Negazionismo climatico, un crimine contro l’umanità

La “resa dei conti” con il clima è ormai in pieno corso su tutto il pianeta. La documentano dati incontestabili, la lettura che da anni ne fanno gli scienziati dell’IPCC e soprattutto l’accelerazione dei fenomeni connessi: scioglimento di ghiacciai, permafrost e calotte polari, frequenza di eventi estremi – uragani, grandinate, alluvioni, siccità, ondate di calore, incendi indomabili, turisti e residenti in fuga come quelle colonne di profughi che non vogliamo vedere. Tutti fenomeni che in Italia – “nell’occhio del ciclone” – si presentano più accentuati, come hanno dovuto sperimentare milioni di abitanti delle zone colpite. Molti ormai hanno tra i propri parenti, amici o conoscenti – donne, bambini, anziani compresi – persone finite sotto grandinate di palle di ghiaccio grosse come arance, o sommerse dal fango, o minacciate dal fuoco, o rimaste senza casa. In attesa che succeda anche a noi, perché nessuno sarà risparmiato…

Ma il negazionismo climatico continuerà a imperversare nonostante queste evidenze. Insieme alla persecuzione dei migranti – due modi di pensare e di agire connessi – è diventato uno dei cavalli vincenti delle destre in tutto il mondo e in Italia più sfrontatamente che altrove. Basta una scorsa alle prime pagine dei giornali di destra, tutti filogovernativi, dove gli allarmi per il clima vengono trattati come stupidaggini dei “gretini”, o fake news, o complotti della sinistra (“i comunisti”?) per aprire le porte all’invasione delle merci cinesi, o alle trame di Soros. Mentre, dopo anni di inutili denunce, sui “giornaloni” mainstream il nesso tra disastri locali e crisi climatica del pianeta fa solo ora una timida comparsa, ma senza mai trarne le conseguenze. Non bisogna disturbare il manovratore (the show must go on), oggi impersonato dalla fantomatica “agenda Draghi” fatta propria dal governo Meloni, che della crisi climatica non reca tracce. Come non se ne trovano nel PNRR (versione italiana del NextGeneratioEU, piano varato per “mettere in sicurezza” le prossime generazioni), che si è tradotto in niente altro che un gigantesco spreco di risorse (a debito) per finanziare un coacervo sconclusionato di obiettivi, nessuno dei quali ha la minima connessione con il clima.

Ma che cosa dà alle destre di tutto il mondo la possibilità di cavalcare il negazionismo climatico, anche in presenza di tanti disastri? E’ la difesa e l’adesione, più che agli interessi, alla cecità di singole categorie che in gran parte si sovrappongono: agricoltori e allevatori industriali che non vogliono ridurre la produzione, per poi vedersela distrutta in pochi attimi da grandinate sempre più frequenti, o dalle siccità; automobilisti che non concepiscono strade e città liberate dal traffico; vacanzieri soffocati dal caldo o costretti a fuggire dagli incendi;  consumatori compulsivi che comprano per buttare e buttano per comprare; operai e impiegati di imprese inquinanti o nocive, a partire dalla produzione di armi, che temono di perdere il lavoro; petrolieri, con tutte le relative appendici nel tessuto di un’economia fossile, ecc.

Sono tutte persone che si sentono minacciate dalle tante piccole e per di più inutili misure messe a punto – e sistematicamente derogate – da un establishment che non sa e non vuole affrontare di petto la crisi climatica e che elude sia l’obiettivo della mitigazione (ridurre la CO2) sia quello dell’adattamento: nessuno di loro osa veramente fare i conti con il contesto in cui ci si troverà comunque a vivere di qui a qualche decennio anche se improvvisamente si cessasse di fare uso e abuso dei fossili, il che comunque non è. Basta moltiplicare per cento quello che già adesso è sotto i nostri occhi. Chi sta veramente pensando non alle evanescenti “future generazioni”, ma anche solo ai nostri figli e nipoti, a partire da ora? Bisogna cominciare a gridare forte e chiaro che sia i negazionisti conclamati che i “negazionisti di fatto” (quelli che riconoscono la crisi climatica, ma non fanno niente per sventarla) sono responsabili di un crimine contro l’umanità: non un reato di opinione (proporlo è stata una sciocchezza), ma un genocidio da denunciare, perché stanno condannando la gente a una vita di inferno senza fine, sapendo che a ogni nuovo bambino che nasce, da ora in poi le cose andranno sempre peggio.

Le misure prospettate per la cosiddetta “transizione ecologica” sono concepite per non incidere sul nostro stile di vita e sul sistema di potere vigente, come se per evitare la catastrofe imminente bastasse sostituire – poco per volta, beninteso… – petrolio e carbone (ma non il metano) con fonti rinnovabili – e magari con un fantomatico nucleare di nuova (?) generazione. Pensiamo alle automobili. Sono già quasi un miliardo e mezzo: troppe. Nessuno pensa a ridurne il numero, ma nessuno pensa che possa toccare un’auto elettrica a ogni abitante della Terra. Si pensa solo a sostituire quelle che già ci sono o poche più. Un ambientalismo “de noantri”. Ma se tra gli abitanti del pianeta senza auto ci finissimo anche noi, avremo a disposizione sistemi di mobilità alternativi per tutti? O eviteremo con l’auto elettrica la congestione di strade e città? E non sottrarremo forse risorse scarse e indispensabili (le fatidiche terre rare) a usi più urgenti e importanti nella generazione elettrica da fonti rinnovabili?

Questa miopia nell’affrontare un problema planetario riguarda un po’ tutti gli ambiti: agricoltura, allevamento, turismo, produzioni che fanno danno ma “creano lavoro” e tante altre cose. Nessuno pensa veramente a fermare il consumo di suolo e a ridurre le produzioni per lasciar respirare la natura, i campi, le città, le spiagge, per avere cibo, acque e aria migliori per tutti. Ma se tutti perseguono le stesse cose, continueranno a prevalere le destre e la loro difesa di ciò che c’è già. Né c’è da sperare che con l’aggravarsi della situazione i negazionisti climatici si ricredano o perdano il loro seguito. E’ più probabile che si instauri una “eco-dittatura” che di ecologico avrà ben poco e di dittatura tutto: fino a che la residua umanità sarà tornata all’età della pietra, proprio ciò di cui hanno sempre accusato gli ecologisti.

La transizione – o, meglio, conversione – ecologica deve essere una rivoluzione culturale che non può essere intrapresa senza coinvolgere fin dall’inizio i destinatari rendendoli protagonisti. Con poche regole, enunciate con chiarezza da Extinction Rebellion:

  1. Dire la verità: chi lo ha mai fatto veramente? Non i governi e meno che mai i media. Addirittura, nel Paese con uno dei consumi di suolo più alti del mondo si sono accusati “gli ecologisti” di essere la causa dell’allagamento della Romagna! Ma anche il mondo accademico e della cultura è assente o reticente in tutto il mondo, come denunciato da Amitav Ghosh nel suo libro La Grande Cecità, persino ora che la verità della catastrofe viene portata a galla dai fatti.
  2. Agire subito: nessuno potrà mai operare in modo efficace se non riconosce in un cambiamento radicale la possibilità di migliorare la propria condizione: non nel mondo della competizione, dei consumi, delle merci, della carriera, dell’affermazione a spese di altri, dello sfruttamento della Terra fino al suo esaurimento, bensì in quello di una riconquistata amicizia con il proprio territorio, la propria comunità, il resto del vivente, e in quello della solidarietà, della condivisione, di una sobrietà resa desiderabile dalla ricchezza delle relazioni personali. Ma per far questo occorre che tutti abbiano la possibilità di confrontarsi, di discutere, e di conoscere i pochi ma importanti esperimenti di successo e i molti tentativi già in atto di vivere in modo diverso.
  3. Convocare le assemblee: cioè rivalutare gli incontri faccia a faccia e l’incrocio degli sguardi dai quali soltanto possono nascere vere amicizie e impegni comuni, quelli che le solitudini imposte dal nostro sistema di vita stanno cancellando dalla faccia della Terra, condannando tutti a un senso di impotenza. Il PNRR avrebbe potuto e dovuto finanziare innanzitutto questo: una grande campagna di discussioni pubbliche sulle alternative che abbiamo di fronte: per smascherare le posizioni negazioniste e, soprattutto, per pronunciarsi sull’uso delle risorse che ogni comunità potrebbe avere a disposizione se non venissero sperperate nelle tante iniziative uscite dalla mente malata di Draghi, che mai prima di essere nominato capo di un governo aveva speso una sola parola sulla crisi climatica…

La conversione ecologica – lo aveva già detto Alex Langer – potrà realizzarsi solo ricostituendo desiderio e piacere di vivere in comunità legate – ma non vincolate – al proprio territorio e in grado di affrontare in relativa autonomia la riorganizzazione su nuove basi della vita associata. Sempre però restando aperte a ogni possibile apporto esterno, a partire da quello dei milioni di migranti che la crisi climatica sta scagliando lungo le rotte della sopravvivenza. O si pensa che ci si possa riconciliare con la Terra facendo annegare o abbandonando nel deserto quel popolo di diseredati che il sistema considera superflui?

