Vittoria o resa?

Resa è il contrario di vittoria: due poli opposti, esclusivi ed escludenti, di un’unica entità che si chiama guerra. All’interno di questa entità – la guerra – non esistono posizioni intermedie: o l’una o l’altra. L’una per gli uni e l’altra per gli altri; e finché non si arriva a questi poli estremi la guerra continua.

Finché l’alternativa è tra resa e vittoria, tra l’una e l’altra, e tra gli uni e gli altri, non esistono compromessi né mediazioni. Per cercarli – e per trovarli – bisogna cambiare orizzonte, uscire dalla logica del tutto o niente, capire e accettare che al di fuori della guerra c’è tutto un mondo possibile. Un mondo fatto dalle vite di chi combatte, da quelle di chi subisce i bombardamenti, da chi vede distrutti i risultati di anni di lavoro, da chi per via della guerra non ha più né casa, né salute, né un corpo tutto intero, né uno, alcuni o tutti i suoi cari, i suoi parenti, i suoi amici, un futuro.

Ma non è tutto: ci sono intere città e monumenti distrutti che non potranno venir ricostruiti nemmeno nel giro di una o più generazioni – lo abbiamo già visto settant’anni fa – acque e fiumi avvelenati da esplosivi, combustibili e sostanze sfuggite dai loro depositi, paesaggi devastati, campi pieni di mine nascoste, di buche scavate dalle bombe, di trincee, terrapieni e barriere di ogni genere, di rottami di veicoli e di armi distrutte e abbandonate. Campi che non potranno più essere arati, né seminati, né produrre un raccolto e un reddito per chi li coltivava, ne cibo per chi lo aspettava.

Poi, una scia di odi, tanto più forti quanto più si prolunga la guerra, tra persone che fino a ieri si consideravano connazionali, o vivevano e lavoravano fianco a fianco, o erano amici, o anche parenti, ora divisi da confini che non si potranno più attraversare e che nessuno avrebbe mai voluto.

E, al di sopra di tutto, un cielo attraversato – per quanto ancora? – da aerei, razzi, droni da cu piovono bombe, e sempre più pieno di gas di serra che la guerra non fa che moltiplicare, mentre per salvare il pianeta e la vita di tutti ci si dovrebbe impegnare – i nostri governanti dovrebbero impegnarsi; e con altrettanto zelo – a ridurre e bloccare tutte le fonti di inquinamento dell’atmosfera.

Anche solo l’idea di un impegno del genere – insieme alla percezione che ci stiamo giocando il futuro di tutti – è andata persa. E se oggi l’assurdità della guerra con cui Ucraina e Russia si contendono una terra che stanno devastando da anni, giorno per giorno, e che non ha futuro, le distruzioni e l’avvelenamento inferti al piccolo territorio di Gaza e alle vite e alla salute fisica e mentale dei suoi tantissimi abitanti rendono evidente a tutto il mondo che cosa comporta, per chi ci vive o ci viveva, contendersi un territorio.

E’ verosimilmente alla luce di queste considerazioni elementari, e di altre che qui non ricordo, che papa Francesco, unico tra i Grandi della Terra – ma anche tra molti dei tanti minuscoli che si pretendono Grandi – continua a chiedere e a ingiungere di negoziare, cioè di uscire dalla logica della guerra, dall’alternativa tra vittoria e resa. La bandiera bianca non significa resa, ma non sparate perché io non sparo. Cessiamo il fuoco!

Ma negoziare non si può se non avvolgendo all’indietro il nastro del tempo, cercando onestamente di capire come si è arrivati a tutto questo. Vale per l’Ucraina come vale per Israele.  Non c’è e non ci sarà nessuna vittoria per le vittime della guerra, che saranno sempre di più, da entrambe le parti, mano a mano che la guerra si protrae. E non c’è né ci sarà alcuna resa per quanti si adoperano per salvare le condizioni della propria sopravvivenza e di una vita decente.

Putin pensava di conquistare l’Ucraina con una passeggiata militare come aveva fatto Breznev con la Cecoslovacchia nel 1968. Si è dovuto ritirare in una parte delle regioni russofone che ha blindato politicamente annettendole alla Federazione Russa e, militarmente, con una barriera invalicabile per una guerra convenzionale combattuta sul campo. Biden pensava – e lo aveva anche dichiarato, per poi rimangiarselo – che l’esercito e le milizie ucraine, con il supporto della Nato, in corso peraltro da due decenni, avrebbero portato alla dissoluzione della Federazione Russa, che è un impero le cui nazioni non vedono l’ora di liberarsi dal dominio russo.

Si sono sbagliati entrambi; entrambi sono state sconfitti nelle loro aspirazioni. Ma quelle sconfitte non sono e non vogliono essere una resa, anche se entrambi sono consapevoli che proseguendo sulla strada imbroccata si finisce inevitabilmente in un olocausto nucleare di tutto il pianeta.

Ma in gioco c’è la libertà di un popolo, rispondono gli amici della guerra ad oltranza. E intanto lo stato di guerra sta distruggendo le libertà di chi ne godeva già poche e di chi non ne godeva per niente anche prima; ma oggi meno ancora. Perché la coscrizione obbligatoria, la caccia ai renitenti e agli imboscati, il controllo dell’informazione, la chiusura di partiti e sindacati, il clima e la mobilitazione da Union sacrée non sono manifestazioni di libertà né prodromi di una libertà futura.

Soprattutto non c’è e non ci sarà libertà quando il prolungamento della guerra è imposto o sostenuto da governi che la fanno fare agli altri. E dio voglia che non decidano o si sentano costretti a farla anche loro: cioè a farla fare ai loro sudditi e ai loro elettori. Perché “Loro”, comunque, in guerra non ci vanno; e i loro figli neppure, come si è visto sia in Ucraina che in Russa.

La cop 28: grottesca o tragica?

Erano 97.372 – in rappresentanza di 198 nazioni – i “delegati” ufficialmente registrati per partecipare, a Dubai, alla ventottesima COP (Conferenza delle Parti, in attuazione della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – UNFCCC – varata a Rio de Janeiro nel 1992): tanti quanti gli abitanti di una media città italiana. E tutti arrivati e ripartiti in aereo (i VIP su aerei privati: fanno bene al clima) e alloggiati e nutriti in alberghi che a Dubai non costano meno di 500 euro a notte: a spese, ovviamente dei rispettivi Stati e aziende di appartenenza. Si tratta di ministri, sottosegretari, diplomatici, funzionari governativi, esperti, tecnici, manager, quadri e consulenti aziendali, giornalisti, spie, amanti, rappresentanti di partiti e di associazioni “embedded” (cioè sostenute da Governi o aziende), lobbisti: 2.500 solo per il settore oil and gas, il triplo che all’ultima COP. Visti i costi e le prospettive nulle se non negative dei risultati attesi, molte associazioni non embedded si sono risparmiate il viaggio a Dubai, a differenza di quanto accadeva nelle COP precedenti, dove la loro presenza, per contestare la condotta dei rispettivi governi, era massiccia. A Dubai, d’altronde, le contestazioni non sono gradite.

Si è trattato della ventottesima conferenza convocata per affrontare la crisi climatica. In tutte le ventisette conferenze precedenti, con una mobilitazione di delegati da tutto il mondo di consistenza analoga, questi erano riusciti a discutere del clima per giorni e giorni (in media 10 e più per COP) senza mai nemmeno nominare – era un tabù – i combustibili fossili. Cioè, ciò che fin dagli anni ’50 del secolo scorso – ma anche prima – gli scienziati del clima avevano indicato come principale causa del progressivo riscaldamento del pianeta Terra, avvertendo che proseguire nel loro consumo rappresentava una minaccia mortale per il futuro della vita di tutto il genere umano. Detto in altre parole, tutto quel movimento di uomini, donne, denaro e proclami, per farli incontrare una volta all’anno a discutere di clima, era finalizzato a concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica – e non solo quella occidentale; nei paesi del Sud del mondo, i più colpiti dalla crisi climatica, l’attenzione per il problema è ben maggiore – sul dito (lo spettacolo delle COP) invece che sulla luna (i combustibili fossili). Evitando accuratamente di affrontare l’oggetto di cui avrebbero dovuto occuparsi. Adesso, al ventottesimo giro, i combustibili fossili sono stati finalmente nominati nel comunicato finale detto, non so perché, Stocktake:art. 28 D, “transition away from fossil fuels”, cioè abbandonare (?) i combustibili fossili, senza però indicare le tappe di questo abbandono, ma solo l’obiettivo finale dello zero net emissions al 2050, dove, come vedremo, net significa continuare ad usarli se si riesce a compensarne o nasconderne – sottoterra – le emissioni. Tutto qui? Sì; ma la cosa è stata presentata come una svolta “storica”.

Sembra una barzelletta. Ma nella nostra epoca non c’è limite al grottesco. Infatti a ospitare COP 28 è stata designata la città di Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali produttori e fornitori mondiali di petrolio e gas; e a presiederla è stato nominato il principe Sultan Al Jaber, Ceo, cioè amministratore delegato, della Adnoc, la compagnia di Stato che gestisce le risorse fossili del paese. Come dire portare l’Avis in casa di Dracula. E per non farsi mancare niente, a ospitare la prossima COP (la 29) è già stato indicato l’Azerbaigian, un altro Stato che vive di gas e petrolio. Sono decisioni prese dagli Stati che controllano l’ONU e c’è da chiedersi se in queste scelte abbia prevalso il cinismo o l’insipienza delle loro classi di governo; in ogni caso, ha prevalso la loro miseria. Siamo tutti – noi, la popolazione mondiale – in brutte mani.

E infatti la COP 28 è stata aperta da un intervento di Al Jaber secondo cui la riduzione delle emissioni di gas di serra per contenere la crisi climatica non ha basi scientifiche ed è stata chiusa, prima di approvare per acclamazione lo Stocktake, da una lettera del presidente dell’Opec+ (il cartello dei principali produttori di petrolio del mondo) che  diffidava i convenuti dal metterei in discussione l’utilizzo dei combustibili fossili, posizioni poi solo in parte ammorbidite nello Stocktake. Ma già che erano là a parlare di clima, i grandi produttori e utilizzatori di fossili ne hanno approfittato, a latere della conferenza, per fare accordi e siglare contratti: insomma, a trasformare la COP in una fiera-mercato del fossile.

