L’europa che non c’è

Quali altre sanzioni contro la Russia potrà mai varare l’Unione Europea, dopo che quelle già in atto hanno dimostrato scarso impatto sul potenziale militare russo, enormi danni per l’economia europea e vantaggi altrettanto grandi, soprattutto con la vendita di gas a prezzi di affezione, per gli Stati Uniti?

Che tipo di “difesa armata” potrà mai costruire l’Unione Europea autorizzando ogni singolo Stato membro ad armarsi per conto suo sforando i parametri di Maastricht (invalicabili quando si trattava di sostenere il welfare) per acquistare armi e arruolare soldati senza un indirizzo, una politica estera, un progetto comuni?

Quale forza di interposizione potrà mai essere accettata dall’Onu o dalla Federazione Russa se costituita da governi che sono stati e sono ancora parte combattente, riempiendo di armi, denaro e appoggio politico la controparte ucraina?

E quali informazioni sul campo potrà mai fornire l’Unione Europea alle forze armate ucraine se le attività di supporto informativo dipendono da sistemi che l’Europa non è in grado di sostituire?

Quale “forza di deterrenza nucleare” potrà mai mettere in campo l’Unione Europea con le atomiche di Macron e quelle di Starmer, di fronte alla Russia che ne ha 15 volte tante?

Per tutte queste cose – cioè per “colmare il vuoto” lasciato dal ritiro, o tradimento, di Trump – l’Unione Europea ha comunque bisogno della Nato, cioè del sostegno degli Stati Uniti di Trump, che se glielo fornirà (“continuate voi, mentre io tratto e faccio affari”) se lo farà comunque pagare: con l’aumento delle spese militari, per mantenere le truppe Usa di stanza in Europa (in Italia 140 basi, tra Usa e Nato), con l’acquisto forzato di gas, al quadruplo del suo prezzo, e di armi che solo loro producono e  con un distacco sempre più profondo dalla Cina, con la quale invece Trump acuirà o sopirà la tensione a seconda del momento e delle convenienze.

L’Unione Europea, la sua Commissione e i governi degli Stati membri si sono fatti trascinare in questa trappola senza mai rendersi conto del suo esito obbligato e senza mai prospettare un’alternativa che non fosse la vittoria sul campo: “vittoria o resa”; in mezzo, il nulla. Ora Ursula Von der Leyen sostiene che l’aggressione russa all’Ucraina rappresenta una minaccia “esistenziale” per l’Europa.

Ma una minaccia esistenziale assai più grave aveva fatto la sua comparsa ben prima della guerra in Ucraina: la crisi climatica. L’Ipcc continuava a ricordare che c’erano solo pochi anni a disposizione per cercare di invertire rotta. Una minaccia soprattutto per le democrazie, vere o presunte. Perché un regime autoritario può bloccare facilmente le informazioni sui disastri in corso e reprimere brutalmente le popolazioni colpite che protestano per la mancata prevenzione o la mancata assistenza, ma una democrazia che si fa cogliere impreparata non può che ricorrere agli stessi metodi, accentuando gli aspetti dispotici del proprio governo tanto, se non di più, di quanto lo può fare in un Paese in guerra.

Governi e opposizioni nell’Unione e negli Stati membri, come in quasi tutti gli altri Stati del mondo, non hanno mai preso veramente sul serio la minaccia climatica. Alcuni hanno finto di farlo per giustificare misure straordinarie, non tutte sensate, per poi coprirle di deroghe che ne azzerano i già insufficienti impatti previsti, come quelle su gas, nucleare, protezione della natura, auto termiche, ecc. nel Green Deal, o per dare il “liberi tutti” alle spese più insensate, inutili o dannose, nel gigantesco sperpero del Pnrr in Italia.

E’ mancato, manca, soprattutto il coinvolgimento della popolazione nella messa a punto e nell’attuazione dei programmi. “Abbiamo ben altro da fare che occuparci del clima”, sostengono. Che cosa? Risollevare l’economia, rilanciare la crescita, gonfiare il Pil. Ma alla fine quell’”altro” è diventato chiaro: la guerra, le armi. La fallimentare riconversione dell’auto personale da termica a elettrica (un programma insensato) invece di quella della mobilità da individuale a condivisa alla fine ha trovato una soluzione: salvare l’industria tedesca e le sue appendici italiane con i carri armati. Il clima può attendere.

Guerra e salvaguardia del clima (e dell’ambiente) sono incompatibili. Scegliere una, anche solo sostenendone le ragioni, vuol dire ripudiare l’altra. Sotto l’ombrello della conversione ecologica (che è cosa diversa e ben più complessa della transizione energetica, che pure non procede) si ritrovano tutte le questioni che stanno a cuore agli umani e soprattutto alle donne, o alla maggioranza di esse: pace, cooperazione, ambiente, salute, diritto alla vita, al reddito, alla casa, all’istruzione, alla dignità. La guerra è la negazione e l’azzeramento di tutte queste cose: distruzione di vite, di natura, di edifici, di infrastrutture, di lavoro, di rispetto.

“Ma la guerra siamo, siamo stati, obbligati a farla” dicono; dovevamo difenderci, noi, le nostre famiglie, le nostre abitudini, le nostre culture, i nostri confini. E’ quello che sostengono sempre tutte le parti in guerra, o chi le governa e manda gli altri a combattere. Chi mai potrebbe fare la guerra accettando di essere un aggressore? Così, contando, sperando o illudendosi di vincere, si è mandato avanti il massacro invece di cercare una via di uscita sia prima che durante la guerra aperta, per arrivare comunque, prima o poi, a una conclusione peggiore del punto di partenza per tutti: soprattutto per chi ha lasciato sul campo vita, arti, salute mentale o, nelle retrovie, casa, famiglia, lavoro, ambiente. La guerra non ha mai dei vincitori, ma sempre e solo dei perdenti.

Un progetto vero di conversione ecologica promosso e portato avanti in modo partecipato, adeguatamente sostenuto anche se ancora indeterminato, avrebbe potuto, e forse può ancora, essere il fattore qualificante di un’identità dell’Europa proiettata sul futuro e non incatenata solo al suo passato di colonialismo e sopraffazione. Proprio per questo, l’Europa è anche un polo concreto di attrazione per popoli, comunità, forze politiche e persino governi e Stati, in cammino dalla subordinazione all’egemonia di un Occidente che non esiste più verso nuove aggregazioni in fieri che non offrono però alcuna prospettiva di riscatto, perché non fanno i conti con la crisi che incombe e con cui molti devono già fare i conti giorno per giorno. I profughi, i migranti, i rifugiati, gli sfollati (oggi alcune centinaia di milioni, domani, probabilmente, alcuni miliardi), se sostenuti e anche accolti per quello che sono e inseriti in un tessuto sociale rinnovato, invece di respingerli facendo loro la guerra, potrebbero essere un vettore per rendere concreta questa prospettiva.

