Crisi climatica, ci sarà ancora un domani?

Stiamo assistendo alla fine del mondo. Non del pianeta Terra, che continuerà a ruotare intorno al Sole per miliardi di anni, ma del mondo inteso come condizione di vivibilità degli esseri umani e soprattutto del numero di esemplari, cioè di abitanti, in cui si sono riprodotti. E in particolare del loro modo di vivere, plasmato dalla modernità ed esteso a tutto il pianeta dalla globalizzazione (il capitalismo, se vogliamo chiamarlo così, quello del XXI secolo).

Fenomeni in gran parte irreversibili

Tutti i fenomeni attraverso cui è destinata a manifestarsi questa fine del mondo sono già in gran parte presenti: ghiacciai e calotte polari che si sciolgono, siccità e desertificazione, alluvioni che non vi pongono rimedio ma ne aggravano gli effetti, mare che si infiltra nelle falde, prosciugamento degli acquiferi, incendi che distruggono le foreste, non più moderati dall’umidità di suolo e piante e dalla scarsità di acqua per spegnerli, tifoni e diffusione di malattie nuove che non si riesce più a controllare. Sono tutti fenomeni in gran parte irreversibili. I ghiacciai continueranno a sciogliersi e non si riformeranno per migliaia di anni, anche se le emissioni di gas climalteranti cessassero domani (il che non accadrà) e così le calotte polari. Gli acquiferi che abbiamo saccheggiato non si riempiranno più, né torneranno a scorrere pacificamente i fiumi, che alterneranno periodi di secca a piene che si trasformano in alluvioni. Le estati saranno sempre più torride, tanto da rendere invivibili aree sempre più estese del pianeta. Gli inverni saranno sempre più miti e avari delle precipitazioni a cui siamo abituati e gli incendi sempre più estesi e violenti. La situazione che stiamo vivendo non durerà solo qualche giorno, o un’estate, o qualche anno, ma sarà la nuova normalità. Anzi, peggiorerà, con alti e bassi, di anno in anno, spingendo un numero crescente di abitanti della Terra ad abbandonare i loro Paesi per cercare sollievo e vivibilità in qualche regione meno rovente.

Le prime vittime di questo processo saranno – sono già – l’agricoltura e l’alimentazione che, con i loro consumi fossili, sono già oggi la principale fonte di emissioni climalteranti (in gran parte per la produzione di carni che impegna il 70 per cento dei suoli coltivati e dell’acqua utilizzata). Mangiare qualsiasi cosa sarà sempre di più un problema per un numero crescente di abitanti della Terra, ma industria e mobilità non se la vedranno meglio. Fino a quando (quando?) tutta l’energia utilizzata non sarà generata da fonti rinnovabili non è affatto detto che quelle di diversa origine possano bastare. Sia quella nucleare che quella di origine fossile hanno bisogno di acqua, molta acqua, per funzionare. E ce ne è sempre meno a disposizione. In Francia molte centrali nucleari si fermano non solo per guasti e logoramento, ma perché non c’è più acqua per raffreddarle. Si fermeranno in Italia e altrove molte centrali a gas e carbone per la secca dei fiumi. Senza elettricità si ferma anche l’industria, anche quella eventualmente impegnata nella produzione di impianti di energia rinnovabile o nella ristrutturazione degli edifici per ridurne i consumi energetici.

Conversione ecologica sempre più difficile

Così la conversione ecologica, anche volendola fare, sarà sempre più difficile. Non parliamo della conversione dalla combustione all’elettrico del parco veicoli (un miliardo e 300milioni di auto), oggi al centro dell’attenzione. Che senso ha? Dove e come produrremo l’energia per muoverlo, i materiali rari per farlo funzionare, quelli ordinari per fabbricarlo se l’industria dovrà lavorare a singhiozzo? E il turismo? Che senso ha fabbricare l’inverno con la neve artificiale per partecipare a uno scempio come le Olimpiadi Milano-Cortina? Quando si scoprirà che viaggiare verso terre lontane non garantisce più un sicuro ritorno?

E l’industria militare? Certo, è “prioritaria”. Le armi sono oggi il più grande affare, l’unico che ha potuto guardare in faccia il covid senza conseguenze. Arriverà una resa dei conti anche per loro, certo non prima di aver mandato in tilt il resto dei settori industriali.

E le Grandi Opere? Di tutte quelle che si apprestano ad aprire i cantieri con i fondi del Pnrr non resteranno che i debiti da saldare. Con che cosa? E a spese di chi? Tutti questi blocchi si ripercuoteranno in chiusure, fallimenti, licenziamenti, disoccupazione, perdita di reddito, senza che siano state programmate collocazioni alternative per l’occupazione e la produzione.

Problemi ignorati

C’è qualcuno dei politici affaccendatisi intorno al destino del governo Draghi, a partire dal suo titolare, che abbia anche solo nominato uno di questi problemi mentre l’Italia (e il mondo) intorno a loro andava a fuoco? O qualche membro della classe imprenditoriale? O qualche giornale che ne abbia fatto l’apertura a sei colonne? O qualche giornalista – qualcuno forse sì – che abbia trovato il modo di parlarne all’interno di pezzi dedicati al proprio ambito: politica, economia, sport, moda, costume, giustizia, guerra, ecc”.?

Mai il dibattito politico, il “servo encomio” di Draghi e il “codardo oltraggio” del buon senso erano caduti così in basso: un teatro dell’assurdo. Gli unici ad averlo capito sono i giovani di Fridays for Future e i loro comprimari. Eppure, è di questo che bisogna innanzitutto parlare.

E se ne avessimo parlato, se ne parlassimo, certo le cose prenderebbero un’altra piega: non si metterebbero l’ambiente, il clima, le rinnovabili in coda a un elenco di 9 punti su cui impegnare il governo o da proporre in campagna elettorale. Si metterebbe finalmente in chiaro che per ottenere uno qualsiasi di quegli obiettivi occorre affrontare di petto il problema del clima. E come?

Il contenimento della crisi climatica e ambientale non dipende solo da noi, né come individui, né a livello territoriale o nazionale; persino l’UE (che vale il 10 per cento delle emissioni globali) conta poco. Tuttavia, ciascuno di noi, ciascun territorio, ciascuna nazione e ciascun continente dovrebbe sforzarsi di fare il possibile per contribuire a una conversione ecologica complessiva. C’è molto da fare per tutti. Ma, soprattutto, c’è da trovare la strada per farlo, che non è per nulla chiara come lo sono invece gli obiettivi da perseguire e che è diversa da Paese a Paese come da individuo a individuo e da impresa a impresa.

Adattamento: salvare il salvabile e lasciare indietro il superfluo

E’ chiaro che l’obiettivo centrale, quello di Parigi e di Glasgow (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, sigla in inglese Unfccc) di +1,5°C sul periodo preindustriale non sarà raggiunto. Quindi, occorre prepararsi al meno peggio. E il meno peggio si chiama adattamento. Salvare, fin che si è in tempo, quello che si ritiene salvabile e lasciare indietro quello di cui c’è meno bisogno. Cominciando con l’agricoltura e l’alimentazione che devono tornare a essere biologiche, multicolturali, di prossimità, senza più allevamenti intensivi. Poi con la cura del territorio, rimboschendolo il più possibile. E con la mobilità, abbandonando per sempre l’idea di avere a disposizione “un cavallo meccanico” a testa; la mobilità sostenibile è condivisione e pieno utilizzo di ogni mezzo. E il turismo, oggi la più grande industria del mondo, se ancora possibile, deve tornare a essere villeggiatura di prossimità o avventura senza confort. Anche l’industria dovrà ridimensionarsi e con essa sia l’aggressione alle risorse della Terra per alimentarla che la moltiplicazione dei servizi per trovarle uno sbocco nei nostri consumi. La scuola deve diventare un centro di formazione alla convivenza aperto a tutti e la cura della salute deve spostare il suo asse dalla terapia alla prevenzione.

In una prospettiva del genere, ci sarà posto per tutti su quel che resterà della Terra, sia per abitarla che per garantire a ciascun un ruolo, un’attività, un modo di rendersi utile senza piegarsi al feticcio dell’occupazione, che riguarda sempre e solo una parte della popolazione. Ma chi ha il coraggio di mettersi su questa strada?

Spunta il sole, canta il gallo e Mario Draghi monta a cavallo

Da “E’ un dittatore, ma ci serve” a “Ci serve perché è un dittatore” il passo è breve; e lo ha fatto. Il prossimo sarà: “Ci serve un dittatore”. Ci stiamo lavorando. Ci lavorano, insieme alla Nato, tutti i partiti impegnati, dalla maggioranza e dall’opposizione, a sostenere Draghi, “l’insostituibile”. Ci lavorano tutti i media. “Sorge il sole, canta il gallo e Mario Draghi monta a cavallo” è ormai il contenuto di fondo di quasi tutti gli articoli di quasi tutti i giornali e di quasi tutti i servizi di quasi tutti i notiziari TV (la peggiore piaggeria offerta, a suo tempo, a Mussolini).  

