La conversione ecologica è un processo sociale

La terza assemblea nazionale di Fridays for Future Italia si terrà a Sassari il 14 e 15 marzo. Di fronte alla crisi climatica e ambientale che si manifesta in forme sempre più acute e alla finestra temporale sempre più stretta che ci separa dalla irreversibilità, la denuncia di Greta Thunberg ha trovato finora riscontro quasi solo tra una avanguardia di massa delle nuove generazioni, quelle il cui futuro è messo maggiormente a repentaglio: con quattro global strike, Fridays for Future ha già mobilitato oltre sei milioni di giovani e non, e molti di più ne mobiliterà nel prossimo sciopero mondiale del 24 aprile.

Dopo molti colpevoli silenzi i media sono ormai costretti a esibire ogni giorno i danni provocati dalla crisi, ma, a differenza di quello giovanile, il mondo adulto – lavoratori, lavoratrici, disoccupati, donne relegate al lavoro domestico – ma soprattutto l’establishment appaiono paralizzati. Perché mai non vengono adottate le misure che la crisi richiede con quella sollecitudine con cui, per esempio, allo scoppio della Seconda guerra mondiale i paesi attaccati dall’Asse avevano riconvertito in pochi mesi i loro apparati produttivi a scopo bellico? 

Greta, invitata a tutti i principali vertici del mondo, a tutti suona l’allarme. Molti le mostrano benevolenza; altri la dileggiano, ma le risposte di entrambe le parti sono inadeguate o contrarie alle esigenze e alle urgenze messe in luce. Pesano gli interessi legati ai combustibili fossili o alle industrie che ne dipendono, che non sono disposti a cedere i guadagni e il potere che viene loro dall’enorme concentrazione che questo modello di economia richiede. Ma non c’è solo questo.

Molto dipende anche dall’ignoranza. Per esempio, Josep Borrell, responsabile della politica estera dell’Unione europea, chiede ai “giovani” se si rendono conto dei costi insostenibili di quello che pretendono. Per dir loro che non si può fare. Tutto viene buttato in denaro, cosa a cui siamo contrari; vita e sopravvivenza del pianeta non si possono certo “monetizzare”. C’è però da chiedere a Borrell e a quelli come lui se loro si “rendono conto” dei costi comportati dal non agire…

Ma il vero effetto paralizzante nasce dal fatto che nessuno sa veramente che cosa fare per realizzare quella conversione, non solo energetica, ma soprattutto ecologica, necessaria a evitare che si varchi la soglia dell’irreversibilità. Sono la dimensione e la profondità di questa svolta, per lo più solo intuite, ciò che spaventa e paralizza. Ed è a questa paralisi che Fridays for Future deve saper dare una risposta. Non basta più, come fa Greta, il cui contributo alla nostra lotta resterà essenziale, dare l’allarme e dire che “gli scienziati” sanno che cosa bisogna fare, ma che i politici non li ascoltano. Gli scienziati, come i politici, come gli industriali e la finanza, non lo sanno; ma neanche noi lo sappiamo, se non a grandi linee: troppo grandi per diventare operative. E per una ragione semplice: la conversione ecologica non è un fatto solo tecnico; è soprattutto un processo sociale, che deve coinvolgere milioni, e poi miliardi di persone consapevoli e capaci di confrontarsi con il contesto in cui ciascuno vive, studia o lavora.

Fridays for Future deve non solo denunciare il rischio mortale che corriamo e fare pressione su autorità e imprese perché cambino rotta; deve assumersi la responsabilità di misurarsi con le cose da fare. Non certo redigendo piani e programmi dettagliati, bensì lavorando perché queste indicazioni emergano dai contesti sociali in cui e con cui vuole operare: scuole, aziende, quartieri, associazioni, istituzioni. Se aspettiamo che a farlo sia chi ci governa, o i poteri che controllano chi ci governa, la corsa al disastro continuerà tra impegni e vertici inconcludenti. Che fare, allora? Seguiamo la traccia chiara e semplice dei “fratelli maggiori” di Extinction Rebellion: dire la verità, agire subito, convocare gli interessati.

Dire la verità: nessuno dei politici, italiani, europei o mondiali, tranne papa Francesco, ha il coraggio di dire a concittadini, seguaci o elettori quanto sia grave la situazione. Nessuno di loro, se lo dicesse, potrebbe continuare a fare quello che fa e su cui ha costruito la sua carriera. Dovrebbe dire: “da domani si cambia tutto”. Invece abbiamo visto sindaci e Parlamenti dichiarare addirittura l’”emergenza climatica” e poi continuare per la stessa strada, con poche e inconsistenti variazioni.

Agire subito: mettere in campo nuovi progetti richiede tempo, ma quelli in corso che fanno solo danno si possono fermare subito. Però nessuno lo fa: TAV, TAP, metanizzazione della Sardegna, grandi progetti edilizi, Olimpiadi invernali con la neve artificiale, produzione e vendita di armi, fertilizzanti e pesticidi sintetici, è tutto un correre lungo la strada percorsa finora, quella che porta alla catastrofe; un grande spreco di risorse da investire invece nella conversione ecologica.

Convocare gli interessati: nella società esistono, disperse e non valorizzate, risorse intellettuali e morali, competenze tecniche ed esperienze associative, diponibilità a lavorare, passo dopo passo, alla promozione delle tante iniziative da sviluppare: individuandole con un confronto collettivo; poi definendole con l’aiuto di tecnici ed esperti; poi rivendicandole; e poi battendosi per imporle, farle finanziare, realizzarle. Si comincia mettendo insieme su basi volontarie scuola per scuola, azienda per azienda, territorio per territorio, studenti, lavoratori, tecnici, manager, associazioni e politici disposti a impegnarsi su questa strada. All’inizio saranno pochi, e potrà sembrare un tentativo velleitario; ma mano a mano che la crisi climatica prenderà a mordere (non tarderà a farlo) queste aggregazioni, se saranno in campo, si riveleranno niente altro che l’embrione della governance di un’impresa del tutto nuova: l’unica in grado di gestire un cambiamento che altrimenti non verrà mai. 