Non li hanno visti arrivare (i nuovi padroni)

Tutti i commentatori che per anni si sono spesi in ogni modo per affermare, ribadire e confermare la “nostra” (cioè la “loro”) fedeltà atlantica adesso si stracciano le vesti perché “l’America” (cioè gli USA; le Americhe sono un’altra cosa) non è più la stessa. Il colpo è stato forte, ma il loro sconcerto durerà poco. Presto li vedremo allineati con i nuovi padroni, perché una politica autonoma e indipendente non sanno nemmeno concepirla. Non ci hanno mai pensato. Balbettano. Non saprebbero da dove cominciare.  Da un esercito comune? E giù a comprare armi: dagli USA. Non ha funzionato con un mercato e una moneta comuni, figuriamoci con le armi! Da un’unione politica? Ma quale, senza un programma comune? E quale potrebbe mai essere quel programma?

Uno solo: la conversione ecologica. Ma loro non lo sanno. Non ce n’è nessun altro che racchiuda in sé tutte le questioni che il nostro tempo ci impone di affrontare: pace, ambiente, diritto alla vita, salute, sicurezza, redditi, istruzione, convivenza, solidarietà. Non è il Green Deal, che è invece uno strumento di distrazione di massa, fatto per eludere i nodi più importanti con misure parziali, derogabili, mai spiegate, spesso respingenti, a volte dannose.

Un programma comune richiede la partecipazione di tutti, o delle componenti più attive, alla sua elaborazione attraverso i tre passi sintetizzati da Extinction Rebellion: informare tutti, agire dove è possibile, deliberare in assemblee aperte. Utopia? Certo. Ma è il momento di rivalutare la parola e la sua pratica. Che cosa è successo invece?

Non li hanno visti arrivare. Sicuri di poter continuare nei modi di sempre, non hanno visto arrivare gli uomini, le donne, le forze politiche, le “visioni” (le tanto disprezzate “ideologie) e soprattutto le pratiche che, in un Paese dietro l’altro, stanno conquistando il potere per trasformarlo in modo da non poterlo né doverlo più cedere per tutto il tempo a venire. Un passaggio che porta alla luce il vuoto di cui si sono alimentate per anni le politiche dell’”Occidente”, sia di destra che di sinistra.

Governavano – o fingevano di farlo, al servizio di personaggi assai più potenti – convinti che nessuno li avrebbe mai disturbati. E come? Con “l’austerità”, niente altro che il trasferimento di redditi, salute, sicurezza, cultura e dignità dal popolo che abita ai piani bassi della piramide sociale all’élite che ne occupa il vertice: un pugno sempre più ristretto di signori della finanza, dell’informazione, della guerra. Con la sottovalutazione sistematica della crisi climatica, trattando ogni evento meteo estremo, ogni disastro ambientale, come un caso a sé, abbandonando le vittime, o anche contrastandole quando cercavano di tirarsene fuori da sole. Con una convergenza sostanziale di intenti per “tener fuori” i migranti, costi quel che costi, dai confini di ogni nazione: gli uni facendosene un vanto e una bandiera, anche se le politiche adottate si traducono in nient’altro che in stragi, torture e massacri lontano dai nostri sguardi; gli altri cercando di sopire drammaticità e dimensioni della situazione, per nascondere che le loro non-politiche non ne sono che una replica.

Dunque, con la promozione di un cinismo diffuso, dell’indifferenza, vettore di fondo dell’irresistibile ascesa delle destre. E infine, con le guerre: scatenandole o adoperandosi per renderle comunque generali, insolubili, permanenti, sempre più atroci. Un’accelerazione, questa, della crisi climatica, della produzione di profughi, e della spoliazione dei poveri: armi invece di welfare, devastazione degli habitat invece di convivenza, spreco di beni e di vite invece di custodia della Terra.

Così i nuovi padroni del mondo possono continuare a fare quelle stesse cose (compresa la guerra: se non più qui, là) moltiplicandone gli effetti, ma presentandosi come gli unici in grado di inaugurare una nuova era: quella in cui si dice apertamente le cose come stanno e come si vuole che vadano. E poi le si fanno senza tentennamenti.

Tornare indietro non è più possibile: non c’è niente di attraente in quel passato che ci stanno mettendo dietro le spalle. E’ molto più seduttivo, invece, quello che promettono le nuove dittature, perché è facile da enunciare e impossibile da verificare. Il loro appeal non può più essere scalzato se non da una moltiplicazione di iniziative radicali che partano dalla base della piramide.

E’ quello che sostiene anche George Monbiot sul Guardian del 19.2: reti di vicinato, democrazia deliberativa, valorizzazione delle risorse locali. Una nuova politica che preveda, secondo la visione di Murray Bookchin, più diversità, più apertura alle diverse possibilità, più modularità, cioè replicabilità nei contesti più vari. Certo, sono necessarie anche politiche nazionali e globali, ma è ora di capire, sostiene Monbiot, che nessuno se ne occuperà, se non noi. Non c’è che da cominciare a mettersi insieme.

Automotive, il miraggio della ripresa

Riuscirà una massiccia iniezione di sussidi, quella rivendicata da Confindustria, sindacati e opposizione, i 4,6 miliardi di euro che il governo ha sottratto al settore (per darli al Ponte?), o quella proposta a livello di Unione Europea (100 miliardi, ma forse 500, da finanziare con gli eurobond…) ad arginare o invertire il corso della crisi dell’automotive?

Per fare che cosa? Per sovvenzionare l’offerta: le produzioni nazionali sempre più orientate all’alta gamma, sia termica che elettrica, cioè solo per chi può permettersele. Le utilitarie “non danno margini”, la loro produzione finisce dove i salari sono più bassi.

E per sovvenzionare la domanda: con incentivi all’acquisto di vetture, sia termiche che elettriche, ma anche qui, nonostante i proclami, per lo più di alta gamma. Perché, dazi o no, sul prezzo, nella bassa gamma, stravince la Cina.

La crisi mostra che l’epopea dell’automobile è ormai al tramonto: è stata per un secolo il motore dello “sviluppo” ed è anche oggi al centro dei desideri e dei programmi nei Paesi emergenti, decisi a bruciare le tappe che hanno portato al declino quelli “sviluppati”. Ma la saturazione è vistosa: l’industria dell’auto è ormai un questuante col cappello in mano: non solo in Europa, ma anche negli USA e in Cina, che i sussidi li hanno da tempo o da sempre. Perché?

