L’auto, cartina al tornasole di un’economia insostenibile

La mobilità, spostarsi da un posto all’altro, fa parte dell’essenza stessa della specie umana: che si è diffusa in tutti i continenti attraverso le migrazioni originarie, mentre altri spostamenti di massa sono stati effettuati da eserciti invasori, come nelle crociate, o da eserciti con al seguito interi popoli come nelle invasioni barbariche; o con deportazioni verso colonie di popolamento, compresa la tratta degli schiavi messa in atto tra il XVI e il XIX secolo.

La mobilità per scelta individuale è stata invece per secoli privilegio di ristrette élite: mercanti, esploratori, intellettuali, re e regine che prendevano possesso di nuovi territori con un matrimonio, pellegrini (l’equivalente degli hippies del ventesimo secolo).

Con la rivoluzione industriale, cioè con l’avvento della macchina a vapore, dell’uso massiccio del carbone, con il treno e i battelli a motore, l’accesso alla mobilità è andato allargandosi a sempre più gente (tanto che le migrazioni degli ultimi due secoli, per quanto abbiano mobilitato grandi masse, sono state in gran parte il risultato di scelte individuali). Il turismo di massa, promosso e reso possibile dalla diffusione dell’automobile, ha poi esteso l’accesso alla mobilità dall’ambito del lavoro e dalle esigenze esistenziali di base al piacere e all’uso del tempo libero.

Ma quasi contestualmente, la civiltà dell’automobile ha trasformato il mezzo di trasporto più usato da collettivo a individuale. Nata come “gingillo” di un’élite privilegiata, l’auto permetteva di evitare percorsi, fermate, orari fissi e “promiscuità sociale” durante il viaggio e nelle stazioni. Permetteva di andare dove si voleva, quando si voleva, con chi si voleva; a condizione di possederne una. Tuttavia, la sua diffusione a una platea sempre più vasta di utenti ha finito per annullare e invertire queste caratteristiche: oggi l’auto è la principale fonte di congestione delle strade e ruba spazio, tempo e salute a tutti, sia automobilisti che pedoni o utenti del servizio pubblico.

Con l’automobile la mobilità, da bene collettivo, è stata privatizzata e ha portato a una sorta di appropriazione privata del suolo stradale (per il transito e per il parcheggio), dell’aria (inquinandola), del tempo (bloccando nel traffico anche chi l’auto non la usa), mettendo a repentaglio il reddito di molte famiglie (i costi di acquisto e gestione raggiungono per molti quasi metà dello stipendio). Il tutto a scapito del trasporto pubblico che è un bene comune. Ma l’auto privata conserva, anche se solo in parte, il principale fattore che ne ha determinato il successo: per secoli l’élite ha continuato a spostarsi a cavallo, in carrozza o facendosi trasportare in portantina, mentre il popolo andava a piedi. L’auto ha permesso a chiunque di farsi trasportare dove vuole: di trasformarsi da fante in cavaliere. Non solo: la diffusione dell’auto privata corrisponde, ma soprattutto promuove, uno stile di vita “privato”, incentrato sull’individuo e sulla famiglia, valori al centro della cultura “americana” del XX secolo. Le principali aziende automobilistiche degli Stati uniti, in stretta collaborazione con i governi federali, statali e municipali, si sono adoperate per smantellare tutte le reti di trasporto pubblico collettivo per fare spazio all’automobile. Lo stesso hanno fatto molti altri governi dell’Occidente, e poi del mondo “comunista” e post-comunista, impegnando nello sviluppo dell’industria automobilistica e della rete stradale, e persino nella demolizione dei centri storici incompatibili con il traffico automobilistico, risorse sempre più ingenti sottratte alla mobilità collettiva. Se l’auto ha impresso il suo marchio su un’intera epoca (il XX secolo è stato indubitabilmente il secolo dell’automobile; oltre che della bomba atomica) non è però solo per aver trasformato i fanti in cavalieri. E’ stata per molto tempo, con la continua variazione e differenziazione dei modelli che Henry Ford, con il suo modello T, tutto nero e sempre uguale, non era riuscito a impedire, un imprescindibile status symbol. Oggi non lo è più, o lo è molto meno: nelle grandi città europee e in Giappone molti fanno ormai volentieri a meno di possedere un’auto propria.

Oggi nel mondo “circolano” (in realtà per lo più stanno fermi) un miliardo e 200 milioni di automobili e ne vengono prodotte oltre 80 milioni all’anno; nel 2030 dovrebbero raggiungere i due miliardi; nel 2050, con un tasso di motorizzazione pari a quello medio dell’Europa (in Italia è molto più alto) i cinque miliardi. Anche se fosse “fattibile” dal punto di vista economico – e non lo è – questo “sviluppo” non avrà luogo: il nostro pianeta non è in grado di ospitare una estensione della superficie stradale sufficiente a farle circolare, di fornire le risorse necessarie a costruirle, di generare l’energia necessaria a muoverle, di assorbire le emissioni che producono, se anche solo una parte di esse continuasse a utilizzare, direttamente o indirettamente, combustibili fossili. L’era dell’automobile, così come l’abbiamo conosciuta, è destinata a finire presto: in una generale catastrofe climatica, ambientale e sociale, oppure con la transizione a una mobilità condivisa, sia collettiva che personalizzata: più comoda, più economica, più sana e ambientalmente compatibile. Con le strade, soprattutto quelle urbane, sgombre da auto private in motto o parcheggiate, si apre uno spazio immenso per il potenziamento del trasporto pubblico, della mobilità flessibile e di quella dolce: biciclette e pedoni.

Ciò che ha permesso la nascita dell’era dell’automobile è stata una tecnologia: il motore a combustione interna; più leggero e meno ingombrante della macchina a vapore e soprattutto alimentato da un combustibile più duttile del carbone. Da tempo, lo sviluppo delle ICT ha reso possibili diverse forme, sia collettive che individuali, di condivisione del veicolo: car sharing, car pooling, anche dinamico (cioè combinato “in tempo reale”), trasporto a domanda. Se ci fossero servizi adeguati, possedere un’auto non sarebbe più necessario per poterla usare quando e come si vuole, e il loro numero potrebbe diminuire anche di un quoziente 5. Presto, ci dicono, arriverà l’auto a guida autonoma (anche se c’è da dubitare della sua diffusione). Niente sarebbe più ridicolo, allora, del possedere un’auto a guida autonoma posteggiata sotto casa o in un garage invece di chiamarne una quando serve, come oggi si fa con il taxi. D’altronde, come scrive l’economista Vincenzo Comito, la guida autonoma, ma anche solo la propulsione elettrica, sono destinate a trasformare l’auto in una specie di “telefono con le ruote”: fino all’80 per cento del suo valore sarà generato da settori che con l’auto tradizionale non hanno niente a che fare – motore elettrico, elettronica, informatica, telecomunicazioni, ecc. – e solo il 20 per cento rimarrà sotto il controllo dell’industria che l’ha prodotta finora. Ma se ne produrranno comunque molto di meno.