Il secolo dell’auto alla prova della crisi climatica

Il XX secolo è stato il secolo dell’automobile: il fordismo ha modellato ovunque l’organizzazione del lavoro, gli stili di vita, gli assetti urbani e anche l’immaginario. Ma la crisi climatica ci farà cambiare strada. L’auto, come mezzo di trasporto privato, prima per pochi, e poi “per tutti”, è stata resa possibile da un’innovazione tecnologica, il motore a combustione interna. Ma per usarla bisognava possederla: di qui la motorizzazione di massa, l’inquinamento e la congestione che l’accompagnano. Ma anche un grande consumo (spreco) di materiali, di energia (per fabbricarla e per usarla), di spazio (6-8 metri quadrati per posteggiare, 30 per muoversi 2-300 per correre), di tempo (nel traffico) e di denaro: un sistema insostenibile Oggi altre innovazioni – informatica e telecomunicazioni, ICT – rendono possibile usare un’auto, o molte auto, senza possederle, ma condividendole con chi di volta in volta ne ha bisogno: car sharing, car pooling, trasporto a domanda, city logistic (consegna merci). Invece di restare ferme in media 22 ore su 24, ingombrando strade e parcheggi, saranno quasi sempre in moto, ma saranno molte di meno. Se l’ICT consente questo passaggio, la crisi climatica e ambientale lo rende ineludibile. Avere un’auto propria non può più essere più un diritto per nessuno, come nessuno ha diritto di comprarsi un carrarmato. Non c’è posto sul nostro pianeta per i tassi di motorizzazione dell’Europa: un veicolo ogni 2 abitanti. Al 2050 le auto su strada sarebbero 5 miliardi: troppe, non importa se convenzionali, elettriche o a guida autonoma. O forse si pensa che “in macchina” continueremo a viaggiare solo noi, mentre gli altri popoli della Terra devono restare per sempre a piedi? Potrebbe anche succedere il contrario…

Niente come l’auto ci fa capire quanto la transizione energetica sia destinata a stravolgere idee e abitudini consolidate, ma anche assetti produttivi e di potere. Si produrranno molte meno auto, usandole molto di più. Ma che ne sarà di chi lavora nel settore? Il problema non può essere affrontato solo in fabbrica, o in una singola industria, e nemmeno riorganizzando solo la mobilità. Ci saranno molti meno occupati nell’industria dell’auto (e in altri settori); ma ci sarà più occupazione in altre attività (rinnovabili, efficienza energetica, ristrutturazioni edili, riassetto dei territori, cura delle persone, agricoltura…). Ma passare dall’una all’altra sarà difficile per tutti, penoso per molti e impossibile per altri; anche se con la transizione si potrebbe ridurre molto l’orario di lavoro e riorganizzarlo con più autonomia nella scelta dell’attività e nel modo di lavorare. Ma si può affidare la transizione al mercato? No, il mercato non guarda lontano e non vede chi resta indietro. Ai Governi? No, processi del genere non si possono governare solo “dall’alto”. A imprese abituate a sfruttare al massimo chi c’è e a sbarazzarsi alla svelta di chi non serve più? Meno che mai. Occorre innanzitutto garantire un reddito a chi, temporaneamente o per sempre, resta senza lavoro. Ma i lavoratori devono poter contare come parti in causa. Non possono farlo da soli, né solo fabbrica per fabbrica, ma solo nel loro territorio: analizzarlo, discutere, individuarne le potenzialità, tradurle in progetti. Non sono le risorse finanziarie a mancare; manca la progettualità. A svilupparla – senza indugio: “la nostra casa è in fiamme”! – possono concorrere conferenze che coinvolgano, se e quando si renderanno disponibili, maestranze, management, associazioni, governi locali, Università: la governance in potenza di una nuova forma di impresa. Oggi per prospettare una alternativa praticabile; domani per realizzarla.

Il grado zero della politica

Le sardine hanno riunito a Roma almeno 200mila persone richiamate dalla richiesta di abrogare (poi maldestramente corretto in “rivedere”) il decreto Salvini; dall’invito a contrastare i linguaggi d’odio (che dominano non tanto il confronto tra avversari politici, quanto l’aggressione sistematica contro migranti, minoranze, donne, difensori della vita e persino della memoria); e dall’appello a restituire vigore all’antifascismo. La gestione del palco di piazza San Giovanni ha rispettato pienamente questo copione, con particolare attenzione ai migranti. Sono temi più volte ribaditi, con diverse accentuazioni, da tutte le forze di sinistra. Perché queste non riescono più a mobilitare nemmeno i loro sostenitori dichiarati e alle sardine invece riesce tutto così bene? Siamo nel campo delle supposizioni. Nessuno, nemmeno chi ha chiamato a raccolta le sardine, ha una risposta sicura. Quelle che si possono avanzare sono riconducibili a due ordini di considerazioni:

Primo: totale sfiducia nelle organizzazioni della sinistra da parte delle figure sociali a cui queste fanno riferimento e dei cui interessi si considerano rappresentanti, almeno in forma virtuale. Continuare a chiedersi se le sardine sono o no “di sinistra” non aiuta certo a recuperare questo rapporto. Dare per scontato che lo siano, ancor meno. Soprattutto da quando definire che cosa sia di sinistra e che cosa no è diventato difficile. Forse proprio la sicumera del considerarsi “di sinistra” crea i maggiori problemi.

Secondo: l’inconsistenza, e forse l’impraticabilità, al di là dei tre punti indicati, della proposta “politica” delle sardine. Fare le pulci al loro primo manifesto, e ancor più al secondo, è un gioco facile quanto sterile, perché probabilmente è proprio quel vuoto ciò che ha funzionato maggiormente da richiamo: alla faccia di coloro che subordinano il sostegno alle sardine al fatto che gli venga servito un piatto (di centinaia di migliaia di persone) già bell’e confezionato come lo vorrebbero loro… O di coloro che sanno già che cosa le sardine devono fare per strutturarsi o quali punti ineludibili devono mettere nel loro programma. Quel loro exploit ci dice che siamo al grado zero della politica.