Che a “risolvere” i problemi dell’Italia venisse chiamato l’uomo che, per rimborsare le banche francesi e tedesche che avevano prestato troppo alla Grecia, si era reso (indirettamente) responsabile della morte di decine di migliaia di esseri umani, condannati a fame, freddo, mancanza di cure e di medicine, disperazione, ha lasciato esterrefatti milioni di italiani che pensavano di aver finalmente capito come funziona il mondo della finanza; ma non i partiti che lo hanno chiamato in servizio  esautorando se stessi e il Parlamento.

Il Po è quasi scomparso, i raccolti anche, la Marmolada si è sciolta, la temperatura ha già raggiunto i 40 °C; le morti sul lavoro si susseguono, l’inflazione galoppa, l’occupazione è sempre più precaria (ma si riprenderà con la produzione di armi: benservito chi sosteneva che dare armi all’Ucraina non avrebbe aperto la strada all’aumento della spesa bellica e della bellicosità della Nato); l’ingresso di nucleare e gas nella tassonomia delle fonti energetiche verdi detta i tempi della non-transizione: 10-15 anni almeno (sicurezza a parte) per avere una centrale nucleare in funzione ed energia a costi multipli di quelli delle rinnovabili; non meno di 5 per nuovi gasdotti o nuove metaniere (posto che qualche competitor non si appropri prima dei giacimenti con cui si pensa di sostituire il gas russo): tempi più che sufficienti a installare tutti gli impianti di rinnovabili necessari a soddisfare un fabbisogno nazionale che dovrà comunque essere ridotto. Con il deus ex machina che va a umiliarsi (in difesa dei valori occidentali?) da Erdogan non meno di quanto aveva fatto Berlusconi con Gheddafi. Ma una cosa è chiara: la crisi climatica e ambientale Draghi non sa che cosa sia, non se ne è mai occupato, la considera solo un fastidio. E i suoi accoliti pure.

Invece va messa al centro dell’attenzione, dell’elaborazione, a qualsiasi livello, di ogni programma, di ogni possibile alleanza, del nostro agire quotidiano. Il tempo sta scadendo. Tutto “il resto” – lavoro, reddito, casa, salute, istruzione, sicurezza, ma anche famiglia, amicizie, solidarietà, cultura, felicità – non “viene dopo”, ma deve trovare il suo posto “dentro” a una reazione generale alla crisi climatica e ambientale. O non troverà ascolto.

Il clima e l’ambiente non sono “opportunità” per creare nuovo lavoro. Sono temi ineludibili entro cui è possibile e necessario attivare nuovi impieghi, possibilmente meno gravosi e di maggior soddisfazione di quelli attuali; e solo quanti bastano a una radicale conversione ecologica. Ma per ciascuno dei “nuovi lavori” creati dalla conversione ecologica ce ne sono almeno altrettanti da sopprimere perché fanno danno: sono produzioni nocive che producono cose nocive (cioè mali) che non hanno più ragione di esistere. Ma chi decide che cosa è buono e che cosa no? Non possono essere che gli interessati, nelle forme e nelle sedi di confronto più varie, tutte da definire. Questa è la vera sfida. Ma va garantita a tutti, a chi può perdere il posto e a chi ne va a occupare uno nuovo, parità di condizioni: di reddito (garantito), ma anche di impegno, attraverso una redistribuzione dei carichi del lavoro “buono”. Utopia? Sì. Finalmente! Perché i posti di lavoro, soprattutto quelli buoni – ospedali, sanità, scuola, rinnovabili, ecc. – si stanno già perdendo e si perderanno sempre di più, mentre quelli cattivi – basta pensare all’industria delle armi, degli yackt, o dell’automobile – si farà di tutto per tenerli in vita.

Non c’è da farsi illusioni sull’obiettivo del +1,5°C: non verrà raggiunto. I contributi alla riduzione delle emissioni globali dell’Italia (che ne produce 1%) o dell’UE (10%), quand’anche ci fossero – e non ci sono – sarebbero irrisori. Né c’è da aspettarsi scelte migliori dagli altri player globali. Perciò vanno messi in campo subito programmi di adattamento alle condizioni sempre più ostiche in cui ci verremo a trovare e già ci troviamo. Occorre mettere ogni territorio in grado di affrontare la crisi nella massima autosufficienza possibile: energetica, agro-alimentare, produttiva. Occorre de-globalizzare: non la circolazione dell’informazione, delle idee e delle persone, ma quella delle merci. Questa è la sfida su cui si devono confrontare i programmi: coinvolgendo lavoratori, lavoratrici e tutte le persone sulle cui gamba dovrà marciare la conversione ecologica. A dirlo ora siamo noi: “TINA”, non c’è alternativa.

Guerra in Ucraina: come a Verdun

Abbiamo 100, anzi 200 “perdite” al giorno, afferma Zelenski. Secondo il generale Mini, anche 300. Perdite vuol dire soldati “caduti”, cioè uccisi; morti: da rimpiazzare ogni giorno con altre 100-300 “unità” destinate alla stessa sorte. Giorno dopo giorno. Altrettanto, se non di più, sono i “caduti” dell’esercito russo, dall’altra parte dei fronte.
Poi ci sono i feriti, molti dei quali amputati o destinati a esserlo; tutti comunque segnati da un trauma difficile da rimarginare. E poi ancora, i morti tra la popolazione civile, in una guerra dove si tirano giù a cannonate i condominii con dentro i loro abitanti. Oggi lo fa (solo?) l’esercito russo, ovunque arrivi, come ieri lo facevano l’esercito e le milizie ucraine in Donbass.
Poche – sempre meno – le prospettive di una risoluzione del conflitto a breve; più probabile uno stallo guerreggiato che prolunghi indefinitamente il bilancio quotidiano di quel massacro. Perché da una parte e dall’altra del fronte si mira alla “vittoria”, avendo sempre meno chiaro in che cosa possa consistere.
Le armi di cinquanta e più anni fa sono state quasi tutte consumate, insieme ai soldati che le manovravano; adesso devono arrivare i “rimpiazzi”: sia di mezzi che di uomini. Di uomini sempre meno adatti al combattimento; e forse anche meno proni a combattere. Di mezzi, cioè armi, quante ne riuscirà a sfornare l’industria russa e quante ne saranno disposti a cedere gli Stati maggiori di Nato, Stati uniti e Stati membri dell’Unione europea; prima di entrare eventualmente in campo direttamente.
Ma anche se le armi sono moderne e i combattenti sono abbigliati come “robocop”, questo modo di combattere è vecchio di un secolo. L’immagine che viene immediatamente alla mente è quella della battaglia di Verdun tra Francia e Germania nella “Grande guerra”, durata 10 mesi in situazione di stallo e costata 140mila morti e 300mila feriti e “dispersi” – cioè morti anche loro – alla Germania e 160mila morti e 380mila feriti e “dispersi” alla Francia.
Un massacro. Che, a distanza di un secolo, ci fa dire da tempo, tanto da trovarlo scritto anche sui manuali scolastici di storia, che gli Stati maggiori di entrambi i paesi che mandavano le “loro” truppe all’assalto, cioè a farsi ammazzare a ondate successive – per poi “rimpiazzarle” con truppe “fresche”, “votate”, cioè condannate, alla stessa sorte – erano dei criminali; e che quella guerra e quel modo di combattere erano stati un massacro inutile e insensato.
E se lo si dice dei generali e dei capi di Governo di allora, perché non lo si può dire di quelli di oggi? Certo oggi c’è un aggredito e un aggressore mentre a distanza di anni è difficile dire chi fosse l’aggredito e chi l’aggressore nella Grande guerra. Aggressore sarebbe risultato, più che il primo a dichiararla, chi quella guerra l’aveva persa. L’aggredito, quindi, chi l’aveva vinta.
Poi, rivedendo le cose in sede storica, non si può fare a meno di riconoscere che, nel pieno della Belle époque, i germi di quel massacro che avrebbe cambiato la storia del mondo covavano da tempo da entrambe le parti.
E perché non si può dire la stessa cosa anche di questa guerra? Sono in tanti, nonostante l’ostracismo a cui vengono sottoposti, a sostenere che le premesse per scatenare l’aggressione di Putin all’Ucraina erano state poste da tempo dall’allargamento della Nato (di fatto, anche all’Ucraina; anche se in forma non ufficiale; e nel pieno di un’aggressione alle popolazioni del Donbass). Premesse non molto diverse da come il trattato di Versailles aveva prima favorito l’ascesa di Hitler e poi innescato la sua guerra di aggressione, contando a farne le spese sarebbe stata solo l’Unione sovietica.
Anche oggi c’è chi, dall’altra parte dell’oceano Atlantico, conta che a fare le spese della guerra in Ucraina, oltre ovviamente ai soldati e ai civili di quel paese, debba essere l’Unione europea.
Oggi entrambe le parti in causa (ma quali?) puntano alla “vittoria”, che esclude qualsiasi possibilità di mediazione e di compromesso: “sarebbe una resa” si dice. Quindi c’è solo da mandare armi. Lo dicono soprattutto coloro che non sono chiamati a combattere. Certo, oggi lo dicono, o lo sentiamo dire nei reportage della TV, anche i soldati e i civili ucraini che si trovano sotto il fuoco russo.
Ma come cent’anni fa, anche oggi quel clima da “maggio radioso” che aveva accompagnato l’entrata dell’Italia nella Grande guerra è destinato a sgonfiarsi mano a mano che l’insensatezza di quella parola d’ordine – “fino alla vittoria” – e il moltiplicarsi dei lutti cominceranno a bucare la scorza di finto orgoglio che ha reso possibile la mobilitazione in Ucraina. E già se ne vedono i primi segnali.
Ma più passa il tempo e più le condizioni di un compromesso si assottigliano: quello che era ancora possibile – e relativamente semplice – prima dell’aggressione russa oggi non lo è più; né Zelenski né Putin possono farsi promotori di una mediazione. Meno che mai ha senso proporre una mediazione continuando a mandare armi. Bisognerebbe che almeno questo Draghi e Macron lo capissero.
Per questo, oltre alle sacrosante carovane della pace e alle prospettate iniziative di interposizione, le possibilità di un armistizio passano oggi per la lotta senza quartiere contro l’invio di armi in Ucraina: finché Zelenski ne riceverà o avrà motivo per attenderne altre è sempre più difficile che si prospetti una soluzione per porre fine al massacro.
Ma non è lui che deve arretrare. E’ la Nato. La fine di questo conflitto passa di lì: per l’arretramento delle installazioni militari dei due veri contendenti. E questo fa capire quanto sia ancora lontana.

