Quale anticapitalismo?

Molte compagne e compagni (di strada?) insistono nel qualificare le loro idee, prassi e lotte come “anticapitaliste” senza mai chiedersi veramente che cosa significhi. Per molti è sottinteso che al di là del capitalismo non può esserci che un esito obbligato: il comunismo o il socialismo; che il capitalismo non sia che un bozzolo entro cui cresce una larva pronta a trasformarsi in farfalla e a spiccare il volo quando il bozzolo verrà perforato. Non la pensava così Marx, che sosteneva sì, che il capitalismo alleva in seno il suo antagonista, ma rifiutava di delineare la società futura perché non aveva mai pensato che fosse già tutta presente in nuce in quelle “forze produttive” a cui il capitale impedirebbe di manifestare le proprie potenzialità. Che è invece una tesi, mai pienamente esplicitata, presente in molti scritti del neo-operaismo. La questione investe il rapporto tra le forme dei conflitti e delle iniziative che si scontrano con il dominio del capitale e i connotati di un “altro mondo possibile”.

Oggi al modello di comunismo come statalizzazione di tutti gli aspetti della vita – passaggio obbligato verso la società senza classi – non si rifà più nessuno: è fallito per sempre con l’esperimento sovietico. E nessuno pensa più il socialismo come nazionalizzazione della grande industria e programmazione dello “sviluppo”, a cui aprirebbe la strada la concentrazione del potere economico. Ma, soprattutto a partire dal Sessantotto, e anche prima, ci si è spesso accontentati di considerare il comunismo “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, senza cercare nelle forme assunte dalle lotte in corso la prefigurazione, se non di una società futura, per lo meno di una direzione di marcia. Il rimando, spesso solo verbale, al comunismo o al socialismo ha finito per nascondere un vuoto di pensiero sufficiente a spiegare il fallimento delle sinistre a livello mondiale: discutere del futuro è tempo perso o mera fantasticheria.

L’ecologia ci ha in parte liberato dalla gabbia di quell’esito scontato, mettendo in discussione l’impianto produttivista, “sviluppista” e antiecologico di un approccio comune – anche quando non esplicito – a gran parte delle forze che si pongono in continuità con la storia del movimento operaio. Mano a mano che si faceva evidente il rapporto tra le tante sofferenze umane – soprattutto dell’umanità più sfruttata ed emarginata – e quelle del mondo della natura si dissolveva anche il senso di un “anticapitalismo” incapace di coglierne la centralità. Per alcuni, anzi molti, non c’è problema: l’ecologia deve solo correggere un eterno presente a cui non c’è alternativa. Ma per l’ecologia integrale – che fa coincidere lotta per la giustizia sociale e lotta per la salvaguardia della Terra – quel rapporto ingiunge un rovesciamento radicale del sistema che non cerca più solo in nuovi “rapporti di produzione” il rimedio alle ferite inferte dal capitalismo alla vita e all’integrità degli ecosistemi.

Su quel rovesciamento è in corso un dibattito che questo giornale ha da tempo promosso, ma che non sempre mette a fuoco il suo legame con la questione dei beni comuni – tali solo se gestiti da una comunità aperta – come alternativa alla proprietà, sia privata che statuale, delle risorse fondamentali; ma anche con una rinnovata critica del lavoro come attività per lo più nociva per chi la svolge e per ciò che produce e imposta con il ricatto di disoccupazione e miseria; per mettere al centro l’obiettivo della cura, cioè di attività liberamente scelte che includano, accanto alla produzione di beni essenziali, tutte gli impegni legati alla riproduzione sia della vita che delle relazioni su cui si fonda una comunità e il suo rapporto con un territorio.

E’ una prospettiva legata a pratiche quotidiane che non escludono né antagonismo né conflitto aperto, ma con un perimetro più ampio di elaborazioni e prassi mutualistiche, come quelle che avevano accompagnato gli esordi del movimento operaio, ovviamente adattate ai tempi nostri. Dentro cui rivendicazioni come reddito di base, riduzione del tempo di lavoro, salario minimo, servizi sociali e istruzione pubblica ma autogestita sono sì strumenti di rottura con gli assetti in atto, ma richiedono fin da ora la presa in carico, in forme condivise, del tempo e delle potenzialità che possono liberare.

Come ci si arriva? O, meglio, come procedere lungo questa strada? Che non ha come “sbocco” una conciliazione finale tra individui, interessi, fedi e classi diverse, e nemmeno tra la nostra specie e il mondo della natura, bensì la conquista di una condizione ogni volta da rinnovare che non cesserà di essere problematica e conflittuale.

Occorre forse convincere prima tutti che non c’è altra via, perché i disastri ambientali e sociali in corso ci fanno già vedere, e in parte vivere, le forme che potrà assumere l’estinzione della vita umana sulla Terra? No. Non ha funzionato nei cinquant’anni e più di allarme sulle condizioni del pianeta; non funziona né funzionerà neanche ora.

Oppure bisogna aspettare un collasso del sistema? Collassi del genere li abbiamo già attraversati, li stiamo attraversando e saranno sempre più frequenti: sono diventati la condizione stessa di esistenza del sistema. Che ogni volta ha proseguito per la sua strada, anche rinunciando a qualcuna delle sue funzioni: occupazione, redditi decenti, welfare, sicurezza; ma anche a qualche linea di approvvigionamento delle sue unità produttive e di tante esistenze umane. E’ una deriva sotto i nostri occhi anche con questa pandemia.

Ma è ’ in quei vuoti che deve sapersi inserire l’iniziativa di chi lavora a rovesciare il mondo giorno per giorno: occupare spazi, sostituire funzioni, ridimensionare le catene di approvvigionamento, proporre e imporre soluzioni alternative allo sfruttamento e al profitto nel lavoro e nel welfare: le pratiche sperimentate sono tante; i risultati, finora, scarsi e “di nicchia”; ma concorrono tutti a mettere a punto  una prospettiva generale per orientarci là dove la crisi colpisce di più.

Dal lavoro alla cura

La pandemia che ha investito tutto il pianeta e costretto metà dei suoi abitanti – quelli che una casa ce l’hanno – a rinchiudersi nelle proprie abitazioni ha reso evidente la faglia che separa le attività nelle quali sono impegnati tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici: da un lato ci sono attività al servizio del benessere o del miglioramento dell’umana convivenza: innanzitutto gran pare della filiera della salute, medici, infermieri, produttori e gestori di presidi sanitari; poi quella del cibo, dall’agricoltore al cuoco, dal fornaio alla commessa di un supermercato; la logistica, per far arrivare a destinazione beni, semilavorati e persone; l’educazione a tutti i livelli e in tutte le forme; l’informazione; e ancora, tutte le attività di manutenzione e di riparazione, e tante altre.

Dall’altro ci sono i tanti lavori finalizzati esclusivamente o prevalentemente alla produzione di profitti, a cui sono stati comandati, a rischio della loro vita e di quella dei loro familiari, milioni di lavoratori che avrebbero fatto volentieri a meno di produrre, soprattutto in quelle condizioni, se solo fosse stato garantito loro di che vivere. Ci sono dunque, anche se il confine che li separa è incerto e mobile, attività utili e indispensabili, per quanto gravose e anche rischiose possano essere state rese per chi le svolge, e lavori giustificati solo dalla necessità di mandare avanti comunque la fabbrica dei consumi superflui, la devastazione del pianeta e la produzione di profitti.

Si è aperto così, nel foro interiore di molti, anche se ben poco sugli organi di stampa e sui media che ne avrebbero dovuto promuovere e diffondere i risultati, un interrogativo sul senso del lavoro proprio e altrui.

A questo interrogativo ho cercato di dare una risposta con un pamphlet, in cui il lavoro viene contrapposto alla cura (Dal lavoro alla cura – Risanare la Terra per guarire insieme, pagg. 110, Interno4, € 9, che sarà in libreria a partire dal 25 marzo).

Questa contrapposizione mi è stata suggerita dalla crescente importanza che il concetto di cura sta assumendo nei tanti ambiti in cui si cerca di inquadrare, entro un orizzonte comune, ancorché ampiamente differenziato, la prospettiva di un rovesciamento radicale di quell’approccio al mondo e a gran parte delle sue manifestazioni che ci è stato imposto dalla globalizzazione e dalla cultura mainstream, cioè dal “pensiero unico” dominante. Sulla cura della casa comune (un termine che include sia persone che cosa, sia giustizia sociale che rispetto per l’ambiente e tutto il vivente) è d’altronde anche il sottotitolo dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, un documento straordinario di carattere politico, sociale, ambientale culturale e, ovviamente, anche religioso, a cui quel libro fa spesso riferimento.

