Francesco alla resa dei conti

Non sono le lotte di potere all’interno del Vaticano a mettere in forse l’autorità di Papa Francesco, ma il suo tentativo di prospettare una svolta radicale per mettere l’umanità al riparo dalla crisi climatica e ambientale che incombe sulle nostre vite. L’enciclica Laudato sì aveva aperto un orizzonte di comprensione e di senso fondato sull’interconnessione e la continuità tra l’essere umano e i cicli geologici e biologici che reggono la vita sul nostro pianeta: siamo fatti tutti della stessa materia. Ma il degrado dell’ambiente colpisce soprattutto i poveri della Terra, i più esposti alle sue conseguenze. Giustizia sociale – riequilibrio tra chi ha troppo e chi troppo poco – e giustizia ambientale – salvaguardia degli ecosistemi – sono inscindibili e i più interessati alla salvaguardia della “casa comune” sono i poveri, gli sfruttati, gli oppressi. Dentro questo orizzonte, in cui la crisi ambientale e climatica resta lo sfondo senza il quale non è possibile cogliere le ragioni e l’urgenza di un radicale sovvertimento del nostro modo di stare al mondo, la nuova enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti, mette a fuoco la necessità di sovvertire i rapporti social vigenti.

La risposta alla crisi sono la fratellanza e la solidarietà: che non sono solo sentimenti, o atteggiamenti, o comportamenti, ma un vero e proprio sistema sociale fondato sulla condivisione dei beni della Terra, che si contrappone frontalmente al sistema sociale vigente – Francesco nomina e condanna esplicitamente il “neoliberismo” – fondato su quel principio di competizione universale che chiamiamo “pensiero unico”. “I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune – scrive Francesco – vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni… in uno scontro di interessi che ci pone tutti contro tutti, dove vincere viene ad essere sinonimo di distruggere”. Tanto che “il rischio di vivere proteggendoci gli uni dagli altri, vedendo gli altri come concorrenti o nemici pericolosi, si trasferisce al rapporto con i popoli”.

Di contro, “Solidarietà è una parola che… esprime molto più che alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei

diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari». Queste affermazioni sono tratte dal discorso ai partecipanti al primo incontro mondiale dei movimenti popolari (Roma, 28 ottobre 2014). Fratelli tutti è in gran parte un compendio di citazioni di precedenti interventi di Francesco (o di altri pontefici e autorità della chiesa, per legittimarne le affermazioni): ciò che rende spesso il testo ridondante, lontano dalla chiarezza cristallina della Laudato sì. La contrapposizione tra i due opposti modelli sociali mette in discussione la funzione sociale della proprietà: “Nei primi secoli della fede cristiana – ricorda Francesco – diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati. Ciò conduceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro». Come pure queste parole di San Gregorio Magno: «Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene»”.

E’ indubbio che in queste citazioni risuoni l’adagio di Proudhon: “La proprietà è un furto”. Ma, mentre i “giornaloni” hanno cercato di coprire con una cortina di silenzio la radicalità di queste affermazioni, la hanno invece colta perfettamente molti commentatori reazionari e malevoli come, per esempio, su La Verità, Marcello Veneziani: che accusa l’enciclica di “comunismo” (che novità! Ma è un reato?) e Ettore Gotti Tedeschi (già banchiere del Vaticano) che assegna addirittura al “vero” San Francesco il ruolo di inventore della meritocrazia. Ma papa Francesco sa benissimo a che cosa sarebbe andato incontro; e per ribadire che “Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale»” chiama in causa anche papa Woitila. Sicché “il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati… «chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti»”. In altre parole, la Terra è un “bene comune” a cui tutti debbono poter

accedere; in particolare, ciò che indigna più di ogni altra cosa Marcello Veneziani, i profughi e i migranti: “Possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo”.

Francesco, a differenza di tutti gli altri potenti al comando della Terra, ha capito e cerca di spiegare che non si può affrontare la crisi in corso senza un rovesciamento radicale dei principi che reggono il sistema. Altro che sviluppo sostenibile!

Quanto costa l’apocalisse?

Ho frequentato l’analisi costi benefici (ACB) in misura sufficiente a vedere come si fanno “venir fuori” i risultati desiderati: specie quando, caso molto frequente, a pagarla è il promotore del progetto; ma anche quando l’“ente terzo” che la effettua si dimostra sensibile alle pressioni politiche (cioè, in tutti gli altri casi). Il risultato dipende dalle “assunzioni” (cioè dai fattori che vengono presi in considerazione e dal metodo per dar loro un prezzo fittizio), ma, soprattutto, dagli elementi su cui si “soprassiede”. Non che l’ACB sia inutile: spesso serve a “fare ordine” in progetti scritti con i piedi e a volte anche a modificarne qualche aspetto secondario; ma a liquidarli senza remissione, mai. Questo vale anche per l’ACB del TAV Torino-Lione condotta dallo staff di Marco Ponti: il risultato è sì negativo, ma le assunzioni sul volume di traffico che il Tav potrà attrarre sono decisamente sovradimensionate. D’altronde, con progetti che hanno tempi di realizzazione così lunghi si dovrebbe prendere in considerazione gli sviluppi futuri della crisi ambientale e climatica; e lì non ve n’è traccia.

Se ne parla invece nelle considerazioni con cui Marco Ponti e Francesco Ramelli polemizzano con un testo in cui Stefano Caserini definisce illusoria l’idea di un’”auto non inquinante” (Micromega n. 4-2020 e blog 28.7.2020). Non entro nel merito della contesa. Sono un nemico giurato dell’auto privata tanto quanto Marco Ponti è un sostenitore senza se e senza ma del trasporto su gomma. Noto soltanto che per stabilire quanto sia inquinante un’auto Ponti e Ramelli si limitano a prenderne in considerazione le emissioni allo scarico, mentre è accertato che fino all’85 per cento del particolato prodotto dal traffico è dovuto all’attrito degli pneumatici e dei freni (fonte, tra le altre, la società inglese Emissions Analytics). Quindi, anche se tutte le auto fossero elettriche poco cambierebbe. Poi, in perfetto stile ACB, Ponti e Ramelli traducono l’inquinamento in denaro per concludere che tra un’auto Euro0 e una Euro6 il costo dell’inquinamento (da scarichi) scende da 3,04 a 0,14 centesimi di euro al km, (- 88%). Come parlare ancora di inquinamento?

Ponti insiste quindi su un refrain che gli è caro: il trasporto pubblico è sovvenzionato in perdita; il trasporto privato invece “sovvenziona” lo Stato con le accise sui combustibili, senza le quali nessun bilancio pubblico sopravviverebbe: viva l’auto! In realtà l’auto è l’industria più sovvenzionata del mondo (rottamazioni, finanziamenti alla ricerca, contributi a fondo perduto agli investimenti). Ma anche qui tutto dipende dalle assunzioni: ci sono costi di cui bisogna decidere da che parte stanno: quella del trasporto pubblico o quella dell’auto privata? Per esempio, una metropolitana sotterranea (centinaia di milioni di € a chilometro) non è forse un pedaggio che il trasporto pubblico paga per lasciare le strade libere al trasporto privato? E il parcheggio a bordo strada (su entrambi i lati) è o non è un regalo di spazio pubblico agli automobilisti, pagato dai contribuenti? E il restringimento della carreggiata e il rallentamento del traffico che esso comporta non sono forse costi, in termini di consumi, usura e utilizzo dei mezzi pubblici, di perdita di tempo – quanto vale quello dei passeggeri? – imputabili al traffico privato? Che poi completa l’opera con l’intasamento della carreggiata residua: nei giorni di blocco del traffico i mezzi pubblici viaggiano a una velocità commerciale tripla; con la stessa quantità di mezzi, autisti e combustibile (meno stop and go) strade urbane sgombre moltiplicherebbero per tre la capacità del TPL (Trasporto pubblico urbano) attuale. Ma sono la costruzione di strade e autostrade (grandi attrattori di traffico incrementale, cioè promozione dell’auto), le loro dimensioni a misura di automobile e lo sprawl (dispersione urbana) che ne consegue a comportare dei costi astronomici mai considerati. Tutto dipende infatti dalle assunzioni…

Poi, alla fine del loro articolo, giunti al nodo dei cambiamenti climatici, Ponti e Ramelli cedono la parola al premio Nobel William Nordhaus, che “stima i costi del cambiamento climatico per un aumento della temperatura di 3°C pari al 2,1% del PIL mondiale”. In questo confortato dall’IPCC (il gruppo di scienziati che si occupano per conto dell’ONU di studiare i cambiamenti climatici) che, in uno scenario BAU (businness as usual), prevedono un aumento della temperatura globale di 3,66°C al 2100 (più del doppio della linea invalicabile indicata altrove dall’IPCC stesso) e una perdita di PIL del 2,6%: niente.