Certamente un cambiamento del genere non può avvenire di colpo e meno che mai essere realizzato nella stessa misura o nelle stesse modalità ovunque e da tutti; la crisi ambientale, di cui quella climatica è solo un aspetto, sta marciando a velocità maggiore di quanto si prevedeva anni fa e anche di quanto è necessario per invertire veramente la rotta prima di doverne risentire tutti in modo irreversibile Anche se venissero rispettati gli accordi di Parigi del 2015, di per sé già insufficienti, ma continuamente violati e ora sottoposti a deroghe per dare la priorità alla guerra, alle sue devastazioni, alle sue ripercussioni in tutto il mondo: riarmo, bellicosità, rivincita dei fossili e ancora più fame. Ma è solo da comunità, o gruppi, o contropoteri locali impegnati in scelte che prefigurino l’adattamento alle condizioni di un futuro molto più ostico, ma ormai prossimo, che può venire l’esempio che dimostri o faccia intravvedere a chi è fermo o in ritardo che un altro mondo, molto migliore, è non solo necessario, ma anche possibile.

Guerra in Ucraina e danni collaterali

Dall’inizio della guerra con la Russia l’esercito ucraino ha sparato una media di 9.000 proiettili di cannone al giorno – quasi mezzo milione finora, tanto da aver esaurito le scorte degli Stati Uniti e di molti altri membri della Nato. Dove? Tutti concentrati su quattro regioni, quelle che rivendica e vuole riconquistare.

Vediamo alla Tv e leggiamo sui giornali le distruzioni inflitte dalle armi russe – razzi, bombe e cannonate – sugli edifici di tutto il resto dell’Ucraina, anche se per lo più concentrate sulla zona del fronte. Non vediamo però le distruzioni che le cannonate ucraine hanno inflitto e infliggono a quella che gli ucraini considerano parte del loro Paese, della loro patria. Andranno tutte a segno? Non semineranno morte e distruzione anche tra la popolazione civile – quella rimasta – e le loro case? Quando non colpiscono obiettivi militari o edifici, quelle bombe finiscono nei campi: li inquinano, li cospargono di frammenti metallici, ne rendono difficile se non impossibile la coltivazione per anni.

Ora si comincia anche con le bombe a grappolo fornite dagli Usa – perché, ha detto Biden, le bombe convenzionali sono finite – che diffondono frammenti inesplosi che renderanno quei terreni infrequentabili per anni. Sono armi proibite da una convenzione internazionale che però Usa, Russia e Ucraina – tra altri – non hanno firmato. Se le tengono, le producono, e non hanno firmato perché intendevano usarle e prima o poi lo avrebbero fatto. Secondo il governo degli Stati Uniti l’esercito russo lo ha già fatto (è del tutto probabile) sul resto del territorio ucraino di cui non si è appropriato e secondo il governo russo lo ha già fatto anche l’esercito ucraino su quello che vorrebbe riconquistare. Ma lo stesso discorso vale per le armi nucleari: se non si sottoscrive il trattato dell’ONU che le mette al bando è perché prima o poi si intende usarle. E le si useranno.

Poi ci sono le mine. Secondo il governo ucraino l’esercito russo ne ha già posizionate almeno un milione, di tipo e dimensioni diverse. E tutte, ovviamente, a ridosso del fronte, entro i confini di quel territorio conteso. Dove non si sa. Forse non lo sa bene nemmeno l’esercito russo che le ha collocate. Sicuramente non lo sa l’esercito ucraino, che dovrà scoprirle e neutralizzarle a sue spese (in vite umane) se e quando riconquisterà quei territori: un altro ostacolo micidiale alla loro vivibilità, chiunque li governi. Ma molte di quelle mine sono state smosse e trascinate chissà dove, insieme a migliaia di tonnellate di inquinanti, di detriti, di animali annegati, dalla distruzione della diga di Kakhovka (da parte di chi? Entrambe le parti avrebbero avuto dei motivi per farlo). D’altronde hanno cercato di farci credere per un anno che a distruggere il gasdotto Northstream fosse stata la Russia…E un’altra diga, per fermare l’invasione, era già stata fatta saltare un anno prima dagli ucraini, che lo avevano rivendicato con orgoglio. Chi potrà mai abitare e coltivare quelle terre, tra le più fertili e con un sottosuolo tra i più ricchi del pianeta?

Per appropriarsi o riappropriarsi di un territorio che la guerra sta rendendo inabitabile sono stati, e vengono mandati, al macello, centinaia di migliaia di uomini da entrambe le parti. Gli uni – si dice – consenzienti, ma certo non tutti. Gli altri quasi tutti costretti. Non ci sono solo i morti; migliaia sono gli invalidi permanenti e ancora di più i combattenti che la guerra ha stravolto tanto da non essere più recuperabili alla vita civile. Poi ci sono altri milioni di ucraini e ucraine fuggiti in Europa (per lo più ben accolti, tanto che molti cercheranno di restarvi, come peraltro aveva già fatto un milione e più di loro anche prima che scoppiasse la guerra). Il Paese uscirà da questa guerra, se mai ne uscirà, devastato, privo di una parte vitale ed essenziale della sua popolazione, con centinaia di migliaia di invalidi fisici e psichici a cui provvedere, senza che essi possano provvedere a se stessi o alle loro famiglie. Ma come sempre, dopo essere stati acclamati come eroi, verranno dimenticati, trascurati e trattati sempre più come un inutile peso.

Poi occorre mettere in conto di questa guerra – forse Greta Thunberg, andando a trovare Zelensky, non lo ha fatto – il danno inflitto alla lotta per il clima e l’ambiente anche nel resto del pianeta. Le emissioni climalteranti si avvicinano a quelle dell’Italia in un anno. Poi, per supplire al blocco di quelli russi, via libera all’estrazione e alla lavorazione di idrocarburi ovunque possibile, in barba agli impegni presi; spinta alla fabbricazione di sempre più armi che non aspettano altro che di essere usate; militarismo dispiegato e soprattutto diffusione ovunque di uno spirito bellicista secondo il quale i problemi non si possono risolvere che con la guerra…

Ne valeva la pena? Era proprio certo che la Russia – Putin – avrebbe cercato di impossessarsi dell’Ucraina se il suo governo non si fosse promesso alla Nato dopo la rivolta di Maidan? Se da quella rivolta non fosse sorta una guerra feroce contro le aspirazioni autonomistiche delle regioni russofone dell’est del paese, imposta anche a Zelensky che aveva vinto le elezioni con tutt’altro programma? Se la finta tregua di Minsk non fosse stata sottoscritta, come ha riconosciuto la stessa Angela Merkel, solo per prendere tempo, per armare fino ai denti l’Ucraina, il suo esercito e le sue milizie naziste, per prepararle a una guerra che non si è fatto niente per sventare?

Rileggo i libri sulla guerra di di Svetlana Aleksievic, in cui dà voce a chi le guerre le ha fatte e subite e mi chiedo se i fautori dell’armamento ad oltranza dell’Ucraina sono consapevoli dell’orrore, del dolore e dello strazio irreparabili che una guerra del genere infligge a milioni di esseri umani (esseri umani che vivono in Europa come noi; perché di quelli di continenti lontani siamo tutti sicuramente e serenamente inconsapevoli).

Che cosa ha trasformato tanti di noi in strateghi che non riescono più a trovare, e nemmeno a cercare, una soluzione di questo strazio, se non in una “vittoria” che appare sempre più irrealistica sul piano militare, ma soprattutto inconsistente su quello civile? Perché a quei territori distrutti e a quelle esistenze spente nessuno restituirà più la vita.

E di fronte a questa non-prospettiva, che cosa ci impedisce di considerare quella guerra un conflitto scatenato e condotto a spese di popolazioni ignare del “grande gioco” che si svolge sulle loro teste, ma promosso da un’idolatria dei “confini” (in gran parte disegnati “a tavolino”) che oggi viene richiamata a giustificazione delle peggiori efferatezze, ma che è anche la premessa di ogni guerra?

Gkn, come promuovere la transizione nell’industria automobilistica?

L’8 e il 9 luglioa due anni dal licenziamento via e-mail dei 500 lavoratori della Gkn di Campi Bisenzio, il collettivo di fabbrica, in rappresentanza degli operai che da due anni resistono alla loro condanna con un ricco programma di socializzazione della loro lotta e di riconversione ecologica della loro produzione ha convocato nello stabilimento occupato, insieme ai rappresentanti italiani, tedeschi e svizzeri del movimento Fridays for Future, un incontro per consolidare e sviluppare ulteriormente la loro convergenza, ribadirne il carattere aperto e internazionale promosso attraverso le manifestazioni comuni e i molti Insorgiamo tour realizzati nel corso di questi due anni.

