Olimpiadi: la grande abbuffata a spese della Terra

La regola imprescindibile (“Non c’è alternativa”, diceva Margaret Thatcher e dopo di lei lo hanno ripetuto e continuano a ripeterlo quasi tutti i governanti del mondo) dell’organizzazione sociale del pianeta in cui viviamo è la “crescita”: l’aumento, anno dopo anno, del Prodotto interno lordo, detto PIL, il vero totem della nostra epoca, senza il quale quell’organizzazione sociale non sta in piedi. La crescita è grosso modo quella cosa che Karl Marx chiamava “accumulazione del capitale”: una regola a cui nessun capitalista può sottrarsi e di cui nessuna società che affidi al mercato la sua sopravvivenza può fare a meno.

Da tempo, cioè da quando la produzione di beni materiali attraverso la trasformazione di materie prime estratte o sottratte alla Terra non risulta più sufficiente a garantire al capitale quel surplus – i profitti – che consente all’accumulazione di procedere per la sua strada, ha preso piede la produzione di “beni immateriali”. Che proprio immateriali non sono, perché per essere prodotti e venduti hanno bisogno di pesanti supporti materiali, spesso rinvenuti direttamente nel patrimonio offerto dal “mondo naturale”, o da una eredità storica, che venivano per lo più considerati, fino a quando la privatizzazione di tutto non se ne è appropriata, “beni comuni”.

Tra le forme di questo accaparramento il turismo, inteso come settore o attività economica, occupa oggi nel mondo il primo posto. Per anni e anni è stato considerato e riproposto dagli ambientalisti meno avveduti come un’alternativa “light”, leggera, all’industria tradizionale e ai suoi pesanti impatti ambientali. Solo da qualche tempo abbiamo cominciato ad accorgerci che il turismo è ormai la maggiore industria del mondo: quella che fa più fatturato, che genera più occupazione, che coinvolge più “consumatori” e, soprattutto, che ha gli impatti ambientali più devastanti. Il motivo del ritardo con cui si è preso atto di questo dato è il carattere diffuso, frammentato e apparentemente decentrato del settore, nonostante che anche qui a reggerne le fila siano per lo più poche centrali finanziarie che ne “orientano” i grandi flussi. Ma è soprattutto il fatto che il turismo “muove” e alimenta la domanda per un grande numero di altri settori “vitali”, apparentemente indipendenti: l’edilizia (alberghi e seconde case), i voli aerei, l’automobile (a cui molti non rinunciano solo per poter “fare le vacanze”), la nautica da diporto, le crociere e connessa cantieristica, il settore delle costruzioni (strade, autostrade, porti e aeroporti – Grandi opere), la pubblicità, e altro ancora.

Ma da tempo anche l’ordinario sfruttamento dei siti turistici (mare, montagna, laghi, monumenti storici, città d’arte, luoghi di particolare valore paesaggistico o naturalistico) non basta più. La loro capacità di carico è stata superata, avviandone il deterioramento; per ravvivarli come attrattori è necessario attivare degli stimoli, che per lo più vengono individuati nell’organizzazione di un grande evento.

Le politiche di supporto allo sviluppo – cioè alla “crescita”, cioè all’accumulazione del capitale – sono sempre di più affidate alle ricadute, vere o presunte, di un grande evento: un’esposizione universale, o un summit politico o diplomatico che “muove decine di migliaia di persone, per ospitare le quali si apprestano attrezzature sceniche che costano miliardi. Esemplare, in Italia, il caso del G8 dell’allora capo della Protezione civile Bertolaso, localizzato prima alla Maddalena e poi all’Aquila, duplicando tanti grandi impianti “a perdere”. Il grande evento può essere anche un grande concerto, o un evento sportivo. Sintomatico, da questo punto di vista, il fatto che l’economia ormai stagnante del Giappone stesse cercando nelle Olimpiadi del 2020 l’occasione di quel rilancio che la sua industria manufatturiera non è più in grado di assicurargli e che la pandemia di covid19 ha per ora rimandato o forse stroncato.

E infatti, nel vasto settore dei “Grandi eventi”, quelli sportivi –formula 1, motociclismo, vela, o campionati degli sport più seguiti: calcio, tennis, nuoto, sci, atletica leggera – con il loro circo ambulante di atleti, allenatori, organizzatori, sponsor, giornalisti, tifosi, ma anche macchine, barche e attrezzature varie, con relativi addetti – occupano un posto privilegiato. E tra questi alle Olimpiadi spetta indubbiamente un primato perché coinvolgono tutti gli Stati del mondo e perché  si svolgono solo ogni quattro anni (ma quelle invernali le hanno moltiplicate per due, e le Paraolimpiadi, riservate ad atleti con disabilità, per quattro).

E tra queste molteplici Olimpiadi, quelle invernali, in programma in Italia per il 2026, ci permettono di osservare da vicino questa vera e propria “matriosca”, in cui ogni singolo evento si incastra entro un orizzonte più ampio, fino a raggiungere l’arcano degli arcani. A farci capire cioè che cosa intendono gli uomini che ci governano, dalle istituzioni dello Stato come dai consigli di amministrazione di imprese, grandi gruppi e banche, per “crescita”: la regola fondamentale del sistema economico che ci impongono.

Proviamo a ricordare la scomposta manifestazione di tronfia esultanza di alcuni esponenti di questo mondo, nella fattispecie, il sindaco di Milano Sala e i governatori della Lombardia e del Veneto, Fontana e Zaia, all’annuncio di aver “vinto” – perché sostanzialmente senza concorrenti, visto che tutti gli altri candidati, tranne uno, si erano prudentemente sfilati dalla gara – l’assegnazione a Milano e Cortina delle suddette Olimpiadi. Una vittoria celebrata da tutti i grandi media italiani, giornali e TV, nonché da un immenso cartello luminoso acceso al centro di Milano.

Per contestualizzare questa stupida vittoria va ricordato che pochi giorni prima, esattamente un anno fa, il Consiglio Comunale di Milano, con la benedizione del sindaco Sala, ma per iniziativa del movimento Fridays for Future, aveva approvato una pubblica dichiarazione di emergenza climatica e ambientale (DECA). Il che, tradotto in linguaggio comprensibile, significa che mancavano – mancano – solo pochi anni, circa 10, al momento in cui, senza drastici interventi di contenimento, sarebbero diventati irreversibili i devastanti cambiamenti climatici in corso. Cambiamenti che tutti avevamo già avuto modo di osservare nelle molte manifestazioni di fenomeni metereologici estremi che avevano colpito sia l’Italia che il resto del mondo, e che nei mesi seguenti si sarebbero susseguiti, fino a rinchiuderci tutti nelle nostre case per cercare di sventare la diffusione di una pandemia che è anch’essa un prodotto della crisi ambientale.

Bene, cioè male. Non c’è probabilmente manifestazione di insipienza, ma anche di irresponsabilità, maggiore di questa: lanciarsi in un’avventura dal pesante impatto ambientale, che si svolgerà tutta su neve prodotta artificialmente, dato che la crisi climatica non fornisce più neve naturale in quantità sufficiente a fare delle gare (e ne fornirà sempre meno), invece di dedicare tutte le energie e le risorse finanziarie, intellettuali e umane disponibili (e per ora sarebbero ancora tante!) a mettere in campo soluzioni per far fronte ai disastri che quella dichiarazione di emergenza climatica e ambientale non fa che annunciare.

Ma le Olimpiadi, come aveva candidamente dichiarato pochi giorni dopo il Presidente del CONI, sono solo un’occasione per costruire a più non posso – a beneficio di chi lo fa, ma soprattutto di un’organizzazione mondiale dei giochi olimpici completamente privatizzata e in mano a un manipolo di gangster – edifici e impianti “a perdere”: cioè da demolire o abbandonare subito dopo, o da “manutenere” a spese delle casse cittadine senza poterli utilizzare, come avevano ampiamente dimostrato le Olimpiadi invernali di Torino del 2006. Ma quell’entusiasmo beota avrebbe poi trovato una puntuale conferma, pochi mesi dopo, quando a scoppio della pandemia covid-19 ormai accertato, il sindaco di Milano, insieme a quello di Bergamo, due delle città più seriamente colpite dal virus e dai decessi di medici, infermieri e pazienti, hanno voluto farsi vedere da tutti i loro concittadini mentre li invitavano, aperitivo alla mano, a continuare sulla strada che avevano tracciato: “Milano non si ferma” aveva detto uno. “Bergamo is running”, Bergamo corre, gli aveva fatto eco l’altro. Verso dove? Verso il disastro.

Un disastro che sindaci e governatori si stanno adoperando in ogni modo per accelerare, così come il governo centrale – che in piena esplosione della pandemia è riuscito a stanziare un miliardo di euro per finanziare un “evento” così devastante. Che forse non si terrà mai, perché i danni prodotti dalla crisi climatica di qui al 2026 rischiano di avere il sopravvento, come già il covid-19 ha imposto il rinvio (a quando?) delle Olimpiadi in Giappone.