Si tratta di uno scenario che include inabitabilità di una parte consistente del pianeta per eccessivo caldo o per innalzamento del livello dei mari di un metro, ma forse 3; scioglimento irreversibile di ghiacciai, Groenlandia, calotte polari e permafrost siberiano; moltiplicazione di eventi meteo estremi; proliferazione di pandemie e centinaia di milioni di abitanti della Terra costretti a migrare. Da accogliere in Europa e negli altri paesi temperati con i mezzi utilizzati con i profughi che già oggi tentano la traversata dei confini in Messico, Libia, Turchia o Myanmar. Ma il PIL, tutto sommato, perderebbe poco. Anche se quest’anno, con solo “un po’” di covid, è già diminuito di tre volte tanto. Ecco dove ci porta l’ACB, la traduzione delle assunzioni in prezzi fittizi, moneta sonante.

Finalmente bocciato il TAV e il partito del PIL

Il 16 giugno la Corte dei conti dell’Unione Europea ha bocciato il progetto del Tav Torino-Lione: sballato (cioè falso) il preventivo dei costi, quasi raddoppiati rispetto al progetto iniziale; sballati i tempi di realizzazione (doveva essere completato nel 2015; ora nel 2029; ma non era nemmeno iniziato alla prima data né potrà essere completato alla seconda); sballate le previsioni di merci e passeggeri (cosa che fa del progetto un pozzo senza fondo); sballati soprattutto i benefici ambientali vantati: se le merci da trasportare fossero quelle (false) ipotizzate, si andrebbe in pari con le emissioni climalteranti solo al 2050; ma se fossero anche solo la metà i tempi di recupero raddoppiano.

Niente di nuovo: si sapeva già tutto. Lo sta mettendo in chiaro da ormai 30 anni, mano a mano che il progetto cambia e si precisa, il movimento NoTav della Valsusa, sostenuto da incontestabili pareri tecnici di gran parte dei trasportisti italiani; ma anche dalla Corte dei conti francese e perfino dalla bislacca analisi costi-benefici del prof. Marco Ponti, che pure era basata su assunzioni molto favorevoli al progetto, benché difficilmente sostenibili. Insieme al Tav Torino Lione la Cote ha bocciato sei (compreso il traforo del Brennero) degli otto progetti analizzati, tutti relativi al programma Ten-T (i cosiddetti “corridoi europei”) varato quasi trent’anni fa, contestualmente al trattato di Maastricht, e mandati avanti nonostante che sull’intero programma pesassero sempre nuovi pareri negativi.

Ma fra tutti, per la Corte, il progetto più negativo è proprio il Tav Torino-Lione. Prova evidente che la Commissione europea non si preoccupa se i soldi che distribuisce vengono sprecati. Ma non solo la Commissione. Neanche i paesi cosiddetti “frugali” (ma frugali solo a spese altrui, e da cui si è sfilata da poco la Germania), quelli che hanno mandato a fondo la Grecia e ora minacciano di farlo con l’Italia, e che pretendendo di controllare euro per euro i conti dei paesi che vogliono sottoposti alla loro sorveglianza, hanno mai trovato niente da ridire sullo spreco gigantesco rappresentato dal progetto del Tav Torino-Lione, che va avanti solo grazie ai soldi promessi dalla Commissione. Perché?

Perché in difesa e a sostegno di quel progetto sciagurato si è consolidato in Italia tutto il cosiddetto “partito del Pil”, che va dai sindacati confederali alle destre di Salvini, Meloni e Berlusconi, passando per Confindustria e “madamine SiTav”, ma che ha il suo pilastro portante nel Pd piemontese e nazionale; e che ha propri referenti anche all’estero, nelle associazioni industriali e nelle maggioranze di governo di quasi tutti i paesi dell’Unione. Viva le Grandi opere, anche se inutili e dannose; viva i Grandi eventi, anche se lasciano dietro di sé solo macerie e contribuiscono ad accelerare la catastrofe climatica e ambientale. Perché Grandi opere e Grandi eventi “fanno Pil”, anche se a spese dell’ambiente, delle comunità locali e del welfare nazionale. Non c’è altro modo di promuovere il “loro” sviluppo.

Ora l’Unione europea ha promosso un green deal, variamente intrecciato con i fondi per far fronte alla stasi produttiva del Covid-19. Che farne? Il partito del Pil ha pronta la risposta: Grandi opere! Tunnel, stazioni sotterranee, alta velocità, là dove non ci sono nemmeno i treni per trasportare pendolari e prodotti agricoli, autostrade per incrementare il traffico (anche se l’industria automobilistica langue e languirà per anni; o per sempre), porti per cargo che non navigano più da ben prima della pandemia, nuovi aeroporti anche se il traffico aereo è fermo e farlo riprendere vuol dire far precipitare la crisi climatica; e, naturalmente, Olimpiadi (invernali), anche se quelle estive di Tokyo sono andate a rotoli, trascinando con sé metà del paese. Non manca nemmeno il Ponte sullo Stretto!

Tanto il partito del Pil è sicuro di sé che, a suo nome, durante l’incontro di villa Pamphili, il nuovo presidente di Confindustria non si è nemmeno dilungato a illustrare il “loro” programma per la fase 3. Si è limitato a battere cassa: l’intendenza, cioè i “progetti”, la Grandi opere, seguiranno…

Mancavano a quell’incontro – con l’eccezione di un rappresentante (incatenato) delle centinaia di migliaia di misconosciuti e maltrattati lavoratori migranti, su cui l’azienda Italia ha costruito le sue (scarse) fortune – le forze con cui il partito del Pil, e non solo quello italiano, dovrà fare i conti non appena si riapriranno le piazze: innanzitutto il movimento NoTav dalla Valsusa e tutti i movimenti che in esso si riconoscono; poi i rappresentanti dei milioni di giovani di Fridays for future che non intendono farsi rubare il futuro da programmi così sciagurati; poi le donne di nonunadimeno, che hanno in mente ben altro: la cura della Terra; poi la voce di Francesco, che essendo un papa non ha al suo seguito divisioni corazzate, ma miglia di associazioni di laici e credenti impegnate anch’esse nella cura della casa comune. La partita è aperta.

Olimpiadi: la grande abbuffata a spese della Terra

La regola imprescindibile (“Non c’è alternativa”, diceva Margaret Thatcher e dopo di lei lo hanno ripetuto e continuano a ripeterlo quasi tutti i governanti del mondo) dell’organizzazione sociale del pianeta in cui viviamo è la “crescita”: l’aumento, anno dopo anno, del Prodotto interno lordo, detto PIL, il vero totem della nostra epoca, senza il quale quell’organizzazione sociale non sta in piedi. La crescita è grosso modo quella cosa che Karl Marx chiamava “accumulazione del capitale”: una regola a cui nessun capitalista può sottrarsi e di cui nessuna società che affidi al mercato la sua sopravvivenza può fare a meno.

Da tempo, cioè da quando la produzione di beni materiali attraverso la trasformazione di materie prime estratte o sottratte alla Terra non risulta più sufficiente a garantire al capitale quel surplus – i profitti – che consente all’accumulazione di procedere per la sua strada, ha preso piede la produzione di “beni immateriali”. Che proprio immateriali non sono, perché per essere prodotti e venduti hanno bisogno di pesanti supporti materiali, spesso rinvenuti direttamente nel patrimonio offerto dal “mondo naturale”, o da una eredità storica, che venivano per lo più considerati, fino a quando la privatizzazione di tutto non se ne è appropriata, “beni comuni”.