I risultati si vedono: a fronte del riferimento “storico” ai fossil fuels lo Stocktake ha piantato dei paletti per renderlo del tutto inefficace, promuovendo, accanto all’obiettivo di triplicare le rinnovabili entro il 2030 (ma a molti paesi mancano i mezzi per farlo e la conferenza è stata parecchio attenta a non metterne di sostanziali a disposizione dei paesi più poveri o più colpiti dalla crisi climatica), alcune soluzioni che procrastinano a azzerano l’uscita dai fossili: il gas naturale, rinominato “combustibile di transizione”, con tutto l’apparato di impianti (tubi, metaniere, gassificatori e degassificatori, impianti di termogenerazione, ecc.) che richiedono decenni per essere ammortizzati; il nucleare (solo il ministro italiano Tajani ha avuto il coraggio di nominare la fusione, come se l’avesse già in tasca), in un momento in cui tutti parlano di mini-nucleare (impianti “piccoli” e diffusi, che moltiplicano rischi, costi e militarizzazione del territorio). Ma l’unica impresa (Usa) arrivata a rendere operativa la loro costruzione è appena fallita. Altri impianti sono in costruzione da decenni, mentre quelli esistenti sono sempre più vecchi e insicuri, moltiplicandone rischi e costi. D’altronde tutti ormai sanno che il nucleare costa già ora più del gas e delle rinnovabili; costerà sempre di più ed ha, e avrà sempre di più, bisogno di essere sostenuto, anche economicamente, dagli Stati. E, infine il CCS (Cattura e sequestro del carbonio), che consiste nel prelevare la CO2 all’uscita dagli impianti o direttamente in cielo per comprimerla e iniettarla sottoterra o sotto i mari, in giacimenti di petrolio e gas esauriti, da cui poi potrebbe fuoriuscire quando meno te lo aspetti. D’altronde anche questa tecnologia funziona poco, costa carissima: il più grande impianto di CCS del mondo, della Chevron in Australia, è appena fallito anche lui. Ma sono tutte proposte che hanno il solo scopo di rendere meno urgente il passaggio alle rinnovabili, legittimando la prosecuzione del ricorso ai fossili (carbone compreso, il più pestilenziale, ma anche il più utilizzato).

Così, se andiamo a guardare dietro le quinte delle risoluzioni storiche di questa COP, nei programmi di investimento dei principali produttori e utilizzatori di combustibili fossili, scopriamo che, come sostiene lo Stockolm Environment Institute,: “I governi hanno ancora in programma di produrre più del doppio della quantità di combustibili fossili nel 2030 rispetto a quello che sarebbe compatibile con la limitazione del riscaldamento climatico a 1,5°C”. Il fatto è, come scrive Mario Tozzi su La Stampa del 13.12, che “nessuno dei potenti del pianeta Terra riesce anche solo a immaginare un mondo senza combustibili fossili e se tu non lo immagini ora, quel mondo non sarà mai possibile”. Dunque, immaginarlo, anche nei suoi risvolti pratici, paese per paese, città per città, strada per strada, per poi imporlo ai nostri governanti, tocca a noi.

Relazione tenuta il 27.9.23 al convegno sulle migrazionini climatiche tenutosi al Museo della scienza e della tecnica di Milano

L’orizzonte teorico e pratico entro il quale collocare sia le analisi e le prospettive della nostra epoca che il nostro agire è dato dalla crisi climatica e ambientale. Non la si può eludere né mettere in secondo piano, pena il ritrovarsi a dover fare i conti con contesti che non si padroneggiano più e in cui nemmeno ci si riconosce. Le prime e principali vittime della crisi climatica e ambientale sono i poveri e gli esclusi in tutti i paesi del mondo e in tutti gli ambiti: ciò che rende di fatto la rigenerazione della Terra condizione ineludibile del loro riscatto, di una maggiore giustizia sociale. E viceversa: sono loro che hanno un interesse prioritario a invertire rotta: papa Francesco, nell’enciclica Laudato sì, lo mette in evidenza fin dai primi paragrafi.

Per questo “fare politica oggi” richiede una continua opera di traduzione delle misure per far fronte alla crisi climatica e ambientale in termini che rispondano ai bisogni concreti delle persone e della loro condizione; ma anche traduzione del vasto arco di obiettivi su cui si sono tradizionalmente concentrate le teorie e le prassi che miravano alla trasformazione della società in pratiche che concorrano a far fronte tanto alle cause che alle conseguenze della crisi climatica e ambientale. Quest’opera di traduzione è l’unica cultura all’altezza dei tempi: una cultura che richiede a tutti, e in termini ultimativi, un profondo ripensamento del rapporto che lega gli esseri umani al resto della vita sulla Terra: premessa ineludibile per l’uscita dall’antropocene, che certo è “capitalocene”, ma che è anche qualcosa, anzi molto, di più.

La crisi climatica, ambientale e sociale è destinata ad aggravarsi. Le emissioni climalteranti continueranno e supereranno il budget disponibile per fermarsi a +1,5 °C: nessun governo del mondo sta rispettando gli impegni, peraltro insufficienti, assunti ai vertici di Parigi (2015) e di Glasgow (2022) e la Terra continuerà comunque a riscaldarsi per anni anche se le emissioni climalteranti cessassero domani; il che, ovviamente non può succedere, perché, anche volendo, la costruzione degli impianti per la generazione di energia rinnovabile richiede tempo, ma soprattutto perché la necessità di lasciare gli idrocarburi sotto terra non è ancora entrata nella testa della maggior parte della gente, e soprattutto in quella di coloro che con i fossili fanno profitti o pensano che abbandonarli minerebbe il loro potere.

Ma a generare la crisi climatica non ci sono solo le emissioni climalteranti; la deforestazione e l’agricoltura industriale che insterilisce il suolo riducono fino ad azzerarlo l’assorbimento del carbonio. Anche il riscaldamento dei mari e degli oceani riduce la loro capacità di assorbire carbonio. Calotte polari e ghiacciai continueranno dunque a sciogliersi, il livello degli oceani ad alzarsi sommergendo milioni di chilometri quadrati di terre, i fiumi a non ricevere più acqua a sufficienza e il permafrost a emettere metano nell’atmosfera, innescando un feed-back che si autoalimenta. Gli eventi estremi – uragani, alluvioni, grandinate, ondate di caldo, siccità e incendi – sono destinati a moltiplicarsi (anche se venissero arrestati tutti i piromani). E prima che tutti i governi, le imprese, le città, i produttori e i consumatori del mondo siano costretti – dalla violenza degli eventi avversi più che da accordi a livello internazionale, nazionale e locale – a rinunciare a far uso degli idrocarburi sepolti in quella cassaforte che per loro è la Terra, questa avrà avuto tutto il tempo di cambiare i propri connotati. Sono già cambiate, e continueranno a cambiare, le correnti sia dell’atmosfera che degli oceani e con esse il “tempo”, quello locale, sul cui andamento siamo abituati a organizzare la nostra vita quotidiana. Cambierà anche quella, volenti o nolenti.

Le comunità, grandi o piccole, che sapranno attrezzarsi per adattarsi a condizioni di vita sempre più ostiche – con un sistema di vita più sobrio, ma anche più ricco di relazioni e di esperienze – faranno da apripista a quelle che, bene o male, dovranno seguirle pena la loro scomparsa.

L’assunzione di queste esperienze in programmi più generali, di respiro regionale, nazionale o sovranazionale, potrà avvenire solo sotto la pressione delle comunità che avranno già imboccato quella strada e che sapranno tradurla in piattaforme rivendicative e programmatiche.

L’aggravamento della crisi climatica e ambientale e delle sue conseguenze moltiplicherà occasioni per cambiare rotta, che potranno avere un esito positivo e permanente solo se accompagnate e guidate dalla consapevolezza del valore strategico dell’”amicizia sociale”, della trasformazione di un gruppo di mutuo aiuto provvisorio e “monotematico” in una comunità stabile e solidale.

La manifestazione ad oggi più evidente della crisi climatica e ambientale, quella che mette maggiormente alla prova governi, partiti, cultura e associazionismo, evidenziandone tutta l’inadeguatezza, è costituita dalle migrazioni: per ora di consistenza quasi insignificante rispetto a quello che succederà in futuro, ma destinate comunque a scombussolare dalle fondamenta gli assetti sociali vigenti.

Sta già succedendo: sia la vita politica istituzionale che l’opinione pubblica, tanto in Europa che negli Stati Uniti, ma ormai anche in molti altri paesi coinvolti come meta o come luoghi di transito dei migranti, sono ormai dominate dalla contrapposizione “pro o contro” l’accoglienza, “pro o contro” i respingimenti; una contrapposizione che fa aggio su tutte le altre questioni con cui continua a intrecciarsi in vario modo, ma con una crescente preminenza e recrudescenza delle posizioni contrarie ai migranti.

Si sono dimostrate tanto fallimentari quanto ciniche e prive di prospettive tutte le soluzioni invocate a piena voce da coloro – governi, partiti, opinione pubblica, studiosi, opinion leader – che si schierano apertamente contro i migranti: chiudere i porti, sospendere i salvataggi, creare difficoltà e rallentamenti a chi vi si dedica, respingere con la violenza fisica chi cerca di varcare i confini di terra, costruire muri e barriere, spostarle all’indietro lungo il cammino percorso dai migranti, coinvolgere i governi dei paesi di transito perché se ne facciano carico, trasformare l’accoglienza di coloro che “ce l’hanno fatta” in un inferno, costringendoli a una forzata inattività per renderli invisi alla popolazione che lavora; e per dissuadere altri dal tentare la stessa strada. Il tutto mascherato da una pretesa quanto vana “lotta agli scafisti” inseguendoli per tutto “il globo terracqueo”; una lotta che in realtà non fa che riprodurre le condizioni più favorevoli per la loro attività.

Ma ad esse non si è riusciti a contrapporre che una molteplicità di lodevoli iniziative umanitarie: dal salvataggio in mare alla tutela legale di salvati e salvatori, dal sostegno ai campi dislocati lungo i “cammini della speranza” – in Grecia, in Bosnia, in Slovena – agli sforzi per rendere meno pesante la sosta infinita nei centri di cosiddetta accoglienza, dalle iniziative per offrire comunque un’opportunità di inclusione o di inserimento lavorativo alle campagne contro il razzismo insito in tutte le politiche di respingimento, sempre connotate, anche se raramente espresso in modo aperto, dall’intento razzista di sventare la temuta “sostituzione etnica”.

Un intento che sta alla radice anche delle politiche tese a sostenere o incrementare le nascite, ispirate non dalla volontà di creare le condizioni perché ciascuno possa liberamente decidere se mettere al mondo dei figli, e quanti, ma dall’illusione che più figli possano contribuire non alla potenza militare del paese, come ai tempi del duce, ma a evitare che la riduzione della popolazione nazionale renda indispensabile ricorrere all’apporto degli immigrati.

E’ però mancata finora la capacità di confrontarsi con la dimensione complessiva del fenomeno, con la sua rilevanza politica generale, con l’evidenza della sua continua crescita, che non è destinata a fermarsi.

Secondo Gaia Vince (Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023) entro la fine del secolo la metà più popolata del pianeta sarà inabitabile per le temperature troppo elevate o perché sommersa dal mare o tormentata da guerre che hanno nella crisi ambientale le loro radici profonde. Ci saranno decine o centinaia di milioni, forse miliardi di profughi e migranti che cercheranno scampo nell’emisfero del pianeta ancora vivibile, quello settentrionale, reso forse più fertile da un clima più mite per effetto del riscaldamento globale. Ma Gaia Vince non fa i conti con le fobie antimigranti attizzate ormai in tutti i paesi di immigrazione: dalla Svezia alla Tunisia, dal Myanmar all’Australia, dagli Stati uniti al Giappone; per lei le migrazioni sono positive sia per chi le intraprende che per chi dovrebbe accoglierle. D’altronde si tratterebbe di vicende provvisorie, perché sul lungo periodo la geoingegneria riuscirà a riportare il pianeta nelle condizioni iniziali…

Ma quanti di noi li fanno, quei conti? Fin dal 2004 il Pentagono aveva scritto che i paesi “sviluppati” dovevano prepararsi a una guerra senza quartiere contro ondate di profughi che avrebbero cercato di sfondare i loro confini a causa della crisi climatica. Quelli che non lo avessero fatto sarebbero stati condannati a soccombere.