E non va certo a loro discolpa il fatto che tutto l’establishment mondiale si sia comportato finora – e probabilmente intenda continuare a comportarsi – in modo non dissimile. Non hanno altro per la testa e questo è il segno maggiore che se vogliamo sottrarci a una catastrofe che mette in forse la sopravvivenza della specie umana sulla Terra dobbiamo licenziare in massa questi nostri governanti. A sostituirli devono essere le nuove generazioni, quelle a cui la crisi climatica e ambientale sta letteralmente rubando il futuro e soprattutto i rappresentanti di questa loro consapevolezza, che ritroviamo nel movimento Fridays for Future e nel suo simbolo, incarnato da Greta Thumberg.

Quanto sia andato avanti il degrado della montagna che dovrebbe fare da teatro delle Olimpiadi del 2026 ce lo mostra una rapida osservazione di uno dei personaggi che hanno avuto l’occasione di assistere a quelle svoltesi nello stesso luogo settant’anni prima, già allora contro il sentire e l’opinione dei cittadini di Cortina d’Ampezzo: “Quando le Olimpiadi Invernali si svolsero a Cortina eravamo nel 1956. Nel 2026 le Olimpiadi Invernali a Cortina si svolgerebbero esattamente settant’anni dopo, con “costi ambientali” e “costi economici” che sono diventati insostenibili: più gare, più atleti, più discipline, più impianti grandi e impattanti, più traffico, più infrastrutture, più consumo di suolo e cementificazione, più spettatori, più caos, più inquinamento. E’ imbarazzante l’esultanza multipartitica dei politici che in Italia fanno parte del “consociativo” Partito Trasversale del Cemento, specie se la confrontiamo con il “no alle Olimpiadi” espresso con un referendum dalla popolazione di Calgary (Canada), dalla popolazione di Innsbruck (Austria), dalla popolazione di Sion (Svizzera ) o con le esitazioni del governo svedese e della Stiria (Austria) che hanno finito per favorire l’unica candidatura rimasta, quella di  Cortina. Nel 1956 Cortina e la Valle del Boite erano zone lussureggianti, ricoperte di boschi, attraversate da acque limpide e lente. Cortina e i paesi della Val Boite erano popolati e accerchiati da tanto verde e da tanto paesaggio. Quando si svolsero i giochi olimpici c’era la ferrovia delle Dolomiti che da Calalzo conduceva a Cortina, con una mobilità lenta che univa i paesi e offriva al viaggiatore panorami mozzafiato. Oggi tutto il comprensorio, dopo settant’anni di un processo “antropico” e “urbanistico” avvenuto all’insegna della “cementificazione selvaggia” e della “rendita immobiliare”, è perennemente a rischio “ambientale” e “demografico”.

“Rischio ambientale”, di natura idrogeologica, perché le colate di fango e detriti ad ogni acquazzone si ripetono nei centri abitati della valle. “Rischio demografico” perché il modello consumistico della vacanza come “status symbol” ha privilegiato Cortina, provocando un lento abbandono dei paesi considerati minori, ritenuti dal turismo d’élite ostacoli da superare rapidamente per raggiungere la meta paradisiaca e mondana della Perla delle Dolomiti.

Una svolta radicale: istruzioni per l’uso

E’ disponibile in anteprima nel formato e-book e sarà in libreria dal 28 maggio il libro Niente di questo mondo ci risulta indifferente a cura di Daniela Padoan (304 pagine, Interno4 Edizioni). Il libro è il risultato del lavoro svolto nel corso di più di un anno dall’associazione milanese Laudato sì. Questo libro esce a cinque anni esatti dalla divulgazione di quell’importantissimo documento. Il titolo è tratto da una frase dell’enciclica di papa Francesco a cui l’associazione si ispira.

In quell’enciclica, come nel lavoro dell’associazione, il tema dei rifiuti o, meglio, degli scarti, occupa un posto centrale. Da un lato gli scarti materiali, che sono il risultato di un approccio alla produzione che si estrinseca in una economia lineare: prelievo di risorse vergini, sia rinnovabili che non rinnovabili, dall’ambiente; loro trasformazione in beni di consumo o mezzi di produzione; generazione di scarti sia nel corso della produzione che a conclusione del ciclo di consumo, per “riconsegnarli” all’ambiente in forme e con modalità che non ne consentono né l’inserimento in un nuovo ciclo produttivo (riciclo) né l’inclusione in un nuovo ciclo biologico senza pregiudicare l’equilibrio degli ecosistemi. Il degrado ambientale e l’inquinamento sempre meno sostenibile sono la conseguenza diretta dell’economia lineare, a cui Francesco contrappone – ma ormai, a livello di enunciazione, sono tutti d’accordo, tranne poi non prendere alcun impegno pratico per tradurla in realtà – i principi di un’economia circolare, che riduca drasticamente i prelievi di risorse vergini ed elimini gli scarti, perché, come fa la natura con i suoi cicli vitali, alimenta ogni nuovo processo produttivo con i residui di quelli precedenti.

La produzione di scarti non si limita alla dimensione materiale dei processi produttivi, ma investe anche i rapporti sociali: chi si abitua a sbarazzarsi delle cose che non gli servono più senza preoccuparsi di accompagnarle verso processi che ne consentano la rigenerazione finisce per adottare lo stesso comportamento verso gli esseri umani, sia in campo economico che nelle relazioni e persino nelle amicizie più strette. Coloro che non ci servono più, o che non sono più di alcuna utilità pratica, sia come produttori che come consumatori, per il funzionamento del sistema economico sono anch’essi scarti: “rifiuti umani”, residui sociali, ingombri di cui sbarazzarsi nel più breve tempo possibile e al più basso costo possibile, in quelle discariche dell’umanità che sono le tante forme di emarginazione a cui vengono condannate persone, comunità o intere popolazioni considerate superflue. Tra questi due processi il legame è strettissimo: a pagare maggiormente i costi del degrado dell’ambiente sono coloro che l’economia lineare ha messo ai margini dei suoi processi.

Ho deciso di recensire questo libro, nonostante abbia contribuito alla sua stesura insieme a decine di altri co-autori, perché lo ritengo uno strumento di grande utilità per il lavoro di divulgazione in cui è impegnata l’associazione di cui faccio parte: in esso si abbozzano alcune risposte (le più importanti) non solo ai grandi problemi della nostra epoca, ma anche a molti altri, di apparente minore importanza, con cui i primi si intersecano. Senza questo intreccio tra il grande e il piccolo, tra l’alto e il basso, tra il fondamentale e il minuto, non si costruisce una prassi, cioè non si ritrova il bandolo di ciò che veramente conta né si riesce a risalire da ciò che è alla nostra portata (il locale) a ciò che riguarda tutti: il globale.

Questa convinzione mi viene dalla consapevolezza – che credo di condividere con tutti i co-autori di questo testo – che la strada verso questo modo di rapportarsi al nostro tempo è già stata aperta dall’enciclica Laudato sì di papa Francesco, che ne ha focalizzato i principi portanti e che fa da sottofondo a tutti i paragrafi in cui si articola il libro. Si tratta, per riportare a una formulazione semplice un ragionamento ricco di articolazioni, di profondità e di spessore, di due assunti di fondo tra loro strettamente connessi.

Il primo asserisce che a subire maggiormente i danni del degrado dell’ambiente sono i poveri della Terra: nel duplice risvolto di classi, gruppi e individui che si trovano al fondo della piramide sociale in ogni paese e di abitanti dei paesi segnati per sempre dalla dominazione coloniale nei confronti di chi di questa ha in vario modo tratto beneficio o lo trae tuttora. I primi, relegati nei quartieri e nelle zone più inquinate e meno fornite di servizi pubblici delle città; tutti gli altri negli slum delle metropoli di paesi mai veramente usciti dalla sostanza di una condizione coloniale, in territori devastati e impoveriti dal saccheggio delle loro risorse e dagli effetti dei cambiamenti climatici ormai in corso da tempo. In termini “geopolitici” sono da un alto gli abitanti dei paesi industrializzati o emergenti e dall’altro quelli di territori e nazioni che non si possono più chiamare né “sottosviluppati”, né “in via di sviluppo”, perché è ormai appurato che la loro storia coloniale e post-coloniale li ha in realtà condannati all’esclusione crescente e permanente dai benefici che abitanti di altre nazioni possono aver tratto da ciò che ha accompagnato per alcuni secoli la “civiltà industriale” e il dominio coloniale. Di fatto, però, ogni paese del pianeta ha ormai al suo interno – per ricorrere a un’espressione ormai in disuso – il suo “Terzo Mondo”, così come in ogni paese c’è chi beneficia dei tanti processi di esclusione dei più.