  1. Costa troppo. Raffrontata a un salario medio, sia in Italia che in Europa, l’auto più economica costa più del doppio di 50 anni fa. Mantenerla anche. L’accesso all’auto è stato per anni una conquista, mentre oggi è per lo più una necessità per andare a lavorare o per la famiglia.
  2. Da emblema di libertà (solo nella pubblicità, dove non c’è mai il traffico), l’auto si è trasformata in schiavitù: congestione, inquinamento da particolato e stress sono cose che l’auto elettrica non eliminaCresce poi anche in Italia l’uso della bicicletta.
  3. Il passaggio obbligato all’elettrico ha rallentato le vendite delle auto elettriche, in attesa che migliorino in qualità e prezzo e di quelle termiche, perché destinate all’estinzione e soggette a vincoli sempre più stretti.
  4. L’evoluzione è rapida: le auto di oggi sono, come ripete l’economista Vincenzo Comito, dei “telefoni con le ruote”, tutte connesse, dentro e fuori. Si può prendere un’auto a noleggio ovunque e lasciarla dove si vuole, senza bisogno di possederne una. Poi, con la guida autonoma, averne una propria sarà un non-senso. La condivisione ne ridimensionerà il numero, sia sulle strade (finalmente!) che in produzione.
  5. Molti giovani ne fanno ormai a meno, in Giappone più che altrove. L’accesso all’auto, anche se solo “di famiglia”, non è più un rito di iniziazione come è stato per anni: a volte meglio chattare online che immergersi nel traffico per incontrarsi. La disaffezione è nascosta dalla diffusione delle auto aziendali: in Italia le vendite alle aziende sono il 40% del totale; in Europa il 60. In molti casi sono fringe benefits (salari esentasse) e non “mezzi di produzione”, ma a ogni taglio dei costi rischiano di ridursi.
  6. In molti casi l’industria dell’auto è già un ferrovecchio anche se gli impianti sono nuovi: utile per succhiare profitti e riscuotere sovvenzioni, ma senza prospettive di ripresa. Il caso Fiat-FCA-Stellantis in Italia è uno di questi; prolunga l’agonia di lavoratori in attesa di un “rilancio”, prigionieri della cassa integrazione, della loro disperazione, di denari pubblici gettati al vento, dell’ostinazione a mantenere in vita strutture senza avvenire per nasconderne la bancarotta. L’Ilva dovrebbe insegnarcelo: quindici anni fa si poteva forse prendere ancora atto della sua situazione, coinvolgerne i lavoratori, “liberi e pensanti”, che ne erano ben consapevoli, in una “conferenza di produzione”, un confronto con tecnici, economisti, associazioni del territorio e governo locale, sulle possibili alternative. Oggi quell’azienda non si troverebbe in questa impasse. Ma anche la Fiat-FCA-Stellantis tiene da anni in cassa integrazione metà dei dipendenti: si poteva impiegare quel loro tempo “libero” a discutere, progettare e prepararsi professionalmente a delle alternative produttive, come trasporto pubblico, sia di massa che flessibile e conversione energetica in tutte le forme. Alternative obbligate per mettere in sicurezza sia i posti di lavoro che il Paese, se solo ci si fosse collocati nell’orizzonte della crisi climatica ormai incombente.

Tutto si è svolto invece nello scenario Business as usual di un contesto inalterato,  ma la crisi climatica è destinata a moltiplicare eventi estremi e dissesti del territorio che non ci lasceranno più “in pace”. E le guerre meno che mai. Difficile, per chi non si trova già oggi in una zona di guerra o sotto un uragano, immaginare quanto la vita quotidiana ne potrà essere sconvolta. Un assaggio l’abbiamo già avuto con il covid: componenti, ricambi, combustibili, elettricità e persino alimenti potrebbero non arrivare più per tempo e la nostra auto lasciarci per strada o finire in un ammasso di fango e lamiere come a Valencia. Potenziare il trasporto pubblico di massa e flessibile e una rapida conversione energetica sono soluzioni di “adattamento” alla crisi climatica per garantire la nostra mobilità domani.

Chi ha paura dei volontari di Valencia?

Nessuno stupore che il Presidente della Comunità autonoma di Valencia, Carlos Mazòn, cerchi di bloccare le carovane di giovani e di persone solidali che accorrono nelle zone colpite dall’alluvione per portare il loro aiuto –  acqua, viveri, abiti asciutti, coperte, medicamenti –  e per spalare il fango, liberare chi ne è rimasto imprigionato, salvare ciò che ancora può essere salvato. “Ai volontari dico – ha detto – tornate a casa”. Perché?

Innanzitutto, perché è un uomo di destra e un negazionista climatico; non vuole che si diffonda la percezione diretta delle dimensioni del disastro che si sta rivelando molto maggiore di quanto accertato finora. E’ uno che, come dice Altan, pensa che “il sedicente cambiamento climatico da anni ci prende alla sprovvista”. Quindi, non è successo niente che giustifichi la presenza di quei volontari. Poi, per far dimenticare di non aver dato l’allarme e, anzi, di aver tranquillizzato i suoi concittadini-elettori quando ancora poteva salvarne molti. L’allarme lo dà invece adesso, per bloccare i soccorsi: “Le strade possono crollare” avverte, perché l’emergenza non è finita. Poi, ancora, perché vuole controllare tutto. Infatti, ha impedito anche ai pompieri dell’odiata Catalogna di venire a prestare il loro aiuto; bastano quelli locali, che però non l’hanno presa bene…

Ma, soprattutto, perché teme il volontariato, l’iniziativa dal basso, la mobilitazione popolare e soprattutto l’attivismo dei giovani, perché nella solidarietà attiva si creano relazioni, organizzazione, comunità, spirito critico, autonomia: le premesse di un orientamento alternativo a quella soggezione che permette a chi comanda di gestire le cose a proprio piacimento. E ne potrebbe anche nascere una prospettiva radicalmente alternativa all’inerzia con cui i negazionisti, ma non solo loro, mandano avanti i loro affari cercando di nascondere i rischi che incombono sulle vite e la convivenza di tutti.

Il pensiero corre ovviamente ai cosiddetti “angeli del fango”, la marea di giovani accorsi spontaneamente per far fronte ai danni dell’alluvione di Firenze del 1966: una mobilitazione che aveva colpito chi già allora deprecava consumismo, disinteresse e passività nei giovani di sessant’anni fa. Ma c’erano, in quella mobilitazione, i segni riconoscibili, ancorché in gran parte non riconosciuti, di quella che un anno dopo sarebbe stata l’esplosione del’68: prima nelle università e nelle scuole, poi tra i giovani operai delle fabbriche, poi in tutta la società. Un processo registrato dapprima come una rivolta non priva di simpatie nel mondo benpensante, poi inquadrato come una sua “degenerazione ideologica”, per essere poi definitivamente archiviato come “anni di piombo”.

Ma quello che era sfuggito allora ai commentatori e che sfugge ancora oggi agli epigoni della denigrazione del ‘68, era il fatto che accanto alla rivolta e al conflitto, e come loro ispirazione e supporto, c’era la scoperta della solidarietà, del valore delle relazioni non formali tra eguali, la creazione di uno spirito comunitario e di una cultura critica che avrebbe permesso il protrarsi di quelle mobilitazioni per quasi dieci anni e anche oltre, soprattutto in Italia, ma un po’ in tutto il mondo. Ciò che rende ragione degli sforzi messi in atto a livello globale per screditare, smorzare e poi affossare per anni quello spirito.

Poi, per avvicinarsi al nostro tempo, accanto a molti altri episodi abbiamo avuto un’anticipazione di quello che succede oggi a Valencia con il terremoto dell’Aquila dell’aprile 2009. Una voluta – per motivi di consenso – sottovalutazione da parte delle autorità del rischio incombente, mandando al macello centinaia di vite, poi uno sforzo indefesso per stroncare, purtroppo con successo, l’organizzazione, guidata soprattutto dai giovani, che si era andata costituendo nei campi degli sfollati per contrastare e sopperire alla criminale gestione del dopo terremoto da parte di Berlusconi e della sua banda.

