Fase 2: riconsiderare il lavoro

La “fase 2”, messa all’ordine del giorno nel corso delle ultime settimane non riguarda tanto “l’uscita”, ancora lontana, dalla pandemia, quanto il “rilancio” dell’economia, che altro non è se non il ritorno a una normalità “potenziata”.  Potenziata per recuperare il tempo perduto: non quello di Proust, ma quello dal PIL. Più produzione, più sfruttamento, più precarietà – cioè mancanza di prospettive e di futuro – per tutti, più debito, più diseguaglianze tra ricchi e poveri, più emarginazione di chi è rimasto indietro, più respingimenti di chi non dobbiamo vedere tra noi (per poterli sfruttare meglio), più indifferenza verso le “vite di scarto”.

Tutto ciò mette al centro la concezione che i “padroni” della politica e dell’economia hanno del lavoro, che è la vera posta in gioco di questo rilancio, ma anche la necessità di una sua riconsiderazione radicale, per molti di noi alla luce dei principi che ci sono stati trasmessi dell’enciclica Laudato sì.

Per secoli, o millenni, il lavoro è stato considerato una condanna, associata a una condizione servile – o di vera e propria schiavitù – solo metaforicamente sublimata in alcune sue versioni bucoliche o agresti. La vita “vera” era da sempre quella che dal lavoro era esentata, o perché dedicata al culto o alla guerra, o perché incentrata sul proprio perfezionamento: una condizione che il latino esprimeva con il termine otium, il cui opposto – negotium – non conteneva alcun riferimento alla fatica o alla sofferenza di ciò che noi chiamiamo lavoro, ma solo a traffici e affari di ordine sia politico che commerciale. D’altronde nella radice del termine travail, presente in varie versioni in molti idiomi neolatini, c’è un riferimento a uno strumento di tortura caro all’Inquisizione (tri-palium: tre pali).

Ma con l’avvento del capitalismo e l’eradicazione degli addetti al lavoro dal loro contesto di vita, per trasferirli nell’ambiente artificiale della fabbrica, il lavoro è stato progressivamente associato all’aumento della produttività generato da questo nuovo ambiente: in una parola, allo “sviluppo delle forze produttive”. E a questo processo, sia Marx e le diverse versioni politiche e culturali che da lui hanno preso le mosse, sia, in un secondo tempo, la tradizione del cattolicesimo democratico, a partire dall’enciclica Rerum Novarum, e persino la cultura liberal-liberista, hanno sostanzialmente, seppure in forme diverse, affidato l’emancipazione dallo sfruttamento, o la conquista della propria dignità, o la realizzazione di una piena cittadinanza.

La Costituzione italiana, d’altronde, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica, è uno dei tanti eredi di questa visione. Si era con ciò equiparato, o confuso, il lavoro con le lotte per il miglioramento delle retribuzioni o delle condizioni lavorative o dei diritti dei lavoratori, attribuendo tout-court al primo il senso e la “dignità” che spettava alle seconde. Ma non per caso, né per sbaglio: la potenza del lavoro industrializzato, cioè lo sviluppo delle forze produttive, sono stati a lungo e vengono tuttora considerati condizione ineludibile della emancipazione dei lavoratori.

Che cosa quel lavoro produce o contribuisce a produrre passa in secondo piano rispetto al suo potenziale emancipatorio. Ma oggi, non solo alla luce della pandemia, ma a quella della crisi climatica e ambientale che la precede, che in gran parte l’ha provocata, e che è destinata a protrarsi ben al di là dell’eradicazione della malattia, un atteggiamento “agnostico” nei confronti del lavoro non è più possibile. Il “ritorno al lavoro” per chi – non tutti – l’ha dovuto interrompere, alla sua “normalità”, è il ritorno a un assetto dei processi produttivi che porta l’umanità, e non solo essa, all’estinzione. La “dignità” dell’homo faber non può più essere affidata alla sua capacità di dominare e di trasformare la natura e alla potenza con cui lo fa; diventa indispensabile collegarla alle conseguenze di quello che fa, alla misura in cui contribuisce alla cura della Terra o alla sua rovina. Non ci può più essere una “dignità del lavoro” – spesso invocata, peraltro, da chi ne è a vario titolo esentato, o spaccia per lavoro i suoi traffici – se non in quelle attività che contribuiscono alla tutela o alla rigenerazione dell’ambiente o alla lotta per la conversione ecologica delle produzioni e delle attività in cui siamo tutti, chi più e chi meno, costretti a impegnarci per campare. La dignità del lavoro può risiedere solo nella cura della Terra.

Mano a mano che il lavoro astratto e retribuito andava separandosi dal suo contesto di vita – sia nella modalità del lavoro salariato che in quella di lavoro “autonomo”, tra cui oggi va rapidamente dileguandosi ogni soluzione di continuità – si andava concretizzando anche una riorganizzazione delle attività legate alla riproduzione. Oggi queste sono genericamente ricondotte alla categoria dei lavori di cura, in larga parte non retribuite e per lo più relegate alla componente femminile dei nuclei familiari; essenziali però a che il lavoro retribuito potesse svolgersi secondo i dettami delle attività produttive di merci, cioè di valore di scambio.

Per molto tempo, per i lavori della riproduzione o di cura – il cui ruolo essenziale al funzionamento della società, ma a lungo occultato, è stato portato alla luce dai movimenti femministi – è stata rivendicata una “pari dignità” e una retribuzione adeguata a quelle che venivano riconosciute al lavoro detto produttivo. Si trattava, in altre parole, di sospingere con la lotta il lavoro di cura entro la sfera del lavoro produttivo. Oggi però appare chiaro che il movimento da promuovere è esattamente l’opposto: occorre battersi per trasformare tutto il lavoro produttivo in lavoro di cura della Terra, del vivente, della convivenza umana, della riproduzione della vita. E’ la cura che deve attrarre, accogliere e trasferire entro la propria sfera di senso e di rivalutazione della sua importanza il lavoro detto “produttivo”, realizzando, entro questa trasformazione, quel riequilibrio tra generi e ruoli che lo “sviluppo delle forze produttive” non ha mai saputo e potuto realizzare: un’inversione di campo non da poco.

E’ in questa prospettiva che la rivendicazione di un reddito incondizionato può perdere il suo carattere retributivo – “mi paghi in cambio di qualcosa”, ossia anche solo quelle preziosissime informazioni carpite alla vita di ognuno attraverso la rete – che lo vincola indissolubilmente al paradigma del lavoro salariato, per assumere i connotati di una rivendicazione che coincide con l’appartenenza a un unico genere umano.

La conversione ecologica? Si deve fare

“Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità è il problema”. Cioè, la fine – o la sospensione – dell’emergenza coronavirus (fase 2 e 3) sarà segnata da nuove manifestazioni della ben più grave crisi climatica e ambientale in corso, con un’urgenza che troppi cercano di dimenticare. Ma anche di una inevitabile crisi economica dai connotati impensati.

