Salvarsi

Numerosi indizi, dal rapporto tra inquinamento e diffusione del virus a quello tra spillover e distruzione di habitat selvatici, fino a quello contagio e insalubrità di molti insediamenti umani, inducono a concludere che la comparsa del coronavirus non è che una manifestazione della crisi ecologica e che questapandemia non è che una manifestazione dell’emergenza climatica e ambientale già da tempo in corso. Cesserà – ce lo auguriamo – l’isolamento a cui siamo costretti, ma senza alcuna certezza che non si renda di nuovo necessario di qui a poco per questa o per un’altra ragione. Quello che la crisi climatica e ambientale non eliminerà più per decenni a venire è la necessità di adottare un modo di vivere e convivere radicalmente diverso da quello a cui siamo stati abituati, di cuidobbiamo cominciare di delineare qui e ora i principali tratti.

Il primo compito è soprattutto di carattere culturale e spirituale, ma con ineludibili conseguenze in campo pratico e politico: riconciliarci con la Terra. E’ un tema al centro della critica che tutta l’ecologia integrale (secondo cui giustizia sociale e ambientale sono inseparabili) rivolge da decenni al dominio che il pensiero unico e l’economia hanno imposto ai nostri comportamenti, e che trova un importante riscontro nell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, oltre che nel richiamo esercitato da numerose culture indigene di popoli nativi non ancora completamente obliterate dallo “sviluppo”, a misura della radicalità del cambiamento che si impone.

La prima conseguenza di questo cambio di paradigma è l’obbligo di ridurre il nostro impatto sull’ambiente riducendo radicalmente molte produzioni e azzerandone completamente altre: esattamente ciò che ci si impone oggi per ridurre il rischio di contagio; sul lavoro, negli spostamenti, in famiglia, coi vicini.

Per farlo occorre che i diretti interessati, che non sono solo gli addetti di ogni singola azienda, ma tutta la comunità che ne subisce in vario modo l’impatto, recuperino o conquistino un potere decisionale nel definire quali produzioni sono essenziali e quali no: oggi, di fonte al dilagare del contagio; domani, nel far fronte alle manifestazioni della crisi climatica e ambientale.

Ciò richiede che venga garantito comunque un reddito adeguato a chi, transitoriamente o per sempre, non avrà più accesso al lavoro o alle fonti di reddito su cui ha contato finora.

Ma assumere ed esercitare quel potere decisionale è un processo complesso, che richiede la disponibilità di molto tempo, di cui è necessario riappropriarsi ridistribuendo su una platea molto più ampia le attività che sopravviveranno alla eliminazione o riduzione delle produzioni superflue.

La crisi acuita dall’attuale pandemia, ma già in incubazione da tempo, lascerà dietro di sé, in tutto il mondo, un panorama di contrazione e sconnessione di tutte le attività economiche, finanziarie e produttive; inutile cercare di salvare la continuità produttiva di molte imprese condannate comunque al fallimento o alla chiusura. Meglio dedicare gli sforzi a riprogettare quelle vecchie e studiare quelle nuove.

Per affrontare la crisi climatica e ambientale occorre avviare una radicale conversione ecologica nei comportamenti e in campo produttivo: per lo meno negli ambiti principali: energetico, agro-alimentare, mobilità, assetti idrogeologici,edilizia, salute, istruzione e ricerca. Il problema è il come.

L’obiettivo principale è recuperare resilienza rispetto ai vincoli esterni: quelli imposti dalla finanza, dalle catene globali delle forniture, da mercati di sbocco evanescenti. In una parola, ri-territorializzazione della maggior parte delle attività suscettibili di un reimpianto locale.

Gli eurobond sono un palliativo che non elimina la soggezione alla finanza internazionale, ma in tutti i paesi c’è una quota elevata di debito pubblico illegittima o odiosa che non va onorata anche in base al diritto internazionale. La situazione va equilibrata restituendo a ogni comunità locale il controllo della circolazione monetaria che alimenta a propria economia locale e limitando agli scambi internazionali le valute sovranazionali.

Il principale ostacolo alla conversione ecologica è costituito dalle guerre in corso e dall’industria delle armi che le alimenta, costringendo milioni di persone a fuggire dal proprio paese. La principale guerra del futuro, di cui già si intravedono le prime pesanti manifestazioni, è quella contro i migranti, il cui numero è destinato a crescere con l’avanzare della crisi ambientale. Continuare nelle politiche di respingimento non fa che aggravare le cause della crisi attuale e futura. Accoglienza e inclusione sono quindi condizioni irrinunciabili che possono contribuire anche a promuovere politiche volontarie di ritorno per la rigenerazione dei territori e delle comunità da cui profughi e migranti sono stati costretti a fuggire.

La conversione ecologica è indisgiungibile dal conflitto con molti degli interessi costituiti che dà concretezza e credibilità alle proposte di un green new deal e può mobilitare una parte consistente dei cittadini di tutti i paesi dell’UE per imporre ai rispettivi governi una vera svolta per tutta l’Europa.

Ha ragione papa Francesco

Ha ragione papa Francesco: siamo tutti sulla stessa barca. Forse qualche anno fa su quella barca c’erano solo gli sfruttati: a remare; gli sfruttatori stavano a terra, al sicuro. Ma ora, con la crisi climatica e ambientale e la pandemia, in quel mare in burrasca ci siamo tutti. Alcuni continuano a remare, anche più forte di prima, per traghettarci sull’altra riva (sono i medici, gli infermieri e i lavoratori impegnati in produzioni essenziali), mentre “quelli là” remano contro; anzi, fanno remare contro una parte consistente della ciurma al loro comando, per riportarci sulla riva da cui stiamo cercando di allontanarci. Molti altri (quelli chiusi in casa, senza compiti specifici) sono semplici “passeggeri”, cui viene raccomandato di non muoversi troppo per non sbilanciare l’imbarcazione. Ma a riva, senza potersi imbarcare, è rimasta una folla di derelitti e di emarginati, di cui pochi si sono accorti, quasi nessuno si preoccupa e che molti Governi hanno deciso di lasciare a terra. Per loro va apprestata al più presto un’altra imbarcazione. A poppa, per ora, non c’è nessuno che calmi la tempesta. 

L’altra riva, quella verso cui cerca di dirigersi la barca, è la conversione ecologica; sono le misure necessarie per sventare questa come le altre catastrofi che incombono sulla specie umana a causa dei cambiamenti climatici, che tutti i Governi del mondo erano riluttanti ad affrontare anche prima di questa pandemia, ma di cui ora nessuno parla più; anche perché quelli che si battevano per imporre una svolta radicale, come Fridays for future e molti altri, non possono più riempire le piazze.