Sabato 8 si è svolta un’assemblea con la partecipazione di oltre 200 attivisti, di cui molti venuti da Svizzera e Germania, in cui sono state presentate le prospettive dei vari partecipanti. Ad essa ha fatto seguito la divisione in quattro gruppi di lavoro – convergenza, comunità energetiche, destre e negazionismo climatico, mobilità e prospettive dell’industria automobilistica – i cui risultati sono poi stati esposti nella riunione conclusiva. I tempi stretti a disposizione non hanno consentito un approfondimento sufficiente dei temi affrontati. Su mobilità e industria automobilistica, riassumo qui per punti ciò che sono riuscito solo in parte ad esporre:

  1. L’idea, al centro delle aspettative di molti ambientalisti, di “risolvere” i problemi posti dall’automobile con la sostituzione delle automobili a motore termico con quelle elettriche va scartata e combattuta perché:
  2. Le automobili nel mondo sono già troppe (circa 1,3 miliardi). Se tutti dovessero raggiungere i tassi di motorizzazione dell’Europa di due abitanti per veicolo (quelli dell’Italia sono ancora più bassi), nel 2050 avremmo nel mondo 5 miliardi di automobili, insostenibili per motivi di spazio, di risorse, di energia. Diversamente dovremmo sostenere che l’auto personale dovrà esistere solo nel mondo già sviluppato, mentre gli abitanti del resto del pianeta dovranno continuare a farne a meno. Un’evidente iniquità che urta contro l’abbinamento di giustizia ambientale e sociale, ma anche con il fatto che a vincere la corsa catastrofica alla motorizzazione ormai sono gradi Paesi emergenti come India, Cina e Brasile.
  3. L’auto elettrica di per sé non elimina né la congestione, piaga delle nostre città le cui vie e piazze sono state sottratte agli umani – giochi dei bambini, socialità, incontri personali, passeggio – né l’inquinamento: l’80% del particolato emesso è dovuto all’attrito dei freni e delle ruote, non agli scappamenti. Poco cambierebbe, quindi, anche se tutta l’energia necessaria fosse generata da fonti rinnovabili.
  4. La transizione necessaria dall’auto privata al trasporto pubblico in città è resa complicata dal fatto che non si può limitare – anche gradualmente, con divieti di transito, di parcheggio a bordo strada – il ricorso all’auto privata (media, 1,2 passeggeri per veicolo, spesso in moto non per raggiungere la destinazione, ma alla ricerca di un parcheggio) se il trasporto pubblico non offre valide alternative; cosa oggi impossibile da raggiungere proprio perché le strade centrali, occupate e congestionate dalle auto non permettono lo scorrimento dei mezzi pubblici e in quelle periferiche, o nelle ore di movida, i mezzi non raccolgono un numero sufficiente di passeggeri perché le loro cadenze e i loro percorsi sono troppo scomodi.

Le soluzioni possono essere:

  1. La diffusione graduale ma progressiva della mobilità flessibile: car-pooling di azienda, ma anche di quartiere e isolato, car-sharing, city-logistic per la distribuzione delle merci, ma soprattutto taxi collettivo e trasporto a domanda, unificando i servizi sotto il controllo pubblico invece di disperderli tra molte società private in concorrenza tra loro.
  2. Promuovere la mobilità dolce (bici e monopattini) con percorsi protetti.
  3. Sviluppare la città dei 15 minuti, decentrando le funzioni urbane in modo che tutti i servizi essenziali, pubblici e privati siano raggiungibili a piedi in tempi accettabili.
  4. Promuovere lo smart working e l’e-government amministrativo on line, anche mettendo a disposizione centri di prossimità dove svolgerlo o accedervi.
  5. Indubbiamente per tutte queste cose ci vuole un piano, come minimo a livello cittadino ed elaborato dal basso a partire dalle esigenze delle comunità. Bisogna che i collettivi di lotta comincino a farsene carico, per lo meno nelle sue linee generali. 
  6. Quale futuro per l’industria automobilistica?

La mobilità sostenibile offre sicuramente una molteplicità di impieghi e di occasioni di lavoro più interessanti del lavoro alla catena di montaggio. Ma come è sbagliato pensare di sostituire il parco automobilistico a propulsione termica con uno elettrico di pari entità, così è illusorio pretendere che a ogni impiego nell’industria dell’auto attuale possa corrisponderne uno in quella della mobilità elettrica.

Indubbiamente ci vorranno molti veicoli di nuova concezione per la mobilità flessibile e molti addetti a un governo decentrato della mobilità, ma come in molti altri settori, non è detto che tra posti persi e posti nuovi il conto torni. Mobilità intersettoriale sostenuta da formazione, reddito di base garantito e riduzione degli orari di lavoro sono strumenti della transizione irrinunciabili.

Ma il vero problema è promuovere dal basso anche la transizione della produzione. E come?

  1. Il collettivo di fabbrica della Gkn ha mostrato come costruire comunità dal basso attraverso la lotta. Invece di chiedere la solidarietà, offrire la propria. “E voi come state?” vuol dire: siamo pronti ad aiutarvi proprio a partire dalla nostra lotta. Finora ha funzionato non solo sul territorio e con la rete dei collegamenti con altre realtà in crisi, ma in parte anche nei confronti delle autorità locali. Uno snodo essenziale, non solo per negoziare da posizioni di maggior forza con il governo, ma anche per far partire dal basso la transizione.
  2. Certo l’industria automobilistica è troppo complessa e articolata in fasi disperse in tutto il mondo perché una singola amministrazione locale riesca a smuoverla, ma i piani per una mobilità alternativa – e quindi anche la domanda di veicoli adeguati, autobus e veicoli per il trasporto a domanda – non possono che partire di lì.
  3. Se a un’amministrazione sotto la spinta di una comunità in lotta, se ne aggiungeranno altre nelle stesse condizioni, la domanda complessiva potrebbe raggiungere dimensioni adeguate a stimolare la conversione di alcune produzioni.
  4. Un suo vero controllo dal basso può realizzarsi solo saltando la mediazione del mercato e creando un rapporto diretto tra produzione – soprattutto quelle a monte e a valle della filiera, progettazione e assemblaggio finale – e utenze: i Comuni, le amministrazioni locali responsabili del trasporto pubblico.

E come? Con società o associazioni di impresa comuni a produzione e utenze. La Volkswagen lo ha fatto in passato, insieme a una società di distribuzione elettrica, per smerciare i suoi cogeneratori ricavati dal motore di un’automobile. Lo si può fare anche per promuovere il trasporto pubblico e quello flessibile.

Crisi climatica, negazionisti e nuove generazioni

I negazionisti di fatto sono quelli che riconoscono l’imminenza, la gravità e le dimensioni della crisi ecologica e ambientale (ormai sono la maggioranza, soprattutto tra le élite dirigenti e le forze al governo di tutto il mondo), ma che poi continuano ad agire come se nulla fosse. Anzi peggio. Alle grandi opere infrastrutturali pensate per una crescita che non ci sarà mai più, si aggiungono ora guerra, produzione e uso di armi che accelerano la resa dei conti con la crisi climatica, disputandosi, con il sangue di centinaia di migliaia di infelici, territori che stanno devastando con bombe, proiettili e mine seminate a milioni, con allagamenti, inquinamenti e distruzioni che li renderanno inabitabili e sterili per decenni se non per secoli. Una prova generale di come si apprestano a ridurre tutta la Terra.

Ma anche i negazionisti veri, quelli che si ostinano a sostenere che i cambiamenti climatici non ci sono o non sono di origine antropica, sanno benissimo che la catastrofe incombe, anche se lo negano. La prova? La loro ostilità verso i profughi. Percepiscono, forse anche inconsapevolmente, che continuando così non ci sarà più posto per tutti su questo mondo. E meno che mai, quindi, nel loro Paese, nella loro città, nel loro quartiere.

Gaia Vince (Il pianeta nomade, Bollati Boringhieri, 2023) sostiene che entro pochi decenni solo la metà del pianeta, per lo più nell’emisfero settentrionale, sarà ancora abitabile dall’uomo. Il resto sarà sommerso dai mari o reso invivibile dal calore; per lo meno fino a che la geo-ingegneria, in cui lei ha fiducia, non lo riporterà, nel corso di alcuni secoli, alle condizioni di prima. Ma questo non succederà mai e non solo perché la geo-ingegneria aggiunge danno a danno, ma perché ghiacciai, permafrost e calotte polari non si riformeranno più, i fiumi non scorreranno mai più come prima, le acque dei mari non si ritireranno, gli incendi continueranno a bruciare i boschi, ecc.

Per Gaia Vince la soluzione è semplice: metà dell’umanità, e forse più (perché di questo si tratta: miliardi di esseri umani), migrerà verso le terre dell’emisfero nord, rese più fertili dal loro nuovo clima. Le migrazioni, sostiene, portano vantaggi sia a chi parte che a chi accoglie. Non ha fatto i conti con il vento anti-profughi che spira ormai fortissimo in tutto il mondo; né con quello che i (finti) negazionisti vogliono evitare e intendono impedire. Oggi, affidando al mare, al deserto e alle barriere l’eliminazione di quelle che per loro sono eccedenze umane a cui negano l’accoglienza; domani, con vere e proprie guerre di sterminio di cui queste misure sono la prova generale.