Certo, le strade torneranno a riempirsi di automobili e smog, perché disservizio e distanziamento riducono drasticamente le capacità del trasporto pubblico attuale; ma c’è qualcuno che può credere che il mercato automobilistico europeo, crollato dell’80 per cento – e a cui l’industria meccanica italiana forniva gran parte dei componenti – possa riprendersi nel giro di qualche mese o di un anno? O che le navi da crociera – principale specializzazione (oltre alle navi da guerra) di Fincantieri – possa ricominciare dopo aver visto quei mostri galleggianti trasformati in prigioni, e anche in tombe, di chi pensava di andare in vacanza? O che, ora che anche H&M abbandona il mercato italiano, la moda – quella di massa, del pret-à-porter, di cui le sfilate di Milano e Firenze non sono che l’appariscente punta dell’iceberg – possa riprendere al ritmo forsennato di prima? O, ancora, che ritorni presto, e alla grande, il turismo internazionale, d’arte o d’affari, quello che “porta valuta” alle casse del paese? O che possa spuntarla l’agroalimentare che – anche e soprattutto per ragioni climatiche – rischia in tutto il mondo una crisi di approvvigionamento che metterà in forse, anche nei paesi più ricchi, la capacità di sfamare i poveri?

L’amara scoperta di quanti verranno richiamati al lavoro o sono stati costretti a non abbandonarlo – a rischio della propria salute e di quella delle loro famiglie – per soddisfare ordini in sospeso sarà quello di ritrovarsi nel giro di pochi mesi in cassa integrazione o senza lavoro; senza nuovi ordini o senza le necessarie forniture; senza clienti e senza soldi. La Grande Iniezione di Liquidità che Governo e – forse – l’UE si apprestano a somministrare per tenere in vita produzioni e attività senza futuro colmerà, per un po’, il vuoto lasciato da committenti insolventi e da clienti svaniti, ma per inabissarsi subito dopo nel buco nero di una “continuità produttiva” di cui sono venute meno le basi. O forse si pensa veramente che la ripresa dei lavori nelle Grandi Opere – Tav Torino-Lione in primis, e poi autostrade, stadi, grattacieli, Olimpiadi, la sanguisuga del Mose, e via dissipando – possa “far ripartire l’Italia” come blateravano le madamine torinesi (e chi se le ricorda più?) che vedono il sacro Gral in una galleria? C’è solo da notare quanto governi di paesi membri dell’UE, tanto tirchi nel concedere a chi è in difficoltà quel sostegno finanziario che dovrebbe stare alla base del patto europeo, si rivelino invece così “di manica larga” nel confermare i finanziamenti della Commissione per opere come il Tav, destinate a farci sprofondare nel nulla.

In realtà l’unico modo per salvare una “continuità” produttiva e occupazionale nella maggior parte delle fabbriche italiane è la loro riconversione ecologica: molti impianti e molte competenze potrebbero esservi applicate in poco tempo e con poco sforzo. Ma quella riconversione non può essere fatta azienda per azienda: in ogni ambito occorre ricostruire o ricomporre intere filiere – di forniture e di sbocchi: una nuova supply chain – e in molti casi far convergere su di esse risorse di interi territori: ci vogliono consapevolezza e coinvolgimento di tutti – management, maestranze, associazionismo, università, governo locale – ma anche regia e, ovviamente, denaro.

Dove sono in gioco lavori pubblici e infrastrutture (i mille piccoli interventi e la messa in sicurezza di territori e comunità, innanzitutto in campo sanitario, in sostituzione delle poche Grandi opere inutili e dannose), occorre restituire capacità di intervento e di spesa ai Comuni, riconvertendo anch’essi con una forte partecipazione e capacità di controllo popolari. 

Dove sono in gioco consumi finali, vanno messi a disposizione della cittadinanza – di ogni azienda, quartiere, condominio, scuola, ente o istituto – gli strumenti per conoscere e valutare, in termini di fattibilità tecnica e di convenienza economica, le proprie potenzialità per partecipare alla transizione ecologica. 

Come? Costituendo, innanzitutto in campo energetico, dei team pluridisciplinari – ingegneri, architetti, economisti, sociologhi – finanziati dai Comuni, singolarmente o in consorzio, reclutandone il personale tra neolaureati e neodiplomati da formare sotto la guida di esperti del ramo, per svolgere – senza oneri sia per i chi ne fa richiesta che per chi non la fa – check-up, progettazione di massima degli interventi, valutazione della loro convenienza economica, individuazione delle fonti di finanziamento e direzione dei lavori, da affidare poi a ditte convenzionate. Interventi analoghi possono essere messi in campo per rivoluzionare il sistema dei trasporti (condivisione dei mezzi e ridisegno di linee, cadenze, orari e mezzi del trasporto pubblico) e per costruire filiere di prossimità in campo agroalimentare. Un’iniziativa che può creare migliaia di posti di lavoro qualificati per giovani e innescare una autentica svolta nei principali ambiti interessati dalla conversione ecologica. Certo, con processi random, senza aspettare “il piano” del New Green Deal del Governo, ma adoperandosi concretamente perché se ne faccia uno.

Che cosa ci insegna la nostra reclusione

Fermi per auto-reclusione coatta nelle nostre case (chi ce l’ha), rimpiangiamo di più il contatto con le altre persone – gli incontri al bar o al mercato, le visite ad amiche e amici, la frequentazione di colleghe e colleghi negli uffici o di compagne e compagni di lavoro (che si devono comunque tenere a distanza di sicurezza) nelle fabbriche dove si è comandati ad andare a lavorare, le conoscenze casuali che si possono fare ovunque, gli amori senza convivenza. E magari anche (qualche) riunione, le assemblee, le manifestazioni, oppure le cose che ci mancano: lo shopping, i vestiti nuovi, i nuovi gadget elettronici, il denaro che non si può spendere, le vacanze e i week-end, la nostra auto là ferma, le mille cose che ci possiamo sempre procurare andandole a comprare quando ci servono o anche no, i piatti di un ristorante o gli aperitivi di un bar, il lavoro che non ti lascia mai il tempo per pensare?

La riproduzione, come  la chiama Francesca Fornerio, che ci fa esseri sociali, o la produzione, quella che i padroni delle nostre vite vorrebbero farci riprendere al più presto, che ci mette a disposizione il cosiddetto “benessere”?

E poi, l’aria pulita, il cielo limpido, le stelle che tornano a brillare (viste dalla finestra o dal balcone di casa), le strade vuote e la vita che torna a invadere l’habitat abbandonato dagli umani, con le file di anatre e anatroccoli che scorrazzano ovunque, i pesci che tornano a vivere nei canali di Venezia, i delfini che giocano davanti a una spiaggia deserta e nella laguna. E soprattutto l’idea, ben documentata da tanti video,  che questo, e altro ancora, sta succedendo anche nel resto del mondo proprio a causa dell’epidemia che ci ha fatto fare un passo indietro obbligandoci alla reclusione.  Tutto questo vale  o no la perdita di una vita frenetica piena di troppi impegni, di continui spostamenti, di traffico, di smog, di rumore, di incazzature, di trame competitive, di rivalse messe in atto o anche solo pensate?

Se ci poniamo, anche solo con il pensiero, fuori dalle mura entro cui ci siamo reclusi, come forse torneremo a poter vivere tra qualche mese, ci ritroviamo davanti agli occhi due ambienti e due “stili di vita”, ma in realtà due modelli di società e di rapporto con il mondo che, nell’essenziale possono essere ridotti a queste alternative: persone o cose? Salute o denaro? Vita o lavoro al primo posto? Natura o consumi smodati? Mai come in questo periodo si può capire che il reddito deve essere sganciato dal lavoro.