Il concetto di cura, intesa come finalità e senso dell’agire umano in campo economico, ma anche, e soprattutto, in quelli sociale, culturale e ambientale, è stato giustamente contrapposto a quello di profitto (“società della cura” contro “società del profitto”) e anche a diversi concetti a esso correlati come competizione, economia di mercato, crescita, sviluppo economico e simili. Quello che non si è avuto finora la volontà, o non si è sentita la necessità, di mettere in discussione, di svelare nella sua sostanziale ambiguità, è quel vero e proprio macigno che sta alla base e che costituisce la giustificazione ultima di tutte le scelte, i comportamenti, gli atteggiamenti e le remore che si frappongono e si sono finora frapposti al dispiegamento di un rapporto tra gli esseri umani e il loro mondo sociale e ambientale che sia effettivamente fondato sulla cura.

Quel macigno è il lavoro fine a se stesso, l’occupazione, la creazione e la moltiplicazione dei posti di lavoro, la sacralizzazione del lavoro dietro a cui si nasconde da tempo gran parte delle malefatte del dominio economico. La pretesa di attribuire comunque un valore e una “dignità” al lavoro, indipendentemente dalle condizioni nelle quali si svolge e dai risultati che produce, è proprio ciò che allontana da un’autentica pratica della cura.

Nella cura, e non solo nei molti dei cosiddetti “lavori di cura”, c’è sempre, esplicita o latente, una componente affettiva verso l’altro da sè – persone o “mondo” – che al lavoro in quanto tale per lo più manca; e che quando c’è è per lo più autoreferenziale e si presenta sotto forma di “orgoglio” del mestiere o della professione; oppure è promosso o imposto dall’esterno; ma il più delle volte nei confronti del proprio lavoro si riscontra solo insofferenza, fastidio, rigetto: si lavora per campare, perché – ma la cosa riguarda solo una parte della compagine sociale – “chi non lavora non mangia”.

Nel corso di secoli e millenni il lavoro e la fatica che esso comporta sono sempre stati legati a una condizione servile o a una imposizione, a cui si contrapponeva il privilegio di chi ne era esentato o, dove e quando i costumi o le istituzioni sociali lo permettevano, la “festa” come sospensione della fatica e della costrizione quotidiane; una contrapposizione che oggi si ripresenta nella distinzione, dai confini sempre più flebili e incerti, tra lavoro e “tempo libero”.

Ciò che caratterizza l’attuale sistema economico globalizzato – e che ha segnato nel corso del tempo gran parte dell’evoluzione del capitalismo e della società industriale – e tutto ciò che fa da base alla legittimazione delle sue pretese, delle sue imposizioni e persino dei suoi crimini, ci riporta sempre, direttamente o in ultima analisi, al tema dell’occupazione; alla necessità di creare o di “salvare”, più che dei redditi, dei posti di lavoro; al punto che spesso, per “salvare” un’impresa e i suoi posti di lavoro, non si esita a “sacrificarne” una parte. Quello che si vuole salvare è in realtà il lavoro come risorsa; il lavoro come “motore dello sviluppo”.

Così l’obiettivo della piena occupazione spesso viene proposto solo per nascondere la rinuncia a ripartire tra una più ampia platea di donne e di uomini, con una drastica riduzione del tempo, dei carichi e dei ritmi del lavoro, le attività che veramente servono alla cura della casa comune; rinunciando con ciò stesso a perseguire la soppressione di tutti quei lavori – e sono molti – che fanno solo danno a sé, agli altri, al vivente, alla Terra.

Perché, lungi dal sussumere sotto di sé la totalità delle attività umane dotate di senso, il lavoro di fatto le esclude e, con i più recenti sviluppi  della crisi climatica e ambientale – e ora anche di quella sanitaria – più si sente il bisogno di trovare una strada che ci porti fuori e lontano dal pericolo, più le attività di cura tradizionalmente escluse dalla concezione “ortodossa” del lavoro, le attività connesse non solo alla riproduzione della vita biologica ma soprattutto quelle che stanno alla base della costruzione e ricostruzione della vita sociale e della convivenza, irrompono al centro del nostro interesse spingendo ai margini della vita “vera” il cosiddetto “lavoro produttivo”, quello riconosciuto e remunerato come tale, ovunque non concorra alla cura di se stessi, degli altri e del mondo; cioè per lo più. Ma quell’interesse, che per molti è per ora solo un’aspirazione, ma che per altri costituisce già un impegno concreto, altro non è che il programma di una radicale riconversione ecologica degli assetti sociali e produttivi.

Non si esce dall’era fossile con il metano

L’Italia ha assunto l’impegno di fuoriuscire dal carbone entro il 2025. Ma tutto lascia presumere che il phase-out verrà perseguito spacciando per decarbonizzazione la sostituzione dei fossili più inquinanti con il metano. Il gas è tutt’ora in cima ai piani strategici di ENI, che punta a sostenere il suo business con il sequestro del carbonio (CCS): una tecnologia insicura, contraria al principio di precauzione, costosa sia in termini economici che di consumi, e sostanzialmente mai testata su scala industriale. Ma trova la complicità di ENEL Italia – mentre ENEL Group all’estero investe solo in rinnovabili! – perché il rischio dell’investimento in un grande impianto è coperto da sussidi pubblici e dagli oneri in bolletta garantiti dal capacity market. Senza contare il pressing lobbista svolto a Bruxelles per evitare una tassazione delle emissioni che metta fuori mercato il metano rispetto alle rinnovabili. Pertanto, Enel intende rconvertire a metano anche l’impianto di Civitavecchia Torre Valdaliga nonostante che i tempi di ammortamento e valorizzazione di impianti di questo genere superano i 30 anni e il loro funzionamento – oltretutto a costi sempre meno competitivi – ci porterebbero ben al di là del 2050, anno entro cui le emissioni devono essere azzerate.

Viceversa, un gruppo di ricercatori e tecnici di Civitavecchia ha messo a punto un progetto di massima che prevede la produzione di elettricità esclusivamente da fonti rinnovabili, stabilizzate nella loro intermittenza da stoccaggi di idrogeno verde prodotto sia con fotovoltaico, da installare su ampie aree dell’impianto da dismettere (in particolare i depositi di carbone) sia da un parco eolico di pale galleggianti, collocato a 20-30 chilometri dalla costa (senza impatto visivo diretto), collegate a riva con cavi sottomarini e integrate da idrolizzatori, per conservare con l’idrogeno, e rendere successivamente disponibile, l’eccesso di corrente elettrica prodotta. Questa tecnologia off-shore flottante non ha avuto ancora applicazione in Italia (ma sono diversi i progetti in via di definizione); però Saipem, del gruppo Eni, è già stata coinvolta nella realizzazione di diversi impianti di grandi parchi eolici nel mare del Nord. Va aggiunto che il PRR prevede finanziamenti sostanziali per i progetti di sviluppo di rinnovabili, con una corsia preferenziale a sostegno dell’idrogeno “verde” prodotto con rinnovabili. Sole e vento, peraltro, a Civitavecchia presentano un bilancio tra i più favorevoli in Europa.

Questo progetto ha suscitato una discussione che ha coinvolto tutte le associazioni locali, i sindacati, gli studenti, il sindaco (eletto con una lista civica orientata a destra), parlamentari e le principali associazioni ambientaliste nazionali, la CNA e persino la diocesi, citando la Laudato Sì. Tutti hanno manifestato un forte interesse per il progetto e sono in programma diversi incontri (per lo più on-line) per farlo conoscere e per approfondirne gli aspetti tecnici, economici e occupazionali, mentre ENEL ed ENI hanno aperto una vera e propria campagna di dissuasione delle forze in campo.

Ma è un fatto straordinario l’entrata in campo della Camera del Lavoro territoriale. Su proclamazione della Fiom locale e dei sindacati presenti in centrale i lavoratori hanno già scioperato a più riprese su tutti i turni, impressionando una città spesso passiva (l’opposto di quanto avviene a Ravenna, dove il progetto Eni di un impianto CCS sta trovando sostegno anche nei sindacati). Il 19 marzo, in concomitanza con le manifestazioni di Fridays for Future, si sono dati appuntamento tutti i soggetti attivi di Civitavecchia. Fiom UILM e USB hanno già indetto due scioperi di 2 ore per turno a sostegno del progetto. La sezione locale del PD porterà un O.d.G. all’assemblea nazionale, mentre procede una raccolta di firme e il coinvolgimento di amministratori e cittadini dell’hinterland.