Ecco da dove nasce il progetto, mai esplicitamente enunciato, di “Fortezza Europa”: dalla convinzione che in questo mondo non c’è o non ci sarà più posto per tutti. Quello che in realtà viene prospettato dai razzisti di “Fortezza Europa” e di molte altre fortezze – senza però dirlo; nascondendosi, al contrario, dietro continue professioni di negazionismo climatico – è lo sterminio, per abbandono o per aperto contrasto, di più della metà della popolazione mondiale: miliardi di esseri umani. In Arabia Saudita ormai si spara, con kalashnikov e mortai, contro le carovane di migranti che cercano di sfondarne i confini; e questo non impedisce di onorarne governo e assetto sociale per la loro “magnificenza”: pecunia non olet.

Le campagne e le misure contro i profughi e i migranti di oggi servono ad abituarci poco per volta a questa strage; a coltivare la nostra indifferenza. Va ricordato che nel periodo in cui, a detta di molti storici, il fascismo italiano aveva goduto del livello più alto di consenso, lo Stato italiano era impegnato nello sterminio di intere popolazioni in Libia, in Etiopia e in Slovenia.

“Ma non possiamo accogliere nel nostro paese, e nemmeno in Europa, tutta l’Africa, che al 2050 avrà due miliardi di abitanti!” E’ quello che ci viene ripetuto anche dai meglio intenzionati, senza mai tener conto di ciò che questa affermazione comporta se ci si ferma lì. Ma le conseguenze ci sono, eccome! I profughi respinti, ma anche quelli “dissuasi” dal mettersi in viaggio dalla ferocia con cui vengono trattati quelli di loro che l’hanno fatto, finiscono prima o dopo per alimentare sia le bande di predoni, non solo jijadisti, che il sostegno a governi corrotti e voraci, dediti alla devastazione dei propri territori e di quelli vicini; moltiplicando così sia la necessità di fuggire che il degrado dei territori e delle comunità ancora esistenti.

E poi, che ne sarà delle decine o centinaia di migliaia, e poi milioni di profughi “accolti” – perché salvati dal mare o passati, dopo molti tentativi, attraverso i fili spinati delle molte fortezze che proliferano, in Europa come altrove – ma accatastati e poi abbandonati da un sistema costruito per rendere ostico (così Theresa May) l’ambiente per gli immigrati? E che ne sarà degli oltre 40 milioni di immigrati arrivati in Europa negli ultimi decenni, in parte naturalizzati e in parte no, ma tutti tenuti ai margini della società, e che sempre più si riconoscono per sentimento, cultura e religione, quando non per legami familiari diretti, nei loro connazionali in transito: quelli che l’Europa sta trattando di fronte al loro sguardo come un peso morto, un “carico residuo”, un nemico da combattere?

Saranno anch’essi da destinare, prima o poi, a una vera e propria segregazione se non allo sterminio, perché sono una minaccia per l’integrità della nazione? E può una “Fortezza” fondata sul respingimento dello straniero, considerato nemico e invasore, e sulla discriminazione del vicino di casa, trattato come una minaccia permanente, essere amichevole con i propri concittadini? O non è questa la premessa di un generale irreggimentamento di tutti in un sistema dispotico e della persecuzione di ogni dissenso?

Ma c’è un’alternativa? Dobbiamo cercarla. Quasi nessuno si è trovato di fronte a un dilemma simile prima di ora, ma non lo si affronta certo ignorandolo. C’è molta ipocrisia anche nel comportamento di tante persone e organizzazioni che criticano, giustamente, le misure di respingimento proposte, promosse e messe inutilmente in atto dai partiti, dai governi e dalle forze anti migranti, senza misurarsi però con le dimensioni presenti e future delle migrazioni, che non sono una vicenda temporanea, destinata a rientrare, rimanendo tutto sommato un episodio; bensì una tendenza destinata a crescere fino a rendere impraticabili le soluzioni o le proposte con cui finora si è cercato, nel bene o nel male, di affrontarle.

Finché profughi e migranti verranno trattati come un peso da scaricarsi a vicenda o, al massimo, da ripartire come pacchi o “merce avariata” tra Stati e tra Regioni, senza tener conto non solo delle loro preferenze – per lo più determinate dalla presenza di parenti, amici, connazionali già insediati, ma anche dalle opportunità di lavoro e dal trattamento vigente – ma anche del valore delle loro esistenze, della loro storia, della loro cultura, della loro umanità, non se ne verrà a capo. L’obiettivo sarà per tutti “averne”, prendere in carico, il minor numero possibile.

Un piano alternativo a questo approccio deve potersi basare su esempi ed esperienze, positive e replicabili, di inclusione, di inserimento, di sviluppo umano, di convivenza positiva, da riproporre come modello, con la dovuta contestualizzazione, ovunque. E queste esperienze si possono trovare soprattutto se non esclusivamente in piccole comunità, sia urbane che rurali, perché accoglienza, inclusione, inserimento lavorativo, ma, soprattutto, valorizzazione del contributo che ogni migrante può apportare con la cultura della sua comunità di provenienza, le sofferenze patite, la sua conoscenza del lato peggiore, ma anche di quello migliore, dell’umanità, può avvenire solo là dove i rapporti umani hanno la preminenza sulle “ragioni” dell’economia e della burocrazia. Sulla valorizzazione e generalizzazione di quelle esperienze occorre esigere un impegno prioritario dai governi locali, nazionali e comunitari, la loro traduzione in piani di intervento e i necessari stanziamenti finanziari.

Di queste esperienze positive, frutto di rare vicende di “accoglienza diffusa”, l’Italia conta molti esempi, a partire dalla Riace di Mimmo Lucano, assurta a modello lodato in tutto il mondo, ma represso e screditato nel più obbrobrioso e vile dei modi. Nessuno ha però cercato in modo serio di farne il paradigma di un programma politico generale per mettere l’Unione europea di fronte non solo alle sue responsabilità, ma anche alle sue opportunità, rivendicando per un programma di accoglienza e inclusione generalizzate un finanziamento almeno pari a quello da destinare alla conversione ecologica del sistema produttivo (quello che ha poi finito per dissipare risorse, tra mille deroghe, in progetti che con la crisi climatica e ambientale non hanno nulla a che fare. Come il Pnrr italiano).

Senza peraltro rendersi conto del fatto che quei due programmi potrebbero in parte coincidere: i finanziamenti veri destinati alla conversione ecologica del sistema produttivo potrebbero venir subordinati e commisurati all’inserimento sociale e lavorativo dei nuovi arrivati, innescando così una corsa ad accaparrarseli per acquisire quei finanziamenti, invece che a disfarsene, per evitare i costi, questi, sì, a fondo perduto, di un’accoglienza che non accoglie.

In considerazione della stretta relazione esistente tra crisi climatica e ambientale e movimenti migratori di massa, due fenomeni destinati a costituire l’orizzonte esistenziale dei prossimi decenni su tutto il pianeta, la questione delle migrazioni – in tutte le loro fasi, dal paese di origine all’accoglienza e all’inserimento dei nuovi arrivati, fino alla costruzione di opportunità di cooperazione con, o di libero ritorno alle, comunità e terre di provenienza – deve essere trattata come elemento fondativo e costitutivo di una Unione Europea ridefinita e ricostruita. Ma, prima ancora, di ogni Comune, grande o piccolo; di ogni Regione e di ogni Paese membro. E questo con la stessa rilevanza che dovrebbe venir attribuita, ma non lo è, alla questione della lotta per il clima e per la salvaguardia della biodiversità.

L’Italia, come la Grecia, la Spagna e il Portogallo, ma prossimamente come molti altri paesi di confine dell’Unione, deve sottrarsi al gioco dello scaricabarile tra i membri dell’Unione a spese dei migranti. Ma lo potrà fare solo facendosi promotrice – insieme agli altri paesi vittime del gioco perverso imposto dal Trattato di Dublino – di una proposta positiva che riguardi tutti gli Stati membri e, in prospettiva, la Nazioni Unite, per prepararsi a far fronte in modo non ostile, e meno che mai bellicoso e stragista, non solo ai flussi migratori dell’oggi, pienamente assorbibili e con ampie potenzialità positive, come dimostra già oggi l’esempio virtuoso del Portogallo, che non punta sulla natalità, ma sull’immigrazione, per far fronte alle conseguenze dell’inevitabile invecchiamento della sua popolazione. Bensì a quelli cento se non mille volte maggiori con cui il pianeta tutto, e per quanto ci riguarda l’Europa, dovrà confrontarsi nei decenni a venire.

Ma occorre anche cercare di rallentare, per poi fermare e invertire, le conseguenze del riscaldamento globale anche su quella metà del pianeta che ne è o ne sarà più colpita. Quelle terre dell’Africa e del Medio Oriente, inaridite dalla crisi climatiche e devastate tanto dallo sfruttamento feroce delle loro risorse che dalle guerre, possono ancora essere risanate, rimboschite, irrigate, coltivate, imbellite – e le loro città ricostruire e rese vivibili – con tanti progetti grandi e piccoli. Tra tutti, per quanto riguarda l’Africa, ma non solo, quello, per metà abbandonato, della grande cintura verde del Sahel; rinforzando o ricostituendo le comunità locali come presidio del risanamento del loro territorio. Ma chi potrebbe farsi promotore di una svolta del genere se non i protagonisti di quel flusso – per ora, e ancora per pochi anni, così limitato – dei migranti che raggiungono l’Europa, se essi venissero accolti, inclusi, formati e arricchiti delle relazioni con le comunità che li ospitano?

Se venisse loro non solo concessa, ma facilitata, la possibilità di costituirsi in comunità nazionali di espatriati, con libere consulte in ogni paese e per ogni nazionalità di origine? Soprattutto se messi in condizione sia di poter tornare volontariamente alle loro terre e comunità di origine – cosa che la maggior parte di loro desidera – con cui mantengono ancora forti legami, senza che venga loro impedito di rientrare quando vogliono nel paese in cui si sono rifugiati; con un movimento pendolare attraverso cui costituire una vera comunità transmediterranea.

E chi può progettare meglio il futuro del proprio paese e lottare di più contro chi lo sta riducendo a un deserto e a un inferno politico se non la comunità degli espatriati che ne sono fuggiti? Certo la guerra, la militarizzazione del mondo e la vendita di armi ai dittatori, come lo sfruttamento senza limiti dei loro paesi, non aiutano. Ma questi sono problemi che riguardano innanzitutto noi.

Esista ancora il patriarcato?