Possiamo scegliere? Certo non come se quelle alternative ci venissero presentate come marche diverse di merci esposte sugli scaffali di un supermercato: sappiamo che una di quelle alternative è ormai profondamente incistata nel nostro tran-tran quotidiano. Ha dietro di sé, per alcuni, forse per molti, sicuramente non per tutti, le comodità dell’abitudine e la pigrizia o l’incapacità di pensare ad altro. Ma soprattutto ha dietro di sé un esercito di potenti della Terra e di loro inservienti – praticamente tutti – impegnati a fondo a difendere, insieme ai loro ruoli e ai loro privilegi, i meccanismi che li perpetuano, per loro e per i loro figli.

L’altra alternativa è come sospesa nel vuoto di un pensiero che non trova la strada per farsi concreto, di un razionale che non riesce a diventare reale, di una nostalgia di qualcosa che non ha ancora né un dove né un come.

Ma il coronavirus ha dato a tutti uno scossone. Ha mostrato che la vita di tutti i giorni può piombare dall’oggi al domani in un baratro. Che non c’è nulla di garantito. Che quello che ci succede ora potrebbe ripetersi nuovamente, magari cambiando forma, o durare per sempre, o anche volgere all’ancor peggio: la crisi climatica incombe da tempo su tutti e si fa ogni giorno più pressante. Per cui decidere, farsi interpreti e autori del nostro futuro potrebbe rivelarsi una necessità ineludibile.

La politica, quella vera, che è autogoverno – prima di tutto dei nostri pensieri, poi delle nostre esistenze, ma soprattutto della vita collettiva – comincia da qui: dal conflitto tra le alternative che le vicende del pianeta su cui viviamo ci pone di fronte, che si fa subito conflitto tra le nostre pulsioni e poi tra opposti interessi. Conflitto tra classi, tra basso e alto, base e vertice della piramide sociale.

E’ di questo che non si parla più da tempo, di cui abbiamo disimparato a discutere e di cui dobbiamo recuperare “le parole per dirlo”, ma anche il tono con cui comunicare il nostro sentire. Non c’è solo un “discorso” da fare, ma anche un’esperienza di riconquista di un rapporto con tutto ciò che nel mondo è vita, bellezza, salute e anche “spirito”: un’esperienza che dobbiamo imparare a fare insieme, come bambini che si affacciano alla vita. E dobbiamo farla in compagnia dei ragazzi e delle ragazze che uno dopo l’altra, ma sempre più numerosi – parlo di Fridays for Future – e ormai in tutti i paesi del mondo, si stanno rendendo conto che “non c’è alternativa”. O si cambia il sistema o si muore con esso.

Fase 2 per tornare come prima? No grazie. Conversione ecologica

Il compito, la mission, del neonominato “doctor Wolf” Vittorio Colao e del suo team quasi tutto composto da manager e consulenti della grande industria è chiaro: accelerare il ritorno alla “normalità produttiva”: quella che ci conduce, in allegra compagnia con molti altri paesi, alla catastrofe climatica e ambientale prossima ventura. In gran parte la sua sarà mera opera di copertura, perché più di metà delle fabbriche ha già ripreso o non ha mai smesso di produrre. Ma per chi? E perché?

Per fare fronte a ordini già in corso; o per non perdere le commesse future; o per impedire che ce le porti via un altro; o per dimostrare che si è in grado di rispondere a futuri nuovi ordini, rispondono gli imprenditori. Non importa se si tratta di produzioni essenziali o no; se si vuole evitare una recessione, o ridurne la gravità, tutte le fabbriche sono essenziali. Tutto deve riprendere come prima, a costo di sacrificare salute e vita degli operai, delle loro famiglie, dell’intera comunità. Prima gli italiani? No, prima la produzione, il mercato, il profitto.

Ma proprio le imprese e i settori oggi in prima fila nell’imporre che si lavori costi quel che costi saranno anche, tra non molto, le prime a fare ricorso alla cassa integrazione e a mandare a casa gli operai che oggi costringono a lavorare.

Per la produzione di armi – F35, sottomarini e cannoni – forse il problema non si pone, perché i committenti sono lo Stato, che continuerà a indebitarsi per pagarle, e altri governi, che fino a che l’ultima goccia di petrolio sgorgherà dal sottosuolo ne useranno i proventi per armarsi fino ai denti. Poi, forse, si dovrà ridimensionare anche quel mercato di morte.

Ma chi comprerà le auto del 2020 e del 2021, quando gran parte di quelle prodotte nel 2018 e nel 2019 sono ancora nei piazzali in attesa – a prezzi scontati – di un compratore? E chi mai riuscirà a risollevare in pochi mesi o pochi anni un mercato crollato dell’83%? Certo, con la fine dello lock-down ci sarà una corsa a riprendere in mano il volante: è quello che invitano il sindaco di Milano e quelli come lui, perché sui mezzi pubblici si viaggerà distanziati e loro non intendono potenziare il servizio e organizzare uno scaglionamento degli orari di ingresso e di uscita da fabbriche e scuole. Ma tra riprendere a guidare l’auto vecchia e comprarne una nuova il salto è grande; e non alle viste. E dietro al mercato europeo dell’auto entrerà in crisi gran parte dell’industria meccanica e della siderurgia, imponendo, tra l’altro, ai lavoratori e ai cittadini (liberi e pensanti) di Taranto di trovare quello che in dieci e più anni Governo e sindacati non hanno avuto il coraggio o la capacità di cercare: un’alternativa occupazionale a un’impresa comprata – come tutti sanno – solo per chiuderla e accaparrarsene il mercato.

E la moda? Altro pilastro del cosiddetto “made in Italy”, opera per lo più del lavoro di altri paesi. Molti ci penseranno due volte prima di rinnovare il proprio guardaroba: se ne è accorto anche Armani. E senza una “ricaduta” popolare, l’alta moda delle sfilate rischia la fine di tutte le altre forme di turismo di lusso e dei “Grandi eventi”: fiere, expò, grandi mostre, campionati, grandi gare, olimpiadi. Il Giappone ne ha già avuto un assaggio.

De profundis, quindi, anche per l’aeronautica civile. E anche per le crociere, rivelatesi veri focolai di contagio (e per la cantieristica italiana, in gran parte votata a questo mercato). Ma anche per le vacanze esotiche: l’dea di ritrovarsi in mezzo a un contagio, un incendio, un uragano, una guerra, una rivolta di popolo, impossibilitati a tornare a casa, farà scegliere a molti mete più a portata di mano (e non è detto che sia un male). Reggerà forse il turismo religioso: c’è tanto bisogno di miracoli.

Il problema maggiore riguarda però agricoltura e alimentazione e ha poco a che fare con il coronavirus, ma molto con la crisi idrica, i cambiamenti climatici e la mancanza di manodopera schiava (quella fornita dagli immigrati “clandestini”, da sempre sfruttati, ma ora bloccati). Si rischia una vera e propria crisi alimentare (con supermercati semivuoti; e sarà sempre più difficile importare cibo dall’estero

) che farà capire a tutti che times are a-changing.