Oltre a ciò, per anni l’automobile è stata, e lo è ancora oggi, con i suoi impianti di produzione di massa, ma anche con le attività a monte – costruzione di strade, gallerie e viadotti, produzione e distribuzione di combustibile e di componenti, marketing e pubblicità – e a valle della sua produzione – rifornimento e manutenzione, custodia, grandi centri commerciali, gare e rally, vacanze – il principale “datore di lavoro” del secolo. Per questo, se è difficile staccarsene dal punto di vista della domanda, ancora di più lo è dal punto di vista dell’offerta: governanti e manager del pianeta, indissolubilmente legati al paradigma della crescita – che altro non è che accumulazione del capitale – e al mito che si debba lavorare sempre di più, anche se ad avere un “posto di lavoro” sono sempre di meno, non sanno con che cosa sostituirla come “motore dello sviluppo”.

Ma è proprio dal paradigma della crescita che dobbiamo prendere le distanze se vogliamo salvare quel che resta degli equilibri climatici e ambientali del pianeta e con essi il futuro della nostra specie. L’auto individuale, proprio per il ruolo centrale che ha avuto e ha ancora sia nello stile di vita di chi ce l’ha e nell’immaginario collettivo dei miliardi di esseri umani che non ce l’hanno (ma chi di loro non ne desidera una?) sia nel funzionamento di un sistema economico estrattivo, indissolubilmente legato alla crescita dei PIL, è di fatto – per il consumo di materiali, di spazio, di energia e di tempo che comporta – una sorta di “cartina al tornasole” del modo in cui viene concepita la transizione verso una società e un’economia sostenibili, ovvero la conversione ecologica. In questa critica, lascio da parte i negazionisti del clima, sempre di meno nel mondo del dire, ma sempre di più in quello del fare o, meglio, del non fare: cioè dei comportamenti effettivi.

Sta di fatto che per molti economisti, ma anche per molti “ambientalisti”, non c’è bisogno di rinunciare ad avere un’auto: la propulsione elettrica la renderà sostenibile – che ne sarà dei miliardi di esseri umani che ancora non ne hanno una non sembra fare problema – così come sostanzialmente non c’è da rinunciare alla maggior parte dei tratti che caratterizzano il nostro stile di vita (a partire dai viaggi e dalle vacanze, oggi la principale industria del pianeta, non a caso strettamente intrecciata con il mondo dell’auto). Il problema è renderli sostenibili. Ma come?

Con il disaccoppiamento tra aumento dei PIL e consumo delle risorse, rispondono: un vero e proprio mito, che a 30 anni dalla pubblicazione del rapporto delle Nazioni unite Our Common Future, curato da Gro Brundtland, è stato sistematicamente contraddetto dai fatti e smentito da tutte le ricerche empiriche in proposito (vedi p.es. la metaricerca Decoupling Debunked – Evidence and arguments against green growth as a sole strategy for sustainability, The European Environmental Bureau www.eeb.org, 2019). Ma questa è purtroppo la filosofia che sta alla base dei due programmi delle Nazioni Unite Millennium Development Goals 2000-2015 e, soprattutto, Sustainable Development Goals 2015-2030, che lo ha sostituito ed è tuttora in vigore. Molti di quegli obiettivi sono ovviamente condivisibili, ma l’obiettivo 8 del secondo programma, quello in vigore, lega in modo indissolubile creazione di “lavoro decente” e “crescita economica”, dove il driver è evidentemente la seconda. Ma, soprattutto, poiché il diavolo sta nei dettagli, al punto 17 dell’obiettivo 17 dei SDG, relativo alle partnership per sostenere lo sviluppo, troviamo la promozione di partnership pubblico-privato, che è la forma in cui in tutto il mondo vengono privatizzati i beni comuni, a partire dall’acqua; sotto la formula: proprietà pubblica ma gestione privata. Ma senza trascurare altre partite fondamentali come la sanità. Oggi, per es. l’OMS è in gran parte in mano alle multinazionali del farmaco e ad alcune fondazioni filantropiche ad esse legate, che la finanziano; cosa all’origine, tra l’altro, del mantenimento del brevetto sui vaccini anti-covid. E la lotta contro la crisi climatica rischia di essere sequestrata dai grandi progetti di geoingegneria, promossi da figure come Bill Gates, finalizzati con tutta evidenza a mantenere in vita il ricorso ai combustibili fossili. Ma è difficile che anche l’evoluzione della mobilità non venga influenzata dai meccanismi di project financing in cui si materializza la partnership pubblico-privato, come sta avvenendo anche all’interno del PNRR italiano nel campo delle infrastrutture.

Non so quale consapevolezza dei rischi connessi a questo approccio ci sia in alcune delle organizzazioni che partecipano del progetto di Generazioni future e che propongono come riferimento obbligato, se non come vero e proprio programma politico, proprio gli SDG. A mio avviso, e della associazione Laudato sì di cui faccio parte, e della interpretazione dell’enciclica di papa Francesco  di cui questa associazione si è fatta promotrice, la conversione ecologica non può limitarsi a una transizione energetica verso le fonti rinnovabili – il cui programma, peraltro, è ben lungi da una solida ricezione – né a una “rimodulazione dei consumi” che non metta in discussione i rapporti tra individui, popoli e il resto del vivente e l’intero pianeta; proprio quei rapporti che caratterizzano una economia estrattiva come quella in cui siamo immersi, paralizzata dall’incapacità di abbandonare il paradigma della crescita.

C’è qualcosa di profondo, che riguarda il senso stesso della nostra esistenza sulla Terra, che vuole ritornare in primo piano per riorientare l’intero arco dei nostri comportamenti. Ma forse, proprio la riflessione su un dato banale, e apparentemente superficiale, come il nostro rapporto con l’automobile e con la civiltà dell’automobile può aiutarci a riorientare il nostro atteggiamento verso molte altre cose, anche molto più importanti.

