Ex-GKN, impianto a carbone di Civitavecchia, NoTav della Valsusa: tre esempi da seguire

x-GKN, poi QF, ora Fabbrica Socialmente Integrata Insorgiamo: quasi due anni fa oltre 400 lavoratori vengono licenziati da un giorno all’altro via e-mail. La multinazionale che anni fa ha rilevato la fabbrica intende delocalizzare gli impianti in Polonia. Gli operai dicono NO e presidiano la fabbrica per impedire che vengano portati via macchinari di avanguardia. Vengono licenziati una seconda volta dopo aver vinto una causa contro la proprietà per licenziamento illegittimo.  Subentra un nuovo proprietario con l’impegno a reindustrializzare la fabbrica, ma non ha ancora presentato un progetto. Cerca solo di sfiancare gli operai da otto mesi senza salario e senza cassa integrazione. Ma il collettivo dei lavoratori si è adoperato fin da subito per fare della lotta un’iniziativa generale: elabora, con l’aiuto di alcuni giuristi, un disegno di legge contro le delocalizzazioni. Progetta, con il sostegno di ingegneri ed economisti solidali, la riconversione produttiva della fabbrica. Promuove, con lo slogan “E voi state bene?”, il coinvolgimento di lavoratori e abitanti del territorio e poi di molte altre situazioni di crisi in giro per l’Italia. Non chiede solidarietà ma la offre, per mettere in piedi un fronte di lotta unitario. Indice, a Firenze, Bologna e Napoli manifestazioni affollatissime per far conoscere a tutti la propria esperienza. Raccoglie e valorizza il sostegno di migliaia di studenti, e poi del movimento Fridays for Future, con cui crea un sodalizio che mette al centro la riconversione produttiva che si concretizza nel progetto di nuove produzioni innovative ed ecosostenibili (cargo bici, pannelli fotovoltaici e grandi batterie senza litio) sostenute da un crowfunding e dalla creazione di una Società Operaia di Mutuo Soccorso aperta al territorio e alle realtà solidali. L’ultima iniziativa, un festival di letteratura working class all’interno della fabbrica, con 600 partecipanti, dà la misura di quanto questa lotta sappia riorientare l’asse della vita politica e sociale del paese. Intelligenza, inventiva, passione e solidarietà hanno sostenuto questo percorso.

Civitavecchia: per l’impianto di generazione a carbone di Torvaldaliga, destinato alla chiusura, l’Enel aveva programmato la riconversione a gas, spacciata, come ha poi fatto la Commissione Europea e ben prima che il blocco del gas russo inducesse anche l’abbandono del carbone, come soluzione di “transizione” verso le emissioni zero. I lavoratori dell’Enel e degli appalti dicono NO: la transizione deve essere totale, con il passaggio integrale alle fonti rinnovabili. Con il sostegno di alcuni tecnici dell’impianto e dell’Enea viene messo a punto il progetto di un campo eolico off-shore, della riconversione a fotovoltaico degli spazi liberati dal carbone e in prospettiva la creazione di polo per il varo, l’installazione e la manutenzione di tutti i futuri impianti eolici off-shore del paese: un progetto che prevede un’occupazione decisamente superiore a quella dell’impianto a gas. Poco per volta arriva l’adesione dei sindacati, di tutte le associazioni locali, del Comune, della diocesi, di molti altri Comuni vicini, della Regione e di un’impresa disposta a investire nel progetto. I lavoratori vanno a presentarlo ai colleghi di tutti gli altri impianti a carbone del Paese e su di esso convocano diverse assemblee (quelle che un tempo si chiamavano conferenze di produzione e che oggi non si fanno più). Per un momento anche Enel sembra accettarlo, osteggiata però dalla lobby del gas che in Italia si chiama ENI. La lotta e la mobilitazione continuano riportando in vita passione, orgoglio e solidarietà tra gli abitanti di una città messa da tempo ai margini della vita del Paese.

Valsusa: trent’anni fa, per assecondare le brame della Fiat, allora proprietaria di Impregilo (oggi Webuild) che si era già accaparrata la tratta AV Torino-Milano, alla costruenda rete dell’AV viene aggiunta la Torino-Lione, da costruirsi ex novo accanto a una linea già esistente e sottoutilizzata, con una “galleria di base” (a bassa quota) di 57 chilometri, in gran parte in territorio francese, ma quasi tutta a carico del partner italiano: lo scempio di un territorio bellissimo in una valle strettissima, già attraversata da una ferrovia, un’autostrada, due varianti della statale e una linea ad alta tensione. Gli abitanti, soprattutto quelli della bassa valle, colpiti da impatti ambientali destinati a protrarsi per decenni, dicono NO. Oggi sono ancora in lotta. Hanno affrontato l’occupazione militare del loro territorio, aggressioni, denunce, carcerazioni e processi farsa infiniti, denigrazioni da parte dei media di tutto il Paese, abbandono da parte dei partiti che inizialmente li avevano sostenuti, una politica che ha fatto di questa “Grande opera” inutile e dannosa la propria bandiera: quella della “crescita a spese di chi vorrebbe salvaguardare la vita degli umani e l’integrità del paesaggio.

I comitati NoTav della Valdisusa coinvolgono tutta la popolazione e suscitano la solidarietà delle tante situazioni di lotta del Paese (le bandiere NoTav sventolano in tutte le manifestazioni). Dimostrano, con il concorso di centinaia di tecnici, l’inutilità e la dannosità del progetto. Creano solidarietà (“si parte insieme e si torna insieme” è il motto delle loro mille battaglie), cultura (famosi gli incontri Il Grande cortile, che hanno radunato migliaia di ascoltatori partecipi anche in paesi di poche centinaia di abitanti). Uniscono generi e generazioni (sono coinvolti donne e uomini, giovani e adulti, vecchi e bambini, locali e forestieri). Danno fiato e ragioni alla lotta contro uno dei cardini dell’attuale modello di sviluppo: le “Grandi opere” devastanti. Restituiscono vitalità a un’economia devastata della deindustrializzazione con la valorizzazione dell’ambiente, della ricettività, dell’artigianato, delle tradizioni. Instaurano legami nazionali e internazionali con le tante mobilitazioni contro le devastazioni ambientali e la crisi climatica. Dopo trent’anni di lotta la mobilitazione è più viva che mai e la galleria non ha compiuto passi avanti, anche se i cantieri hanno già devastato importanti parti del territorio.

Queste tre vicende hanno in comune alcune cose che esemplificano la strada da percorrere e il futuro di tutti: hanno saputo dire NO in modo collettivo. Se non lo avessero tenuto fermo non avrebbero potuto costruire tutto quello che hanno realizzato nel corso del tempo. Viva i NO!

Hanno creato una rete di solidarietà e di coinvolgimento sia sul loro territorio che a livello nazionale e internazionale, scegliendo sempre gli alleati giusti e facendo comprendere che la loro lotta era una lotta di tutti e per tutti.

Hanno fatto ampio ricorso a saperi tecnici e scientifici per sostenere le loro scelte e per dimostrare l’inconsistenza delle posizioni di chi si contrapponeva a loro.

Hanno imboccato la strada della conversione ecologica con dei progetti concreti a basso impatto ambientale e con la neutralizzazione, sempre in bilico, dei programmi devastanti sostenuti dalla controparte.

Hanno prodotto e alimentato, al loro interno come tra i loro interlocutori, cultura e passione: una sostanza senza la quale nessuna comunità si regge.

Certo, sono casi singoli anche se non isolati, le cui dimensioni, per quanto estese, non reggono il confronto con quelle dei programmi, nazionali e internazionali, che dovrebbero sventare la catastrofe climatica e ambientale che incombe. Ma bisogna cominciare a guardare in faccia la realtà: quei programmi generali non si realizzeranno mai. Primo, perché sono inconsistenti: dichiarazioni e propositi di carattere generale traditi o sviati non appena si scende sul concreto, fino all’estremo di utilizzare i fondi del NextgenerationEu per pagare le bombe con cui protrarre la guerra in Ucraina. Ma se anche un’intera città, una nazione o un continente rispettassero gli impegni, pur insufficienti, assunti in uno dei tanti inutili vertici svolti negli ultimi trent’anni, gli altri non lo faranno e le conseguenze globali saranno comunque disastrose per tutti.

Ma costruire comunità capaci di auto-organizzarsi e imboccare la strada della conversione ecologica crea le forze per imporre ai governi una svolta, per quanto insufficiente e tardiva. Promuove le condizioni di un maggiore adattamento alla situazione molto più ostica a cui va incontro il pianeta. Si muove avendo come bussola la replicabilità di ciò che viene promosso (fatte salve le specificità che differenziano ogni situazione da tutte le altre), cioè l’unica strada da percorrere per generalizzare la lotta per il clima. Non rinchiude la comunità nel suo bozzolo, ma la apre a un vero cambio di rotta.

Crisi climatica e negazionisti di fatto

Dilaga il negazionismo climatico e ambientale. Quello concreto. Quello effettivo. Finché la disputa si svolgeva all’interno della comunità scientifica, i negazionisti – in Italia guidati prima dal prof. Zichichi, “lo scienziato di Andreotti”, poi da Paolo Prodi, il fratello scemo di Romano – sono sempre stati una piccola minoranza in continua diminuzione, ancorché ben foraggiata dall’industria dei fossili. Imperversavano sui media con affermazioni perentorie che avevano poi un vago riflesso nelle rare discussioni sul tema che si svolgevano nei bar e ai giardinetti. Greta Thunberg, con il suo appeal mediatico, ha imposto una svolta ai media (certo, non tutti. Provate a leggere Libero…), che da allora hanno cominciato a prendere sul serio l’argomento: mai, o quasi, comunque, in prima pagina o in apertura dei notiziari. E che “il problema” ci sia, e sia serio, ormai non lo nega quasi nessuno.