Ci vuole una grande crisi adolescenziale

L’adolescenza è l’età dell’angoscia: ci si chiede qual è il senso della vita – non tanto della vita in generale, della vita degli altri, ma della propria. Che cosa ci faccio io qui? Una domanda che costituisce il lato creativo dell’esistenza umana, ma una risposta definitiva non c’è. Spesso, quella domanda, si cerca di dimenticarla: le distrazioni non mancano (e alcuni ne hanno più di altri), ma l’angoscia non rinuncia quasi mai a riaffiorare. Bisogna raggiungere una certa età perché i modi con cui la si mette a tacere si consolidino in abitudini che la ottundano. Ma niente mette al sicuro dalla sua ricomparsa, spesso con scompensi drammatici.

Ne ho patito, come credo tutti, e in maniera intensa, nella mia adolescenza, in forma solitaria e individuale e poi di nuovo, in forma collettiva e condivisa, negli anni della mia partecipazione al movimento degli studenti e poi all’incontro con gli operai di Mirafiori e di altre fabbriche sparse per l’Italia, tra la fine degli anni ‘60 e i primi ’70. Sono stati un movimento e un’epoca radicali proprio perché, prima ancora di formulare delle rivendicazioni, o di analizzare i rapporti di forza, la domanda tacita che faceva di noi un vero movimento era quella: che ci facciamo noi qui? L’adolescenza era passata per tutti e tutte, ma la sensazione di ritrovarsi proiettati o “gettati” in un contesto non abituale, non prevedibile, non come “avrebbe dovuto essere”, associava alla meraviglia della scoperta l’angoscia di scelte decisive per le nostre vite, qualsiasi strada si sia poi imboccata.

Oggi Greta Thunberg, con la sua ostentata adolescenza, la sua angoscia per le sorti dell’umanità, ma prima ancora per la sua – a che serve studiare se non ho futuro, se ci rubate il futuro? – è tornata a rendere pubblico quell’insopprimibile sentire dell’adolescenza. I suoi coetanei di tutto il mondo ne hanno colto il senso e ne hanno fatto le basi di un movimento globale. Certo, Greta sa tutto e dà lezioni a tutti sulla crisi climatica, anche se nel mondo adulto pochi la stanno a sentire. L’hanno omaggiata per più di un anno per tacitare la loro cattiva coscienza; adesso, “grazie” al covid e alla guerra, se ne possono dimenticare. Ma per i suoi coetanei, che l’angoscia la frequentano ancora, non è così. La domanda “che ci faccio io qui?” continua a incalzarli e conta più delle verità scientifiche di cui pure sono convinti cultori. Non è (solo) una domanda sul futuro. E’ soprattutto una domanda sul presente, sul proprio posto nel mondo. Per questo anche chi non ha più la loro età, né molto futuro davanti a sé, può sentirsene coinvolto: che ci faccio io qui?

Saperci sull’orlo di una catastrofe irreversibile, documentata da tutti gli scienziati del clima, non basta a far cambiar rotta ai governi: è cinquant’anni che se ne parla, trent’anni che fanno a gara nel sottrarsi agli impegni periodicamente ribaditi nelle loro inutili conferenze sul clima. Se anche solo dieci anni fa avessero presa sul serio la transizione energetica, invece di usare quel tempo per prepararsi alla guerra, oggi non si ritroverebbero a finanziare, pagandogli il gas, la guerra di Putin, e a ricoprire di armi gli ucraini perché lo combattano. E ora la guerra in Ucraina – quelle in altri paesi non le avevano mai nemmeno prese in considerazione – offre loro il destro per fare marcia indietro su tutto quello che avevano finto di accettare: la fine di carbone, petrolio, metano, nucleare, OGM, fertilizzanti e pesticidi sintetici, ecocidio, corsa alle armi, ingiustizie; le vere poste in gioco di questo tornante epocale.

E cercano di coinvolgere tutti, e soprattutto i giovani, in queste loro scelte: il problema è vincere questa guerra, non quello di fermare la crisi climatica, la distruzione dell’ambiente, l’aumento delle diseguaglianze. Quello verrà dopo… Lo strumento principale di questa operazione è l’esibizione delle sofferenze indicibili della guerra, a cui non si può essere indifferenti, ma anche la paura di perdere il poco o il tanto che si ha. La risposta che meritano non può che nascere da un’autentica crisi adolescenziale che faccia riaffiorare tra tutte e tutti l’angoscia di un interrogativo radicale sul nostro posto nel mondo. Perché, mano a mano che i problemi messi al centro del discorso pubblico dai media si succedono e si aggravano – dalle migrazioni al covid, dal covid alla guerra, dalla guerra alla stagnazione – diventa sempre più chiaro che si tratta di altrettante facce – a cui non si può correre dietro una a una – di un problema molto più generale: il fatto che le strutture sociali che nessuno di noi si è dato, ma che siamo tutti e tutte costretti a subire, ci stanno avvicinando al capolinea. Che prima o dopo ci costringerà, quale che sia il genere, l’età o la collocazione sociale, a tornare a chiederci: che ci faccio io qui? Solo una grande crisi adolescenziale del genere ci può portare a mettere al centro del nostro agire l’impegno a perseguire una conversione ecologica radicale.

La conversione ecologica di fronte alla guerra

Dal punto di vista di un’ecologia integrale qualsiasi guerra, ma questa in particolare, è un passo indietro drammatico per la conversione ecologica: crea divisioni e ostilità tra coloro che sono impegnati nel combattere la crisi climatica e ambientale; produce immense quantità aggiuntive di gas di serra e la devastazione dei territori teatro dei combattimenti; fornisce pretesti al mantenimento e alla riattivazione delle fonti energetiche fossili e nucleari e dell’agricoltura industrializzata, all’aumento della produzione di armi e a una diffusa bellicosità dei media e tra la gente. Tutto ciò rinvia la transizione energetica oltre la soglia temporale dell’irreversibilità indicata dall’Ipcc: le condizioni in cui dovranno vivere le prossime generazioni, sia umane che di tutti i viventi, saranno molto più ostiche, se non insostenibili.

Le divisioni che attraversano l’opinione pubblica riguardano soprattutto l’opportunità di inviare armi per rafforzare la resistenza ucraina (qualsiasi cosa si intenda con questo termine). Poche invece le esitazioni nell’individuazione di chi è l’aggressore e chi l’aggredito.