Il ritorno di Greta

Greta Thumberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice austriaco sul mondo promosso da Arnold Schwarzenegger, con Frau Merkel, Antonio Guterres ed altri. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, ha spiattellato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare esattamente l’opposto: la loro “lotta per il clima” serve solo a mascherare e giustificare la continuazione di una politica fondata sui fossili, cercando nuove occasioni di business.

Questa accusa coglie in pieno anche il PNRR italiano, il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione – e il confronto, dove c’è – intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il PNRR, bensì con un fondo, detto “fondone”, che Draghi ha fatto aggiungere, a debito, ai fondi, anch’essi a debito, del PNRR, per “non lasciare indietro nessuno”: in questo caso le lobby del cemento). D’altronde, non è stato forse il Senato italiano, forte delle sue competenze, a votare, anni fa, che il cambiamento climatico non esiste?

Tra le parole senza fatti o, meglio, con fatti che le contraddicono, di cui parla Greta, spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ora, se transizione ecologica significa – e non può significare altro; se no, verso che cosa mai si transita? – un cambiamento radicale, a partire dall’abbandono del presupposto su cui si basa tutto lo stato di cose attuale, cioè il mito fasullo e letale della “crescita” (che altro non è che accumulazione del capitale), è evidente che essa non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica (e del Governo che ne fa proprie le finalità) avrebbe dovuto essere, quindi, il lancio di una grande campagna di informazione: sul perché di questa svolta, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un confronto generale (non era certo tale la kermesse organizzata a suo tempo dal secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che ci troviamo di fronte: sia a livello planetario che a livello locale; ciascuno a fare i conti nel proprio territorio con la realtà in cui è inserito e in cui può operare. Le dimensioni del problema sono d’altronde tali che non si può sperare di ottenere dei risultati – se si vogliono veramente ottenere – che procedendo così. E se il governo non lo fa, la prima conseguenza da trarre è che di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra.

Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto), ecc.

Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).

E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il PNRR evita accuratamente), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma da basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord), per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra, in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di CO2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la CO2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte?

Manutenzione e riparazione

Da almeno cento anni l’accumulazione del capitale, quello che ora si chiama “crescita” e che sta al centro delle preoccupazioni di economisti, politici, manager e imprenditori, si regge sui mercati di sostituzione nel campo dei beni cosiddetti “durevoli”: non tanto l’acquisto di cose nuove – si ha già quasi tutto l’essenziale, e anche di più – ma l’acquisto di nuovi modelli o nuove versioni di quello che già si ha. Il meccanismo che alimenta questi mercati si chiama obsolescenza programmata: rendere “superato” un prodotto per indurre a sbarazzarsene e procurarsene una nuova versione. Questo meccanismo si basa fondamentalmente su tre accorgimenti: 1. Far durare poco le cose in modo che si guastino e non funzionino più nel più breve tempo possibile. Di questa soluzione fanno parte tutti i cosiddetti prodotti monouso o usa e getta, tra i principali dei quali rientra sicuramente la maggior parte degli imballaggi che oggi costituiscono la componente principale dei rifiuti di origine urbana. 2. Rendere difficile o impossibile ripararle quando si guastano, far mancare o vendere a caro prezzo e parti di ricambio e rendere difficile o impossibile smontarle per sostituirne le componenti guaste: 3. Svalorizzarle attraverso l’innovazione incorporata nelle nuove versioni. Attraverso la moda e il suo continuo cambiamento quando in ballo è la dimensione estetica del prodotto; attraverso la tecnologia, offrendo prestazioni più ampie (e spesso inutili o inutilizzabili) che rendono però impossibile l’uso della precedente versione del prodotto.

Questi tre meccanismi hanno in gran parte “messo fuori gioco” il mondo della manutenzione e della riparazione che dovrebbe invece essere il cuore di una società sostenibile. In molti campi gli addetti a queste funzioni sono sempre meno e sempre più cari.

Così l’obsolescenza programmata si traduce in un continuo aumento della produzione di scarti, e, conseguentemente, di rifiuti. Proprio per contenere la produzione di rifiuti – e non certo per ridurre la corsa ai consumi – si è giunti a cercare di metterla sotto controllo: a valle della produzione e del consumo, con una certa promozione del riuso e dei mercati dell’usato. A monte, con una normativa che per certe categorie di prodotti, mira a ridurne gli effetti. Notevole da questo punto di vista è una legge francese, in vigore dal 1.1.2021, che obbliga a evidenziare sull’etichetta di alcune categorie di prodotti, con un punteggio da 1 a 10, la robustezza dell’articolo, la sua probabile durata, la sua riparabilità, la facilità nel trovare pezzi di ricambio.

Ma se invece di guardare al problema dalla parte dei rifiuti, del fine vita del prodotto, lo guardiamo dal punto di vista della sua potenziale utilità sociale, appare evidente che, tra il suo uso/utilizzo iniziale e l’eventuale riuso/riutilizzo dopo essere stato venduto sul mercato dell’usato acquista, un ruolo centrale spetta proprio la figura del manutentore/riparatore. Manutenzione vuol dire far durare; riparazione, rimettere in vita un prodotto morto; ma anche aggiornare, con nuove componenti, un prodotto “vecchio”.

Naturalmente, nel mercato dell’usato, a monte della riparazione ci vogliono delle professionalità in grado di valutare e selezionare i prodotti, i componenti e i materiali ancora riutilizzabili e, a valle, una rete di venditori dell’usato si “generici” che specializzati. Si tratta, in tutti i casi, di mestieri differenti

Nel ruolo del manutentore/riparatore sono centrali tre aspetti, tre “virtù”: 1. Una forte competenza tecnica, che in parte si può acquisire attraverso processi formali di istruzione e addestramento, ma in cui conta molto anche l’esperienza e “l’affiancamento” di una figura esperta. 2. Una grande manualità, il saper “mettere le mani” dentro l’oggetto, sia esso un abito, un mobile, un’apparecchiatura elettrica o elettronica”, ma anche un locale o un edificio (l’unico campo in cui sperimentiamo ancora capacità del genere è quello della manutenzione degli autoveicoli). 3. Una grande attenzione e, spesso, una vera e propria passione, per l’oggetto del proprio lavoro.