Ma questo non cambia la realtà delle cose. Per fare fronte a queste emergenze molte delle attuali produzioni dovranno cessare: sono in gran parte quelle già oggi non essenziali o nocive, a partire dall’industria delle armi, o dalle Grandi opere inutili e dannose, come il TAV Torino-Lione; e sono tante! Altre vanno potenziate immediatamente, come tutte quelle legate al sanitario e al cibo. Molte altre, le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, devono essere avviate o potenziate, riconvertendo, dove è possibile, gli impianti esistenti; e la progettazione di questa riconversione può partire subito. 

Ma chi decide che cosa fare e che cosa fermare? Il Governo? I Prefetti? I “Governatori”? I partiti? La Commissione Europea? Sono le figure e le istituzioni più inadeguate. Se non fossero tali non ci avrebbero trascinato in questa catastrofe (da cui fanno ben poco per tirarci fuori). Non ci hanno mai veramente pensato, anche se climatologi, esperti di ambiente, epidemiologi (la scienza! Che è democratica se e quando si sottopone alla verifica dei fatti; ma di cui adesso c’è persino chi sostiene che avrebbe sempre guidato le scelte governative) e Greta Thunberg urlavano a squarcia gola che il pericolo è dietro l’angolo. Nel migliore dei casi si continua a sostenere che con un pacco di miliardi da usare come incentivi il mercato (cioè proprio quelli che hanno sempre remato contro) avrebbero messo loro le cose “a posto”. Senza fretta, però; anche quelli che avevano già potuto constatare che “la nostra casa brucia”.

Così ora ripropongono la solita ricetta, ma “in salsa emergenziale”: creare liquidità con gli eurobond (dato che i titoli di Stato di molti paesi verrebbero sottoscritti solo dagli strozzini); ma è solo altro debito in mano alla finanza; oppure creare qualche forma alternativa di moneta (che almeno non creerebbe altro debito). E per fare che cosa? Per dare soldi alle imprese, tutte, perché paghino le forniture, per lo meno fino a quando i mercati globali, ormai squassati dalla pandemia, gliele faranno arrivare; e per continuare a produrre beni e servizi per mercati destinati a evaporare; invece di porre mano, dove è possibile, a quella riconversione che sola assicura un futuro; invece di bloccare subito le attività che un futuro non lo hanno e non lo possono avere. Manca la domanda, ci dicono gli economisti, e anche l’offerta: mettendo in circolo molto denaro, non per sostenere le attività essenziali e le esigenze di chi non ha più i soldi per fare la spesa, bensì i bilanci delle imprese, si attivano risorse inutilizzate (capitale e lavoro) e l’economia può continuare il suo corso. E’ la ricetta di Keynes, ma non funziona più: perché affida la selezione delle attività da ravvivare a un mercato che non sarà mai più quello di prima.

Quella selezione non può più essere fatta dal mercato né dall’alto: va messa nelle mani delle maestranze e dei loro rappresentati, che sono perfettamente in grado di decidere che cosa è essenziale e che cosa no e che sanno districarsi tra le filiere delle loro forniture. Ma vanno mobilitate anche le associazioni territoriali (a partire dai GAS, che sanno come riorganizzare le filiere alimentari, e in parte anche quelle energetiche). E vanno valorizzate migliaia di esperti e di giovani neodiplomati e neolaureati, già occupati e non, ma oggi sottoutilizzati, insieme alle Università e ai centri di ricerca, per svolgere a tappeto check-up multidisciplinari dei territori, degli edifici, delle aziende e per progettare in modalità condivise interventi di conversione e di efficientamento. I Comuni che hanno dichiarato l’emergenza, ieri climatica e ambientale e oggi sanitaria, dovrebbero varare subito un programma per finanziare e mettere al lavoro questi team. La governance del nostro futuro non può che partire di qui.

Rilancio della lettera aperta del 21 Marzo 2020, proposta dall’associazione laudato sì, per bloccare tutte le attività non essenziali.

Sabato 21 marzo ho sottoscritto la lettera aperta lanciata da alcuni membri dell’associazione Laudato sì per dare voce e sostenere la giusta rivendicazione di sospendere l’attività, portata avanti da molti lavoratori – alcuni dei quali già scesi in sciopero – costretti a lavorare fianco a fianco in aziende e processi produttivi non indispensabili e a ritrovarsi ammassati nei mezzi di trasporto utilizzati per andare e tornare dal lavoro. Questo appello ha riscosso adesioni assai significative: lo riportiamo più sotto con le nuove firme, tra le quali compaiono anche le prime adesioni di rappresentanti sindacali di differenti organizzazioni.

Nel frattempo, anche le confederazioni CGIL, CISL e Uil hanno deciso in modo unitario di chiedere al Governo la chiusura temporanea di tutte le lavorazioni non essenziali. Al termine dell’incontro, il Presidente del Consiglio ne annunciava il fermo, ma questa decisione ha incontrato, prima e dopo il suo annuncio, la netta opposizione di Confindustria che, anche con una lettera del suo Presidente, anteponeva la salvaguardia della continuità produttiva a quella della salute dei lavoratori, delle loro famiglie e della collettività tutta. Così il decreto governativo – pubblicato a distanza di un giorno – consente la prosecuzione delle attività nella quasi generalità dei settori, fino ad includervi persino l’industria bellica. Il fatto che l’industria delle armi continui ad essere promossa e mantenuta in attività è uno scandalo al cospetto degli ammalati e delle vittime, del mondo ospedaliero, delle lavoratrici e dei lavoratori chiamati a rischiare il contagio pur di non fermare la produzione di strumenti di morte.

Non sappiamo attraverso quali meccanismi si sia arrivati a una conclusione che contraddice gli impegni presi con i sindacati (non esistono verbali del confronto), tanto che questi si sono detti pronti a mettere in atto uno sciopero generale; ma tutto il processo decisionale appare viziato da una grave mancanza di trasparenza e da un insufficiente rispetto della salute dei lavoratori e della collettività. Trasparenza e rispetto che dovrebbero accompagnare tutte le procedure attraverso cui il Governo e le sue agenzie decidono i provvedimenti di contenimento della pandemia, che avvengono invece senza il parere di un organismo di controllo tecnico-scientifico indipendente, in presenza di un sistema sanitario spogliato dai successivi tagli subiti negli ultimi decenni, fino a giungere all’attuale mancanza di ogni possibilità di dotarsi per tempo degli indispensabili presidi a tutela della salute pubblica. 

Contro le “maglie” decisamente troppo larghe del decreto governativo, gli scioperi in fabbriche e aziende si sono moltiplicati per iniziativa diretta delle lavoratrici e dei lavoratori con i loro rappresentanti. Esprimiamo loro la nostra solidarietà e diamo sostegno alla loro rivendicazione di avere voce in capitolo nel decidere che cosa è essenziale e che cosa no delle produzioni e delle attività in cui sono impegnati in ogni azienda. Auspichiamo che questa iniziativa sia la premessa perché sin da ora l’economia possa imboccare un percorso radicalmente diverso da quello che ci ha condotto all’attuale catastrofe, grazie a una riconquistata capacità dei lavoratori di far valere le loro ragioni insieme a quelle della collettività, sia nelle aziende che nella società. La ricomposta unità nella lotta per la sicurezza e la salute – dai rider senza tutele ai nuclei più organizzati di metalmeccanici, chimici e tessili – lascia sperare in un fronte attorno cui possa crescere la presa di coscienza di tanti movimenti, associazioni e corpi sociali alla ricerca un diverso rapporto con la natura anche per contrastare il cambiamento climatico e promuovere una vera riconversione ecologica. 