Sono dunque i poveri della Terra, in questa duplice accezione, che hanno un vitale interesse a salvare l’ambiente per salvare se stessi. Non c’è per loro prospettiva di emancipazione se non facendo propri gli obiettivi di una radicale conversione ecologica – un’espressione introdotta da Alex Langer oltre 25 anni fa, ripresa con convinzione da questa enciclica – di tutto l’assetto sociale ed economico in cui è ormai immersa l’intera specie umana. Giustizia sociale e giustizia ambientale, rispetto di tutta la vita sulla Terra e salvaguardia dei diritti fondamentali di ogni essere umano non possono procedere disgiunti: sono la stessa cosa.

Questo ci introduce al secondo assunto fondamentale che attraversa  l’enciclica e che, come il primo, è un filo conduttore di tutta l’articolazione dei temi sviluppati in questo testo: la Terra, il pianeta su cui e dei cui frutti viviamo, il “creato” – per usare il termine a cui fa principalmente riferimento l’enciclica – non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo alla Terra. Alla sua salvaguardia è indissolubilmente legato il destino della nostra specie, ma anche quello di ciascun individuo, come quello di tutto il vivente – di ogni essere animale o vegetale, anche il più apparentemente insignificante, come sottolinea papa Francesco – ciascuno dei quali ha una propria dignità, che deve essere rispettata anche quando decidiamo di potercene o dovercene servire.

Viene così sanzionata la fine di una visione antropocentrica che dagli esordi delle civiltà e con poche eccezioni – molte delle quali ancora vive tra le popolazioni native meno toccate da influenze “civilizzatrici” di matrice occidentale – ci ha condotti fino all’epoca attuale. Molti le attribuiscono ormai la denominazione di antropocene, perché è la stessa struttura geologica del pianeta, oltre alla corsa all’estinzione di decine di migliaia di specie viventi, a risultare ormai fondamentalmente determinate dall’intervento umano.

Si tratta di una strada senza sbocchi, che negli ultimi decenni ha subito un’accelerazione che ci ha già sospinti sull’orlo di un baratro da cui potrebbe non esserci più ritorno e che l’enciclica, come nessun altro documento politico al mondo, denuncia con la determinazione di un anatema. Guai a non invertire rotta! Ma come?

Questo “come”, a cui questo libro non pretende certo di dare risposte definitive, ha spinto a costituire e a tenere in vita da ormai cinque anni un’associazione che prende il nome dall’enciclica e da molti più anni, chi individualmente e chi in altre aggregazioni, a dar vita a un processo di elaborazione condivisa: aprendolo ai contributi di un arco molto vario di approcci sia culturali o politici – ma non partitici – sia di “buone pratiche”, fino a sviluppare, per punti e sottopunti, un documento che ha lo scopo di aiutare i lettori a chiarirsi sulla posizione da prendere  nei confronti dei tanti problemi trattati.

Molti di noi nel corso di questo percorso hanno potuto verificare come lo sforzo di collegare con un filo rosso i vari problemi su cui venivamo chiamati a pronunciarci nel corso di dibattiti o confronti – prima svolti in presenza, poi, negli ultimi mesi, solo on line – abbia facilitato enormemente il nostro lavoro di divulgazione, la capacità di capire e farsi capire. Soprattutto se con il termine divulgazione non intendiamo la banalizzazione di una questione, ma lo sforzo per portare allo scoperto il modo in cui questioni tecniche o argomenti anche complessi si intersecano con le esperienze della vita quotidiana a cui tutti possono fare riferimento. Basta guarda all’insieme dei capitoli, ciascuno dei quali si articola in 15-20 paragrafi, per rendersi conto della complessità di questo lavoro. Dal 16 maggio e fino al 28 maggio, Niente di questo mondo ci risulta indifferente, a cura di Daniela Padoan (304 pagine, Interno4 Edizioni) è in vendita promozionale, in formato e-book, al prezzo di soli 4,45 euro. Dal 28, in formato cartaceo, costerà tre volte tanto. Chi è interessato può affrettarsi a ordinarlo e scaricarlo su Ibs, Feltrinelli, Mondadori e Amazon


Fase 2: riconsiderare il lavoro

La “fase 2”, messa all’ordine del giorno nel corso delle ultime settimane non riguarda tanto “l’uscita”, ancora lontana, dalla pandemia, quanto il “rilancio” dell’economia, che altro non è se non il ritorno a una normalità “potenziata”.  Potenziata per recuperare il tempo perduto: non quello di Proust, ma quello dal PIL. Più produzione, più sfruttamento, più precarietà – cioè mancanza di prospettive e di futuro – per tutti, più debito, più diseguaglianze tra ricchi e poveri, più emarginazione di chi è rimasto indietro, più respingimenti di chi non dobbiamo vedere tra noi (per poterli sfruttare meglio), più indifferenza verso le “vite di scarto”.

Tutto ciò mette al centro la concezione che i “padroni” della politica e dell’economia hanno del lavoro, che è la vera posta in gioco di questo rilancio, ma anche la necessità di una sua riconsiderazione radicale, per molti di noi alla luce dei principi che ci sono stati trasmessi dell’enciclica Laudato sì.

Per secoli, o millenni, il lavoro è stato considerato una condanna, associata a una condizione servile – o di vera e propria schiavitù – solo metaforicamente sublimata in alcune sue versioni bucoliche o agresti. La vita “vera” era da sempre quella che dal lavoro era esentata, o perché dedicata al culto o alla guerra, o perché incentrata sul proprio perfezionamento: una condizione che il latino esprimeva con il termine otium, il cui opposto – negotium – non conteneva alcun riferimento alla fatica o alla sofferenza di ciò che noi chiamiamo lavoro, ma solo a traffici e affari di ordine sia politico che commerciale. D’altronde nella radice del termine travail, presente in varie versioni in molti idiomi neolatini, c’è un riferimento a uno strumento di tortura caro all’Inquisizione (tri-palium: tre pali).

Ma con l’avvento del capitalismo e l’eradicazione degli addetti al lavoro dal loro contesto di vita, per trasferirli nell’ambiente artificiale della fabbrica, il lavoro è stato progressivamente associato all’aumento della produttività generato da questo nuovo ambiente: in una parola, allo “sviluppo delle forze produttive”. E a questo processo, sia Marx e le diverse versioni politiche e culturali che da lui hanno preso le mosse, sia, in un secondo tempo, la tradizione del cattolicesimo democratico, a partire dall’enciclica Rerum Novarum, e persino la cultura liberal-liberista, hanno sostanzialmente, seppure in forme diverse, affidato l’emancipazione dallo sfruttamento, o la conquista della propria dignità, o la realizzazione di una piena cittadinanza.

La Costituzione italiana, d’altronde, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica, è uno dei tanti eredi di questa visione. Si era con ciò equiparato, o confuso, il lavoro con le lotte per il miglioramento delle retribuzioni o delle condizioni lavorative o dei diritti dei lavoratori, attribuendo tout-court al primo il senso e la “dignità” che spettava alle seconde. Ma non per caso, né per sbaglio: la potenza del lavoro industrializzato, cioè lo sviluppo delle forze produttive, sono stati a lungo e vengono tuttora considerati condizione ineludibile della emancipazione dei lavoratori.

Che cosa quel lavoro produce o contribuisce a produrre passa in secondo piano rispetto al suo potenziale emancipatorio. Ma oggi, non solo alla luce della pandemia, ma a quella della crisi climatica e ambientale che la precede, che in gran parte l’ha provocata, e che è destinata a protrarsi ben al di là dell’eradicazione della malattia, un atteggiamento “agnostico” nei confronti del lavoro non è più possibile. Il “ritorno al lavoro” per chi – non tutti – l’ha dovuto interrompere, alla sua “normalità”, è il ritorno a un assetto dei processi produttivi che porta l’umanità, e non solo essa, all’estinzione. La “dignità” dell’homo faber non può più essere affidata alla sua capacità di dominare e di trasformare la natura e alla potenza con cui lo fa; diventa indispensabile collegarla alle conseguenze di quello che fa, alla misura in cui contribuisce alla cura della Terra o alla sua rovina. Non ci può più essere una “dignità del lavoro” – spesso invocata, peraltro, da chi ne è a vario titolo esentato, o spaccia per lavoro i suoi traffici – se non in quelle attività che contribuiscono alla tutela o alla rigenerazione dell’ambiente o alla lotta per la conversione ecologica delle produzioni e delle attività in cui siamo tutti, chi più e chi meno, costretti a impegnarci per campare. La dignità del lavoro può risiedere solo nella cura della Terra.

Mano a mano che il lavoro astratto e retribuito andava separandosi dal suo contesto di vita – sia nella modalità del lavoro salariato che in quella di lavoro “autonomo”, tra cui oggi va rapidamente dileguandosi ogni soluzione di continuità – si andava concretizzando anche una riorganizzazione delle attività legate alla riproduzione. Oggi queste sono genericamente ricondotte alla categoria dei lavori di cura, in larga parte non retribuite e per lo più relegate alla componente femminile dei nuclei familiari; essenziali però a che il lavoro retribuito potesse svolgersi secondo i dettami delle attività produttive di merci, cioè di valore di scambio.