Tra le forme di questo accaparramento il turismo, inteso come settore o attività economica, occupa oggi nel mondo il primo posto. Per anni e anni è stato considerato e riproposto dagli ambientalisti meno avveduti come un’alternativa “light”, leggera, all’industria tradizionale e ai suoi pesanti impatti ambientali. Solo da qualche tempo abbiamo cominciato ad accorgerci che il turismo è ormai la maggiore industria del mondo: quella che fa più fatturato, che genera più occupazione, che coinvolge più “consumatori” e, soprattutto, che ha gli impatti ambientali più devastanti. Il motivo del ritardo con cui si è preso atto di questo dato è il carattere diffuso, frammentato e apparentemente decentrato del settore, nonostante che anche qui a reggerne le fila siano per lo più poche centrali finanziarie che ne “orientano” i grandi flussi. Ma è soprattutto il fatto che il turismo “muove” e alimenta la domanda per un grande numero di altri settori “vitali”, apparentemente indipendenti: l’edilizia (alberghi e seconde case), i voli aerei, l’automobile (a cui molti non rinunciano solo per poter “fare le vacanze”), la nautica da diporto, le crociere e connessa cantieristica, il settore delle costruzioni (strade, autostrade, porti e aeroporti – Grandi opere), la pubblicità, e altro ancora.

Ma da tempo anche l’ordinario sfruttamento dei siti turistici (mare, montagna, laghi, monumenti storici, città d’arte, luoghi di particolare valore paesaggistico o naturalistico) non basta più. La loro capacità di carico è stata superata, avviandone il deterioramento; per ravvivarli come attrattori è necessario attivare degli stimoli, che per lo più vengono individuati nell’organizzazione di un grande evento.

Le politiche di supporto allo sviluppo – cioè alla “crescita”, cioè all’accumulazione del capitale – sono sempre di più affidate alle ricadute, vere o presunte, di un grande evento: un’esposizione universale, o un summit politico o diplomatico che “muove decine di migliaia di persone, per ospitare le quali si apprestano attrezzature sceniche che costano miliardi. Esemplare, in Italia, il caso del G8 dell’allora capo della Protezione civile Bertolaso, localizzato prima alla Maddalena e poi all’Aquila, duplicando tanti grandi impianti “a perdere”. Il grande evento può essere anche un grande concerto, o un evento sportivo. Sintomatico, da questo punto di vista, il fatto che l’economia ormai stagnante del Giappone stesse cercando nelle Olimpiadi del 2020 l’occasione di quel rilancio che la sua industria manufatturiera non è più in grado di assicurargli e che la pandemia di covid19 ha per ora rimandato o forse stroncato.

E infatti, nel vasto settore dei “Grandi eventi”, quelli sportivi –formula 1, motociclismo, vela, o campionati degli sport più seguiti: calcio, tennis, nuoto, sci, atletica leggera – con il loro circo ambulante di atleti, allenatori, organizzatori, sponsor, giornalisti, tifosi, ma anche macchine, barche e attrezzature varie, con relativi addetti – occupano un posto privilegiato. E tra questi alle Olimpiadi spetta indubbiamente un primato perché coinvolgono tutti gli Stati del mondo e perché  si svolgono solo ogni quattro anni (ma quelle invernali le hanno moltiplicate per due, e le Paraolimpiadi, riservate ad atleti con disabilità, per quattro).

E tra queste molteplici Olimpiadi, quelle invernali, in programma in Italia per il 2026, ci permettono di osservare da vicino questa vera e propria “matriosca”, in cui ogni singolo evento si incastra entro un orizzonte più ampio, fino a raggiungere l’arcano degli arcani. A farci capire cioè che cosa intendono gli uomini che ci governano, dalle istituzioni dello Stato come dai consigli di amministrazione di imprese, grandi gruppi e banche, per “crescita”: la regola fondamentale del sistema economico che ci impongono.

Proviamo a ricordare la scomposta manifestazione di tronfia esultanza di alcuni esponenti di questo mondo, nella fattispecie, il sindaco di Milano Sala e i governatori della Lombardia e del Veneto, Fontana e Zaia, all’annuncio di aver “vinto” – perché sostanzialmente senza concorrenti, visto che tutti gli altri candidati, tranne uno, si erano prudentemente sfilati dalla gara – l’assegnazione a Milano e Cortina delle suddette Olimpiadi. Una vittoria celebrata da tutti i grandi media italiani, giornali e TV, nonché da un immenso cartello luminoso acceso al centro di Milano.

Per contestualizzare questa stupida vittoria va ricordato che pochi giorni prima, esattamente un anno fa, il Consiglio Comunale di Milano, con la benedizione del sindaco Sala, ma per iniziativa del movimento Fridays for Future, aveva approvato una pubblica dichiarazione di emergenza climatica e ambientale (DECA). Il che, tradotto in linguaggio comprensibile, significa che mancavano – mancano – solo pochi anni, circa 10, al momento in cui, senza drastici interventi di contenimento, sarebbero diventati irreversibili i devastanti cambiamenti climatici in corso. Cambiamenti che tutti avevamo già avuto modo di osservare nelle molte manifestazioni di fenomeni metereologici estremi che avevano colpito sia l’Italia che il resto del mondo, e che nei mesi seguenti si sarebbero susseguiti, fino a rinchiuderci tutti nelle nostre case per cercare di sventare la diffusione di una pandemia che è anch’essa un prodotto della crisi ambientale.

Bene, cioè male. Non c’è probabilmente manifestazione di insipienza, ma anche di irresponsabilità, maggiore di questa: lanciarsi in un’avventura dal pesante impatto ambientale, che si svolgerà tutta su neve prodotta artificialmente, dato che la crisi climatica non fornisce più neve naturale in quantità sufficiente a fare delle gare (e ne fornirà sempre meno), invece di dedicare tutte le energie e le risorse finanziarie, intellettuali e umane disponibili (e per ora sarebbero ancora tante!) a mettere in campo soluzioni per far fronte ai disastri che quella dichiarazione di emergenza climatica e ambientale non fa che annunciare.

Ma le Olimpiadi, come aveva candidamente dichiarato pochi giorni dopo il Presidente del CONI, sono solo un’occasione per costruire a più non posso – a beneficio di chi lo fa, ma soprattutto di un’organizzazione mondiale dei giochi olimpici completamente privatizzata e in mano a un manipolo di gangster – edifici e impianti “a perdere”: cioè da demolire o abbandonare subito dopo, o da “manutenere” a spese delle casse cittadine senza poterli utilizzare, come avevano ampiamente dimostrato le Olimpiadi invernali di Torino del 2006. Ma quell’entusiasmo beota avrebbe poi trovato una puntuale conferma, pochi mesi dopo, quando a scoppio della pandemia covid-19 ormai accertato, il sindaco di Milano, insieme a quello di Bergamo, due delle città più seriamente colpite dal virus e dai decessi di medici, infermieri e pazienti, hanno voluto farsi vedere da tutti i loro concittadini mentre li invitavano, aperitivo alla mano, a continuare sulla strada che avevano tracciato: “Milano non si ferma” aveva detto uno. “Bergamo is running”, Bergamo corre, gli aveva fatto eco l’altro. Verso dove? Verso il disastro.

Un disastro che sindaci e governatori si stanno adoperando in ogni modo per accelerare, così come il governo centrale – che in piena esplosione della pandemia è riuscito a stanziare un miliardo di euro per finanziare un “evento” così devastante. Che forse non si terrà mai, perché i danni prodotti dalla crisi climatica di qui al 2026 rischiano di avere il sopravvento, come già il covid-19 ha imposto il rinvio (a quando?) delle Olimpiadi in Giappone.

E non va certo a loro discolpa il fatto che tutto l’establishment mondiale si sia comportato finora – e probabilmente intenda continuare a comportarsi – in modo non dissimile. Non hanno altro per la testa e questo è il segno maggiore che se vogliamo sottrarci a una catastrofe che mette in forse la sopravvivenza della specie umana sulla Terra dobbiamo licenziare in massa questi nostri governanti. A sostituirli devono essere le nuove generazioni, quelle a cui la crisi climatica e ambientale sta letteralmente rubando il futuro e soprattutto i rappresentanti di questa loro consapevolezza, che ritroviamo nel movimento Fridays for Future e nel suo simbolo, incarnato da Greta Thumberg.