Se però alziamo lo sguardo dalla loro vicenda per rivolgerlo al contesto mondiale si vede subito che questa non è una peculiarità di casa nostra: la crisi climatica e ambientale sta azzerando tutto ciò a cui i politici di tutto il pianeta hanno appeso i loro programmi, le loro manovre, le loro carriere. Non se ne sono ancora accorti, ma se ne accorgeranno presto: anche loro stanno per scoprirsi tutti al grado zero della politica: come le sardine.  Gianfranco Mascia, su Il fatto quotidiano, raccomanda alle sardine di aggiungere al loro programma la crisi climatica (non ne hanno nemmeno fatto cenno). Ma per loro, come per tutto il resto del mondo, il problema non è “aggiungere”. Chi ha colto le dimensioni e l’urgenza della crisi di clima e ambienta sa che bisogna ricominciare da capo Certo, reddito, occupazione, migrazioni, casa, istruzione, salute e quant’altro non devono assolutamente scomparire dall’orizzonte, anche se di fatto, tranne, in negativo, le migrazioni, sono già sostanzialmente scomparse. Per ricomparirvi in modo costruttivo occorre che venga messa al centro di tutto la mobilitazione per la difesa di clima e ambiente, come condizione ineludibile del perseguimento di ogni altro obiettivo: cosa che non compare nei programmi, e meno che mai nelle scelte e nella pratica quotidiana di alcuna forza politica. 

Lo hanno capito, in tutto il mondo, i giovani di Fridays for future e pochi altri (non certo tutta “la Scienza” a cui si appella Greta Thunberg, in gran parte venduta; ma solo i pochi scienziati che si occupano seriamente del clima). Ma anche loro stentano, per ora, a tradurre questa comprensione in iniziative che non siano la mera sollecitazione ad “agire subito” rivolta agli establishment. Cosa evidentemente insufficiente vista la levatura di cui tutti i Governi del mondo hanno dato prova al summit di Madrid, logica conclusione di 25 anni di inerzia e ipocrisie pressoché totali. La cultura della competizione universale a cui sono tutti affiliati, fa di ogni governante un free rider, che aspetta che ad agire siano gli altri per trarne un proprio vantaggio: per il tempo che basta per confermarlo nel suo ruolo e nei suoi privilegi. Senza cultura della solidarietà no se ne esce.

Lo ha capito, forse ancor meglio, il movimento Nonunadimeno che nella denuncia e nella lotta contro i mille aspetti in cui si manifesta il dominio patriarcale sul mondo ha individuato il filo conduttore di un rovesciamento radicale del nostro rapporto con la Terra: quel rapporto che mette in evidenza il nesso inestricabile tra capitalismo ed estrattivismo. Un tema peraltro ben chiaro anche al capo della più patriarcale e maschilista organizzazione del pianeta, papa Francesco: tre fonti a cui le sardine potrebbero attingere, non programmi e proposte politiche immediate, ma cultura e visione.

Sardine o bandiera rossa?

Chi ha paura delle sardine? Chiunque abbia partecipato a una delle loro mobilitazioni ha sicuramente percepito tre cose: una grande voglia di partecipazione (che fa seguito ad altre importanti mobilitazioni: molte di lavoratori, ma soprattutto quelle di Fridays for future e Nonunadimeno); il rifiuto dei discorsi d’odio (ma anche delle prese in giro) che hanno dominato la scena politica e mediatica negli ultimi anni; la presenza, insieme, di giovani e anziani, lavoratori e studenti, donne e uomini. E anche di destra e sinistra? O di né di destra né di sinistra? Certo di molte persone che non hanno votato, non sanno per chi votare, ma che vorrebbero tornare a contare. Sicuramente antifasciste e antirazziste.

Per questo quelli di Casa Pound e, attraverso Casa Pound, Salvini, sentendosene assediati, hanno cercato di “sporcare” la manifestazione romana minacciando una loro presenza grazie all’ingenuità di uno dei suoi promotori. E qualche risultato – qualcuno che si è ritirato – probabilmente l’hanno ottenuto. E senza equipararle a Casa Pound, hanno concorso allo stesso effetto adesioni come quelle della fidanzata di Berlusconi o delle “madamine” siTav (già, che fine hanno fatto?) che di Salvini si erano servite, servendolo a loro volta, per riempire la loro piazza. Ma il piatto forte per “fare l’esame del sangue” alle sardine e prenderne le distanze è la favola di una macchinazione di Prodi e del PD per recuperare spazi perduti: che sembra trovare conferma in diverse prese di posizione, presenti e passate, di alcuni promotori: specie di Mattia Santori, che ha partecipato al comizio elettorale di Bonaccini e che in passato si è schierato per il al referendum costituzionale di Renzi e per il boicottaggio di quello contro le trivelle. Tutto vero; e di casi simili se ne troveranno altri cento. Ma si può identificare sentimenti e aspettative di piazze finalmente piene come queste con le idee di qualcuno dei loro promotori, che pochi conoscevano prima e molti non conoscono nemmeno ora? Per molti la “prova definitiva” è che lì non si vogliono le bandiere di partito né si può cantare Bandiera rossa. Proprio come nei cortei di Fridays for Future e di Nonunadimeno. Ma tutte queste mobilitazioni, proprio perché l’orientamento partitico dei e delle partecipanti è sconosciuto, e in molti casi indeterminato, o parecchio disorientato, sono un terreno di confronto e – perché no? – di scontro tra idee e prospettive diverse, e in alcuni casi anche opposte, in competizione per un’egemonia non scontata; idee e prospettive che devono anche ridefinirsi e riqualificarsi alla luce dei problemi e delle incomprensioni che emergono nel contatto con persone che non si incontrano più da tempo, o che mai si sarebbero incontrate altrimenti. Questa è la grande occasione che le sardine offrono: smettere di parlarsi solo “tra noi”, tra quelle e quelli che già si frequentano o incontrano spesso e sanno tutto uno dell’altra; avere un pubblico con cui mettere alla prova la propria capacità di farsi capire e di capire gli altri, quelli che non si sa più, o non si sa ancora, che cosa pensino. 

C’è chi si chiede perché sardine e Fridays for Future o Nonunadimeno non si colleghino, riunendo le reciproche istanze in un movimento più generale attraverso i rispettivi comitati promotori. Perché no? Ma gran parte degli studenti e delle studentesse che partecipano ai cortei di Fridays for Future o Nonunadimeno sono gli stessi e le stesse che vanno alle mobilitazioni delle sardine. E’ a quel livello che deve avvenire un vero incontro, con iniziative condivise nelle scuole, nelle Università, nei quartieri. Coinvolgere tutti nella lotta contro la crisi climatica e ambientale (e come evitare di farlo una volta che si conosca la realtà della catastrofe che incombe?) spazzerebbe ogni possibilità di schierarsi (e meno che mai mobilitarsi) per le Grandi opere, a partire dal Tav, pietra di paragone di tutta la politica nazionale. 