Per molto tempo, per i lavori della riproduzione o di cura – il cui ruolo essenziale al funzionamento della società, ma a lungo occultato, è stato portato alla luce dai movimenti femministi – è stata rivendicata una “pari dignità” e una retribuzione adeguata a quelle che venivano riconosciute al lavoro detto produttivo. Si trattava, in altre parole, di sospingere con la lotta il lavoro di cura entro la sfera del lavoro produttivo. Oggi però appare chiaro che il movimento da promuovere è esattamente l’opposto: occorre battersi per trasformare tutto il lavoro produttivo in lavoro di cura della Terra, del vivente, della convivenza umana, della riproduzione della vita. E’ la cura che deve attrarre, accogliere e trasferire entro la propria sfera di senso e di rivalutazione della sua importanza il lavoro detto “produttivo”, realizzando, entro questa trasformazione, quel riequilibrio tra generi e ruoli che lo “sviluppo delle forze produttive” non ha mai saputo e potuto realizzare: un’inversione di campo non da poco.

E’ in questa prospettiva che la rivendicazione di un reddito incondizionato può perdere il suo carattere retributivo – “mi paghi in cambio di qualcosa”, ossia anche solo quelle preziosissime informazioni carpite alla vita di ognuno attraverso la rete – che lo vincola indissolubilmente al paradigma del lavoro salariato, per assumere i connotati di una rivendicazione che coincide con l’appartenenza a un unico genere umano.

La conversione ecologica? Si deve fare

“Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità è il problema”. Cioè, la fine – o la sospensione – dell’emergenza coronavirus (fase 2 e 3) sarà segnata da nuove manifestazioni della ben più grave crisi climatica e ambientale in corso, con un’urgenza che troppi cercano di dimenticare. Ma anche di una inevitabile crisi economica dai connotati impensati.

Certo, le strade torneranno a riempirsi di automobili e smog, perché disservizio e distanziamento riducono drasticamente le capacità del trasporto pubblico attuale; ma c’è qualcuno che può credere che il mercato automobilistico europeo, crollato dell’80 per cento – e a cui l’industria meccanica italiana forniva gran parte dei componenti – possa riprendersi nel giro di qualche mese o di un anno? O che le navi da crociera – principale specializzazione (oltre alle navi da guerra) di Fincantieri – possa ricominciare dopo aver visto quei mostri galleggianti trasformati in prigioni, e anche in tombe, di chi pensava di andare in vacanza? O che, ora che anche H&M abbandona il mercato italiano, la moda – quella di massa, del pret-à-porter, di cui le sfilate di Milano e Firenze non sono che l’appariscente punta dell’iceberg – possa riprendere al ritmo forsennato di prima? O, ancora, che ritorni presto, e alla grande, il turismo internazionale, d’arte o d’affari, quello che “porta valuta” alle casse del paese? O che possa spuntarla l’agroalimentare che – anche e soprattutto per ragioni climatiche – rischia in tutto il mondo una crisi di approvvigionamento che metterà in forse, anche nei paesi più ricchi, la capacità di sfamare i poveri?

L’amara scoperta di quanti verranno richiamati al lavoro o sono stati costretti a non abbandonarlo – a rischio della propria salute e di quella delle loro famiglie – per soddisfare ordini in sospeso sarà quello di ritrovarsi nel giro di pochi mesi in cassa integrazione o senza lavoro; senza nuovi ordini o senza le necessarie forniture; senza clienti e senza soldi. La Grande Iniezione di Liquidità che Governo e – forse – l’UE si apprestano a somministrare per tenere in vita produzioni e attività senza futuro colmerà, per un po’, il vuoto lasciato da committenti insolventi e da clienti svaniti, ma per inabissarsi subito dopo nel buco nero di una “continuità produttiva” di cui sono venute meno le basi. O forse si pensa veramente che la ripresa dei lavori nelle Grandi Opere – Tav Torino-Lione in primis, e poi autostrade, stadi, grattacieli, Olimpiadi, la sanguisuga del Mose, e via dissipando – possa “far ripartire l’Italia” come blateravano le madamine torinesi (e chi se le ricorda più?) che vedono il sacro Gral in una galleria? C’è solo da notare quanto governi di paesi membri dell’UE, tanto tirchi nel concedere a chi è in difficoltà quel sostegno finanziario che dovrebbe stare alla base del patto europeo, si rivelino invece così “di manica larga” nel confermare i finanziamenti della Commissione per opere come il Tav, destinate a farci sprofondare nel nulla.

In realtà l’unico modo per salvare una “continuità” produttiva e occupazionale nella maggior parte delle fabbriche italiane è la loro riconversione ecologica: molti impianti e molte competenze potrebbero esservi applicate in poco tempo e con poco sforzo. Ma quella riconversione non può essere fatta azienda per azienda: in ogni ambito occorre ricostruire o ricomporre intere filiere – di forniture e di sbocchi: una nuova supply chain – e in molti casi far convergere su di esse risorse di interi territori: ci vogliono consapevolezza e coinvolgimento di tutti – management, maestranze, associazionismo, università, governo locale – ma anche regia e, ovviamente, denaro.

Dove sono in gioco lavori pubblici e infrastrutture (i mille piccoli interventi e la messa in sicurezza di territori e comunità, innanzitutto in campo sanitario, in sostituzione delle poche Grandi opere inutili e dannose), occorre restituire capacità di intervento e di spesa ai Comuni, riconvertendo anch’essi con una forte partecipazione e capacità di controllo popolari. 

Dove sono in gioco consumi finali, vanno messi a disposizione della cittadinanza – di ogni azienda, quartiere, condominio, scuola, ente o istituto – gli strumenti per conoscere e valutare, in termini di fattibilità tecnica e di convenienza economica, le proprie potenzialità per partecipare alla transizione ecologica. 

Come? Costituendo, innanzitutto in campo energetico, dei team pluridisciplinari – ingegneri, architetti, economisti, sociologhi – finanziati dai Comuni, singolarmente o in consorzio, reclutandone il personale tra neolaureati e neodiplomati da formare sotto la guida di esperti del ramo, per svolgere – senza oneri sia per i chi ne fa richiesta che per chi non la fa – check-up, progettazione di massima degli interventi, valutazione della loro convenienza economica, individuazione delle fonti di finanziamento e direzione dei lavori, da affidare poi a ditte convenzionate. Interventi analoghi possono essere messi in campo per rivoluzionare il sistema dei trasporti (condivisione dei mezzi e ridisegno di linee, cadenze, orari e mezzi del trasporto pubblico) e per costruire filiere di prossimità in campo agroalimentare. Un’iniziativa che può creare migliaia di posti di lavoro qualificati per giovani e innescare una autentica svolta nei principali ambiti interessati dalla conversione ecologica. Certo, con processi random, senza aspettare “il piano” del New Green Deal del Governo, ma adoperandosi concretamente perché se ne faccia uno.

Che cosa ci insegna la nostra reclusione

Fermi per auto-reclusione coatta nelle nostre case (chi ce l’ha), rimpiangiamo di più il contatto con le altre persone – gli incontri al bar o al mercato, le visite ad amiche e amici, la frequentazione di colleghe e colleghi negli uffici o di compagne e compagni di lavoro (che si devono comunque tenere a distanza di sicurezza) nelle fabbriche dove si è comandati ad andare a lavorare, le conoscenze casuali che si possono fare ovunque, gli amori senza convivenza. E magari anche (qualche) riunione, le assemblee, le manifestazioni, oppure le cose che ci mancano: lo shopping, i vestiti nuovi, i nuovi gadget elettronici, il denaro che non si può spendere, le vacanze e i week-end, la nostra auto là ferma, le mille cose che ci possiamo sempre procurare andandole a comprare quando ci servono o anche no, i piatti di un ristorante o gli aperitivi di un bar, il lavoro che non ti lascia mai il tempo per pensare?

La riproduzione, come  la chiama Francesca Fornerio, che ci fa esseri sociali, o la produzione, quella che i padroni delle nostre vite vorrebbero farci riprendere al più presto, che ci mette a disposizione il cosiddetto “benessere”?

E poi, l’aria pulita, il cielo limpido, le stelle che tornano a brillare (viste dalla finestra o dal balcone di casa), le strade vuote e la vita che torna a invadere l’habitat abbandonato dagli umani, con le file di anatre e anatroccoli che scorrazzano ovunque, i pesci che tornano a vivere nei canali di Venezia, i delfini che giocano davanti a una spiaggia deserta e nella laguna. E soprattutto l’idea, ben documentata da tanti video,  che questo, e altro ancora, sta succedendo anche nel resto del mondo proprio a causa dell’epidemia che ci ha fatto fare un passo indietro obbligandoci alla reclusione.  Tutto questo vale  o no la perdita di una vita frenetica piena di troppi impegni, di continui spostamenti, di traffico, di smog, di rumore, di incazzature, di trame competitive, di rivalse messe in atto o anche solo pensate?