Ma da quando i primi effetti macroscopici dei cambiamenti climatici sono davanti agli occhi di tutti – gli abitanti di altri Paesi, in Africa e negli atolli del Pacifico, ne avevano dovuto prendere atto ben prima – nella psiche di governanti e governati si è insinuata una forma acuta di schizofrenia: si lanciano allarmi, si sottoscrivono impegni come quelli presi ai vertici di Parigi e di Glasgow, si varano piani faraonici: Next generation EU, tradotto in italiano in PNRR (190 miliardi) è nato come piano per salvare la prossima generazione (e quelle seguenti) dalla crisi climatica e ambientale.

E cosa ne hanno fatto? Alta velocità, autostrade, porti e dighe, case della salute senza né medici né infermieri (ma con molto cemento) e adesso anche il ponte sullo Stretto e altre “amenità” del genere, cioè disgrazie. Poi si è aggiunta la guerra in Ucraina, in Europa e altrove; forse in tutto il mondo. Ma per ora, come dice il papa, solo “a pezzi”. E con essa, la produzione di sempre più armi. A nessuno viene da chiedere che cosa quelle scelte, quelle produzioni, quei progetti hanno a che fare con la lotta ormai disperata e disperante per arrestare l’incombente catastrofe ambientale. Così, più si consolida la convinzione generale e generica che siamo alla vigilia di una apocalisse climatica, più si va affermando una sorta di negazionismo di fatto, che chiude gli occhi di fronte a una realtà ormai evidente e sospinge a comportarsi come se tutto dovesse continuare come prima.

I principali “negazionisti di fatto” sono i sostenitori (sia decisori che pubblico plaudente) del continuo rifornimento di armi all’Ucraina per mandare avanti quella guerra; senza porsi alcun concreto obiettivo se non la “vittoria” (ma di chi? E su chi?), purché continui la distruzione, da entrambe le parti, di vite, di edifici, di suolo, di acque, fino a fare di quel territorio quel deserto che Chernobyl non era riuscito a portare a termine. E’ ovvio che bombe, proiettili, razzi, cannoni, carri armati e aerei, sia usandoli che producendone di nuovi e di più, non fanno che accelerare i tempi della crisi climatica e ambientale. Eppure, tra i fautori di quella guerra a oltranza trovate molti ambientalisti nemici della caccia, sostenitori della raccolta differenziata e della salvaguardia delle balene, convinti che occorra fare subito “qualsiasi cosa” (sì, ma che cosa?) per ridurre le emissioni di gas climalteranti.

Adesso al centro dell’attenzione c’è l’acqua: il Po è in secca, l’Adige anche e gran parte del resto del mondo pure. Nel PNRR non se ne parlava quasi; adesso si corre (anzi si dice che bisogna correre) a costruire desalinatori per produrre e dighe e invasi per salvare l’acqua che manca. Ma non piove e non nevica e quando c’è la pioggia arriva con tale furore che è impossibile trattenerla, assorbirla e stoccarla; mentre dissalare l’acqua di mare richiede molta energia. Chi la produrrà? Il sole e il vento o il gas e il carbone? Altro capitolo aperto.

Nessuno però dice che l’acqua che c’è si può risparmiare, intanto rifacendo canali e tubature che ne perdono il 40%: se ne parla da 30 anni, ma anche il PNRR non prevede gran che in proposito. Poi recuperando negli abitati l’acqua piovana con canalizzazioni separate da quelle di fogna. Poi con un’agricoltura diversa e una riduzione degli allevamenti intensivi (consumano il 70% di quel 70% di tutta l’acqua disponibile che viene inghiottita da un’agricoltura industrializzata). Poi imparando a usarla meglio nella vita quotidiana. Poi… poi adoperandosi per non essere più negazionisti di fatto.

Ma i fiumi sono in secca perché ad alimentarli non ci sono più i ghiacciai. Anche in montagna non nevica, fa caldo e i ghiacciai scompaiono. A valle l’agricoltura dovrà imparare a usare meno acqua. A monte sciatori e operatori turistici dovranno imparare a fare a meno della neve. Che problema c’è? Si fa la neve artificiale. E giù a moltiplicare gli impianti, le piste, i laghetti (in concorrenza con quelli che dovrebbero far rivivere i fiumi in secca), i cannoni sparaneve. Ma sopra zero gradi neanche la neve artificiale si forma. La fanno solo in Arabia Saudita, per creare una pista nel deserto dentro un tunnel. Tra qualche anno lo sci si potrà fare solo lì. O a Pragelato (Piemonte), dove si progetta di fare un tunnel. Non sarebbe meglio imparare fin da ora a vivere in modo diverso quel che resta delle montagne?

E l’energia? Dovrebbe essere tutta rinnovabile entro il 2050, ma i nuovi impianti procedono a rilento. Intanto, sospinto dalla guerra alla Russia che lo forniva a prezzi d’affezione, va a pieno ritmo il gas. Anzi, l’Italia diventerà, ben oltre il suo bisogno (in realtà già lo è), un ”hub” del gas per tutta l’Europa. Sospinta dalla lobby del gas (in Italia, leggi Eni, il vero padrone del Paese, che passa indenne da un governo all’altro), l’Unione Europea ha deciso che il gas è una fonte energetica di transizione (ma a che cosa?). Quando gli impianti (tubi, rigassificatori e flotte gasiere) in progetto saranno pronti la crisi climatica avrà ormai superato la soglia dell’irreversibilità e quegli impianti saranno da buttare e con loro, anche la vita “agiata” a cui siamo abituati.

Ma anche in questo caso l’unica fonte energetica a cui non si pensa e non si provvede – se non con misure sporadiche e casuali quanto costose, come il “110%” – è il risparmio, cioè l’efficienza in tutti i campi, che potrebbe ridurre anche del 40% gli attuali fabbisogni. Invece, dietro al gas occhieggia il nucleare (anch’esso riammesso dall’Unione come fonte di transizione) che piace a Salvini perché è costoso, inutile e pericoloso come e più del Ponte sullo Stretto. Ma non se ne può fare a meno, perché di energia elettrica avremo sempre più bisogno per alimentare una flotta di 35 milioni di automobili da riconvertire all’elettrico!

Qui si apre un nuovo capitolo. Tutti (dalla Fiom a Salvini) a deplorare il fatto che l’auto elettrica contiene meno pezzi e richiede meno manodopera di quella a combustione. Nessuno a ricordare che persino l’Unione Europea ha stabilito che entro il 2050 il parco veicoli dovrà diminuire del 60%. Dunque, se si rispettasse questo obiettivo a cui nessuno crede (e meno che mai i burocrati che l’hanno introdotto) la riduzione dell’occupazione nel settore dovrebbe andare ben oltre quella connessa al passaggio all’elettrico. E lo farà comunque perché la crisi climatica costringerà un numero crescente di persone ad andare a piedi (o a non spostarsi più) perché nel frattempo non saranno stati varati sistemi di trasporto pubblico o condiviso alternativi all’auto privata, elettrica o no.

D’altronde – qui hanno ragione Salvini e il branco di giornali di destra che gli fanno eco – l’auto elettrica presenta ben pochi vantaggi rispetto a quelle attuali. Consuma di meno, ma produce la stessa quantità di CO2 se l’elettricità continuerà a venir prodotta, in tutto o in parte, con i fossili; ma produce quasi la stessa quantità di inquinamento (particolato), che per l’80 % è generato non dagli scappamenti ma dall’attrito dei pneumatici e dei freni (e continuamente risollevato dal rotolamento delle ruote). Soprattutto ingombra quanto l’auto tradizionale, trasformando vie e piazze in parcheggi e camere a gas, devastando la socialità di strada, la vita dei bambini e degli anziani (ma anche quella degli adulti) e allontanando per sempre l’obiettivo, questo sì ecologista, della città dei 15 minuti.

Eppure l’auto elettrica, simbolo della continuità del nostro stile di vita prima e dopo la “transizione energetica” continua a essere al centro delle preoccupazione degli ecologisti: la cartina al tornasole del fatto che non hanno né capito né accettato l’idea della conversione ecologica. Sono e restano dei negazionisti di fatto. Inutile dire che un discorso analogo vale per tutti i natanti da diporto (dagli yacht di superlusso ai barchini fuoribordo, crociere comprese), nonché per tutti gli aerei privati, vero accaparramento del cielo da parte dei superricchi. Ma è il trasporto in generale, sia di merci che di passeggeri, come ha fatto notare Federico Butera a proposito del Ponte sullo Stretto, che è destinato a subire un drastico ridimensionamento: sia che si proceda in questa direzione con il progressivo potenziamento dell’economia circolare, che renderà esuberante gran parte della rete stradale, sia, com’è probabile, che ci si arrivi nel caos, per le rottura delle catene di fornitura indotte dalla crisi climatica e da tutto il disordine ”geopolitico” (leggi guerre) che ne conseguirà.

Anche sugli edifici sarebbe possibile promuovere, con l’efficienza, un risparmio energetico sostanziale, a patto che accanto agli obiettivi fissati per legge dall’Unione Europea (quelli contro cui urla la Lega di Salvini, tacciandola di essere una “patrimoniale” – non sia mai! – sulla casa) si varino a livello locale dei piani che non affidino al caso, come ha fatto il “110 per cento”, la messa a norma di qualche edificio, ma mettano invece in grado ogni proprietario, ogni condominio, ogni struttura, di disporre di un progetto organico che ne affronti tutti gli aspetti, dall’isolamento di pareti e infissi alla fornitura attraverso la costituzione di comunità energetiche, dall’efficientamento degli impianti alle regole di condotta e al finanziamento, ecc. Non succederà.

Ma che senso ha, avrebbe, promuovere la conversione energetica in un Paese solo, quando il resto del mondo (e soprattutto le economie emergenti, che ne rivendicano il diritto, perché non è a causa loro che si è arrivati a questo punto) continuerà a produrre imperterrito gas di serra e devastazioni ambientali che incidono su tutto il pianeta, noi compresi, portandolo allo stremo? Ha senso, posto che ci sia una possibilità di sopravvivere anche nelle condizioni estreme in cui ci si verrà a trovare. Perché le misure di mitigazione delle cause di alterazione del clima che il negazionismo di fatto evita accuratamente di adottare, e anche solo di volere, sono anche tutte misure di adattamento alle condizioni ostiche del “nostro comune futuro”.