Insomma, correre ai ripari non vuol dire massacrare lavoratori e comunità per riattivare le vecchie produzioni, ma mettere in cantiere quelle nuove: impianti per le rinnovabili e l’efficienza energetica, ristrutturazione del già costruito, gestione accurata di risorse e rifiuti, mezzi di trasporto collettivi o condivisi, agricoltura biologica e di prossimità, riassetto idrogeologico dei territori e tutto ciò che è legato alla prevenzione: ce n’è abbastanza per impiegare e riqualificare eserciti di disoccupati. Gli operai delle produzioni “non essenziali” sono i primi a sapere che il loro posto è a rischio; per questo, quando possono, scioperano o si oppongono all’inutile apertura delle loro fabbriche. E se non lo sanno, è perché autorità (anche quelle che hanno dichiarato l’emergenza climatica e ambientale) e sindacati non gli hanno mai detto la verità. Gliela hanno nascosta per paura di dover cambiar tutto, a partire da loro stessi e dal loro ruolo. Ma se non lo fanno loro lo devono fare movimenti come Fridays for future ed Extinction Rebellion. Partendo da scuole e università, oltre che dalle piazze, per coinvolgere di lì famiglie, quartieri, istituzioni e sindacati. Senza mai rinunciare però all’azione diretta, e all’appoggio – non solo per denunciare, ma anche per progettare – dei saperi di scienziati ed esperti. Ce ne sono molti in giro, disoccupati o non valorizzati da chi li impiega, ma desiderosi, se gliene si offre l’occasione, di mettersi al servizio di una vera riconversione. Costruiamo insieme un futuro diverso.

L’unica cura è la conversione ecologica

E’ ormai chiaro che la pandemia di Covid-19 non è che una manifestazione della crisi climatica e ambientale in cui siamo entrati da tempo. Durerà a lungo, in forme intermittenti o permanenti, forse per reviviscenza dello stesso virus, forse per comparsa di virus nuovi. La “normalità” cui dobbiamo abituarci è questa; e in questa normalità, sia ancora dentro che già fuori dai periodi brevi o lunghi di “distanziamento spaziale” (che Jeremy Rifkin prospetta permanente), dobbiamo sviluppare cultura, proposte e strumenti per affrontare l’altra crisi, quella climatica e ambientale. Sembra però che l’economia, “quando tutto sarà finito”, preoccupi anche più della salute: il dibattito si concentra quasi solo su finanza (debito pubblico e privato, eurobond, MES, liquidità) e moneta (helicopter money, certificati fiscali, euro; da cui peraltro quasi più nessuno propone di uscire). Perché la finanza domina e ingloba ormai tutta la vita. Per il resto ci si chiede solo se e quando si tornerà alla normalità (di prima); o se invece si va incontro, per scelta o necessità, a cambiamenti radicali: soprattutto degli “stili di vita”, dei consumi. C’è chi teme, a ragione, che la domanda non riprenda; e chi auspica che covid-19 abbia insegnato a tutti che questo sistema è insostenibile.

Turismo e commercio minuto (ma non la Grande distribuzione, che se ne è avvantaggiata) sembrano le vittime designate della crisi mentre il mondo delle imprese si comporta come se i settori “pesanti” siano destinati a continuare a produrre come prima, addirittura finanziando, in piena pandemia, nuove grandi opere (autostrade, per le olimpiadi invernali del 2026!) e nuovi sommergibili e bombardieri. Così si sforza di tenere le fabbriche aperte, mettendo a rischio vita e salute di operai, famiglie e  vicini: per non interrompere le rispettive catene di sbocchi e forniture.

Ma lo stile di vita non potrà cambiare se ad esso non corrisponderà anche la riconversione dell’apparato produttivo. Vuol dire decidere (in modalità condivise) quali settori tenere in piedi e quali chiudere o riconvertire: questione sempre solo sfiorata, ma nel cui merito nessuno osa, per ora, addentrarsi. Ma bisogna farlo cominciando dalle cose più semplici.

Tutti dicono che il settore sanitario va rafforzato, ponendo fine a tagli e privatizzazioni, finanziando le strutture che si sono dimostrate carenti (tutte), causando migliaia di morti, e dotandole di quegli impianti, presidi e attrezzature che sono mancate. Ma l’asse della sanità va spostato dalla terapia alla prevenzione, il che significa riorganizzarla su basi territoriali diffuse. Lo stesso vale per la protezione civile, che non può più intervenire solo a disastri avvenuti, bensì in modo preventivo, attrezzando ogni territorio con tutti i presidi necessari: epidemia e terremoti, per esempio, sono eventi prevedibili, se non nel tempo, nei possibili sviluppi, di cui non si è mai tenuto conto. Lo stesso vale per l’educazione, che deve essere permanente e riorganizzata su basi diffuse; e per la ricerca, che per essere “democratica” deve misurarsi con i suoi destinatari.

Poi ci sono settori da aprire, potenziare o ristrutturare (energia, efficienza, edilizia abitativa, agricoltura biologica di prossimità, forestazione) che possono assorbire, a tutti i livelli di qualificazione, manodopera “liberata” da settori di cui, alla luce della crisi climatica e ambientale, sono auspicabili ridimensionamento o chiusura. Il primo è quello delle armi e della cantieristica, che in Italia produce solo navi da guerra e da crociera (un “settore” stupido, catastrofico per l’ambiente, rivelatosi grande focolaio di infezioni); poi vengono quelli delle costruzioni (grandi opere) dell’auto, della nautica, della moda, della petrolchimica e relative filiere (tra cui la grande siderurgia, risolvendo per sempre la questione Taranto). Non è un caso che siano proprio quelli dove gli operai comandati al lavoro manifestano, scioperando, la convinzione della loro inutilità, per lo meno rispetto alle esigenze dell’emergenza. Come fanno da tempo le popolazioni dei territori su cui molti di quegli interventi insistono. E’ un’occasione da non perdere: se si cercano i “soggetti”, le forze sociali, le istituzioni da cui può sprigionarsi un progetto di conversione ecologica bisogna partire da questa loro consapevolezza; lavorando per prospettare insieme a loro adeguate garanzie di reddito (quelle che già chiedono ora) e di ricollocazione nei settori da promuovere. D’altronde molti di loro sanno bene che, tranne per l’industria delle armi, cui le commesse non mancano mai, i settori in cui sono impiegati non ritorneranno più ai fasti di prima. Lo confermano ormai molti analisti economici, che ne prevedono un vero crollo. Come non ci tornerà il turismo.

Ma come procedere? Bisogna sostenere questa consapevolezza con l’apporto di team multidisciplinari di esperti che li aiutino a fare un checkout dell’azienda o del contesto per mettere in campo nuovi progetti. A farsene carico dovrebbero essere le amministrazioni municipali. Ovviamente, per ciascuno di essi, bisognerà ricomporre tutta la filiera, e a questo non può provvedere che un potere centrale. Ma lo farà solo se costretto dalla spinta di un’iniziativa dal basso.

C’è infine un settore di cui nessuno parla, che fa in qualche modo da barriera tra i molti – lavoratori e non – che vivono alla base della piramide economica e i pochi che ne reggono le fila. Ed è forse, dopo il turismo, il settore più sviluppato e articolato del mondo: quello del marketing e della pubblicità, vera arma di distrazione di massa per promuovere l’accettazione del mondo com’è. E’ il vero universo della cultura contemporanea, quella che plasma lo spirito di un’epoca e a cui è facile ricondurre una molteplicità di ruoli “creativi”: grafici e copywriter, ma anche artisti e scrittori che ne influenzano lo stile, divulgatori e persuasori che lo diffondono, sociologi e stilisti, attori e indossatrici, e uomini-macchina delle rilevazioni demoscopiche (sempre più concentrate nelle centrali del capitalismo della sorveglianza). La conversione ecologica ha bisogno anche di loro, ma non nei loro ruoli attuali. E il crollo del loro settore potrebbe liberare una massa compressa di creatività diffusa capace di cambiare l’immagine del mondo.