Quanto sia andato avanti il degrado della montagna che dovrebbe fare da teatro delle Olimpiadi del 2026 ce lo mostra una rapida osservazione di uno dei personaggi che hanno avuto l’occasione di assistere a quelle svoltesi nello stesso luogo settant’anni prima, già allora contro il sentire e l’opinione dei cittadini di Cortina d’Ampezzo: “Quando le Olimpiadi Invernali si svolsero a Cortina eravamo nel 1956. Nel 2026 le Olimpiadi Invernali a Cortina si svolgerebbero esattamente settant’anni dopo, con “costi ambientali” e “costi economici” che sono diventati insostenibili: più gare, più atleti, più discipline, più impianti grandi e impattanti, più traffico, più infrastrutture, più consumo di suolo e cementificazione, più spettatori, più caos, più inquinamento. E’ imbarazzante l’esultanza multipartitica dei politici che in Italia fanno parte del “consociativo” Partito Trasversale del Cemento, specie se la confrontiamo con il “no alle Olimpiadi” espresso con un referendum dalla popolazione di Calgary (Canada), dalla popolazione di Innsbruck (Austria), dalla popolazione di Sion (Svizzera ) o con le esitazioni del governo svedese e della Stiria (Austria) che hanno finito per favorire l’unica candidatura rimasta, quella di  Cortina. Nel 1956 Cortina e la Valle del Boite erano zone lussureggianti, ricoperte di boschi, attraversate da acque limpide e lente. Cortina e i paesi della Val Boite erano popolati e accerchiati da tanto verde e da tanto paesaggio. Quando si svolsero i giochi olimpici c’era la ferrovia delle Dolomiti che da Calalzo conduceva a Cortina, con una mobilità lenta che univa i paesi e offriva al viaggiatore panorami mozzafiato. Oggi tutto il comprensorio, dopo settant’anni di un processo “antropico” e “urbanistico” avvenuto all’insegna della “cementificazione selvaggia” e della “rendita immobiliare”, è perennemente a rischio “ambientale” e “demografico”.

“Rischio ambientale”, di natura idrogeologica, perché le colate di fango e detriti ad ogni acquazzone si ripetono nei centri abitati della valle. “Rischio demografico” perché il modello consumistico della vacanza come “status symbol” ha privilegiato Cortina, provocando un lento abbandono dei paesi considerati minori, ritenuti dal turismo d’élite ostacoli da superare rapidamente per raggiungere la meta paradisiaca e mondana della Perla delle Dolomiti.

Una svolta radicale: istruzioni per l’uso

E’ disponibile in anteprima nel formato e-book e sarà in libreria dal 28 maggio il libro Niente di questo mondo ci risulta indifferente a cura di Daniela Padoan (304 pagine, Interno4 Edizioni). Il libro è il risultato del lavoro svolto nel corso di più di un anno dall’associazione milanese Laudato sì. Questo libro esce a cinque anni esatti dalla divulgazione di quell’importantissimo documento. Il titolo è tratto da una frase dell’enciclica di papa Francesco a cui l’associazione si ispira.

In quell’enciclica, come nel lavoro dell’associazione, il tema dei rifiuti o, meglio, degli scarti, occupa un posto centrale. Da un lato gli scarti materiali, che sono il risultato di un approccio alla produzione che si estrinseca in una economia lineare: prelievo di risorse vergini, sia rinnovabili che non rinnovabili, dall’ambiente; loro trasformazione in beni di consumo o mezzi di produzione; generazione di scarti sia nel corso della produzione che a conclusione del ciclo di consumo, per “riconsegnarli” all’ambiente in forme e con modalità che non ne consentono né l’inserimento in un nuovo ciclo produttivo (riciclo) né l’inclusione in un nuovo ciclo biologico senza pregiudicare l’equilibrio degli ecosistemi. Il degrado ambientale e l’inquinamento sempre meno sostenibile sono la conseguenza diretta dell’economia lineare, a cui Francesco contrappone – ma ormai, a livello di enunciazione, sono tutti d’accordo, tranne poi non prendere alcun impegno pratico per tradurla in realtà – i principi di un’economia circolare, che riduca drasticamente i prelievi di risorse vergini ed elimini gli scarti, perché, come fa la natura con i suoi cicli vitali, alimenta ogni nuovo processo produttivo con i residui di quelli precedenti.

La produzione di scarti non si limita alla dimensione materiale dei processi produttivi, ma investe anche i rapporti sociali: chi si abitua a sbarazzarsi delle cose che non gli servono più senza preoccuparsi di accompagnarle verso processi che ne consentano la rigenerazione finisce per adottare lo stesso comportamento verso gli esseri umani, sia in campo economico che nelle relazioni e persino nelle amicizie più strette. Coloro che non ci servono più, o che non sono più di alcuna utilità pratica, sia come produttori che come consumatori, per il funzionamento del sistema economico sono anch’essi scarti: “rifiuti umani”, residui sociali, ingombri di cui sbarazzarsi nel più breve tempo possibile e al più basso costo possibile, in quelle discariche dell’umanità che sono le tante forme di emarginazione a cui vengono condannate persone, comunità o intere popolazioni considerate superflue. Tra questi due processi il legame è strettissimo: a pagare maggiormente i costi del degrado dell’ambiente sono coloro che l’economia lineare ha messo ai margini dei suoi processi.

Ho deciso di recensire questo libro, nonostante abbia contribuito alla sua stesura insieme a decine di altri co-autori, perché lo ritengo uno strumento di grande utilità per il lavoro di divulgazione in cui è impegnata l’associazione di cui faccio parte: in esso si abbozzano alcune risposte (le più importanti) non solo ai grandi problemi della nostra epoca, ma anche a molti altri, di apparente minore importanza, con cui i primi si intersecano. Senza questo intreccio tra il grande e il piccolo, tra l’alto e il basso, tra il fondamentale e il minuto, non si costruisce una prassi, cioè non si ritrova il bandolo di ciò che veramente conta né si riesce a risalire da ciò che è alla nostra portata (il locale) a ciò che riguarda tutti: il globale.

Questa convinzione mi viene dalla consapevolezza – che credo di condividere con tutti i co-autori di questo testo – che la strada verso questo modo di rapportarsi al nostro tempo è già stata aperta dall’enciclica Laudato sì di papa Francesco, che ne ha focalizzato i principi portanti e che fa da sottofondo a tutti i paragrafi in cui si articola il libro. Si tratta, per riportare a una formulazione semplice un ragionamento ricco di articolazioni, di profondità e di spessore, di due assunti di fondo tra loro strettamente connessi.

Il primo asserisce che a subire maggiormente i danni del degrado dell’ambiente sono i poveri della Terra: nel duplice risvolto di classi, gruppi e individui che si trovano al fondo della piramide sociale in ogni paese e di abitanti dei paesi segnati per sempre dalla dominazione coloniale nei confronti di chi di questa ha in vario modo tratto beneficio o lo trae tuttora. I primi, relegati nei quartieri e nelle zone più inquinate e meno fornite di servizi pubblici delle città; tutti gli altri negli slum delle metropoli di paesi mai veramente usciti dalla sostanza di una condizione coloniale, in territori devastati e impoveriti dal saccheggio delle loro risorse e dagli effetti dei cambiamenti climatici ormai in corso da tempo. In termini “geopolitici” sono da un alto gli abitanti dei paesi industrializzati o emergenti e dall’altro quelli di territori e nazioni che non si possono più chiamare né “sottosviluppati”, né “in via di sviluppo”, perché è ormai appurato che la loro storia coloniale e post-coloniale li ha in realtà condannati all’esclusione crescente e permanente dai benefici che abitanti di altre nazioni possono aver tratto da ciò che ha accompagnato per alcuni secoli la “civiltà industriale” e il dominio coloniale. Di fatto, però, ogni paese del pianeta ha ormai al suo interno – per ricorrere a un’espressione ormai in disuso – il suo “Terzo Mondo”, così come in ogni paese c’è chi beneficia dei tanti processi di esclusione dei più.

Sono dunque i poveri della Terra, in questa duplice accezione, che hanno un vitale interesse a salvare l’ambiente per salvare se stessi. Non c’è per loro prospettiva di emancipazione se non facendo propri gli obiettivi di una radicale conversione ecologica – un’espressione introdotta da Alex Langer oltre 25 anni fa, ripresa con convinzione da questa enciclica – di tutto l’assetto sociale ed economico in cui è ormai immersa l’intera specie umana. Giustizia sociale e giustizia ambientale, rispetto di tutta la vita sulla Terra e salvaguardia dei diritti fondamentali di ogni essere umano non possono procedere disgiunti: sono la stessa cosa.