LETTERA APERTA

21 marzo 2020

BLOCCARE TUTTE LE ATTIVITA’ NON ESSENZIALI – DALLA LOMBARDIA UNA RICHIESTA PER TUTTA L’ITALIA. ORA.

La situazione drammatica che vive in questo momento la Lombardia non consente ulteriori rinvii rispetto all’assunzione di provvedimenti che si pongano l’obiettivo di contrastare in ogni modo la pandemia del Covid-19. In Lombardia si concentrano quasi la metà dei casi registrati di Covid-19 – ventimila persone al 19 marzo – e quasi i due terzi delle persone decedute, rispetto all’insieme del paese.  Numeri che vengono considerati pesantemente sottostimati, in particolare nelle province più colpite, per le tantissime persone anziane che muoiono in casa o nelle residenze assistite senza che venga eseguito il tampone. Sono colpiti gravissimamente medici, infermieri, operatori sanitari, molti ospedali non sono ormai più in grado di assicurare posti letto e risposte adeguate. Sono strazianti le scene che abbiamo visto in questi giorni.

Si è scritto che il 40% dei lombardi non rispetta l’obbligo di restare a casa. Chiediamoci il perché. In tutta la Lombardia – comprese le province maggiormente toccate dall’epidemia, e l’area metropolitana di Milano – centinaia di migliaia di persone sono costrette a spostarsi ogni giorno usando treni, autobus e metro per paura di perdere il lavoro, a causa di imprenditori sordi alla necessità di chiudere produzioni non essenziali.  Non è possibile rispettare le norme di sicurezza negli spostamenti, né è possibile verificare il rispetto del “distanziamento sociale” nelle tante realtà produttive della regione, specie in quelle piccole e piccolissime, dove i lavoratori operano gomito a gomito nelle fabbriche e negli uffici.  Cosa può pensare un lavoratore costretto a rischiare il contagio pur di non perdere il lavoro, vedendo la scritta luminosa “State a casa” sul palazzo della Regione Lombardia? Non è accettabile che il profitto degli imprenditori abbia la meglio sulla salute dei lavoratori e sulla sicurezza sanitaria della collettività. Di fronte alla morte di un terzo delle vittime registrate ora in Italia, nella provincia cinese dello Hubei è stata presa la decisione di chiudere tutte le fabbriche, insieme agli uffici pubblici e privati. È inaccettabile che una retorica della “produttività lombarda” divenga il veicolo del virus. 

Chiediamo alle istituzioni centrali e locali di tutelare la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici delle industrie e dell’indotto, imponendo immediatamente la chiusura di tutte le attività non considerate rigorosamente necessarie, e garantendo la distribuzione dei dispositivi di protezione individuale a chi, per il bene della collettività, è chiamato a continuare le produzioni ritenute indispensabili. ORA. 

Silvio Garattini

Virginio Colmegna

Daniela Padoan

Mario Agostinelli 

Emilio Molinari

Simona Sambati

Oreste Magni

Guido Viale

Moni Ovadia

Antonio Pizzinato 

Gad Lerner

Luigi Manconi

Laura Cima

Benedetto Saraceno

Francesco Maisto

Grazia Francescato

Gianni Tognoni

Piero Bevilacqua

Paolo Cacciari

Lea Melandri

Marco Revelli

Tonino Perna

Tomaso Montanari

Roberta Turi

Enzo Scandurra

Roberta Fantozzi

Aldo Bonomi

Riccardo Petrella

Laura Marchetti

Ignazio Masulli

Alfonso Gianni

Paolo Favilli

Raffaella Bolini

Vittorio Agnoletto

Gino Strada

Franco Arminio

Leonardo Caffo

Battista Sangineto

Piero Di Siena

Vezio De Lucia

Graziella Tonon

Giancarlo Consonni

Alberto Magnaghi

Paolo Lucchesi

Angelo Consoli

Walter Ganapini

Alessandro Pagano

Vittorio Bellavite

Paolo Mattiello

Marco Bentivogli

Christian Gambarelli

Andrea Donegà

Andrea Ascari

Debora Rizzuto

Bruno Ravasio

Enrico Vacca

Omar Cattaneo

Giuseppe Rossi

Vittorio Cantoni

Mario Mangili

Jose Luis Tagliaferro

Maria Carla Baroni

Gioacchino Garofoli

Alfiero Grandi

Franco Padella

Danilo Tosarelli

Gianfranco Prini

Elio Pagani

Marco D’Isanto

 Paola Regina

Nicolò Di Stefano

 Bruno Hassemer

Pierantonio Montecucco

Enrico Pugliese

Anna Donati

Laura Quagliuolo

Licia Roselli

Giuseppe De Marzo

Andrea Vitale

Giovanna Procacci

Paolo Maddalena

Ileana Alesso

Emilio De Capitani

Annamaria Rivera

Maurizio Azzollini

Laura Arduini

Mariagrazia Guida

Roberto D’Ambrogio

Maria Grazia Meriggi

Maurizio Marchi

Marino Ruzzenenti

Giuseppe Vanacore

Marina Forti

Vittorio Pallotti

Anna Camposampiero

Luigi Mosca

Vittorio Bardi

Giuseppe Farinella

Amalia Navoni

Massimo Lodi

Sergio Talamo

Oscar Mancini

Sergio Bellucci

Marisa Fugazza 

Carla Casiroli 

Sergio Peronetti 

Vittorio Bardi 

Elisabetta Toful 

Filippo Bianchetti 

Rossana Beccarelli 

Roberto Mapelli 

Enrico Gagliano 

Luciano Beolchi 

Josè Tagliaferro 

Vittorio Bellavite

Antonio Corbelletti  

Claudio Brovelli 

Roberto Melone 

Franco De Alessandri 

PER ADESIONI: associazionelaudatosii@gmail.com

Il virus viaggia in automobile

Il mercato europeo dell’auto è crollato a febbraio e si è quasi azzerato a marzo, né si sa quando e se si riprenderà. Intanto, una dopo l’altra, le fabbriche del settore fermano l’attività, dopo aver costretto per oltre un mese gli operai a lavorare in condizioni di alto rischio per produrre auto e componenti senza mercato che intaseranno per mesi depositi, magazzini e bilanci.