Secondo Massimo Cacciari e altri e altre che la pensano come lui, il patriarcato è solo la proiezione sociale della famiglia patriarcale: una famiglia allargata, in cui sono presenti almeno tre generazioni, dove il capofamiglia – “il patriarca” – dispone le cose che ciascun membro della famiglia deve eseguire; con un potere delegato alla donna più anziana che organizza in maniera altrettanto dispotica tutte le attività legate alla cura e alla riproduzione, esercitandolo su tutte le donne della famiglia, per lo più entratevi come mogli, mentre le figlie e le nipoti del patriarca lasciano la casa di origine quando si sposano, per andare ad obbedire alla “matriarca” della famiglia dello sposo.
Questo modello di famiglia, in svariate versioni, è probabilmente ancora presente tra la maggioranza della popolazione del pianeta, tanto che il ricorso alla violenza per impedirne la dissoluzione rappresenta in molti casi la ragione ultima di molti dei conflitti in corso e di tutti gli irrigidimenti delle dittature esistenti. Ma nei paesi che consideriamo Occidente esso è scomparso da tempo per lasciare il posto, dapprima, alla famiglia borghese, dove il “capofamiglia è il marito/padre di un aggregato mononucleare; e, successivamente, alla dissoluzione anche di questo modello con il moltiplicarsi delle famiglie monoparentali – per lo più di donne sole con figli – o a situazioni dove i figli hanno, come genitori acquisiti, i nuovi partner di uno o di entrambi i genitori naturali; o ad altre forme di aggregazione familiare, legittimate dalla sopraggiunta libertà di scelta del proprio genere; o a vedove e vedovi senza più figli in casa; o a single, maschi e femmine, per scelta di vita.
Ora, è vero che in Occidente la famiglia patriarcale è scomparsa e che, con i processi in corso di “occidentalizzazione” del mondo, la sua dissoluzione è più che probabile anche altrove. Ma il patriarcato è qualcosa di più ampio e generale della famiglia patriarcale; per questo i movimenti femministi che si battono contro di esso, denunciandolo come la radice ultima  della violenza a cui sono sottoposte le donne, non mettono sotto accusa un fantasma del passato, ma una realtà presente e molto concreta, più grande, più radicata e più antica anche del capitalismo e delle tante formazioni sociali che l’hanno preceduto, come il feudalesimo, il dispotismo asiatico, la civiltà greco-romana, le culture neolitiche, ecc.
Il patriarcato è dominio e possesso – preteso, imposto, subito; ma accettato o legittimato – innanzitutto della donna da parte dell’uomo; di una o più donne da parte di un singolo uomo, che è però espressione di un potere attribuito a tutti i membri maschi di una comunità. Su di esso si sono modellate tutte le altre forme di possesso e di dominio che hanno accompagnato il succedersi delle civiltà: il dominio su figli e nipoti, sugli animali addomesticati, sui campi, sui pascoli e le foreste, sugli schiavi, sulla casa, sui palazzi, sul denaro, sul capitale, sui mezzi di produzione, sul lavoro salariato, sulla conoscenza, sul genoma, ecc. Sono tutte forme di accaparramento di ciò che è fecondo o ritenuto tale, di ciò che produce o permette di produrre. Il modello di tutte queste forme di possesso è quello della fecondità della donna: cioè la “produzione” della propria prole: la perpetuazione, in altre vite, della propria esistenza, che da sempre accompagna o sostituisce l’attesa o il miraggio di una “vita eterna” dopo la morte. Alla radice c’è comunque sempre un rapporto di forza: prevale il più forte, il maschio, o chi, coalizzandosi, ha messo insieme più forze.
Regolamentato in forma orale o scritta, legittimato dalla tradizione o da un codice, questo possesso si è consolidato nel diritto di proprietà (il “terribile diritto” di Beccaria e di Rodotà). Dove non c’è proprietà perché tutto – o ciò che è importante – è comune o condiviso, non c’è dominio; e viceversa. Per questo il patriarcato, inteso come possesso o dominio, è ancora presente tra noi, ben oltre la dissoluzione della famiglia patriarcale e, come ci hanno insegnato i movimenti femministi, è il contesto – il “frame” – in cui si sono incistate tutte le altre forme di dominio con cui abbiamo a che fare oggi; a partire dal capitalismo. Senza fare i conti con il patriarcato non si possono nemmeno farli con il capitalismo: è ciò che tutti, maschi e femmine, abbiamo imparato – o avremmo dovuto imparare – nel corso degli ultimi cinquant’anni. Ma tenendo ben presente la pervasività delle manifestazioni del patriarcato, non solo nelle strutture di potere in cui esso si incarna – lo Stato, l’azienda, l’esercito, la burocrazia, il partito, spesso anche l’associazione, l’accademia, la scienza (mai neutrale), ecc. – ma anche in migliaia di altri aspetti della vita quotidiana, di cui spesso siamo, uomini e donne, inconsapevoli. Alcuni più o meno facilmente individuabili, come il maschilismo, le armi, la guerra, certi sport, certi modi di fare il tifo, la divisione del lavoro, le differenze di retribuzione e di opportunità, la ripartizione e l’intensità delle attività di cura, ecc. Altre più difficili da scoprire, e solo se si presta la dovuta attenzione al loro apparire, come gli infiniti tranelli nascosti in molte espressioni consuete del linguaggio quotidiano.
Anche il moltiplicarsi dei femminicidi richiama irrevocabilmente la presenza del patriarcato: ma per sottrazione. Cioè, non perché la violenza esercitata da un uomo sulla sua vittima donna sia espressione diretta di un potere legittimo di cui l’assassino si sente ancora investito. Ma proprio per il suo contrario. Perché quella perdita di ruolo provocata dalla messa in discussione, sempre più diffusa, della struttura patriarcale della società e della convivenza produce una reazione in chi la vive subendola come una sconfitta. Il maschio “spaesato” non trova più una sua collocazione in un mondo che sta cambiando, che per lui è ignoto, anche perché è ancora in gran parte indefinito. E questo tutti gli uomini lo sanno perché lo hanno provato. Ma è una reazione che può spingersi fino a forme di violenza che non riconoscono né ritrovano il senso del limite. Per questo ogni femminicidio ci riguarda e ci coinvolge tutti come maschi, perché maschi.
P.S. E’ il linguaggio (la “casa dell’essere”) ciò che ci fa esistere come esseri liberi, mettendoci in relazione con gli altri: persone, animali, piante, cose… Per questo gli sforzi per purificare il linguaggio dalla sua impronta maschilista, come da ogni sua connotazione violenta, o legata al dominio su persone o cose, sono tra le componenti più radicali e più importanti della lotta contro il patriarcato. Di questo sono perfettamente consapevoli le molte femministe impegnate a trovare una soluzione per superare il limite insito nei plurali – sempre maschili – riferiti a più generi. Le soluzioni adottate nel linguaggio scritto, come lo schwa o la chiocciola, non riproducibili nel parlato, o la desinenza in u (ma solo nella lingua italiana, i cui termini hanno tutti desinenza in una vocale, per lo più o e i per il maschile, a ed e, per il femminile; resta libera solo la u), rischiano di trasformare la comunicazione in una pratica burocratica che soffoca le potenzialità del linguaggio come motore e veicolo di creatività e di innovazione. Non è una questione confinata all’ambito letterario; è un problema intorno a cui tutti coloro che partecipano al discorso pubblico con scritti o interventi parlati sono chiamati a cimentarsi. Senza cercare di risolvere il problema con qualche strattagemma: l’invenzione di un linguaggio gender-free sarà un percorso secolare.


Educare i giovani all’affettività?

E’ del tutto evidente che il moltiplicarsi dei femminicidi in Italia è un effetto non del patriarcato in quanto tale, ma del suo indebolimento, del venir meno delle condizioni che lo rendevano “normale”. Questo in tutto l’Occidente e anche in tutte quelle regioni, come l’Iran, arbitrariamente annesse a “un’Europa fuori dall’Europa”, senza tener conto di quanto le recenti guerre promosse o scatenate dall’Occidente abbiano rimesso il velo, e anche di più, in testa alle donne che se lo erano già tolto, come in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia.

Che alla radice ci sia non il patriarcato ma un suo indebolimento è comunque un punto per lo più condiviso dai commentatori, tranne poi ricavarne l’equazione, come sembra fare Marcello Veneziani su La Verità del 22.11: meno patriarcato, più femminicidi; dunque, più patriarcato per avere meno femminicidi.

Ma che fare allora per porre argine a questa alluvione di ferocia mirata? Il governo sembra avere una risposta, anche se ci ha messo un anno per portarla avanti: introdurre l’educazione all’affettività (o al rispetto e alla dignità della donna: così Antonio Tajani, vicepremier e presidente del partito che fu di Berlusconi) dedicando in ogni scuola delle ore di lezioni sul tema, curricolari e non. La risposta del Pd non sembra differente, tranne poi dividersi tra destra e sinistra, almeno si spera, sulla scelta della figura che dovrà presiedere all’introduzione di questa novità scolastica. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara (autore del libro L’impero romano distrutto dagli immigrati) ha scelto il suo amico e collaboratore Alessandro Amadori, coautore del libro La guerra dei sessi, in cui si imputa alla cattiveria di (alcune) donne l’esito infausto di molta della violenza che le colpisce.

Ma l’introduzione di una nuova “materia” e delle relative ore da dedicarle è la stessa risposta che si dà o si è data all’emergere della crisi ambientale (prima nessuno se ne occupava) – altre ore – o alla crisi della convivenza, detta violenza di strada, con l’educazione civica – altre ore ancora. Già, ma chi le insegnerà queste nuove materie? Anche solo fermandosi all’affettività: una psicologa, una sessuologa, un medico, una biologa, una filosofa, un giornalista, una zelatrice ecclesiastica, un poeta? O tutte quante/quanti insieme? E chi sceglierà queste figure? Alessandro Amadori? Oppure a insegnarla saranno le/gli insegnanti già in forza, ciascuno/ciascuna per la parte di sua competenza? Ma se non sono riusciti/e ad affrontare questi temi, cioè l’aggancio di quello che insegnano con la vita e i costumi di oggi, giorno per giorno, utilizzando gli infiniti spunti che la “loro” materia offre – a partire dalla letteratura italiana e straniera, greca e latina (per chi la insegna), dalla storia dell’arte, dalla filosofia, dalla storia e dalla geografia (abolita), dalla biologia, dall’ecologia, dall’etologia, ecc., perché mai dovrebbero diventarne improvvisamente capaci nelle ore suppletive?

Certo sugli argomenti cosiddetti “sensibili” gioca molto la censura dell’istituzione, ma anche l’autocensura, la paura di mettersi in gioco, ma forse anche il fatto di non averci riflettuto abbastanza. Alfonso Lanzieri, su L’Avvenire del 21.11, dopo aver ricordato che “l’aggiunta di specifiche offerte formative… rischia di farci dimenticare che Omero, Dante e Shakespeare, tanto per fare alcuni nomi, hanno già molto di serio da dire su emozioni, affetti, doveri, diritti, bene e male, sessualità.” E aggiunge: “Pretendere continuamente che a questo si sommino corsi e giornate rischia di mandare un messaggio devastante, vale a dire che ciò che si studia a scuola, in realtà, non serve… Per tutto quanto concerne le relazioni, le emozioni, i sentimenti, vale a dire per la polpa dell’esistenza, le pagine di filosofi, poeti, artisti, scienziati non sono competenti”. Ciò, aggiungo, è come riconoscere che tutto quell’insegnamento curricolare e tutte quelle pagine da studiare, sono perfettamente inutili. E allora, perché studiarle ancora? Non fanno forse bene, i giovani, ad annoiarsi a scuola e a farsi introdurre a quei temi non dalle famiglie (che non lo fanno. E vedremo perché), bensì ieri dalla televisione e oggi dai social, che di violenza, a parole e per immagini, ne hanno da vendere?