Questo ci introduce al secondo assunto fondamentale che attraversa  l’enciclica e che, come il primo, è un filo conduttore di tutta l’articolazione dei temi sviluppati in questo testo: la Terra, il pianeta su cui e dei cui frutti viviamo, il “creato” – per usare il termine a cui fa principalmente riferimento l’enciclica – non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo alla Terra. Alla sua salvaguardia è indissolubilmente legato il destino della nostra specie, ma anche quello di ciascun individuo, come quello di tutto il vivente – di ogni essere animale o vegetale, anche il più apparentemente insignificante, come sottolinea papa Francesco – ciascuno dei quali ha una propria dignità, che deve essere rispettata anche quando decidiamo di potercene o dovercene servire.

Viene così sanzionata la fine di una visione antropocentrica che dagli esordi delle civiltà e con poche eccezioni – molte delle quali ancora vive tra le popolazioni native meno toccate da influenze “civilizzatrici” di matrice occidentale – ci ha condotti fino all’epoca attuale. Molti le attribuiscono ormai la denominazione di antropocene, perché è la stessa struttura geologica del pianeta, oltre alla corsa all’estinzione di decine di migliaia di specie viventi, a risultare ormai fondamentalmente determinate dall’intervento umano.

Si tratta di una strada senza sbocchi, che negli ultimi decenni ha subito un’accelerazione che ci ha già sospinti sull’orlo di un baratro da cui potrebbe non esserci più ritorno e che l’enciclica, come nessun altro documento politico al mondo, denuncia con la determinazione di un anatema. Guai a non invertire rotta! Ma come?

Questo “come”, a cui questo libro non pretende certo di dare risposte definitive, ha spinto a costituire e a tenere in vita da ormai cinque anni un’associazione che prende il nome dall’enciclica e da molti più anni, chi individualmente e chi in altre aggregazioni, a dar vita a un processo di elaborazione condivisa: aprendolo ai contributi di un arco molto vario di approcci sia culturali o politici – ma non partitici – sia di “buone pratiche”, fino a sviluppare, per punti e sottopunti, un documento che ha lo scopo di aiutare i lettori a chiarirsi sulla posizione da prendere  nei confronti dei tanti problemi trattati.

Molti di noi nel corso di questo percorso hanno potuto verificare come lo sforzo di collegare con un filo rosso i vari problemi su cui venivamo chiamati a pronunciarci nel corso di dibattiti o confronti – prima svolti in presenza, poi, negli ultimi mesi, solo on line – abbia facilitato enormemente il nostro lavoro di divulgazione, la capacità di capire e farsi capire. Soprattutto se con il termine divulgazione non intendiamo la banalizzazione di una questione, ma lo sforzo per portare allo scoperto il modo in cui questioni tecniche o argomenti anche complessi si intersecano con le esperienze della vita quotidiana a cui tutti possono fare riferimento. Basta guarda all’insieme dei capitoli, ciascuno dei quali si articola in 15-20 paragrafi, per rendersi conto della complessità di questo lavoro. Dal 16 maggio e fino al 28 maggio, Niente di questo mondo ci risulta indifferente, a cura di Daniela Padoan (304 pagine, Interno4 Edizioni) è in vendita promozionale, in formato e-book, al prezzo di soli 4,45 euro. Dal 28, in formato cartaceo, costerà tre volte tanto. Chi è interessato può affrettarsi a ordinarlo e scaricarlo su Ibs, Feltrinelli, Mondadori e Amazon


Fase 2: riconsiderare il lavoro

La “fase 2”, messa all’ordine del giorno nel corso delle ultime settimane non riguarda tanto “l’uscita”, ancora lontana, dalla pandemia, quanto il “rilancio” dell’economia, che altro non è se non il ritorno a una normalità “potenziata”.  Potenziata per recuperare il tempo perduto: non quello di Proust, ma quello dal PIL. Più produzione, più sfruttamento, più precarietà – cioè mancanza di prospettive e di futuro – per tutti, più debito, più diseguaglianze tra ricchi e poveri, più emarginazione di chi è rimasto indietro, più respingimenti di chi non dobbiamo vedere tra noi (per poterli sfruttare meglio), più indifferenza verso le “vite di scarto”.

Tutto ciò mette al centro la concezione che i “padroni” della politica e dell’economia hanno del lavoro, che è la vera posta in gioco di questo rilancio, ma anche la necessità di una sua riconsiderazione radicale, per molti di noi alla luce dei principi che ci sono stati trasmessi dell’enciclica Laudato sì.

Per secoli, o millenni, il lavoro è stato considerato una condanna, associata a una condizione servile – o di vera e propria schiavitù – solo metaforicamente sublimata in alcune sue versioni bucoliche o agresti. La vita “vera” era da sempre quella che dal lavoro era esentata, o perché dedicata al culto o alla guerra, o perché incentrata sul proprio perfezionamento: una condizione che il latino esprimeva con il termine otium, il cui opposto – negotium – non conteneva alcun riferimento alla fatica o alla sofferenza di ciò che noi chiamiamo lavoro, ma solo a traffici e affari di ordine sia politico che commerciale. D’altronde nella radice del termine travail, presente in varie versioni in molti idiomi neolatini, c’è un riferimento a uno strumento di tortura caro all’Inquisizione (tri-palium: tre pali).

Ma con l’avvento del capitalismo e l’eradicazione degli addetti al lavoro dal loro contesto di vita, per trasferirli nell’ambiente artificiale della fabbrica, il lavoro è stato progressivamente associato all’aumento della produttività generato da questo nuovo ambiente: in una parola, allo “sviluppo delle forze produttive”. E a questo processo, sia Marx e le diverse versioni politiche e culturali che da lui hanno preso le mosse, sia, in un secondo tempo, la tradizione del cattolicesimo democratico, a partire dall’enciclica Rerum Novarum, e persino la cultura liberal-liberista, hanno sostanzialmente, seppure in forme diverse, affidato l’emancipazione dallo sfruttamento, o la conquista della propria dignità, o la realizzazione di una piena cittadinanza.

La Costituzione italiana, d’altronde, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica, è uno dei tanti eredi di questa visione. Si era con ciò equiparato, o confuso, il lavoro con le lotte per il miglioramento delle retribuzioni o delle condizioni lavorative o dei diritti dei lavoratori, attribuendo tout-court al primo il senso e la “dignità” che spettava alle seconde. Ma non per caso, né per sbaglio: la potenza del lavoro industrializzato, cioè lo sviluppo delle forze produttive, sono stati a lungo e vengono tuttora considerati condizione ineludibile della emancipazione dei lavoratori.

Che cosa quel lavoro produce o contribuisce a produrre passa in secondo piano rispetto al suo potenziale emancipatorio. Ma oggi, non solo alla luce della pandemia, ma a quella della crisi climatica e ambientale che la precede, che in gran parte l’ha provocata, e che è destinata a protrarsi ben al di là dell’eradicazione della malattia, un atteggiamento “agnostico” nei confronti del lavoro non è più possibile. Il “ritorno al lavoro” per chi – non tutti – l’ha dovuto interrompere, alla sua “normalità”, è il ritorno a un assetto dei processi produttivi che porta l’umanità, e non solo essa, all’estinzione. La “dignità” dell’homo faber non può più essere affidata alla sua capacità di dominare e di trasformare la natura e alla potenza con cui lo fa; diventa indispensabile collegarla alle conseguenze di quello che fa, alla misura in cui contribuisce alla cura della Terra o alla sua rovina. Non ci può più essere una “dignità del lavoro” – spesso invocata, peraltro, da chi ne è a vario titolo esentato, o spaccia per lavoro i suoi traffici – se non in quelle attività che contribuiscono alla tutela o alla rigenerazione dell’ambiente o alla lotta per la conversione ecologica delle produzioni e delle attività in cui siamo tutti, chi più e chi meno, costretti a impegnarci per campare. La dignità del lavoro può risiedere solo nella cura della Terra.