Ma anche quando il coprifuoco sarà stato tolto chi mai si precipiterà a comprare un’auto? Ben pochi. Chi un’auto ce l’ha riprenderà a guidarla; ma chi non ce l’ha, o pensava di cambiarla, avrà perso il reddito necessario a pagarla (eccetto i ricchi e i ricchissimi) o avrà altre priorità. E intanto ci sarà da smaltire l’invenduto. Dunque, è il momento per mettere a fuoco e prepararsi a un’altra idea di mobilità. L’emergenza covid19 ha sgomberato le strade e pulito l’aria, ma non ha certo interrotto l’avanzata della crisi climatica e ambientale.

L’auto è stata il principale emblema del XX secolo. Al suo esordio è stata espressione e strumento di libertà (permetteva di andare dove volevi, quando volevi e con chi volevi, senza la costrizione di tracciati, orari e compagni di viaggio obbligati); poco per volta, aveva permesso a tanti e promesso a tutti di trasformarli da fanti in cavalieri, da quelli che portano a quelli che si fanno portare. Ma per usare un’auto bisognava possederla: di qui la motorizzazione di massa che ben presto si è rivelata prigione di ogni nostro spostamento ovunque manchi un servizio pubblico adeguato (cioè quasi sempre). Oggi l’auto privata riassume in sé quasi tutti i principali tratti di uno stile di vita e di un’organizzazione produttiva e sociale insostenibili: promuove individualismo (ognuno nella sua scatola di latta) e competizione (per superarsi, per conquistare un parcheggio, per esibire il proprio status); consuma in misura smodata materiali, energia, suolo, aria, salute, tempo e denaro; fa molto rumore, produce molta CO2 e inquina molto (non c’è da illudersi: l’80 per cento del particolato emesso dal traffico non esce dagli scappamenti ma è generato dall’attrito delle ruote sull’asfalto: l’auto elettrica non lo eliminerebbe). Ma oggi si scopre che il particolato che il traffico concorre a produrre insieme al riscaldamento e alle fabbriche (dove ci sono) è, insieme agli ossidi di azoto, il principale vettore del coronavirus, che è tanto più attivo quanto maggiore è l’inquinamento dell’aria: per questo la Lombardia è diventata l’epicentro mondiale dell’infezione.

Di fronte ai danni che l’auto infligge alle nostre vite e al pianeta, i suoi apologeti si trincerano su un altro fronte: l’occupazione. Ma più che dei lavoratori, che sono pronti a mandare al macello, come mandano al macello senza protezioni adeguate medici e infermiere negli ospedali, a loro preme che la produzione non si fermi: in realtà pensano al Pil. E’ vero che nessuna settore ha mai creato tanto lavoro come l’industria dell’auto, ma proprio per questo il suo inevitabile ridimensionamento pone il problema ineludibile di ricollocare i suoi addetti in attività più utili e di minore impatto, come le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, l’ecoedilizia, la cura del territorio e delle persone, ecc. ma soprattutto quello della ridistribuzione del lavoro su una platea più ampia, concontestuale riduzione di orari e ritmi di lavoro. Problema che si ripropone in molti altri settori a partire da quello delle armi.

Oggi, comunque, il web permette di sostituire al possesso di un’auto il semplice accesso ad essa attraverso varie forme di condivisione (carsharing, carpooling, taxi collettivo, trasporto a domanda, distribuzione merci, intermodalità con il trasporto di linea). La mobilità fondata sulla condivisione è un modello che può essere esteso a molti altri beni da trasformare in altrettanti servizi (dal coworking alle case vacanza, dagli elettrodomestici ai macchinari, alle attrezzature e ai supporti per farle funzionare, e altro), facendone, se si saprà impedirne l’appropriazione da parte di un monopolio, dei “beni comuni”. Contribuendo così a rendere più leggera la nostra presenza sulla Terra. Sono lontani i tempi in cui l’ex sindaco di Milano Albertini dichiarava che il traffico è un bene perché è indice della vitalità di una città. Ma da allora le idee dei sindaci non sembrano cambiate. A quelli che hanno ripetuto fino all’ultimo “la nostra città non si ferma” e che ora si ritrovano bloccati di fronte a una pandemia che li ha resi impotenti spetta il compito di utilizzare questa pausa forzata per attrezzare territorio e cittadini a una mobilità diversa. Sull’auto come produzione e come prodotto di consumo si gioca buona parte della conversione ecologica.

Il tempo è ora

Molti si aspettano che, se e quando l’emergenza covid-19 sarà finita, la gente si precipiti nei negozi, dai concessionari e nelle agenzie per un’abbuffata di beni e spese superflue di cui si è dovuta privare per tanto tempo. Ma temono che l’insicurezza creata da questa incursione dell’imprevisto nelle nostre vite la trattenga da quei comportamenti, che sono indispensabili per “sostenere la domanda” e tenere in vita il sistema. Perché molti e molte altre, dopo l’iniziale assalto ai supermercati, hanno sperimentato lo spavento che provocano tante città deserte e spettrali e l’angoscia di non sapere come uscirne; ma anche i benefici di un regime di sobrietà: capiscono che si può vivere bene con l’essenziale, o poco più; disporre di più tempo per sé e per gli altri, dare spazio alla solidarietà e, se e quando potrà tornare in strada, avere aria pulita, ritmi meno frenetici e spazi

sgombri per incontrarsi. 

Sembra un confronto impari, viste le armate di cui dispongono i burattinai del consumo superfluo a fronte delle “voci nel deserto” di chi lavora per un altro mondo possibile. Però, gli economisti al servizio di quei burattinai non prendono mai in considerazione la crisi climatica e ambientale in corso: per loro non c’era prima del coronavirus, non c’è adesso, non ci sarà nemmeno dopo. E anche se c’è, il problema resta il Pil. Mentre per coloro che pensano a un altro mondo possibile la sobrietà che covid-19 ha introdotto nelle nostre esistenze prefigura un diverso regime di vita, che permetta a tutti di ridurre gli sprechi e le ingiustizie indotte dai consumi superflui: condizione indispensabile per salvare la vita umana sul pianeta Terra.

Questi opposti approcci interpellano tutti e hanno un riscontro nel conflitto riesploso in molte fabbriche dove gli operai vengono “precettati” per continuare a lavorare in ambienti senza sufficienti difese sanitarie, a produrre cose non indispensabili, mentre tutti gli altri sono confinati nelle loro case, in parte a lavorare on line (che non sempre è un vantaggio, soprattutto per le donne), in parte a riposare sul divano e a riflettere sul mondo e la vita: cosa assai più utile e gradevole che continuare a faticare in produzioni destinate prima o dopo a bloccarsi per la rottura di una catena delle forniture ormai globale, o a rimanere in magazzino perché i mercati di sbocco non le assorbiranno più al ritmo di prima. Una situazione che caratterizzerà il futuro dell’industria anche dopo il coronavirus a causa dei disastri che la crisi climatica continuerà a generare. Così, il  calo della domanda dovuto a scelte di sobrietà, o anche solo di prudenza, ben si combina con una riduzione dell’offerta di beni senza più sbocchi di mercato; a meno di una conversione di alcune o molte fabbriche alla produzione di beni utili: come avviene oggi con i presidi e le apparecchiature medicali che il paese aveva rinunciato a produrre mentre tagliava i fondi al servizio sanitario nazionale; e domani con le tante cose che potrebbero permettere a tutti di vivere bene senza distruggere la Terra. Le frettolose riconversioni di oggi per produrre mascherine e respiratori dimostrano che, con una domanda pubblica adeguata, il sistema produttivo potrebbe imboccare un’altra strada (cominciando col non produrre più armi); a condizione che ai lavoratori “in esubero”, in attesa di nuovi impieghi, venga garantito un reddito; per poi redistribuire il lavoro tra tutti e ridurre gli orari e i ritmi forsennati di ora. Una prospettiva che la stasi di oggi rende realistica se promossa almeno a livello europeo.