Ma mancano i lavoratori. No, le mobilitazioni delle sardine ne sono piene. Il problema è ritrovarli nelle fabbriche e nelle aziende dove lavorano, nei quartieri dove vivono, nei bar che frequentano; e per questo bisogna andarli a cercare. Ma “a capo” delle sardine ci sono troppi “fighetti” benvestiti? A me non piacciono i confronti tra l’oggi e i movimenti di 50 anni fa: è un modo per far divorare i vivi dai morti. Ma è indubbio che questa critica ricalca quelle ripetute a iosa allora da chi si riteneva l’autentico rappresentante della classe operaia. Tranne ricredersi di li a poco; perché ciò che avrebbe poi permesso agli operai delle fabbriche di allora di farsi per qualche anno protagonisti della storia d’Italia con le loro lotte era stato smosso dalle mobilitazioni antiautoritarie degli studenti: un clima di libertà, di spirito antigerarchico ed egualitario, di ricerca di una strada nuova per cambiare se stessi e il mondo di cui tutte le donne e gli uomini coinvolti nelle lotte di allora avrebbero poi saputo beneficiare.

Macerie da rimuovere

La nostra epoca, sotto la minaccia ormai vistosa della crisi climatica e ambientale, ci appare sempre più come un cumulo di macerie in attesa di un riscatto che non si vede. L’Italia ne è un esempio appariscente: l’Ilva è irrecuperabile; il Mose è un disastro; il TAV una manifestazione di demenza; il TAP un investimento a perdere; Alitalia un fallimento perpetuo; FCA una produzione senza futuro; Leonardo, l’unico grande gruppo rimasto, produce solo armi e andrebbe chiuso (e riconvertito); le centrali termoelettriche, non solo quelle a carbone, sono da dismettere; il lavoro è sempre più deprezzato; il paese e i suoi monumenti si sfaldano sotto l’alluvione; la finanza, abbracciata alla speculazione immobiliare, è una minaccia globale che non risparmia nessuno; la guerra, ormai mondiale, anche se a pezzi (come dice papa Francesco) ci coinvolge tutti (abbiamo soldati in 24 paesi, e vendiamo armi a molti altri; senza dirlo). Più che di “sviluppo” si deve parlare di “ricostruzione”, come dopo la Seconda guerra mondiale.

Sviluppo (sostenibile) non è la stessa cosa che conversione (ecologica): il primo termine racchiude in sé l’esigenza inderogabile della crescita, magari inseguendo un decouplig (dissociazione tra aumento del PIL, cioè “accumulazione del capitale”, per dirla con Marx, e consumo di risorse e di ambiente) che non trova alcun riscontro empirico. L’obiettivo è non mettere in discussione i cardini del nostro “stile di vita”, per dirla con Ursula Von der Leyen; quello che già Bush padre dichiarava “non negoziabile”. La conversione ecologica ne richiede invece un mutamento radicale. Ma anche la costruzione, su nuove basi, di un’economia della convivenza. Sviluppo allude alla conferma, alla continuità; conversione alla rottura, al conflitto. Sono in molti a opporsi a un cambio di rotta: chi per interesse, chi per ignoranza della gravità della crisi, chi per non vedere alternative possibili (per anni si è ripetuto che “non c’è alternativa”); chi per disperazione. Sono queste le macerie da rimuovere.

Il conflitto, i tanti conflitti in corso, e quelli che si svilupperanno in futuro, i loro esiti, ma soprattutto il loro andamento, non sono prevedibili: sono soggetti ad alti e bassi. Per questo la conversione ecologica non si può programmare. Bisogna basarsi su ciò che di volta in volta si riesce a costruire, soprattutto in due campi: quello delle economie trasformative, produzione e consumo; e quello delle comunità, legami sociali: sono cose che marciano insieme, ma per entrambe il conflitto è un contesto ineliminabile. Non si può più prefigurare il mondo di domani (il “sol dell’avvenire”): la nostra dimora, qui e ora, e per molto tempo a venire, è e sarà un ambito conflittuale, in cui farsi strada giorno per giorno, sia a grandi che a piccoli passi.

Comunità (aperta) vuol dire relazione, riconoscimento reciproco, scambio e accumulo di esperienze e conoscenze, libertà di movimento nello spazio e nel tempo; ma soprattutto riconciliazione con la Terra: sia nella sua presenza immediata, come produttrice di cibo e di habitat sani per la nostra vita quotidiana: terra come suolo, biodiversità, ecosistemi. Sia nella sua accezione planetaria, come dimora di tutto il vivente di cui la specie umana torna a essere solo un anello: la Terra, nostro – unico – pianeta. Papa Francesco è tra i pochi ad aver colto questo punto.

Economia trasformativa significa coniugare l’iniziativa locale con processi e svolte globali: i settori portanti della conversione ecologica sono noti: energia, agricoltura e allevamento, alimentazione, mobilità, edilizia, assetto del territorio, salute, cura del prossimo, educazione, ricerca. Non c’è trasformazione senza iniziativa locale: i nuovi assetti dovranno contare, nelle forme più diverse, su un controllo “dal basso” di tutti i processi che la tecnologia rende possibile riterritorializzare. Ma non c’è riterritorializzazione possibile senza aggredire la gestione centralizzata che la finanza ha imposto ai processi economici di tutto il mondo. Il Green New Deal può essere promosso come programma di governo per salvaguardare gli assetti di potere e le diseguaglianze sociali vigenti, prospettando una sua improbabile compatibilità con la salvaguardia del pianeta; oppure come lotta per imporre alla spesa pubblica il sostegno dell’iniziativa locale. La prima versione, senza volerlo, è un approccio “sovranista”, che promuove una gestione dell’economia “dall’alto”, entro i confini fissati dalla governance dell’Unione europea: uno schema keynesiano in un mondo ormai globalizzato. La seconda versione riconosce che la globalizzazione è irreversibile, ma che “la libera circolazione” dei capitali strangola ogni economia locale. Però facilita anche la circolazione di conoscenze e tecnologie e soprattutto di persone: non solo turisti. Anzi, sempre più, migranti e profughi ambientali. L’iniziativa locale dovrà dunque imporre piani generali di finanziamento della conversione ecologica che consentano di accoglierli tutti e di inserirli nei processi produttivi accanto ai disoccupati nativi; ma anche di sostenerli come referenti e possibili attori della pacificazione e della conversione ecologica dei paesi da cui sono fuggiti. “Aiutandoli a casa nostra” per “aiutarli a casa loro”.

