi. E poi battersi, perché la scuola sia aperta a tutti, tutto il giorno, abbia pannelli solari, pompe di calore, coibentazione dei muri, orti didattici nelle pertinenze. Perché sia di esempio per tutti.

E’ dalle scuole che deve iniziare l’abbandono di quella cultura antropocentrica che ha dominato gli ultimi secoli in Europa e poi nel mondo e delle attività che ne sono conseguite: quelle che con l’avvento dell’Antropocene stanno portando all’estinzione la specie umana e non solo.

Un compito da Davide contro Golia, ma gli attivisti di Fridays for Future e i loro compagni di mobilitazione devono avere il coraggio di farsi Davide contro il Golia di un sistema di dominio che fino ad ora ha irriso – o solo finto di prendere sul serio, il che è ancora peggio – la loro irrilevanza, la loro “minore età”, la loro “incompetenza”. Loro sì, invece, che sanno il da farsi … E’ già successo in un non lontano passato che un confronto del genere si verificasse, sconvolgendo per qualche tempo i saperi e i poteri costituiti, ma quel compito non è riuscito ad arrivare a buon fine. Ora però il tempo stringe e “non c’è alternativa”.

Le scuole possono diventare un punto di accumulo delle forze necessarie a invertire l’attuale deriva, per poi riverberarsi, anche attraverso un salutare shock nelle famiglie, sui quartieri, sul territorio, sulle aziende, sulle fabbriche, sulle istituzioni. Non si può pretendere che le classi dominanti e i governi alle loro dipendenze cambino completamente le loro stupide agende senza che i veri interessati a questo cambiamento dimostrino di essere capaci di farlo loro: per lo meno nel loro ambiente naturale, che è la scuola. Una scuola aperta, dove ci sia posto per tutte le persone di buona volontà ecologica.