Per i primi, i negazionisti di fatto, il problema è troppo grande per affrontarlo. Per i secondi, i falsi negazionisti, occorre nasconderne l’entità e abituare poco per volta la popolazione ad accettarne la soluzione obbligata. Nel frattempo la vita può continuare come sempre. Per questo le destre razziste e nemiche dei migranti sono ovunque vincenti: le mezze misure prospettate e mai messe in atto dai loro avversari creano solo insofferenza senza cambiare prospettiva. D’altronde è chiaro che anche se l’Unione Europea (10 per cento delle emissioni mondiali) o l’Italia (1 per cento) o la nostra città (? per cento) adottassero misure più stringenti contro emissioni e distruzione di suolo e biodiversità, ci saranno comunque nel mondo grandi “attori” – Stati, imprese, città – che continueranno a non farlo, portandoci ben oltre la soglia dell’irreversibilità, che riguarda tutto il pianeta. Un argomento forte a favore del non agire. Che fare, allora? Intanto, accanto alle misure di una vera mitigazione, continuamente rimandate, vanno sviluppate quelle di adattamento, per rendere vivibili i territori che abitiamo anche in condizioni molto più ostiche.

E qui incontriamo una discriminante radicale tra le generazioni. I giovani sanno, o percepiscono, anche solo vedendo quanto poco ci curiamo del loro futuro – lavoro, casa, salute, istruzione, socialità – che gli stiamo preparando l’inferno. Non si fidano e non possono fidarsi né di quello che diciamo né di quello che facciamo. Votano poco, non frequentano riunioni politiche, non guardano TV e giornali, vivono dentro le loro bolle social (che non sono le nostre), disprezzano sia chi li governa sia chi li vorrebbe governare. Ovunque.

Vorrebbero cambiare il mondo anche in maniera radicale (avevano risposto a milioni agli appelli di Greta Thunberg) e sarebbero molti di più se sapessero come farlo, ma nessuno gli ha messo in mano gli strumenti per capirlo: non le precedenti generazioni, incistate nelle loro abitudini, anche se misere e senza gioia. Non i governanti, che hanno tutti perso la capacità di guardare lontano. Non gli scienziati a cui i più coscienti dicono di ispirarsi. Perché la scienza documenta sempre meglio l’imminenza del disastro (che d’altronde è sotto gli occhi di tutti), ma non indica la strada per sventarlo. Né potrebbe farlo. Perché quella strada va costruita dal basso, col concorso (esperienze, conoscenze, volontà, impegno diretto) di tutti e non può essere calata dall’alto.

Lo si vede bene con NextgenerationEu: un programma varato per “mettere in sicurezza” le prossime generazioni, presto sommerso dalle deroghe (come quelle per gas, nucleare e armi) e tradotto in Pnrr, cioè in una accozzaglia di (Grandi) opere e interventi, nessuno dei quali mirato realmente a veri obiettivi climatici e ambientali. Ma soprattutto senza il minimo coinvolgimento delle popolazioni nelle scelte e neppure nelle informazioni, mentre è ovvio che un piano per affrontare la crisi ambientale dovrebbe partire, investendo molte risorse a tutti i livelli, da una campagna per informare e coinvolgere l’intera popolazione. Invece a nessuno, giovani o adulti, è dato di sapere qualcosa di quella montagna di denaro (a debito) destinata comunque a venir sprecata per la gloria di qualche ministro o cacicco locale.

Dalle generazioni oggi al governo (e, dietro di loro, da quelle al potere, quello vero), non c’è niente da aspettarsi. Alcuni di loro potrebbero sì mettere a disposizione la propria esperienza e le proprie competenze, ma a livello decisionale non sono in grado neanche di concepire un vero cambio di rotta. Ad afferrare le redini deve essere una generazione completamente nuova, resa consapevole (in gran parte lo è già) della necessità, ma anche delle opportunità, di una svolta – produzioni, consumi, azioni, progetti, distribuzione del potere – fondata sul rifiuto radicale di trattare la Terra e tutto ciò che su di essa e dentro di essa vive e si muove come “materia prima” a disposizione di uno sviluppo senza prospettive, se non quella della distruzione.

Da dove partire? Dagli insediamenti naturali del movimento mondiale che ha capito la necessità di questa svolta, che è un movimento di studenti. Dunque, dalle scuole e dalle università: per aprirle al “territorio” e renderle punto di attrazione e di costruzione di comunità. Imponendo e costruendo un cambio dei programmi scolatici e disciplinari, per integrare la nostra appartenenza alla Terra in tutte le materie curriculari, per mettere gli edifici a norma dal punto di vista energetico, per creare orti sociali che illustrino le opportunità di un’alimentazione sostenibile, per creare poli di riorganizzazione della mobilità, luoghi di socializzazione, di apprendimento e anche di divertimento per tutti, strutture aperte giorno e sera. Perché senza comunità e reti di comunità, cioè senza contatto diretto, “amicizia sociale”, fiducia reciproca, fratellanza e sorellanza, non si possono mettere a punto obiettivi condivisi né aprire vertenze e conflitto con chi ne ostacola la realizzazione. Ce lo insegnano le esperienze dei NoTav, della ex Gkn e di molte altre situazioni di lotta.

Per capire l’inadeguatezza del nostro ceto dirigente basta ricordare che di fronte alla resistenza, allora ventennale, oggi trentennale, del movimento NoTav, Luigi Bersani esclamò: “Ma come è possibile! E’ solo un treno”. Non era e non è solo un treno. Era ed è rifiuto di spese, consumi di energia e produzione di CO2 e altri inquinanti inutili e dannosi; difesa di un territorio senza il quale non è possibile costruire comunità; salvaguardia della bellezza aperta alla fruizione di tutti; realizzazione di un saldatura permanente tra generazioni, generi, condizioni e background culturali diversi; sviluppo di una cultura alternativa di respiro planetario (“Il Grande Cortile”), costruzione di un punto di riferimento per tutte le altre lotte per il clima, l’ambiente, la salute e l’occupazione presenti e future, dove le bandiere NoTav sono sempre presenti. Tutte cose replicabili, in un grande processo di “globalizzazione dal basso” per salvare la vita della specie uomo. Non solo un treno, dunque. Ma questo Bersani e i suoi amici come i suoi avversari non lo possono capire.

Conversione ecologica, una scelta urgente e inevitabile

La Terra ha bisogno di una conversione ecologica. La dobbiamo fare noi umani senza aspettare che proceda senza di noi: siamo noi i responsabili del suo degrado, perseguito contro il resto del vivente fin quasi alle estreme conseguenze. Ma possiamo invertire questo trend avendo come alleati, in questo cammino all’incontrario, tutto ciò che la vita spontaneamente produce. La conversione ecologica è l’unica alternativa possibile alla guerra e all’economia di guerra in cui stiamo precipitando (in realtà vi siamo già ben dentro), cioè l’unica prospettiva che abbia come suo fine, ma anche come sua condizione, la pace.

Lo vediamo bene da cittadini europei: la Comunità Europea era nata per garantire la pace in Europa e nel mondo. Per anni ci hanno ripetuto che la strada per fare dell’unione un’entità politica erano il mercato, lo sviluppo, la convergenza economica. Si è verificato il contrario: l’unione politica non ha fatto che allontanarsi. Adesso pretendono che la strada giusta sia il riarmo, la creazione di una forza armata europea. E’ un programma che subordina sempre più le scelte dell’Unione Europea alla Nato, da molti considerate ormai quasi la stessa cosa. Ciò sta trasformando l’UE in un’appendice del “complesso militare-industriale” che governa a Washington e che ha nella guerra, nelle guerre, la sua ragion d’essere; un’appendice in cui si conta tanto di più quanto più ci si lega e subordina a esso, introducendo al suo interno nuove divisioni, una nuova gerarchia, definita dal grado di “fedeltà” alle direttive di chi comanda e, soprattutto, il tramonto della prospettiva della riunificazione europea dall’Atlantico agli Urali.

La verità è che un’unione politica dell’Europa che faccia da battistrada a una prospettiva simile in tutto il mondo non si può fare che sulla base di un programma politico comune che oggi non c’è, perché il mercato, la competizione e la guerra dividono. Quel programma è la conversione ecologica presa sul serio: affidata ai popoli, alle comunità locali e alle loro istituzioni federate da una negoziazione fondata sulla replicabilità di ciò che si intraprende, da sviluppare e aggiornare giorno per giorno. Di che cosa sia la conversione ecologica si è persa, o non si è mai voluta acquisire, anche la cognizione: si sa che è indispensabile e ineludibile: se non la si imbocca ci verrà imposta, a costi immensamente maggiori, dal precipitare delle condizioni ambientali, in Europa e in tutto il mondo.

Ma è lei a fornire il criterio normativo che permette a ogni persona informata, perché inserita in un contesto di condivisione, di esprimere dei sì e dei no: di capire che cosa va fatto e che cosa va bloccato. Va deciso e fatto tutto ciò che ci fa avanzare lungo la strada della conversione ecologica; va respinto e bloccato tutto ciò che ce ne allontana. Questo criterio, così banale, è sufficiente a smascherare l’enorme equivoco del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), la traduzione italiana del programma NextgenarationEu varato per “mettere in sicurezza” le prossime generazioni. Ma che cosa ne è venuto fuori?