Che fare della (non più ex) ILVA?

La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e “sviluppo” ma l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale. Situazione che apre una voragine destinata a inghiottire l’esistenza di 20mila lavoratori e di 20mila famiglie, ma porta alla luce anche l’inganno di uno “sviluppo” che non ha più spazio per riprodursi e perpetuarsi. Che fare allora della non più ex-Ilva?

La strada imboccata dal Governo è la peggiore. Inseguire un gruppo industriale perché “si prenda cura” di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per “toglierlo di mezzo” e acquisirne il mercato non è buona politica. Se anche si arrivasse all’accordo, quel gruppo troverà nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. E’ peggio che lasciare tutto in mano ai Riva, che lo spremevano fino a che non fosse andato per sempre in malora.

Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo (magari alimentato a gas: così si giustifica anche il Tap) in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?

Tenerne in vita solo una parte e cercare soluzioni alternative – il risanamento del sito – per le maestranze “superflue”? Perderebbe l’unico vantaggio competitivo che ha, il gigantismo, senza promettere né di andare in attivo né di finanziare la bonifica.

Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non possono essere improvvisazioni o espedienti come la “panacea” del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; che andrà presto in crisi mano a mano che aereo e navi da crociera verranno messi sotto accusa come maggiori emettitori di CO2.

E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma anche in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. A maggior ragione su soluzioni dalle scarse prospettive. A incentivi sufficienti a smuoverne gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, attraverso una nazionalizzazione (totale o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere? Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di “fiduciari dell’azienda” che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone. Chi è in grado di assumersi un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata una scuola e un vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria “cultura aziendale”. Oggi, a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza. 

Ma l’Italia, si dice, non può fare a meno del “suo” acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non durerà a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che con PSA, si ridimensioneranno, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte aziende senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica che prospera – va messa in crisi lottando per la pace.

Alla discussione sul futuro dell’Ilva e di Taranto mancano due cose fondamentali: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia climate-friendly, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del “prendersi cura” delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza). L’altra è la necessità di una nuova governance dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana di ciascuno. La gestione attuale è inadeguata e incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi. Quelle competenze ci sono, ma sono senza voce e disperse; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per   valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente. E’ quello che si poteva e doveva fare già sei anni fa, quando i “cittadini e lavoratori liberi e pensanti” avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi si lamenta che la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose. 

Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che sanno che perderanno il posto comunque potrebbero rivelarsi i veri sostenitori della transizione. 

Quanti sono i green new deal?

Di fronte all’evidenza della crisi climatica i negazionisti non negano più il cambiamento, ma ne contestano l’origine antropica. Per continuare sulla loro strada. Come ha spiegato Naomi Klein, i “Signori del petrolio” sanno bene che la CO2 ci sta portando alla catastrofe, ma hanno compreso anche che il transito a un nuovo regime energetico non è un fatto tecnico: comporta il passaggio da un sistema centralizzato, in cui potere e ricchezza sono concentrati in poche mani, a un sistema decentrato, in cui potere e risorse possono essere distribuite. Non vogliono perdere i loro privilegi, a costo di mandare l’umanità in malora; contano che per loro un modo per mettersi in salvo ci sarà sempre. Il negazionismo non va quindi confuso con l’ignoranza delle cause della crisi, che coinvolge forse la maggioranza della popolazione mondiale; a partire da coloro che quella crisi la vivono già sulla propria pelle.

Ma nel campo “interventista” affiorano subito le differenze. Da un lato, green-washing: spacciare per lotta per il clima le misure messe in cantiere ben prima dell’allarme di Greta Thunberg e dell’IPCC. Come fanno l’attuale governo italiano, confermando la vecchia SEN di Passera e Monti, o il sindaco di Milano, che fa passare il PGT messo a punto quando era il direttore della giunta Moratti per la risposta della città alla dichiarazione di emergenza climatica. Dall’altro, coloro che lavorano a una svolta si ritrovano quasi tutti i sotto un unico ombrello chiamato Green New Deal: finanziare la transizione energetica con un grande piano pluriennale di investimenti. In questo magazzino troviamo versioni diverse, sgranate tra due polarità che, schematizzando, sono “Sviluppo sostenibile” e “conversione ecologica”. Sviluppo significa crescita e sostenibile (in francese durable) vuol dire infinita: cosa impossibile in un pianeta finito. Ma i fautori di questo indirizzo protestano: la crescita è solo quantitativa; lo sviluppo riguarda anche il “fattore umano”. Vero. Ma per loro uno sviluppo senza crescita non è possibile: questa è condizione di quello. Crescita però, dicono, non significa necessariamente continuare ad aggredire le risorse dell’ambiente e intasarlo di scarti; è possibile separare aumento del Pil e consumo di risorse fisiche (decoupling). E’ una tesi su cui si sono spese per anni le principali agenzia mondiali (OCSE, Commissione Europea, Unep, Banca Mondiale) senza trovarne alcun riscontro empirico se non per pochi settori e per periodi limitati; ma è stata affossata da molti studi e, in modo definitivo, da Decoupling debunked: metastudio dell’European Environmental Bureau su ricerche di 143 enti in 30 paesi. A differenza di chi fa solo green-washing, questo filone di pensiero, che in Italia ha il suo principale esponente nell’Asvis presieduta da Enrico Giovannini, ritiene che una svolta ecologica sia, sì, necessaria, ma non imponga un sostanziale cambiamento di stili di vita (una “cartina al tornasole” è: abolire le auto private, anche elettriche?) e dell’organizzazione sociale. A produrre la svolta saranno infatti le imprese, sotto lo stimolo di una forte pressione popolare, ma soprattutto in vista di convenienze (leggi profitto) da creare con incentivi e penali: affidando cioè a un mercato “governato” il compito di portarci fuori dai fossili. Rientrano in un approccio simile le tesi di Jeremy Rifkin nel saggio Un Green New Deal Globale che prospetta, sì, una generale redistribuzione del potere nel passaggio dall’era fossile alla “Terza rivoluzione industriale”, ma sviluppa una visione tecnica e quasi deterministica della transizione, imposta, a suo avviso, dai quattro pilastri del futuro assetto: l’internet dell’informazione, dell’elettricità, delle cose e dei trasporti.