Che cosa possiamo ricavare da questa esperienza sommariamente riassunta?

  1. E’ la prima volta che un settore consistente e significativo della classe operaia si mobilita in modo così esplicito a favore di un progetto di transizione energetica (ma sostanzialmente di conversione ecologica) invece di arroccarsi (come il più delle volte è accaduto) nella difesa di soluzioni di mera conservazione, inquinanti e incompatibili con una vera transizione.
  2. La prospettiva aperta da questo progetto nasce sia dalla indilazionabilità della crisi climatica, sia dalla sua credibilità tecnica e occupazionale (il progetto fornirebbe un moltiplicatore di occupazione qualificata e anche il calcolo economico sembra favorevole, grazie ai fondi NextGenerationEU e alla  reindustrializzazione ad alta specializzazione incentivata in loco), sia, soprattutto, sulla mobilitazione delle forze sociali cittadine che sembra riproporre quel progetto, poi abbandonato, che alcuni anni veniva chiamato “coalizione sociale”.
  3. Che questa aggregazione di forze, adeguatamente sostenuta e rinvigorita da adeguati processi di diffusione e formazione, può innescare una sua replicazione a livello nazionale e – perché no? – internazionale in altre situazioni ove il problema della riconversione produttiva si pone con assoluta urgenza, qualificandosi di fronte alla direzione aziendale come la vera controparte sia della riconversione che della futura gestione dell’impresa, in una progressiva erosione dei poteri del management tesa a qualificare l’attività in discussione (tanto più trattandosi di energia) come “bene comune”.
  4. Si tratta comunque di un processo conflittuale che non può restare confinato, pena la sua sconfitta, in un ambito prettamente aziendale, e il cui esito, sempre provvisorio nell’orizzonte temporale a cui possiamo guardare, è ogni volta ridefinito dalle forze che si riesce a mettere in campo in un processo partecipativo.

Alla prova dell’emergenza climatica e ambientale

Che cosa pensa Mario Draghi della emergenza climatica e ambientale? Essendo una persona informata è verosimile che sappia che gli allarmi lanciati da Greta Thunberg ai potenti della Terra (lui compreso) non sono un delirio adolescenziale, ma sono supportati dal parere e dalle ricerche di praticamente tutti i climatologi del mondo. Ciononostante, Draghi continua a comportarsi come se quegli allarmi non fossero veri: è un processo che Freud chiama rimozione: chiudere gli occhi di fronte alla realtà perché non si ha la capacità o la forza di affrontarne l’orrore.
Condividendo con Draghi nazionalità, cittadinanza e lingua, avendo avuto la possibilità di seguirne da presso la carriera e ora, essendo stati anche messi al corrente di molti particolari irrilevanti della sua vita privata, possiamo cercare di capire, attraverso di lui, i meccanismi che spingono tutti i grandi della Terra (e i loro infiniti valvassori) a comportarsi come se l’apocalisse climatica e ambientale non incombesse tanto sulla loro testa quanto su quella di tutti noi.
Se ne prendessero atto crollerebbe tutto il loro universo sia dottrinale (la convinzione che lo scopo dell’umanità su questa Terra sia la crescita del PIL) che quello strutturale: le politiche che hanno perseguito con inflessibile pervicacia (nel caso di Draghi, la ferma volontà di scalzare un’economia “ingessata” dalle pretese dei lavoratori, dalle interferenze dello Stato e dal finanziamento affidato al sistema bancario a favore di un sistema finanziario affidato alla speculazione: il solo, secondo lui, capace di fornire in misura adeguata risorse e linfa vitale alle imprese, ai PIL, alla crescita e magari anche al “benessere”, ancorché inegualmente distribuito, di tutti).
Ma ovviamente crollerebbe anche tutto ciò che ha alimentato e alimenta la sua carriera e la sua irresistibile ascesa, ma anche quelle dei suoi comprimari, compresi i tanti che oggi si rifugiano come pulcini impauriti sotto le sue ali di chioccia (tranne poi cedere quanto prima alla irresistibile tentazione di tornare a farsi galletti). Ma sta arrivando il tempo in cui il moltiplicarsi dei disastri ambientali costringerà tutti a capire che i progetti di Green Deal e di transizione su cui si azzuffano i politici di tutto il mondo non sono che inutili aspirine di fronte a una polmonite che richiede come minimo il ricorso alla respirazione forzata.
Per questo a molti di noi è parso che la voce di papa Bergoglio, a partire dai suoi atti e soprattutto dall’enciclica Laudato sì, sia l’unica o, comunque, la più chiara, tra le tante stonate dei “Grandi della Terra”, ad accettare di guardare in faccia senza rimozioni la realtà: nella consapevolezza che la storia della nostra specie, potrebbe essere arrivata alle soglie della sua fine: e non per l’arrivo di Gog e Magog, ma per via dell’incuria e del cinismo con cui trattiamo la Terra, le sue creature, i nostri simili; e per l’uso irresponsabile dei combustibili fossile, i cui effetti Francesco non si perita di illustrare dettagliatamente, consapevole del fatto che nessun politico ha mai ritenuto suo compito farlo.
Il messaggio della «Laudato si’» è perentorio: le violenze, le ingiustizie e le diseguaglianze che affliggono il mondo di oggi sono incontestabilmente legate ai maltrattamenti che tutti noi infliggiamo al nostro pianeta e al resto del vivente: le vittime delle une e degli altri sono le stesse: i poveri della Terra; e a loro è affidato il compito di promuoverne il riscatto.
Che cosa cambia rispetto alla narrazione di altri governanti ben più potenti di lui? Apparentemente ben poco: il Vaticano, di cui Bergoglio è il sovrano, resta per ora quel covo di malaffare che è da centinaia di anni. Ma in realtà, tutto: Francesco, con l’enciclica Laudato sì, rovescia quell’approccio antropocentrico al mondo che la civiltà occidentale ha ereditato da una tradizione cristiana che fa dell’uomo il padrone del creato e che oggi domina in tutto il mondo, eccezion fatte per le enclaves indigene non ancora espropriate della loro cultura e per i tanti nuclei di resistenza nei confronti del “pensiero unico” dominante. L’uomo non è più il padrone del mondo; deve diventarne il custode.
Questo è il nucleo portante del progetto della conversione ecologica che Bergoglio ha ripreso dal pensiero di Alex Langer, e senza il quale non è possibile distinguere un qualsiasi progetto di green economy, soggetto agli alti e bassi delle convenienze del mercato e della politica, dal programma di un cambiamento radicale sia delle nostre vite – dei nostri consumi e delle nostre relazioni – sia degli assetti economici: in cui che cosa, per chi, con che cosa e dove produrre sia determinato dal coinvolgimento di comunità e territori tra loro strettamente integrati.
È un progetto fondato sull’ecologia integrale che richiede una sua traduzione politica. E questa in parte è venuta con l’enciclica Fratelli tutti, che a un mondo fondato sulla competizione di tutti con tutti – nazioni, Stati, imprese, ma anche lavoratori messi in concorrenza tra loro – contrappone un approccio fondato sulla solidarietà: che non è solo un sentimento, né un atteggiamento, né un comportamento, ma è un vero e proprio modello di società, come lo è quello odierno fondato sulla competizione. Fin qui Bergoglio.
Di qui in poi spetta a noi scoprire o inventare come applicare la solidarietà a ogni aspetto, personale, sociale, politico o culturale, delle nostre esistenze.

Sulla conversione ecologica

È sbagliato oltreché impossibile separare ambiente e società; sono due cose inestricabilmente connesse. Per questo, le misure di tutela dell’ambiente sono al tempo stesso misure di tutela della convivenza, in particolare della parte della popolazione maggiormente colpita dalla crisi ambientale: si chiama conversione ecologica.

Il tempo a nostra disposizione prima che la crisi climatica raggiunga il suo tipping point (l’irreversibilità) sta scadendo. Non sappiamo che cosa verrà dopo, ma sappiamo che la vita sarà peggiore e più difficile per quasi tutti. Per questo occorre focalizzare l’attenzione non solo sulla mitigazione (fermare o ritardare i fattori della crisi ambientale), ma anche e soprattutto sull’adattamento (rendere meno difficile e più accettabile la vita in condizioni estreme). Per questo è necessario che la conversione ecologica riposi interamente nelle mani dei suoi destinatari, sia promossa attraverso pratiche diffuse, non si fondi solo su grandi investimenti irreversibili, ma sia flessibile, in modo da potersi continuamente adattare al variare delle condizioni e soprattutto che si fondi sulla partecipazione.