In un confronto civile, i fautori dell’invio di armi dovrebbero chiedersi: a che pro? Per rispettare la volontà di chi resiste? Perché non si senta abbandonato? Per migliorare i termini di un accordo quando si arriverà a una tregua? O per infliggere una sonora sconfitta alle truppe russe e il “disarcionamento” di Putin (come auspica Biden)? O, addirittura, per provocare il disgregamento della Federazione russa, con il rischio di creare situazioni di ingovernabilità cento volte superiori a quelle di paesi come Libia, Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen? Bisogna poi considerare e valutare il rischio che l’intensificazione del conflitto sfoci in una sua estensione, fino a mettere direttamente a confronto Nato e Federazione russa: entrambi con il loro arsenale nucleare. A chi poi ricorre al paragone con la lotta partigiana, ricordo, senza pretendere di confutare l’argomento, che allora essa si andava ad aggiungere a una guerra mondiale già in corso, mentre oggi estensione e intensificazione della guerra in Ucraina con l’invio di armi (ma quante?) una guerra mondiale rischiano di scatenarla.

I contrari all’invio di armi – dando per scontato che il favore all’invio di beni di soccorso e all’accoglienza dei profughi accomunino entrambi – si dovrebbero a loro volta chiedere: perché? Per un rifiuto pregiudiziale di ogni guerra e del ricorso alle armi in generale? E se sì, è un rifiuto di ordine morale o si basa sulle mutate condizioni della nostra epoca – atomica – rispetto a tutte quelle che ci hanno preceduto? Ma questo rifiuto è forse equidistanza? E la contrarietà a mandare armi significa forse chiedere al governo o alla popolazione ucraina la resa? Oppure si conta sul fatto che anche senza aiuti esterni, ma con una grossa offensiva diplomatica (che ancora non c’è) i combattenti ucraini possano mantenere nel paese uno stato di belligeranza a più bassa intensità nei confronti dell’invasore? Ma ha senso una prospettiva del genere in mancanza di una concreta e solida iniziativa di mediazione? E quale dovrebbe essere il soggetto capace di proporsi come mediatore in forme credibili e praticabili? E quali i termini di una mediazione, ovviamente sottoposti a inevitabili negoziazioni?

E poi, per entrambi, come affrontare le difficoltà materiali, destinate a moltiplicarsi, che questa guerra impone già oggi a molti di “noi”? E come sfatare il mito confindustrialgovernativo di un ritorno alla “normalità”, che continua ad avere un solo nome: “crescita”, cioè accumulazione del capitale?

Per chi vorrebbe una conversione ecologica “socialmente desiderabile”, come chiedeva Alex Langer, forse sono state sprecate, tra le tante, due occasioni che potevano “far toccare con mano” situazioni destinate a intensificarsi nel tempo. Innanzitutto, le migrazioni: il contingente arrivato in Italia e in Europa era solo una prima manifestazione di processi destinati a crescere e caratterizzare la “normalità” del futuro (tanto che la guerra in Ucraina ne ha già riversati in Europa 6 milioni, e tutti in un colpo!). Poi i rischi, i disagi e le restrizioni del covid 19 e del modo irrispettoso della democrazia con cui le autorità le hanno affrontate, anch’esse destinate a ripresentarsi in nuove forme e con nuovi contagi. Ora, restrizioni anche maggiori si ripresenteranno di fronte alla guerra, aggravate dalle sempre più frequenti conseguenze della crisi climatica.

Tutto ciò doveva, e dovrebbe, permetterci di indicare nella conversione ecologica l’unica via concreta per affrontarle: riconversione delle fabbriche di armi e degli impianti legati ai fossili, ma anche maggior sobrietà nella mobilità, nel turismo, nell’alimentazione, nel consumo di spazio, materiali, gadget, moda, ecc. Per i più svantaggiati la possibilità di sostituire consumi individuali, per lo più irraggiungibili, con servizi condivisi sostenuti dalla collettività; per molti giovani di tutte le condizioni sociali, schifati dalle prospettive di vita che vengono loro imposte, un futuro.

Che fine ha fatto la crisi climatica?

La guerra in Ucraina ha avvicinato tutti all’olocausto nucleare, alla fine del mondo. Ce lo fa immaginare: sia a coloro che lo prendono sul serio, considerandolo un rischio sempre più imminente, sia a coloro che lo sfidano, sicuri che la sua mostruosità sia sufficiente, se non ad allontanarne lo spettro, sicuramente a impedirlo, sia gli incoscienti – e sono i più – che non lo prendono in considerazione perché guardano il dito (la singola guerra) e non la luna (la sua possibile proiezione sull’intero pianeta).

Ma questa guerra ci sta avvicinando molto anche all’olocausto climatico, il punto di non ritorno che gli scienziati dell’ONU (l’IPCC) hanno fissato di qui a non molto di più di otto anni, se non si interviene massicciamente per allontanarlo. E se l’olocausto nucleare è una possibilità – molto più concreta di quanto siamo abituati a pensare – quello climatico è una certezza scientifica. Ma quanti lo sanno? E quanti, essendone informati, ci credono? E quanti pensano di poterlo evitare perché la tecnologia – quella che ci ha trascinati fino a questo punto – ci metterà al riparo dal suo verificarsi?

La guerra ci avvicina all’olocausto climatico non solo per la COsollevata dalle macchine di morte – bombe, aerei, carri armati – sotto cui restano schiacciati tanto i soldati russi che la popolazione e i combattenti ucraini, ma anche per tutto quello che questa guerra – molto più di tutte quelle precedenti – ha rimesso in moto. A beneficio di tutti coloro che la lotta contro la crisi climatica l’hanno sempre osteggiata e che oggi dettano legge nei governi, nella finanza, nelle imprese, nei media.

Il problema numero uno sembra essere procurarsi il gas che continuiamo a comprare dalla Russia, finanziando la sua guerra di aggressione, perché, senza di esso, l’economia mondiale (e non solo quella italiana o quella tedesca) rischia il collasso per un effetto domino intrinseco alla globalizzazione. Ma non c’è solo il gas; ci sono anche, per sostituirlo almeno in parte, carbone e petrolio, con le loro emissioni. C’è poi la necessità di compensare le importazioni alimentari dall’Ucraina e dalla Russia (quasi tutte destinate agli allevamenti) con un aumento delle produzioni interne. Quindi, largo agli OGM, ai fitofarmaci e ai fertilizzanti sintetici, all’avvelenamento del suolo e delle acque per spremere una Terra sempre più soffocata e farle sputare quello che è sempre meno in grado di fornire nella condizione di cattività a cui la condanniamo. Tutti processi che moltiplicano le emissioni di gas di serra e rendono impossibile riassorbirle nel suolo. Quanto alle popolazioni delle nazioni più povere, che a quei mezzi già ricorrono con poche limitazioni e non hanno modo di reagire al blocco delle esportazioni russe e ucraine, o all’aumento del loro prezzo, le aspetta la fame. Moriranno a milioni.

E soprattutto, largo alle armi e alla produzione di armi! Largo al “riarmo” dell’Ucraina, della Nato, dell’Italia. Come se fossero disarmate! Si tratta di prodotti “usa e getta” che consumano risorse, energia, ore di lavoro e vite umane, che producono quantità smisurate di gas di serra e che sono concepiti per essere “smaltiti” nel più breve tempo possibile: o in guerre che essi stessi alimentano, rendendo necessario sostituirli; o in depositi, pericolosi e inquinanti, a perdere; o vendendole a qualche dittatura dei paesi più poveri. Ma sempre per far posto a prodotti tecnologicamente più aggiornati. Per non parlare delle armi chimiche e biologiche, pensate – e prodotte – per avvelenare per sempre popoli e territori.

E con le armi, largo allo spirito bellico alimentato da tutti i media dell’Occidente (come della Russia) e dal suo commander in chief: il presidente degli USA e vero capo della Nato, al seguito dei suoi predecessori che volevano decidere chi doveva comandare in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Yemen e hanno trasformato per questo metà del mondo in lande senza governo e senza legge.

La guerra in Ucraina non ha dunque solo oscurato, nei media e nella coscienza di tutti, l’imminenza della crisi climatica e ambientale. Di fatto ne sta accelerando l’esplosione proprio con la scelta di prolungare il più possibile la durata di quella guerra, rifornendo di armi le truppe combattenti dell’Ucraina, che non si sa bene chi siano (lo sanno bene solo la Nato e – forse – Zelensky), prima ancora di cercare – e costruire – un tentativo di mediazione accettabile. Ua proposta e un promotore credibile che se ne faccia portatore, che possa essere accettabile, anche se non soddisfacente, per entrambe le parti in causa (che sono molte più di due), con qualche rinuncia per ciascuna di esse.