Ma a un Green New Deal si richiamano anche figure che si dichiarano socialiste come Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez negli Usa e Jeremy Corbyn e Yanis Varoufakis in Europa, o movimenti e attivisti che non si connotano in tal senso, come Sunrise o Naomi Klein. L’elemento che li accomuna, assente nelle visioni precedenti, è il conflitto: per loro la lotta contro la crisi climatica ricomprende in sé obiettivi e istanze delle classi, delle comunità e dei gruppi sfruttati, emarginati, più esposti al degrado ambientale e sociale. Obiettivi che gli esponenti inseriti nei processi istituzionali riassumono in programmi di governo, sconfinando facilmente, come nel caso di Diem25, nella prospettiva di uno stato imprenditore. E che invece gli esponenti più legati ai movimenti cercano di portare alla luce a partire dai conflitti in corso, mettendo a fuoco sia il tema che accompagna in tutto il mondo occidentale l’avanzata delle destre negazioniste: la fobia e la caccia ai migranti, sia, soprattutto le ferite che le politiche estrattiviste e sviluppiste infliggono ai territori, intesi come ambiti entro cui si concretizza il rapporto che ogni comunità dovrebbe poter intrattenere con l’insieme del vivente per potersi costituire come tale. Un rapporto in cui qualità, distribuzione e origine del cibo svolgono un ruolo centrale. Al centro di questo approccio emerge il nesso indissolubile tra giustizia sociale e giustizia ambientale, la “conversione ecologica” che Alex Langer aveva prospettato trent’anni fa, precisando che per affermarsi doveva essere “socialmente desiderabile”. Tema presente nell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, dove la conversione ecologica è sviluppata come rovesciamento della cultura antropocentrica – quella che vede nell’uomo non il custode ma il padrone del “Creato” – per promuovere la riconquista di una sorellanza con la Madre Terra (tema al centro del sinodo sull’Amazzonia chiuso ieri): il presupposto irrinunciabile di un conflitto che permetta ai poveri di tutto il mondo di far valere i loro diritti contro la crisi climatica di cui sono le principali vittime.

Clima, migranti, Rojava: una svolta

Si fanno le guerre per appropriarsi del petrolio e poi si usa il petrolio per fare altre guerre (le emissioni mondiali degli apparati militari ammontano al 15% di quelle totali, ma non sono contabilizzate nell’accordo di Parigi). Le guerre producono profughi e per respingere i profughi si fanno altre guerre, come oggi in Rojava.

Petrolio e combustibili fossili imprigionano l’intera umanità nella dipendenza dalle guerre, ormai elemento costitutivo della condizione umana nel nostro tempo. Profughi e migranti imprigionano governi e popoli che non vogliono accoglierli nella dipendenza da bande e Stati canaglia incaricati di “tenerli lontani”. Con l’aggressione al Rojava la subalternità dell’Unione Europea nei confronti della Turchia è apparsa evidente in tutte le sue micidiali implicazioni, ma era già chiara fin dalla firma dell’accordo Merkel-Erdogan del 2016. Così come la “politica migratoria” dei governi avvicendatisi in Italia, e con essa quella di tutta l’Europa, sono state messe nelle mani di bande criminali (i kapò del Ventunesimo secolo), libere di praticare schiavismo, estorsione, stupro seriale, distruzione della dignità e delle vite altrui come compenso per il compito loro assegnato.

Difficile, per tutti i governi dell’Unione Europea, ricorrere al ritornello “io non sapevo”. La guerra al Rojava avvicina l’Europa e i suoi popoli alla verità: che è lo sterminio di genti sbandate e disperate in nome della difesa dei propri confini, cioè del “proprio stile di vita”. Ma il senso di questa politica è “eliminiamoli tutti”.

A dirlo in modo esplicito è stato (tra gli altri) Vittorio Feltri su Libero del 12.10: “Il problema è più semplice di quanto appaia: se smettiamo di salvare in mare chi sfida le onde prima o poi questi la smetterà di avventurarsi tra i flutti, e codesta storia dell’invasione finirà subito”. Feltri lo scrive e l’Europa lo fa, ma lo lascia dire a quelli come lui. Però non funziona: le partenze dalla Libia non diminuiscono anche quando in mare non c’è più nessuno a salvare i naufraghi e molti dei profughi e dei migranti che riescono a raggiungere l’Italia lo fanno da soli, sui “barchini”: che cosa se ne fa di loro, Feltri? Li si ammazza sul bagnasciuga o li si riporta in mare per affondarli? Su tutti coloro che si dicono contrari alle politiche criminali di respingimento, ma che poi ripetono, invocando il “buon senso”, che “non si può accoglierli tutti”, aleggia un silenzio ipocrita, perché in questa alternativa una via di mezzo non c’è, Tertium non datur.

Poiché quella dei migranti è diventata la questione numero uno in tutta Europa, è anche quella – non il deficit, non il debito – su cui si manifesta di più la subalternità del nostro paese verso gli altri partner dell’Unione, ben contenti di potersi “indignare” se l’Italia, come faceva Salvini, si assume il ruolo di killer per conto loro, ma comunque decisi a fare del nostro paese il deposito dei tanti disperati a cui non è più concesso varcare le Alpi. Si fanno vertici e promesse, ma la politica dell’Unione non cambia. Se mai, peggiora. E per la Grecia, comunque vada, è e sarà ancora peggio.

Fare la vittima (di una politica iniqua) o il questuante (di una ripartizione più equa di chi arriva) e meno che mai scambiare questa subalternità per qualche concessione sul deficit non è servito e non serve. La politica migratoria dell’Europa va ribaltata dalle fondamenta con una proposta che tolga innanzitutto ai migranti le stimmate di un peso insostenibile. L’emergenza climatica e ambientale ce ne offre l’occasione. Le politiche di austerity vanno abbandonate: sono incompatibili con la conversione ecologica. Questa richiede un grande piano di investimenti che faccia da cornice e sostegno a milioni di progetti locali con cui affrontare la transizione verso energie, produzioni, colture, mobilità e territori decarbonizzati: un green new deal che faccia da traino a tutte le altre regioni del mondoma di cui non possono essere protagonisti solo, né in primo luogo, governi e imprese, perché richiede innanzitutto un ruolo attivo delle persone, delle loro associazioni, delle loro comunità e dei loro conflitti. Non c’è alternativa se non la corsa verso la distruzione della vita umana sul nostro pianeta (e di pianeti non ce ne sono altri).