In tutti gli ambiti interessati alla conversione ecologica, accanto agli obiettivi di carattere generale che possono concorrere alla formazione di una “piattaforma” rivendicative di misure da esigere dai governi, è necessario dare la massima importanza alla diffusione di una cultura pratica e operativa che permetta a tutti i cittadini, singolarmente o, possibilmente, associati, ma anche alle piccole e medie imprese e ai responsabili di enti di ogni tipo, di accedere alle conoscenze tecniche e scientifiche, alle tecnologie, agli incentivi e alle facilitazioni finanziarie disponibili.

Per fare un esempio tratto dal campo energetico, l’accesso a queste opportunità è per ora limitato solo a chi viene a conoscenza della loro esistenza, ne sa valutare la convenienza, ha le risorse per sostenerne il costo iniziale o per trasferirlo alle banche, riesce a svicolare tra le molte pratiche burocratiche. Per lo più il sostegno a una o tutte queste funzioni è fornito dalla ditta fornitrice o installatrice, ciascuna esclusivamente per le opere di sua competenza: pannelli solari, pompe di calore, impianti minieolici, utilizzo di biomassa, cambio degli infissi, cappotto termico, ottimizzazione delle apparecchiature e degli impianti esistenti. In questo modo gli interventi in campo energetico assumono un andamento assolutamente casuale, mentre andrebbero invece considerati insieme, perché sono interdipendenti.

Per questo occorre che vengano messi a disposizione dei Comuni, o delle unioni (di fatto o di diritto) di piccoli Comuni, i fondi necessari a finanziare una grande campagna di check-up energetici su tutto il territorio nazionale, reclutando, formando e impegnando teams misti per competenze (elettriche, elettroniche, idrauliche, edili, economiche e sociali: queste indispensabili per entrare in contatto nel migliore dei modi con l’utenza, qualsiasi essa sia). Queste squadre dovranno essere autorizzate a visitare sistematicamente tutti gli edifici e gli impianti produttivi al di sotto di una data soglia dimensionale e tenute a redigere – con il concorso di uno o più responsabili dell’impresa, dell’ente, del condominio o dello stabile, se esistenti e disposti a collaborare (se no, anche senza), e  per ciascun punto visitato – un progetto dettagliato di ottimizzazione dei consumi e di conversione degli impianti, anche aggregando utenze vicine o connesse e proponendo le relative modalità di gestione. Il progetto dovrebbe essere corredato da un preventivo di massima dei costi, delle possibili fonti di finanziamento, degli incentivi utilizzabili, dei tempi di rientro dell’investimento (molti interventi, se aggregano un numero sufficiente di utenze, sono finanziabili in modalità Esco, cioè scambiando l’anticipo della spesa da sostenere con una parte dei risparmi che verranno realizzati nel corso degli anni) e dalla indicazione delle ditte in grado di effettuare gli interventi proposti. Ditte che dovranno aver prima sottoscritto una convenzione con il Comune per garantire economicità del prezzo e qualità del lavoro: un grande serbatoio potenziale di nuova occupazione.

Il tempo di costituzione, formazione e collaudo di questi team non dovrebbe superare i sei mesi, la maggioranza dei check-up dovrebbe essere portata a termine in non più dei successivi due anni e il personale impiegato dovrebbe venir previsto in ragione di almeno un addetto ogni 500 abitanti, per un totale di circa 120.000 assunzioni (più, ovviamente, il personale addetto alla formazione e al coordinamento dei teams, che può essere in gran parte attinto da università e centri di ricerca). Una vera e propria leva di giovani laureati e diplomati che avrebbe ampia possibilità in seguito di essere impiegata in attività di direzione dei lavori, aggiornamento e installazione di nuovi impianti, senza timore di essere dimessi a progetto concluso.

Analogamente, lungo la filiera del cibo, per promuovere una cultura materiale che solleciti una radicale conversione dei consumi alimentari, andrebbero finanziati, promossi e messi in campo nella stessa logica team multidisciplinari per assistere da un lato i centri di consumo collettivo – mense pubbliche e aziendali, ristoranti, negozi alimentari, gruppi di acquisto solidale e associazioni civiche – per mettere a loro disposizione, se richieste, competenze di ordine contabile, informatico, nutrizionale, agronomico ed eventualmente strutture di magazzinaggio. Dall’altro, per promuovere la conversione dell’agricoltura e delle attività di trasformazione del cibo a un assetto sostenibile, va offerto un analogo sostegno tecnico a tutte le imprese interessate o necessitate a riconvertirsi in direzione di una alimentazione più sana (soprattutto se impegnate nell’allevamento intensivo e nell’industria della carne, o in coltivazioni e trattamenti che dipendono dall’impiego di supporti e additivi sintetici). Poiché in questo campo è fondamentale la promozione della multifunzionalità delle imprese (produzione di cibo, di legname, di biogas e altre risorse energetiche, di tutela della biodiversità e degli assetti idrogeologici, di offerta turistica e di educazione alla natura), la composizione dei teams di accompagnamento sarà necessariamente più complessa e il periodo del suo impiego più lungo. E così via per tutti gli altri settori portanti della conversione ecologica: mobilità, economia circolare, riassetto dei territori, temi, che richiedono una trattazione a parte.

Francesco alla resa dei conti

Non sono le lotte di potere all’interno del Vaticano a mettere in forse l’autorità di Papa Francesco, ma il suo tentativo di prospettare una svolta radicale per mettere l’umanità al riparo dalla crisi climatica e ambientale che incombe sulle nostre vite. L’enciclica Laudato sì aveva aperto un orizzonte di comprensione e di senso fondato sull’interconnessione e la continuità tra l’essere umano e i cicli geologici e biologici che reggono la vita sul nostro pianeta: siamo fatti tutti della stessa materia. Ma il degrado dell’ambiente colpisce soprattutto i poveri della Terra, i più esposti alle sue conseguenze. Giustizia sociale – riequilibrio tra chi ha troppo e chi troppo poco – e giustizia ambientale – salvaguardia degli ecosistemi – sono inscindibili e i più interessati alla salvaguardia della “casa comune” sono i poveri, gli sfruttati, gli oppressi. Dentro questo orizzonte, in cui la crisi ambientale e climatica resta lo sfondo senza il quale non è possibile cogliere le ragioni e l’urgenza di un radicale sovvertimento del nostro modo di stare al mondo, la nuova enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti, mette a fuoco la necessità di sovvertire i rapporti social vigenti.

La risposta alla crisi sono la fratellanza e la solidarietà: che non sono solo sentimenti, o atteggiamenti, o comportamenti, ma un vero e proprio sistema sociale fondato sulla condivisione dei beni della Terra, che si contrappone frontalmente al sistema sociale vigente – Francesco nomina e condanna esplicitamente il “neoliberismo” – fondato su quel principio di competizione universale che chiamiamo “pensiero unico”. “I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune – scrive Francesco – vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni… in uno scontro di interessi che ci pone tutti contro tutti, dove vincere viene ad essere sinonimo di distruggere”. Tanto che “il rischio di vivere proteggendoci gli uni dagli altri, vedendo gli altri come concorrenti o nemici pericolosi, si trasferisce al rapporto con i popoli”.

Di contro, “Solidarietà è una parola che… esprime molto più che alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei

diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari». Queste affermazioni sono tratte dal discorso ai partecipanti al primo incontro mondiale dei movimenti popolari (Roma, 28 ottobre 2014). Fratelli tutti è in gran parte un compendio di citazioni di precedenti interventi di Francesco (o di altri pontefici e autorità della chiesa, per legittimarne le affermazioni): ciò che rende spesso il testo ridondante, lontano dalla chiarezza cristallina della Laudato sì. La contrapposizione tra i due opposti modelli sociali mette in discussione la funzione sociale della proprietà: “Nei primi secoli della fede cristiana – ricorda Francesco – diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati. Ciò conduceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro». Come pure queste parole di San Gregorio Magno: «Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene»”.