Coloro che hanno fatto la scelta di appoggiare, se non condividere, la politica del governo, dell’Unione Europea e della Nato dovrebbero tenerne conto: stanno seppellendo, oltre ai cadaveri prodotti da un inutile prolungamento della guerra, anche la lotta contro la crisi climatica.

Riarmare l’europa?

Da quasi settant’anni i responsabili dei governi europei ci ripetono che la strada per l’unificazione politica dell’Europa passa attraverso l’integrazione (graduale e progressiva) delle rispettive economie: si è cominciato con la CECA (comunità del carbone e dell’acciaio) e l’Euratom (nucleare civile), si è transitati per il serpente monetario e la moneta unica, per arrivare al fiscal compact, finalizzato a legare le mani ai governi che ne subiscono maggiormente le conseguenze negative: più si integravano le economie e più si allontanava l’unità politica. E’ mancato, ci dicevano, una regia delle politiche fiscali – un ruolo che per un po’ si era pensato di attribuire a Monti – mentre quel regista c’è ormai da parecchio tempo: è la BCE e, per un lungo periodo, Draghi: due personaggi formatisi sotto l’ala della Goldman Sachs. Ed è detto tutto, sia per quanto riguarda la loro consonanza con gli interessi dell’alta finanza, sia per quanto riguarda la loro dipendenza dalla politica degli USA.

Per promuovere una vera unità politica non serve quella loro economia, che anzi è di ostacolo. Ci vuole una politica comune all’altezza del ruolo che si intende ricoprire (o che si ritiene irrinunciabile per non finire “sommersi”). Ma quella politica non c’è: doveva e poteva essere una grande iniziativa di tutela dell’ambiente – e di promozione di una maggiore equità, indissolubilmente legata ad essa – e poi, in modo sempre più pressante, di salvaguardia del clima. Ma è stata sistematicamente disattesa (e per lo più, nemmeno compresa), anche se i responsabili dell’Unione Europea vantavano su di essa un inconsistente “primato”; oggi fragorosamente franato di fronte alla guerra in Ucraina, che li ha fatti precipitosamente ritornare – ma la cosa era già nell’aria – al carbone, al gas da ogni dove, alle nuove trivellazioni, al nucleare di ogni tipo e, consequenzialmente (l’economia fossile chiama alle armi), al potenziamento della spesa in armamenti.

Così adesso ci viene detto che il maggiore e mostruoso impegno finanziario di alcuni Stati membri europei sulle armi (ma anche su gas e nucleare), quello che Il Foglio, ignaro della risonanza che certi termini possono avere, ha chiamato “l’asse Roma-Berlino”, è la strada obbligata verso una “politica di difesa” (leggi un esercito) comune e attraverso di essa verso una politica estera più autonoma dalla Nato e dagli interessi degli Stati Uniti. Niente di più falso: l’aumento della spesa militare fino al 2% del PIL è proprio ciò che gli Usa e la Nato ci stanno chiedendo da anni – insieme ai sempre più numerosi impegni diretti degli Stati membri in tutti i teatri di guerra aperti negli ultimi anni: Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria e ora di fatto Ucraina, anche se in modo indiretto. Manca forse un generale comune, come mancherebbe il regista delle politiche fiscali? No. Le forze armate della maggior parte degli Stati europei sono da tempo impegnate in manovre integrate della Nato, in corso anche ora, sotto il comando Usa e ai confini della Federazione Russa: proprio quelle che hanno dato a Putin la possibilità di sostenere che stava aggredendo per tutelarsi. Difficile che se ne sgancino.

Anche in questo caso – anzi, soprattutto in questo caso – una politica estera comune dell’Unione Europea non può nascere sulla punta delle baionette – oggi trasformate in bombe atomiche, o anche “convenzionali”, ma quasi altrettanto micidiali), ma solo da un impegno straordinario – e potenzialmente “trainante” – nella lotta contro la crisi climatica e la devastazione ambientale. Che avrebbe dovuto godere di quella prontezza di decisione messa invece in campo da tanti governi nel trasferire da un giorno all’altro risorse dal welfare alle armi.

Di fronte a questa deriva micidiale c’è da chiedersi se non sia proprio la scelta di sostenere la resistenza dell’Ucraina con un invio massiccio di armi (a integrazione di quelle che Nato e Usa avevano già più o meno segretamente inviato prima che scoppiasse la guerra) ad aver aperto la strada a quell’aumento della spesa in armamenti che anche molti dei fautori della scelta del sostegno armato all’Ucraina deplorano. Tra quelle due scelte non c’è alcuna consequenzialità, sostiene Gad Lerner su Il Fatto. E invece sì. Il papa lo ha capito, Gad no. Perché più si prolunga e si intensifica quella guerra con l’invio di armi – invece di puntare su una vera mediazione, a cui subordinare tutte le eventuali sanzioni messe in atto o in cantiere – e più si scivola verso una situazione irreversibile, che rende non sensato – perché non lo sarà mai – ma giustificato potenziare la barriera contro il possibile sconfinamento di quella guerra.

Gli esperti militari – e molti di coloro che si sono inopinatamente promossi tali – sono divisi tra due scenari alternativi: Putin è alle strette, sta perdendo e perderà la guerra; oppure Putin sta avanzando secondo un piano programmato. Nessuno di noi profani è in grado di pronunciarsi in proposito. Ma immaginare le conseguenze delle scelte fatte dai nostri governi, questo sì, è una responsabilità che tutti dovremmo assumere.

L’Ucraina e noi

La Russia, cioè le forze armate della Repubblica Federale Russa, su ordine di Putin hanno aggredito l’Ucraina, ne hanno invaso buona parte del territorio, hanno bombardato infrastrutture, fabbriche e abitazioni, hanno ucciso diverse migliaia di ucraini, sia militari che civili, hanno costretto a fuggire dal paese più di due milioni di profughi e continuano nella loro avanzata.

L’Ucraina resiste e contrasta questa avanzata. Resistono le forze armate del paese e molti civili, prima riuniti in gruppi spontanei e per niente, o molto male armati – con la partecipazione di molte donne, persino nella preparazione di bottiglie molotov da opporre ai blindati russi – poi inquadrati, con la coscrizione obbligatoria per tutti gli uomini tra i 18 e 60 anni, nelle file delle forze armate. All’interno di esse sono state da tempo inserite, con un ruolo di primo piano nella guerra contro le contrapposte milizie del Donbass, che durava da otto anni, numerosi elementi di organizzazioni legate alla Nato e di chiaro orientamento nazista, come la cosiddetta Brigata Azov, responsabile anche delle sparatorie durante la rivolta di piazza Maidan (ma i nazisti sono da tempo largamente presenti anche nelle milizie avversarie del Donbass).

Non c’è alcun dubbio che l’aggressore sia l’esercito russo e che la resistenza armata dei combattenti ucraini sia una più che giustificata risposta a questa aggressione. Ma se le cose stanno così, perché non mandare armi al governo e ai combattenti ucraini che le chiedono?

Perché mandare armi per rafforzare la resistenza è alternativo a qualsiasi tentativo di far cessare questa guerra con un negoziato. O si fa una cosa o si fa l’altra. E falso che una resistenza più forte, perché meglio armata, o più prolungata perché in grado di ritardare maggiormente l’avanzata russa, migliorerebbe la posizione dell’Ucraina in un negoziato. E’ vero il contrario. Molti non si chiedono quale potrebbe essere l’esito del conflitto, ma è lì che bisogna guardare: come e quando potrà cessare questa guerra?

Con la resa del governo ucraino e l’instaurazione forzata di un governo fantoccio filorusso? Sembra altamente improbabile. Con un’occupazione del paese da parte dell’esercito russo destinata a protrarsi nel tempo in presenza di una resistenza armata che continuerà a dargli del filo da torcere? E’ improbabile che Putin possa accettare una prospettiva del genere senza adottare gli stessi metodi con cui ha a suo tempo raso al suolo Grozny e sterminato buona parte della popolazione cecena.

E’ però difficile che ciò possa avvenire nel cuore dell’Europa senza coinvolgere in modo molto più intenso i suoi avversari, cioè la Nato: aprendo così le porte a una guerra mondiale. Oppure si punta a un logoramento di Putin, nella speranza che nei piani alti del potere russo si faccia strada un’alternativa disponibile a trattare: non con l’Ucraina, o non solo con l’Ucraina, ma con chi dell’Ucraina ha fatto da tempo la posta in gioco di un confronto molto più ampio? O, ancora, che la guerra logori talmente non solo il potere di Putin, ma la coesione stessa della Federazione Russa, trasformando il suo immenso territorio in centinaia di Libie, di Iraq, di Sirie, con un patrimonio sterminato di risorse ancora da saccheggiare?