Piccolo è bello: produzione e consumo di materiali, di suolo e di acqua, sprechi e produzione di scarti e rifiuti dovranno comunque ridursi drasticamente; i trasporti di merci saranno meno voluminosi e frequenti; i viaggi più impegnativi e sensati; gli impianti di generazione elettrica più differenziati e più distribuiti sul territorio; le città più compatte e gli spazi pubblici più liberi; la solidarietà più necessaria per affrontare le difficoltà di ogni giorno. Chi (le città e i territori) si sarà attrezzato per tempo per queste cose avrà più possibilità di sostenere una vita decente e di accogliere anche le persone costrette a fuggire dal loro Paese reso invivibile forse per sempre.

Niente da dimenticare, verità e menzogne su Lotta continua

In libreria dal 13 gennaio 2023.

LE ORIGINI DELLA STORIA
Quello che ha formato e tenuto insieme Lotta continua, e che ancora adesso
irrita o intriga amici e nemici a distanza di decenni, sono state l’amicizia e
la fiducia reciproca tra persone dall’origine e dal destino più diverso. Un’amicizia
e una fiducia formatesi e confermate in un’esperienza comune di
qualcosa di raro e straordinario: la conquista di una propria autonomia, sia
individuale che collettiva; la costruzione di una propria dignità umana attraverso
l’azione e l’assunzione, senza deleghe, delle proprie responsabilità;
l’esperienza della scoperta di una socialità libera, al di fuori degli schemi ufficiali,
sia del governo che dell’opposizione, sia della cultura accademica che
di quella della sinistra ufficiale, sia della gerarchia di fabbrica che di quella
sindacale, sia del potere istituzionale che della tradizione del movimento
operaio.
L’EPILOGO, LA VENDETTA
Trent’anni dopo la strage di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, gli anni
di galera che non erano riusciti a infliggere a Pietro Valpreda li avrebbero
fatti pagare ad Adriano Sofri: per aver contribuito, con Lotta continua, a
smascherare il cuore del progetto della “strategia della tensione”.
Il difensore di Marino aveva spiegato il senso della sua lunga battaglia giudiziaria,
durata dodici anni, per far condannare Sofri, Pietrostefani e Bompressi:
per lui il Sessantotto doveva essere rappresentato in giudizio da un
collettivo – il famoso Esecutivo di Lotta continua – mentre Sofri, il cui ruolo
di mandante sarebbe stato probabilmente frutto di un equivoco, era stato
condannato, perché, invece di sostenere che “il mandante del delitto Calabresi
è un mandante collettivo, e non Adriano Sofri, aveva voluto difendere
la generazione del ‘68”.
Possiamo riconoscere in questa dichiarazione una vera e propria confessione
del fatto che tutto il processo è stato attraversato da un insano spirito
di vendetta nei confronti della generazione del ‘68 e di Lotta continua in
particolare.

Guerra in Ucraina, il fattore disumano

Le guerre non bisognerebbe mai iniziarle e, una volta “scoppiate”, bisognerebbe adoperarsi per farle cessare il più presto possibile, ma soprattutto bisognerebbe evitare tutte le iniziative che possono portare al loro “scoppio”. Non per una astratta pretesa di armonia tra i popoli, ma per evitare il costo che le guerre comportano sia per chi le “vince” che per chi le “perde” – se parliamo di popoli e non di governi – sia in termini di distruzione degli habitat che di danni agli uomini e alle donne che ci vivono.

Questo non vuol dire rinunciare a difendersi, anche con le armi, ma convenire sul fatto che tra le opzioni possibili non c’è solo la guerra e nient’altro che la guerra. Prima, durante e oltre la guerra ci sono tregua, diplomazia, mediazione, costruzione di alternative politiche e sociali, difesa delle vite e delle condizioni di esistenza delle popolazioni, convivenza tra etnie, lingue e culture diverse. L’autodifesa armata del Rojava ha il suo presupposto nel confederalismo democratico promosso da Ocalan. Nessuna di quelle esigenze è stata invece rispettata dalle parti coinvolte nella guerra in Ucraina.

Putin non pensava a una guerra quando ha invaso l’Ucraina. Pensava a una soluzione come quella che oltre cinquant’anni prima era riuscita a Breznev in Cecoslovacchia: molti carri armati, poco sangue e un cambio di regime imposto con la forza per arrestare e riequilibrare la marcia verso est della Nato. La resistenza dell’Ucraina, del suo esercito e delle sue milizie lo ha costretto a cambiare i piani: non a ritirarsi e chiedere scusa, ma a ripiegare su una vera guerra, a cui con tutta evidenza non era preparato. La sua devastante vittoria in Cecenia gli aveva fatto credere di poter risolvere la questione con un altro massacro.

Dall’altro lato del fronte si è puntato fin dall’inizio sulla temporanea superiorità ucraina, supportata dal sostegno politico, ma soprattutto militare, della Nato, degli Usa e dell’Unione Europea, per sferrare un colpo decisivo. Ben sapendo che questo avrebbe innescato un confitto molto lungo, che nelle dichiarazioni inziali di Biden (poi corrette) avrebbe dovuto portare alla destituzione di Putin o addirittura alla dissoluzione della Federazione Russa.

Non si è messo in conto quanto una guerra prolungata e combattuta con sempre più uomini e armi (fino al limite della minaccia e del sempre possibile ricorso a quelle nucleari) sarebbe costata alle popolazioni dell’Ucraina e alla gioventù della Federazione Russa mobilitata a partire dalle sue periferie. La mobilitazione di entrambe le parti (e dei loro fans, soprattutto in Occidente) ha offuscato finora lo sguardo sulla devastazione del territorio, a est e a ovest del fronte e sul futuro di quel Paese. Ancora oggi si pensa – qualcuno pensa, e si mette in viaggio per prenotarne una quota – al business della ricostruzione, mentre la distruzione dell’Ucraina è ancora in pieno corso. E questo senza mettere in conto il suo indebitamento presente e futuro, pagabile solo in parte con la svendita delle sue risorse. E immemori del passato, si progetta di farne pagare i danni alla Russia, come a Versailles, dopo la Prima Guerra Mondiale, si era pensato di farli pagare alla Germania…

L’ostinazione della Russia non ha provocato, come forse sperava Putin, una crisi dell’Unione Europea e meno che mai la sua “nazificazione”, come ritiene il generale Mini, ma i regimi dispotici di molti suoi membri ne sono stati rafforzati, grazie soprattutto alla militarizzazione imposta dalla Nato. Un dominio in cui è facile entrare, ma da cui molto difficile uscire, o anche solo disobbedirgli, come insegna la sorte toccata ad Aldo Moro. Ma che il più democratico regime europeo abbia scambiato la sua adesione alla Nato con la consegna dei dissidenti curdi al tiranno Erdogan è cosa da non sottovalutare.

La guerra in Ucraina è un esito scontato dell’allargamento passato, in corso e futuro della Nato, un processo di cui l’Ucraina è una componente essenziale: il come e il quando erano (in parte) ignoti. Ma l’Ucraina era già membro di fatto della Nato, con le esercitazioni congiunte (“L’abbaiare ai confini della Russia”), il suo potenziamento bellico e il ruolo affidato, dopo Maidan, alle sue milizie (naziste? Sì) nel fare una vera e propria guerra alle aspirazioni autonomistiche delle sue province orientali.

E’ vero che nel confronto tra Ucraina e Federazione Russa non contano solo le armi, la loro potenza, la loro precisione, la loro quantità. Conta anche il “fattore umano”: il fatto che molti dei combattenti ucraini considerino ora una questione vitale la riconquista dei territori sottratti – anche se avevano fatto ben poco per fermare il bombardamento di otto anni del Donbass e la discriminazione dei loro concittadini russofoni – mentre uno spirito analogo non anima certo i coscritti a forza delle forze armate russe. Ma fino a che punto si potrà evitare di mettere in conto anche il “fattore disumano”: le centinaia di migliaia (ormai) di morti da entrambe le parti, la distruzione, in gran parte irreversibile, dei territori contesi, a qualsiasi delle due parti rimangano poi in mano. E un futuro non di prosperità (che l’Unione Europea non fornisce più nemmeno ai suoi membri), ma di miseria, di debiti, di rancore e di soggezione.

L’Ucraina non uscirà da questa guerra, se mai ne uscirà, più democratica e “denazificata”, ma più autoritaria e militarizzata, come già è ora e con partiti di opposizione e sindacati fuorilegge, scioperi proibiti, informazione controllata, giornalisti indipendenti perseguitati, servizi segreti e ambasciate straniere onnipotenti.

Quanto alla Russia, l’esito perseguito, se è la caduta di Putin, non consegnerà il potere a un’élite più conciliante e aperta, bensì a figure ancora più feroci e guerrafondaie. Se è la dissoluzione della Federazione, essa lascerà il campo a una “grande Libia”, con le nazioni del dissolto impero contese tra le potenze vicine e lontane, e anche ubique, come il mai dissolto Isis. Qualcuno ha forse pensato di poter parare il colpo senza adoperarsi da subito per la pace? E non sarebbe forse l’Unione Europea l’attore più adatto a proporre una mediazione, se non fosse anch’essa parte del conflitto? Ma non si può mediare partecipando alla guerra: questo, almeno, bisognerebbe saperlo.