Ed ecco che siamo tornati al punto di partenza, cioè: perché, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, solo i giovani devono essere educati all’affettività? Gli adulti non ne hanno bisogno? E perché mai coloro che hanno accesso agli strumenti attraverso cui si forma l’opinione pubblica non sono in grado di farlo nella parte extrascolastica della giornata dei giovani? E qui casca l’asino.

Come si può chiedere di educare, o far educare, all’affettività a uomini (e donne) di un governo, di una maggioranza, dei suoi partiti, delle sue infinite clientele, che si ritrovano tutti – perché lì sono nati – sotto l’ombrello della figura di Berlusconi? Fino al punto di aver imposto la bandiera a mezz’asta nelle Università, nei palazzi del governo, in quelli dei governi regionali e locali, nei musei, nelle caserme, ecc., per compiangere la dipartita di un uomo – i cui resti sono poi finiti al Famedio di Milano, motivo per cui non avremo mai più un Ugo Foscolo… – che si è caratterizzato, e ha caratterizzato tutti i suoi sodali, maschi e femmine (vittime, queste ultime, di un’evidente “sindrome di Stoccolma”) per il suo sovrano disprezzo per le donne (con espressioni diventate di pubblico dominio, come “un pullman di troie”, “la patonza deve girare”, “inscopabile”, ecc. Comprese le sue orge cosiddette “eleganti”).

Si parla tanto di “egemonia culturale, che sarebbe in transito oggi da una sinistra (non pervenuta), alla destra: quella di Dante, tanto per intenderci (copyright Valditara). Ma in Italia l’egemonia culturale è in mano alla destra da più di quarant’anni (e non solo qui, anche se in questo campo siamo stati degli antesignani), proprio grazie al convoglio del berlusconismo: sesso, soldi e sport (cioè calcio). Il tutto felicemente intrecciato in un permanente “varietà” televisivo che è riuscito a mettere insieme fondamentalisti cattolici reazionari alla Gandolfini e grassatori libertini e maleducati alla Sgarbi, fascisti del XXI secolo di Casa Pound e liberali da barzelletta alla Nordio, magistrati e giornalisti spietati contro contestatori, migranti e operai in lotta e lavoratori delusi dai partiti di sinistra… Sembra una strada senza ritorno, ma un’uscita bisogna trovarla.

Se la denuncia del capitalismo e dei danni che infligge all’umanità non basta per “eliminarlo” e se dichiararsi “anticapitalista” costituisce spesso un comodo alibi per tanti compromessi, anche limitarsi a denunciare il patriarcato – che è l’orizzonte antropologico, ben più antico e ben più ampio del capitalismo e dello stesso mercato, che ne costituisce probabilmente condizione ineludibile – può diventare un alibi per la perpetuazione di comportamenti e scelte quotidiane che lo riconfermano. In entrambi i casi, capitalismo e patriarcato, non c’è un prima e un dopo, ma il continuo bisogno di individuare e aggiornare obiettivi e strumenti alla portata del nostro agire, per non rimanerne schiacciati. Non “la presa del potere” o anche solo del governo – che è da tempo una barzelletta: da parte di chi, come, per fare che? – ma un processo che ci vede sempre in cammino, se in cammino ci siamo messi. Dunque, quanto patriarcato c’è, non solo nel maschilismo ostentato, ma anche nelle tante altre cose in cui si nasconde? Innanzitutto nella partecipazione al cosiddetto lavoro domestico o, più in generale, di cura: non si tratta solo di condividere, ma anche di misurare quanto in termini di ore e soprattutto di attenzione per le cose da fare e per quelle fatte. Christian Marazzi, ne Il posto dei calzini, si rende conto che non sa dove sua moglie ripone i suoi calzini, che evidentemente gli porge già pronti. Figuriamoci il resto! Quanto basta per cogliere le distanze tra il mondo maschile e quello femminile, anche là dove sembra esserci contiguità e persino parità e collaborazione.

Poi ci sono evidenti manifestazioni di patriarcato che evidenti per tutti non sono: l’esaltazione della guerra (naturalmente quella “difensiva”) e delle armi (il cannone, simbolo fallico per eccellenza: “Viva i lanciarazzi Himars”!), la passione per la caccia, il tifo che finisce a botte, il fascino della velocità, il disprezzo per gli animali, che è disprezzo della vita (altrui), l’odio per lo straniero (migrante) dietro cui si intravvede sempre un concorrente sessuale, il culto della gerarchia – sottomettersi per poter poi comandare e altre ancora.

Naturalmente sono scelte e comportamenti da cui non sono escluse le donne, che vivono immerse nello stesso brodo in cui viviamo noi maschi, ma la loro impronta è maschile, è patriarcale. Di qui inizia un’esplorazione del nostro e dell’altrui comportamento che ciascuno dovrebbe imparare a sviluppare non da solo, ma in gruppo, come hanno fatto e continuano a fare le donne che praticano il femminismo. Questo almeno avremmo dovuto impararlo.

“Di padre in figlio” è il percorso attraverso cui si trasmette la Legge: quella “del Padre”, il Patriarca virtuale, con i risultati che abbiamo visto. Anche la lotta contro il patriarcato, dunque, come quella contro il capitalismo, non è un percorso predeterminato, ma un’esplorazione, che alla Legge del Padre, e padrone, sostituisce la cultura della sorellanza e della fratellanza: si impara tra pari.

Due stati uno o nessuno?

Non è vero che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. Lo è solo nel suo ordinamento giuridico, che prevede un Parlamento elettivo e un governo eletto dal Parlamento. Ma di fatto è una repubblica razzista (“Stato ebraico”, cioè degli ebrei), militarista (armato fino ai denti, compresa l’atomica; anche se protetto dalle eventuali atomiche altrui, che ucciderebbero, insieme ai bersagli ebrei, anche milioni di arabi), che pratica apartheid e stragi (di un’organizzazione non statuale diremmo “terrorista”, come lo erano le organizzazioni armate ebraiche prima di costituirsi in Stato).  L’unica vera democrazia del Medio Oriente è quella confederale del Rojava, fondata sulla convivenza di popoli, culture e religioni diverse (curdi, arabi, yazidi, sunniti, sciiti e cristiani), su un comunitarismo che si esprime nella partecipazione di tutti alla vita politica, su una cultura con una forte impronta femminista (la principale minaccia per il fondamentalismo degli Stati islamici, la cultura patriarcale e il maschilismo delle loro popolazioni).
Niente giustifica il razzismo e il militarismo di Israele. E’ vero che ha di fronte un’organizzazione militare che non esita a compiere stragi e un popolo i cui esponenti predicano l’eliminazione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei dai territori della Palestina; ma il Rojava non sembra aver meno nemici, anche molto potenti e molto violenti, che ha combattuto e combatte senza imboccare per questo una deriva analoga. D’altronde, forse con meno iattanza, il presupposto della costituzione dello Stato ebraico – “un popolo senza terra per una terra senza popolo” – non sono differenti: la negazione della esistenza degli abitanti della Palestina in quanto popolo. Fiamma Nirenstein insiste sul fatto che al momento dell’insediamento dei profughi ebrei in Palestina, questa non era uno Stato (infatti era una colonia, anzi un “mandato” inglese). Il presupposto è che per essere un popolo bisogna essere anche uno Stato. Israele lo è; la Palestina no. E da entrambe le parti si è sostanzialmente lavorato per anni perché non lo fosse. Ora questo passato di guerre e di sangue che dura da 75 anni, e anche più, non può essere dimenticato. Farlo ci impedirebbe di capire il presente; ma non può neanche essere tirato in ballo dagli uni e dagli altri per rendere sempre più difficile la ricerca di una soluzione che non comprometta, insieme alla vita dei due popoli, anche la pace in Medio Oriente e forse in tutto il mondo. Per questo occorre partire dall’oggi, ma cercando di guardare oltre l’orrore delle stragi di questi giorni.
La soluzione più invocata dalla comunità internazionale è quella dei due Stati; ma è sempre più irrealistica e rischia di essere un alibi per lasciare incancrenire ancora di più la situazione. Il territorio da riconoscere alla Palestina non esiste più: la “striscia di Gaza, con i suoi due milioni e mezzo di confinati, è inabitabile; la West bank è stata frantumata dagli insediamenti di 700mila coloni, da un muro che si insinua in tutto il territorio, dal sequestro di molti territori, da strade riservate solo agli occupanti, con contini check-point. Restituire al costituendo Stato palestinese quei territori richiederebbe la cacciata dei coloni. Ma se Sharon aveva dovuto usare la forza per trasferire fuori dalla striscia di Gaza 8mila coloni, nessuno può pensare che sia possibile cacciare dalla West bank i suoi 700mila occupanti abusivi. Poi i territori assegnati al costituendo Stato palestinese non rendono possibile la sua continuità territoriale: dunque la libera circolazione dei suoi cittadini, lo sbocco al mare, un proprio spazio aereo, e molto altro, senza sottostare al controllo di Israele. Infine, c’è la sproporzione delle forze: Israele ha una sua struttura industriale, un’agricoltura florida, una finanza autosufficiente, un esercito super armato, la bomba atomica. La Palestina e la sua popolazione sono state espropriate di tutto, vivono di sussidi dell’Onu, dell’Unione europea e di diversi paesi arabi che ne condizionano e ne condizionerebbero le politiche; non ha un’economia autosufficiente e non avrebbe mai un armamento anche lontanamente paragonabile.
Di fronte a questa impasse, nota a tutti ma ipocritamente taciuta per far finta di perseguire la pace, si è andata facendo strada l’ipotesi di un unico Stato, entro cui costruire nel tempo una pacifica convivenza dei due popoli, facendo leva sulle comunità e le reti che anche oggi, e nonostante tutto, antepongono le ragioni della pace e della convivenza a quelle, più che comprensibili, dell’inimicizia e del rancore. Ma l’ostacolo principale a questa soluzione non risale al passato, né ai più che fondati timori del presente, ma riguarda il futuro: la popolazione araba dell’intero territorio ormai supera per numero quella ebrea, nonostante gli apporti fortemente incentivati, soprattutto della popolazione ebraica delle colonie. Con la maggioranza molti ebrei di Israele temono di perdere anche la loro identità di Stato ebraico, l’approdo dopo 2000 anni di diaspora e persecuzioni, mentre molti palestinesi contano evidentemente sulla forza dei numeri per prendersi una rivincita sui 75 anni delle loro sofferenze.
Ma forse l’ostacolo maggiore sta proprio qui: nel non riuscire a concepire la convivenza se non nella forma di uno o più Stati e non in quella della loro dissoluzione a favore di una democrazia “dal basso” e confederale, che metta al centro i bisogni e le aspirazioni di ogni sua comunità. Può sembrare un’utopia, ma bisogna cominciare a parlane; e non solo a proposito di Israele e della Palestine. Il Rojava dimostra che è una strada percorribile. Certo un intervento della “comunità internazionale” (un’entità che esiste sempre meno) a tutela dei diritti e della incolumità di tutte le comunità sarebbe indispensabile; ma lo sarebbe anche nel caso che si optasse seriamente per le soluzioni dei due o di un solo Stato. Si tratterebbe in ogni caso non di una utopia, ma di un esperimento anticipatore di soluzioni da riproporre in tutte le situazioni sempre più numerose di conflitto e di crisi “interetnica”; un “esperimento” senza il quale il mondo sembra destinato a farsi seppellire dalle guerre o ad autodistruggersi per aver trascurato la minaccia che incombe su tutti più di ogni altra: quella del collasso climatico. La globalizzazione senza Stati è già stata in gran parte realizzata dalla finanza internazionale. Adesso è ora che perseguirla siano invece i popoli.
Senza pretendere di essere esaustivi, i passi che nella situazione concreta sono ineludibili mi sembrano essere:
L’abbattimento delle barriere fisiche e di controllo su tutti i territori;
L’istituzione di una commissione mista per la verità e la riconciliazione sull’esempio di quella messa in atto in Sudafrica;
La presa in consegna da parte di una commissione internazionale di tutti gli armamenti noti di entrambe le parti: dai kalashnikov all’atomica (molti sfuggiranno al controllo, ma si tratta di un work in progress);
La promozione di milizie miste per mantenere l’ordine pubblico composta di individui disposti a farne parte e a rispettarne le finalità;
La promozione di comunità miste tra tutte quelle reti che già ora ritengono di poter svolgere un lavoro comune (e tra queste un ruolo di primo piano spetta fin da subito alle donne);
La consegna a ogni comunità di territori sufficienti a garantirne la sopravvivenza;
Lo stanziamento di ingenti finanziamenti internazionali sotto un controllo congiunto degli enti donatori e dei rappresentanti delle due comunità.