Ogni articolo da riparare, da aggiornare o su cui effettuare la manutenzione è diverso dall’altro per marca, modello, anno di produzione, anche quando si rimane all’interno della stessa tipologia merceologica. Questo crea una radicale difformità del lavoro artigianale del manutentore/riparatore, rispetto al lavoro seriale che, dal modello fordista ha dato il nome a un’intera epoca, che è caratterizzato dalla uniformità e ripetitività dei gesti applicati sempre allo stesso oggetto.

Con delle conseguenze importanti: 1. il fordismo o, meglio, il taylorismo, ha privato il lavoro esecutivo di tutta la sua intelligenza e comprensione del processo produttivo, trasferite e sequestrate dal management; 2. ha reso superflua, e poi proibito, la comunicazione tra gli addetti allo stesso impianto; 3. ha distrutto la manualità anche là dove c’era: molti addetti ad attività ripetitive della produzione di massa, prima di entrare in fabbrica, avevano un mestiere, imparato sul campo, che hanno disimparato; dopo 10 anni di catena di montaggio non sanno più fare niente; 4. ha allontanato anche di molto il luogo di lavoro dalla sede della vita quotidiana, la fabbrica o l’ufficio dal quartiere.

Questi caratteri sono in gran parte invertiti dal lavoro di manutenzione e riparazione, che richiede intelligenza e comprensione sia del prodotto che del processo; un chiaro ed esauriente scambio di informazioni tra chi porta un prodotto a riparare e chi deve ripararlo, una forte manualità, in continuo perfezionamento e la vicinanza fisica tra il laboratorio dove si effettua la riparazione e il territorio dove i prodotti si guastano, tanto che in molti casi il lavoro si effettua a domicilio.

Queste due ultime due caratteristiche creano e rafforzano le relazioni sociali e fanno della manutenzione e della riparazione i nodi di una rete di contatti intorno a cui si possono consolidare dei rapporti periodici e permanenti anche tra coloro che ne sono i beneficiari. La manutenzione e la riparazione, in altre parole, creano comunità e la legano al territorio in cui operano; concorrono anche alla “manutenzione” delle relazioni sociali e al consolidamento del legame tra una comunità e il suo territorio.

Per questo, più che vedere nel riuso una soluzione per ridurre l’onere della gestione dei rifiuti occorre considerarlo un mezzo, tanto più potente quanto maggiore è la potenziale durata dei prodotti messi in circolazione, per alimentare un’attività e una organizzazione del lavoro che consolidano la coesione sociale e la cura del territorio, riducendo, come loro conseguenze, la necessità di prelevare dall’ambiente sempre nuove risorse.

Il futuro dell’auto (una riflessione)

Il ‘900 è stato il secolo dell’automobile. L’era dell’auto è iniziata con l’invenzione del motore a scoppio, un propulsore che ha permesso di liberarsi dal peso della macchina a vapore e dal vincolo di binari o di linee elettriche dedicate; e trova la sua conclusione negli sviluppi delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ITC) che grazie alla condivisione del veicolo permettono di liberare il trasporto personalizzato dal vincolo del possesso di un’auto personale, dalla congestione prodotta dalla moltiplicazione dei veicoli e – forse – anche dall’onere (che per molti è un piacere) della guida.

Se l’inizio dell’era dell’automobile era è stato rapido, tumultuoso e “glorioso”, la sua fine appare lenta, faticosa e controversa. Ma non c’è dubbio che la civiltà dell’automobile, così come l’abbiamo conosciuta e vissuta, sia destinata a concludersi, così come sono destinate a finire altre epoche a noi familiari, come quella dei combustibili fossili, dell’agricoltura e dell’allevamento industrializzati, della produzione di rifiuti, emblema di un’economia lineare, delle grandi infrastrutture di trasporto, di una finanza senza regole. A meno che si decida, o si permetta al nostro pianeta, e alla vita che lo popola, compresa quella della specie umana, di precipitare verso la sua soppressione.

Il tempo incalza. Non ne abbiamo più molto a disposizione, come ci ricordano l’IPCC, il movimento Fridays for Future e papa Francesco. Ogni discussione sul futuro dell’auto, In Italia come all’estero, che prescinda da questo quadro di riferimento è tempo perso o, peggio, inganno.

L’epoca dell’automobile è finita anche se l’auto non vuole morire (e anche se su questo tema ho scritto un libro: Vita e morte dell’automobile). Però si tratta di “un morto che cammina”, tenuto in vita da espedienti che non fanno che moltiplicarne il danno. Tra questi:

– gli incentivi al settore: l’ex Fiat, ex Fca (ma anche ex Alfaromeo, ex Lancia, ex Innocenti) e ora Stellantis è vissuta e vive – come tutti i suoi concorrenti – di sussidi;con cui sono stati costruiti quasi tutti i suoi stabilimenti, gran parte dei quali sono oggi capannoni vuoti e vienemantenuta in cassa integrazione gran parte dei suoi dipendenti. L’automotive è un grande esempio di “sussidistan”;

– strade, autostrade, svincoli e parcheggi che divorano suolo e risorse per funzionare come attrattori di traffico: più se ne fanno per snellire la congestione e più questa aumenta;

– l’auto elettrica, che non elimina l’inquinamento (dato che l’85 per cento del particolato è provocato da ruote e freni e non dalle emissioni allo scappamento), non elimina la congestione, non elimina il sovraconsumo di materiali e di energia necessario a muovere 1000-2000 kg di ferraglia per spostare mediamente 80-100 di carne umana: dal petrolio alle ruote il rapporto tra consumo e rendimento in termini di calorie è mediamente di 20 a 1;con il solo e il vento questo rapporto non migliora;

– la restrizione delle risorse da indirizzare verso altre modalità di trasporto: su ferro, dolce, flessibile, condiviso, con veicoli e tracciati adatti a queste diverse funzioni;

– la perdita della socialità prodotta dalla cessione al traffico degli spazi pubblici un tempo riservati all’incontro e al confronto tra diversi;

Il passaggio a nuove modalità di spostarsi e spostare cose facendo a meno dell’automobile impone ovviamente un ripensamento e una riconversione radicali degli assetti urbani che qui non posso sviluppare ma che ha il suo perno nella riconfigurazione della città intorno allo schema dei 15 minuti. 15 minuti per raggiungere a piedi qualsiasi servizio utile allo svolgimento della vita quotidiana, compreso il posto di lavoro che potrebbe trovare nella moltiplicazione dei working center una mediazione tra il lavoro a distanza svolto a casa e il bisogno di lavorare in contesti che consentano la frequentazione e il confronto con lavoratori impegnati in attività tra loro diverse.