Se ci poniamo, anche solo con il pensiero, fuori dalle mura entro cui ci siamo reclusi, come forse torneremo a poter vivere tra qualche mese, ci ritroviamo davanti agli occhi due ambienti e due “stili di vita”, ma in realtà due modelli di società e di rapporto con il mondo che, nell’essenziale possono essere ridotti a queste alternative: persone o cose? Salute o denaro? Vita o lavoro al primo posto? Natura o consumi smodati? Mai come in questo periodo si può capire che il reddito deve essere sganciato dal lavoro.

Possiamo scegliere? Certo non come se quelle alternative ci venissero presentate come marche diverse di merci esposte sugli scaffali di un supermercato: sappiamo che una di quelle alternative è ormai profondamente incistata nel nostro tran-tran quotidiano. Ha dietro di sé, per alcuni, forse per molti, sicuramente non per tutti, le comodità dell’abitudine e la pigrizia o l’incapacità di pensare ad altro. Ma soprattutto ha dietro di sé un esercito di potenti della Terra e di loro inservienti – praticamente tutti – impegnati a fondo a difendere, insieme ai loro ruoli e ai loro privilegi, i meccanismi che li perpetuano, per loro e per i loro figli.

L’altra alternativa è come sospesa nel vuoto di un pensiero che non trova la strada per farsi concreto, di un razionale che non riesce a diventare reale, di una nostalgia di qualcosa che non ha ancora né un dove né un come.

Ma il coronavirus ha dato a tutti uno scossone. Ha mostrato che la vita di tutti i giorni può piombare dall’oggi al domani in un baratro. Che non c’è nulla di garantito. Che quello che ci succede ora potrebbe ripetersi nuovamente, magari cambiando forma, o durare per sempre, o anche volgere all’ancor peggio: la crisi climatica incombe da tempo su tutti e si fa ogni giorno più pressante. Per cui decidere, farsi interpreti e autori del nostro futuro potrebbe rivelarsi una necessità ineludibile.

La politica, quella vera, che è autogoverno – prima di tutto dei nostri pensieri, poi delle nostre esistenze, ma soprattutto della vita collettiva – comincia da qui: dal conflitto tra le alternative che le vicende del pianeta su cui viviamo ci pone di fronte, che si fa subito conflitto tra le nostre pulsioni e poi tra opposti interessi. Conflitto tra classi, tra basso e alto, base e vertice della piramide sociale.

E’ di questo che non si parla più da tempo, di cui abbiamo disimparato a discutere e di cui dobbiamo recuperare “le parole per dirlo”, ma anche il tono con cui comunicare il nostro sentire. Non c’è solo un “discorso” da fare, ma anche un’esperienza di riconquista di un rapporto con tutto ciò che nel mondo è vita, bellezza, salute e anche “spirito”: un’esperienza che dobbiamo imparare a fare insieme, come bambini che si affacciano alla vita. E dobbiamo farla in compagnia dei ragazzi e delle ragazze che uno dopo l’altra, ma sempre più numerosi – parlo di Fridays for Future – e ormai in tutti i paesi del mondo, si stanno rendendo conto che “non c’è alternativa”. O si cambia il sistema o si muore con esso.

Fase 2 per tornare come prima? No grazie. Conversione ecologica

Il compito, la mission, del neonominato “doctor Wolf” Vittorio Colao e del suo team quasi tutto composto da manager e consulenti della grande industria è chiaro: accelerare il ritorno alla “normalità produttiva”: quella che ci conduce, in allegra compagnia con molti altri paesi, alla catastrofe climatica e ambientale prossima ventura. In gran parte la sua sarà mera opera di copertura, perché più di metà delle fabbriche ha già ripreso o non ha mai smesso di produrre. Ma per chi? E perché?

Per fare fronte a ordini già in corso; o per non perdere le commesse future; o per impedire che ce le porti via un altro; o per dimostrare che si è in grado di rispondere a futuri nuovi ordini, rispondono gli imprenditori. Non importa se si tratta di produzioni essenziali o no; se si vuole evitare una recessione, o ridurne la gravità, tutte le fabbriche sono essenziali. Tutto deve riprendere come prima, a costo di sacrificare salute e vita degli operai, delle loro famiglie, dell’intera comunità. Prima gli italiani? No, prima la produzione, il mercato, il profitto.

Ma proprio le imprese e i settori oggi in prima fila nell’imporre che si lavori costi quel che costi saranno anche, tra non molto, le prime a fare ricorso alla cassa integrazione e a mandare a casa gli operai che oggi costringono a lavorare.

Per la produzione di armi – F35, sottomarini e cannoni – forse il problema non si pone, perché i committenti sono lo Stato, che continuerà a indebitarsi per pagarle, e altri governi, che fino a che l’ultima goccia di petrolio sgorgherà dal sottosuolo ne useranno i proventi per armarsi fino ai denti. Poi, forse, si dovrà ridimensionare anche quel mercato di morte.

Ma chi comprerà le auto del 2020 e del 2021, quando gran parte di quelle prodotte nel 2018 e nel 2019 sono ancora nei piazzali in attesa – a prezzi scontati – di un compratore? E chi mai riuscirà a risollevare in pochi mesi o pochi anni un mercato crollato dell’83%? Certo, con la fine dello lock-down ci sarà una corsa a riprendere in mano il volante: è quello che invitano il sindaco di Milano e quelli come lui, perché sui mezzi pubblici si viaggerà distanziati e loro non intendono potenziare il servizio e organizzare uno scaglionamento degli orari di ingresso e di uscita da fabbriche e scuole. Ma tra riprendere a guidare l’auto vecchia e comprarne una nuova il salto è grande; e non alle viste. E dietro al mercato europeo dell’auto entrerà in crisi gran parte dell’industria meccanica e della siderurgia, imponendo, tra l’altro, ai lavoratori e ai cittadini (liberi e pensanti) di Taranto di trovare quello che in dieci e più anni Governo e sindacati non hanno avuto il coraggio o la capacità di cercare: un’alternativa occupazionale a un’impresa comprata – come tutti sanno – solo per chiuderla e accaparrarsene il mercato.

E la moda? Altro pilastro del cosiddetto “made in Italy”, opera per lo più del lavoro di altri paesi. Molti ci penseranno due volte prima di rinnovare il proprio guardaroba: se ne è accorto anche Armani. E senza una “ricaduta” popolare, l’alta moda delle sfilate rischia la fine di tutte le altre forme di turismo di lusso e dei “Grandi eventi”: fiere, expò, grandi mostre, campionati, grandi gare, olimpiadi. Il Giappone ne ha già avuto un assaggio.

De profundis, quindi, anche per l’aeronautica civile. E anche per le crociere, rivelatesi veri focolai di contagio (e per la cantieristica italiana, in gran parte votata a questo mercato). Ma anche per le vacanze esotiche: l’dea di ritrovarsi in mezzo a un contagio, un incendio, un uragano, una guerra, una rivolta di popolo, impossibilitati a tornare a casa, farà scegliere a molti mete più a portata di mano (e non è detto che sia un male). Reggerà forse il turismo religioso: c’è tanto bisogno di miracoli.

Il problema maggiore riguarda però agricoltura e alimentazione e ha poco a che fare con il coronavirus, ma molto con la crisi idrica, i cambiamenti climatici e la mancanza di manodopera schiava (quella fornita dagli immigrati “clandestini”, da sempre sfruttati, ma ora bloccati). Si rischia una vera e propria crisi alimentare (con supermercati semivuoti; e sarà sempre più difficile importare cibo dall’estero

) che farà capire a tutti che times are a-changing.

Insomma, correre ai ripari non vuol dire massacrare lavoratori e comunità per riattivare le vecchie produzioni, ma mettere in cantiere quelle nuove: impianti per le rinnovabili e l’efficienza energetica, ristrutturazione del già costruito, gestione accurata di risorse e rifiuti, mezzi di trasporto collettivi o condivisi, agricoltura biologica e di prossimità, riassetto idrogeologico dei territori e tutto ciò che è legato alla prevenzione: ce n’è abbastanza per impiegare e riqualificare eserciti di disoccupati. Gli operai delle produzioni “non essenziali” sono i primi a sapere che il loro posto è a rischio; per questo, quando possono, scioperano o si oppongono all’inutile apertura delle loro fabbriche. E se non lo sanno, è perché autorità (anche quelle che hanno dichiarato l’emergenza climatica e ambientale) e sindacati non gli hanno mai detto la verità. Gliela hanno nascosta per paura di dover cambiar tutto, a partire da loro stessi e dal loro ruolo. Ma se non lo fanno loro lo devono fare movimenti come Fridays for future ed Extinction Rebellion. Partendo da scuole e università, oltre che dalle piazze, per coinvolgere di lì famiglie, quartieri, istituzioni e sindacati. Senza mai rinunciare però all’azione diretta, e all’appoggio – non solo per denunciare, ma anche per progettare – dei saperi di scienziati ed esperti. Ce ne sono molti in giro, disoccupati o non valorizzati da chi li impiega, ma desiderosi, se gliene si offre l’occasione, di mettersi al servizio di una vera riconversione. Costruiamo insieme un futuro diverso.