Confini

Secondo un affidabile sondaggio dell’Arab Barometer for Foreign Affairs realizzato il giorno prima dell’atroce e oscena strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre, quasi tre quarti dei palestinesi erano favorevoli a un accordo con Israele – dunque, in qualche modo, a riconoscerne in qualche forma l’esistenza – e, se fossero stati chiamati al voto, circa un terzo avrebbe votato forze che si riconoscono nella figura di Marwan Barghouthi, cioè nella volontà di cercare una soluzione comune tra Palestina e Israele; poco più di un quarto avrebbero votato Hamas (ma dopo il 7 ottobre e la strage di Israele a Gaza questa percentuale potrebbe essere esplosa) e meno di un sesto per Al Fatah. Se questi risultati fossero presi anche solo come indizio se ne dovrebbe dedurre che i confini in cui sono stati rinchiusi negli ultimi anni gli abitanti di Gaza e delle residue porzioni del West Bank non ancora occupate dai coloni sono stati per i palestinesi una prigione: definita non solo dai muri e dalla onnipresenza delle forze armate israeliane, ma anche e soprattutto da una gestione “interna al carcere” affidata a una forza minoritaria come Hamas, direttamente e indirettamente favorita e foraggiata dai governi israeliani per vanificare – con pieno successo – la prospettiva dei due Stati; e per “legittimare”, come risposta ai molti  attentati, spesso suicidi,  e a dei razzi, per molto tempo poco più che “di cartone”, sia i periodici bombardamenti aerei a cui è stata sottoposta la popolazione della Striscia, sia le spedizioni punitive e la frantumazione del loro territorio che hanno devastato la vita quotidiana degli abitanti del West Bank; fino a lasciar prospettare, dopo il 7 ottobre, a di diversi esponenti del Governo israeliano, una “soluzione finale” della questione con una nuova Nabka o, addirittura, con una bomba atomica (averla vuole sempre dire poterla usare). D’altronde, è possibile che in quella convivenza forzata con i propri carcerieri “interni” si sia sviluppata in una parte della popolazione palestinese una sorta di “sindrome di Stoccolma” nei confronti di Hamas che l’ha indotta ad appoggiarne di fatto l’operato. Ma che alternative avevano?

In entrambi i casi – Striscia e West Bank – alla radice del conflitto c’è una questione di confini: le guerre ne sono una conseguenza e non la matrice. All’origine di quelle, come di molte altre vicende atroci belliche e non, passate, presenti e purtroppo future, ci sono la sacralizzazione, il culto e l’ossessione dei confini. L’irredentismo islamista di Hamas li vorrebbe estendere “dal fiume al mare”, liquidando la presenza di Israele e forse anche quella di tutti gli ebrei; e lo proclama pubblicamente. Ma la premessa della fondazione di Israele come Stato etnico e non solo come presenza di una comunità di esuli profughi e autoctoni in cerca di sicurezza e di riscatto – “una terra senza popolo per un popolo senza terra” – allude allo stesso obiettivo: senza dichiararlo, ma praticandolo dilazionato nel tempo e nello spazio e, proprio per questo, con molta più efficacia. Israele non ha costituzione né confini definiti: li considera entrambi provvisori, in attesa di un loro compimento… Ma questo è un problema che ritroviamo sempre più spesso anche altrove. 

Per esempio in Ucraina: decine, forse centinaia di migliaia di soldati e di civili, donne, bambini e vecchi compresi, mandati o esposti al massacro da entrambe le parti per contendersi un territorio che la guerra continua a martellare, a devastare e forse a distruggere per sempre: per spostare in avanti o fare arretrare i confini della Nato e per disconoscere diritti e affinità di una minoranza a cui i governi ucraini del dopo-Maidan hanno continuato a negare dignità e uguaglianza. D’altronde ci è stato suggerito o imposto, per decenni, di includere entro i confini del cosiddetto “mondo libero” paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati, l’Iran dello Shah, le dittature imposte dagli Stati uniti all’America latina e persino la Spagna e il Portogallo fascisti. Oggi, con il progressivo distacco di alcuni di quegli Stati dal predominio statunitense, quei confini e quei “valori” da difendere sono stati impercettibilmente fatti slittare in un imprecisato “Occidente”: dai confini per un verso più ampi, in quanto tutto il mondo è ormai stato “occidentalizzato”; ma anche più ristretti, perché ora comprendono quasi solo Stati uniti e Unione europea, escludendone sia all’esterno che al loro interno tutti coloro che non hanno la pelle bianca (come dimostra il diverso trattamento riservato ai profughi ucraini e a quelli dell’Africa).  Per non parlare della difesa dei confini delle nazioni dall’“invasione” di un “popolo” in fuga da mille paesi diversi che accomuna le cosiddette ”politiche migratorie” dell’Europa e degli Stati Uniti (e non solo): una misura oggi usata a fini politici per attizzare paure e orgogli nazionali del tutto immotivati, ma che farà trovare i paesi meta di questo esodo completamente impreparati alla convivenza interna e internazionale – e dunque pronti o spinti solo alla guerra – quando la crisi climatica e ambientale costringerà milioni e forse miliardi di altri esseri umani senza più alternative a imboccare quella stessa rotta.

Il globalismo sembrava averli aboliti, i confini; ma solo per far circolare liberamente merci, capitali e informazioni. Ma è agli Stati, e dunque ai loro confini e alle loro leggi che ha affidato la realizzazione e l’articolazione territoriale del suo progetto. D’altronde anche la crisi climatica e ambientale, che non ha confini, ci sta insegnando che non si può affidare agli Stati e ai loro accordi fasulli il suo contenimento e una forse ancora possibile inversione di rotta; ma che a fornire indicazioni valide sulla strada da seguire per non soccombere c’è solo l’iniziativa dal basso di quelle comunità resilienti, per ora molto poche e isolate, che si attrezzano per perseguire non solo la mitigazione (la riduzione delle cause), ma soprattutto l’adattamento alle condizioni di vita ben più difficili del clima che ci aspetta.

 Sempre più i confini si manifestano dunque come ostacolo alla ricostruzione di una vera convivenza. Ci rinchiudono in modo sempre più rigido dentro identità in cui molti non riescono o non vogliono più riconoscerci – destra e sinistra, per esempio: e lo vediamo nel crescente assenteismo elettorale diffuso in tutto il mondo – o in appartenenze nazionali o regionali fasulle; o in contrapposizioni frontali (vere e proprie guerre, per ora solo a parole) che non ci appartengono e che a volte ci paralizzano: quando, assumendo posizioni che ci sembrano giuste, ci ritroviamo accanto persone e forze con cui non vorremmo avere niente a che fare. E’ successo così per i vaccini, il green pass e il lock-down che hanno rinchiuso molti di noi dietro una linea di demarcazione perentoria e intollerante; un nuovo confine che lo scoppio della guerra in Ucraina ha rinnovato e rafforzato relegando senza se e ma dalla parte dell’avversario chi dissente; e che oggi si sta riproponendo con ancora più forza e intolleranza nell’intimazione di prendere posizione – senza prospettare vie di uscita – “o per Israele o per Hamas”. Queste contrapposizioni disegnano confini: camicie di forza che ci riducono a spettatori – o peggio, a tifosi da stadio – e ci impediscono di interrogarci, di confrontarci sulle premesse di fondo, di fare spazio sia alle ragioni che ai sentimenti, di agire. E’ la fine della politica come arte della convivenza: prenderne atto è un primo indispensabile passo verso la sua rinascita.

Laudate deum

A otto anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato sì, dove i cambiamenti climatici erano trattati come uno dei “gemiti della Terra” – la nostra casa comune –  sotto l’effetto dell’incuria degli uomini, nella giornata dedicata al santo da cui ha preso il nome, papa Francesco torna sull’argomento con una “Esortazione apostolica” che aggiorna e integra l’enciclica del 2015. Il testo di questo documento è molto più breve dell’enciclica ed è focalizzato in modo esplicito, se non esclusivo, sulla minaccia del collasso climatico che incombe sul pianeta. Segno evidente che Francesco avverte l’urgenza e l’intensità del rischio che corriamo, tanto da fargliene anteporre la trattazione a due degli altri temi che sappiamo stargli particolarmente a cuore: la guerra e i migranti, di cui qui non si parla se non di sfuggita.

“l’impatto del cambiamento climatico danneggerà sempre più la vita di molte persone e famiglie. Ne sentiremo gli effetti in termini di salute, lavoro, accesso alle risorse, abitazioni, migrazioni forzate e in altri ambiti… Si tratta di un problema sociale globale che è intimamente legato alla dignità della vita umana” (2 e 3).