Certamente, nel secolo dell’auto il settore dell’automotive è stato – dopo l’edilizia, il cui sviluppo è stato completamente subordinato alla scelta di “far posto” all’auto) il principale datore di lavoro del mondo sviluppato e oggi anche di gran parte delle economie emergenti. Che ne sarà ora dei suoi addetti? Attualmente il settore sembra in ripresa, ma non c’è da farsi illusioni perché il suo destino è segnato dalle scadenzedella crisi climatica e ambientale. Discutere dell’auto oggi significa affrontare i problemi difficilissimi della sua riconversione: non solo degli stabilimenti, ma soprattutto dellesue maestranze, che sono persone: con la loro vita, la loro famiglia, i loro legami, la loro esperienza, la loro dignità.

Innanzitutto, si tratta di promuovere la produzione di altri mezzi di trasporto più adatti alle nuove modalità della mobilitàdi cose e persone, cosa per cui gli impianti, le competenze e l’esperienza degli attuali addetti sono più portate (ma non dimentichiamo tutto il settore dell’indotto, a monte, ma soprattutto a valle degli impianti di produzione). Poi, anche la messa in opera di tutti gli impianti e le attrezzature necessarie a una rapida transizione energetica, che ha un indotto almeno altrettanto vasto. Poi, in un crescendo di difficoltà, quella dialtri settori coinvolti dalla irrinunciabile riconversione a una economia circolare. Ma non sono transizioni che possanoessere affidate alla convenienza o alla buona volontà della proprietà (dei padroni), vecchia o nuova che sia; né ci si può illudere che possa essere gestita dallo Stato, oggi completamente sprovvisto, dopo aver smantellato tutta l’industria pubblica, delle competenze necessarie a gestire un impianto industriale; meno che mai si può affidare una prospettiva del genere all’autogestione delle maestranze o al “controllo operaio” immaginato e a volte prospettato decenni fa: non farebbe che mettere i lavoratori di ogni impianto in concorrenza con quelli di tutti gli altri simili. Quello che è necessario per promuovere la transizione è una “coalizione” di tutte le forze disponibili di un territorio, certo a partire dai lavoratori e dai tecnici dei singoli impianti, ma sostenuta da tutte le forze vive del territorio e capace di coinvolgere innanzitutto le istituzioni del governo locale. L’esempio maggiore che ci troviamo di fronte oggi è la mobilitazione in atto a Civitavecchia per la conversione ad energia verde dell’impianto di Torre Valdaliga: una riedizione di quella “coalizione sociale” il cui progetto è stato abbandonato anni fa, subito dopo essere stato lanciato; forse perché si erano selezionati i soggetti ammessi alla sua costituzione prima ancora di definirne le finalità. Ma bisogna muoversi in questa direzione fin d’ora. Come credo anche voi, sono per un mondo fondato sulla cooperazione e non sulla competizione. Ma è indubbio che chi si porterà avanti lungo questa strada avrà dei vantaggi rispetto a chi rimane indietro. Ma nemmeno si può pensare di andare avanti per 10-12 anni as usual per poi accorgersi che bisogna cambiare tutto, come forse ci sta invitando a fare il nuovo ministro della Transizione ecologica. 

Ma la riconversione dell’automotive, come di tutti gli altri comparti destinati a ridimensionamento, mette all’ordine del giorno due altri elementi necessari ad affrontare quel “salto d’epoca” che ci troviamo di fronte. Il primo è la riduzione dell’orario di lavoro (e dell’impegno per chi un orario non ce l’ha). E’ vano andare alla ricerca di lavori fittizi o, peggio, inutili e dannosi, con il solo scopo di “creare occupazione” per colmare i buchi di un sistema che, riconvertito o no, richiederà sempre meno lavoro. Meglio ridistribuire tra una platea più ampia quello veramente necessario, sia il lavoro direttamente produttivo, perché remunerato, sia quello cosiddetto riproduttivo – che non è solo il lavoro domestico – che non è considerato lavoro perché non è remunerato. Il secondo è il reddito di base aperto a tutti coloro che ne hanno bisogno, non solo per coprire i vuoti nel passaggio da un impiego all’altro, o quelli provocati dalla perdita definitiva di un impiego reso superfluo dalla riconversione, ma anche per permettere a tuttiuna scelta più libera dell’attività in cui impiegarsi, unica strada per imporre ai futuri datori di lavoro di rendere più attraente e meglio remunerata le attività richieste dalla riconversione.

Rieducare, retribuire, risarcire

L’arresto di alcuni latitanti italiani rifugiati in Francia da decenni e protetti dal “lodo Mitterrand” non è che un’applicazione della legge, attribuendo però alla pena una finalità “retributiva” del tutto estranea alla Costituzione, che le attribuisce solo finalità rieducative (quelle che, come ha scritto Adriano Sofri, la permanenza in Francia aveva ampiamente realizzato). Che la pena debba avere anche finalità retributive, cioè afflittive, era stato sostenuto a suo tempo dal presidente della Repubblica Scalfaro per giustificare il diniego della grazia a Sofri: anche perché – aveva detto – si sarebbe trattato di un “quarto grado di giudizio”. In realtà Sofri, Bompressi e Pietrostefani di gradi di giudizio ne avevano già attraversati 8 (anzi, 10) e Marino 12. Ma con le loro pressioni Draghi e Cartabia hanno aggiunto il loro misero tassello alla versione che da decenni ha fatto dei ‘70 gli “Anni di piombo”, dominati dal “terrorismo rosso”: cancellando sotto questa dizione sia la “Strategia della tensione” e le sue stragi, sia le lotte e le conquiste di studenti, operai e popolo contro cui quella strategia era diretta. E anche il fatto che una guerra, ancorché “non ortodossa”, era stata dichiarata fin dal 1965, in un convegno dell’Istituto Pollio, dagli uomini dei “Servizi” che poi l’avrebbero gestita. Ma lo Stato italiano ha condotto quella guerra contro dei movimenti di massa, colpendo a casaccio nel mucchio con una sequela di stragi, mentre le formazioni armate nate ai margini di quei movimenti pensavano di contrattaccare con agguati contro uomini simbolo: crimini da entrambe le parti su cui non è superfluo fare comparazioni.