E’ indubbio che in queste citazioni risuoni l’adagio di Proudhon: “La proprietà è un furto”. Ma, mentre i “giornaloni” hanno cercato di coprire con una cortina di silenzio la radicalità di queste affermazioni, la hanno invece colta perfettamente molti commentatori reazionari e malevoli come, per esempio, su La Verità, Marcello Veneziani: che accusa l’enciclica di “comunismo” (che novità! Ma è un reato?) e Ettore Gotti Tedeschi (già banchiere del Vaticano) che assegna addirittura al “vero” San Francesco il ruolo di inventore della meritocrazia. Ma papa Francesco sa benissimo a che cosa sarebbe andato incontro; e per ribadire che “Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale»” chiama in causa anche papa Woitila. Sicché “il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati… «chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti»”. In altre parole, la Terra è un “bene comune” a cui tutti debbono poter

accedere; in particolare, ciò che indigna più di ogni altra cosa Marcello Veneziani, i profughi e i migranti: “Possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo”.

Francesco, a differenza di tutti gli altri potenti al comando della Terra, ha capito e cerca di spiegare che non si può affrontare la crisi in corso senza un rovesciamento radicale dei principi che reggono il sistema. Altro che sviluppo sostenibile!

Quanto costa l’apocalisse?

Ho frequentato l’analisi costi benefici (ACB) in misura sufficiente a vedere come si fanno “venir fuori” i risultati desiderati: specie quando, caso molto frequente, a pagarla è il promotore del progetto; ma anche quando l’“ente terzo” che la effettua si dimostra sensibile alle pressioni politiche (cioè, in tutti gli altri casi). Il risultato dipende dalle “assunzioni” (cioè dai fattori che vengono presi in considerazione e dal metodo per dar loro un prezzo fittizio), ma, soprattutto, dagli elementi su cui si “soprassiede”. Non che l’ACB sia inutile: spesso serve a “fare ordine” in progetti scritti con i piedi e a volte anche a modificarne qualche aspetto secondario; ma a liquidarli senza remissione, mai. Questo vale anche per l’ACB del TAV Torino-Lione condotta dallo staff di Marco Ponti: il risultato è sì negativo, ma le assunzioni sul volume di traffico che il Tav potrà attrarre sono decisamente sovradimensionate. D’altronde, con progetti che hanno tempi di realizzazione così lunghi si dovrebbe prendere in considerazione gli sviluppi futuri della crisi ambientale e climatica; e lì non ve n’è traccia.

Se ne parla invece nelle considerazioni con cui Marco Ponti e Francesco Ramelli polemizzano con un testo in cui Stefano Caserini definisce illusoria l’idea di un’”auto non inquinante” (Micromega n. 4-2020 e blog 28.7.2020). Non entro nel merito della contesa. Sono un nemico giurato dell’auto privata tanto quanto Marco Ponti è un sostenitore senza se e senza ma del trasporto su gomma. Noto soltanto che per stabilire quanto sia inquinante un’auto Ponti e Ramelli si limitano a prenderne in considerazione le emissioni allo scarico, mentre è accertato che fino all’85 per cento del particolato prodotto dal traffico è dovuto all’attrito degli pneumatici e dei freni (fonte, tra le altre, la società inglese Emissions Analytics). Quindi, anche se tutte le auto fossero elettriche poco cambierebbe. Poi, in perfetto stile ACB, Ponti e Ramelli traducono l’inquinamento in denaro per concludere che tra un’auto Euro0 e una Euro6 il costo dell’inquinamento (da scarichi) scende da 3,04 a 0,14 centesimi di euro al km, (- 88%). Come parlare ancora di inquinamento?

Ponti insiste quindi su un refrain che gli è caro: il trasporto pubblico è sovvenzionato in perdita; il trasporto privato invece “sovvenziona” lo Stato con le accise sui combustibili, senza le quali nessun bilancio pubblico sopravviverebbe: viva l’auto! In realtà l’auto è l’industria più sovvenzionata del mondo (rottamazioni, finanziamenti alla ricerca, contributi a fondo perduto agli investimenti). Ma anche qui tutto dipende dalle assunzioni: ci sono costi di cui bisogna decidere da che parte stanno: quella del trasporto pubblico o quella dell’auto privata? Per esempio, una metropolitana sotterranea (centinaia di milioni di € a chilometro) non è forse un pedaggio che il trasporto pubblico paga per lasciare le strade libere al trasporto privato? E il parcheggio a bordo strada (su entrambi i lati) è o non è un regalo di spazio pubblico agli automobilisti, pagato dai contribuenti? E il restringimento della carreggiata e il rallentamento del traffico che esso comporta non sono forse costi, in termini di consumi, usura e utilizzo dei mezzi pubblici, di perdita di tempo – quanto vale quello dei passeggeri? – imputabili al traffico privato? Che poi completa l’opera con l’intasamento della carreggiata residua: nei giorni di blocco del traffico i mezzi pubblici viaggiano a una velocità commerciale tripla; con la stessa quantità di mezzi, autisti e combustibile (meno stop and go) strade urbane sgombre moltiplicherebbero per tre la capacità del TPL (Trasporto pubblico urbano) attuale. Ma sono la costruzione di strade e autostrade (grandi attrattori di traffico incrementale, cioè promozione dell’auto), le loro dimensioni a misura di automobile e lo sprawl (dispersione urbana) che ne consegue a comportare dei costi astronomici mai considerati. Tutto dipende infatti dalle assunzioni…

Poi, alla fine del loro articolo, giunti al nodo dei cambiamenti climatici, Ponti e Ramelli cedono la parola al premio Nobel William Nordhaus, che “stima i costi del cambiamento climatico per un aumento della temperatura di 3°C pari al 2,1% del PIL mondiale”. In questo confortato dall’IPCC (il gruppo di scienziati che si occupano per conto dell’ONU di studiare i cambiamenti climatici) che, in uno scenario BAU (businness as usual), prevedono un aumento della temperatura globale di 3,66°C al 2100 (più del doppio della linea invalicabile indicata altrove dall’IPCC stesso) e una perdita di PIL del 2,6%: niente.

Si tratta di uno scenario che include inabitabilità di una parte consistente del pianeta per eccessivo caldo o per innalzamento del livello dei mari di un metro, ma forse 3; scioglimento irreversibile di ghiacciai, Groenlandia, calotte polari e permafrost siberiano; moltiplicazione di eventi meteo estremi; proliferazione di pandemie e centinaia di milioni di abitanti della Terra costretti a migrare. Da accogliere in Europa e negli altri paesi temperati con i mezzi utilizzati con i profughi che già oggi tentano la traversata dei confini in Messico, Libia, Turchia o Myanmar. Ma il PIL, tutto sommato, perderebbe poco. Anche se quest’anno, con solo “un po’” di covid, è già diminuito di tre volte tanto. Ecco dove ci porta l’ACB, la traduzione delle assunzioni in prezzi fittizi, moneta sonante.

Finalmente bocciato il TAV e il partito del PIL

Il 16 giugno la Corte dei conti dell’Unione Europea ha bocciato il progetto del Tav Torino-Lione: sballato (cioè falso) il preventivo dei costi, quasi raddoppiati rispetto al progetto iniziale; sballati i tempi di realizzazione (doveva essere completato nel 2015; ora nel 2029; ma non era nemmeno iniziato alla prima data né potrà essere completato alla seconda); sballate le previsioni di merci e passeggeri (cosa che fa del progetto un pozzo senza fondo); sballati soprattutto i benefici ambientali vantati: se le merci da trasportare fossero quelle (false) ipotizzate, si andrebbe in pari con le emissioni climalteranti solo al 2050; ma se fossero anche solo la metà i tempi di recupero raddoppiano.

Niente di nuovo: si sapeva già tutto. Lo sta mettendo in chiaro da ormai 30 anni, mano a mano che il progetto cambia e si precisa, il movimento NoTav della Valsusa, sostenuto da incontestabili pareri tecnici di gran parte dei trasportisti italiani; ma anche dalla Corte dei conti francese e perfino dalla bislacca analisi costi-benefici del prof. Marco Ponti, che pure era basata su assunzioni molto favorevoli al progetto, benché difficilmente sostenibili. Insieme al Tav Torino Lione la Cote ha bocciato sei (compreso il traforo del Brennero) degli otto progetti analizzati, tutti relativi al programma Ten-T (i cosiddetti “corridoi europei”) varato quasi trent’anni fa, contestualmente al trattato di Maastricht, e mandati avanti nonostante che sull’intero programma pesassero sempre nuovi pareri negativi.