A giudicare dal comportamento delle parti in causa, che sono molte, sembra che la soluzione a cui si affida l’esito dell’invio di armi all’Ucraina sia una di queste due ultime.

Ma non è l’invio di armi a rendere impraticabile un negoziato; è esattamente il contrario. E’ la mancanza di qualsiasi serio tentativo di mediazione che spinge coloro che (per motivi politici o personali) non possono dichiararsi indifferenti a ripiegare sull’invio di armi senza interrogarsi sulle sue conseguenze.

Manca la mediazione, la proposta di una soluzione che accontenti, senza peraltro soddisfare, entrambe le parti – evitando “umiliazioni” che indurrebbero a perseverare nel massacro in corso – perché manca il mediatore. E’ mancato fin da prima dell’aggressione, quando pure i tamburi di guerra stavano già suonando (li suonavano a toni alti sia la Nato che il presidente degli Stati Uniti Biden, mentre Putin lavorava in sordina). E questo mediatore non poteva – e non può ancora – che essere l’Unione Europea, che però non può assumere quel ruolo perché tutta la sua politica estera – e la posta centrale di ogni politica estera che è pace o guerra – è inesistente, completamente sdraiata sulle decisioni, i dictat e gli interessi degli Stati Uniti, che da questa terribile vicenda hanno molto meno da perdere (e molto di più da guadagnare) di tutti i governi dell’Unione europea messi insieme.

Così, per colmare quel vuoto, il ruolo di mediazione è stato fittiziamente trasferito a Stati come la Turchia (che ha poco da mediare, dato che da anni sta infliggendo al Rojava lo stesso trattamento di Putin all’Ucraina), o a Israele (peggio ancora, perché lì il bombardamento dei palestinesi risale indietro di decenni) o, forse, alla Cina, che sull’indipendenza e neutralità delle sue minoranze interne è ancora peggio. Né lo può assumere, quel ruolo, un singolo Stato o Governo dell’Unione Europea, come si ingegna di far credere Macron, che ha in vista soprattutto le prossime elezioni presidenziali francesi (di Draghi, “il banchiere”, non è nemmeno il caso di parlare), perché la prima mossa diplomatica da compiere non è verso Putin o Zelensky, ma verso l’Unione europea. Per esigere e farle assumere, a costo di mettere in forse la sua stessa esistenza, una posizione coerente con gli interessi dei suoi popoli: che sono la pace e non il confronto armato con la Russia a distanza sempre più ravvicinata. Perché in queste circostanze, ma in generale sempre, il ruolo di mediatore lo può assumere solo chi fin dall’inizio si dispone in una posizione di terzietà. Come è ovvio. Il che non vuol dire abbandonare l’Ucraina, ma aiutarla a uscire dall’abisso in cui sta precipitando (e la stiamo facendo precipitare).

Diventare terzi: non armandoci di più e sacrificando all’industria delle armi quel che resta del welfare, come apertamente proposto da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: obiettivo che prima di lui era già nei programmi della Nato e che è – purtroppo – una logica conseguenza per tutti coloro che non vedono soluzione della crisi diversa da un maggiore ricorso alle armi. Non solo quelle cosiddette “letali”, ma anche, o forse peggio, quelle della comunicazione, dell’informazione (o disinformazione) e della criminalizzazione del dissenziente; quelle che stanno instaurando in tutto il nostro paese un clima da “maggio radioso” (quello che aveva precipitato il paese nella Prima Guerra mondiale): armiamoli, facciamoli combattere e lasciamo che si scannino per conto nostro…

Inoltre, solo una parte veramente terza – e in questo momento non è certo l’ONU – potrebbe rilanciare l’iniziativa di corpi di pace e di interposizione da mandare a sedare il conflitto. Per farsi ammazzare dagli uni e dagli altri? No. Abbiamo visto in TV folti gruppi di cittadini e cittadine – soprattutto di donne – mettersi di fronte, o addirittura sdraiarsi davanti ai carrarmati. A loro va tutto il nostro rispetto e la nostra ammirazione. E certo, senza aspettarsi risultati risolutivi, quanto più efficace, non solo nei confronti dell’aggressione, ma anche del resto del mondo che li sta a guardare, sarebbe un’iniziativa di interposizione organizzata, con la copertura di una parte dichiaratamente ed effettivamente terza, introdotta come un granello di sabbia nel meccanismo che sta macinando tante vite?

Ma il problema che ciascuno di noi, cittadine e cittadini dell’Europa e del mondo ci dobbiamo porre in queste circostanze è molto più generale.

Innanzitutto, fino a che punto l’aumento del potenziale bellico per così dire “convenzionale” non sconfina direttamente in quello nucleare? Sempre più smisurato il primo e sempre più dimensionato, in vista di un suo uso cosiddetto “tattico”, il secondo, riducendo così progressivamente ogni soluzione di continuità tra l’uso di un kalashnikov e l’immane arsenale nucleare di cui sono dotate le “Grandi potenze” e di cui cerca di dotarsi un numero crescente di potenze cosiddette minori.

E se Putin fa paura, perché a detta dei media è pazzo e potrebbe superare quel confine senza alcuna remora, quanto pazzi sono anche i generali della Nato e degli Usa, o i loro Presidenti, che continuano a ventilare la possibilità che quel confine venga varcato, non si sa, ed è indifferente, da parte di chi?

Qui emerge un tema di fondo che gli strateghi della guerra nucleare non hanno considerato, o non hanno messo in chiaro nella loro corsa a riempire di armi, di qualsiasi arma, il resto del mondo. Il rischio di varcare quel confine – che in qualche modo tutti, anche i pazzi, hanno presente – rende inefficaci anche tutti o quasi gli arsenali di tipo convenzionale. Così la Nato e gli Usa non possono utilizzare il loro arsenale, di cui hanno fatto sfoggio con continue esercitazioni e migliaia di uomini e mezzi di ogni tipo ai confini tra Russia e Nato negli anni scorsi, perché metterle in campo – e continuano a ripeterlo – aprirebbe un confronto tra potenze nucleari difficile da fermare. Così si devono accontentare di contrabbandare oltreconfine “un po’” di armi tradizionali, ancorché micidiali, come bazooka anticarro e razzi antiaereo, o meglio ancora, a farlo fare dai loro alleati europei, che possono così vantarsene pubblicamente per nascondere la loro mancanza di iniziativa per una vera soluzione prima di tregua: in attesa di poter sostituire (ma – dicono gli esperti – ci vogliono almeno cinque anni!) il gas russo con cui stanno finanziando la guerra contro l’Ucraina…

Sì, perché, nel frattempo, a venir cancellate dalla guerra non sono solo le città e le vite degli ucraini e delle ucraine, ma anche e innanzitutto il tentativo di far pace con la Terra, a cui in realtà quei governanti – che da trent’anni tengono in piedi l’inutile teatrino delle 26 COP sui cambiamenti climatici – non hanno mai creduto.

C’è la guerra! Allora largo al carbone, largo al gas di tutte le parti del mondo, largo a nuove ricerche e perforazioni (la guerra, hanno scritto, ha sconfitto Greta!). E largo soprattutto al nucleare (civile) facendo finta di ignorare quello che Macron aveva apertamente dichiarato meno di due anni fa: il nucleare civile non si reggerebbe senza il nucleare militare. Ma anche il nucleare militare non funzionerebbe senza il nucleare civile. E questa proposta la portano avanti (Cingolani) o la dichiarano già in via di attuazione (Draghi) proprio mentre l’incolumità delle centrali nucleari ucraine, investite dalla guerra (Cernobyl compresa) sta mettendo in forse la sopravvivenza stessa di mezza Europa, e forse anche più, senza nemmeno che la guerra in corso sia arrivata a oltrepassare la soglia del confronto nucleare.

E’ ora che almeno qui i duellanti rimettano le spade nel fodero. La popolazione europea si è divisa e contrapposta con toni sempre più accesi prima sull’alternativa profughi e migranti sì o no (che adesso sembra quasi scomparsa, dato che l’Ucraina ne sta producendo a milioni in pochi giorni); poi sì-vax e no-vax, che ha occupato gli schermi per una intera stagione. E oggi gli stessi toni, anzi peggio, ritornano nella contrapposizione tra favorevoli e contrari all’invio di armi, quando il vero problema è restituire all’Unione Europea una capacità di iniziativa per la pace.

Pro e contro i no vax

La pandemia, come la crisi energetica o l’aumento dei prezzi o la scarsità di materie prime e semilavorati sono manifestazioni (nemmeno iniziali) della più generale crisi ambientale e climatica ormai in pieno corso.