La guerra nell’era della crisi climatica

Siamo ormai entrati in pieno in una crisi climatica e ambientale secolare, sicuramente per molti aspetti irreversibile. Pochi, soprattutto i giovani, si adoperano, spesso con tutte le loro forze, per rallentarne gli sviluppi: difendono il loro futuro, le loro vite. Molti la ignorano. Molti altri sanno benissimo che c’è, che è gravissima, ma fanno come se non esistesse e inseguono un presente destinato a lasciarsi dietro solo macerie: la “crescita”, la sovranità, il ponte sullo stretto, l’alta velocità, i gasdotti, il nucleare… Molti tra loro fanno tutto per accelerarla. Tra questi, i fautori della guerra, di sempre più guerra.
Il governo e l’esercito russi stanno distruggendo l’Ucraina con razzi, bombe e incursioni. Stanno distruggendo le vite di decine di migliaia dei suoi soldati, dei suoi cittadini e delle sue cittadine, cercando di prenderle per fame e freddo; stanno distruggendo le sue infrastrutture, le sue città, le sue fabbriche, i suoi fiumi, il suo suolo, i suoi campi, boschi e animali, il suo futuro. Che cosa resterà dell’Ucraina quando e se taceranno le armi? Un deserto troppo costoso da riedificare e troppo inquinato da bonificare. Il granaio della Terra trasformato in discarica di razzi, proiettili, veleni e macerie.
Ma le armate ucraine non sono da meno: sparano da 7 a 20mila proiettili di cannone ogni giorno, tanto da aver quasi esaurito le scorte e la stessa capacità produttiva degli Stati Uniti. Li sparano tutti sulle piccole regioni occupate dalla Russia, quelle che vorrebbero riconquistare. Contro chi e contro che cosa sparano tutti quei proiettili? Contro edifici, ponti, impianti (anche nucleari), soldati e mezzi bellici nemici (quando li centrano). Che cosa resterà del territorio di quelle regioni che considerano ucraine quando e se le armi taceranno? Questa, come tutte le guerre di oggi, ma oggi lo vediamo più chiaramente, non è solo una guerra contro altri uomini e altre donne, per ucciderli. E’ una guerra contro la Terra, contro la possibilità che continui a dare da vivere agli uomini e alle donne di domani. Gli ucraini son stati aggrediti dopo che le loro milizie e il loro esercito hanno aggredito per otto anni i loro connazionali delle regioni dell’est, di lingua russa.
E’ giusto che si difendano. Ma da chi si devono difendere?  Dalla guerra. E’ la guerra che li fa fuggire in massa dal loro Paese (dove sarà ben difficile fare ritorno), che miete a migliaia e migliaia i loro soldati nel fiore dell’età, che  ruba il futuro alle nuove generazioni, avvelenando il loro sangue e il sangue della terra che non potrà nutrirli, che, con la minaccia atomica, ormai ventilata da entrambe le parti, sta mettendo in forse il futuro di tutta l’umanità e accelerando, con milioni di tonnellate di CO2 aggiuntive, la resa dei conti dei cambiamenti climatici con la Terra.
Certo che gli ucraini dovevano difendersi (e le armi non gli mancavano: ne avevano ricevute in abbondanza negli anni precedenti, insieme all’addestramento per usarle). Ma non si combatte la guerra con altra guerra. Non c’è stata, da parte del loro governo (e altre voci non si sentono più) alcuna apertura a un negoziato, alcuna sollecitazione a una mediazione internazionale dell’Onu, o dell’Unione Europea a cui vorrebbe aderire. E nemmeno da parte della Nato, degli Usa, della Cina. Solo il Papa, che non ha “divisioni” da mettere in campo, costretto a rivolgersi ad altri capi di stato sordi e ottusi, ed Erdogan, per avere mano libera a fare in Rojava quello che Putin sta facendo in Ucraina, si sono messi di mezzo. Soprattutto, nessun ravvedimento  sul mancato rispetto degli accordi di Minsk. Ora la Merkel ci rivela che erano stati fatti, e violati, solo per “prendere tempo” in attesa di una guerra già decisa, di una resa dei conti tra Nato e Russia. Poveri ucraini!
E noi? Noi, ovvero i governi italiani che si sono succeduti da febbraio, tutti lì a fornire, a produrre e finanziare, in barba alla volontà dei loro cittadini (o sudditi), armi sempre più micidiali, sempre più “di attacco”. E tutto a spese di pensioni, reddito di cittadinanza, scuola, sanità, salvaguardia idrogeologica del suolo, vivibilità urbana, transizione alle energie rinnovabili, inclusione dei migranti: tutte cose che dovrebbero costituire una parte del nostro contributo alla lotta contro i cambiamenti climatici e la crisi ambientale.
Ma c’è qualcuno che abbia veramente messo in relazione la sua convinzione dell’urgenza di fermare la catastrofe climatica e ambientale verso cui sta correndo insieme a tutto il resto del pianeta con il ferreo sostegno – da lontano, da dove non si combatte – alla guerra degli ”eroici” combattenti ucraini? Che brutto il ritorno di questo aggettivo, per tanto tempo relegato all’esaltazione del macello voluto da chi delle guerre aveva fatto la propria mitologia! Quei combattenti che il nostro, ma non solo nostro, invio di sempre nuove armi sta inchiodando a una strada senza uscita, senza volersi “mettere da parte” per proporre una mediazione che può essere promossa solo da una posizione neutrale, che non vuol certo dire rinunciare a pesare le ragioni di entrambe le parti in causa.


Le COP sul clima; un rito inutile

Hanno sbagliato paese.
Da trent’anni, quasi ogni anno, 30-40mila “diplomatici ambientali” si riuniscono in qualche città del mondo per decidere come salvare il clima della Terra dall’effetto serra. Un rito inutile perché inconcludente (e lo si sa già prima), ma molto costoso, sia in termini economici che di emissioni (viaggiano tutti in aereo). Quest’anno, giunto alla sua 27° edizione, quel rito è stato aggravato dal fatto di essersi svolto in Egitto, il paese degli assassini di Giulio Regeni, dei carcerieri di Patrick Zaki e di altri 60mila prigionieri politici; ma anche un grande produttore di gas, merce oggi particolarmente ambìta da tutte le economie del mondo. Il che rendeva quel paese altamente inadatto a ospitare un convegno che si dovrebbe occupare della lotta ai combustibili fossili (è come andare a fare un pick-nick nella tana di un lupo). Tanto più che al centro dell’attenzione della sessione di quest’anno c’era il tema loss&damage, perdite e danni, che riguarda soprattutto i paesi più poveri e più danneggiati dai cambiamenti climatici, ma senza alcuna responsabilità per essi; per cui sarebbe stato giusto tenere quella riunione in un paese dell’Africa subsahariana desertificata o in un atollo del Pacifico sommerso dall’innalzamento del mare. Ad ogni buon conto, la prossima COP si terrà negli Emirati arabi: uno Stato che vive solo di gas e petrolio. Quasi uno sberleffo. Dalla padella alla brace.

Il convitato di pietra: la democrazia
Niente di strano, quindi, che in questi convegni periodici, denominati COP (Conference of Parties), di fossili non si parli quasi o li si nomini appena; tranne che negli incontri bilaterali fuori programma, dove nessuno, a partire dalla nostra premier, si è trattenuto dal nascondere la sua cupidigia nei confronti del ricco giacimento di gas Zohr che fa del dittatore dell’Egitto Al-Sisi una delle persone più corteggiate del mondo. E mentre non solo l’Italia, nella persona del suo premier, ma tutta l’Europa, passavano disinvoltamente sopra il cadavere di Giulio Regeni – “acqua passata”… – gli Usa approfittavano dell’occasione per riabilitare il principe assassino Mohammed bin Salman. Niente di cui stupirsi: la loro, e nostra, democrazia è questa; la stessa che vuole condannare a vita Julien Assange, reo di aver rivelato alcuni dei tanti delitti perpetrati dall’esercito degli Stati Uniti. Gas e petrolio passano davanti a tutto, anche là dove in linea di principio ci si dovrebbe riunire per toglierli dalla scena.
Le COP: festival dei lobbisti (del petrolio)
Ma il business non finisce lì. Al-Sisi ne ha approfittato per moltiplicare per dieci il prezzo degli alberghi dove alloggiare, a loro spese, quella folla di diplomatici; con la conseguenza che la maggior parte dei paesi più poveri ha dovuto ridurre all’osso i propri rappresentanti, mentre i lobbisti del petrolio, del gas e del carbone, lautamente stipendiati e con il rimborso spese a piè di lista, erano più numerosi dei rappresentanti dei paesi poveri. Anche per questo Greta e gli esponenti del movimento Fridays for Future si sono rifiutati di andarci; ma erano assenti anche Cina ed India, tra i maggiori “emettitori” mondiali, ma ormai convinte dell’inutilità di quegli incontri; che finiscono per lo più per metterle sotto accusa per coprire le responsabilità storiche – cioè cumulative, in termini di emissioni – dei paesi industrialmente più sviluppati, sempre pronti a dare lezioni agli altri e mai a se stessi.
Infatti, i risultati di COP27 sono stati dichiarati da tutti “deludenti”, sinonimo di fallimentari: non sono nemmeno stati confermati gli impegni volontari assunti l’anno scorso alla COP di Glasgow dai diversi paesi, se non ribadendo la volontà di mantenere la temperatura media terrestre entro +1,5°C rispetto al periodo preindustriale, ma senza spiegare come.
Pagare i danni?
Unico risultato positivo, secondo qualche commentatore, l’istituzione di un fondo Loss&damage destinato a risarcire dei danni subiti i paesi maggiormente colpiti dalla crisi climatica. Risultato puramente “simbolico”, hanno detto tutti. Intanto, perché non ne sono state fissate né la consistenza né l’eventuale ripartizione, sia della possibile origine – tra i donatori – che della relativa destinazione, i beneficiari: quali paesi? E quali entità: i Governi e le loro cleptocrazie o le comunità territoriali? Lo si farà alla prossima COP, quella degli Emirati: a bagno nel loro petrolio…
Ma tanto “simbolico”, aggiungiamo noi, da configurarsi come una vera e propria truffa. A questo livello di elaborazione quell’impegno ricorda da vicino lo slogan con cui i nemici degli immigrati ritengono di potersela cavare: “Aiutiamoli a casa loro”. Sì, ma come? E quanto “aiuto” occorre fornire, e a chi, per rendere meno impellente il bisogno di abbandonare un paese? E visti i precedenti, non sarebbe meglio smettere di saccheggiare quei paesi prima di pensare ad “aiutarli”?
E venendo a noi, a quanto ammontano i danni della crisi climatica? C’è qualcuno che li sa calcolare? Non i danni di un singolo evento estremo: un’alluvione, un tornado, un periodo di siccità, la scomparsa di un fiume non più alimentato da un ghiacciaio, la perdita di un raccolto, ecc. Questi danni li si calcola; male ma lo si fa. Ma le perdite e i danni della crisi climatica vanno, sia per il singolo paese che per il mondo intero, molto al di là di quelli riconducibili a un singolo evento o alla somma di tanti singoli eventi. E nessuno li vorrà mai ripagare; né d’altronde sarebbe in grado di farlo. E chi, anche pagando, potrà mai fare arretrare il livello del mare, ricostituire un ghiacciaio, far piovere sulle aree desertificate, restituire la vita alle specie estinte?