Ma fra tutti, per la Corte, il progetto più negativo è proprio il Tav Torino-Lione. Prova evidente che la Commissione europea non si preoccupa se i soldi che distribuisce vengono sprecati. Ma non solo la Commissione. Neanche i paesi cosiddetti “frugali” (ma frugali solo a spese altrui, e da cui si è sfilata da poco la Germania), quelli che hanno mandato a fondo la Grecia e ora minacciano di farlo con l’Italia, e che pretendendo di controllare euro per euro i conti dei paesi che vogliono sottoposti alla loro sorveglianza, hanno mai trovato niente da ridire sullo spreco gigantesco rappresentato dal progetto del Tav Torino-Lione, che va avanti solo grazie ai soldi promessi dalla Commissione. Perché?

Perché in difesa e a sostegno di quel progetto sciagurato si è consolidato in Italia tutto il cosiddetto “partito del Pil”, che va dai sindacati confederali alle destre di Salvini, Meloni e Berlusconi, passando per Confindustria e “madamine SiTav”, ma che ha il suo pilastro portante nel Pd piemontese e nazionale; e che ha propri referenti anche all’estero, nelle associazioni industriali e nelle maggioranze di governo di quasi tutti i paesi dell’Unione. Viva le Grandi opere, anche se inutili e dannose; viva i Grandi eventi, anche se lasciano dietro di sé solo macerie e contribuiscono ad accelerare la catastrofe climatica e ambientale. Perché Grandi opere e Grandi eventi “fanno Pil”, anche se a spese dell’ambiente, delle comunità locali e del welfare nazionale. Non c’è altro modo di promuovere il “loro” sviluppo.

Ora l’Unione europea ha promosso un green deal, variamente intrecciato con i fondi per far fronte alla stasi produttiva del Covid-19. Che farne? Il partito del Pil ha pronta la risposta: Grandi opere! Tunnel, stazioni sotterranee, alta velocità, là dove non ci sono nemmeno i treni per trasportare pendolari e prodotti agricoli, autostrade per incrementare il traffico (anche se l’industria automobilistica langue e languirà per anni; o per sempre), porti per cargo che non navigano più da ben prima della pandemia, nuovi aeroporti anche se il traffico aereo è fermo e farlo riprendere vuol dire far precipitare la crisi climatica; e, naturalmente, Olimpiadi (invernali), anche se quelle estive di Tokyo sono andate a rotoli, trascinando con sé metà del paese. Non manca nemmeno il Ponte sullo Stretto!

Tanto il partito del Pil è sicuro di sé che, a suo nome, durante l’incontro di villa Pamphili, il nuovo presidente di Confindustria non si è nemmeno dilungato a illustrare il “loro” programma per la fase 3. Si è limitato a battere cassa: l’intendenza, cioè i “progetti”, la Grandi opere, seguiranno…

Mancavano a quell’incontro – con l’eccezione di un rappresentante (incatenato) delle centinaia di migliaia di misconosciuti e maltrattati lavoratori migranti, su cui l’azienda Italia ha costruito le sue (scarse) fortune – le forze con cui il partito del Pil, e non solo quello italiano, dovrà fare i conti non appena si riapriranno le piazze: innanzitutto il movimento NoTav dalla Valsusa e tutti i movimenti che in esso si riconoscono; poi i rappresentanti dei milioni di giovani di Fridays for future che non intendono farsi rubare il futuro da programmi così sciagurati; poi le donne di nonunadimeno, che hanno in mente ben altro: la cura della Terra; poi la voce di Francesco, che essendo un papa non ha al suo seguito divisioni corazzate, ma miglia di associazioni di laici e credenti impegnate anch’esse nella cura della casa comune. La partita è aperta.

Olimpiadi: la grande abbuffata a spese della Terra

La regola imprescindibile (“Non c’è alternativa”, diceva Margaret Thatcher e dopo di lei lo hanno ripetuto e continuano a ripeterlo quasi tutti i governanti del mondo) dell’organizzazione sociale del pianeta in cui viviamo è la “crescita”: l’aumento, anno dopo anno, del Prodotto interno lordo, detto PIL, il vero totem della nostra epoca, senza il quale quell’organizzazione sociale non sta in piedi. La crescita è grosso modo quella cosa che Karl Marx chiamava “accumulazione del capitale”: una regola a cui nessun capitalista può sottrarsi e di cui nessuna società che affidi al mercato la sua sopravvivenza può fare a meno.

Da tempo, cioè da quando la produzione di beni materiali attraverso la trasformazione di materie prime estratte o sottratte alla Terra non risulta più sufficiente a garantire al capitale quel surplus – i profitti – che consente all’accumulazione di procedere per la sua strada, ha preso piede la produzione di “beni immateriali”. Che proprio immateriali non sono, perché per essere prodotti e venduti hanno bisogno di pesanti supporti materiali, spesso rinvenuti direttamente nel patrimonio offerto dal “mondo naturale”, o da una eredità storica, che venivano per lo più considerati, fino a quando la privatizzazione di tutto non se ne è appropriata, “beni comuni”.

Tra le forme di questo accaparramento il turismo, inteso come settore o attività economica, occupa oggi nel mondo il primo posto. Per anni e anni è stato considerato e riproposto dagli ambientalisti meno avveduti come un’alternativa “light”, leggera, all’industria tradizionale e ai suoi pesanti impatti ambientali. Solo da qualche tempo abbiamo cominciato ad accorgerci che il turismo è ormai la maggiore industria del mondo: quella che fa più fatturato, che genera più occupazione, che coinvolge più “consumatori” e, soprattutto, che ha gli impatti ambientali più devastanti. Il motivo del ritardo con cui si è preso atto di questo dato è il carattere diffuso, frammentato e apparentemente decentrato del settore, nonostante che anche qui a reggerne le fila siano per lo più poche centrali finanziarie che ne “orientano” i grandi flussi. Ma è soprattutto il fatto che il turismo “muove” e alimenta la domanda per un grande numero di altri settori “vitali”, apparentemente indipendenti: l’edilizia (alberghi e seconde case), i voli aerei, l’automobile (a cui molti non rinunciano solo per poter “fare le vacanze”), la nautica da diporto, le crociere e connessa cantieristica, il settore delle costruzioni (strade, autostrade, porti e aeroporti – Grandi opere), la pubblicità, e altro ancora.

Ma da tempo anche l’ordinario sfruttamento dei siti turistici (mare, montagna, laghi, monumenti storici, città d’arte, luoghi di particolare valore paesaggistico o naturalistico) non basta più. La loro capacità di carico è stata superata, avviandone il deterioramento; per ravvivarli come attrattori è necessario attivare degli stimoli, che per lo più vengono individuati nell’organizzazione di un grande evento.

Le politiche di supporto allo sviluppo – cioè alla “crescita”, cioè all’accumulazione del capitale – sono sempre di più affidate alle ricadute, vere o presunte, di un grande evento: un’esposizione universale, o un summit politico o diplomatico che “muove decine di migliaia di persone, per ospitare le quali si apprestano attrezzature sceniche che costano miliardi. Esemplare, in Italia, il caso del G8 dell’allora capo della Protezione civile Bertolaso, localizzato prima alla Maddalena e poi all’Aquila, duplicando tanti grandi impianti “a perdere”. Il grande evento può essere anche un grande concerto, o un evento sportivo. Sintomatico, da questo punto di vista, il fatto che l’economia ormai stagnante del Giappone stesse cercando nelle Olimpiadi del 2020 l’occasione di quel rilancio che la sua industria manufatturiera non è più in grado di assicurargli e che la pandemia di covid19 ha per ora rimandato o forse stroncato.

E infatti, nel vasto settore dei “Grandi eventi”, quelli sportivi –formula 1, motociclismo, vela, o campionati degli sport più seguiti: calcio, tennis, nuoto, sci, atletica leggera – con il loro circo ambulante di atleti, allenatori, organizzatori, sponsor, giornalisti, tifosi, ma anche macchine, barche e attrezzature varie, con relativi addetti – occupano un posto privilegiato. E tra questi alle Olimpiadi spetta indubbiamente un primato perché coinvolgono tutti gli Stati del mondo e perché  si svolgono solo ogni quattro anni (ma quelle invernali le hanno moltiplicate per due, e le Paraolimpiadi, riservate ad atleti con disabilità, per quattro).