Il modo in cui le classi dominanti – espressione di un ristretto establishment finanziario globale – hanno affrontato e stanno rispondendo alla pandemia anticipa e mette in luce la strumentazione con cui si apprestano ad affrontare le conseguenze (non le cause) della crisi climatica e ambientale, che dovremmo assumere come l’orizzonte entro cui ciascuno di noi, individualmente o collettivamente, colloca le proprie iniziative.

Questa strumentazione comprende, tra l’altro:

·                   una distinzione sempre più drastica tra eletti – le popolazioni dei paesi sviluppati e le élite di quelli emarginati – e dannati: tutti gli altri. Gli ostacoli frapposti alla liberalizzazione e distribuzione dei vaccini ne sono una evidente manifestazione. Quanto alle conseguenze della catastrofe climatica, e soprattutto alle migrazioni di massa, si difendono, e lo faranno sempre più, difendersi costruendo fortezze;

·                   l’adozione di misure standard uguali per tutti (tranne che per le élite): disinformazione veicolata dai media, vaccini per evitare cure personalizzate; intervento a posteriori invece di prevenzione; prescrizioni spesso ridicole e contraddittorie, “di immagine” anche quando si dimostrano inefficaci (il green pass, per esempio, ma non solo)

·                   il disciplinamento dei comportamenti attraverso misure selettive che erodono progressivamente i diritti più elementari: lavoro, reddito, mobilità, socialità, istruzione, accesso alla sanità e al welfare fino al paradosso di rendere “obbligatorio” ma “volontario” il consenso al vaccino;

·                   la promozione, attraverso l’utilizzo dei media di una contrapposizione sempre più violenta tra due comparti della società: quelli che si considerano protetti dalle misure adottate e quelli che se ne sentono danneggiati o emarginati. Una contrapposizione che nemmeno l’atteggiamento verso le migrazioni – fino a ieri elemento di maggiore contrapposizione politico-culturale ed etica in Europa e negli Usa – aveva mai raggiunto;

·                   la repressione. C’è un filo diretto tra la svariate forme di repressione dei decenni passati – dall’uso delle forze dell’ordine e dell’ordine giudiziario al carcere, dalle stragi al tentativo di attribuirle agli avversari politici (o agli “esclusi sociali”: si pensi al carcere di Modena), dall’uso strumentale e dell’infiltrazione, che è stato fatto delle reazioni a quelle politiche, da un lato, e  le attuali forme di repressione, contro i NOTav, i NOTap, gli studenti in lotta, i picchetti e i blocchi stradali degli scioperanti e persino le manifestazioni di dissenso, tutte sbrigativamente criminalizzate come NOVax. Gli attori e i metodi si assomigliano. Ma l’orizzonte è cambiato.

Gran parte della storia che abbiamo alle spalle si è svolta entro un orizzonte contrassegnato dalla cultura dello sviluppo: se alcuni, o anche molti, dovevano pagarne il prezzo, complessivamente il quadro sarebbe migliorato per gli altri e per le generazioni future.

Oggi l’orizzonte è quello di una crisi climatica e ambientale irreversibile. I più acuti (pochi) dei nostri governanti lo sanno; il Pentagono lo dice da tempo. I vertici sull’ambiente (le 26 COP svolte finora) sono state delle mere messe in scena. Il traguardo del +1,5, o anche solo del +2°C, è irraggiungibile. Se anche i paesi dell’Europa centrale e gli USA centrassero gli obiettivi climatici, del tutto insufficienti, che si sono dati, molti altri Stati non lo faranno e se non lo fanno tutti e come se non lo facesse nessuno. Per questo i nostri governanti – quelli che contano – si preoccupano così poco di rispettare gli impegni presi e mirano soprattutto a non perdere competitività – le posizioni acquisite rispetto agli altri. Allo sviluppo si è sostituita la crescita del PIL, che non è altro che accumulazione del capitale.

Proviamo ora a immaginare che cosa può succedere in un contesto di progressivo peggioramento delle condizioni ambientali: alluvioni, siccità, eventi estremi, ondate di calore, crisi idrica e alimentare, rottura delle catene di approvvigionamento, migrazioni (o tentativi di migrazione) di massa, rivolte popolari – non necessariamente egualitarie; anzi, per lo più sovraniste e razziste; o, per lo meno, confuse, come l’attuale rivota contro l’obbligo vaccinale – e certamente anche scioperi, conflitti di classe, iniziative dal basso. E, perché no? Guerre e relative mobilitazioni e nuove pandemie. Ed ecco che la strumentazione per affrontare quel contesto è già tutta pronta.

E noi? Molti di noi non sono nemmeno consapevoli di questo cambio di prospettiva: sono più indietro del papa, che lo ha capito benissimo e si sforza di ricordarlo a tutto il genere umano. Altri ce l’hanno presente, ma poi se lo dimenticano quando si tratta di scendere alle “cose concrete”: allora la crisi climatica e ambientale, anzi, “l’ambiente” diventa un tema tra i tanti, da mettere al fondo o ai margini di rivendicazioni ben più importanti: occupazione, reddito, investimenti, welfare. Senza tener conto del fatto che tutte quelle rivendicazioni, e molte altre, possono avere un senso e aspirare a un qualche successo, solo se inquadrate entro il contesto più ampio di quel radicale cambio di paradigma socioeconomico che è la conversione ecologica.

Un orizzonte di senso che impegna sia i nostri comportamenti individuali e collettivi nel campo dei consumi, della cura del territorio, dei rapporti tra lavoratori o tra chi ha un lavoro e chi no, o tra i generi e tra genitori e figli; sia le regole su cui si reggono l’attuale struttura produttiva e i rapporti di forza tra le classi che ne costituisce la base. In gioco c’è la prospettiva di una vita che può essere anche molto più desiderabile di quella attuale, ma solo se sapremo promuoverla, presentarla e farla vivere – almeno in parte – fin da ora mettendola al centro delle nostre rivendicazioni.

E’ una prospettiva che ha al centro un generale ridimensionamento di tutto ciò che ha caratterizzato l’evoluzione degli ultimi secoli: meno estrazione di risorse, meno generazione di scarti e rifiuti, meno produzione, meno consumi superflui, meno finanza, meno spostamenti, meno automobili, meno espansione urbana a favore di una gestione locale e comunitaria dei territori, e più attenzione per le vicende personali di ciascuno.

Rispetto all’oggi, il primo compito che forse dobbiamo porci è quello di raffreddare la contrapposizione artificiale tra pro e no-vax (o pro e no-green pass), e tutte quelle, ancora più acute, che ne potranno seguire, promuovendo un reciproco ascolto e cercando di riportare l’attenzione su quelli che sono i rapporti tra le classi e il conflitto tra i rispettivi interessi.

La comunità, base della conversione ecologica

L’ECOLOGIA INTEGRALE

Salvare la vita del nostro pianeta e migliorare la condizione umana vuol dire prendersi cura della Terra. Questa prospettiva oggi ha un nome (anche se può averne molti altri): papa Francesco la chiama ecologia integrale. E’ l’unione indissolubile tra la giustizia sociale, che persegue un riequilibrio tra le condizioni di vita di tutti gli esseri umani, e la giustizia ambientale, il rispetto degli equilibri ecologici che consentono alla vita di tutto il pianeta di riprodursi e da cui, tra l’altro, dipendono anche le condizioni che rendono possibile la sopravvivenza della specie umana. Il programma per perseguire giorno per giorno le finalità generali dell’ecologia integrale si chiama conversione ecologica.

COSTITUIRSI IN COMUITA’

Per realizzarla occorre che ciascuno si prenda cura del territorio in cui vive, dell’impresa in cui lavora, dell’ambiente in cui opera: non da solo – ovviamente – ma condividendo progetti, lotte e sforzi con chi gli sta accanto, sia fisicamente, sia perché partecipa di una stessa rete di relazioni. Questo può comportare l’appartenenza contemporanea di ciascuno di noi a molte “comunità” – aggregazioni di interessi e progetti – diverse; il che evita che si formino comunità chiuse ripiegate su se stesse. Ma quelle comunità occorre in gran parte costituirle partendo da zero, o poco più; e contribuire a radicarle – a radicarci – in ogni territorio. L’obiettivo è un processo generale di “deglobalizzazione”, opposto a quello che ha consegnato le chiavi della vita di miliardi di uomini a un pugno (l’1 per cento? Molti meno!) di persone che controllano la finanza mondiale; senza rinunciare però ai vantaggi che la globalizzazione ha reso possibili: innanzitutto la circolazione dell’informazione, della cultura, della ricerca scientifica. Poi, in forme meno drammatiche di quelle che caratterizzano le odierne migrazioni, e meno superficiali di quelle promosse dal turismo, una più libera circolazione delle persone ovunque vogliano andare. Ma anche una circolazione più sobria di quei materiali e di quelle merci che non si possono produrre a livello locale e che sono essenziali a una vita decente che non rinunci a utilizzare i progressi della tecnica. Questo programma chiede di rendere ciascun territorio – i cui confini variano e possono essere molto diversi da un caso all’altro – più autonomo possibile – sia in campo energetico che alimentare e produttivo – da forniture esterne: quelle che le crisi future possono rendere sempre più incerte.