Salvarsi

Numerosi indizi, dal rapporto tra inquinamento e diffusione del virus a quello tra spillover e distruzione di habitat selvatici, fino a quello contagio e insalubrità di molti insediamenti umani, inducono a concludere che la comparsa del coronavirus non è che una manifestazione della crisi ecologica e che questapandemia non è che una manifestazione dell’emergenza climatica e ambientale già da tempo in corso. Cesserà – ce lo auguriamo – l’isolamento a cui siamo costretti, ma senza alcuna certezza che non si renda di nuovo necessario di qui a poco per questa o per un’altra ragione. Quello che la crisi climatica e ambientale non eliminerà più per decenni a venire è la necessità di adottare un modo di vivere e convivere radicalmente diverso da quello a cui siamo stati abituati, di cuidobbiamo cominciare di delineare qui e ora i principali tratti.

Il primo compito è soprattutto di carattere culturale e spirituale, ma con ineludibili conseguenze in campo pratico e politico: riconciliarci con la Terra. E’ un tema al centro della critica che tutta l’ecologia integrale (secondo cui giustizia sociale e ambientale sono inseparabili) rivolge da decenni al dominio che il pensiero unico e l’economia hanno imposto ai nostri comportamenti, e che trova un importante riscontro nell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, oltre che nel richiamo esercitato da numerose culture indigene di popoli nativi non ancora completamente obliterate dallo “sviluppo”, a misura della radicalità del cambiamento che si impone.

La prima conseguenza di questo cambio di paradigma è l’obbligo di ridurre il nostro impatto sull’ambiente riducendo radicalmente molte produzioni e azzerandone completamente altre: esattamente ciò che ci si impone oggi per ridurre il rischio di contagio; sul lavoro, negli spostamenti, in famiglia, coi vicini.

Per farlo occorre che i diretti interessati, che non sono solo gli addetti di ogni singola azienda, ma tutta la comunità che ne subisce in vario modo l’impatto, recuperino o conquistino un potere decisionale nel definire quali produzioni sono essenziali e quali no: oggi, di fonte al dilagare del contagio; domani, nel far fronte alle manifestazioni della crisi climatica e ambientale.

Ciò richiede che venga garantito comunque un reddito adeguato a chi, transitoriamente o per sempre, non avrà più accesso al lavoro o alle fonti di reddito su cui ha contato finora.

Ma assumere ed esercitare quel potere decisionale è un processo complesso, che richiede la disponibilità di molto tempo, di cui è necessario riappropriarsi ridistribuendo su una platea molto più ampia le attività che sopravviveranno alla eliminazione o riduzione delle produzioni superflue.

La crisi acuita dall’attuale pandemia, ma già in incubazione da tempo, lascerà dietro di sé, in tutto il mondo, un panorama di contrazione e sconnessione di tutte le attività economiche, finanziarie e produttive; inutile cercare di salvare la continuità produttiva di molte imprese condannate comunque al fallimento o alla chiusura. Meglio dedicare gli sforzi a riprogettare quelle vecchie e studiare quelle nuove.

Per affrontare la crisi climatica e ambientale occorre avviare una radicale conversione ecologica nei comportamenti e in campo produttivo: per lo meno negli ambiti principali: energetico, agro-alimentare, mobilità, assetti idrogeologici,edilizia, salute, istruzione e ricerca. Il problema è il come.

L’obiettivo principale è recuperare resilienza rispetto ai vincoli esterni: quelli imposti dalla finanza, dalle catene globali delle forniture, da mercati di sbocco evanescenti. In una parola, ri-territorializzazione della maggior parte delle attività suscettibili di un reimpianto locale.

Gli eurobond sono un palliativo che non elimina la soggezione alla finanza internazionale, ma in tutti i paesi c’è una quota elevata di debito pubblico illegittima o odiosa che non va onorata anche in base al diritto internazionale. La situazione va equilibrata restituendo a ogni comunità locale il controllo della circolazione monetaria che alimenta a propria economia locale e limitando agli scambi internazionali le valute sovranazionali.

Il principale ostacolo alla conversione ecologica è costituito dalle guerre in corso e dall’industria delle armi che le alimenta, costringendo milioni di persone a fuggire dal proprio paese. La principale guerra del futuro, di cui già si intravedono le prime pesanti manifestazioni, è quella contro i migranti, il cui numero è destinato a crescere con l’avanzare della crisi ambientale. Continuare nelle politiche di respingimento non fa che aggravare le cause della crisi attuale e futura. Accoglienza e inclusione sono quindi condizioni irrinunciabili che possono contribuire anche a promuovere politiche volontarie di ritorno per la rigenerazione dei territori e delle comunità da cui profughi e migranti sono stati costretti a fuggire.

La conversione ecologica è indisgiungibile dal conflitto con molti degli interessi costituiti che dà concretezza e credibilità alle proposte di un green new deal e può mobilitare una parte consistente dei cittadini di tutti i paesi dell’UE per imporre ai rispettivi governi una vera svolta per tutta l’Europa.

Ha ragione papa Francesco

Ha ragione papa Francesco: siamo tutti sulla stessa barca. Forse qualche anno fa su quella barca c’erano solo gli sfruttati: a remare; gli sfruttatori stavano a terra, al sicuro. Ma ora, con la crisi climatica e ambientale e la pandemia, in quel mare in burrasca ci siamo tutti. Alcuni continuano a remare, anche più forte di prima, per traghettarci sull’altra riva (sono i medici, gli infermieri e i lavoratori impegnati in produzioni essenziali), mentre “quelli là” remano contro; anzi, fanno remare contro una parte consistente della ciurma al loro comando, per riportarci sulla riva da cui stiamo cercando di allontanarci. Molti altri (quelli chiusi in casa, senza compiti specifici) sono semplici “passeggeri”, cui viene raccomandato di non muoversi troppo per non sbilanciare l’imbarcazione. Ma a riva, senza potersi imbarcare, è rimasta una folla di derelitti e di emarginati, di cui pochi si sono accorti, quasi nessuno si preoccupa e che molti Governi hanno deciso di lasciare a terra. Per loro va apprestata al più presto un’altra imbarcazione. A poppa, per ora, non c’è nessuno che calmi la tempesta. 

L’altra riva, quella verso cui cerca di dirigersi la barca, è la conversione ecologica; sono le misure necessarie per sventare questa come le altre catastrofi che incombono sulla specie umana a causa dei cambiamenti climatici, che tutti i Governi del mondo erano riluttanti ad affrontare anche prima di questa pandemia, ma di cui ora nessuno parla più; anche perché quelli che si battevano per imporre una svolta radicale, come Fridays for future e molti altri, non possono più riempire le piazze.

Ma questo non cambia la realtà delle cose. Per fare fronte a queste emergenze molte delle attuali produzioni dovranno cessare: sono in gran parte quelle già oggi non essenziali o nocive, a partire dall’industria delle armi, o dalle Grandi opere inutili e dannose, come il TAV Torino-Lione; e sono tante! Altre vanno potenziate immediatamente, come tutte quelle legate al sanitario e al cibo. Molte altre, le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, devono essere avviate o potenziate, riconvertendo, dove è possibile, gli impianti esistenti; e la progettazione di questa riconversione può partire subito. 