E tra queste molteplici Olimpiadi, quelle invernali, in programma in Italia per il 2026, ci permettono di osservare da vicino questa vera e propria “matriosca”, in cui ogni singolo evento si incastra entro un orizzonte più ampio, fino a raggiungere l’arcano degli arcani. A farci capire cioè che cosa intendono gli uomini che ci governano, dalle istituzioni dello Stato come dai consigli di amministrazione di imprese, grandi gruppi e banche, per “crescita”: la regola fondamentale del sistema economico che ci impongono.

Proviamo a ricordare la scomposta manifestazione di tronfia esultanza di alcuni esponenti di questo mondo, nella fattispecie, il sindaco di Milano Sala e i governatori della Lombardia e del Veneto, Fontana e Zaia, all’annuncio di aver “vinto” – perché sostanzialmente senza concorrenti, visto che tutti gli altri candidati, tranne uno, si erano prudentemente sfilati dalla gara – l’assegnazione a Milano e Cortina delle suddette Olimpiadi. Una vittoria celebrata da tutti i grandi media italiani, giornali e TV, nonché da un immenso cartello luminoso acceso al centro di Milano.

Per contestualizzare questa stupida vittoria va ricordato che pochi giorni prima, esattamente un anno fa, il Consiglio Comunale di Milano, con la benedizione del sindaco Sala, ma per iniziativa del movimento Fridays for Future, aveva approvato una pubblica dichiarazione di emergenza climatica e ambientale (DECA). Il che, tradotto in linguaggio comprensibile, significa che mancavano – mancano – solo pochi anni, circa 10, al momento in cui, senza drastici interventi di contenimento, sarebbero diventati irreversibili i devastanti cambiamenti climatici in corso. Cambiamenti che tutti avevamo già avuto modo di osservare nelle molte manifestazioni di fenomeni metereologici estremi che avevano colpito sia l’Italia che il resto del mondo, e che nei mesi seguenti si sarebbero susseguiti, fino a rinchiuderci tutti nelle nostre case per cercare di sventare la diffusione di una pandemia che è anch’essa un prodotto della crisi ambientale.

Bene, cioè male. Non c’è probabilmente manifestazione di insipienza, ma anche di irresponsabilità, maggiore di questa: lanciarsi in un’avventura dal pesante impatto ambientale, che si svolgerà tutta su neve prodotta artificialmente, dato che la crisi climatica non fornisce più neve naturale in quantità sufficiente a fare delle gare (e ne fornirà sempre meno), invece di dedicare tutte le energie e le risorse finanziarie, intellettuali e umane disponibili (e per ora sarebbero ancora tante!) a mettere in campo soluzioni per far fronte ai disastri che quella dichiarazione di emergenza climatica e ambientale non fa che annunciare.

Ma le Olimpiadi, come aveva candidamente dichiarato pochi giorni dopo il Presidente del CONI, sono solo un’occasione per costruire a più non posso – a beneficio di chi lo fa, ma soprattutto di un’organizzazione mondiale dei giochi olimpici completamente privatizzata e in mano a un manipolo di gangster – edifici e impianti “a perdere”: cioè da demolire o abbandonare subito dopo, o da “manutenere” a spese delle casse cittadine senza poterli utilizzare, come avevano ampiamente dimostrato le Olimpiadi invernali di Torino del 2006. Ma quell’entusiasmo beota avrebbe poi trovato una puntuale conferma, pochi mesi dopo, quando a scoppio della pandemia covid-19 ormai accertato, il sindaco di Milano, insieme a quello di Bergamo, due delle città più seriamente colpite dal virus e dai decessi di medici, infermieri e pazienti, hanno voluto farsi vedere da tutti i loro concittadini mentre li invitavano, aperitivo alla mano, a continuare sulla strada che avevano tracciato: “Milano non si ferma” aveva detto uno. “Bergamo is running”, Bergamo corre, gli aveva fatto eco l’altro. Verso dove? Verso il disastro.

Un disastro che sindaci e governatori si stanno adoperando in ogni modo per accelerare, così come il governo centrale – che in piena esplosione della pandemia è riuscito a stanziare un miliardo di euro per finanziare un “evento” così devastante. Che forse non si terrà mai, perché i danni prodotti dalla crisi climatica di qui al 2026 rischiano di avere il sopravvento, come già il covid-19 ha imposto il rinvio (a quando?) delle Olimpiadi in Giappone.

E non va certo a loro discolpa il fatto che tutto l’establishment mondiale si sia comportato finora – e probabilmente intenda continuare a comportarsi – in modo non dissimile. Non hanno altro per la testa e questo è il segno maggiore che se vogliamo sottrarci a una catastrofe che mette in forse la sopravvivenza della specie umana sulla Terra dobbiamo licenziare in massa questi nostri governanti. A sostituirli devono essere le nuove generazioni, quelle a cui la crisi climatica e ambientale sta letteralmente rubando il futuro e soprattutto i rappresentanti di questa loro consapevolezza, che ritroviamo nel movimento Fridays for Future e nel suo simbolo, incarnato da Greta Thumberg.

Quanto sia andato avanti il degrado della montagna che dovrebbe fare da teatro delle Olimpiadi del 2026 ce lo mostra una rapida osservazione di uno dei personaggi che hanno avuto l’occasione di assistere a quelle svoltesi nello stesso luogo settant’anni prima, già allora contro il sentire e l’opinione dei cittadini di Cortina d’Ampezzo: “Quando le Olimpiadi Invernali si svolsero a Cortina eravamo nel 1956. Nel 2026 le Olimpiadi Invernali a Cortina si svolgerebbero esattamente settant’anni dopo, con “costi ambientali” e “costi economici” che sono diventati insostenibili: più gare, più atleti, più discipline, più impianti grandi e impattanti, più traffico, più infrastrutture, più consumo di suolo e cementificazione, più spettatori, più caos, più inquinamento. E’ imbarazzante l’esultanza multipartitica dei politici che in Italia fanno parte del “consociativo” Partito Trasversale del Cemento, specie se la confrontiamo con il “no alle Olimpiadi” espresso con un referendum dalla popolazione di Calgary (Canada), dalla popolazione di Innsbruck (Austria), dalla popolazione di Sion (Svizzera ) o con le esitazioni del governo svedese e della Stiria (Austria) che hanno finito per favorire l’unica candidatura rimasta, quella di  Cortina. Nel 1956 Cortina e la Valle del Boite erano zone lussureggianti, ricoperte di boschi, attraversate da acque limpide e lente. Cortina e i paesi della Val Boite erano popolati e accerchiati da tanto verde e da tanto paesaggio. Quando si svolsero i giochi olimpici c’era la ferrovia delle Dolomiti che da Calalzo conduceva a Cortina, con una mobilità lenta che univa i paesi e offriva al viaggiatore panorami mozzafiato. Oggi tutto il comprensorio, dopo settant’anni di un processo “antropico” e “urbanistico” avvenuto all’insegna della “cementificazione selvaggia” e della “rendita immobiliare”, è perennemente a rischio “ambientale” e “demografico”.

“Rischio ambientale”, di natura idrogeologica, perché le colate di fango e detriti ad ogni acquazzone si ripetono nei centri abitati della valle. “Rischio demografico” perché il modello consumistico della vacanza come “status symbol” ha privilegiato Cortina, provocando un lento abbandono dei paesi considerati minori, ritenuti dal turismo d’élite ostacoli da superare rapidamente per raggiungere la meta paradisiaca e mondana della Perla delle Dolomiti.

Una svolta radicale: istruzioni per l’uso

E’ disponibile in anteprima nel formato e-book e sarà in libreria dal 28 maggio il libro Niente di questo mondo ci risulta indifferente a cura di Daniela Padoan (304 pagine, Interno4 Edizioni). Il libro è il risultato del lavoro svolto nel corso di più di un anno dall’associazione milanese Laudato sì. Questo libro esce a cinque anni esatti dalla divulgazione di quell’importantissimo documento. Il titolo è tratto da una frase dell’enciclica di papa Francesco a cui l’associazione si ispira.