Troppi soldi, dicono ora alcuni; non si sa come spenderli. Vero, ci volevano delle linee guida coerenti e stringenti, mentre l’UE ha levato gli unici due paletti che erano stati posti: quelli contro il gas e il nucleare. Investimenti nocivi per l’ambiente e per la vita, ma anche “a perdere”, dovranno essere sospesi prima ancora di arrivare a compimento, come molte altre “opere” messe in cantiere con il Pnrr. Troppo in fretta, aggiungono altri: nessuno ha un’economia così efficiente da portare a termine progetti così importanti in così poco tempo. E il coinvolgimento dei destinatari richiede tempo, soprattutto quando il terreno non è stato preparato. Per questo una quota prioritaria dei fondi doveva essere destinata a un grande dibattito pubblico, articolato territorio per territorio e settore per settore, che non c’è mai stato e senza il quale i progetti sono destinati al fallimento fin dalla loro concezione. Troppa confusione tra investimenti e spesa corrente, sostiene qualcuno: una scemenza. Gli investimenti senza spesa corrente per farli funzionare, per la manutenzione, per utilizzarli – case di comunità o della salute senza medici e infermieri, asili senza educatrici, informatica senza formazione permanente e revisione delle procedure, ferrovie e autostrade senza utenza, gallerie e ponti (quali?) senza collegamenti, impianti di risalita senza neve, dissalatori e bacini con una rete che disperde metà dell’acqua – sono fondi persi e il Pnrr è fatto quasi soltanto di queste cose.

Non basta chiamare mobilità sostenibile una nuova autostrada per trasformarla in un presidio contro il cambiamento climatico! Ma Draghi, che da buon banchiere ha in mente solo i conti finanziari, ben sapendo quanto è difficile spendere, ci ha messo dentro tutto quello che, secondo lui, si poteva fare in fretta (e furia). Ma che cosa c’entrano gli stadi – per esempio, e mille altri “giocattoli” nelle mani di ministri e sindaci, giù giù fino alla moltiplicazione delle rotatorie – con la messa in sicurezza delle future generazioni? Tutto finanziato, per di più, a debito: o dell’Italia o dell’UE. Non è forse un furto di futuro nei loro confronti? E poi li si reprime se protestano…

Ex-GKN, impianto a carbone di Civitavecchia, NoTav della Valsusa: tre esempi da seguire

x-GKN, poi QF, ora Fabbrica Socialmente Integrata Insorgiamo: quasi due anni fa oltre 400 lavoratori vengono licenziati da un giorno all’altro via e-mail. La multinazionale che anni fa ha rilevato la fabbrica intende delocalizzare gli impianti in Polonia. Gli operai dicono NO e presidiano la fabbrica per impedire che vengano portati via macchinari di avanguardia. Vengono licenziati una seconda volta dopo aver vinto una causa contro la proprietà per licenziamento illegittimo.  Subentra un nuovo proprietario con l’impegno a reindustrializzare la fabbrica, ma non ha ancora presentato un progetto. Cerca solo di sfiancare gli operai da otto mesi senza salario e senza cassa integrazione. Ma il collettivo dei lavoratori si è adoperato fin da subito per fare della lotta un’iniziativa generale: elabora, con l’aiuto di alcuni giuristi, un disegno di legge contro le delocalizzazioni. Progetta, con il sostegno di ingegneri ed economisti solidali, la riconversione produttiva della fabbrica. Promuove, con lo slogan “E voi state bene?”, il coinvolgimento di lavoratori e abitanti del territorio e poi di molte altre situazioni di crisi in giro per l’Italia. Non chiede solidarietà ma la offre, per mettere in piedi un fronte di lotta unitario. Indice, a Firenze, Bologna e Napoli manifestazioni affollatissime per far conoscere a tutti la propria esperienza. Raccoglie e valorizza il sostegno di migliaia di studenti, e poi del movimento Fridays for Future, con cui crea un sodalizio che mette al centro la riconversione produttiva che si concretizza nel progetto di nuove produzioni innovative ed ecosostenibili (cargo bici, pannelli fotovoltaici e grandi batterie senza litio) sostenute da un crowfunding e dalla creazione di una Società Operaia di Mutuo Soccorso aperta al territorio e alle realtà solidali. L’ultima iniziativa, un festival di letteratura working class all’interno della fabbrica, con 600 partecipanti, dà la misura di quanto questa lotta sappia riorientare l’asse della vita politica e sociale del paese. Intelligenza, inventiva, passione e solidarietà hanno sostenuto questo percorso.

Civitavecchia: per l’impianto di generazione a carbone di Torvaldaliga, destinato alla chiusura, l’Enel aveva programmato la riconversione a gas, spacciata, come ha poi fatto la Commissione Europea e ben prima che il blocco del gas russo inducesse anche l’abbandono del carbone, come soluzione di “transizione” verso le emissioni zero. I lavoratori dell’Enel e degli appalti dicono NO: la transizione deve essere totale, con il passaggio integrale alle fonti rinnovabili. Con il sostegno di alcuni tecnici dell’impianto e dell’Enea viene messo a punto il progetto di un campo eolico off-shore, della riconversione a fotovoltaico degli spazi liberati dal carbone e in prospettiva la creazione di polo per il varo, l’installazione e la manutenzione di tutti i futuri impianti eolici off-shore del paese: un progetto che prevede un’occupazione decisamente superiore a quella dell’impianto a gas. Poco per volta arriva l’adesione dei sindacati, di tutte le associazioni locali, del Comune, della diocesi, di molti altri Comuni vicini, della Regione e di un’impresa disposta a investire nel progetto. I lavoratori vanno a presentarlo ai colleghi di tutti gli altri impianti a carbone del Paese e su di esso convocano diverse assemblee (quelle che un tempo si chiamavano conferenze di produzione e che oggi non si fanno più). Per un momento anche Enel sembra accettarlo, osteggiata però dalla lobby del gas che in Italia si chiama ENI. La lotta e la mobilitazione continuano riportando in vita passione, orgoglio e solidarietà tra gli abitanti di una città messa da tempo ai margini della vita del Paese.

Valsusa: trent’anni fa, per assecondare le brame della Fiat, allora proprietaria di Impregilo (oggi Webuild) che si era già accaparrata la tratta AV Torino-Milano, alla costruenda rete dell’AV viene aggiunta la Torino-Lione, da costruirsi ex novo accanto a una linea già esistente e sottoutilizzata, con una “galleria di base” (a bassa quota) di 57 chilometri, in gran parte in territorio francese, ma quasi tutta a carico del partner italiano: lo scempio di un territorio bellissimo in una valle strettissima, già attraversata da una ferrovia, un’autostrada, due varianti della statale e una linea ad alta tensione. Gli abitanti, soprattutto quelli della bassa valle, colpiti da impatti ambientali destinati a protrarsi per decenni, dicono NO. Oggi sono ancora in lotta. Hanno affrontato l’occupazione militare del loro territorio, aggressioni, denunce, carcerazioni e processi farsa infiniti, denigrazioni da parte dei media di tutto il Paese, abbandono da parte dei partiti che inizialmente li avevano sostenuti, una politica che ha fatto di questa “Grande opera” inutile e dannosa la propria bandiera: quella della “crescita a spese di chi vorrebbe salvaguardare la vita degli umani e l’integrità del paesaggio.

I comitati NoTav della Valdisusa coinvolgono tutta la popolazione e suscitano la solidarietà delle tante situazioni di lotta del Paese (le bandiere NoTav sventolano in tutte le manifestazioni). Dimostrano, con il concorso di centinaia di tecnici, l’inutilità e la dannosità del progetto. Creano solidarietà (“si parte insieme e si torna insieme” è il motto delle loro mille battaglie), cultura (famosi gli incontri Il Grande cortile, che hanno radunato migliaia di ascoltatori partecipi anche in paesi di poche centinaia di abitanti). Uniscono generi e generazioni (sono coinvolti donne e uomini, giovani e adulti, vecchi e bambini, locali e forestieri). Danno fiato e ragioni alla lotta contro uno dei cardini dell’attuale modello di sviluppo: le “Grandi opere” devastanti. Restituiscono vitalità a un’economia devastata della deindustrializzazione con la valorizzazione dell’ambiente, della ricettività, dell’artigianato, delle tradizioni. Instaurano legami nazionali e internazionali con le tante mobilitazioni contro le devastazioni ambientali e la crisi climatica. Dopo trent’anni di lotta la mobilitazione è più viva che mai e la galleria non ha compiuto passi avanti, anche se i cantieri hanno già devastato importanti parti del territorio.

Queste tre vicende hanno in comune alcune cose che esemplificano la strada da percorrere e il futuro di tutti: hanno saputo dire NO in modo collettivo. Se non lo avessero tenuto fermo non avrebbero potuto costruire tutto quello che hanno realizzato nel corso del tempo. Viva i NO!

Hanno creato una rete di solidarietà e di coinvolgimento sia sul loro territorio che a livello nazionale e internazionale, scegliendo sempre gli alleati giusti e facendo comprendere che la loro lotta era una lotta di tutti e per tutti.

Hanno fatto ampio ricorso a saperi tecnici e scientifici per sostenere le loro scelte e per dimostrare l’inconsistenza delle posizioni di chi si contrapponeva a loro.

Hanno imboccato la strada della conversione ecologica con dei progetti concreti a basso impatto ambientale e con la neutralizzazione, sempre in bilico, dei programmi devastanti sostenuti dalla controparte.

Hanno prodotto e alimentato, al loro interno come tra i loro interlocutori, cultura e passione: una sostanza senza la quale nessuna comunità si regge.