Ma chi decide che cosa fare e che cosa fermare? Il Governo? I Prefetti? I “Governatori”? I partiti? La Commissione Europea? Sono le figure e le istituzioni più inadeguate. Se non fossero tali non ci avrebbero trascinato in questa catastrofe (da cui fanno ben poco per tirarci fuori). Non ci hanno mai veramente pensato, anche se climatologi, esperti di ambiente, epidemiologi (la scienza! Che è democratica se e quando si sottopone alla verifica dei fatti; ma di cui adesso c’è persino chi sostiene che avrebbe sempre guidato le scelte governative) e Greta Thunberg urlavano a squarcia gola che il pericolo è dietro l’angolo. Nel migliore dei casi si continua a sostenere che con un pacco di miliardi da usare come incentivi il mercato (cioè proprio quelli che hanno sempre remato contro) avrebbero messo loro le cose “a posto”. Senza fretta, però; anche quelli che avevano già potuto constatare che “la nostra casa brucia”.

Così ora ripropongono la solita ricetta, ma “in salsa emergenziale”: creare liquidità con gli eurobond (dato che i titoli di Stato di molti paesi verrebbero sottoscritti solo dagli strozzini); ma è solo altro debito in mano alla finanza; oppure creare qualche forma alternativa di moneta (che almeno non creerebbe altro debito). E per fare che cosa? Per dare soldi alle imprese, tutte, perché paghino le forniture, per lo meno fino a quando i mercati globali, ormai squassati dalla pandemia, gliele faranno arrivare; e per continuare a produrre beni e servizi per mercati destinati a evaporare; invece di porre mano, dove è possibile, a quella riconversione che sola assicura un futuro; invece di bloccare subito le attività che un futuro non lo hanno e non lo possono avere. Manca la domanda, ci dicono gli economisti, e anche l’offerta: mettendo in circolo molto denaro, non per sostenere le attività essenziali e le esigenze di chi non ha più i soldi per fare la spesa, bensì i bilanci delle imprese, si attivano risorse inutilizzate (capitale e lavoro) e l’economia può continuare il suo corso. E’ la ricetta di Keynes, ma non funziona più: perché affida la selezione delle attività da ravvivare a un mercato che non sarà mai più quello di prima.

Quella selezione non può più essere fatta dal mercato né dall’alto: va messa nelle mani delle maestranze e dei loro rappresentati, che sono perfettamente in grado di decidere che cosa è essenziale e che cosa no e che sanno districarsi tra le filiere delle loro forniture. Ma vanno mobilitate anche le associazioni territoriali (a partire dai GAS, che sanno come riorganizzare le filiere alimentari, e in parte anche quelle energetiche). E vanno valorizzate migliaia di esperti e di giovani neodiplomati e neolaureati, già occupati e non, ma oggi sottoutilizzati, insieme alle Università e ai centri di ricerca, per svolgere a tappeto check-up multidisciplinari dei territori, degli edifici, delle aziende e per progettare in modalità condivise interventi di conversione e di efficientamento. I Comuni che hanno dichiarato l’emergenza, ieri climatica e ambientale e oggi sanitaria, dovrebbero varare subito un programma per finanziare e mettere al lavoro questi team. La governance del nostro futuro non può che partire di qui.

Rilancio della lettera aperta del 21 Marzo 2020, proposta dall’associazione laudato sì, per bloccare tutte le attività non essenziali.

Sabato 21 marzo ho sottoscritto la lettera aperta lanciata da alcuni membri dell’associazione Laudato sì per dare voce e sostenere la giusta rivendicazione di sospendere l’attività, portata avanti da molti lavoratori – alcuni dei quali già scesi in sciopero – costretti a lavorare fianco a fianco in aziende e processi produttivi non indispensabili e a ritrovarsi ammassati nei mezzi di trasporto utilizzati per andare e tornare dal lavoro. Questo appello ha riscosso adesioni assai significative: lo riportiamo più sotto con le nuove firme, tra le quali compaiono anche le prime adesioni di rappresentanti sindacali di differenti organizzazioni.

Nel frattempo, anche le confederazioni CGIL, CISL e Uil hanno deciso in modo unitario di chiedere al Governo la chiusura temporanea di tutte le lavorazioni non essenziali. Al termine dell’incontro, il Presidente del Consiglio ne annunciava il fermo, ma questa decisione ha incontrato, prima e dopo il suo annuncio, la netta opposizione di Confindustria che, anche con una lettera del suo Presidente, anteponeva la salvaguardia della continuità produttiva a quella della salute dei lavoratori, delle loro famiglie e della collettività tutta. Così il decreto governativo – pubblicato a distanza di un giorno – consente la prosecuzione delle attività nella quasi generalità dei settori, fino ad includervi persino l’industria bellica. Il fatto che l’industria delle armi continui ad essere promossa e mantenuta in attività è uno scandalo al cospetto degli ammalati e delle vittime, del mondo ospedaliero, delle lavoratrici e dei lavoratori chiamati a rischiare il contagio pur di non fermare la produzione di strumenti di morte.

Non sappiamo attraverso quali meccanismi si sia arrivati a una conclusione che contraddice gli impegni presi con i sindacati (non esistono verbali del confronto), tanto che questi si sono detti pronti a mettere in atto uno sciopero generale; ma tutto il processo decisionale appare viziato da una grave mancanza di trasparenza e da un insufficiente rispetto della salute dei lavoratori e della collettività. Trasparenza e rispetto che dovrebbero accompagnare tutte le procedure attraverso cui il Governo e le sue agenzie decidono i provvedimenti di contenimento della pandemia, che avvengono invece senza il parere di un organismo di controllo tecnico-scientifico indipendente, in presenza di un sistema sanitario spogliato dai successivi tagli subiti negli ultimi decenni, fino a giungere all’attuale mancanza di ogni possibilità di dotarsi per tempo degli indispensabili presidi a tutela della salute pubblica. 

Contro le “maglie” decisamente troppo larghe del decreto governativo, gli scioperi in fabbriche e aziende si sono moltiplicati per iniziativa diretta delle lavoratrici e dei lavoratori con i loro rappresentanti. Esprimiamo loro la nostra solidarietà e diamo sostegno alla loro rivendicazione di avere voce in capitolo nel decidere che cosa è essenziale e che cosa no delle produzioni e delle attività in cui sono impegnati in ogni azienda. Auspichiamo che questa iniziativa sia la premessa perché sin da ora l’economia possa imboccare un percorso radicalmente diverso da quello che ci ha condotto all’attuale catastrofe, grazie a una riconquistata capacità dei lavoratori di far valere le loro ragioni insieme a quelle della collettività, sia nelle aziende che nella società. La ricomposta unità nella lotta per la sicurezza e la salute – dai rider senza tutele ai nuclei più organizzati di metalmeccanici, chimici e tessili – lascia sperare in un fronte attorno cui possa crescere la presa di coscienza di tanti movimenti, associazioni e corpi sociali alla ricerca un diverso rapporto con la natura anche per contrastare il cambiamento climatico e promuovere una vera riconversione ecologica. 

LETTERA APERTA

21 marzo 2020

BLOCCARE TUTTE LE ATTIVITA’ NON ESSENZIALI – DALLA LOMBARDIA UNA RICHIESTA PER TUTTA L’ITALIA. ORA.