Un piano planetario per un danno planetario
Ovvio che il peso maggiore di questo disastro ricade sui paesi più poveri e più esposti alle conseguenze della crisi climatica. Ma ormai essa riguarda tutto il mondo e tutti i paesi, ancorché in misura diversa; e si può affrontare solo con un piano che riguardi contestualmente tutto il mondo. Ovvio che un piano del genere non sarebbe facile da far passare; di lì, dalle COP, di buono non passa niente. Ma intanto nessun Governo si è mai fatto carico anche solo di concepirlo e di proporlo, con la radicalità che impone per essere all’altezza della crisi ormai in pieno corso. Ci vorrebbero le misure estreme di una vera conversione ecologica: blocco di tutti i combustibili fossili, lasciandoli sottoterra: cominciando oggi, non domani; concentrazione di tutti gli investimenti sulle rinnovabili; non sul gas, sui tubi, sulle trivelle, sulle navi-bomba; trasporto solo più pubblico: e intanto, blocco degli aerei privati, dei panfili e delle crociere, dei Suv e delle auto di lusso; blocco degli allevamenti intensivi (e conseguente cambio di dieta per tutti coloro che non possono fare a meno di una bistecca al giorno); restituzione del suolo a un’agricoltura biologica di prossimità;   riforestazione del pianeta piantando 1000 miliardi di alberi per riassorbire almeno in parte i gas di serra emessi negli ultimi due secoli: vuol dire 120 alberi, 4 all’anno, per ognuno degli attuali abitanti della Terra, per trent’anni. Si può fare: lo spazio per farlo, è stato calcolato, c’è.
Solo presentando un piano di questo genere avrebbe senso convocare un’altra COP. Altrimenti meglio chiudere con questa farsa e lasciare alle iniziative di base e alla loro replicabilità il compito di sviluppare soprattutto le attività di adattamento a un clima destinato a peggiorare in modo drammatico e che proprio per questo richiederà l’impegno diretto di tutti. Un impegno che gli attuali Governi non saprebbero mai nemmeno concepire.

Il lavoro in una prospettiva  di decrescita

La cura come paradigma della transizione

In una precedente discussione su lavoro e decrescita all’incontro Venezia 2022 ho insistito sull’importanza di mantenere ferma la distinzione tra lavoro, da un lato, e lavoratori e lavoratrici, dall’altro. Nel linguaggio sindacale e politico spesso si usa il termine lavoro per indicare il popolo di coloro che lavorano, assegnando al primo i meriti e la dignità che spettano solo ai lavoratori e alle lavoratrici, termini a cui si ricorre soprattutto, o quasi esclusivamente, in occasione di conflitti sociali o quando comunque emergono contraddizioni tra chi lavora e i “datori” – ma meglio sarebbe chiamarli prenditori, o succhiatori – del lavoro altrui.

Il lavoro, a partire dal suo etimo in molte lingue, è sempre stato associato alla fatica e alla sofferenza, che non sono venute meno con l’avvento del capitalismo, che ne ha fatto però l’oggetto di uno scambio, in modo che sia il lavoratore stesso ad auto-infliggersele.

In regime capitalistico il lavoro non è che un “fattore della produzione”, una “risorsa” del processo di accumulazione, come lo sono, per l’economia classica, la terra e il capitale (la finanza), a cui in tempi recenti è stata aggiunta l’informazione.

La sua caratteristica principale è la subordinazione a una struttura gerarchica, anche quando è mediata dal mercato nel cosiddetto lavoro autonomo; e anche quando si svolge all’interno di un organigramma cosiddetto “piatto”, dove chi comanda non manca mai, anche se non si fa vedere.

Ma i lavoratori e le lavoratrici non sono “risorse”, anche se è diventata consuetudine chiamarle così, ma persone: sono esseri umani inseriti in una rete di relazioni. Non solo: spesso è proprio il lavoro a ridurre ed ostacolare molte delle relazioni di cui si compone la personalità dei lavoratori e delle lavoratrici.

Visto sotto questa luce, il contrario del lavoro è la cura: il primo si svolge solo nel quadro di una struttura gerarchica di comando, diretto o indiretto, mentre la cura può svilupparsi solo in un contesto di reciprocità. Il lavoro è finalizzato all’accumulazione del capitale e svolto per una remunerazione, nel contesto di uno scambio di mercato. Anche l’utilità dei beni o dei servizi prodotti è subordinata alle leggi di mercato: in regime capitalistico si produce solo ciò che genera profitto.

La cura, invece, è contrassegnata dalla gratuità; anche quando è la componente aggiuntiva o prevalente di un rapporto di lavoro remunerato, come accade in (quasi) tutti i cosiddetti “lavori di cura”: dal medico al netturbino, dall’insegnante al giardiniere, dal contadino all’assistente sociale o familiare. La cura riguarda sia le persone, a partire da se stessi, sia le cose, l’ambiente, gli altri esseri viventi, al pianeta; per estendersi anche a ciò che resta al del passato e al futuro che possiamo influenzare.

Il lavoro, quando non è in tutto o in larga parte anche cura, genera frustrazione e impoverisce la persona di chi lo fa controvoglia. La cura invece arricchisce sia chi la riceve – esseri umani, esseri viventi o “cose” – sia chi la presta; ed è per lo più fonte di soddisfazione personale. Un “lavoro di cura” si può effettuare malvolentieri, ma non è cura. La cura vera è sempre il risultato di una scelta volontaria.

Assistiamo da tempo, però, a una tendenza ad assimilare la cura al lavoro (e non viceversa). Innanzitutto, con l’espressione “lavoro riproduttivo”, contrapposta al “lavoro produttivo”: quello che produce reddito, merci, valore, denaro, profitto.

Inizialmente quella espressione era riferita solo alla generazione di nuovi esseri umani, alla loro cura e al cosiddetto lavoro domestico, quelle a cui era tradizionalmente relegata, e lo è tuttora, la maggior parte delle donne. Ma di recente il termine è stato esteso a ogni attività finalizzata alla rigenerazione di una comunità, di un territorio, di una tradizione, di una cultura, del pianeta.

L’intento è quello di attribuire alle attività di cura, a partire da quelle più elementari, la stessa “dignità”, gli stessi “meriti” attribuiti tradizionalmente al lavoro “produttivo” del breadwinner: di qui la rivendicazione di un “salario al lavoro domestico”, che in realtà non fa che perpetuare una divisione e una gerarchia di ruoli predeterminati. Il reddito di base, la rivendicazione che sovvertirebbe l’ordine esistente, invece, spetta a tutti coloro che non ne hanno un altro; non a chi fa un determinato lavoro e per il fatto che lo fa.

Il lavoro retribuito produce profitto per il capitalista e “crescita” per la società: cioè, in entrambi i casi, accumulazione del capitale. Il cosiddetto lavoro riproduttivo non lo fa, se non indirettamente, come condizione irrinunciabile del lavoro produttivo. Per questo non viene contabilizzato nel Pil e nei bilanci aziendali, anche se è condizione di entrambi. 

E’ evidente che un approccio che mira ad assimilare la cura al lavoro produttivo lascia intatta una divisione dei ruoli propria del patriarcato, sancendo la superiorità del lavoro retribuito, di qualsiasi genere esso sia, rispetto alle attività di cura erogate a titolo gratuito.

Questo approccio ha finito per equiparare al lavoro retribuito anche tutte le attività quotidiane oggetto di rilevazione, elaborazione e vendita di dati da parte dei grandi player del capitalismo delle piattaforme. 

Si legittima la rivendicazione di un reddito di base incondizionato non come un diritto universale, quando ce ne siano le condizioni, ma considerandolo la “giusta” remunerazione delle informazioni che ciascuno fornisce alla rete, seppure involontariamente. Ora, a parte che a erogare il reddito di base dovrebbero essere lo Stato o un’entità pubblica, mentre ad appropriarsi e a mettere a profitto i dati che generiamo sono delle società private, questo è solo un altro modo per equiparare la vita quotidiana al lavoro salariato, nel quadro di un mercato, per di più immaginario, che continua ad essere il quadro di riferimento, la gabbia, di tutta l’esistenza.

Nel quadro concettuale definito dalla filosofia e dalle pratiche della decrescita andrebbe invece promosso il movimento inverso: cercare di ricondurre a cura tutto ciò che del lavoro può essere salvato, eliminando progressivamente tutte le attività caratterizzate dall’incuria per gli effetti nocivi che hanno su chi le svolge, o sull’ambiente, o su chi compra o utilizza i prodotti dannosi messi in circolazione.

Si tratta di mirare a una redistribuzione oltre che del reddito, di tutte quelle attività che superino il vaglio di un giudizio di utilità condiviso dai membri di una comunità. Comunità che è interamente da ricostruire, ma alla cui formazione concorre proprio la lotta contro le produzioni e i lavori che fanno danno.