Certo, sono casi singoli anche se non isolati, le cui dimensioni, per quanto estese, non reggono il confronto con quelle dei programmi, nazionali e internazionali, che dovrebbero sventare la catastrofe climatica e ambientale che incombe. Ma bisogna cominciare a guardare in faccia la realtà: quei programmi generali non si realizzeranno mai. Primo, perché sono inconsistenti: dichiarazioni e propositi di carattere generale traditi o sviati non appena si scende sul concreto, fino all’estremo di utilizzare i fondi del NextgenerationEu per pagare le bombe con cui protrarre la guerra in Ucraina. Ma se anche un’intera città, una nazione o un continente rispettassero gli impegni, pur insufficienti, assunti in uno dei tanti inutili vertici svolti negli ultimi trent’anni, gli altri non lo faranno e le conseguenze globali saranno comunque disastrose per tutti.

Ma costruire comunità capaci di auto-organizzarsi e imboccare la strada della conversione ecologica crea le forze per imporre ai governi una svolta, per quanto insufficiente e tardiva. Promuove le condizioni di un maggiore adattamento alla situazione molto più ostica a cui va incontro il pianeta. Si muove avendo come bussola la replicabilità di ciò che viene promosso (fatte salve le specificità che differenziano ogni situazione da tutte le altre), cioè l’unica strada da percorrere per generalizzare la lotta per il clima. Non rinchiude la comunità nel suo bozzolo, ma la apre a un vero cambio di rotta.

Crisi climatica e negazionisti di fatto

Dilaga il negazionismo climatico e ambientale. Quello concreto. Quello effettivo. Finché la disputa si svolgeva all’interno della comunità scientifica, i negazionisti – in Italia guidati prima dal prof. Zichichi, “lo scienziato di Andreotti”, poi da Paolo Prodi, il fratello scemo di Romano – sono sempre stati una piccola minoranza in continua diminuzione, ancorché ben foraggiata dall’industria dei fossili. Imperversavano sui media con affermazioni perentorie che avevano poi un vago riflesso nelle rare discussioni sul tema che si svolgevano nei bar e ai giardinetti. Greta Thunberg, con il suo appeal mediatico, ha imposto una svolta ai media (certo, non tutti. Provate a leggere Libero…), che da allora hanno cominciato a prendere sul serio l’argomento: mai, o quasi, comunque, in prima pagina o in apertura dei notiziari. E che “il problema” ci sia, e sia serio, ormai non lo nega quasi nessuno.

Ma da quando i primi effetti macroscopici dei cambiamenti climatici sono davanti agli occhi di tutti – gli abitanti di altri Paesi, in Africa e negli atolli del Pacifico, ne avevano dovuto prendere atto ben prima – nella psiche di governanti e governati si è insinuata una forma acuta di schizofrenia: si lanciano allarmi, si sottoscrivono impegni come quelli presi ai vertici di Parigi e di Glasgow, si varano piani faraonici: Next generation EU, tradotto in italiano in PNRR (190 miliardi) è nato come piano per salvare la prossima generazione (e quelle seguenti) dalla crisi climatica e ambientale.

E cosa ne hanno fatto? Alta velocità, autostrade, porti e dighe, case della salute senza né medici né infermieri (ma con molto cemento) e adesso anche il ponte sullo Stretto e altre “amenità” del genere, cioè disgrazie. Poi si è aggiunta la guerra in Ucraina, in Europa e altrove; forse in tutto il mondo. Ma per ora, come dice il papa, solo “a pezzi”. E con essa, la produzione di sempre più armi. A nessuno viene da chiedere che cosa quelle scelte, quelle produzioni, quei progetti hanno a che fare con la lotta ormai disperata e disperante per arrestare l’incombente catastrofe ambientale. Così, più si consolida la convinzione generale e generica che siamo alla vigilia di una apocalisse climatica, più si va affermando una sorta di negazionismo di fatto, che chiude gli occhi di fronte a una realtà ormai evidente e sospinge a comportarsi come se tutto dovesse continuare come prima.

I principali “negazionisti di fatto” sono i sostenitori (sia decisori che pubblico plaudente) del continuo rifornimento di armi all’Ucraina per mandare avanti quella guerra; senza porsi alcun concreto obiettivo se non la “vittoria” (ma di chi? E su chi?), purché continui la distruzione, da entrambe le parti, di vite, di edifici, di suolo, di acque, fino a fare di quel territorio quel deserto che Chernobyl non era riuscito a portare a termine. E’ ovvio che bombe, proiettili, razzi, cannoni, carri armati e aerei, sia usandoli che producendone di nuovi e di più, non fanno che accelerare i tempi della crisi climatica e ambientale. Eppure, tra i fautori di quella guerra a oltranza trovate molti ambientalisti nemici della caccia, sostenitori della raccolta differenziata e della salvaguardia delle balene, convinti che occorra fare subito “qualsiasi cosa” (sì, ma che cosa?) per ridurre le emissioni di gas climalteranti.

Adesso al centro dell’attenzione c’è l’acqua: il Po è in secca, l’Adige anche e gran parte del resto del mondo pure. Nel PNRR non se ne parlava quasi; adesso si corre (anzi si dice che bisogna correre) a costruire desalinatori per produrre e dighe e invasi per salvare l’acqua che manca. Ma non piove e non nevica e quando c’è la pioggia arriva con tale furore che è impossibile trattenerla, assorbirla e stoccarla; mentre dissalare l’acqua di mare richiede molta energia. Chi la produrrà? Il sole e il vento o il gas e il carbone? Altro capitolo aperto.

Nessuno però dice che l’acqua che c’è si può risparmiare, intanto rifacendo canali e tubature che ne perdono il 40%: se ne parla da 30 anni, ma anche il PNRR non prevede gran che in proposito. Poi recuperando negli abitati l’acqua piovana con canalizzazioni separate da quelle di fogna. Poi con un’agricoltura diversa e una riduzione degli allevamenti intensivi (consumano il 70% di quel 70% di tutta l’acqua disponibile che viene inghiottita da un’agricoltura industrializzata). Poi imparando a usarla meglio nella vita quotidiana. Poi… poi adoperandosi per non essere più negazionisti di fatto.

Ma i fiumi sono in secca perché ad alimentarli non ci sono più i ghiacciai. Anche in montagna non nevica, fa caldo e i ghiacciai scompaiono. A valle l’agricoltura dovrà imparare a usare meno acqua. A monte sciatori e operatori turistici dovranno imparare a fare a meno della neve. Che problema c’è? Si fa la neve artificiale. E giù a moltiplicare gli impianti, le piste, i laghetti (in concorrenza con quelli che dovrebbero far rivivere i fiumi in secca), i cannoni sparaneve. Ma sopra zero gradi neanche la neve artificiale si forma. La fanno solo in Arabia Saudita, per creare una pista nel deserto dentro un tunnel. Tra qualche anno lo sci si potrà fare solo lì. O a Pragelato (Piemonte), dove si progetta di fare un tunnel. Non sarebbe meglio imparare fin da ora a vivere in modo diverso quel che resta delle montagne?

E l’energia? Dovrebbe essere tutta rinnovabile entro il 2050, ma i nuovi impianti procedono a rilento. Intanto, sospinto dalla guerra alla Russia che lo forniva a prezzi d’affezione, va a pieno ritmo il gas. Anzi, l’Italia diventerà, ben oltre il suo bisogno (in realtà già lo è), un ”hub” del gas per tutta l’Europa. Sospinta dalla lobby del gas (in Italia, leggi Eni, il vero padrone del Paese, che passa indenne da un governo all’altro), l’Unione Europea ha deciso che il gas è una fonte energetica di transizione (ma a che cosa?). Quando gli impianti (tubi, rigassificatori e flotte gasiere) in progetto saranno pronti la crisi climatica avrà ormai superato la soglia dell’irreversibilità e quegli impianti saranno da buttare e con loro, anche la vita “agiata” a cui siamo abituati.

Ma anche in questo caso l’unica fonte energetica a cui non si pensa e non si provvede – se non con misure sporadiche e casuali quanto costose, come il “110%” – è il risparmio, cioè l’efficienza in tutti i campi, che potrebbe ridurre anche del 40% gli attuali fabbisogni. Invece, dietro al gas occhieggia il nucleare (anch’esso riammesso dall’Unione come fonte di transizione) che piace a Salvini perché è costoso, inutile e pericoloso come e più del Ponte sullo Stretto. Ma non se ne può fare a meno, perché di energia elettrica avremo sempre più bisogno per alimentare una flotta di 35 milioni di automobili da riconvertire all’elettrico!

Qui si apre un nuovo capitolo. Tutti (dalla Fiom a Salvini) a deplorare il fatto che l’auto elettrica contiene meno pezzi e richiede meno manodopera di quella a combustione. Nessuno a ricordare che persino l’Unione Europea ha stabilito che entro il 2050 il parco veicoli dovrà diminuire del 60%. Dunque, se si rispettasse questo obiettivo a cui nessuno crede (e meno che mai i burocrati che l’hanno introdotto) la riduzione dell’occupazione nel settore dovrebbe andare ben oltre quella connessa al passaggio all’elettrico. E lo farà comunque perché la crisi climatica costringerà un numero crescente di persone ad andare a piedi (o a non spostarsi più) perché nel frattempo non saranno stati varati sistemi di trasporto pubblico o condiviso alternativi all’auto privata, elettrica o no.