Il progetto di un green new deal che è al centro di tutte le istanze dei movimenti che oggi si muovono per imporre una svolta radicale in campo climatico e ambientale e che saranno sempre di più e sempre più numerosi mano a mano che la situazione climatica si andrà deteriorando, impone di attivare milioni di nuovi posti di lavoro, a tutti i livelli di qualificazione: dunque anche per inserire – accanto a disoccupati, sottoccupati e precari nativi, e a chi perderà il posto in produzioni da chiudere, a partire da quelle delle armi – centinaia di migliaia e domani milioni di migranti e di profughi. Per renderli cittadini di una grande comunità che unisca in una sola “nazione” paesi di arrivo e paesi di partenza e in cui tutti, nativi, migranti e nuovi arrivati, possano battersi insieme per la pacificazione e il risanamento dei paesi devastati dalle politiche climatiche e ambientali, dalla depredazione delle risorse locali, dalle guerre.

La mobilitazione a sostegno del popolo del Rojava accanto alle comunità curde di tutta l’Europa e il sostegno che ad essa stanno dando i movimenti in lotta per l’ambiente e la conversione ecologica ci fornisce un’indicazione su come affrontare congiuntamente clima, giustizia sociale e migrazioni.

Una guerra per procura

La guerra di Erdogan contro il Rojava è fatta per deportare  una grande parte dei profughi siriani che l’Europa non vuole accogliere in un territorio trasformato in un enorme campo di concentramento a cielo aperto; dopo averne scacciato le popolazioni, curde e non solo, che lo abitano e lo hanno difeso con tutti i mezzi. È dunque inutile girarci attorno: quella di Erdogan è una “guerra per procura” fatta per conto dell’Europa. A nulla valgono le dissociazioni e l’invito alla moderazione dei governi europei: l’Europa non muoverà un dito per fermare Erdogan, come non lo ha fatto di fronte alle sue continue violazioni della legalità e dei più elementari diritti umani, soprattutto a partire dal 2016, data del patto scellerato per affidare alla Turchia la “custodia” dei profughi siriani in transito verso il nostro continente.

D’altronde, questa combinazione di finta indignazione, ma di sostanziale complicità e aperta collaborazione (la Turchia è e resta un membro della Nato e le armi che utilizza contro i curdi sono in buona parte di fabbricazione europea, con annesse istruzioni per usarle “al meglio”) è lo stesso atteggiamento adottato dall’Unione europea nei confronti della Libia, ovvero delle bande criminali che la governano: a parole, indignazione e dissociazione dai loro crimini – omicidi, schiavismo, stupro, estorsioni, annullamento della dignità – ormai riconosciuti non solo dalle Ong, ma anche dalle agenzie dell’Onu e persino da diversi ministri dei paesi membri; nei fatti, trattative, appoggio politico, forniture militari, finanziamenti e persino riconoscimenti ufficiali dei trafficanti libici, come rivelato dal quotidiano Avvenire a proposito di uno dei loro capi più feroci. Non sono le ONG a stringere accordi con i trafficanti libici, ma tutta l’Unione, e per suo conto il Governo italiano, che promuovono e sostengono il martirio dei profughi intrappolati in Libia per “difendere i propri confini”!

A fare le spese dell’aggressione scatenata da Erdogan è l’unica democrazia del Medio Oriente, che non è Israele, ormai costitutivamente impegnato in pratiche di apartheid e di repressine feroce dei nativi del suo territorio, ma la confederazione multietnica, tollerante, femminista ed ecologista del Rojava: una vera minaccia, non dall’esterno, ma dall’interno, per i regimi dispotici che spadroneggiano nella regione con la protezione dell’Occidente.

Dove porta tutto ciò? Alla scomparsa di quel che resta della “civiltà europea”. L’Europa non si ritiene in grado di accogliere i profughi siriani, anche solo temporaneamente; in attesa di un ritorno alla pace in cui evidentemente non crede e che non fa nulla per promuovere: con il loro arrivo “la stabilità tra i governi sarebbe messa di fronte a una prova che non è in grado di sostenere…e la sopravvivenza dell’Unione europea sarebbe messa in discussione” scrive Andrea Bonanni su Repubblica; ma il suo è il pensiero di molti se non tutti. Ma perché mai, allora dovrebbe reggere una prova del genere la Turchia, senza precipitare, come è successo, in una condizione di rigetto radicale della democrazia e dei diritti umani? Lungi dal tener lontani i pericoli per la democrazia, gli accordi con la Turchia o con la Libia sono l’inizio della sua trasformazione in ciò che l’Europa sostiene di non voler mai diventare: uguale a loro.

Finché profughi e migranti verranno trattati come un peso e un costo al proprio interno (una minaccia per “lo stile di vita europeo”) e come nemici all’esterno (questo è non altro vuol dire “difendere le frontiere”) non esiste altra prospettiva che la militarizzazione della vita sociale (anche e soprattutto contro il dissenso e l’opposione interna) e la guerra per respingere “l’invasione”. Ma se nelle “fortezze” è difficile entrare per i profughi, sarà sempre anche più difficile uscirne per i cittadini europei, anche solo per “fare affari”, cioè per sostenere “lo stile di vita europeo”.