Mano a mano che il lavoro astratto e retribuito andava separandosi dal suo contesto di vita – sia nella modalità del lavoro salariato che in quella di lavoro “autonomo”, tra cui oggi va rapidamente dileguandosi ogni soluzione di continuità – si andava concretizzando anche una riorganizzazione delle attività legate alla riproduzione. Oggi queste sono genericamente ricondotte alla categoria dei lavori di cura, in larga parte non retribuite e per lo più relegate alla componente femminile dei nuclei familiari; essenziali però a che il lavoro retribuito potesse svolgersi secondo i dettami delle attività produttive di merci, cioè di valore di scambio.

Per molto tempo, per i lavori della riproduzione o di cura – il cui ruolo essenziale al funzionamento della società, ma a lungo occultato, è stato portato alla luce dai movimenti femministi – è stata rivendicata una “pari dignità” e una retribuzione adeguata a quelle che venivano riconosciute al lavoro detto produttivo. Si trattava, in altre parole, di sospingere con la lotta il lavoro di cura entro la sfera del lavoro produttivo. Oggi però appare chiaro che il movimento da promuovere è esattamente l’opposto: occorre battersi per trasformare tutto il lavoro produttivo in lavoro di cura della Terra, del vivente, della convivenza umana, della riproduzione della vita. E’ la cura che deve attrarre, accogliere e trasferire entro la propria sfera di senso e di rivalutazione della sua importanza il lavoro detto “produttivo”, realizzando, entro questa trasformazione, quel riequilibrio tra generi e ruoli che lo “sviluppo delle forze produttive” non ha mai saputo e potuto realizzare: un’inversione di campo non da poco.

E’ in questa prospettiva che la rivendicazione di un reddito incondizionato può perdere il suo carattere retributivo – “mi paghi in cambio di qualcosa”, ossia anche solo quelle preziosissime informazioni carpite alla vita di ognuno attraverso la rete – che lo vincola indissolubilmente al paradigma del lavoro salariato, per assumere i connotati di una rivendicazione che coincide con l’appartenenza a un unico genere umano.

La conversione ecologica? Si deve fare

“Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità è il problema”. Cioè, la fine – o la sospensione – dell’emergenza coronavirus (fase 2 e 3) sarà segnata da nuove manifestazioni della ben più grave crisi climatica e ambientale in corso, con un’urgenza che troppi cercano di dimenticare. Ma anche di una inevitabile crisi economica dai connotati impensati.

Certo, le strade torneranno a riempirsi di automobili e smog, perché disservizio e distanziamento riducono drasticamente le capacità del trasporto pubblico attuale; ma c’è qualcuno che può credere che il mercato automobilistico europeo, crollato dell’80 per cento – e a cui l’industria meccanica italiana forniva gran parte dei componenti – possa riprendersi nel giro di qualche mese o di un anno? O che le navi da crociera – principale specializzazione (oltre alle navi da guerra) di Fincantieri – possa ricominciare dopo aver visto quei mostri galleggianti trasformati in prigioni, e anche in tombe, di chi pensava di andare in vacanza? O che, ora che anche H&M abbandona il mercato italiano, la moda – quella di massa, del pret-à-porter, di cui le sfilate di Milano e Firenze non sono che l’appariscente punta dell’iceberg – possa riprendere al ritmo forsennato di prima? O, ancora, che ritorni presto, e alla grande, il turismo internazionale, d’arte o d’affari, quello che “porta valuta” alle casse del paese? O che possa spuntarla l’agroalimentare che – anche e soprattutto per ragioni climatiche – rischia in tutto il mondo una crisi di approvvigionamento che metterà in forse, anche nei paesi più ricchi, la capacità di sfamare i poveri?

L’amara scoperta di quanti verranno richiamati al lavoro o sono stati costretti a non abbandonarlo – a rischio della propria salute e di quella delle loro famiglie – per soddisfare ordini in sospeso sarà quello di ritrovarsi nel giro di pochi mesi in cassa integrazione o senza lavoro; senza nuovi ordini o senza le necessarie forniture; senza clienti e senza soldi. La Grande Iniezione di Liquidità che Governo e – forse – l’UE si apprestano a somministrare per tenere in vita produzioni e attività senza futuro colmerà, per un po’, il vuoto lasciato da committenti insolventi e da clienti svaniti, ma per inabissarsi subito dopo nel buco nero di una “continuità produttiva” di cui sono venute meno le basi. O forse si pensa veramente che la ripresa dei lavori nelle Grandi Opere – Tav Torino-Lione in primis, e poi autostrade, stadi, grattacieli, Olimpiadi, la sanguisuga del Mose, e via dissipando – possa “far ripartire l’Italia” come blateravano le madamine torinesi (e chi se le ricorda più?) che vedono il sacro Gral in una galleria? C’è solo da notare quanto governi di paesi membri dell’UE, tanto tirchi nel concedere a chi è in difficoltà quel sostegno finanziario che dovrebbe stare alla base del patto europeo, si rivelino invece così “di manica larga” nel confermare i finanziamenti della Commissione per opere come il Tav, destinate a farci sprofondare nel nulla.

In realtà l’unico modo per salvare una “continuità” produttiva e occupazionale nella maggior parte delle fabbriche italiane è la loro riconversione ecologica: molti impianti e molte competenze potrebbero esservi applicate in poco tempo e con poco sforzo. Ma quella riconversione non può essere fatta azienda per azienda: in ogni ambito occorre ricostruire o ricomporre intere filiere – di forniture e di sbocchi: una nuova supply chain – e in molti casi far convergere su di esse risorse di interi territori: ci vogliono consapevolezza e coinvolgimento di tutti – management, maestranze, associazionismo, università, governo locale – ma anche regia e, ovviamente, denaro.

Dove sono in gioco lavori pubblici e infrastrutture (i mille piccoli interventi e la messa in sicurezza di territori e comunità, innanzitutto in campo sanitario, in sostituzione delle poche Grandi opere inutili e dannose), occorre restituire capacità di intervento e di spesa ai Comuni, riconvertendo anch’essi con una forte partecipazione e capacità di controllo popolari. 

Dove sono in gioco consumi finali, vanno messi a disposizione della cittadinanza – di ogni azienda, quartiere, condominio, scuola, ente o istituto – gli strumenti per conoscere e valutare, in termini di fattibilità tecnica e di convenienza economica, le proprie potenzialità per partecipare alla transizione ecologica. 

Come? Costituendo, innanzitutto in campo energetico, dei team pluridisciplinari – ingegneri, architetti, economisti, sociologhi – finanziati dai Comuni, singolarmente o in consorzio, reclutandone il personale tra neolaureati e neodiplomati da formare sotto la guida di esperti del ramo, per svolgere – senza oneri sia per i chi ne fa richiesta che per chi non la fa – check-up, progettazione di massima degli interventi, valutazione della loro convenienza economica, individuazione delle fonti di finanziamento e direzione dei lavori, da affidare poi a ditte convenzionate. Interventi analoghi possono essere messi in campo per rivoluzionare il sistema dei trasporti (condivisione dei mezzi e ridisegno di linee, cadenze, orari e mezzi del trasporto pubblico) e per costruire filiere di prossimità in campo agroalimentare. Un’iniziativa che può creare migliaia di posti di lavoro qualificati per giovani e innescare una autentica svolta nei principali ambiti interessati dalla conversione ecologica. Certo, con processi random, senza aspettare “il piano” del New Green Deal del Governo, ma adoperandosi concretamente perché se ne faccia uno.

Che cosa ci insegna la nostra reclusione

Fermi per auto-reclusione coatta nelle nostre case (chi ce l’ha), rimpiangiamo di più il contatto con le altre persone – gli incontri al bar o al mercato, le visite ad amiche e amici, la frequentazione di colleghe e colleghi negli uffici o di compagne e compagni di lavoro (che si devono comunque tenere a distanza di sicurezza) nelle fabbriche dove si è comandati ad andare a lavorare, le conoscenze casuali che si possono fare ovunque, gli amori senza convivenza. E magari anche (qualche) riunione, le assemblee, le manifestazioni, oppure le cose che ci mancano: lo shopping, i vestiti nuovi, i nuovi gadget elettronici, il denaro che non si può spendere, le vacanze e i week-end, la nostra auto là ferma, le mille cose che ci possiamo sempre procurare andandole a comprare quando ci servono o anche no, i piatti di un ristorante o gli aperitivi di un bar, il lavoro che non ti lascia mai il tempo per pensare?