Sia il lavoro che la cura non sono attività isolate dal contesto in cui si svolgono.

Il contesto del lavoro, salariato e no, oggi è quello definito dall’individualismo (ciascuno è “imprenditore di se stesso”), dalla globalizzazione, dall’omogeneizzazione dei comportamenti, dalla massificazione dei consumi, dalla de-territorializzazione del potere decisionale, dalle concentrazioni e centralizzazioni proprie di un’economia fondata sui combustibili fossili.

Il contesto della cura, e di una società della cura, è un itinerario conflittuale contro le opere e i lavori inutili o dannosi, per fare spazio alle attività che preservano e migliorano la vita e le sue condizioni: tanto degli esseri umani che del resto del “vivente”.

Ma non può essere concepito come un assetto sociale compiuto e pacificato, ancorché futuro, ma solo come un work in progress continuamente esposto al rischio di fermarsi o di tornare indietro.

Ma è un processo che implica una deglobalizzazione dei processi e delle catene produttive, la rilocalizzazione di molte attività sia agricole che manifatturiere, la riterritorializzazione dei poteri decisionali, la rivalutazione dei rapporti personali e la riconnessione di ogni comunità con le specificità del proprio territorio.

E’ un processo che non va pensato in termini gradualistici o omogenei: si potrà sviluppare ora qui, ora là; ora avanzando e ora arrestandosi o facendo un passo indietro: l’importante è salvaguardare, diffondere e sviluppare le esperienze replicabili, in modo che anche quelle temporaneamente sospese siano “semi di germogli futuri”, come scrive il collettivo dell’ex-Gkn.

Che già oggi, dopo un anno e mezzo di lotta, con il progetto della “fabbrica pubblica socialmente integrata” e con una pratica concreta, ha messo in campo un modello che unisce l’esigenza di un programma di produzione – un piano industriale – compatibile con l’esigenza di una svolta ecologica radicale al coinvolgimento sociale del territorio – e del suo governo – attraverso l’inclusione e lo sviluppo di iniziative mutualistiche concrete al suo servizio e a una rete di solidarietà e di condivisione di obiettivi e pratiche di livello nazionale che coinvolge un numero crescente di territori e di fabbriche in crisi.

È un modello di governo di una lotta destinata a durare, ma anche di un assetto organizzativo che per molti versi prefigura la strada che tutte le comunità in fieri dovranno percorrere. Ma è anche la sostanza di ciò che occorre per avviare un processo di convergenze fattuali fondate sulla priorità assegnata alle attività di cura.

Educazione ambientale, oltre lo sviluppo sostenibile

Nella visione promossa dall’enciclica Laudato sì le prime e vere vittime del degrado ambientale che sta soffocando il pianeta sono i poveri della Terra: sia quelli – la maggioranza – che vivono in paesi già soggiogati dal colonialismo, che ne ha devastato gli habitat e cercato di cancellarne costumi e culture tradizionali, impoverendoli, sia quelli, sempre più numerosi, relegati ai margini dei paesi considerati ricchi, o sviluppati, o emergenti, dove si sono da tempo create delle enclave sempre più affollate di emarginati.

Se i poveri sono le principali vittime del degrado ambientale, è da loro, dalle loro lotte, dalle loro iniziative, dalle loro comunità che può nascere, insieme al loro riscatto sociale, anche la rigenerazione fisica, climatica e biologica del pianeta; a partire dalle campagne, dalle foreste e dai ghetti urbani in cui sono relegati, ma con un respiro, una carica di speranza, una visione del mondo che possono abbracciare tutta la Terra. E poiché tra i deprivati della Terra il primato spetta ovunque alle donne, è da loro che possono partire, e stanno di fatto partendo, le lotte e le iniziative per il riscatto delle loro comunità e delle loro terre.

Papa Francesco contesta così uno dei cliché sull’ambientalismo più diffusi. E cioè, che la tutela dell’ambiente sia cosa da ricchi, di chi ha già soddisfatto i bisogni elementari; mentre i poveri, che hanno tutti i giorni a che fare con la fatica di campare e il rischio della miseria e della fame, non hanno tempo né modo di preoccuparsi dell’ambiente. Contestare questo cliché comporta che l’ecologia vera non possa che essere integrale, quella propugnata da Francesco: cioè incorporare non solo un’aspirazione, ma anche una lotta per l’affermazione dei diritti degli ultimi. Ma significa anche che non si possono far proprie le aspirazioni e le iniziative che mirano al riscatto dei poveri senza abbracciare anche la lotta per un ambiente, ieri avremmo detto sano; oggi dobbiamo dire: almeno vivibile.

La salute dell’umanità, di tutti gli esseri umani, è ormai indissolubilmente legata all’azione per evitare che il pianeta tutto precipiti in una condizione che potrebbe renderlo invivibile; per lo meno per la specie umana. Il tempo stringe: l’IPPC, il panel intergovernativo, promosso dall’ONU, degli scienziati che monitorano l’avanzare della crisi climatica ha fissato indicativamente al 2030, cioè tra otto anni, il tipping point del riscaldamento climatico; cioè la soglia oltre la quale i fenomeni in corso rischiano di diventare irreversibili. Greta Thunberg lo ha ripetuto per due anni di seguito a tutti i “Grandi della Terra”, trovando ascolto solo tra una schiera sempre più fitta, ma anche sempre più decisa, di giovani che sono scesi ripetutamente in piazza per raccogliere il suo allarme. Papa Francesco ne è perfettamente consapevole. Anche l’enciclica Laudato sì è un grido di allarme: non c’è più tempo. C’è un papa che ci avverte che una minaccia incombe su tutto il creato: su ciò che per lui è l’opera di dio.

Ma l’enciclica Laudato sì non è solo questo allarme, né solo un assist ai poveri della Terra. E’ la proposta di una vera e propria rivoluzione culturale con cui Francesco, attenendosi a una innovativa interpretazione dei testi biblici, ma anche a tesi e principi già affermati dai suoi predecessori, mira a sovvertire radicalmente i principi di quell’antropocentrismo promosso dalla modernità che ha spinto gli esseri umani, una parte crescente degli esseri umani, a “ignorare il grido della Terra”: e a devastarla.

Per Francesco tutto in questo mondo è interconnesso e “niente di questo mondo ci è indifferente”, come recita il titolo del libro in cui abbiamo raccolto le riflessioni sviluppate nel corso di diversi anni insieme a un centinaio collaboratori dell’Associazione Laudato Sì sul modo di tradurre operativamente quel messaggio di Francesco. L’enciclica Laudato sì riconosce una continuità ontologica tra gli esseri umani e il mondo che li circonda – il resto del creato – pur attribuendo ai primi una responsabilità nei confronti del secondo, grazie all’interpretazione che Francesco dà di un controverso passo della Bibbia, secondo cui dio avrebbe affidato all’uomo non il dominio, ma la custodia di tutti gli altri esseri viventi.

Questa continuità rappresenta comunque una rivoluzione radicale rispetto alla concezione del mondo che si è andata affermando con la modernità, o con l’avvento del capitalismo: quella di una discontinuità radicale tra l’essere umano – anzi, tra l’uomo, quello occidentale, implicitamente maschio e bianco, dominatore della Terra, campione dell’umanità – e il resto del mondo.

Ma la storicizzazione di quella dicotomia, cioè la sua collocazione entro i limiti della cultura occidentale e di una fase specifica della storia umana, è una acquisizione della più innovativa antropologia contemporanea che si rifà a studi di  culture, soprattutto quelle dell’America latina, che hanno ispirato anche l’enciclica Laudato sì; cosa resa successivamente esplicita dal ruolo e dall’importanza che papa Francesco ha attribuito al recente sinodo sull’Amazzonia.

Tutto ciò mette in discussione anche la concezione corrente che stabilisce una gerarchia tra le diverse culture e civiltà che si sono succedute o giustapposte nel corso del tempo: non solo in base alla loro maggiore o minore complessità – civilizzati versus selvaggi – ma anche lungo una scala temporale lineare, cioè il “progresso”; secondo cui ciò che viene dopo è necessariamente superiore e migliore di ciò che c’era prima.

Con queste premesse, a mio avviso, l’educazione ambientale non può essere una materia di insegnamento da aggiungere o affiancare alle altre materie curriculari, dedicandole qualche ora alla settimana o al mese, così come non lo possono essere l’educazione civica, l’educazione sessuale o sentimentale o di genere, l’educazione alimentare, quella sanitaria, ecc. O si riesce a integrare questi temi cruciali dentro i programmi ordinari, ovviamente rinnovandoli radicalmente, oppure non otterremo i risultati auspicati.

Ma per farlo, viste la complessità e la delicatezza degli argomenti da trattare, sono preliminari una formazione, ma ancor più una preparazione, degli insegnanti, da sviluppare non con delle lezioni e delle conferenze, ma con un libero confronto tra le opinioni di ciascuno, mettendole ovviamente a misurarsi con il contributo di esperti o cultori della materia.

Ma qui il punto decisivo è la conflittualità di questo processo di autoeducazione. Perché, come tutti gli altri temi indicati, è oggi più che mai terreno di conflitto tra visioni del mondo contrapposte. La giustizia ambientale, il rispetto e la salvaguardia della capacità di rigenerarsi degli ecosistemi da cui dipende la possibilità stessa di sopravvivere della specie umana sono indissolubilmente legati alla giustizia sociale, che non è uno stato di quiete, ma conflitto, lotta contro le diseguaglianze sempre più mostruose che caratterizzano la società contemporanea a livello globale. Per questo l’educazione ambientale non può evitare di entrare nel merito di questo conflitto, senza posizioni precostituite, ma aprendosi al confronto e alla verifica dei fatti.