Ma le fabbriche dove gli operai vengono comandati a infettarsi per produrre merci senza futuro – e a infettare poi le loro famiglie e i loro vicini – non sono l’unico focolaio potenziale di contagio: ai confini della Fortezza Europa si è andato ammassando un popolo di profughi costretti a vivere in condizioni feroci di indigenza, insalubrità e pericolo, premessa certa di una apocalittica diffusione del virus. Mentre al di qua di quei confini, ammassati nei Lager delle isole greche o cacciati per strada dalla cancellazione della protezione umanitaria e dei centri di accoglienza voluta da Salvini (e conservata dal governo Conte 2) c’è un altro popolo di senza dimora, sufficiente a vanificare tutte le misure di reclusione domiciliare con cui in Italia e nel resto dell’Europa si cerca di arginare la diffusione di un virus che non conosce confini.

Se i profughi che da anni premono ai confini dell’Unione europea fossero stati accolti e inseriti un po’ per volta nella società, per lavorare tutti insieme alla conversione ecologica, oggi non ci troveremmo, colpevoli e impotenti, di fronte a un disastro inimmaginabile. Ma forse siamo ancora in tempo: l’Europa ha ormai perso la competizione globale con le altre economie mondiali; ma potrebbe ancora diventare una guida per quel “salto d’epoca” che la crisi climatica impone.

Il dopo comincia ora

Il covid-19 aggredisce i polmoni, blocca il respiro, uccide soffocando, chiude in casa quelli che non stanno ancora male. I suoi epicentri (la pianura Padana, la provincia dell’Hubei, il NordReno-Westfalia) sembrano essere territori con la massima concentrazione di inquinanti nell’aria, dove la gente ha respirato male per anni. Sono quelli che ora le foto dai satelliti ci mostrano liberati dalla coltre di particolato e ossidi di azoto che li nascondeva: infatti anche a Milano l’aria è più pulita; il traffico si è spento, rumore e congestione sono scomparsi. Gli esseri umani soffocano, ma la Terra respira. Prova evidente di un’inimicizia a lungo coltivata.

L’emergenza coronavirus è una sciagura. Il male peggiore viene senz’altro dal nostro confinamento forzato in casa, vissuto come un’imposizione: l’interruzione della socialità fondata sull’incontro, che i collegamenti web non possono certo sostituire. In secondo luogo, ma solo perché colpisce un numero minore di persone, viene la perdita del posto di lavoro (e del reddito) o la minaccia di perderlo. Poi, e sempre e solo per il minor numero di persone colpite, il cinico oblio degli esclusi: di chi deve continuare ad andare al lavoro benché la sua produzione sia necessaria, perché il padrone lo vuole e il Pil lo esige; di chi non può rinchiudersi in casa perché non ce l’ha; di chi non ha nemmeno più il permesso di stare per strada perché Salvini gli ha tolto la protezione umanitaria e nessuno ha voluto restituirgliela. Sono tutti potenziali e pericolosi focolai di infezione, innanzitutto per loro, ma tali da vanificare gran parte delle prescrizioni imposte anche a tutti gli altri.

Poi ci sono le cose positive, che bisogna valorizzare: una esplosione di solidarietà, in particolare verso gli anziani (proprio quelli che i tagli alla sanità condannano a morire con la selezione che si svolge alle porte degli ospedali); poi l’aria pulita, il silenzio, le strade senza auto che restituiscono alla città connotati umani; i tempi di vita rallentati, lo spazio per tornare a riflettere e pensare. E anche l’eclisse, su web e TV, degli odiatori seriali e dei loro pronubi. Ma soprattutto, la scoperta, per tutti, della fragilità di un sistema che traeva la sua forza dalla pretesa di essere insostituibile: There is no alternative.

Ora tutti cominciano a parlare del dopo, di quando l’emergenza sarà finita. Ma l’emergenza non finirà più. Questa, cioè quella del coronavirus, non è in gran parte che una delle tante manifestazioni di un’emergenza ben maggiore che ci attanaglia da tempo: quella climatica e ambientale, che non verrà certo meno con la scomparsa (definitiva?) di questa pandemia. Ne arriveranno altre, o magari anche la stessa, mai veramente debellata, mentre scioglimento dei ghiacci, incendi di foreste, liberazione del metano (insieme a miliardi di batteri sconosciuti) dal permafrost, innalzamento del mare, uragani, alluvioni, siccità e desertificazione continueranno per la loro strada. Senza conseguenze su produzioni e Pil?

Le tante manifestazioni della crisi climatica non faranno che moltiplicare le rotture delle forniture e la dissoluzione di molti mercati di questa economia globalizzata; non tutte le fabbriche e non tutti gli uffici (fornitori di servizi “immateriali”) riprenderanno il lavoro; disoccupazione, precariato e mancanza di reddito sono destinati ad aggravarsi e la maggior parte delle istituzioni, dall’Unione europea ai Comuni, ne usciranno ancor più screditate di ora: la loro inerzia (il “Tutto deve continuare come prima”) è tanto  più oltraggiosa quanto minore è la loro distanza dalla vita quotidiana dei loro cittadini e delle loro cittadine. Il disorientamento è destinato a crescere per tutti; anche per l’establishment, che già da tempo ha mostrato di aver perso molte delle sue certezze. Si sta creando, un vuoto gigantesco di pensiero e di prospettive, che potrà essere colmato o dal fascismo del XXI secolo, in veste di sovranismo; oppure dalla mobilitazione per un futuro riconciliato con clima e ambiente, se questa prospettiva saprà tradursi in un progetto concreto e soprattutto unitario. Ma non è cosa che possa essere rimandata solo al dopo, a quando potremo finalmente uscire dalle nostre case e tornare a incontrarci, a discutere faccia a faccia, a manifestare, a lottare.  Anche perché, come dimostra la vicenda del decreto Salvini, gli uomini al potere si affezionano molto alle misure che limitano le libertà, e cercheranno di conservarne quante più possibili.