Oggi probabilmente un inizio come quello si ripropone a Valencia e dintorni e gli sforzi di Mazon per tenere i volontari lontani dall’esercizio della loro solidarietà si spiega bene con la consapevolezza che eventi simili sono destinati a ripetersi e a moltiplicarsi, anche se in altre forme, in altri luoghi e in altri tempi e con essi, il consolidarsi delle reti di solidarietà. Una consapevolezza che accomuna tanto chi vuole combattere la deriva imboccata dalla crisi climatica e ambientale – e tra questi soprattutto i giovani – quanto i negazionisti che costruiscono il loro consenso sulla falsa promessa che nulla cambi.

Ma c’è in tutti, anche se non in maniera chiara, l’idea che la solidarietà, le relazioni, lo spirito di iniziativa e l’autonomia che si sviluppano in una mobilitazione come quella che si è messa in moto a Valencia, se riusciranno a consolidarsi, possono costituire l’embrione di un’alternativa sociale e culturale, prima ancora che politica, in grado di misurarsi con le dimensioni della crisi ambientale e climatica.

Abbiamo visto negli ultimi anni un movimento di giovani, innescato dagli “scioperi” di Greta Thunberg e poi affiancato da altre organizzazioni e reti impegnate nella stessa battaglia, che hanno messo all’ordine del giorno, con modalità differenti e alterne vicende, la crisi climatica e ambientale come sfida esistenziale per la loro generazione e per tutte quelle a venire. Finora non hanno trovato l’occasione per consolidarsi in un processo capace di garantirne la continuità o la riproposizione in forme più efficaci, ma la frequenza, l’intensità e la gravità dei disastri climatici che ci attendono sono destinati a diventare altrettante occasioni per imporre una svolta radicale alle politiche ufficiali, quelle che alla crisi ambientale rispondono con l’inerzia e il business as usual.

Crisi climatica è l’ora dell’adattamento

In ritirata di fronte all’evidenza dei fatti, il negazionismo climatico e ambientale torna con forza alla ribalta ovunque, favorito dall’inerzia, dalla pochezza o dall’opportunismo dei governi e delle élite di quasi tutto il mondo. Un contesto in cui il governo italiano sguazza. Ma se – dicono – l’Italia concorre solo per lo 0,7% alle emissioni climalteranti globali, che senso ha adoperarsi tanto per ridurle, perdendo competitività, se altri non lo fanno per niente o con il dovuto impegno?

Di fronte alla crisi climatica la competitività è un concetto da abbandonare. In questo ambito serve la cooperazione: tutti devono fare la loro parte. Nemmeno i maggiori emettitori di gas di serra potrebbero imporre da soli una svolta significativa alla crisi climatica senza il concorso della maggior parte degli altri Paesi.

Ormai è chiaro che non si riuscirà a mantenere la temperatura globale al di sotto del +1,5 C° rispetto all’epoca preindustriale e nemmeno “ben al di sotto” dei +2 C°, come auspicato dagli accordi di Parigi (CoP 26, 2015), anche se non è ancora chiaro qual è il punto di non ritorno, oltre il quale qualsiasi tentativo di fermare il deterioramento del clima sarà vano. In questo lasso di tempo la mitigazione (intervenire sulle cause del riscaldamento globale) dovrà fare la sua parte, ma sempre più intrecciata con l’adattamento (creare le condizioni della convivenza con un ambiente molto più ostico).

Occorre dunque attrezzarsi per vivere in un mondo non solo senza combustibili fossili, ma con meno energia disponibile, meno acqua, e discontinua, meno colture, meno allevamenti e meno alimenti (o con alimenti molto diversi); con un’interruzione frequente delle forniture di beni, attrezzature, materie prime e semilavorati anche essenziali, come si è già sperimentato durante e dopo il covid; con case, strade, impianti e posti di lavoro periodicamente distrutti, come durante e dopo un’alluvione, un grande incendio o un terremoto e con molte parti del territorio diventate impraticabili. E’ ciò che ci aspetta mano a mano che gli eventi estremi si faranno più frequenti e più intensi. Ma è anche ciò di cui oggi nessuno vuol sentir parlare: dai politici all’uomo della strada, dai giornalisti agli scrittori e agli accademici.

In un contesto del genere l’ambito operativo principale è necessariamente locale, mentre i grandi disegni di geoingegneria, oggi contrabbandati per adattamento – non a condizioni più ostiche dell’ambiente, ma al businnes as usual dei fossili – dalla cattura e sequestro del carbonio alla fertilizzazione degli oceani o alla schermatura dell’atmosfera, quand’anche praticabili sono carichi di rischi.

Adattamento significa allora riduzione dei consumi energetici e materiali superflui, recupero integrale di scarti e prodotti dismessi, copertura del fabbisogno energetico con fonti rinnovabili, riassetto idrogeologico e rinaturalizzazione del territorio, agricoltura e allevamenti di prossimità e alimentazione conseguente, trasporto pubblico flessibile, reti urbane facilmente riparabili, sostegno al reddito e ricollocazione di chi rimane senza lavoro (cose da fare non mancheranno certo). E squadre di intervento sempre pronte per ogni evenienza con il coinvolgimento di tutta la popolazione. Per ottenerlo occorre promuovere, creare e consolidare relazioni personali e dirette, “fare comunità”.

Ma chi si può far carico di tutto questo? Dalle attuali classi dirigenti politiche e imprenditoriali non c’è nulla da aspettarsi. Ma in Romagna, e poi in Emilia, come in altre regioni italiane, o negli Stati Uniti dopo gli ultimi uragani, e ancor più in molti altri Paesi del mondo, con tanta più efficacia quanto più sono poveri, si sono formate delle squadre e delle reti di mutuo soccorso che tendono a farsi permanenti con il ripetersi degli eventi estremi. La solidarietà diventa un fattore formidabile di adattamento al contesto. E’ questo, insieme alle aggregazioni che si formano intorno alle lotte contro la chiusura di una fabbrica o una Grande Opera devastante, il nucleo elementare di una nuova governance del territorio, intorno alla quale può crescere una rete di comitati, associazioni ed enti impegnati nella ridefinizione delle politiche locali, fino al coinvolgimento dei livelli amministrativi. Certo l’ambito locale non basta: occorre arrivare alla formulazione di progetti, programmi, rivendicazioni e proposte di respiro e portata generali, ma la possibilità di imporle ricade esclusivamente sull’iniziativa locale.