Gli arresti della scorsa settimana sono però l’ultima – per ora – conseguenza del fatto che nella strategia della tensione sono stati coinvolti molti corpi istituzionali e politici dello Stato; e che tutti ne hanno a loro modo approfittato, trovando poi conveniente non chiudere più quella fase con un’amnistia o un processo di riconciliazione, come sarebbe stato possibile e opportuno anche senza aver individuato e processato i responsabili di tutte quelle stragi. La rendita politica di quella non-decisione ha così continuato a venir riscossa; e Draghi e Cartabia cercano di intascarne la loro quota; mentre la pena retributiva sostituisce, per molti parenti delle vittime della lotta armata di un tempo, quel “risarcimento” che lo Stato avrebbe dovuto offrir loro in ben altro modo.

Condivido il dolore dei parenti delle vittime (tutte) del terrorismo di sinistra, di destra e di Stato, a partire dalla moglie e dalle figlie di Pino Pinelli, vittima del terrorismo di Stato; e senza assolutamente escludere la vedova e i figli del commissario Calabresi: so anch’io che cosa significa crescere senza un padre, anche se il mio è morto in circostanze certamente meno drammatiche. Ma per me, che ho seguito giorno per giorno quei molteplici “gradi di giudizio” è impensabile che da quelle udienze si potesse ricavare il minimo indizio di colpevolezza degli imputati, Marino compreso, come aveva giustamente concluso la sentenza assolutoria del secondo processo di appello (mentre capisco benissimo come possano essersene convinti quelli che sono stati informati esclusivamente dalla stampa e dai media dell’epoca. Di fatto solo il manifesto, allora come oggi, ha riferito come stavano le cose impegnandosi ad analizzarle con spirito critico). A meno di essere già determinati a priori a quell’esito: come lo era la maggior parte dei giudici togati, accettando di fatto che il processo, più che alla ricerca dei veri colpevoli, fosse indirizzato alla punizione della campagna con cui Lotta Continua aveva costretto il commissario (che poi se ne sarebbe ritirato con una ricusazione) a portarla in tribunale. D’altronde, a riprova di un pregiudizio ormai consolidato, nessuno, né tra i magistrati, o i giornalisti, o i familiari, aveva sollevato obiezioni quando, per dimostrarne la natura criminosa, era stato sostenuto che a uccidere Rostagno, per farlo tacere, era stata una struttura armata di Lotta Continua.

Sofri e Bompressi sono stati condannati in base a ricostruzioni false di Marino, contraddette dai fatti e da tutti i testimoni. Pietrostefani nemmeno da quelle. Il processo non ha mai indicato una sola circostanza di tempo o di luogo, o le modalità per accusare Pietrostefani di aver ordinato a Marino di uccidere il commissario: quelle inizialmente indicate da Marino sono state poi da lui stesso sconfessate: si erano rivelate insostenibili. Pietrostefani è stato condannato a 22 anni solo perché membro di un “comitato esecutivo” che, secondo Marino, un anno prima dell’omicidio ne avrebbe predisposto l’attuazione. Ma Marino aveva inizialmente indicato come membri di quel comitato anche Rostagno, Brogi, Boato, Morini e altri, che l’accusa ha subito “dimenticato”, consapevole, dopo l’iniziale entusiasmo, della debolezza di un impianto accusatorio interamente basato solo sulla testimonianza del “pentito” Marino. Così come sono state lasciate cadere altre accuse assurde e insostenibili di Marino contro Paolo Liguori, Luigi Bobbio o Luigi Noia. Aggiungo – avevo aggiunto allora, quando il reato non era prescritto, in diverse dichiarazioni e con una raccomandata alla Procura di Milano, pubblicata dal manifesto – che del comitato esecutivo di Lotta Continua avevo fatto parte anche io, che per sette anni ero stato, insieme a Sofri e Pietrostefani, al vertice di quella organizzazione e non potevo non averne condiviso tutte le responsabilità. Nessuna reazione. Per questo mi ritengo la prova provata che quel molteplice e contradditorio processo è in realtà una delle più grandi patacche della storia giudiziaria italiana. Processi di quel tipo – tra cui questo, svolto ben oltre la fine dell’emergenza – tutti basati solo su dichiarazioni di “pentiti” sia veri che falsi, ben giustificano i dubbi di Mitterrand sul modo in cui veniva gestita la Giustizia in Italia.

Oggi però nuovi elementi per ricostruire un diverso contesto di quella vicenda non mancano. Nella Questura della defenestrazione di Pinelli erano presenti ben 13 (tredici) funzionari dell’Ufficio Affari Riservati mandati da Roma per partecipare, con tutta evidenza, alla montatura contro Pietro Valpreda. Di quella ingombrante presenza, che la Procura di Milano aveva accuratamente evitato di scoprire, anche il commissario Calabresi non ha mai fatto parola. Ma è sensato pensare che nel corso del processo a suo carico, avviato dalla denuncia di Licia Pinelli, che lo vedeva ora come imputato e non più come querelante, Calabresi avrebbe potuto parlarne. Non ne ha avuto il tempo e la sua uccisione lo ha trasformato da bersaglio di una campagna accusatoria allora largamente condivisa dall’opinione pubblica nell’icona dell’irreprensibile servitore dello Stato; esonerandolo post mortem dalle sue responsabilità con la grottesca sentenza sul “malore attivo dell’anarchico Pinelli”.

Quale anticapitalismo?

Molte compagne e compagni (di strada?) insistono nel qualificare le loro idee, prassi e lotte come “anticapitaliste” senza mai chiedersi veramente che cosa significhi. Per molti è sottinteso che al di là del capitalismo non può esserci che un esito obbligato: il comunismo o il socialismo; che il capitalismo non sia che un bozzolo entro cui cresce una larva pronta a trasformarsi in farfalla e a spiccare il volo quando il bozzolo verrà perforato. Non la pensava così Marx, che sosteneva sì, che il capitalismo alleva in seno il suo antagonista, ma rifiutava di delineare la società futura perché non aveva mai pensato che fosse già tutta presente in nuce in quelle “forze produttive” a cui il capitale impedirebbe di manifestare le proprie potenzialità. Che è invece una tesi, mai pienamente esplicitata, presente in molti scritti del neo-operaismo. La questione investe il rapporto tra le forme dei conflitti e delle iniziative che si scontrano con il dominio del capitale e i connotati di un “altro mondo possibile”.