La riproduzione, come  la chiama Francesca Fornerio, che ci fa esseri sociali, o la produzione, quella che i padroni delle nostre vite vorrebbero farci riprendere al più presto, che ci mette a disposizione il cosiddetto “benessere”?

E poi, l’aria pulita, il cielo limpido, le stelle che tornano a brillare (viste dalla finestra o dal balcone di casa), le strade vuote e la vita che torna a invadere l’habitat abbandonato dagli umani, con le file di anatre e anatroccoli che scorrazzano ovunque, i pesci che tornano a vivere nei canali di Venezia, i delfini che giocano davanti a una spiaggia deserta e nella laguna. E soprattutto l’idea, ben documentata da tanti video,  che questo, e altro ancora, sta succedendo anche nel resto del mondo proprio a causa dell’epidemia che ci ha fatto fare un passo indietro obbligandoci alla reclusione.  Tutto questo vale  o no la perdita di una vita frenetica piena di troppi impegni, di continui spostamenti, di traffico, di smog, di rumore, di incazzature, di trame competitive, di rivalse messe in atto o anche solo pensate?

Se ci poniamo, anche solo con il pensiero, fuori dalle mura entro cui ci siamo reclusi, come forse torneremo a poter vivere tra qualche mese, ci ritroviamo davanti agli occhi due ambienti e due “stili di vita”, ma in realtà due modelli di società e di rapporto con il mondo che, nell’essenziale possono essere ridotti a queste alternative: persone o cose? Salute o denaro? Vita o lavoro al primo posto? Natura o consumi smodati? Mai come in questo periodo si può capire che il reddito deve essere sganciato dal lavoro.

Possiamo scegliere? Certo non come se quelle alternative ci venissero presentate come marche diverse di merci esposte sugli scaffali di un supermercato: sappiamo che una di quelle alternative è ormai profondamente incistata nel nostro tran-tran quotidiano. Ha dietro di sé, per alcuni, forse per molti, sicuramente non per tutti, le comodità dell’abitudine e la pigrizia o l’incapacità di pensare ad altro. Ma soprattutto ha dietro di sé un esercito di potenti della Terra e di loro inservienti – praticamente tutti – impegnati a fondo a difendere, insieme ai loro ruoli e ai loro privilegi, i meccanismi che li perpetuano, per loro e per i loro figli.

L’altra alternativa è come sospesa nel vuoto di un pensiero che non trova la strada per farsi concreto, di un razionale che non riesce a diventare reale, di una nostalgia di qualcosa che non ha ancora né un dove né un come.

Ma il coronavirus ha dato a tutti uno scossone. Ha mostrato che la vita di tutti i giorni può piombare dall’oggi al domani in un baratro. Che non c’è nulla di garantito. Che quello che ci succede ora potrebbe ripetersi nuovamente, magari cambiando forma, o durare per sempre, o anche volgere all’ancor peggio: la crisi climatica incombe da tempo su tutti e si fa ogni giorno più pressante. Per cui decidere, farsi interpreti e autori del nostro futuro potrebbe rivelarsi una necessità ineludibile.

La politica, quella vera, che è autogoverno – prima di tutto dei nostri pensieri, poi delle nostre esistenze, ma soprattutto della vita collettiva – comincia da qui: dal conflitto tra le alternative che le vicende del pianeta su cui viviamo ci pone di fronte, che si fa subito conflitto tra le nostre pulsioni e poi tra opposti interessi. Conflitto tra classi, tra basso e alto, base e vertice della piramide sociale.

E’ di questo che non si parla più da tempo, di cui abbiamo disimparato a discutere e di cui dobbiamo recuperare “le parole per dirlo”, ma anche il tono con cui comunicare il nostro sentire. Non c’è solo un “discorso” da fare, ma anche un’esperienza di riconquista di un rapporto con tutto ciò che nel mondo è vita, bellezza, salute e anche “spirito”: un’esperienza che dobbiamo imparare a fare insieme, come bambini che si affacciano alla vita. E dobbiamo farla in compagnia dei ragazzi e delle ragazze che uno dopo l’altra, ma sempre più numerosi – parlo di Fridays for Future – e ormai in tutti i paesi del mondo, si stanno rendendo conto che “non c’è alternativa”. O si cambia il sistema o si muore con esso.

Fase 2 per tornare come prima? No grazie. Conversione ecologica

Il compito, la mission, del neonominato “doctor Wolf” Vittorio Colao e del suo team quasi tutto composto da manager e consulenti della grande industria è chiaro: accelerare il ritorno alla “normalità produttiva”: quella che ci conduce, in allegra compagnia con molti altri paesi, alla catastrofe climatica e ambientale prossima ventura. In gran parte la sua sarà mera opera di copertura, perché più di metà delle fabbriche ha già ripreso o non ha mai smesso di produrre. Ma per chi? E perché?

Per fare fronte a ordini già in corso; o per non perdere le commesse future; o per impedire che ce le porti via un altro; o per dimostrare che si è in grado di rispondere a futuri nuovi ordini, rispondono gli imprenditori. Non importa se si tratta di produzioni essenziali o no; se si vuole evitare una recessione, o ridurne la gravità, tutte le fabbriche sono essenziali. Tutto deve riprendere come prima, a costo di sacrificare salute e vita degli operai, delle loro famiglie, dell’intera comunità. Prima gli italiani? No, prima la produzione, il mercato, il profitto.

Ma proprio le imprese e i settori oggi in prima fila nell’imporre che si lavori costi quel che costi saranno anche, tra non molto, le prime a fare ricorso alla cassa integrazione e a mandare a casa gli operai che oggi costringono a lavorare.

Per la produzione di armi – F35, sottomarini e cannoni – forse il problema non si pone, perché i committenti sono lo Stato, che continuerà a indebitarsi per pagarle, e altri governi, che fino a che l’ultima goccia di petrolio sgorgherà dal sottosuolo ne useranno i proventi per armarsi fino ai denti. Poi, forse, si dovrà ridimensionare anche quel mercato di morte.

Ma chi comprerà le auto del 2020 e del 2021, quando gran parte di quelle prodotte nel 2018 e nel 2019 sono ancora nei piazzali in attesa – a prezzi scontati – di un compratore? E chi mai riuscirà a risollevare in pochi mesi o pochi anni un mercato crollato dell’83%? Certo, con la fine dello lock-down ci sarà una corsa a riprendere in mano il volante: è quello che invitano il sindaco di Milano e quelli come lui, perché sui mezzi pubblici si viaggerà distanziati e loro non intendono potenziare il servizio e organizzare uno scaglionamento degli orari di ingresso e di uscita da fabbriche e scuole. Ma tra riprendere a guidare l’auto vecchia e comprarne una nuova il salto è grande; e non alle viste. E dietro al mercato europeo dell’auto entrerà in crisi gran parte dell’industria meccanica e della siderurgia, imponendo, tra l’altro, ai lavoratori e ai cittadini (liberi e pensanti) di Taranto di trovare quello che in dieci e più anni Governo e sindacati non hanno avuto il coraggio o la capacità di cercare: un’alternativa occupazionale a un’impresa comprata – come tutti sanno – solo per chiuderla e accaparrarsene il mercato.

E la moda? Altro pilastro del cosiddetto “made in Italy”, opera per lo più del lavoro di altri paesi. Molti ci penseranno due volte prima di rinnovare il proprio guardaroba: se ne è accorto anche Armani. E senza una “ricaduta” popolare, l’alta moda delle sfilate rischia la fine di tutte le altre forme di turismo di lusso e dei “Grandi eventi”: fiere, expò, grandi mostre, campionati, grandi gare, olimpiadi. Il Giappone ne ha già avuto un assaggio.

De profundis, quindi, anche per l’aeronautica civile. E anche per le crociere, rivelatesi veri focolai di contagio (e per la cantieristica italiana, in gran parte votata a questo mercato). Ma anche per le vacanze esotiche: l’dea di ritrovarsi in mezzo a un contagio, un incendio, un uragano, una guerra, una rivolta di popolo, impossibilitati a tornare a casa, farà scegliere a molti mete più a portata di mano (e non è detto che sia un male). Reggerà forse il turismo religioso: c’è tanto bisogno di miracoli.