D’altronde – qui hanno ragione Salvini e il branco di giornali di destra che gli fanno eco – l’auto elettrica presenta ben pochi vantaggi rispetto a quelle attuali. Consuma di meno, ma produce la stessa quantità di CO2 se l’elettricità continuerà a venir prodotta, in tutto o in parte, con i fossili; ma produce quasi la stessa quantità di inquinamento (particolato), che per l’80 % è generato non dagli scappamenti ma dall’attrito dei pneumatici e dei freni (e continuamente risollevato dal rotolamento delle ruote). Soprattutto ingombra quanto l’auto tradizionale, trasformando vie e piazze in parcheggi e camere a gas, devastando la socialità di strada, la vita dei bambini e degli anziani (ma anche quella degli adulti) e allontanando per sempre l’obiettivo, questo sì ecologista, della città dei 15 minuti.

Eppure l’auto elettrica, simbolo della continuità del nostro stile di vita prima e dopo la “transizione energetica” continua a essere al centro delle preoccupazione degli ecologisti: la cartina al tornasole del fatto che non hanno né capito né accettato l’idea della conversione ecologica. Sono e restano dei negazionisti di fatto. Inutile dire che un discorso analogo vale per tutti i natanti da diporto (dagli yacht di superlusso ai barchini fuoribordo, crociere comprese), nonché per tutti gli aerei privati, vero accaparramento del cielo da parte dei superricchi. Ma è il trasporto in generale, sia di merci che di passeggeri, come ha fatto notare Federico Butera a proposito del Ponte sullo Stretto, che è destinato a subire un drastico ridimensionamento: sia che si proceda in questa direzione con il progressivo potenziamento dell’economia circolare, che renderà esuberante gran parte della rete stradale, sia, com’è probabile, che ci si arrivi nel caos, per le rottura delle catene di fornitura indotte dalla crisi climatica e da tutto il disordine ”geopolitico” (leggi guerre) che ne conseguirà.

Anche sugli edifici sarebbe possibile promuovere, con l’efficienza, un risparmio energetico sostanziale, a patto che accanto agli obiettivi fissati per legge dall’Unione Europea (quelli contro cui urla la Lega di Salvini, tacciandola di essere una “patrimoniale” – non sia mai! – sulla casa) si varino a livello locale dei piani che non affidino al caso, come ha fatto il “110 per cento”, la messa a norma di qualche edificio, ma mettano invece in grado ogni proprietario, ogni condominio, ogni struttura, di disporre di un progetto organico che ne affronti tutti gli aspetti, dall’isolamento di pareti e infissi alla fornitura attraverso la costituzione di comunità energetiche, dall’efficientamento degli impianti alle regole di condotta e al finanziamento, ecc. Non succederà.

Ma che senso ha, avrebbe, promuovere la conversione energetica in un Paese solo, quando il resto del mondo (e soprattutto le economie emergenti, che ne rivendicano il diritto, perché non è a causa loro che si è arrivati a questo punto) continuerà a produrre imperterrito gas di serra e devastazioni ambientali che incidono su tutto il pianeta, noi compresi, portandolo allo stremo? Ha senso, posto che ci sia una possibilità di sopravvivere anche nelle condizioni estreme in cui ci si verrà a trovare. Perché le misure di mitigazione delle cause di alterazione del clima che il negazionismo di fatto evita accuratamente di adottare, e anche solo di volere, sono anche tutte misure di adattamento alle condizioni ostiche del “nostro comune futuro”.

Piccolo è bello: produzione e consumo di materiali, di suolo e di acqua, sprechi e produzione di scarti e rifiuti dovranno comunque ridursi drasticamente; i trasporti di merci saranno meno voluminosi e frequenti; i viaggi più impegnativi e sensati; gli impianti di generazione elettrica più differenziati e più distribuiti sul territorio; le città più compatte e gli spazi pubblici più liberi; la solidarietà più necessaria per affrontare le difficoltà di ogni giorno. Chi (le città e i territori) si sarà attrezzato per tempo per queste cose avrà più possibilità di sostenere una vita decente e di accogliere anche le persone costrette a fuggire dal loro Paese reso invivibile forse per sempre.

Niente da dimenticare, verità e menzogne su Lotta continua

In libreria dal 13 gennaio 2023.

LE ORIGINI DELLA STORIA
Quello che ha formato e tenuto insieme Lotta continua, e che ancora adesso
irrita o intriga amici e nemici a distanza di decenni, sono state l’amicizia e
la fiducia reciproca tra persone dall’origine e dal destino più diverso. Un’amicizia
e una fiducia formatesi e confermate in un’esperienza comune di
qualcosa di raro e straordinario: la conquista di una propria autonomia, sia
individuale che collettiva; la costruzione di una propria dignità umana attraverso
l’azione e l’assunzione, senza deleghe, delle proprie responsabilità;
l’esperienza della scoperta di una socialità libera, al di fuori degli schemi ufficiali,
sia del governo che dell’opposizione, sia della cultura accademica che
di quella della sinistra ufficiale, sia della gerarchia di fabbrica che di quella
sindacale, sia del potere istituzionale che della tradizione del movimento
operaio.
L’EPILOGO, LA VENDETTA
Trent’anni dopo la strage di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, gli anni
di galera che non erano riusciti a infliggere a Pietro Valpreda li avrebbero
fatti pagare ad Adriano Sofri: per aver contribuito, con Lotta continua, a
smascherare il cuore del progetto della “strategia della tensione”.
Il difensore di Marino aveva spiegato il senso della sua lunga battaglia giudiziaria,
durata dodici anni, per far condannare Sofri, Pietrostefani e Bompressi:
per lui il Sessantotto doveva essere rappresentato in giudizio da un
collettivo – il famoso Esecutivo di Lotta continua – mentre Sofri, il cui ruolo
di mandante sarebbe stato probabilmente frutto di un equivoco, era stato
condannato, perché, invece di sostenere che “il mandante del delitto Calabresi
è un mandante collettivo, e non Adriano Sofri, aveva voluto difendere
la generazione del ‘68”.
Possiamo riconoscere in questa dichiarazione una vera e propria confessione
del fatto che tutto il processo è stato attraversato da un insano spirito
di vendetta nei confronti della generazione del ‘68 e di Lotta continua in
particolare.

Guerra in Ucraina, il fattore disumano

Le guerre non bisognerebbe mai iniziarle e, una volta “scoppiate”, bisognerebbe adoperarsi per farle cessare il più presto possibile, ma soprattutto bisognerebbe evitare tutte le iniziative che possono portare al loro “scoppio”. Non per una astratta pretesa di armonia tra i popoli, ma per evitare il costo che le guerre comportano sia per chi le “vince” che per chi le “perde” – se parliamo di popoli e non di governi – sia in termini di distruzione degli habitat che di danni agli uomini e alle donne che ci vivono.

Questo non vuol dire rinunciare a difendersi, anche con le armi, ma convenire sul fatto che tra le opzioni possibili non c’è solo la guerra e nient’altro che la guerra. Prima, durante e oltre la guerra ci sono tregua, diplomazia, mediazione, costruzione di alternative politiche e sociali, difesa delle vite e delle condizioni di esistenza delle popolazioni, convivenza tra etnie, lingue e culture diverse. L’autodifesa armata del Rojava ha il suo presupposto nel confederalismo democratico promosso da Ocalan. Nessuna di quelle esigenze è stata invece rispettata dalle parti coinvolte nella guerra in Ucraina.

Putin non pensava a una guerra quando ha invaso l’Ucraina. Pensava a una soluzione come quella che oltre cinquant’anni prima era riuscita a Breznev in Cecoslovacchia: molti carri armati, poco sangue e un cambio di regime imposto con la forza per arrestare e riequilibrare la marcia verso est della Nato. La resistenza dell’Ucraina, del suo esercito e delle sue milizie lo ha costretto a cambiare i piani: non a ritirarsi e chiedere scusa, ma a ripiegare su una vera guerra, a cui con tutta evidenza non era preparato. La sua devastante vittoria in Cecenia gli aveva fatto credere di poter risolvere la questione con un altro massacro.

Dall’altro lato del fronte si è puntato fin dall’inizio sulla temporanea superiorità ucraina, supportata dal sostegno politico, ma soprattutto militare, della Nato, degli Usa e dell’Unione Europea, per sferrare un colpo decisivo. Ben sapendo che questo avrebbe innescato un confitto molto lungo, che nelle dichiarazioni inziali di Biden (poi corrette) avrebbe dovuto portare alla destituzione di Putin o addirittura alla dissoluzione della Federazione Russa.