Dunque, non c’è un “dopo”; quel futuro comincia ora o mai più. L’emergenza ha mostrato a tutti che le nostre vite possono cambiare radicalmente in pochi giorni, e non solo in peggio; per molti versi anche in meglio. Quel meglio dobbiamo saperlo raccogliere, valorizzare e sviluppare ora, dando alle nostre esistenze nuove fondamenta: che sono la riconciliazione degli esseri umani con la Terra, della vita quotidiana con il resto del vivente, del lavoro con l’ambiente, delle produzioni, materiali e immateriali, con la dignità che spetta a chi le produce, a chi le usa, a chi ne subisce le conseguenze. Se non ora, quando?

Prepariamoci alla normalità

Quando si ritornerà alla normalità? Ma la normalità è questa: quella delle misure dell’emergenza coronavirus. Quella che invece abbiamo conosciuta negli ultimi decenni (e anche prima) non era “normalità”, ma una immane deviazione da come sarebbero dovute andare le cose.

Nell’emergenza coronavirus ci sono cose inaccettabili se dovessero durare, che dobbiamo adoperarci per aggirare o superare al più presto (senza mettere in pericolo l’incolumità nostra o altrui): sono le misure che limitano o cancellano gli incontri di ogni tipo, la dimensione sociale – fisica e non virtuale – delle nostre esistenze, quella che fa di noi degli esseri politici, ma anche la perdita di lavoro e di reddito per chi campa del proprio lavoro. Ma ci sono anche cose che dobbiamo imparare ad apprezzare: l’aria pulita, il cielo stellato, parchi e giardini pieni di gente di tutte le età, medici e infermieri che si adoperano per te. E poi la riduzione del traffico, dell’inquinamento, degli acquisti inutili, delle attività superflue, dei ritmi di lavoro insostenibili, del turismo compulsivo, delle crociere (la maggiore fonte di infezione!), dei grandi eventi, dei viaggi d’affari e di tante altre cose che sono arrivate di conseguenza.

Usiamo quest’occasione per discernere vantaggi e svantaggi di questo tempo e per studiare come salvaguardare e sviluppare i primi e neutralizzare e superare gli altri. Perché, quando l’emergenza coronavirus sarà finita, ci ritroveremo in mezzo a un’altra emergenza, ben maggiore, quella climatica e ambientale, che in realtà ha preceduto e in parte forse anche causato l’altra, tanto da essere dichiarata ben prima, anche in molte sedi ufficiali. Ma senza che a questa dichiarazione facessero seguito scelte e decisioni corrispondenti: “la nostra casa brucia”, ripete Greta, “e voi continuate a pensare ai vostri affari come se l’incendio dovesse spegnersi da solo”.

Il coronavirus ci insegna che emergenza vuol dire cambiare abitudini, cambiare comportamenti, cambiare vita. E soprattutto che se non vogliamo subire solo scelte fatte da altri, queste cose dobbiamo imparare a farle tutti insieme, a condividere le decisioni e a imporle a chi non vuole saperne. Per la salvezza di tutti.

Non siamo in grado di valutare la misura del colpo che il coronavirus assesterà all’economia italiana e a quella mondiale. Ma sarà ingente, a riprova della fragilità di un assetto che esibisce invece ogni giorno la potenza planetaria della finanza – e di chi la controlla – per cercare di convincerci che nulla può o deve veramente cambiare (Tina: there is non alternative). E ci chiameranno a ricostruire quel mondo, quel panorama sociale, quello stesso spettacolo che il coronavirus avrà temporaneamente alterato o interrotto.

Ma a quel punto l’emergenza climatica e ambientale, che intanto continua a crescere, si ripresenterà sulla scena – in realtà non se ne è mai allontanata – con una forza cento volte superiore a quella del coronavirus. Che però, oggi e domani, ci dà l’occasione di prepararci ad affrontarla con la consapevolezza che le alternative ci sono: una vita più sobria, lavori meno frenetici, la riconquista di tempo da dedicare a noi e alle nostre relazioni, pause per riflettere sul senso delle nostre esistenze, ma soprattutto un ambiente meno soffocato e soffocante, con meno smog, meno veleni, meno rumori, meno ferraglia per le strade, meno spettacoli degradanti, soprattutto sulla scena della “vita politica”.

Una, anzi molte ragioni in più, per non fare più guerre: sia a coloro che cercano la salvezza nei nostri paesi (segno evidente che il coronavirus non ha comunque reso le nostre terre e le nostre vite peggiori di quelle da cui tanti profughi sono stati costretti a fuggire), sia nei tanti paesi da cui, anche e soprattutto con il nostro stile di vita e la nostra indifferenza, li stiamo costringendo a fuggire.

Ai confini dell’orrore

L’Europa, scrivono i giornali mainstream, non può reggere l’afflusso di un altro milione di profughi come quello del 2015. Ma nessuno si chiede perché la Turchia (un’economia emergente, ma in piena crisi) dovrebbe invece poter reggere quello di 3,5 milioni? Perché è, e solo perché è – questa è la risposta – una dittatura mascherata da democrazia autoritaria. Una dittatura di cui l’Unione europea ha bisogno per tenere in piedi le sue politiche di respingimento; come, su un altro fronte, ha bisogno di affidarne la gestione alle bande dei predoni libici con cui si è alleata. In entrambi i casi, mettendosi nelle loro mani: il “ricatto” di Erdogan, che minaccia, e in parte attua, una politica di “liberi tutti”, è cominciato fin dal giorno della firma del famigerato accordo del 2016 con una Commissione europea perfettamente consapevole delle conseguenze: accettare senza fiatare la feroce repressione dei curdi, dentro e fuori i confini nazionali della Turchia, la presenza militare turca a Tripoli, in difesa del similgoverno con cui l’Italia ha siglato l’accordo sul respingimento dei “suoi” profughi, il sostegno accordato da Erdogan alle milizie jijadiste (altro che lotta al terrorismo!) e la sua occupazione di mezzo Mediterraneo per estrarne petrolio e gas, mentre Italia ed Europa continuano a vendergli armi (la Turchia è pur sempre membro della Nato) e a prestargli soldati per farle funzionare. D’altronde il commercio con la Turchia è florido, la sua manodopera costa poco, soprattutto quando è fatta di bambini dei profughi. Finché le cose vanno così, dunque, una vera resa dei conti non ci sarà; solo “scaramucce” a spese di decine di migliaia di disperati (la “materia prima” non manca) per ricordare all’Europa chi ha il coltello dalla parte del manico.