Il corso della crisi è sotto gli occhi di tutti e non c’è bisogno degli scienziati per rendersene conto: “negli ultimi anni abbiamo assistito a fenomeni estremi, frequenti periodi di caldo anomalo, siccità e altri lamenti della terra che sono solo alcune espressioni tangibili di una malattia silenziosa che colpisce tutti noi” (6). Ma il negazionismo di principio o di fatto si ostina a ridicolizzare o sottovalutare la gravità e l’origine antropica della crisi climatica: “Negli ultimi tempi non sono mancate le persone che hanno cercato di minimizzare questa osservazione” o che cercano di “porre in ridicolo chi parla di riscaldamento globale” (7). Si giustifica così l’inazione, o un’azione insufficiente, in nome delle esigenze dell’economia e dell’occupazione, o della salvaguardia dell’esistente, e non si tiene conto del fatto che a essere maggiormente esposti e colpiti dalle conseguenze di questa crisi sono i poveri e gli emarginati della Terra: “Ciò che sta accadendo è che milioni di persone perdono il lavoro a causa delle varie conseguenze del cambiamento climatico: l’innalzamento del livello del mare, la siccità e molti altri fenomeni che colpiscono il pianeta hanno lasciato parecchiagente alla deriva” (4 e 10). “Ma la realtà è che una bassa percentuale più ricca della popolazione mondiale inquina di più rispetto al 50% di quella più povera” (9)

Il danno è ormai irreversibile: “non possiamo più fermare gli enormi danni che abbiamo causato. Siamo appena in tempo per evitare danni ancora più drammatici” (16). Il fatto è che gli accordi sul clima a livello internazionale, a partire dalla convenzione sul clima del 1992 di Rio de Janeiro, non hanno funzionato se non in misura molto limitata e spesso le COP sul clima si sono rivelate un vero fallimento: “vi è stata un’abbondanza di “esortazioni”, da cui era difficile attendersi un impatto reale. Le proposte volte a garantire una transizione rapida ed efficace verso forme di energia alternativa e meno inquinante non sono riuscite a fare progressi” (49). 

Quindi, senza abbandonare l’approccio multilaterale affidato agli Stati, è sull’iniziativa dal basso, su un multilateralismo dei movimenti di base, che bisogna contare, anche per smuovere e incanalare nella giusta direzione le scelte che vengono fatte a livello statuale. Di fatto, le azioni di gruppi detti “radicalizzati”  in realtà “occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta ad ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli” (58). “Gli sforzi delle famiglie per inquinare meno, ridurre gli sprechi, consumare in modo oculato, stanno creando una nuova cultura. Il semplice fatto di cambiare le abitudini personali, familiari e comunitarie alimenta la preoccupazione per le responsabilità non assolte da parte dei settori politici e l’indignazione per il disinteresse dei potenti” (71).

“Tutto ciò presuppone che si attui una nuova procedura per il processo decisionale e per la legittimazione di tali decisioni, poiché quella stabilita diversi decenni fa non è sufficiente e non sembra essere efficace” (43) Quindi “possiamo solo aspettarci delle forme vincolanti di transizione energetica che abbiano tre caratteristiche: che siano efficienti, che siano vincolanti e facilmente monitorabili” (59).

Ma che cosa c’è all’origine dello scempio che infliggiamo alla madre Terra e alle nostre stesse vite? Francesco non ha dubbi:c’è quello che chiama “il paradigma tecnocratico” e che noi conosciamo con il nome di economia capitalistica: “Il paradigma tecnocratico….consiste nel pensare “come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia” [Laudato sì]. E, come conseguenza logica, “da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia”. Ma “il problema più grande è l’ideologia che sottende un’ossessione: accrescere oltre ogni immaginazione il potere dell’uomo, per il quale la realtà non umana è una mera risorsa al suo servizio” (20 e 22).

Il problema è dunque la crescita, l’ideologia che presiede e giustifica l’accumulazione del capitale. Ma alla sua base c’è il pensiero secondo cui il mondo non umano non è che una risorsa a disposizione dello “sviluppo”, delle esigenze dell’essere umano. E’ questo il modo di pensare che va abbandonato per sempre, ricostituendo la stretta intimità che lega gli esseri umani alla “natura”, al resto del creato: “La vita, l’intelligenza e la libertà dell’uomo sono inserite nella natura che arricchisce il nostro pianeta e fanno parte delle sue forze interne e del suo equilibrio”. Pertanto, “un ambiente sano è anche il prodotto dell’interazione dell’uomo con l’ambiente, come avviene nelle culture indigene e come è avvenuto per secoli in diverse regioni della Terra” (26 e 27).

Francesco ribadisce dunque la necessità di abbandonare per sempre l’antropocentrismo così come l’abbiamo inteso, praticato e vissuto finora: “oggi siamo costretti a riconoscere che è possibile sostenere solo un “antropocentrismo situato”. Vale a dire, riconoscere che la vita umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature. Infatti, “noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili”. Così, in questo “percorso di riconciliazione con il mondo”, “mettiamo fine all’idea di un essere umano autonomo, onnipotente e illimitato, e ripensiamo noi stessi per comprenderci in una maniera più umile e più ricca” (67 e 68). Perché “un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventerà il peggior pericolo per se stesso” (73).

Dallo sviluppo alla cura

L’orizzonte teorico e pratico entro il quale collocare sia le analisi e le prospettive della nostra epoca sia il nostro agire è dato dalla crisi climatica e ambientale. Non la si può eludere né mettere in secondo piano, pena il ritrovarsi a dover fare i conti con contesti che non si padroneggiano più e in cui nemmeno ci si riconosce.

 Ci battiamo tutti per obiettivi specifici che attengono alla giustizia sociale (l’eliminazione o la riduzione di tutte le diseguaglianze che minano la dignità dell’essere umano) e a quella ambientale (le condizioni che permettono agli ecosistemi di rigenerarsi), ma dovremmo adoperarci per ricondurli sempre al contesto della crisi generale planetaria. In linea di principio è un’operazione semplice: tutto ciò che accelera o favorisce l’aggravarsi della crisi va respinto, combattuto, cambiato o trasformato: viva i “NO”; i No servono. Tutto ciò che ritarda, ostacola o cerca di invertire gli sviluppi della crisi va promosso e favorito. Naturalmente la pima cosa da evitare e combattere è la guerra tra Stati; ma è un capitolo a parte, e qui non ne parlo.

 Le prime e principali vittime della crisi climatica e ambientale sono i poveri e gli esclusi in tutti i paesi del mondo e in tutti gli ambiti, a partire dalle donne, sempre un gradino al di sotto nella gerarchia dell’oppressione: ciò che rende di fatto la rigenerazione della Terra condizione ineludibile del loro riscatto, di una maggiore giustizia sociale. E viceversa: sono loro che hanno un interesse prioritario a invertire rotta: papa Francesco, nell’enciclica Laudato sì, lo mette in evidenza fin dai primi paragrafi.

 Ciò richiede un vaglio delle analisi, dei programmi e degli obiettivi che non viene mai fatto, o viene messo in subordine ad altre priorità; che certo premono, ma che rischiano sempre di venir soffocate, prima o dopo, dagli sviluppi della crisi: una alluvione che distrugge un intero paese, una siccità che lo desertifica, una crisi settoriale – per esempio dell’agricoltura o del turismo – che ne vanifica le prospettive occupazionali, una migrazione che non era stata messa in conto, ecc.

 Per questo “fare politica oggi” richiede una continua opera di traduzione delle misure per far fronte alla crisi climatica e ambientale in termini che rispondano ai bisogni concreti delle persone e della loro condizione; e viceversa, una traduzione del vasto arco di obiettivi tesi alla trasformazione della società in pratiche che concorrano a far fronte tanto alle cause che alle conseguenze della crisi climatica e ambientale.

 Quest’opera di traduzione è l’unica cultura all’altezza dei tempi: una cultura che richiede un profondo ripensamento del rapporto che lega gli esseri umani al resto della vita sulla Terra: premessa ineludibile per l’uscita dall’antropocene, che certo è “capitalocene”, ma che è anche molto, di più. Il che richiede più e non meno “radicalità” di quella che aveva caratterizzato anche le più impegnative e creative prassi dei decenni e dei secoli scorsi.

 La crisi climatica, ambientale e sociale è destinata ad aggravarsi. Le emissioni climalteranti non si fermano e la Terra continuerà a riscaldarsi per anni. Gli eventi estremi a moltiplicarsi e cambierà anche la nostra vita quotidiana, volenti o nolenti.

 Le comunità, grandi o piccole, che sapranno attrezzarsi per adattarsi a condizioni sempre più ostiche – con un sistema di vita più sobrio, ma anche più ricco di relazioni e di esperienze – potranno fare da apripista a quelle che, bene o male, dovranno seguirle; pena la loro scomparsa. La traduzione di queste esperienze in programmi più generali, di respiro regionale, nazionale o sovranazionale, potrà avvenire solo sotto la pressione delle comunità che avranno già imboccato quella strada.

Tutto ciò mette all’ordine del giorno non solo le misure di mitigazione volte a ridurre e arrestare le cause della crisi, ma soprattutto quelle tese all’adattamento alle condizioni sempre più difficili in cui si svolgerà la vita quotidiana: soprattuttoquella delle persone più fragili, delle classi sociali più sfruttate, delle comunità più esposte al degrado, delle categorie più oppresse. Non saranno i governi a prendersene cura; e meno che mai le imprese. A prendersene cura dovranno essere le tante e diverse iniziative di movimenti che nascono dal basso e che già oggi vediamo all’opera.

 La transizione non potrà essere, quindi, un processo unitario e programmato, ma solo uno sviluppo “a macchia di leopardo”, dove le esperienze degli uni faranno da guida a quelle degli altri. Il criterio guida delle iniziative da prendere sarà la loro replicabilità, in contesti ovviamente differenti. Quelle replicabili ovunque vanno nella direzione giusta: la diffusione planetaria della resilienza di fronte alla crisi; quelle praticabili solo a condizione di escluderne gli altri, o addirittura a spese di altri, portano al vicolo cieco di una comunità chiusa, che non sarà mai sostenibile e autosufficiente.

 Questo vale soprattutto in relazione a quella che finora si presenta come la più importante conseguenza, ancorché indiretta, della crisi climatica: l’aumento delle migrazioni: destinate a crescere in modo esponenziale e a non fermarsi, rendendo evidente tutta l’inadeguatezza del modo di affrontarli – a destra come a sinistra – come emergenza estemporanea. Solo la creazione di comunità fondate sulla condivisione si può affrontare con un’accoglienza diffusa e non con una contrapposizione destinata a sfociare in sterminio, un processo che coinvolgerà milioni, se non miliardi, di esseri umani nel giro di pochi decenni.

 La costituzione di comunità aperte di mutuo appoggio nascerà dalle lotte, come già sta facendo, ma non prefigura necessariamente una società del futuro, “il sol dell’avvenire”, la cui definizione – se mai ne esisterà una – è e resterà nelle mani dei protagonisti di questi processi. Ma alcune cose emergono comunque dalla prospettazione di questa trasformazione: la prima è la valorizzazione e la priorità della cura, dei lavori di cura, delle attività legate alla riproduzione:non solo quella biologica e materiale, ma anche e soprattutto quella sociale – cioè la creazione, il mantenimento e il potenziamento dei legami che tengono unita una comunità: un’attività in cui, anche qui, come in tutto ciò che viene tradizionalmente classificato come “lavoro riproduttivo”, prevale il ruolo delle donne – rispetto al lavoro cosiddetto produttivo di merci, di valore di scambio, di profitto; lavoro non necessariamente condannato alla scomparsa, ma sicuramente destinato a un ruolo subordinato rispetto alla priorità della cura.