La situazione drammatica che vive in questo momento la Lombardia non consente ulteriori rinvii rispetto all’assunzione di provvedimenti che si pongano l’obiettivo di contrastare in ogni modo la pandemia del Covid-19. In Lombardia si concentrano quasi la metà dei casi registrati di Covid-19 – ventimila persone al 19 marzo – e quasi i due terzi delle persone decedute, rispetto all’insieme del paese.  Numeri che vengono considerati pesantemente sottostimati, in particolare nelle province più colpite, per le tantissime persone anziane che muoiono in casa o nelle residenze assistite senza che venga eseguito il tampone. Sono colpiti gravissimamente medici, infermieri, operatori sanitari, molti ospedali non sono ormai più in grado di assicurare posti letto e risposte adeguate. Sono strazianti le scene che abbiamo visto in questi giorni.

Si è scritto che il 40% dei lombardi non rispetta l’obbligo di restare a casa. Chiediamoci il perché. In tutta la Lombardia – comprese le province maggiormente toccate dall’epidemia, e l’area metropolitana di Milano – centinaia di migliaia di persone sono costrette a spostarsi ogni giorno usando treni, autobus e metro per paura di perdere il lavoro, a causa di imprenditori sordi alla necessità di chiudere produzioni non essenziali.  Non è possibile rispettare le norme di sicurezza negli spostamenti, né è possibile verificare il rispetto del “distanziamento sociale” nelle tante realtà produttive della regione, specie in quelle piccole e piccolissime, dove i lavoratori operano gomito a gomito nelle fabbriche e negli uffici.  Cosa può pensare un lavoratore costretto a rischiare il contagio pur di non perdere il lavoro, vedendo la scritta luminosa “State a casa” sul palazzo della Regione Lombardia? Non è accettabile che il profitto degli imprenditori abbia la meglio sulla salute dei lavoratori e sulla sicurezza sanitaria della collettività. Di fronte alla morte di un terzo delle vittime registrate ora in Italia, nella provincia cinese dello Hubei è stata presa la decisione di chiudere tutte le fabbriche, insieme agli uffici pubblici e privati. È inaccettabile che una retorica della “produttività lombarda” divenga il veicolo del virus. 

Chiediamo alle istituzioni centrali e locali di tutelare la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici delle industrie e dell’indotto, imponendo immediatamente la chiusura di tutte le attività non considerate rigorosamente necessarie, e garantendo la distribuzione dei dispositivi di protezione individuale a chi, per il bene della collettività, è chiamato a continuare le produzioni ritenute indispensabili. ORA. 

Silvio Garattini

Virginio Colmegna

Daniela Padoan

Mario Agostinelli 

Emilio Molinari

Simona Sambati

Oreste Magni

Guido Viale

Moni Ovadia

Antonio Pizzinato 

Gad Lerner

Luigi Manconi

Laura Cima

Benedetto Saraceno

Francesco Maisto

Grazia Francescato

Gianni Tognoni

Piero Bevilacqua

Paolo Cacciari

Lea Melandri

Marco Revelli

Tonino Perna

Tomaso Montanari

Roberta Turi

Enzo Scandurra

Roberta Fantozzi

Aldo Bonomi

Riccardo Petrella

Laura Marchetti

Ignazio Masulli

Alfonso Gianni

Paolo Favilli

Raffaella Bolini

Vittorio Agnoletto

Gino Strada

Franco Arminio

Leonardo Caffo

Battista Sangineto

Piero Di Siena

Vezio De Lucia

Graziella Tonon

Giancarlo Consonni

Alberto Magnaghi

Paolo Lucchesi

Angelo Consoli

Walter Ganapini

Alessandro Pagano

Vittorio Bellavite

Paolo Mattiello

Marco Bentivogli

Christian Gambarelli

Andrea Donegà

Andrea Ascari

Debora Rizzuto

Bruno Ravasio

Enrico Vacca

Omar Cattaneo

Giuseppe Rossi

Vittorio Cantoni

Mario Mangili

Jose Luis Tagliaferro

Maria Carla Baroni

Gioacchino Garofoli

Alfiero Grandi

Franco Padella

Danilo Tosarelli

Gianfranco Prini

Elio Pagani

Marco D’Isanto

 Paola Regina

Nicolò Di Stefano

 Bruno Hassemer

Pierantonio Montecucco

Enrico Pugliese

Anna Donati

Laura Quagliuolo

Licia Roselli

Giuseppe De Marzo

Andrea Vitale

Giovanna Procacci

Paolo Maddalena

Ileana Alesso

Emilio De Capitani

Annamaria Rivera

Maurizio Azzollini

Laura Arduini

Mariagrazia Guida

Roberto D’Ambrogio

Maria Grazia Meriggi

Maurizio Marchi

Marino Ruzzenenti

Giuseppe Vanacore

Marina Forti

Vittorio Pallotti

Anna Camposampiero

Luigi Mosca

Vittorio Bardi

Giuseppe Farinella

Amalia Navoni

Massimo Lodi

Sergio Talamo

Oscar Mancini

Sergio Bellucci

Marisa Fugazza 

Carla Casiroli 

Sergio Peronetti 

Vittorio Bardi 

Elisabetta Toful 

Filippo Bianchetti 

Rossana Beccarelli 

Roberto Mapelli 

Enrico Gagliano 

Luciano Beolchi 

Josè Tagliaferro 

Vittorio Bellavite

Antonio Corbelletti  

Claudio Brovelli 

Roberto Melone 

Franco De Alessandri 

PER ADESIONI: associazionelaudatosii@gmail.com

Il virus viaggia in automobile

Il mercato europeo dell’auto è crollato a febbraio e si è quasi azzerato a marzo, né si sa quando e se si riprenderà. Intanto, una dopo l’altra, le fabbriche del settore fermano l’attività, dopo aver costretto per oltre un mese gli operai a lavorare in condizioni di alto rischio per produrre auto e componenti senza mercato che intaseranno per mesi depositi, magazzini e bilanci.

Ma anche quando il coprifuoco sarà stato tolto chi mai si precipiterà a comprare un’auto? Ben pochi. Chi un’auto ce l’ha riprenderà a guidarla; ma chi non ce l’ha, o pensava di cambiarla, avrà perso il reddito necessario a pagarla (eccetto i ricchi e i ricchissimi) o avrà altre priorità. E intanto ci sarà da smaltire l’invenduto. Dunque, è il momento per mettere a fuoco e prepararsi a un’altra idea di mobilità. L’emergenza covid19 ha sgomberato le strade e pulito l’aria, ma non ha certo interrotto l’avanzata della crisi climatica e ambientale.

L’auto è stata il principale emblema del XX secolo. Al suo esordio è stata espressione e strumento di libertà (permetteva di andare dove volevi, quando volevi e con chi volevi, senza la costrizione di tracciati, orari e compagni di viaggio obbligati); poco per volta, aveva permesso a tanti e promesso a tutti di trasformarli da fanti in cavalieri, da quelli che portano a quelli che si fanno portare. Ma per usare un’auto bisognava possederla: di qui la motorizzazione di massa che ben presto si è rivelata prigione di ogni nostro spostamento ovunque manchi un servizio pubblico adeguato (cioè quasi sempre). Oggi l’auto privata riassume in sé quasi tutti i principali tratti di uno stile di vita e di un’organizzazione produttiva e sociale insostenibili: promuove individualismo (ognuno nella sua scatola di latta) e competizione (per superarsi, per conquistare un parcheggio, per esibire il proprio status); consuma in misura smodata materiali, energia, suolo, aria, salute, tempo e denaro; fa molto rumore, produce molta CO2 e inquina molto (non c’è da illudersi: l’80 per cento del particolato emesso dal traffico non esce dagli scappamenti ma è generato dall’attrito delle ruote sull’asfalto: l’auto elettrica non lo eliminerebbe). Ma oggi si scopre che il particolato che il traffico concorre a produrre insieme al riscaldamento e alle fabbriche (dove ci sono) è, insieme agli ossidi di azoto, il principale vettore del coronavirus, che è tanto più attivo quanto maggiore è l’inquinamento dell’aria: per questo la Lombardia è diventata l’epicentro mondiale dell’infezione.