Noi e i migranti, futuri intrecciati

La “questione dei migranti” (e profughi) è attraversata da un duplice paradosso: da un lato è ovunque al centro di uno scontro politico tra una destra “sovranista”, nazionalista e per lo più razzista – almeno ai vertici – che innalza la bandiera della “difesa dei confini”, cioè i respingimenti: con qualsiasi mezzo; di contro, la fu-sinistra non ha una proposta alternativa e si limita, nel migliore dei casi, al sostegno delle iniziative umanitarie di salvataggio, assistenza e accoglienza promosse dal basso, ma poi insegue le politiche di respingimento degli avversari per non farsi portar via gli elettori stregati dalle sirene dell’”integrità della nazione”. Tuttavia, pur essendo assurta a un ruolo centrale sulla scena politica in tutto il mondo, la questione dei migranti e dei profughi non supera mai i confini delle singole nazioni, non entra mai nel merito delle cause di fondo di questa crescita esponenziale di “popoli in movimento”: le guerre, la miseria e il degrado ambientale che colpiscono i Paesi di origine. Persino l’abusato “aiutiamoli a casa loro” è passato di moda, affogato nel ridicolo.

Dall’altro lato, è paradossale come la dimensione planetaria del fenomeno migratorio, soprattutto se visto in prospettiva, venga taciuta, perché non si sa come affrontarla, esattamente come la dimensione della crisi climatica, che ne è in gran parte all’origine. E non solo per le guerre, che a moltiplicare profughi e migrazioni e a guastare il clima provvedono in misura crescente. Ma chi ha provato a confrontarsi con il futuro delle migrazioni (per esempio Gaia Vince, Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023, e Pareg Khanna, Il movimento del mondo, Fazi, 2021) prevede che entro la fine del secolo metà delle terre emerse, soprattutto nell’emisfero meridionale, sarà inabitabile a causa della crisi climatica e che miliardi di esseri umani saranno stati costretti a cercare di trasferirsi nei Paesi dell’emisfero settentrionale, resi più fertili e più abitabili dal riscaldamento globale. Ma ecco il paradosso: si pensa forse di far fronte a un processo di queste dimensioni con le limitazioni del diritto di asilo, i muri e le cortine di filo spinato, la caccia ai barconi dei migranti, gli hotspot nei Paesi di transito, come se fosse un fenomeno temporaneo, destinato a esaurirsi, per estinzione o per repressione, nel giro di qualche anno? O non è, il percorso intrapreso da quasi tutti i governi del mondo in questo campo, solo l’inizio di un processo di militarizzazione destinato a fare incontrare la guerra ai “migranti” e alle enclave etniche interne a ogni Paese con le guerre vere e proprie che si svolgono ai confini e che si stanno moltiplicando su tutto il pianeta?

Guerre affidate sempre più a strumenti dual use, dove le tecnologie di sorveglianza preparano lo sterminio affidato alle armi, ma anche alla fame, ai contagi, alle devastazioni, alla disperazione. Ma assistiamo anche all’incontro tra uno stato di belligeranza permanente “in difesa dei confini” e una deriva autoritaria, fascista e oligarchica all’interno degli Stati coinvolti; deriva indispensabile per mantenere una condizione di mobilitazione permanente. L’Ucraina prima e dopo l’invasione russa e Israele, da sempre, sono esempi e antesignani di questi “incontri”. E’ questo che vogliamo?

Esiste un’alternativa a questa deriva? Non nei programmi e meno che mai nelle “visioni” (se ci sono) di chi pretende di opporvisi ma non fa che inseguirla. Per sviluppare una vera alternativa occorre guardare in faccia alla realtà (tell the truth, riprendendo la prima delle tre raccomandazioni di Extinction Rebellion); poi rivolgersi alle migliaia di iniziative di solidarietà, assistenza, accoglienza e salvataggio già in atto (act now) – iniziative esemplari ma di scarsa efficacia nel definire una politica –  per cercare in esse, attraverso un confronto continuo (call assemblies) il filo conduttore di una prospettiva di salvezza per tutti. Cominciando da alcune premesse ineludibili e solo apparentemente banali, ma oggi del tutto eluse.

Quella dei migranti non è una questione temporanea o marginale rispetto ai conflitti sociali in atto, ma  insieme alla crisi climatica e ambientale, che ne è e ne sarà sempre più all’origine – deve essere trattata come questione centrale e prioritaria per tutti coloro che aspirano a un mondo e a una vita diverse.

Affrontarla con consapevolezza prospettica mano a mano che si manifesta può permettere di non subirne l’impatto quando le misure oggi adottate non saranno più in grado di arginare il processo.

Ad essa vanno riservate risorse adeguate alla dimensione che il fenomeno è destinato ad assumere, modificando di conseguenza gli apparati istituzionali e le politiche sociali oggi del tutto incapaci di far fronte al processo in atto.

Il livello locale, con la creazione di insediamenti misti vivibili per tutti e la promozione di incontri e relazioni personali dirette è essenziale per rendere plausibile l’accettazione di un cambiamento radicale degli assetti sociali e istituzionali imposti dalla presenza di un numero crescente di “nuovi cittadini” non autoctoni.

La possibilità di coinvolgere i nuovi arrivati negli interventi di soccorso, risanamento e prevenzione nei territori colpiti da disastri ambientali – dalle alluvioni alla siccità, dagli incendi ai contagi, dall’inquinamento allo spopolamento, tutti gli eventi destinati a moltiplicarsi mano a mano che la crisi climatica e ambientale proseguirà il suo corso – è forse l’unica occasione per promuovere una svolta del genere.

Per promuovere l’inclusione sociale dei nuovi arrivati quegli interventi saltuari ed estemporanei dovranno essere presi a modello per l’elaborazione di grandi piani generali di risanamento territoriale e sociale con cui offrire nuove possibilità di inserimento tanto ai disoccupati e ai lavoratori autoctoni espulsi dai processi produttivi che ai nuovi arrivati, su un piede di parità.

La presenza, in ogni territorio di immigrazione, di un numero crescente di “nuovi cittadini” e di comunità organizzate che li aggreghino per lingua, nazionalità, fedi, culture, rappresenta un’occasione straordinaria per promuovere dal basso relazioni dirette tra le regioni di accoglienza e quel che resterà in loco delle comunità di origine dei nuovi arrivati. Relazioni che possono facilitare l’inserimento di chi ancora non è partito ma sta per arrivare; ma anche contribuire a contrastare, con un presidio in loco, l’abbandono definitivo di territori che ancora possono essere risanati e rimanere abitabili.

Trasformare queste premesse in prassi è cosa che non si può fare se non confrontandosi con i contesti specifici.

Il disastro di Valencia. Quell’ammasso di auto ci parla

Il disastro di Valencia ci dispiega sugli schermi il futuro di noi tutti. Sarà così nelle conseguenze, anche se in modi differenti, sempre più spesso e ovunque, ora qui e ora là. Alcune cose sono certe: il progressivo scioglimento delle calotte e dei ghiacciai che renderà irregolare il flusso dei fiumi e incontrollabile l’innalzamento di mari che sommergeranno molte città e interi Paesi, la desertificazione e le temperature intollerabili che renderanno invivibili larghe parti di diversi continenti. Altre, come le alluvioni, gli incendi, gli uragani sono aleatorie, ma si moltiplicheranno in frequenza, estensione e intensità. Il fatto che abbiano colpito una volta non vuol dire che non possano ripetersi a breve, come ci insegnano i ripetuti disastri della Romagna. E questo anche se per miracolo l’emissione di gas climalteranti si fermasse domani. Sono stati innescati dei meccanismi che continueranno a produrre e moltiplicare i loro effetti perversi per decenni.