L’unica cura è la conversione ecologica

E’ ormai chiaro che la pandemia di Covid-19 non è che una manifestazione della crisi climatica e ambientale in cui siamo entrati da tempo. Durerà a lungo, in forme intermittenti o permanenti, forse per reviviscenza dello stesso virus, forse per comparsa di virus nuovi. La “normalità” cui dobbiamo abituarci è questa; e in questa normalità, sia ancora dentro che già fuori dai periodi brevi o lunghi di “distanziamento spaziale” (che Jeremy Rifkin prospetta permanente), dobbiamo sviluppare cultura, proposte e strumenti per affrontare l’altra crisi, quella climatica e ambientale. Sembra però che l’economia, “quando tutto sarà finito”, preoccupi anche più della salute: il dibattito si concentra quasi solo su finanza (debito pubblico e privato, eurobond, MES, liquidità) e moneta (helicopter money, certificati fiscali, euro; da cui peraltro quasi più nessuno propone di uscire). Perché la finanza domina e ingloba ormai tutta la vita. Per il resto ci si chiede solo se e quando si tornerà alla normalità (di prima); o se invece si va incontro, per scelta o necessità, a cambiamenti radicali: soprattutto degli “stili di vita”, dei consumi. C’è chi teme, a ragione, che la domanda non riprenda; e chi auspica che covid-19 abbia insegnato a tutti che questo sistema è insostenibile.

Turismo e commercio minuto (ma non la Grande distribuzione, che se ne è avvantaggiata) sembrano le vittime designate della crisi mentre il mondo delle imprese si comporta come se i settori “pesanti” siano destinati a continuare a produrre come prima, addirittura finanziando, in piena pandemia, nuove grandi opere (autostrade, per le olimpiadi invernali del 2026!) e nuovi sommergibili e bombardieri. Così si sforza di tenere le fabbriche aperte, mettendo a rischio vita e salute di operai, famiglie e  vicini: per non interrompere le rispettive catene di sbocchi e forniture.

Ma lo stile di vita non potrà cambiare se ad esso non corrisponderà anche la riconversione dell’apparato produttivo. Vuol dire decidere (in modalità condivise) quali settori tenere in piedi e quali chiudere o riconvertire: questione sempre solo sfiorata, ma nel cui merito nessuno osa, per ora, addentrarsi. Ma bisogna farlo cominciando dalle cose più semplici.

Tutti dicono che il settore sanitario va rafforzato, ponendo fine a tagli e privatizzazioni, finanziando le strutture che si sono dimostrate carenti (tutte), causando migliaia di morti, e dotandole di quegli impianti, presidi e attrezzature che sono mancate. Ma l’asse della sanità va spostato dalla terapia alla prevenzione, il che significa riorganizzarla su basi territoriali diffuse. Lo stesso vale per la protezione civile, che non può più intervenire solo a disastri avvenuti, bensì in modo preventivo, attrezzando ogni territorio con tutti i presidi necessari: epidemia e terremoti, per esempio, sono eventi prevedibili, se non nel tempo, nei possibili sviluppi, di cui non si è mai tenuto conto. Lo stesso vale per l’educazione, che deve essere permanente e riorganizzata su basi diffuse; e per la ricerca, che per essere “democratica” deve misurarsi con i suoi destinatari.

Poi ci sono settori da aprire, potenziare o ristrutturare (energia, efficienza, edilizia abitativa, agricoltura biologica di prossimità, forestazione) che possono assorbire, a tutti i livelli di qualificazione, manodopera “liberata” da settori di cui, alla luce della crisi climatica e ambientale, sono auspicabili ridimensionamento o chiusura. Il primo è quello delle armi e della cantieristica, che in Italia produce solo navi da guerra e da crociera (un “settore” stupido, catastrofico per l’ambiente, rivelatosi grande focolaio di infezioni); poi vengono quelli delle costruzioni (grandi opere) dell’auto, della nautica, della moda, della petrolchimica e relative filiere (tra cui la grande siderurgia, risolvendo per sempre la questione Taranto). Non è un caso che siano proprio quelli dove gli operai comandati al lavoro manifestano, scioperando, la convinzione della loro inutilità, per lo meno rispetto alle esigenze dell’emergenza. Come fanno da tempo le popolazioni dei territori su cui molti di quegli interventi insistono. E’ un’occasione da non perdere: se si cercano i “soggetti”, le forze sociali, le istituzioni da cui può sprigionarsi un progetto di conversione ecologica bisogna partire da questa loro consapevolezza; lavorando per prospettare insieme a loro adeguate garanzie di reddito (quelle che già chiedono ora) e di ricollocazione nei settori da promuovere. D’altronde molti di loro sanno bene che, tranne per l’industria delle armi, cui le commesse non mancano mai, i settori in cui sono impiegati non ritorneranno più ai fasti di prima. Lo confermano ormai molti analisti economici, che ne prevedono un vero crollo. Come non ci tornerà il turismo.

Ma come procedere? Bisogna sostenere questa consapevolezza con l’apporto di team multidisciplinari di esperti che li aiutino a fare un checkout dell’azienda o del contesto per mettere in campo nuovi progetti. A farsene carico dovrebbero essere le amministrazioni municipali. Ovviamente, per ciascuno di essi, bisognerà ricomporre tutta la filiera, e a questo non può provvedere che un potere centrale. Ma lo farà solo se costretto dalla spinta di un’iniziativa dal basso.

C’è infine un settore di cui nessuno parla, che fa in qualche modo da barriera tra i molti – lavoratori e non – che vivono alla base della piramide economica e i pochi che ne reggono le fila. Ed è forse, dopo il turismo, il settore più sviluppato e articolato del mondo: quello del marketing e della pubblicità, vera arma di distrazione di massa per promuovere l’accettazione del mondo com’è. E’ il vero universo della cultura contemporanea, quella che plasma lo spirito di un’epoca e a cui è facile ricondurre una molteplicità di ruoli “creativi”: grafici e copywriter, ma anche artisti e scrittori che ne influenzano lo stile, divulgatori e persuasori che lo diffondono, sociologi e stilisti, attori e indossatrici, e uomini-macchina delle rilevazioni demoscopiche (sempre più concentrate nelle centrali del capitalismo della sorveglianza). La conversione ecologica ha bisogno anche di loro, ma non nei loro ruoli attuali. E il crollo del loro settore potrebbe liberare una massa compressa di creatività diffusa capace di cambiare l’immagine del mondo.

Salvarsi

Numerosi indizi, dal rapporto tra inquinamento e diffusione del virus a quello tra spillover e distruzione di habitat selvatici, fino a quello contagio e insalubrità di molti insediamenti umani, inducono a concludere che la comparsa del coronavirus non è che una manifestazione della crisi ecologica e che questapandemia non è che una manifestazione dell’emergenza climatica e ambientale già da tempo in corso. Cesserà – ce lo auguriamo – l’isolamento a cui siamo costretti, ma senza alcuna certezza che non si renda di nuovo necessario di qui a poco per questa o per un’altra ragione. Quello che la crisi climatica e ambientale non eliminerà più per decenni a venire è la necessità di adottare un modo di vivere e convivere radicalmente diverso da quello a cui siamo stati abituati, di cuidobbiamo cominciare di delineare qui e ora i principali tratti.

Il primo compito è soprattutto di carattere culturale e spirituale, ma con ineludibili conseguenze in campo pratico e politico: riconciliarci con la Terra. E’ un tema al centro della critica che tutta l’ecologia integrale (secondo cui giustizia sociale e ambientale sono inseparabili) rivolge da decenni al dominio che il pensiero unico e l’economia hanno imposto ai nostri comportamenti, e che trova un importante riscontro nell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, oltre che nel richiamo esercitato da numerose culture indigene di popoli nativi non ancora completamente obliterate dallo “sviluppo”, a misura della radicalità del cambiamento che si impone.

La prima conseguenza di questo cambio di paradigma è l’obbligo di ridurre il nostro impatto sull’ambiente riducendo radicalmente molte produzioni e azzerandone completamente altre: esattamente ciò che ci si impone oggi per ridurre il rischio di contagio; sul lavoro, negli spostamenti, in famiglia, coi vicini.

Per farlo occorre che i diretti interessati, che non sono solo gli addetti di ogni singola azienda, ma tutta la comunità che ne subisce in vario modo l’impatto, recuperino o conquistino un potere decisionale nel definire quali produzioni sono essenziali e quali no: oggi, di fonte al dilagare del contagio; domani, nel far fronte alle manifestazioni della crisi climatica e ambientale.