C’è un’alternativa a tutto ciò? Sì. Trattare profughi e migranti non come un peso e un nemico, ma come una risorsa e una benedizione: non solo economica (per il loro lavoro e il loro contributo a pagarci le pensioni), ma anche demografica e culturale: per sopperire a tutti i vuoti che la vecchia Europa non sa più colmare. Questa prospettiva è la conversione ecologica, il Green New Deal imposto dalla crisi climatica e affrontato non come una delega ai governi, alle imprese e alla finanza, di ciò che non hanno saputo né voluto fare finora, nonostante gli allarmi che risalgono ad almeno trent’anni fa; bensì come un processo di attivazione e di mobilitazione dal basso, come interpreta questa formula Naomi Klein nel suo ultimo libro Il mondo in fiamme: un processo da portare avanti insieme ai profughi e ai migranti già arrivati sul “nostro” suolo, ma anche ai molti che cercheranno ancora di arrivarci; per preparare insieme a quelli di loro che lo vogliono (e sono in tanti) un ritorno volontario nelle loro terre per risanarle e ricostruirle; dopo aver imposto con una mobilitazione comune quella pacificazione che le grandi potenze che governano gli attuali conflitti non sapranno mai nè individuare nè promuovere.

Green New Deal?

Al summit del 22 e all’Asemblea generale dell’ONU del 23 settembre i governanti di tutto il mondo hanno fatto la parte dell’orchestrina del Titanic che continuava a suonare, invitando i passeggeri a continuare a ballare senza preoccuparsi, mentre il piroscafo affondava. Forse costoro, come chi li sostiene, contano di trovar posto sulle “scialuppe di salvataggio”, in qualche angolo del pianeta sicuro, da cui tutti gli altri in cerca della propria sopravvivenza vengano respinti, come già hanno cominciato a fare con decine di migliaia di profughi ambientali. Ma non c’è nessuno che da un altro pianeta possa venire a recuperarli; anche loro e le loro “scialuppe” prima o dopo andranno a fondo. Oltre una certa soglia, che appare sempre più vicina, infatti, la catastrofe climatica in corso sarà irreversibile per tutti, alimentata da un feed-back positivo.

Tra quegli orchestrali c’è chi, come Renzi – riprendendo il vecchio ritornello caro a Prodi, ma ormai sulla bocca di tutti, quello che ci ha portato al disastro attuale, prova irrfutabile della continuità che lega in Italia e nel mondo rottamati e rottamatori – continua a invocare “crescita, crescita, crescita” senza nemmeno accorgersi che il sistema è ormai entrato in una stagnazione secolare. Ma il controcamto di quell’orchestra è “sviluppo sostenibile” che, tradotto in italiano, altro non vuol dire che “crescita duratura”, cioè infinita: infiorettando la crescita – che infinita, come è noto, non può essere, e forse è già arrivata al capolinea – con gli obiettivi sociali ripresi paro-paro dai millennium goals dellONU. È, qui da noi, la posizione ufficiale dell’Asvis, che ha da poco presentato il suo quarto rapporto annuale. Si cerca così di nascondere il fatto che quegli obiettivi, mai raggiunti nella precedente edizione, hanno comunque bisogno della “crescita” non solo per essere raggiunti, ma anche solo per essere perseguiti. A meno di rovesciare completamente gli assetti sociali esistenti: proprio quello che Asvis cerca di evitare.

Che è invece l’obiettivo esplicito perseguito in tutto il mondo dalla mobilitazione del movimento mondiale Fridays for Future, ispirato dalle comparse mediatiche (benvenute!) di Greta Thumberg: un movimento che ha la possibilità di aggregare in un unico schieramento tutte le organizzazioni del mondo, per ora separate e disperse, che in vari modi si battono contro la combinazione inestricabile di degrado ambientale e ingiustizia sociale.

Greta ha avuto successo perché la sua comparsa è coincisa con la pubblicazione dell’ultimo rapporto climatico dell’Ipcc che accorciava di anni (ora solo più dieci) il tempo a disposizione per invertire rotta; ed entrambi hanno avuto ascolto (ma ben poco dal ceto politico, che pure rende omaggio ad entrambi) perché hanno coinciso con il precipitare di eventi climatici (uragani, incendi, scioglimento dei ghiacci, siccità) che ormai sono sotto gli occhi di tutti e che, in piccolo o in grande, tutti siamo ormai in grado di “toccar e con mano”.

Ma ascoltare la voce ormai inconfutabile degli scienziati del clima (quelli che da quarant’anni ci avvertono del disastro incombente), o anche quella dei tecnici che hanno messo a punto strumenti e soluzione per ricavare l’energia che ci serve dal sole, per consumarne molto meno a parità di risultati, per coltivare la terra senza avvelenarla, per metter al sicuro il suolo su cui camminiamo, non basta. La conversione ecologica (o anche solo la transizione energetica) non è una scienza; e meno che mai una tecnica che si possa imparare dagli scienziati o dagli esperti. È un processo che deve coinvolgere tutti ed essere sospinto, se non dalla maggioranza della popolazione mondiale, per lo meno da diversi miliardi di esseri umani consapevoli della posta in gioco. Per questo la premessa di tutto, come sostiene Extinction Rebellion, da oggi di nuovo in campo in tutto il mondo con azioni esemplari, è “dire la verità”: spiegare e far capir a tutti la minaccia, tra pochi anni irrevrsibile, che grava su tutto il genere umano e su ciascuno di noi; e il poco tempo a disposizione per cambiare rotta; e le trasformazioni  profonde necessarie per evitare la catastrofe incombente. Ma, ovviamente¡, non ci si può limitare a questo: occorre essere in grado di mostrare che “un altro mondo è possibile”; che per realizzarlo è necessario il concorso di tuttiu e di ciascuno; che non siamo soli: in tutto il mondo ci sono associazioni, movimenti epopoli che perseguono, ciascuno nel proprio contesto, lo stesso obiettivo.

Oggi, per un numero crescente di organizzazioni, questo obiettivo si chiama Green New Deal: è il “socialismo” del  nostro secolo, completamente diverso da quello dei due secoli; invece dello “sviluppo delle forze produttive” persegue la riconciliazione degli umani con la natura e attribuisce uguale importanza alla lotta contro tutte le manifestazioni del patriarcato; non si accontenta della “nazionalizzazione” dei mezzi di produzione, né vuole una gestione condivisa da parte di  ogni comunità; invece di un piano centralizzato vuole una molteplicità di negoziazioni tra organismi e comunità autonome; invece del controllo dello Stato da parte di un partitio persegue un federalismo che affianchi agli organi della rappresentanza strumenti di partecipazione popolare. Non tutti coloro che sono impegnati nella lotta per il clima e per l’ambiente condividono tutti questi punti. Ma proprio per questo il terreno di confronto, cioè della lotta politica del nostro tempo, non può che vertere intorno a loro.