Oggi al modello di comunismo come statalizzazione di tutti gli aspetti della vita – passaggio obbligato verso la società senza classi – non si rifà più nessuno: è fallito per sempre con l’esperimento sovietico. E nessuno pensa più il socialismo come nazionalizzazione della grande industria e programmazione dello “sviluppo”, a cui aprirebbe la strada la concentrazione del potere economico. Ma, soprattutto a partire dal Sessantotto, e anche prima, ci si è spesso accontentati di considerare il comunismo “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, senza cercare nelle forme assunte dalle lotte in corso la prefigurazione, se non di una società futura, per lo meno di una direzione di marcia. Il rimando, spesso solo verbale, al comunismo o al socialismo ha finito per nascondere un vuoto di pensiero sufficiente a spiegare il fallimento delle sinistre a livello mondiale: discutere del futuro è tempo perso o mera fantasticheria.

L’ecologia ci ha in parte liberato dalla gabbia di quell’esito scontato, mettendo in discussione l’impianto produttivista, “sviluppista” e antiecologico di un approccio comune – anche quando non esplicito – a gran parte delle forze che si pongono in continuità con la storia del movimento operaio. Mano a mano che si faceva evidente il rapporto tra le tante sofferenze umane – soprattutto dell’umanità più sfruttata ed emarginata – e quelle del mondo della natura si dissolveva anche il senso di un “anticapitalismo” incapace di coglierne la centralità. Per alcuni, anzi molti, non c’è problema: l’ecologia deve solo correggere un eterno presente a cui non c’è alternativa. Ma per l’ecologia integrale – che fa coincidere lotta per la giustizia sociale e lotta per la salvaguardia della Terra – quel rapporto ingiunge un rovesciamento radicale del sistema che non cerca più solo in nuovi “rapporti di produzione” il rimedio alle ferite inferte dal capitalismo alla vita e all’integrità degli ecosistemi.

Su quel rovesciamento è in corso un dibattito che questo giornale ha da tempo promosso, ma che non sempre mette a fuoco il suo legame con la questione dei beni comuni – tali solo se gestiti da una comunità aperta – come alternativa alla proprietà, sia privata che statuale, delle risorse fondamentali; ma anche con una rinnovata critica del lavoro come attività per lo più nociva per chi la svolge e per ciò che produce e imposta con il ricatto di disoccupazione e miseria; per mettere al centro l’obiettivo della cura, cioè di attività liberamente scelte che includano, accanto alla produzione di beni essenziali, tutte gli impegni legati alla riproduzione sia della vita che delle relazioni su cui si fonda una comunità e il suo rapporto con un territorio.

E’ una prospettiva legata a pratiche quotidiane che non escludono né antagonismo né conflitto aperto, ma con un perimetro più ampio di elaborazioni e prassi mutualistiche, come quelle che avevano accompagnato gli esordi del movimento operaio, ovviamente adattate ai tempi nostri. Dentro cui rivendicazioni come reddito di base, riduzione del tempo di lavoro, salario minimo, servizi sociali e istruzione pubblica ma autogestita sono sì strumenti di rottura con gli assetti in atto, ma richiedono fin da ora la presa in carico, in forme condivise, del tempo e delle potenzialità che possono liberare.

Come ci si arriva? O, meglio, come procedere lungo questa strada? Che non ha come “sbocco” una conciliazione finale tra individui, interessi, fedi e classi diverse, e nemmeno tra la nostra specie e il mondo della natura, bensì la conquista di una condizione ogni volta da rinnovare che non cesserà di essere problematica e conflittuale.

Occorre forse convincere prima tutti che non c’è altra via, perché i disastri ambientali e sociali in corso ci fanno già vedere, e in parte vivere, le forme che potrà assumere l’estinzione della vita umana sulla Terra? No. Non ha funzionato nei cinquant’anni e più di allarme sulle condizioni del pianeta; non funziona né funzionerà neanche ora.

Oppure bisogna aspettare un collasso del sistema? Collassi del genere li abbiamo già attraversati, li stiamo attraversando e saranno sempre più frequenti: sono diventati la condizione stessa di esistenza del sistema. Che ogni volta ha proseguito per la sua strada, anche rinunciando a qualcuna delle sue funzioni: occupazione, redditi decenti, welfare, sicurezza; ma anche a qualche linea di approvvigionamento delle sue unità produttive e di tante esistenze umane. E’ una deriva sotto i nostri occhi anche con questa pandemia.

Ma è ’ in quei vuoti che deve sapersi inserire l’iniziativa di chi lavora a rovesciare il mondo giorno per giorno: occupare spazi, sostituire funzioni, ridimensionare le catene di approvvigionamento, proporre e imporre soluzioni alternative allo sfruttamento e al profitto nel lavoro e nel welfare: le pratiche sperimentate sono tante; i risultati, finora, scarsi e “di nicchia”; ma concorrono tutti a mettere a punto  una prospettiva generale per orientarci là dove la crisi colpisce di più.

Dal lavoro alla cura

La pandemia che ha investito tutto il pianeta e costretto metà dei suoi abitanti – quelli che una casa ce l’hanno – a rinchiudersi nelle proprie abitazioni ha reso evidente la faglia che separa le attività nelle quali sono impegnati tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici: da un lato ci sono attività al servizio del benessere o del miglioramento dell’umana convivenza: innanzitutto gran pare della filiera della salute, medici, infermieri, produttori e gestori di presidi sanitari; poi quella del cibo, dall’agricoltore al cuoco, dal fornaio alla commessa di un supermercato; la logistica, per far arrivare a destinazione beni, semilavorati e persone; l’educazione a tutti i livelli e in tutte le forme; l’informazione; e ancora, tutte le attività di manutenzione e di riparazione, e tante altre.

Dall’altro ci sono i tanti lavori finalizzati esclusivamente o prevalentemente alla produzione di profitti, a cui sono stati comandati, a rischio della loro vita e di quella dei loro familiari, milioni di lavoratori che avrebbero fatto volentieri a meno di produrre, soprattutto in quelle condizioni, se solo fosse stato garantito loro di che vivere. Ci sono dunque, anche se il confine che li separa è incerto e mobile, attività utili e indispensabili, per quanto gravose e anche rischiose possano essere state rese per chi le svolge, e lavori giustificati solo dalla necessità di mandare avanti comunque la fabbrica dei consumi superflui, la devastazione del pianeta e la produzione di profitti.

Si è aperto così, nel foro interiore di molti, anche se ben poco sugli organi di stampa e sui media che ne avrebbero dovuto promuovere e diffondere i risultati, un interrogativo sul senso del lavoro proprio e altrui.