Intanto, dall’altra parte del confine greco-turco, l’Europa sta facendo mostra della crudeltà e del cinismo sottesi alle sue politiche migratorie. A fare orrore non sono solo le condizioni, peggio che bestiali, a cui condanna i profughi accatastati nelle isole del mare Egeo; né la mano libera lasciata dalla polizia greca ai nazisti di Alba Dorata nelle aggressioni a profughi e volontari; né lo schieramento di soldati, milizie e filo spinato lungo i confini di terra; bensì il fatto che la Presidente della Commissione europea, in visita a quei confini, osservati da un elicottero come si fa con la zona di una catastrofe naturale, abbia definito la Grecia e le sue politiche migratorie “scudo d’Europa”, quasi a predisporre una seconda linea di contenimento, se quella turca dovesse cedere. E infatti, alla faccia dell’austerità, per ora abbandonata solo a parole, l’Unione con la sua agenzia Frontex ora destinano alla Grecia, dopo averla messa alla fame dalla ferocia e dell’ingordigia delle sue politiche economiche, centinaia di milioni e un’intera flotta per rafforzare la difesa dei suoi confini. La politica sovranista, in realtà razzista e ferocemente autoritaria, si è impossessata della governance dell’Unione attraverso il cavallo di Troia delle politiche di respingimento, senza guardare alle conseguenze. C’è un popolo, oggi di centinaia di migliaia di disperati, ma destinato a crescere proprio a causa delle guerre e della crisi climatica scatenate dai governi e dagli interessi economici dei paesi che non li vogliono accogliere, che si accalca ai loro confini: gente che non poteva restare né può tornare, per molti anni ancora, nel paese da cui è fuggita; non può restare nel paese dove l’ha portata finora la sua fuga, che sia la Turchia, la Bosnia, la Croazia o la Libia; non può entrare nei paesi che costituiscono la sua meta e che ovunque viene respinta, maltrattata, attanagliata da fame, freddo e disperazione. Per tutti loro, e per quelli che li seguiranno – questo è il messaggio – non c’è più posto su questa Terra. La conseguenza, che nessuno vuole guardare in faccia, ma che presto si presenterà ai nostri occhi, è che devono essere eliminati. Si prospetta all’orizzonte, con sempre maggior concretezza, una “soluzione finale”, non più affidata a strutture industriali come quelle dei campi di sterminio nazisti, ma, per ora, alla mera decisione di ignorarne le vittime designate.

Fermare questa deriva è sempre più difficile, ma è ora che tutti si rendano conto di quanto è andata avanti in questi anni, di quale sia il suo esito obbligato e, soprattutto, del fatto che la ferocia verso “l’altro” è destinata a ripercuotersi contro di noi. Perché tutti, e anche noi, possiamo scoprirci “l’altro”: innanzitutto per chi già oggi ci governa o ci domina. Per questo dobbiamo concepire, oggi, per poi prospettare, perseguire e realizzare domani, una vera alternativa. Che non può che partire dal presupposto che in Europa ci può e deve essere posto per tutti (come c’è stato posto “per tutti” dalla fine della Seconda guerra mondiale alla crisi del 2008, quando gli Stati forti dell’Europa, con una diversa politica economica e sociale, assorbivano oltre un milione di migranti all’anno). Prendendo coscienza del fatto che un’accoglienza e un inserimento sociale e lavorativo dignitosi, nel quadro di una radicale conversione ecologica degli assetti economici, sono premessa e condizione indispensabile anche di una politica di pacificazione e risanamento dei paesi da cui tanti hanno dovuto fuggire e dove molti di loro non sognano altro che di poter fare ritorno.

Niente sarà più come prima

La mobilitazione martellante e scomposta di politici e media contro il coronavirus ricorda Pierino e il lupo: che cosa mai si potrà fare per comunicare una vera emergenza, quando la crisi climatica alle porte comincerà a mordere veramente sulle nostre vite (come già sta facendo su quelle di milioni di altri esseri umani), ora che tutti vedono che il lupo non c’è, o non è un lupo? Quello che si vede nell’immediato è solo una corsa a misure estreme per non sentirsi scavalcati da chi pretende che si faccia ancora “di più”: è il meccanismo di una competizione politica che ha perso la bussola del vero o presunto “bene comune”. Vuoi chiudere i porti? E io chiudo gli aeroporti. Vuoi chiudere le moschee? E io chiudo le chiese. Così si fanno idiozie come tenere aperti i bar all’ora del cappuccino e chiuderli all’ora dello spritz. Ai medici viene tolta la parola; a Burioni no.

Molti però, tra cui Marco Bersani e Giorgio Agamben, vedono in queste misure una prova o una tappa di avvicinamento allo stato di eccezione; a un controllo sistematico di tutte le nostre attività quotidiane. E’ vero: le misure colpiscono quasi solo luoghi e momenti di aggregazione: spettacoli; bar e caffè del “dopolavoro”; riunioni, assemblee e manifestazioni; l’ufficio, quando si può disperdere tutti nel telelavoro: ciascuno a casa sua! Tutte condizioni favorevoli all’affermazione di un dominio autoritario. Questa mezza quarantena, che non tocca il lavoro in fabbrica, le code ai supermercati, gli assembramenti nelle stazioni o sui mezzi pubblici, le cene di Salvini, tutte occasioni massime di contagio, è in linea con le tendenze di fondo dei processi in corso: chiusura sistematica di tutti i centri di aggregazione – di donne, di giovani, di richiedenti asilo, di attivisti – e, soprattutto, leggi contro i migranti e le lotte sociali, tese a trasformare l’Europa in una fortezza chiusa verso l’esterno, ma anche in una caserma ben disciplinata all’interno, dove dissenso e conflitto sono fuorilegge. E’ così che le destre (in sintonia, ancorché negata, con gli establishment di centro e di sinistra, consapevoli o meno che ne siano) si preparano ad affrontare con la forza delle armi le conseguenze della crisi climatica: le migrazioni di massa nel e dal resto del mondo, e le lotte contro lo sconquasso delle condizioni di vita e di lavoro e territori all’interno di ogni paese. Continuando a spremere gas e petrolio dal ventre della Terra e a pompare CO2 nell’aria.