Il problema maggiore riguarda però agricoltura e alimentazione e ha poco a che fare con il coronavirus, ma molto con la crisi idrica, i cambiamenti climatici e la mancanza di manodopera schiava (quella fornita dagli immigrati “clandestini”, da sempre sfruttati, ma ora bloccati). Si rischia una vera e propria crisi alimentare (con supermercati semivuoti; e sarà sempre più difficile importare cibo dall’estero

) che farà capire a tutti che times are a-changing.

Insomma, correre ai ripari non vuol dire massacrare lavoratori e comunità per riattivare le vecchie produzioni, ma mettere in cantiere quelle nuove: impianti per le rinnovabili e l’efficienza energetica, ristrutturazione del già costruito, gestione accurata di risorse e rifiuti, mezzi di trasporto collettivi o condivisi, agricoltura biologica e di prossimità, riassetto idrogeologico dei territori e tutto ciò che è legato alla prevenzione: ce n’è abbastanza per impiegare e riqualificare eserciti di disoccupati. Gli operai delle produzioni “non essenziali” sono i primi a sapere che il loro posto è a rischio; per questo, quando possono, scioperano o si oppongono all’inutile apertura delle loro fabbriche. E se non lo sanno, è perché autorità (anche quelle che hanno dichiarato l’emergenza climatica e ambientale) e sindacati non gli hanno mai detto la verità. Gliela hanno nascosta per paura di dover cambiar tutto, a partire da loro stessi e dal loro ruolo. Ma se non lo fanno loro lo devono fare movimenti come Fridays for future ed Extinction Rebellion. Partendo da scuole e università, oltre che dalle piazze, per coinvolgere di lì famiglie, quartieri, istituzioni e sindacati. Senza mai rinunciare però all’azione diretta, e all’appoggio – non solo per denunciare, ma anche per progettare – dei saperi di scienziati ed esperti. Ce ne sono molti in giro, disoccupati o non valorizzati da chi li impiega, ma desiderosi, se gliene si offre l’occasione, di mettersi al servizio di una vera riconversione. Costruiamo insieme un futuro diverso.

L’unica cura è la conversione ecologica

E’ ormai chiaro che la pandemia di Covid-19 non è che una manifestazione della crisi climatica e ambientale in cui siamo entrati da tempo. Durerà a lungo, in forme intermittenti o permanenti, forse per reviviscenza dello stesso virus, forse per comparsa di virus nuovi. La “normalità” cui dobbiamo abituarci è questa; e in questa normalità, sia ancora dentro che già fuori dai periodi brevi o lunghi di “distanziamento spaziale” (che Jeremy Rifkin prospetta permanente), dobbiamo sviluppare cultura, proposte e strumenti per affrontare l’altra crisi, quella climatica e ambientale. Sembra però che l’economia, “quando tutto sarà finito”, preoccupi anche più della salute: il dibattito si concentra quasi solo su finanza (debito pubblico e privato, eurobond, MES, liquidità) e moneta (helicopter money, certificati fiscali, euro; da cui peraltro quasi più nessuno propone di uscire). Perché la finanza domina e ingloba ormai tutta la vita. Per il resto ci si chiede solo se e quando si tornerà alla normalità (di prima); o se invece si va incontro, per scelta o necessità, a cambiamenti radicali: soprattutto degli “stili di vita”, dei consumi. C’è chi teme, a ragione, che la domanda non riprenda; e chi auspica che covid-19 abbia insegnato a tutti che questo sistema è insostenibile.

Turismo e commercio minuto (ma non la Grande distribuzione, che se ne è avvantaggiata) sembrano le vittime designate della crisi mentre il mondo delle imprese si comporta come se i settori “pesanti” siano destinati a continuare a produrre come prima, addirittura finanziando, in piena pandemia, nuove grandi opere (autostrade, per le olimpiadi invernali del 2026!) e nuovi sommergibili e bombardieri. Così si sforza di tenere le fabbriche aperte, mettendo a rischio vita e salute di operai, famiglie e  vicini: per non interrompere le rispettive catene di sbocchi e forniture.

Ma lo stile di vita non potrà cambiare se ad esso non corrisponderà anche la riconversione dell’apparato produttivo. Vuol dire decidere (in modalità condivise) quali settori tenere in piedi e quali chiudere o riconvertire: questione sempre solo sfiorata, ma nel cui merito nessuno osa, per ora, addentrarsi. Ma bisogna farlo cominciando dalle cose più semplici.

Tutti dicono che il settore sanitario va rafforzato, ponendo fine a tagli e privatizzazioni, finanziando le strutture che si sono dimostrate carenti (tutte), causando migliaia di morti, e dotandole di quegli impianti, presidi e attrezzature che sono mancate. Ma l’asse della sanità va spostato dalla terapia alla prevenzione, il che significa riorganizzarla su basi territoriali diffuse. Lo stesso vale per la protezione civile, che non può più intervenire solo a disastri avvenuti, bensì in modo preventivo, attrezzando ogni territorio con tutti i presidi necessari: epidemia e terremoti, per esempio, sono eventi prevedibili, se non nel tempo, nei possibili sviluppi, di cui non si è mai tenuto conto. Lo stesso vale per l’educazione, che deve essere permanente e riorganizzata su basi diffuse; e per la ricerca, che per essere “democratica” deve misurarsi con i suoi destinatari.

Poi ci sono settori da aprire, potenziare o ristrutturare (energia, efficienza, edilizia abitativa, agricoltura biologica di prossimità, forestazione) che possono assorbire, a tutti i livelli di qualificazione, manodopera “liberata” da settori di cui, alla luce della crisi climatica e ambientale, sono auspicabili ridimensionamento o chiusura. Il primo è quello delle armi e della cantieristica, che in Italia produce solo navi da guerra e da crociera (un “settore” stupido, catastrofico per l’ambiente, rivelatosi grande focolaio di infezioni); poi vengono quelli delle costruzioni (grandi opere) dell’auto, della nautica, della moda, della petrolchimica e relative filiere (tra cui la grande siderurgia, risolvendo per sempre la questione Taranto). Non è un caso che siano proprio quelli dove gli operai comandati al lavoro manifestano, scioperando, la convinzione della loro inutilità, per lo meno rispetto alle esigenze dell’emergenza. Come fanno da tempo le popolazioni dei territori su cui molti di quegli interventi insistono. E’ un’occasione da non perdere: se si cercano i “soggetti”, le forze sociali, le istituzioni da cui può sprigionarsi un progetto di conversione ecologica bisogna partire da questa loro consapevolezza; lavorando per prospettare insieme a loro adeguate garanzie di reddito (quelle che già chiedono ora) e di ricollocazione nei settori da promuovere. D’altronde molti di loro sanno bene che, tranne per l’industria delle armi, cui le commesse non mancano mai, i settori in cui sono impiegati non ritorneranno più ai fasti di prima. Lo confermano ormai molti analisti economici, che ne prevedono un vero crollo. Come non ci tornerà il turismo.

Ma come procedere? Bisogna sostenere questa consapevolezza con l’apporto di team multidisciplinari di esperti che li aiutino a fare un checkout dell’azienda o del contesto per mettere in campo nuovi progetti. A farsene carico dovrebbero essere le amministrazioni municipali. Ovviamente, per ciascuno di essi, bisognerà ricomporre tutta la filiera, e a questo non può provvedere che un potere centrale. Ma lo farà solo se costretto dalla spinta di un’iniziativa dal basso.

C’è infine un settore di cui nessuno parla, che fa in qualche modo da barriera tra i molti – lavoratori e non – che vivono alla base della piramide economica e i pochi che ne reggono le fila. Ed è forse, dopo il turismo, il settore più sviluppato e articolato del mondo: quello del marketing e della pubblicità, vera arma di distrazione di massa per promuovere l’accettazione del mondo com’è. E’ il vero universo della cultura contemporanea, quella che plasma lo spirito di un’epoca e a cui è facile ricondurre una molteplicità di ruoli “creativi”: grafici e copywriter, ma anche artisti e scrittori che ne influenzano lo stile, divulgatori e persuasori che lo diffondono, sociologi e stilisti, attori e indossatrici, e uomini-macchina delle rilevazioni demoscopiche (sempre più concentrate nelle centrali del capitalismo della sorveglianza). La conversione ecologica ha bisogno anche di loro, ma non nei loro ruoli attuali. E il crollo del loro settore potrebbe liberare una massa compressa di creatività diffusa capace di cambiare l’immagine del mondo.