In quell’enciclica, come nel lavoro dell’associazione, il tema dei rifiuti o, meglio, degli scarti, occupa un posto centrale. Da un lato gli scarti materiali, che sono il risultato di un approccio alla produzione che si estrinseca in una economia lineare: prelievo di risorse vergini, sia rinnovabili che non rinnovabili, dall’ambiente; loro trasformazione in beni di consumo o mezzi di produzione; generazione di scarti sia nel corso della produzione che a conclusione del ciclo di consumo, per “riconsegnarli” all’ambiente in forme e con modalità che non ne consentono né l’inserimento in un nuovo ciclo produttivo (riciclo) né l’inclusione in un nuovo ciclo biologico senza pregiudicare l’equilibrio degli ecosistemi. Il degrado ambientale e l’inquinamento sempre meno sostenibile sono la conseguenza diretta dell’economia lineare, a cui Francesco contrappone – ma ormai, a livello di enunciazione, sono tutti d’accordo, tranne poi non prendere alcun impegno pratico per tradurla in realtà – i principi di un’economia circolare, che riduca drasticamente i prelievi di risorse vergini ed elimini gli scarti, perché, come fa la natura con i suoi cicli vitali, alimenta ogni nuovo processo produttivo con i residui di quelli precedenti.

La produzione di scarti non si limita alla dimensione materiale dei processi produttivi, ma investe anche i rapporti sociali: chi si abitua a sbarazzarsi delle cose che non gli servono più senza preoccuparsi di accompagnarle verso processi che ne consentano la rigenerazione finisce per adottare lo stesso comportamento verso gli esseri umani, sia in campo economico che nelle relazioni e persino nelle amicizie più strette. Coloro che non ci servono più, o che non sono più di alcuna utilità pratica, sia come produttori che come consumatori, per il funzionamento del sistema economico sono anch’essi scarti: “rifiuti umani”, residui sociali, ingombri di cui sbarazzarsi nel più breve tempo possibile e al più basso costo possibile, in quelle discariche dell’umanità che sono le tante forme di emarginazione a cui vengono condannate persone, comunità o intere popolazioni considerate superflue. Tra questi due processi il legame è strettissimo: a pagare maggiormente i costi del degrado dell’ambiente sono coloro che l’economia lineare ha messo ai margini dei suoi processi.

Ho deciso di recensire questo libro, nonostante abbia contribuito alla sua stesura insieme a decine di altri co-autori, perché lo ritengo uno strumento di grande utilità per il lavoro di divulgazione in cui è impegnata l’associazione di cui faccio parte: in esso si abbozzano alcune risposte (le più importanti) non solo ai grandi problemi della nostra epoca, ma anche a molti altri, di apparente minore importanza, con cui i primi si intersecano. Senza questo intreccio tra il grande e il piccolo, tra l’alto e il basso, tra il fondamentale e il minuto, non si costruisce una prassi, cioè non si ritrova il bandolo di ciò che veramente conta né si riesce a risalire da ciò che è alla nostra portata (il locale) a ciò che riguarda tutti: il globale.

Questa convinzione mi viene dalla consapevolezza – che credo di condividere con tutti i co-autori di questo testo – che la strada verso questo modo di rapportarsi al nostro tempo è già stata aperta dall’enciclica Laudato sì di papa Francesco, che ne ha focalizzato i principi portanti e che fa da sottofondo a tutti i paragrafi in cui si articola il libro. Si tratta, per riportare a una formulazione semplice un ragionamento ricco di articolazioni, di profondità e di spessore, di due assunti di fondo tra loro strettamente connessi.

Il primo asserisce che a subire maggiormente i danni del degrado dell’ambiente sono i poveri della Terra: nel duplice risvolto di classi, gruppi e individui che si trovano al fondo della piramide sociale in ogni paese e di abitanti dei paesi segnati per sempre dalla dominazione coloniale nei confronti di chi di questa ha in vario modo tratto beneficio o lo trae tuttora. I primi, relegati nei quartieri e nelle zone più inquinate e meno fornite di servizi pubblici delle città; tutti gli altri negli slum delle metropoli di paesi mai veramente usciti dalla sostanza di una condizione coloniale, in territori devastati e impoveriti dal saccheggio delle loro risorse e dagli effetti dei cambiamenti climatici ormai in corso da tempo. In termini “geopolitici” sono da un alto gli abitanti dei paesi industrializzati o emergenti e dall’altro quelli di territori e nazioni che non si possono più chiamare né “sottosviluppati”, né “in via di sviluppo”, perché è ormai appurato che la loro storia coloniale e post-coloniale li ha in realtà condannati all’esclusione crescente e permanente dai benefici che abitanti di altre nazioni possono aver tratto da ciò che ha accompagnato per alcuni secoli la “civiltà industriale” e il dominio coloniale. Di fatto, però, ogni paese del pianeta ha ormai al suo interno – per ricorrere a un’espressione ormai in disuso – il suo “Terzo Mondo”, così come in ogni paese c’è chi beneficia dei tanti processi di esclusione dei più.

Sono dunque i poveri della Terra, in questa duplice accezione, che hanno un vitale interesse a salvare l’ambiente per salvare se stessi. Non c’è per loro prospettiva di emancipazione se non facendo propri gli obiettivi di una radicale conversione ecologica – un’espressione introdotta da Alex Langer oltre 25 anni fa, ripresa con convinzione da questa enciclica – di tutto l’assetto sociale ed economico in cui è ormai immersa l’intera specie umana. Giustizia sociale e giustizia ambientale, rispetto di tutta la vita sulla Terra e salvaguardia dei diritti fondamentali di ogni essere umano non possono procedere disgiunti: sono la stessa cosa.

Questo ci introduce al secondo assunto fondamentale che attraversa  l’enciclica e che, come il primo, è un filo conduttore di tutta l’articolazione dei temi sviluppati in questo testo: la Terra, il pianeta su cui e dei cui frutti viviamo, il “creato” – per usare il termine a cui fa principalmente riferimento l’enciclica – non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo alla Terra. Alla sua salvaguardia è indissolubilmente legato il destino della nostra specie, ma anche quello di ciascun individuo, come quello di tutto il vivente – di ogni essere animale o vegetale, anche il più apparentemente insignificante, come sottolinea papa Francesco – ciascuno dei quali ha una propria dignità, che deve essere rispettata anche quando decidiamo di potercene o dovercene servire.

Viene così sanzionata la fine di una visione antropocentrica che dagli esordi delle civiltà e con poche eccezioni – molte delle quali ancora vive tra le popolazioni native meno toccate da influenze “civilizzatrici” di matrice occidentale – ci ha condotti fino all’epoca attuale. Molti le attribuiscono ormai la denominazione di antropocene, perché è la stessa struttura geologica del pianeta, oltre alla corsa all’estinzione di decine di migliaia di specie viventi, a risultare ormai fondamentalmente determinate dall’intervento umano.

Si tratta di una strada senza sbocchi, che negli ultimi decenni ha subito un’accelerazione che ci ha già sospinti sull’orlo di un baratro da cui potrebbe non esserci più ritorno e che l’enciclica, come nessun altro documento politico al mondo, denuncia con la determinazione di un anatema. Guai a non invertire rotta! Ma come?

Questo “come”, a cui questo libro non pretende certo di dare risposte definitive, ha spinto a costituire e a tenere in vita da ormai cinque anni un’associazione che prende il nome dall’enciclica e da molti più anni, chi individualmente e chi in altre aggregazioni, a dar vita a un processo di elaborazione condivisa: aprendolo ai contributi di un arco molto vario di approcci sia culturali o politici – ma non partitici – sia di “buone pratiche”, fino a sviluppare, per punti e sottopunti, un documento che ha lo scopo di aiutare i lettori a chiarirsi sulla posizione da prendere  nei confronti dei tanti problemi trattati.

Molti di noi nel corso di questo percorso hanno potuto verificare come lo sforzo di collegare con un filo rosso i vari problemi su cui venivamo chiamati a pronunciarci nel corso di dibattiti o confronti – prima svolti in presenza, poi, negli ultimi mesi, solo on line – abbia facilitato enormemente il nostro lavoro di divulgazione, la capacità di capire e farsi capire. Soprattutto se con il termine divulgazione non intendiamo la banalizzazione di una questione, ma lo sforzo per portare allo scoperto il modo in cui questioni tecniche o argomenti anche complessi si intersecano con le esperienze della vita quotidiana a cui tutti possono fare riferimento. Basta guarda all’insieme dei capitoli, ciascuno dei quali si articola in 15-20 paragrafi, per rendersi conto della complessità di questo lavoro. Dal 16 maggio e fino al 28 maggio, Niente di questo mondo ci risulta indifferente, a cura di Daniela Padoan (304 pagine, Interno4 Edizioni) è in vendita promozionale, in formato e-book, al prezzo di soli 4,45 euro. Dal 28, in formato cartaceo, costerà tre volte tanto. Chi è interessato può affrettarsi a ordinarlo e scaricarlo su Ibs, Feltrinelli, Mondadori e Amazon