Di fronte ai danni che l’auto infligge alle nostre vite e al pianeta, i suoi apologeti si trincerano su un altro fronte: l’occupazione. Ma più che dei lavoratori, che sono pronti a mandare al macello, come mandano al macello senza protezioni adeguate medici e infermiere negli ospedali, a loro preme che la produzione non si fermi: in realtà pensano al Pil. E’ vero che nessuna settore ha mai creato tanto lavoro come l’industria dell’auto, ma proprio per questo il suo inevitabile ridimensionamento pone il problema ineludibile di ricollocare i suoi addetti in attività più utili e di minore impatto, come le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, l’ecoedilizia, la cura del territorio e delle persone, ecc. ma soprattutto quello della ridistribuzione del lavoro su una platea più ampia, concontestuale riduzione di orari e ritmi di lavoro. Problema che si ripropone in molti altri settori a partire da quello delle armi.

Oggi, comunque, il web permette di sostituire al possesso di un’auto il semplice accesso ad essa attraverso varie forme di condivisione (carsharing, carpooling, taxi collettivo, trasporto a domanda, distribuzione merci, intermodalità con il trasporto di linea). La mobilità fondata sulla condivisione è un modello che può essere esteso a molti altri beni da trasformare in altrettanti servizi (dal coworking alle case vacanza, dagli elettrodomestici ai macchinari, alle attrezzature e ai supporti per farle funzionare, e altro), facendone, se si saprà impedirne l’appropriazione da parte di un monopolio, dei “beni comuni”. Contribuendo così a rendere più leggera la nostra presenza sulla Terra. Sono lontani i tempi in cui l’ex sindaco di Milano Albertini dichiarava che il traffico è un bene perché è indice della vitalità di una città. Ma da allora le idee dei sindaci non sembrano cambiate. A quelli che hanno ripetuto fino all’ultimo “la nostra città non si ferma” e che ora si ritrovano bloccati di fronte a una pandemia che li ha resi impotenti spetta il compito di utilizzare questa pausa forzata per attrezzare territorio e cittadini a una mobilità diversa. Sull’auto come produzione e come prodotto di consumo si gioca buona parte della conversione ecologica.

Il tempo è ora

Molti si aspettano che, se e quando l’emergenza covid-19 sarà finita, la gente si precipiti nei negozi, dai concessionari e nelle agenzie per un’abbuffata di beni e spese superflue di cui si è dovuta privare per tanto tempo. Ma temono che l’insicurezza creata da questa incursione dell’imprevisto nelle nostre vite la trattenga da quei comportamenti, che sono indispensabili per “sostenere la domanda” e tenere in vita il sistema. Perché molti e molte altre, dopo l’iniziale assalto ai supermercati, hanno sperimentato lo spavento che provocano tante città deserte e spettrali e l’angoscia di non sapere come uscirne; ma anche i benefici di un regime di sobrietà: capiscono che si può vivere bene con l’essenziale, o poco più; disporre di più tempo per sé e per gli altri, dare spazio alla solidarietà e, se e quando potrà tornare in strada, avere aria pulita, ritmi meno frenetici e spazi

sgombri per incontrarsi. 

Sembra un confronto impari, viste le armate di cui dispongono i burattinai del consumo superfluo a fronte delle “voci nel deserto” di chi lavora per un altro mondo possibile. Però, gli economisti al servizio di quei burattinai non prendono mai in considerazione la crisi climatica e ambientale in corso: per loro non c’era prima del coronavirus, non c’è adesso, non ci sarà nemmeno dopo. E anche se c’è, il problema resta il Pil. Mentre per coloro che pensano a un altro mondo possibile la sobrietà che covid-19 ha introdotto nelle nostre esistenze prefigura un diverso regime di vita, che permetta a tutti di ridurre gli sprechi e le ingiustizie indotte dai consumi superflui: condizione indispensabile per salvare la vita umana sul pianeta Terra.

Questi opposti approcci interpellano tutti e hanno un riscontro nel conflitto riesploso in molte fabbriche dove gli operai vengono “precettati” per continuare a lavorare in ambienti senza sufficienti difese sanitarie, a produrre cose non indispensabili, mentre tutti gli altri sono confinati nelle loro case, in parte a lavorare on line (che non sempre è un vantaggio, soprattutto per le donne), in parte a riposare sul divano e a riflettere sul mondo e la vita: cosa assai più utile e gradevole che continuare a faticare in produzioni destinate prima o dopo a bloccarsi per la rottura di una catena delle forniture ormai globale, o a rimanere in magazzino perché i mercati di sbocco non le assorbiranno più al ritmo di prima. Una situazione che caratterizzerà il futuro dell’industria anche dopo il coronavirus a causa dei disastri che la crisi climatica continuerà a generare. Così, il  calo della domanda dovuto a scelte di sobrietà, o anche solo di prudenza, ben si combina con una riduzione dell’offerta di beni senza più sbocchi di mercato; a meno di una conversione di alcune o molte fabbriche alla produzione di beni utili: come avviene oggi con i presidi e le apparecchiature medicali che il paese aveva rinunciato a produrre mentre tagliava i fondi al servizio sanitario nazionale; e domani con le tante cose che potrebbero permettere a tutti di vivere bene senza distruggere la Terra. Le frettolose riconversioni di oggi per produrre mascherine e respiratori dimostrano che, con una domanda pubblica adeguata, il sistema produttivo potrebbe imboccare un’altra strada (cominciando col non produrre più armi); a condizione che ai lavoratori “in esubero”, in attesa di nuovi impieghi, venga garantito un reddito; per poi redistribuire il lavoro tra tutti e ridurre gli orari e i ritmi forsennati di ora. Una prospettiva che la stasi di oggi rende realistica se promossa almeno a livello europeo.

Ma le fabbriche dove gli operai vengono comandati a infettarsi per produrre merci senza futuro – e a infettare poi le loro famiglie e i loro vicini – non sono l’unico focolaio potenziale di contagio: ai confini della Fortezza Europa si è andato ammassando un popolo di profughi costretti a vivere in condizioni feroci di indigenza, insalubrità e pericolo, premessa certa di una apocalittica diffusione del virus. Mentre al di qua di quei confini, ammassati nei Lager delle isole greche o cacciati per strada dalla cancellazione della protezione umanitaria e dei centri di accoglienza voluta da Salvini (e conservata dal governo Conte 2) c’è un altro popolo di senza dimora, sufficiente a vanificare tutte le misure di reclusione domiciliare con cui in Italia e nel resto dell’Europa si cerca di arginare la diffusione di un virus che non conosce confini.

Se i profughi che da anni premono ai confini dell’Unione europea fossero stati accolti e inseriti un po’ per volta nella società, per lavorare tutti insieme alla conversione ecologica, oggi non ci troveremmo, colpevoli e impotenti, di fronte a un disastro inimmaginabile. Ma forse siamo ancora in tempo: l’Europa ha ormai perso la competizione globale con le altre economie mondiali; ma potrebbe ancora diventare una guida per quel “salto d’epoca” che la crisi climatica impone.