Da almeno trent’anni gli esperti ci hanno insegnato la distinzione tra meteo e clima: il primo è una manifestazione locale, concentrata o estesa, il secondo è globale e riguarda tutto il pianeta. Eppure, ogni volta che si verifica un “evento estremo”, anche i più famosi meteorologi ci forniscono alla Tv o sui giornali solo delle spiegazioni tecniche del perché la cosa si è verificata proprio lì: per esempio la bolla di freddo che si è fermata sul cielo dell’Andalusia. Ma al fatto che ciò abbia a che fare con il clima dedicano al massino un piccolo accenno (i giornali di destra, pervicaci negazionisti, nemmeno quello. Anzi, fanno scomparire anche Valencia dalla prima pagina). Hanno anche loro, i meteorologi da intervista, come tutti, paura di spiattellare la nuda verità, che è talmente grave e grande che nessuno sa veramente come affrontarla, perché bisognerebbe urlare dai tetti, non che il tempo stringe (quello ormai lo dicono in molti, anche se forse è già troppo tardi), ma che bisogna cambiare alla radice il modo di vivere e convivere, di produrre e consumare.

Il disastro di Valencia ci ha colpito per il numero dei morti, anche se non sappiamo ancora quanti: certamente meno di quelli di un giorno di guerra in Ucraina o di una settimana a Gaza. A questi ci stiamo ormai abituando, a quelli del “meteo”, non ancora, ma ci abitueremo. Anche perché sono destinati a crescere e a superare quelli delle guerre (che al deterioramento del clima portano comunque il loro contributo).

Oltre al numero dei morti (che non vediamo) quello che più ha colpito l’immaginazione sono le centinaia se non migliaia di auto accatastate una sull’altra dalla furia delle acque. E’ l’immagine che ci restituisce meglio l’insensatezza del nostro modo di vivere e la sua fine; la congestione del traffico in cui è immersa la nostra vita quotidiana trasformata in un ammasso quasi inamovibile di fango e ferraglie. Ma è anche quella che dovrebbe avvertirci che per fare i conti con il clima e con la crisi ambientale non basta più la mitigazione (la soppressione delle cause, cioè dei combustibili fossili, di cui tutti i governi del mondo si occupano con periodiche adunate di decine di migliaia di funzionari, esperti, lobbisti e giornalisti – la prossima è a Baku, in Azerbaigian – che in 32 anni non hanno concluso nulla), ma che dobbiamo impegnarci di più nell’adattamento: la convivenza con un clima e un meteo che continueranno a rendere sempre più difficile la nostra esistenza. Ma che, by the way, è anche l’unica via realistica per promuovere una mitigazione “dal basso”, visto che quella “dall’alto” non arriva mai.

L’auto personale resta ancora il simbolo più evidente del consumismo e l’aspirazione più importante di chi ancora non ce l’ha, ma anche la causa principale del consumo di suolo, della sua cementificazione e dello stravolgimento dei territori che trasformano le alluvioni in disastri. Per molte vittime della Dana di Valencia l’auto si è trasformata in una bara, per molte di più in un disastro economico: non tutti avranno il denaro per ricomprarne un’altra alimentando la domanda del settore, che langue (bisognerà prima pensare alla casa, o al lavoro). Ma è l’occasione per farsi qualche domanda.

Troveranno dei mezzi alternativi per muoversi? Le autorità locali saranno in grado di fornirli, visto che finora non lo hanno fatto? E se tutte le auto fossero state elettriche, sarebbe cambiato qualcosa? E vale la pena tornare a intasare le strade, magari con delle auto elettriche, se la città resta comunque esposta allo stesso rischio? L’auto però è solo una metafora di un sistema di vita (in questo caso, di mobilità) assurdo, incompatibile con il clima e il meteo che ci aspettano. Esistono delle alternative all’auto privata, come a molti altri prodotti e ad altre opere insostenibili, ma bisogna provvedere a sostituirle prima: prima del disastro, per non ritrovarsi paralizzati dopo.

Non si tratta solo di dare gli allarmi “per tempo”. Bisognerebbe per lo meno preparare dei ricoveri sicuri per la gente e per i beni e i mezzi indispensabili e delle squadre di soccorso adeguate, formate da volontari addestrati e magari anche da militari preparati a salvare vite invece di distruggerle. Siamo tutti molto indietro, ma bisogna per lo meno cominciare a pensarci e a parlarne come della cosa principale che ci troviamo a dover affrontare. Dovrebbero cominciare a farlo i meteorologi a cui capita di commentare ciò che succede, magari senza suggerire a otto miliardi di umani di “salire in montagna”.

Dopo l’automobile

L’automotive è in crisi: non vende abbastanza. Perché l’auto elettrica è ancora cara e poco pratica? O perché quella termica potrebbe non essere più vendibile o utilizzabile a breve? Il passaggio dell’auto dal termico all’elettrico sembra a molti il principale indicatore dello “stato dell’arte” nella transizione energetica, se non addirittura della conversione ecologica. La ragione è chiara: l’auto costituisce una componente basilare della quotidianità sia quando la usiamo che quando ne siamo assediati. Questa focalizzazione sull’auto alimenta, sia tra i favorevoli che tra i contrari alla transizione, l’illusione che la vita quotidiana possa comunque continuare così com’è e offusca la necessità di ridurre comunque utilizzo e devastazione di quelle risorse il cui uso già oggi eccede le capacità di carico della Terra. Però se la strada della conversione ecologica verrà imboccata sul  serio (ora non lo è) la nostra vita quotidiana cambierà profondamente; ma ben più malamente, fino all’estinzione del genere umano, se non verrà affrontata per tempo. Comunque, anche limitandoli all’automotive, dibattito e conflitti connessi sono comunque fuori quadro; per molti motivi. 

L’equità, pilastro del pensiero ecologico. Circola oggi nel mondo circa un miliardo e mezzo di auto. Per raggiungere, al 2050, o anche qualche decennio dopo,  il tasso di motorizzazione europeo (quello italiano è più alto) le auto in circolazione dovrebbero essere 5 miliardi. Ci saranno le risorse per fabbricarle e alimentarle tutte? O lo spazio per farle circolare? O è un consumo riservato per sempre ai popoli privilegiati? Oggi noi; ma domani? Chissà…

Le terre rare. L’auto elettrica è in competizione per l’impiego di molti materiali preziosi e rari con gli impianti di generazione da fonti rinnovabili: la sua produzione in massa non può che ostacolare o ritardare la transizione energetica, che è una assoluta priorità.

L’inquinamento. E’ ormai noto che il particolato deriva soprattutto, oltre che dalle emissioni delle auto “vecchie”, dall’attrito delle ruote e dei freni. Con l’auto elettrica poco cambierebbe.

La congestione. E’, insieme all’inquinamento, ciò che rende le città invivibili: per i bambini, ma non solo per loro. Ed è ciò che in gran parte ha distrutto l’incontro casuale per strada e la socialità; riducendoci ad affidarla al cellulare.