Ciò richiede che venga garantito comunque un reddito adeguato a chi, transitoriamente o per sempre, non avrà più accesso al lavoro o alle fonti di reddito su cui ha contato finora.

Ma assumere ed esercitare quel potere decisionale è un processo complesso, che richiede la disponibilità di molto tempo, di cui è necessario riappropriarsi ridistribuendo su una platea molto più ampia le attività che sopravviveranno alla eliminazione o riduzione delle produzioni superflue.

La crisi acuita dall’attuale pandemia, ma già in incubazione da tempo, lascerà dietro di sé, in tutto il mondo, un panorama di contrazione e sconnessione di tutte le attività economiche, finanziarie e produttive; inutile cercare di salvare la continuità produttiva di molte imprese condannate comunque al fallimento o alla chiusura. Meglio dedicare gli sforzi a riprogettare quelle vecchie e studiare quelle nuove.

Per affrontare la crisi climatica e ambientale occorre avviare una radicale conversione ecologica nei comportamenti e in campo produttivo: per lo meno negli ambiti principali: energetico, agro-alimentare, mobilità, assetti idrogeologici,edilizia, salute, istruzione e ricerca. Il problema è il come.

L’obiettivo principale è recuperare resilienza rispetto ai vincoli esterni: quelli imposti dalla finanza, dalle catene globali delle forniture, da mercati di sbocco evanescenti. In una parola, ri-territorializzazione della maggior parte delle attività suscettibili di un reimpianto locale.

Gli eurobond sono un palliativo che non elimina la soggezione alla finanza internazionale, ma in tutti i paesi c’è una quota elevata di debito pubblico illegittima o odiosa che non va onorata anche in base al diritto internazionale. La situazione va equilibrata restituendo a ogni comunità locale il controllo della circolazione monetaria che alimenta a propria economia locale e limitando agli scambi internazionali le valute sovranazionali.

Il principale ostacolo alla conversione ecologica è costituito dalle guerre in corso e dall’industria delle armi che le alimenta, costringendo milioni di persone a fuggire dal proprio paese. La principale guerra del futuro, di cui già si intravedono le prime pesanti manifestazioni, è quella contro i migranti, il cui numero è destinato a crescere con l’avanzare della crisi ambientale. Continuare nelle politiche di respingimento non fa che aggravare le cause della crisi attuale e futura. Accoglienza e inclusione sono quindi condizioni irrinunciabili che possono contribuire anche a promuovere politiche volontarie di ritorno per la rigenerazione dei territori e delle comunità da cui profughi e migranti sono stati costretti a fuggire.

La conversione ecologica è indisgiungibile dal conflitto con molti degli interessi costituiti che dà concretezza e credibilità alle proposte di un green new deal e può mobilitare una parte consistente dei cittadini di tutti i paesi dell’UE per imporre ai rispettivi governi una vera svolta per tutta l’Europa.

Ha ragione papa Francesco

Ha ragione papa Francesco: siamo tutti sulla stessa barca. Forse qualche anno fa su quella barca c’erano solo gli sfruttati: a remare; gli sfruttatori stavano a terra, al sicuro. Ma ora, con la crisi climatica e ambientale e la pandemia, in quel mare in burrasca ci siamo tutti. Alcuni continuano a remare, anche più forte di prima, per traghettarci sull’altra riva (sono i medici, gli infermieri e i lavoratori impegnati in produzioni essenziali), mentre “quelli là” remano contro; anzi, fanno remare contro una parte consistente della ciurma al loro comando, per riportarci sulla riva da cui stiamo cercando di allontanarci. Molti altri (quelli chiusi in casa, senza compiti specifici) sono semplici “passeggeri”, cui viene raccomandato di non muoversi troppo per non sbilanciare l’imbarcazione. Ma a riva, senza potersi imbarcare, è rimasta una folla di derelitti e di emarginati, di cui pochi si sono accorti, quasi nessuno si preoccupa e che molti Governi hanno deciso di lasciare a terra. Per loro va apprestata al più presto un’altra imbarcazione. A poppa, per ora, non c’è nessuno che calmi la tempesta. 

L’altra riva, quella verso cui cerca di dirigersi la barca, è la conversione ecologica; sono le misure necessarie per sventare questa come le altre catastrofi che incombono sulla specie umana a causa dei cambiamenti climatici, che tutti i Governi del mondo erano riluttanti ad affrontare anche prima di questa pandemia, ma di cui ora nessuno parla più; anche perché quelli che si battevano per imporre una svolta radicale, come Fridays for future e molti altri, non possono più riempire le piazze.

Ma questo non cambia la realtà delle cose. Per fare fronte a queste emergenze molte delle attuali produzioni dovranno cessare: sono in gran parte quelle già oggi non essenziali o nocive, a partire dall’industria delle armi, o dalle Grandi opere inutili e dannose, come il TAV Torino-Lione; e sono tante! Altre vanno potenziate immediatamente, come tutte quelle legate al sanitario e al cibo. Molte altre, le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, devono essere avviate o potenziate, riconvertendo, dove è possibile, gli impianti esistenti; e la progettazione di questa riconversione può partire subito. 

Ma chi decide che cosa fare e che cosa fermare? Il Governo? I Prefetti? I “Governatori”? I partiti? La Commissione Europea? Sono le figure e le istituzioni più inadeguate. Se non fossero tali non ci avrebbero trascinato in questa catastrofe (da cui fanno ben poco per tirarci fuori). Non ci hanno mai veramente pensato, anche se climatologi, esperti di ambiente, epidemiologi (la scienza! Che è democratica se e quando si sottopone alla verifica dei fatti; ma di cui adesso c’è persino chi sostiene che avrebbe sempre guidato le scelte governative) e Greta Thunberg urlavano a squarcia gola che il pericolo è dietro l’angolo. Nel migliore dei casi si continua a sostenere che con un pacco di miliardi da usare come incentivi il mercato (cioè proprio quelli che hanno sempre remato contro) avrebbero messo loro le cose “a posto”. Senza fretta, però; anche quelli che avevano già potuto constatare che “la nostra casa brucia”.

Così ora ripropongono la solita ricetta, ma “in salsa emergenziale”: creare liquidità con gli eurobond (dato che i titoli di Stato di molti paesi verrebbero sottoscritti solo dagli strozzini); ma è solo altro debito in mano alla finanza; oppure creare qualche forma alternativa di moneta (che almeno non creerebbe altro debito). E per fare che cosa? Per dare soldi alle imprese, tutte, perché paghino le forniture, per lo meno fino a quando i mercati globali, ormai squassati dalla pandemia, gliele faranno arrivare; e per continuare a produrre beni e servizi per mercati destinati a evaporare; invece di porre mano, dove è possibile, a quella riconversione che sola assicura un futuro; invece di bloccare subito le attività che un futuro non lo hanno e non lo possono avere. Manca la domanda, ci dicono gli economisti, e anche l’offerta: mettendo in circolo molto denaro, non per sostenere le attività essenziali e le esigenze di chi non ha più i soldi per fare la spesa, bensì i bilanci delle imprese, si attivano risorse inutilizzate (capitale e lavoro) e l’economia può continuare il suo corso. E’ la ricetta di Keynes, ma non funziona più: perché affida la selezione delle attività da ravvivare a un mercato che non sarà mai più quello di prima.

Quella selezione non può più essere fatta dal mercato né dall’alto: va messa nelle mani delle maestranze e dei loro rappresentati, che sono perfettamente in grado di decidere che cosa è essenziale e che cosa no e che sanno districarsi tra le filiere delle loro forniture. Ma vanno mobilitate anche le associazioni territoriali (a partire dai GAS, che sanno come riorganizzare le filiere alimentari, e in parte anche quelle energetiche). E vanno valorizzate migliaia di esperti e di giovani neodiplomati e neolaureati, già occupati e non, ma oggi sottoutilizzati, insieme alle Università e ai centri di ricerca, per svolgere a tappeto check-up multidisciplinari dei territori, degli edifici, delle aziende e per progettare in modalità condivise interventi di conversione e di efficientamento. I Comuni che hanno dichiarato l’emergenza, ieri climatica e ambientale e oggi sanitaria, dovrebbero varare subito un programma per finanziare e mettere al lavoro questi team. La governance del nostro futuro non può che partire di qui.

Rilancio della lettera aperta del 21 Marzo 2020, proposta dall’associazione laudato sì, per bloccare tutte le attività non essenziali.

Sabato 21 marzo ho sottoscritto la lettera aperta lanciata da alcuni membri dell’associazione Laudato sì per dare voce e sostenere la giusta rivendicazione di sospendere l’attività, portata avanti da molti lavoratori – alcuni dei quali già scesi in sciopero – costretti a lavorare fianco a fianco in aziende e processi produttivi non indispensabili e a ritrovarsi ammassati nei mezzi di trasporto utilizzati per andare e tornare dal lavoro. Questo appello ha riscosso adesioni assai significative: lo riportiamo più sotto con le nuove firme, tra le quali compaiono anche le prime adesioni di rappresentanti sindacali di differenti organizzazioni.