 Ciò mette in discussione l’obiettivo della “crescita”: crescita della produzione di valore, di PIL, che è il termine con cui oggi viene indicata quella che Marx chiamava accumulazione del capitale (Un utile esercizio è sostituire l’espressione “accumulazione del capitale” al termine crescita tutte le volte che questa viene nominata: anche, spesso inconsapevolmente, da molti di noi che pure l’avversano. Salterebbe agli occhi non solo il lato grottesco del destino a cui ci siamo autocondannati, ma anche la profondità con cui lo “spirito del capitalismo”, che è accumulazione, è penetrato fin dentro il nostro inconscio).

 All’abbandono dell’obiettivo – o, meglio, dell’orizzonte – della crescita è legato quello dello “sviluppo” – spesso accompagnato dalle “ineludibili”qualifiche di “umano”, “sostenibile”, “ecologico”, ecc. Che ne sono il volto presentabile, ma che non lo disgiungono mai dalla crescita, che ne è la condizione irrinunciabile. Ma viene meno anche ogni riferimento al “progresso” (e del suo derivato “progressista”, usato per lo più a sproposito: alla buonora, duecento anni dopo Leopardi!). Sono termini legati alla concezione di uno sviluppo lineare del processo storico che pone una civiltà, una cultura, una organizzazione sociale (di fatto, quella capitalistica e occidentale) al di sopra di quelle che l’avrebbero preceduta, e che a volte sono sopravvissute al tentativo di estinguerle, dimostrando la loro vitalità e la loro resilienza,.

 Certamente termini come crescita, sviluppo e progresso mantengono un valore positivo quando sono riferiti a singole persone o a contesti determinati. Ma questa accezione viene usata troppo spesso per mascherare la sostanza di ciò che è invece il meccanismo di fondo che regola il funzionamento del capitalismo. Il progresso, quando c’è, riguarda il miglioramento di una vita, di una generazione, di un assetto sociale, di un contesto ambientale; fino a che il cambiamento delle condizioni date non impone il perseguimento di nuovi e diversi obiettivi: in un processo ciclico che si rinnova a ogni generazione, quale che sia stato l’esito del ciclo precedente.

 La cura del prossimo, della comunità, degli umani, ma anche della vita della Terra in tutte le sue manifestazioni, comporta il superamento della contrapposizione, propria della modernità, tra uomo e ambiente, cultura e natura, spirito e materia, soggetto e oggetto. Un superamento che è l’unico modo ancora praticabile per affrontare una crisi di cui già oggi possiamo vedere le manifestazioni più minacciose; ma che sono ancora niente di fronte a quelle che attendono al varco le prossime generazioni. Sì, quelle di cui avrebbe dovuto farsi carico lo “Sviluppo sostenibile”…

Fare i conti con il clima

Il “pieno accordo” tra Giorgia Meloni e Joe Biden non desta stupore: il sostegno incondizionato alla guerra in Ucraina non lascia spazio a divergenze di  sorta. In più Giorgia si è iscritta anche alla guerra – per ora solo “commerciale” – alla Cina e in cambio ha ammesso – contro le sue convinzioni – che bisogna “fare qualcosa” sui cambiamenti climatici. D’altronde l’accordo tra gli Stati Uniti e i fascisti, padri e nonni di Fratelli d’Italia, è vecchio di almeno 70 anni e ha sempre visto i primi nelle vesti di mandanti e gli altri in quelle di esecutori di (quasi?) tutte le stragi che hanno infestato il nostro Paese dal dopoguerra in poi.

Il governo italiano va così ad aggiungersi a quelli che, nel nome di “dio, patria e famiglie” (le loro) stanno spostando verso Est, ma in realtà in direzione opposta, verso Washington, l’asse politico dell’Unione Europea; con il vantaggio, per Washington che, a differenza del governo polacco, quello italiano non freme, almeno per ora, per portare tutta la Nato in guerra contro la Russia. Lo fa, per conto di tutti, Draghi. Quanto al sovranismo, si può dimenticarlo: alla resa dei conti il sovranismo è stato sempre e sarà per sempre quello della Nato. Il suo programma? Protrarre a tempo indefinito la guerra, l’economia di guerra, la militarizzazione, il bellicismo e l’autoritarismo (chiamiamolo pure fascismo) e – perché no? – le distruzioni e le ricostruzioni che la guerra comporta.

Si dà la caccia ai piromani che innescano gli incendi che stanno distruggendo le foreste in tutto il mondo per non dire che la siccità che rende indomabili gli incendi (i piromani ci sono sempre stati: Erostrato, che incendiò il tempio di Artemide a Efeso, era uno di loro) è una manifestazione della crisi climatica. D’altronde, si sa, “in estate fa caldo”… Le distruzioni, l’inquinamento, le emissioni di COe le morti – non poche decine, ma centinaia di migliaia – che la guerra in Ucraina, come tutte le altre guerre, sta provocando, sono cento volte maggiori di quelle degli incendi, ma non vengono messe in conto: nessuno dà la caccia agli incendiari che l’hanno innescata e covata per anni. “Salvare il clima” a parole, sì, ma guai a toccargli la guerra! Adesso che Washington ha rimesso il clima in agenda, persino Mattarella se ne ricorda, Pichetto Fratin piange in pubblico (dejàvu) e i giornali ne lodano la lungimiranza. Ma è possibile che non sappiano che la guerra azzera ogni misura per far fronte alla crisi climatica?

Purtroppo, anche nella sacrosanta lettera con cui cento scienziati italiani invitano i media a “dire la verità” sulle cause dei disastri in corso (non è “maltempo”) e sulle misure da prendere per affrontarli, sul tema “guerra” si soprassiede. E, a parte un fugace accenno alle “politiche di adattamento per proteggere persone e territori da quegli effetti del cambiamento climatico divenuti ormai irreparabili”, quell’invito ai media si concentra esclusivamente sulle misure di mitigazione: “Rapida eliminazione dell’uso di carbone, petrolio e gas, e decarbonizzazione attraverso le energie rinnovabili”. Ma è tutta qui “la verità” a cui i media dovrebbero aprire pagine e servizi? No, purtroppo c’è molto altro ed è ora di aprire gli occhi anche su quello.

Comunque vada – ma non ci sarà certo un cambio di rotta subitaneo a livello mondiale, soprattutto ora che la Cop 28 è stata assegnata a una petromonarchia, sotto la direzione di un magnate del petrolio – le emissioni climalteranti continueranno e supereranno il budget disponibile per fermarsi a +1,5 °C. Ma se anche cessassero domani, la Terra continuerà comunque a riscaldarsi per anni. Calotte polari e ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello degli oceani ad alzarsi sommergendo milioni di chilometri quadrati di terre emerse, i fiumi a non ricevere più acqua e il permafrost a emettere metano nell’atmosfera, innescando un feed-back positivo. Gli eventi estremi – uragani, alluvioni, grandinate, ondate di caldo, siccità e incendi – sono destinati a moltiplicarsi (anche se venissero arrestati tutti i piromani). Prima che tutti i governi, le imprese, le città, i produttori e i consumatori del mondo siano costretti, dalla violenza degli eventi avversi più che da accordi a livello internazionale, nazionale e locale, a rinunciare a far uso degli idrocarburi sepolti in quella cassaforte che chiamano Terra, questa avrà avuto tutto il tempo di andare in rovina.

Sono già cambiate, e continueranno a cambiare, le correnti sia dell’atmosfera che degli oceani e con esse il “tempo”: quello locale, sul cui andamento siamo abituati a organizzare la nostra vita quotidiana. Cambierà anche questa, volenti o nolenti. Le comunità, grandi o piccole, che sapranno attrezzarsi per adattarsi a condizioni di vita sempre più ostiche – una vita più sobria, ma anche più ricca di relazioni e di esperienze – faranno da apripista a quelle che, bene o male, dovranno seguirle, pena la loro scomparsa.

Secondo Gaia Vince (ne Il secolo nomadeBollati Boringhieri, 2023) entro la fine del secolo la metà più popolata del pianeta sarà inabitabile per le temperature troppo elevate o perché sommersa dal mare. Ci saranno centinaia di milioni, forse miliardi di profughi e migranti che cercheranno scampo nella metà del pianeta ancora vivibile, soprattutto quella settentrionale, resa forse più fertile dal riscaldamento globale. Ma occorre fare i conti con le fobie anti-migranti attizzate ormai in tutti i Paesi di immigrazione, dalla Svezia alla Tunisia, dal Myanmar all’Australia, dagli Stati Uniti al Giappone.

Ma quanti di noi li fanno, quei conti? Fin dal 2004 il Pentagono aveva scritto che i Paesi “sviluppati” avrebbero dovuto prepararsi a una guerra senza quartiere contro ondate di profughi che avrebbero cercato di sfondare i loro confini. Quelli che non lo avessero fatto erano condannati a soccombere. Ecco da dove nasce la “Fortezza Europa”: dalla convinzione che in questo mondo non c’è più posto per tutti. Quello che in realtà viene prospettato dai razzisti di “Fortezza Europa” e di molte altre fortezze – senza dirlo e nascondendosi, al contrario, dietro professioni di negazionismo climatico – è lo sterminio, per abbandono o per aperto contrasto, di più della metà della popolazione mondiale. Le campagne e le misure contro i profughi e migranti “clandestini” di oggi servono ad abituarci a queste stragi, a coltivare la nostra indifferenza.

“Non possiamo accogliere nel nostro Paese, e nemmeno in Europa, tutta l’Africa, che al 2050 avrà due miliardi di abitanti!” E’ quello che ci viene ripetuto anche dai meglio intenzionati, senza mai tener conto di ciò che questa affermazione comporta se ci si ferma lì. Ma c’è un’alternativa? Dobbiamo cercarla. Nessuno si è mai trovato di fronte a un dilemma simile prima d’ora, ma non lo si affronta certo ignorandolo. Non resta che cercare di rallentare, per poi fermare e invertire, le conseguenze del riscaldamento globale anche su quella metà del pianeta che ne è più colpita. Quelle terre inaridite e devastate possono ancora essere risanate, rimboschite, irrigate, coltivate, con tanti progetti grandi e piccoli come quello, per metà abbandonato, della grande cintura verde del Sahel, rinforzando o ricostituendo le comunità locali come presidio del risanamento del loro territorio. Ma chi può farsi protagonista di una svolta del genere se non il flusso – per ora, e ancora per pochi anni, così limitato – dei migranti che raggiungono l’Europa, se venissero accolti, inclusi, formati e arricchiti delle relazioni con le comunità che li ospitano e messi così in condizione sia di poter tornare volontariamente alle loro terre di origine – cosa che la maggior parte di loro desidera – ma anche di rientrare quando vogliono nel Paese in cui si sono rifugiati? E chi può progettare meglio il futuro del proprio Paese e lottare di più contro chi lo sta riducendo a un deserto e a un inferno politico se non la comunità degli espatriati che ne sono fuggiti? Certo la guerra, la militarizzazione del mondo e la vendita di armi ai dittatori, come lo sfruttamento senza limiti dei loro Paesi, non aiutano, ma questi sono problemi che riguardano innanzitutto noi.