La competizione per la potenza dei motori, la velocità e il parcheggio modella e mima quella che il sistema impone a tutti nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni sociali come in quelle internazionali: la guerra.

Il consumo si suolo: per far posto alle auto: sia in città, promuovendone lo sprawl, che in campagna, in montagna e ovunque, massacrando il paesaggio.

L’aver affrontato e continuare ad affrontare il dibattito sull’auto elettrica solo in termini tecnici, energetici, economici e, al massimo, occupazionali, senza tener conto delle sue implicazioni sociali, culturali ed esistenziali – quelle che potrebbero coinvolgere tutta la popolazione nella comprensione, accettazione e promozione della conversione ecologica – ha dato ai suoi nemici un’arma formidabile per contrastarla. Solo un grande dibattito pubblico, che avrebbe dovuto precedere e accompagnare il Green Deal e il suo sviluppo, può ancora rendere “desiderabile”, come avvertiva Alex Langer, la conversione ecologica. Anche per l’automotive le alternative ci sono: una mobilità fondata su un servizio pubblico che combini trasporto di linea e mobilità flessibile personalizzata, da un lato; e la riconversione della produzione di auto, dei servizi e delle infrastrutture connesse in impianti per le rinnovabili. Ma occorre parlarne, progettarle, sperimentarle. Come cerca di fare, volutamente ignorato, il collettivo ex Gkn.

Guerra e crisi climatica: i governi sono fuori di testa!

I governi di quasi tutto il mondo (quelli grandi e importanti come quelli piccoli e insignificanti, compreso chi governa una grande o piccola banda armata) marciano come sonnambuli verso una guerra mondiale sempre meno “a pezzi”; sempre più prossima a una conflagrazione generale. Irresponsabili e criminali.

Ma marciano anche, doppiamente irresponsabili e doppiamente criminali, verso una catastrofe climatica e ambientale irreversibile… Il dilemma sembra ormai solo quello di vedere quale di quei due eventi si realizzerà per primo, rendendo superfluo l’avvento dell’altro.

Ma è vero anche il contrario: se nell’affrontare la crisi climatica e ambientale, il cui decorso è noto ai governi di tutto il mondo da almeno 30 anni (Vertice di Rio: 1992), fossero state impegnate tutte le risorse economiche, tecnologiche e “umane” spese per le armi – ormai oltre i 2000 miliardi di dollari all’anno – quella marcia insensata verso la guerra si sarebbe arrestata: perché un processo non si può combatterlo e accelerarlo contemporaneamente. Così, entrambe le catastrofi sarebbero state messe in mora.

Si parla da tempo della necessità di una Costituzione della Terra. Ma una costituzione non può essere solo un insieme di norme. Deve essere innanzitutto un progetto condiviso, che oggi non può essere che l’impegno di tutte le risorse disponibili, situazione per situazione, per arginare il decorso della crisi climatica e ambientale: una cosa che non può essere fatta solo da alcuni, perché richiede il concorso di tutti. Questa è l’unica vera urgenza del nostro tempo: quella da cui dipendono tutte le altre, a partire dalla lotta contro le gigantesche diseguaglianze economiche e sociali.

Tutti, tranne i cretini e i politici in malafede, danno ormai per certa la crisi ambientale in corso; ma nessuno, né al vertice né alla base della piramide sociale mondiale, ritiene di avere la possibilità, o che valga la pena, di impegnare veramente tutte le proprie risorse per affrontarla. Bisogna innanzitutto salvaguardare l’economia! Cioè questa economia: la crescita, lo sviluppo, l’accumulazione del capitale. E varare, per poi magari ritirarle subito dopo, solo le misure ritenute compatibili con l’economia, con la conseguenza di renderle inefficaci e inutili, di danneggiare alcuni e inimicarsi altri; e di lasciare così campo libero alla guerra: è la vicenda, tra le altre, dell’European Green Deal. Così la corsa verso il baratro procede a ritmo sempre più accelerato.

Anche quando la crisi climatica e ambientale planetaria colpisce nel vivo, e sempre più spesso un territorio che abitiamo o una regione lontana, su cui comunque ci informano i telegiornali – con un uragano, un’alluvione, la siccità, l’erosione della costa, la scomparsa di un ghiacciaio, un’ondata di calore, un incendio incontrollabile, la scomparsa di una o di tante specie – nessuno fa lo sforzo di collegare questi fenomeni a una tendenza generale, per capire come cambierà la nostra vita mano a mano che questi eventi si faranno più frequenti e più gravi.

I nostri e gli altrui politici vivono nel presente come se mentre i territori franano, si allagano, si disseccano o bruciano, tutto potesse e dovesse continuare come sempre. Vivono dentro una bolla e ciascuno ha la sua: chi pensa a nuove autostrade, nuovi porti, nuovi ponti, nuove grandi opere, nuovi grandi eventi e chi a nuove auto, nuove barche, nuove crociere, nuove vacanze esotiche, nuove case ai monti o al mare. Senza tener conto delle persone – qui milioni; nel mondo già miliardi – che da tutte queste cose, e da altre ancora, a partire dalla possibilità di sopravvivere, vengono lasciate indietro…

E’ la bancarotta totale delle classi dirigenti di tutto il mondo, cresciute nel clima di un neoliberismo, condiviso o imposto: una bancarotta che rende evidente la necessità di un radicale ricambio generazionale che lasci il passo a coloro che sanno di essere le vittime designate della loro inerzia o delle loro complicità.

Neanche ai pochi intellettuali con le cui opinioni spesso concordo capita mai di esprimersi sulla crisi climatica e ambientale: si limitano, a volte, a nominarla in una lunga lista di problemi: vivono anche loro nella loro bolla che questa crisi non riesce a forare.

La deflagrazione delle guerre e la crisi climatica sembrano riflettersi sulla percezione che abbiamo delle nostre vite solo attraverso le migrazioni: con la pressione di un numero crescente di profughi cacciati da terre rese invivibili.

Non ci si rende conto che i “flussi” che investono oggi il mondo sviluppato sono solo l’anticipazione di uno tsunami destinato a mettere in moto verso l’emisfero settentrionale, nel giro dei prossimi decenni, miliardi di esseri umani. E che le difese che oggi vengono apprestate contro quello tsunami – dalle destre, in modo ostentato; da tutti gli altri in forme sopite, ma sostanzialmente con gli stessi mezzi e gli stessi obiettivi – sono votate a trasformare le mete di quei viaggi in “fortezze” occupate da popolazioni sempre più vecchie e incapaci di badare a se stesse. Ma anche sempre più isolate e odiate dal resto del mondo, sempre più impegnate a gestire una impossibile difesa del proprio stile di vita “non negoziabile” con una guerra di sterminio praticata spostando sempre più in là le proprie frontiere, e con esse i confini di un modo consegnato per questo a bande che lo rendono inabitabile per tutti, compresi coloro che oggi sono là solo per sfruttarlo meglio. Come sono già oggi la Libia, la Siria, il Sudan, il Congo, ecc.