Non si è messo in conto quanto una guerra prolungata e combattuta con sempre più uomini e armi (fino al limite della minaccia e del sempre possibile ricorso a quelle nucleari) sarebbe costata alle popolazioni dell’Ucraina e alla gioventù della Federazione Russa mobilitata a partire dalle sue periferie. La mobilitazione di entrambe le parti (e dei loro fans, soprattutto in Occidente) ha offuscato finora lo sguardo sulla devastazione del territorio, a est e a ovest del fronte e sul futuro di quel Paese. Ancora oggi si pensa – qualcuno pensa, e si mette in viaggio per prenotarne una quota – al business della ricostruzione, mentre la distruzione dell’Ucraina è ancora in pieno corso. E questo senza mettere in conto il suo indebitamento presente e futuro, pagabile solo in parte con la svendita delle sue risorse. E immemori del passato, si progetta di farne pagare i danni alla Russia, come a Versailles, dopo la Prima Guerra Mondiale, si era pensato di farli pagare alla Germania…

L’ostinazione della Russia non ha provocato, come forse sperava Putin, una crisi dell’Unione Europea e meno che mai la sua “nazificazione”, come ritiene il generale Mini, ma i regimi dispotici di molti suoi membri ne sono stati rafforzati, grazie soprattutto alla militarizzazione imposta dalla Nato. Un dominio in cui è facile entrare, ma da cui molto difficile uscire, o anche solo disobbedirgli, come insegna la sorte toccata ad Aldo Moro. Ma che il più democratico regime europeo abbia scambiato la sua adesione alla Nato con la consegna dei dissidenti curdi al tiranno Erdogan è cosa da non sottovalutare.

La guerra in Ucraina è un esito scontato dell’allargamento passato, in corso e futuro della Nato, un processo di cui l’Ucraina è una componente essenziale: il come e il quando erano (in parte) ignoti. Ma l’Ucraina era già membro di fatto della Nato, con le esercitazioni congiunte (“L’abbaiare ai confini della Russia”), il suo potenziamento bellico e il ruolo affidato, dopo Maidan, alle sue milizie (naziste? Sì) nel fare una vera e propria guerra alle aspirazioni autonomistiche delle sue province orientali.

E’ vero che nel confronto tra Ucraina e Federazione Russa non contano solo le armi, la loro potenza, la loro precisione, la loro quantità. Conta anche il “fattore umano”: il fatto che molti dei combattenti ucraini considerino ora una questione vitale la riconquista dei territori sottratti – anche se avevano fatto ben poco per fermare il bombardamento di otto anni del Donbass e la discriminazione dei loro concittadini russofoni – mentre uno spirito analogo non anima certo i coscritti a forza delle forze armate russe. Ma fino a che punto si potrà evitare di mettere in conto anche il “fattore disumano”: le centinaia di migliaia (ormai) di morti da entrambe le parti, la distruzione, in gran parte irreversibile, dei territori contesi, a qualsiasi delle due parti rimangano poi in mano. E un futuro non di prosperità (che l’Unione Europea non fornisce più nemmeno ai suoi membri), ma di miseria, di debiti, di rancore e di soggezione.

L’Ucraina non uscirà da questa guerra, se mai ne uscirà, più democratica e “denazificata”, ma più autoritaria e militarizzata, come già è ora e con partiti di opposizione e sindacati fuorilegge, scioperi proibiti, informazione controllata, giornalisti indipendenti perseguitati, servizi segreti e ambasciate straniere onnipotenti.

Quanto alla Russia, l’esito perseguito, se è la caduta di Putin, non consegnerà il potere a un’élite più conciliante e aperta, bensì a figure ancora più feroci e guerrafondaie. Se è la dissoluzione della Federazione, essa lascerà il campo a una “grande Libia”, con le nazioni del dissolto impero contese tra le potenze vicine e lontane, e anche ubique, come il mai dissolto Isis. Qualcuno ha forse pensato di poter parare il colpo senza adoperarsi da subito per la pace? E non sarebbe forse l’Unione Europea l’attore più adatto a proporre una mediazione, se non fosse anch’essa parte del conflitto? Ma non si può mediare partecipando alla guerra: questo, almeno, bisognerebbe saperlo.

La guerra nell’era della crisi climatica

Siamo ormai entrati in pieno in una crisi climatica e ambientale secolare, sicuramente per molti aspetti irreversibile. Pochi, soprattutto i giovani, si adoperano, spesso con tutte le loro forze, per rallentarne gli sviluppi: difendono il loro futuro, le loro vite. Molti la ignorano. Molti altri sanno benissimo che c’è, che è gravissima, ma fanno come se non esistesse e inseguono un presente destinato a lasciarsi dietro solo macerie: la “crescita”, la sovranità, il ponte sullo stretto, l’alta velocità, i gasdotti, il nucleare… Molti tra loro fanno tutto per accelerarla. Tra questi, i fautori della guerra, di sempre più guerra.
Il governo e l’esercito russi stanno distruggendo l’Ucraina con razzi, bombe e incursioni. Stanno distruggendo le vite di decine di migliaia dei suoi soldati, dei suoi cittadini e delle sue cittadine, cercando di prenderle per fame e freddo; stanno distruggendo le sue infrastrutture, le sue città, le sue fabbriche, i suoi fiumi, il suo suolo, i suoi campi, boschi e animali, il suo futuro. Che cosa resterà dell’Ucraina quando e se taceranno le armi? Un deserto troppo costoso da riedificare e troppo inquinato da bonificare. Il granaio della Terra trasformato in discarica di razzi, proiettili, veleni e macerie.
Ma le armate ucraine non sono da meno: sparano da 7 a 20mila proiettili di cannone ogni giorno, tanto da aver quasi esaurito le scorte e la stessa capacità produttiva degli Stati Uniti. Li sparano tutti sulle piccole regioni occupate dalla Russia, quelle che vorrebbero riconquistare. Contro chi e contro che cosa sparano tutti quei proiettili? Contro edifici, ponti, impianti (anche nucleari), soldati e mezzi bellici nemici (quando li centrano). Che cosa resterà del territorio di quelle regioni che considerano ucraine quando e se le armi taceranno? Questa, come tutte le guerre di oggi, ma oggi lo vediamo più chiaramente, non è solo una guerra contro altri uomini e altre donne, per ucciderli. E’ una guerra contro la Terra, contro la possibilità che continui a dare da vivere agli uomini e alle donne di domani. Gli ucraini son stati aggrediti dopo che le loro milizie e il loro esercito hanno aggredito per otto anni i loro connazionali delle regioni dell’est, di lingua russa.
E’ giusto che si difendano. Ma da chi si devono difendere?  Dalla guerra. E’ la guerra che li fa fuggire in massa dal loro Paese (dove sarà ben difficile fare ritorno), che miete a migliaia e migliaia i loro soldati nel fiore dell’età, che  ruba il futuro alle nuove generazioni, avvelenando il loro sangue e il sangue della terra che non potrà nutrirli, che, con la minaccia atomica, ormai ventilata da entrambe le parti, sta mettendo in forse il futuro di tutta l’umanità e accelerando, con milioni di tonnellate di CO2 aggiuntive, la resa dei conti dei cambiamenti climatici con la Terra.
Certo che gli ucraini dovevano difendersi (e le armi non gli mancavano: ne avevano ricevute in abbondanza negli anni precedenti, insieme all’addestramento per usarle). Ma non si combatte la guerra con altra guerra. Non c’è stata, da parte del loro governo (e altre voci non si sentono più) alcuna apertura a un negoziato, alcuna sollecitazione a una mediazione internazionale dell’Onu, o dell’Unione Europea a cui vorrebbe aderire. E nemmeno da parte della Nato, degli Usa, della Cina. Solo il Papa, che non ha “divisioni” da mettere in campo, costretto a rivolgersi ad altri capi di stato sordi e ottusi, ed Erdogan, per avere mano libera a fare in Rojava quello che Putin sta facendo in Ucraina, si sono messi di mezzo. Soprattutto, nessun ravvedimento  sul mancato rispetto degli accordi di Minsk. Ora la Merkel ci rivela che erano stati fatti, e violati, solo per “prendere tempo” in attesa di una guerra già decisa, di una resa dei conti tra Nato e Russia. Poveri ucraini!
E noi? Noi, ovvero i governi italiani che si sono succeduti da febbraio, tutti lì a fornire, a produrre e finanziare, in barba alla volontà dei loro cittadini (o sudditi), armi sempre più micidiali, sempre più “di attacco”. E tutto a spese di pensioni, reddito di cittadinanza, scuola, sanità, salvaguardia idrogeologica del suolo, vivibilità urbana, transizione alle energie rinnovabili, inclusione dei migranti: tutte cose che dovrebbero costituire una parte del nostro contributo alla lotta contro i cambiamenti climatici e la crisi ambientale.
Ma c’è qualcuno che abbia veramente messo in relazione la sua convinzione dell’urgenza di fermare la catastrofe climatica e ambientale verso cui sta correndo insieme a tutto il resto del pianeta con il ferreo sostegno – da lontano, da dove non si combatte – alla guerra degli ”eroici” combattenti ucraini? Che brutto il ritorno di questo aggettivo, per tanto tempo relegato all’esaltazione del macello voluto da chi delle guerre aveva fatto la propria mitologia! Quei combattenti che il nostro, ma non solo nostro, invio di sempre nuove armi sta inchiodando a una strada senza uscita, senza volersi “mettere da parte” per proporre una mediazione che può essere promossa solo da una posizione neutrale, che non vuol certo dire rinunciare a pesare le ragioni di entrambe le parti in causa.