Nella scuola conterà la capacità di mettere al centro delle materie curriculari, sia in termini teorici che pratici, il nostro rapporto con l’ambiente, con la natura, con il vivente non umano (così come occorrerà farlo con temi quali la sessualità, le emozioni, la salute, il rispetto di chi è diverso, per citare le tante altre materie di incerta collocazione nell’attuale spazio scolastico). Bisognerà ricostruire la storia e la geografia dell’umanità mettendo al centro il suo rapporto con la natura nelle diverse epoche, nei diversi contesti, nelle diverse culture; sviscerare questo rapporto nella storia delle letterature e della filosofia, imparare a trattare le scienze dure, fisica, biologia, chimica, come processi storici di trasformazione del nostro rapporto con il resto del mondo, ecc.

Naturalmente diffondere o, se non lo si condivide, anche solo prendere criticamente in considerazione quel radicale sovvertimento del pensiero, non basta. Ci vuole anche la pratica. Di seguito indico quattro passi che secondo me dovrebbero essere percorsi per rinnovare la scuola, e la concezione stessa della scuola, alla luce di una effettiva educazione ambientale che affronti il tema del conflitto.

Innanzitutto, c’è bisogno di un cambiamento della didattica che riduca radicalmente lo spazio dell’aula, delle lezioni frontali, dei libri di testo (sempre più ricchi di pagine e di supporti documentali, ma poveri di spunti di riflessione) a favore delle discussioni di gruppo, del confronto con l’esperienza diretta, delle gite e delle visite fuori delle mura scolastiche.

In secondo luogo, occorre apre la scuola al mondo esterno: al quartiere circostante, alle esperienze di chi è già inserito nel mondo del lavoro (e lo può illustrare molto meglio di una assurda esperienza di cosiddetta scuola-lavoro non finalizzata), ai problemi del territorio, ma anche alle lotte e ai conflitti che lo investono: tutte cose che dovrebbero diventare oggetto di un confronto permanente su cui misurare la fruibilità dell’insegnamento curriculare.

In terzo luogo, occorre promuovere l’impegno diretto degli studenti e del corpo docente, ma anche di un volontariato promosso tra le famiglie e nel quartiere, nella misura delle competenze di ciascuno, nella cura dell’edificio scolastico: l’igiene, la raccolta differenziata come fonte di conoscenza dell’origine e della destinazione di ciò che ci passa per le mani, la messa a norma degli impianti, il ricorso alle fonti di energia rinnovabile (i tetti solari fotovoltaici e termici, le pompe di calore, ecc.), la coltivazione delle pertinenze con modalità innovative e coinvolgenti. Ma anche le proposte concrete di riorganizzazione del trasporto, pubblico e non (scuolabus, bicibus, ecc.), per facilitare l’accesso e ridurre il ricorso all’accompagnamento in auto.

Infine, bisognerebbe impegnarsi in uno sforzo per trasformare ogni scuola in un punto di riferimento, culturale, sociale, ma anche politico in senso non partitico né di schieramento), per tutta la popolazione che vi fa riferimento, o perché abita il vicinato, o perché ha dei figli che la frequentano. Per ospitare riunioni, eventi, concerti, corsi extra-scolastici, che trasformino le scuole in centri di autoformazione, di promozione culturale, di costruzione di una socialità e di una solidarietà che contrastino l’isolamento e l’individualismo esasperato promosso dagli stili di vita prevalenti. Fare della scuola il centro di trasformazione di un aggregato territoriale in una comunità autoeducante.

A Firenze l’inerzia ostile della proprietà e del Governo ha costretto il collettivo degli operai della GKN in lotta a decidere di trasformare il loro stabilimento in una “fabbrica pubblica socialmente integrata” al servizio del territorio in cui è insediata e della sua comunità mediante la promozione di un rinnovato mutualismo.

È una indicazione da raccogliere e da moltiplicare: non solo intorno alle fabbriche in lotta, ma anche all’interno del tessuto sociale. Le scuole potrebbero diventare dei punti di propagazione di questa prospettiva

Do you remember stay behind?

L’operazione Stay behind era – forse è ancora – un’iniziativa segreta della Nato, controllata operativamente dai servizi segreti degli Usa. Serviva a preparare una resistenza, da “dietro” il fronte, in caso di un’occupazione dell’Italia da parte dell’Unione Sovietica. In realtà, in caso di una vittoria elettorale dei comunisti. Per prevenirla o, nel caso, affrontarla, veniva addestrata una folta schiera di combattenti anticomunisti, venivano predisposti depositi segreti di armi, ma soprattutto, con il consenso degli Stati maggiori delle forze armate, venivano stretti rapporti con tutte le organizzazioni fasciste presenti in Italia, indotte o incoraggiate a perpetrare tutte le stragi che hanno costellato la storia del paese tra la fine degli anni ’60 e quella degli ’80. Non “per sport”, ma per preparare, attraverso varie emanazioni – Anello, Rosa dei Venti, Mar, Decima Mas, ecc. – dei colpi di Stato come quelli in Grecia e in Turchia, per allineare l’Italia agli altri Stati fascisti dell’Europa, compresi Spagna e Portogallo, ben inseriti nella cosiddetta difesa del “mondo libero”.

Non ci sono riusciti perché la resistenza popolare era – allora – troppo forte, ma quel lavoro dietro le quinte ha segnato la storia d’Italia da allora in poi. Beh! Vi dice niente?

E’ quello che è stato fatto in Ucraina, Paese non Nato, ma prenotato a diventarlo, tra il 2004 e il 2014, armando e addestrando gruppi e milizie naziste che hanno avuto un ruolo decisivo nella vicenda di Euromaidan: metà manifestazione di insofferenza popolare – soprattutto di giovani – per il regime, metà colpo di Stato. Confermatosi tale non con le successive elezioni, che pure avevano mandato al governo il capo e padrone di una di quelle milizie, ma certo con l’impegno da questi profuso nel tenere alte tensione e persecuzione della componente russofona della popolazione, in particolare quella insediata nelle ricche e ancora industrializzate regioni dell’est. Queste sono state spinte a rivendicare la propria autonomia prima in termini politici, poi imbracciando le armi con proprie milizie, infine chiedendo o accettando il sostegno dei militari russi. Intanto in tutto il paese si svolgevano ormai da tempo “esercitazioni” sempre più massicce della Nato, a cui le forze sempre più armate dell’Ucraina erano state di fatto integrate.

La vittoria elettorale ottenuta da Zelensky con la promessa di porre fine a quella guerra non era bastata a invertire la rotta: evidentemente i condizionamenti per proseguirla erano troppo forti. Fino a che non si è arrivati alla secessione – o all’occupazione – della Crimea e poi, otto anni e 14.000 morti dopo, alla tentata invasione prima e alla sistematica distruzione poi dell’intero Paese da parte delle forze armate russe.

Qui il comunismo non c’entra più, perché la Russia è da tempo uno Stato capitalista, in gran parte forgiato dall’influenza che gli Stati Uniti hanno esercitato su di esso sotto il governo di Eltsin. Il confronto è tra la Nato e la Federazione Russa: l’aggressore è quest’ultima, ma il regista dell’intera vicenda è la Nato.

Dopo otto mesi e oltre 200mila morti sul campo è difficile pensare a una vittoria di uno dei due eserciti alle condizioni che i loro governi pongono. E’ più probabile che l’inverno favorisca il consolidamento di una situazione di stallo affidata alle “lunghe gittate”, in cui alle incursioni sul campo degli uni corrisponda un bombardamento degli altri, mandando avanti la strage e la distruzione del Paese. L’esito sarà deciso dagli Stati Uniti (non dalla Nato), perché senza le loro armi l’esercito ucraino non può combattere un solo giorno in più, per lo meno nelle forme in cui lo fa adesso. Le scorte di armi e munizioni degli Stati Uniti stanno esaurendosi, ma iI bottino per loro è già sostanzioso: Svezia e Finlandia annesse alla Nato, Ucraina in procinto di esserlo, Georgia e altre repubbliche di nuovo in bilico. Le forniture di gas dalla Russia, quand’anche volessero riprendere, interrotte per sempre dalla distruzione del gasdotto senza che chi l’ha subita osi fiatare; l’economia tedesca e dell’Unione alle corde e l’Europa intera coinvolta in una guerra destinata a non finire e ad accrescerne la dipendenza dagli Usa, condizione ideale perché l’espansione della Nato riprenda non appena se ne presenterà una nuova occasione. La disgregazione dell’impero russo e il rovesciamento di Putin auspicati inizialmente da Biden rimandati, ma certo non sospesi.

Ma se per ipotesi si raggiungesse la vittoria invocata da Zelensky – la riconquista sul campo delle regioni orientali, ormai Federazione Russa – se ne dovrebbe comunque trarre un bilancio: valeva la pena pagare con centinaia di migliaia di morti e di invalidi, con milioni di profughi, ieri in fuga, oggi invitati a lasciare l’Ucraina perché l’infrastruttura che permetteva loro di vivere è stata distrutta, con un Paese che si è indebitato per i prossimi decenni e con gli aiuti indispensabili alla ricostruzione, se mai ci saranno, certamente non così generosi come quelli per le armi? E il tutto per tornare alla situazione che c’era se si fossero rispettati – e preteso con una mediazione internazionale più efficace che venissero rispettati – gli accordi di Minsk II, riconoscendo alle regioni russofone una giusta autonomia, ma senza minacciare la Federazione Russa con la presenza della Nato alle porte di Sebastopoli? Ma non era quello, evidentemente, ciò che voleva chi stava dietro le quinte.

E ancora: non ci si sarebbe forse stato bisogno dei 14mila morti della guerra al Donbass e della distruzione di quella regione se dopo Euromaidan – rivolta popolare o colpo di stato che fosse – non si fosse perseguitata la componente russofona della popolazione con il falso obiettivo nazionalistico – in realtà nazista – di “ucrainizzare” anche lingua e tradizioni di tutti?