Ma, per non limitarsi a un’ovvia denuncia, proviamo a trasformare questa ilarotragedia in un’occasione di crescita e autoformazione per tutti. Perché, in ultima analisi, le misure imposte, per quanto in parte ridicole e in parte eccessive, spezzano l’ordinario andamento delle nostre esistenze, ci fanno capire che da un momento all’altro possiamo entrare veramente in “emergenza”; una condizione che, per chi l’ha dichiarata o ha preteso che venisse dichiarata nei confronti della crisi climatica e ambientale, dovrebbe essere norma, consapevolezza che da ora in poi niente potrà più scorrere come prima. Una condizione in cui molti sono già stati gettati dalla precarietà del lavoro o della vita; e molti altri da qualche evento estremo che li ha cacciati dalle loro case. Ma che per tutti dovrebbe significare “abituarsi a fare a meno delle proprie abitudini”. Perché la crisi climatica e ambientale le sconvolgerà tutte; e per tutti da ora in poi e, volenti o nolenti, sempre più spesso, le cose cambieranno in peggio: il “tempo che fa” non sarà più prevedibile, e a volte nemmeno sopportabile; il lavoro potrebbe mancare perché i mercati che lo sorreggevano si dileguano; i negozi e i supermercati non saranno sempre pieni e a molte cose dovremo rinunciare; potremo ritrovarci senza auto o senza benzina, o con i treni che fanno anche sette ore di ritardo; la luce potrà non accendersi più tutti i giorni, l’acqua non scorrere più dal rubinetto per ore, le case rimanere al freddo, le vacanze sfumare perché gli aerei non partono più; e le malattie da virus ignoti moltiplicarsi. E a tutte queste cose dovremo trovare rimedio insieme a coloro che le patiscono con noi. Ma soprattutto dobbiamo anticiparle, individuando, percorrendo e imponendo nuove strade, perché se aspettiamo che a farlo siano coloro che ci governano, che continuano a pensare solo a Tav, Tap, Olimpiadi e nuovi stadi, mentre “la nostra casa brucia”, finiremo bruciati con lei. E’ un inganno sostenere che la vita potrà continuare come prima, perché basta “rendere sostenibile” lo sviluppo (del Pil). Lasciamo perdere il Pil e guardiamo alle cose: di sviluppo non ce n’è più da tempo, né per noi né per il resto del mondo, se non per un manipolo sempre più ristretto di Signori della Terra (e della finanza) che tengono in pugno i nostri destini. Non ci sarà conversione ecologica, né del sistema né delle nostre vite, se non ci rendiamo innanzitutto conto che, come scrive Naomi Klein, That changes everything: niente sarà più come prima.

Fate l’amore non fate la guerra

“Fate l’amore non la guerra”: un motto che aveva accompagnato molti di noi, quelli ormai entrati nella terza o quarta età, negli anni della nostra adolescenza e in quelli dell’ingresso nella lotta politica e nel ruolo sociale che ci eravamo scelto. La guerra contro cui ci battevamo era quella in Vietnam – allora, e ancora adesso, esempio di come una mobilitazione mondiale fosse riuscita a neutralizzare quello che già allora era il più potente esercito del mondo. Quanto all’amore, all You need is love! Quel motto non aveva soltanto legittimato la “rivoluzione sessuale” degli anni ’60, cioè la liberazione dai tabù che assillavano i nostri genitori, che su di essi avevano costruito o validato codici che facevano della famiglia tradizionale il fondamento di tutta l’edificio gerarchico della società. Era stata anche la scoperta di un amore più largo, che andava al di là delle coppie più o meno temporanee che da allora si sarebbero formate e sciolte con una certa frequenza; la scoperta dei legami liberamente costituiti che formano una comunità nell’unità di intenti che ci accomunava nelle lotte: prima all’Università e nelle scuole, poi nell’incontro cercato e non sempre riuscito con gli operai delle fabbriche, poi nei “quartieri”, o territori, in cui molti si sarebbero accampati e persino nella prima fase della formazione dei “gruppi”, la cui rivalità avrebbe poi finito per introdurre anche tra noi il veleno della competizione. Ma non c’è dubbio che senza quel “fate l’amore”, che era anche, e in misura non secondaria, incontro sessuale, la nostra storia, e quella di un’intera generazione, avrebbe preso un’altra strada.

Queste riflessioni tornano in mente leggendo che Tobias Rathjen, il razzista di Hanau che ha ucciso 11 persone nella sua guerra personale (che personale non è) contro gli “stranieri” che non si possono più espellere, e che quindi vano eliminati – come da lui stesso dichiarato in un video-testamento – non aveva più rapporti con una donna da 18 anni; e, si può immaginare, neanche con un uomo (una situazione analoga credo sia stata vissuta da Anders Brevik, lo stragista razzista svedese, o da Brenton Tarrant, suo emulo in Australia). Per questo – forse soprattutto per questo – Tobias Rathjen si era votato alla guerra contro gli stranieri. Violenza, guerra, razzismo e maschilismo qui si intrecciano con evidenza: i “rapporti con una donna” che Tobias Rathjen non aveva più, o non ha mai avuto, non sono quelli che nascono da una libera scelta che accompagna il “fare l’amore”; in uno come lui sarebbero stati comunque improntati a feroce volontà di dominio e a violenza di genere: quella stessa che oggi spinge tanti maschi “privati”, dalla sua libera scelta, del rapporto con la loro partner, a sopprimere. Maschilismo, razzismo, odio e violenza si intrecciano nella comune rivendicazione del possesso: il possesso di una donna, un “principio” che la cultura femminista, dove ha operato, ha dissolto o sta dissolvendo; e il possesso di una “patria”, di una terra di elezione, di una identità etnica fasulla, che fanno dire a molti “questa è casa mia”; e che la presenza di tanti stranieri e l’afflusso di nuovi profughi mettono in discussione, spingendo verso posizioni politiche e pratiche escludenti che sfociano in razzismo e a volte culminano in scelte stragiste.

Per anni il femminismo ha cercato di insegnare ai maschi, con alterno successo, l’educazione dei sentimenti e la cura dei rapporti personali; ma da tempo ha ormai dispiegato, per chi si è messo in ascolto, la potenza di una critica del patriarcato, cioè del possesso (in termini giuridici, proprietà: “il terribile diritto” per Cesare Beccaria e Stefano Rodotà). Possesso innanzitutto di una donna – o di molte donne – e dominio sulla loro prerogativa di generare la vita; ma, su questo modello, possesso e dominio di tutto ciò che esiste: dei figli, della casa, del suolo, del vivente, dell’ambiente, della Terra. Femminismo ed ecologia, rigetto del patriarcato e rifiuto dell’incuria per l’ambiente in cui viviamo si sono così saldati in una “cultura” che ci ha costretto a rivedere molti degli schemi a cui ci eravamo affidati e che oggi rappresenta la parte più viva delle prospettive di rinnovamento a nostra disposizione: l’unica in grado di affrontare alla radice il compito immane della conversione ecologica che la crisi climatica e ambientale ci impone. Ma è una cultura che si radica nella ricomposizione di un rapporto paritario e condiviso tra uomo e donna; quel rapporto che, come già notava Marx, è l’epitome di tutti i rapporti sociali che attraversano società e storia.

Il fondamentalismo islamista sfociato nel terrorismo ha reso evidente con le sue efferatezze come la vera posta in gioco di quella sua violenza sia la riconquista del potere dell’uomo sulla donna, messo in forse dal diffondersi del femminismo o dalla minaccia della sua diffusione. Ma anche nelle nostre culture, dove l’aspirazione al dominio nei rapporti di genere assume spesso le vesti della pornografia e del marketing pubblicitario piuttosto che quello di un controllo diretto, gli ingredienti che legano violenza e maschilismo si ritrovano tutti. E se la sconfitta del terrorismo islamista non può che passare attraverso una grande rivolta delle donne di cultura islamica, altrettanto succede da noi, dove solo il sostegno e la partecipazione al processo di dissoluzione delle radici più profonde del patriarcato potrà mettere in grado tutti, uomini e donne, di venire a capo delle dilaganti pulsioni razziste.