Ma anche trasformando l’accoglienza resa ineludibile dalla nostra senescenza biologica e spirituale in un regime di apartheid si svilupperanno focolai di conflitti etnici e sociali che renderanno anche da noi la vita quotidiana di tutti sempre più sgradevole e feroce.

Che tutte le manifestazioni della crisi climatica e ambientale già note siano destinate a crescere e ad approfondirsi è inevitabile anche se i governi invertissero rotta domani; cosa che non faranno. Ciò pone all’ordine del giorno, al di là degli ipocriti programmi di mitigazione varati e rimangiati dai governi, gli obiettivi dell’adattamento alle condizioni sempre più ostiche in cui si verranno a trovare gli abitanti di ogni territorio nei decenni a venire.

Le misure per l’adattamento sono il nesso che può collegare il globale (la crisi climatica e ambientale planetaria) e il locale (le condizioni della coesistenza in un ambiente manomesso), l’inerzia dei governi e l’attivismo di comunità grandi e piccole che si autorganizzano, come già oggi succede nei territori colpiti da un disastro ambientale: per garantire comunque livelli essenziali di mobilità, di approvvigionamento, di produzione, di funzionamento delle reti – energia, telecomunicazioni, acque,  rifiuti – di gestione comune dell’ordine pubblico, ecc.

In questa prospettiva, una vera accoglienza dei profughi orientata alla piena valorizzazione della loro presenza, delle loro culture, del loro lavoro e dei loro collegamenti con le comunità e i territori di origine, può riprodursi e moltiplicarsi a livello regionale, nazionale e continentale: oggi, come alternativa praticabile alla guerra ai migranti, costosa, inconcludente, ipocrita e criminale: quella che le destre sbandierano senza saperne né poterne venire a capo. Domani, per garantire la convivenza tra mondi destinati altrimenti a distruggersi reciprocamente.

Prendiamoci la città e altri scritti, storia di un percorso politico

“Prendiamoci la città” era il progetto di estendere e sviluppare la lotta operaia, che in quegli anni attraversava con forza tutte le principali fabbriche italiane, spesso paralizzandole, su tutti i territori di riferimento – quelli abitati dagli operai e dalle loro famiglie – e sulle loro “istituzioni” – condomini, quartieri, ritrovi, uffici pubblici e privati, tribunali, carceri, ospedali, caserme, scuole e università, manicomi (c’erano ancora) – e su tutte le attività che vi si svolgevano: lavoro, produzione, consumo, svago, istruzione, cura; in modo da trasformare radicalmente, liberandole dai vincoli imposti dalle forme di dominio a cui erano sottoposte, tutte le relazioni tra le persone in un mondo che volevamo più libero.

L’intervento di Lotta Continua e, con esso, l’adesione al programma “Prendiamoci la città”, aveva, nel corso degli anni, coinvolto una molteplicità di strati e gruppi sociali: non solo operai e operaie di fabbriche grandi e piccole e studenti medi e universitari, ma lavoratori dei cantieri navali ed edilizi, medici, infermieri  e infermiere, tecnici e impiegati, soldati e ufficiali, poliziotti, pastori, contadini, pescatori, disoccupati e famiglie intere impegnate nelle occupazioni delle case e nel lavoro di organizzazione nei quartieri; e poi giornalisti, artisti, scrittori, poeti e poetesse, attori, registi, pittori,  scultori: insomma, una umanità quanto più varia. Era a tutti loro che si voleva parlare, ma, soprattutto, che si voleva far parlare.

Nel perseguire gli obiettivi di quel programma Lotta Continua si era diffusa in tutta l’Italia: dal nucleo iniziale di operai della Fiat Mirafiori aveva, anche grazie al loro impegno nei loro paesi di origine raggiunto decine e decine di città, dove aveva aperto delle sedi con centinaia e in alcuni casi migliaia di compagne e compagni impegnati nell’organizzazione delle lotte più diverse.

Lotta Continua non ha mai pensato al socialismo – e non lo ha quasi mai nominato – come meta finale del processo rivoluzionario, come assetto sociale stabile, alternativo al capitalismo, da instaurare una volta che la transizione si fosse compiuta. Ha sempre solo parlato di comunismo nel senso datogli da Marx, come “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”; e a questa impostazione si è sempre attenuta. Non era un approccio esclusivo della nostra organizzazione. Altri avevano già dato in vario modo a quel programma una loro interpretazione per molti versi analoga.

Per esempio, in anticipo sull’esplosione delle lotte operaie e sindacali degli anni ’70 che avrebbero interessato un po’ tutta l’Europa, un approccio analogo era stato reso esplicito dal leader dell’SDS (Lega degli studenti socialisti della Germania Federale) attraverso la formula di una “Lunga marcia attraverso le istituzioni”. Lunga, perché “processo”, senza una conclusione visibile. Marcia, con un esplicito riferimento all’epopea della Cina maoista, perché movimento di massa. Attraverso: cioè, non per “conquistare” le istituzioni, ma per destrutturarle dall’interno con la contestazione e la messa in crisi delle loro strutture gerarchiche. Istituzioni, cioè tutte le organizzazioni su cui si regge il potere nella società capitalistica: la fabbrica, la burocrazia statale, le forze armate, l’istruzione, il carcere, la giustizia, l’organizzazione della salute, la previdenza, il consumo, l’entertainment, la cultura…

Quello che veniva prospettato era comunque un processo mai compiuto, mai garantito rispetto a una sua possibile reversibilità, e mai graduale, perché continuamente esposto alla reazione delle forze interessate a fermarlo e a invertirlo: forze che nel corso degli anni ’70, soprattutto in Italia, non avevano mancato di agire e reagire in modo violento – spesso “sotto copertura” – attraverso l’esercizio, sia esplicito che nascosto, di quella che sarebbe poi passata alla cronaca e alla storia come “Strategia della tensione”. E non avrebbero mancato di ottenere dei risultati sostanziali. Tanto che i suoi eredi sono oggi al governo del nostro paese.

Per questo, a volte con un richiamo esplicito al passato della lotta partigiana, Lotta Continua non ha mai evitato di ricordare che lo scontro aperto con le forze della reazione avrebbe potuto rendersi necessario; non nel presente di allora, ma nei possibili sviluppi futuri della lotta di classe. Ma ha anche sempre escluso che fosse già arrivato il momento per agire in tal senso.

Anche per questo il lavoro di organizzazione dei soldati di leva – ma, in un secondo tempo, anche dei graduati – nelle caserme, in un movimento noto come PID (Proletari in divisa) aveva assunto la valenza di un’azione preventiva, tesa anche a disorganizzare le forze su cui avrebbe dovuto o potuto fare conto la reazione, evitando in tal modo la prospettiva di un confronto “in campo aperto” tra un proletariato in lotta e un corpo armato nel pieno della sua efficienza, in mano alla reazione.

D’altronde quell’ intervento era stato quotidianamente affiancato da un’attività di indagine, denuncia e contrasto – sostento anche da un massiccio servizio d’ordine – alle organizzazioni fasciste e golpiste che avevano spadroneggiato in Italia durante tutto l’arco degli anni ’70; e anche prima e anche dopo.

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