E ora? Se la situazione di stallo è destinata a protrarsi continueranno anche la distruzione delle infrastrutture dell’Ucraina ad opera dell’armata russa (quelle infrastrutture che ancora oggi sono alimentate dal gas russo…), le sofferenze e l’esodo della sua popolazione, il rancore di chi ha perso tutto, amici e parenti compresi, senza ottenere nulla in cambio. E tra un anno o due, o forse anche più, non ci si chiederà forse se non sarebbe stato meglio proporre un cessate il fuoco per cominciare a trattare sulle condizioni che avrebbero potuto rendere più accettabile il ritorno a una situazione basata sul rispetto di tutti in una reciproca autonomia?

Passato e futuro di una guerra

Che cosa sarebbe successo se, di fronte all’invasione dell’Ucraina, giunta fino a Kiev, Zelenski fosse fuggito, o si fosse arreso? O la Nato non gli avesse fornito tutte le armi che gli ha messo a disposizione? È l’argomento “forte” che tutti i favorevoli a riempire di armi l’Ucraina ritengono risolutivo. Non si può non rispondere. Ma l’alternativa a una resa di Zeleski non è, e non era nemmeno allora, la resa di Putin. Questa è la visione di chi nel proprio orizzonte non ha che la guerra. 

È certamente giusto che la storia si faccia con i se. I “se” aprono l’orizzonte a molteplici possibilità, spezzando la rigida concatenazione degli eventi che riduce la libertà umana a necessità. Ma proprio per questo occorre aprirsi a una molteplicità di se: risalire indietro nel tempo, misurarsi con il presente e proiettarsi in avanti nel futuro. La guerra non è un evento ma un processo; che comincia ben prima del suo scoppio e spesso si trascina oltre la sua conclusione. Ma anche la pace è un processo, che si svolge sia in tempo di guerra che pace. E non ha mai fine.

Dunque, andiamo all’indietro: che cosa sarebbe successo se gli accordi di Minsk fossero stati rispettati da entrambe le parti? Se le potenze che li avevano promossi, o l’Onu, li avessero fatti rispettare, invece di permettere che una guerra mai dichiarata andasse avanti per anni in una regione dell’Ucraina, preparando quella che sarebbe venuta dopo? Rispetto alla situazione attuale entrambi i contendenti si sarebbero risparmiati migliaia di morti e la distruzione, che andrà avanti, di un intero paese, senza che una sovranità nazionale rispettosa delle minoranze e delle autonomie ne avesse soffrire. Era quanto Zelenski aveva promesso in campagna elettorale e non ha rispettato; pressato da poteri e organizzazioni che ne hanno condizionato il governo.

E, continuando ad andare all’indietro, che cosa sarebbe successo se la Nato avesse rinunciato ad annettersi tutti gli Stati sottrattisi al dominio sovietico, come era stato promesso a Gorbaciov, ma anche raccomandato da numerose personalità di “fede” atlantica; se non avesse continuato ad “abbaiare” alle frontiere della Russia con esercitazioni militari sempre più minacciose; se non avesse fatto quanto in suo potere per raggiungere l‘annessione dell’Ucraina, e poi della Georgia, e di altro, con l’evidente prospettiva di smantellare la Federazione Russa? Ma è una scelta che quegli Stati avevano compiuto autonomamente, se non proprio democraticamente, si obietta. Sia pure, ma in una prospettiva di crescente contrapposizione e di un confronto sempre più serrato tra grandi potenze, invece della promozione di una cooperazione che era di primario interesse per tutta l’Europa. D’altronde la Nato è una gabbia da cui, una volta entrati, è impossibile uscire; perché trascina i suoi membri in conflitti che nulla hanno a che fare con i loro interessi; e perché le classi dominanti trovano in quell’affiliazione un puntello inaggirabile del loro dominio. 

Facciamo un altro passo indietro. Più o meno cinquant’anni fa – è stato critto – una potenza nucleare come gli USA aggredivano uno Stato e nessuno di noi contestava il suo diritto di resistere con le armi. Gridavamo “Vietnam vince perché spara” e forse molti di noi oggi non lo griderebbero più. Il Vietnam ha vinto: hanno vinto le sue classi dominanti. Ma il Fln (Fronte di Liberazione Nazionale) ha perso, inghiottito di chi aveva più armi per combattere gli Usa. Quel conflitto, comunque, non era mai assurto a confronto diretto tra potenze nucleari, nonostante l’appoggio che Urss e Cina fornivano ad Hanoi. Nessuno però si era o si sarebbe mai dichiarato contrario a un cessate il fuoco immediato prima che le truppe statunitensi si fossero ritirate dal paese. E se un cessate il fuoco avesse avuto luogo, forse in Vietnam si sarebbe potuto arrivare a una soluzione soddisfacente prima che il coinvolgimento di Hanoi creasse le condizioni di una mera annessione.

Ora, venendo al passato recente, certo Putin pensava di ripetere l’operazione che era riuscita a Breznev con la Cecoslovacchia di Dubcek e, vedendola fallire, si è vendicato lasciando mano libera o ordinando alle sue truppe di compiere ogni sorta di infamia (non che il nemico aggredito sia andato con la mano leggera; né prima né dopo l’invasione. Ma è la guerra…). Comunque, l’esercito e le milizie ucraine avevano già ricevuto armi a sufficienza (usate nella guerra al Donbass) per resistere a un esercito numericamente, se non tecnicamente, superiore. Ma nessuno ha mai contestato all’Ucraina – All’Ucraina; non alla Nato – il diritto di resistere ed è chiaro, ed era chiaro anche allora, che Putin non ha le forze per occupare e tener sotto controllo tutto il paese. Senza una resa di Zelenski si sarebbe comunque sviluppata una situazione di conflitto endemico su molti fronti ed è lì che occorreva intervenire: non con le armi, ma con una proposta di mediazione che aggiornasse gli accordi di Minsk alla luce della nuova situazione. Proposte in tal senso – peraltro irrise – sono state avanzate recentemente, come base di partenza di un possibile negoziato, sia da alcuni intellettuali che da un gruppo di ex diplomatici.

Ma chi poteva, e doveva, promuovere quella mediazione? Non certo Erdogan, che ha le mani altrettanto insanguinate di Putin; né Xi Jinping, che non ha certo interesse ad alienarsi la Russia in una prospettiva di crescente conflitto con gli USA. Avrebbe dovuto farlo la Ue, che aveva tutto l’interesse a non far precipitare la situazione e aveva ed ha delle carte da giocare, a partire dall’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, ma senza Nato, e dei suoi commerci con la Russia. Ma non lo ha fatto perché le sue classi dirigenti sono totalmente asservite alla Nato, che rappresenta gli interessi esclusivi degli USA che dal conflitto in Ucraina non vengono minimamente danneggiati. Non è stato fatto; e nessun governo o partito di opposizione degli Stati dell’Unione europea ha portato avanti una proposta o una rivendicazione in tal senso. Perché? Perché i mediatori non possono armare una delle parti. È una cosa elementare ma che nessuno, a partire dal favoloso Draghi, sembra aver capito.

E ora? Ora la consegna massiccia all’Ucraina di armi sempre più potenti ha completamente cambiato il conflitto, trasformandolo in un confronto diretto tra Federazione Russa e Nato. Sono armi non solo costosissime, ma che per funzionare hanno bisogno di assistenza: di istruttori, contractors e consulenti stranieri, dei droni di Sigonella, dei radar del Muos di Niscemi, dei satelliti di Musk (un esempio istruttivo di partnership pubblico-privato) nonché di una stampa asservita, che è un’arma potentissima, in gran parte del resto del mondo. Si farà la pace, a qualsiasi condizione, solo quando e se quella guerra non converrà più al Governo degli Stati uniti. Rischiando nel frattempo l’ecatombe nucleare. Perché Putin non è un pazzo; ma è uno che per la posizione che occupa non può permettersi di perdere come se lo poteva permettere invece il Governo degli Stati uniti in Corea, in Vietnam e in Afganistan, in Siria.

E in futuro? Il futuro è tutto della crisi climatica che incombe e incalza su tutto il pianeta. Se l’Olocausto nucleare è una possibilità, tutt’altro che remota, la catastrofe climatica, senza misure radicali, è invece una certezza assoluta. Coloro che promuovono le armi (e non solo all’Ucraina; quanto di questo fervore bellico ha contribuito ad alzare i budget della cosiddetta difesa e ad allontanare il bando delle armi nucleari votato dall’Onu?) sono un esempio palese di dissociazione mentale. Molti di loro sanno perfettamente che la crisi climatica è alle porte. Ma ce ne si occuperà “dopo”: dopo la vittoria su Putin. Cioè mai. Esattamente come fanno i negazionisti: quelli tetragoni come quelli che lo sono nei fatti; cioè tutte le classi dirigenti del mondo. 

E invece no. La lotta contro la crisi climatica – per arginarla, non certo per sventarla, dato che ormai è irreversibile – è innanzitutto una lotta per la pace, contro le guerre e contro le armi; contro le loro emissioni, che sono enormi; contro le loro distruzioni, che esigono di produrre nuove armi, di ricostruire case, impianti e infrastrutture nuove con altro consumo di materiali ed energia; che degradano il suolo e miliardi di esseri viventi indispensabili all’equilibrio ecologico del pianeta. Ma il passaggio obbligato è sempre lì: nella comprensione che l’autonomia di una comunità non è un’offesa alla sovranità di un popolo, ma la sua esaltazione. Che i confini non sono barriere da sacralizzare ma faglie sopra cui gettare ponti. Che le armi prodotte e vendute, comprese quelle nucleari, chiedono di essere usate: in sempre nuove guerre. Quante più armi, tante più guerre. Quanto più letali, tanto più rampa di lancio dell’apocalisse.

La CoP27 sui cambiamenti climatici aperta domenica a Sharm el Sheik sotto il patrocinio di Al Sisi e – non solo per questo – destinata comunque al fallimento, potrebbe riscattarsi dal pantano in cui è affondata questa partita mettendo in chiaro una volta per tutte una cosa sola: che la lotta contro la crisi climatica comincia da quella contro guerre ed armi. Sarebbe un grande successo.