Nel frattempo, anche le confederazioni CGIL, CISL e Uil hanno deciso in modo unitario di chiedere al Governo la chiusura temporanea di tutte le lavorazioni non essenziali. Al termine dell’incontro, il Presidente del Consiglio ne annunciava il fermo, ma questa decisione ha incontrato, prima e dopo il suo annuncio, la netta opposizione di Confindustria che, anche con una lettera del suo Presidente, anteponeva la salvaguardia della continuità produttiva a quella della salute dei lavoratori, delle loro famiglie e della collettività tutta. Così il decreto governativo – pubblicato a distanza di un giorno – consente la prosecuzione delle attività nella quasi generalità dei settori, fino ad includervi persino l’industria bellica. Il fatto che l’industria delle armi continui ad essere promossa e mantenuta in attività è uno scandalo al cospetto degli ammalati e delle vittime, del mondo ospedaliero, delle lavoratrici e dei lavoratori chiamati a rischiare il contagio pur di non fermare la produzione di strumenti di morte.

Non sappiamo attraverso quali meccanismi si sia arrivati a una conclusione che contraddice gli impegni presi con i sindacati (non esistono verbali del confronto), tanto che questi si sono detti pronti a mettere in atto uno sciopero generale; ma tutto il processo decisionale appare viziato da una grave mancanza di trasparenza e da un insufficiente rispetto della salute dei lavoratori e della collettività. Trasparenza e rispetto che dovrebbero accompagnare tutte le procedure attraverso cui il Governo e le sue agenzie decidono i provvedimenti di contenimento della pandemia, che avvengono invece senza il parere di un organismo di controllo tecnico-scientifico indipendente, in presenza di un sistema sanitario spogliato dai successivi tagli subiti negli ultimi decenni, fino a giungere all’attuale mancanza di ogni possibilità di dotarsi per tempo degli indispensabili presidi a tutela della salute pubblica. 

Contro le “maglie” decisamente troppo larghe del decreto governativo, gli scioperi in fabbriche e aziende si sono moltiplicati per iniziativa diretta delle lavoratrici e dei lavoratori con i loro rappresentanti. Esprimiamo loro la nostra solidarietà e diamo sostegno alla loro rivendicazione di avere voce in capitolo nel decidere che cosa è essenziale e che cosa no delle produzioni e delle attività in cui sono impegnati in ogni azienda. Auspichiamo che questa iniziativa sia la premessa perché sin da ora l’economia possa imboccare un percorso radicalmente diverso da quello che ci ha condotto all’attuale catastrofe, grazie a una riconquistata capacità dei lavoratori di far valere le loro ragioni insieme a quelle della collettività, sia nelle aziende che nella società. La ricomposta unità nella lotta per la sicurezza e la salute – dai rider senza tutele ai nuclei più organizzati di metalmeccanici, chimici e tessili – lascia sperare in un fronte attorno cui possa crescere la presa di coscienza di tanti movimenti, associazioni e corpi sociali alla ricerca un diverso rapporto con la natura anche per contrastare il cambiamento climatico e promuovere una vera riconversione ecologica. 

LETTERA APERTA

21 marzo 2020

BLOCCARE TUTTE LE ATTIVITA’ NON ESSENZIALI – DALLA LOMBARDIA UNA RICHIESTA PER TUTTA L’ITALIA. ORA.

La situazione drammatica che vive in questo momento la Lombardia non consente ulteriori rinvii rispetto all’assunzione di provvedimenti che si pongano l’obiettivo di contrastare in ogni modo la pandemia del Covid-19. In Lombardia si concentrano quasi la metà dei casi registrati di Covid-19 – ventimila persone al 19 marzo – e quasi i due terzi delle persone decedute, rispetto all’insieme del paese.  Numeri che vengono considerati pesantemente sottostimati, in particolare nelle province più colpite, per le tantissime persone anziane che muoiono in casa o nelle residenze assistite senza che venga eseguito il tampone. Sono colpiti gravissimamente medici, infermieri, operatori sanitari, molti ospedali non sono ormai più in grado di assicurare posti letto e risposte adeguate. Sono strazianti le scene che abbiamo visto in questi giorni.

Si è scritto che il 40% dei lombardi non rispetta l’obbligo di restare a casa. Chiediamoci il perché. In tutta la Lombardia – comprese le province maggiormente toccate dall’epidemia, e l’area metropolitana di Milano – centinaia di migliaia di persone sono costrette a spostarsi ogni giorno usando treni, autobus e metro per paura di perdere il lavoro, a causa di imprenditori sordi alla necessità di chiudere produzioni non essenziali.  Non è possibile rispettare le norme di sicurezza negli spostamenti, né è possibile verificare il rispetto del “distanziamento sociale” nelle tante realtà produttive della regione, specie in quelle piccole e piccolissime, dove i lavoratori operano gomito a gomito nelle fabbriche e negli uffici.  Cosa può pensare un lavoratore costretto a rischiare il contagio pur di non perdere il lavoro, vedendo la scritta luminosa “State a casa” sul palazzo della Regione Lombardia? Non è accettabile che il profitto degli imprenditori abbia la meglio sulla salute dei lavoratori e sulla sicurezza sanitaria della collettività. Di fronte alla morte di un terzo delle vittime registrate ora in Italia, nella provincia cinese dello Hubei è stata presa la decisione di chiudere tutte le fabbriche, insieme agli uffici pubblici e privati. È inaccettabile che una retorica della “produttività lombarda” divenga il veicolo del virus. 

Chiediamo alle istituzioni centrali e locali di tutelare la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici delle industrie e dell’indotto, imponendo immediatamente la chiusura di tutte le attività non considerate rigorosamente necessarie, e garantendo la distribuzione dei dispositivi di protezione individuale a chi, per il bene della collettività, è chiamato a continuare le produzioni ritenute indispensabili. ORA. 

Silvio Garattini

Virginio Colmegna

Daniela Padoan

Mario Agostinelli 

Emilio Molinari

Simona Sambati

Oreste Magni

Guido Viale

Moni Ovadia

Antonio Pizzinato 

Gad Lerner

Luigi Manconi

Laura Cima

Benedetto Saraceno

Francesco Maisto

Grazia Francescato

Gianni Tognoni

Piero Bevilacqua

Paolo Cacciari

Lea Melandri

Marco Revelli

Tonino Perna

Tomaso Montanari

Roberta Turi

Enzo Scandurra

Roberta Fantozzi

Aldo Bonomi

Riccardo Petrella

Laura Marchetti

Ignazio Masulli

Alfonso Gianni

Paolo Favilli

Raffaella Bolini

Vittorio Agnoletto

Gino Strada

Franco Arminio

Leonardo Caffo

Battista Sangineto

Piero Di Siena

Vezio De Lucia

Graziella Tonon

Giancarlo Consonni

Alberto Magnaghi

Paolo Lucchesi

Angelo Consoli

Walter Ganapini

Alessandro Pagano

Vittorio Bellavite

Paolo Mattiello

Marco Bentivogli

Christian Gambarelli

Andrea Donegà

Andrea Ascari

Debora Rizzuto

Bruno Ravasio

Enrico Vacca

Omar Cattaneo

Giuseppe Rossi

Vittorio Cantoni

Mario Mangili

Jose Luis Tagliaferro

Maria Carla Baroni

Gioacchino Garofoli

Alfiero Grandi

Franco Padella

Danilo Tosarelli

Gianfranco Prini

Elio Pagani

Marco D’Isanto

 Paola Regina

Nicolò Di Stefano

 Bruno Hassemer

Pierantonio Montecucco

Enrico Pugliese

Anna Donati

Laura Quagliuolo

Licia Roselli

Giuseppe De Marzo

Andrea Vitale

Giovanna Procacci

Paolo Maddalena

Ileana Alesso

Emilio De Capitani

Annamaria Rivera

Maurizio Azzollini

Laura Arduini

Mariagrazia Guida

Roberto D’Ambrogio

Maria Grazia Meriggi

Maurizio Marchi

Marino Ruzzenenti

Giuseppe Vanacore

Marina Forti

Vittorio Pallotti

Anna Camposampiero

Luigi Mosca

Vittorio Bardi

Giuseppe Farinella

Amalia Navoni

Massimo Lodi

Sergio Talamo

Oscar Mancini

Sergio Bellucci

Marisa Fugazza 

Carla Casiroli 

Sergio Peronetti 

Vittorio Bardi 

Elisabetta Toful 

Filippo Bianchetti 

Rossana Beccarelli 

Roberto Mapelli 

Enrico Gagliano 

Luciano Beolchi 

Josè Tagliaferro 

Vittorio Bellavite

Antonio Corbelletti  

Claudio Brovelli 

Roberto Melone 

Franco De Alessandri 

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