VALORIZZARE LE RISORSE LOCALI

La promozione di comunità territoriali il più possibile economicamente autonome, anche se collegate in rete con molte altre, è l’unico modo per lavorare seriamente all’adattamento alle condizioni difficili del nostro domani. Per questo occorre valorizzare tutte le risorse locali – comprese quelle professionali, ma anche intellettuali e spirituali, spesso nascoste, perché mai messe all’opera – di coloro che abitano in ogni territorio. Radicarsi non significa isolarsi, perché le informazioni, le idee e la cultura potranno e dovranno continuare a viaggiare lungo la rete e molte cose non potranno essere realizzate in loco, nemmeno quando si renderà necessario recuperare a fondo quei materiali e quei prodotti dismessi che oggi trattiamo come scarti e con cui soffochiamo terra, mare e cielo. Ma la globalizzazione, quella che ha portato tante produzioni e molto lavoro in altri paesi, alla ricerca di salari più bassi, di diritti umani ancora più ridotti dei nostri e di difese ambientali inesistenti, quella deve fin d’ora invertire direzione.

CHI PUO’ REALIZZARE LA CONVERSIONE ECOLOGICA?

Se ci sforziamo di guardare al futuro con realismo dobbiamo ammettere che ci sono settori e produzioni destinate a scomparire o a ridimensionarsi drasticamente; e produzioni e attività che hanno invece bisogno di essere potenziate, o addirittura create o reinventate, perché saranno indispensabili a una vita decente in condizioni di maggiori difficoltà ambientali. Di questi settori, di queste produzioni e di queste attività non esiste un elenco: i nostri governanti, che pure si dichiarano impegnati nella “transizione ecologica” (hanno persino istituito un ministero con questo nome per fingere di realizzarla), non hanno mai provveduto a redigerlo; e non hanno la cultura per farlo: temono l’inimicizia  dei potenti che li hanno sostenuti finora, e che sarebbero danneggiati dalla chiusura di determinati settori; ma temono anche l’impopolarità che ne scaturirebbe se dovessero confessare che tutto quello che hanno fatto finora è sbagliato e che da oggi bisogna imboccare un’altra strada.

Ma i lavoratori e le lavoratrici, i disoccupati e la gente comune non hanno questo timore; hanno ben poche responsabilità per ciò che è stato fatto e imposto loro finora e hanno tutto l’interesse ad affrontare nel migliore dei modi il proprio futuro, quello dei propri figli e delle generazioni future. Ma chi potrà realizzare questa svolta?

Certo non gli attuali governi e il ceto politico che li esprime. Sono stati informati per tempo (da almeno cinquant’anni) dei rischi che corre il pianeta Terra e, insieme ad esso, la sopravvivenza stessa della specie umana; hanno preferito mettere al centro dell’attenzione le prospettive immediate dei governi e dei partiti di cui fanno parte, autoconvincendosi che in qualche modo le cose non sarebbero poi così gravi come gli scienziati del clima non si stancavano di spiegare. Continueranno su questa strada, magari fingendo di imboccarne di nuove mano a mano che i pericoli si faranno più visibili e più prossimi, ma senza una visione di un futuro possibile che faccia loro da bussola.

Niente ci possiamo aspettare neanche da manager e imprenditori, in gran parte succubi del mondo della finanza, cioè di pochissimi centri di potere mondiale i cui membri ritengono di potersi comunque sottrarre, con il loro potere e con il loro denaro, al disastro che incombe sul resto dell’umanità. Ma che sono anche convinti – e lo dichiarano apertamente – di avere i mezzi per attivare delle soluzioni di contrasto ai cambiamenti climatici fondati sulla cosiddetta geoingegneria: trasformazioni fisiche e chimiche di tutto il pianeta, atmosfera, oceani, ghiacciai, sottosuolo, che dovrebbero rallentarne il riscaldamento senza interrompere lo sfruttamento dei combustibili fossili. Si tratta di soluzioni che mettono a rischio tutta umanità, perché potrebbero trascinare l’intero pianeta verso un’alterazione definitiva degli equilibri delicati che hanno permesso alla vita e all’evoluzione di svilupparsi nel corso di centinaia di milioni di anni.

Le istituzioni internazionali sono quelle che si sono finora dimostrate più attente ai rischi di ordine generale; ma quando dagli allarmi si passa alle pratiche ordinarie delle varie agenzie, come quelle che fanno capo alla Banca Mondiale, o all’Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO), o all’Unep (Agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dell’ambiente) o all’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), gli interessi immediati del Big business finiscono inevitabilmente per prevalere; anche perché spesso il finanziamento dei progetti promossi da quelle agenzie dipende dalle grandi corporation o dalle fondazioni “filantropiche” (“benefiche”) degli uomini più ricchi del mondo. In questo quadro pensare che una singola impresa, grande o piccola e il suo management siano in grado di imboccare una strada diversa è impensabile.

UNICI ATTORI, LE COMUNITA’

Il fatto è che gli attori su cui ricade la responsabilità di invertire rotta e imboccare con decisione la strada della conversione ecologica devono ancora costituirsi: sono le comunità territoriali, i cui membri più attivi, confrontandosi e valutando assieme le potenzialità offerte dalle risorse del territorio e dalle competenze umane presenti, o mobilitabili attraverso le reti in cui ciascuno è inserito, devono adoperarsi per mettere a punto dei progetti di riconversione. Per questo è necessario costruire degli ambiti in cui valorizzare, insieme alle competenze e all’esperienza delle maestranze, il vissuto di chi ha subito le conseguenze di produzioni mortifere o nocive e i saperi di chi, per studi o per collocazione professionale, è in condizioni di contribuire alla messa a punto di un disegno generale di riconversione di determinati impianti o di un determinato territorio. Agricoltura e industria alimentare di prossimità, generazione energetica da fonti rinnovabili – e, quindi, produzione, installazione e manutenzione di impianti eolici, fotovoltaici e simili – mobilità condivisa – e, quindi, treni, bus, van e veicoli da condividere: la cosiddetta mobilità flessibile – edilizia ecologica e relativa impiantistica, manutenzione e riparazione in tutti i campi – che richiedono un grande impiego di manodopera competente e coinvolta – sono sicuramente i settori che fin da oggi meritano una attenzione particolare a livello locale.

La responsabilità di promuovere nuovi e diversi indirizzi per le attività produttive non può ricadere solo sulle spalle delle maestranze di ogni singola fabbrica, impianto o impresa, secondo gli schemi tradizionali dell’autogestione o del “controllo operaio”. E’ un compito troppo gravoso, che finirebbe comunque per mettere in concorrenza le maestranze di ogni azienda con quelle di tutte le altre impegnate nelle stesse produzioni o nelle stesse attività. Coinvolgere il territorio vuol dire attivare non solo i lavoratori azienda per azienda, ma tutte le strutture organizzate di una comunità: associazioni professionali, civiche e ambientaliste, sindacati, parrocchie, diocesi, governi locali, scuole e Università; ma soprattutto le reti professionali che vanno al di là dei confini di un territorio e che possono garantire che questo processo non si svolga nell’isolamento e non dia luogo a forme pericolose di competizione: quello che deve interessarci non è la competizione ma l’emulazione, lo sforzo per far meglio e aprire anche agli altri una strada che conviene a tutti; cooperando. In prospettiva, si tratta di riprendere il progetto delle “coalizioni sociali” che la Fiom aveva lanciato – senza poi darvi seguito – qualche anno fa e che oggi, in molti discorsi, ricompare con il nome di sindacato di comunità. Un’aggregazione del genere, mentre costruisce un fronte comune di lotta per imporre un’alternativa al degrado ambientale, sociale e occupazionale del territorio, prefigura in qualche modo le modalità e le strutture di gestione di una società diversa, federalista e democratica. Una democrazia in cui la partecipazione popolare non si ferma alle porte delle fabbriche e degli uffici o nelle sale d’aspetto degli enti pubblici, ma ne prende in mano le sorti: unica vera alternativa allo strapotere padronale nell’impresa capitalistica e a quello burocratico nell’impresa statale “socialista”.