A questo interrogativo ho cercato di dare una risposta con un pamphlet, in cui il lavoro viene contrapposto alla cura (Dal lavoro alla cura – Risanare la Terra per guarire insieme, pagg. 110, Interno4, € 9, che sarà in libreria a partire dal 25 marzo).

Questa contrapposizione mi è stata suggerita dalla crescente importanza che il concetto di cura sta assumendo nei tanti ambiti in cui si cerca di inquadrare, entro un orizzonte comune, ancorché ampiamente differenziato, la prospettiva di un rovesciamento radicale di quell’approccio al mondo e a gran parte delle sue manifestazioni che ci è stato imposto dalla globalizzazione e dalla cultura mainstream, cioè dal “pensiero unico” dominante. Sulla cura della casa comune (un termine che include sia persone che cosa, sia giustizia sociale che rispetto per l’ambiente e tutto il vivente) è d’altronde anche il sottotitolo dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, un documento straordinario di carattere politico, sociale, ambientale culturale e, ovviamente, anche religioso, a cui quel libro fa spesso riferimento.

Il concetto di cura, intesa come finalità e senso dell’agire umano in campo economico, ma anche, e soprattutto, in quelli sociale, culturale e ambientale, è stato giustamente contrapposto a quello di profitto (“società della cura” contro “società del profitto”) e anche a diversi concetti a esso correlati come competizione, economia di mercato, crescita, sviluppo economico e simili. Quello che non si è avuto finora la volontà, o non si è sentita la necessità, di mettere in discussione, di svelare nella sua sostanziale ambiguità, è quel vero e proprio macigno che sta alla base e che costituisce la giustificazione ultima di tutte le scelte, i comportamenti, gli atteggiamenti e le remore che si frappongono e si sono finora frapposti al dispiegamento di un rapporto tra gli esseri umani e il loro mondo sociale e ambientale che sia effettivamente fondato sulla cura.

Quel macigno è il lavoro fine a se stesso, l’occupazione, la creazione e la moltiplicazione dei posti di lavoro, la sacralizzazione del lavoro dietro a cui si nasconde da tempo gran parte delle malefatte del dominio economico. La pretesa di attribuire comunque un valore e una “dignità” al lavoro, indipendentemente dalle condizioni nelle quali si svolge e dai risultati che produce, è proprio ciò che allontana da un’autentica pratica della cura.

Nella cura, e non solo nei molti dei cosiddetti “lavori di cura”, c’è sempre, esplicita o latente, una componente affettiva verso l’altro da sè – persone o “mondo” – che al lavoro in quanto tale per lo più manca; e che quando c’è è per lo più autoreferenziale e si presenta sotto forma di “orgoglio” del mestiere o della professione; oppure è promosso o imposto dall’esterno; ma il più delle volte nei confronti del proprio lavoro si riscontra solo insofferenza, fastidio, rigetto: si lavora per campare, perché – ma la cosa riguarda solo una parte della compagine sociale – “chi non lavora non mangia”.

Nel corso di secoli e millenni il lavoro e la fatica che esso comporta sono sempre stati legati a una condizione servile o a una imposizione, a cui si contrapponeva il privilegio di chi ne era esentato o, dove e quando i costumi o le istituzioni sociali lo permettevano, la “festa” come sospensione della fatica e della costrizione quotidiane; una contrapposizione che oggi si ripresenta nella distinzione, dai confini sempre più flebili e incerti, tra lavoro e “tempo libero”.

Ciò che caratterizza l’attuale sistema economico globalizzato – e che ha segnato nel corso del tempo gran parte dell’evoluzione del capitalismo e della società industriale – e tutto ciò che fa da base alla legittimazione delle sue pretese, delle sue imposizioni e persino dei suoi crimini, ci riporta sempre, direttamente o in ultima analisi, al tema dell’occupazione; alla necessità di creare o di “salvare”, più che dei redditi, dei posti di lavoro; al punto che spesso, per “salvare” un’impresa e i suoi posti di lavoro, non si esita a “sacrificarne” una parte. Quello che si vuole salvare è in realtà il lavoro come risorsa; il lavoro come “motore dello sviluppo”.

Così l’obiettivo della piena occupazione spesso viene proposto solo per nascondere la rinuncia a ripartire tra una più ampia platea di donne e di uomini, con una drastica riduzione del tempo, dei carichi e dei ritmi del lavoro, le attività che veramente servono alla cura della casa comune; rinunciando con ciò stesso a perseguire la soppressione di tutti quei lavori – e sono molti – che fanno solo danno a sé, agli altri, al vivente, alla Terra.

Perché, lungi dal sussumere sotto di sé la totalità delle attività umane dotate di senso, il lavoro di fatto le esclude e, con i più recenti sviluppi  della crisi climatica e ambientale – e ora anche di quella sanitaria – più si sente il bisogno di trovare una strada che ci porti fuori e lontano dal pericolo, più le attività di cura tradizionalmente escluse dalla concezione “ortodossa” del lavoro, le attività connesse non solo alla riproduzione della vita biologica ma soprattutto quelle che stanno alla base della costruzione e ricostruzione della vita sociale e della convivenza, irrompono al centro del nostro interesse spingendo ai margini della vita “vera” il cosiddetto “lavoro produttivo”, quello riconosciuto e remunerato come tale, ovunque non concorra alla cura di se stessi, degli altri e del mondo; cioè per lo più. Ma quell’interesse, che per molti è per ora solo un’aspirazione, ma che per altri costituisce già un impegno concreto, altro non è che il programma di una radicale riconversione ecologica degli assetti sociali e produttivi.

Non si esce dall’era fossile con il metano

L’Italia ha assunto l’impegno di fuoriuscire dal carbone entro il 2025. Ma tutto lascia presumere che il phase-out verrà perseguito spacciando per decarbonizzazione la sostituzione dei fossili più inquinanti con il metano. Il gas è tutt’ora in cima ai piani strategici di ENI, che punta a sostenere il suo business con il sequestro del carbonio (CCS): una tecnologia insicura, contraria al principio di precauzione, costosa sia in termini economici che di consumi, e sostanzialmente mai testata su scala industriale. Ma trova la complicità di ENEL Italia – mentre ENEL Group all’estero investe solo in rinnovabili! – perché il rischio dell’investimento in un grande impianto è coperto da sussidi pubblici e dagli oneri in bolletta garantiti dal capacity market. Senza contare il pressing lobbista svolto a Bruxelles per evitare una tassazione delle emissioni che metta fuori mercato il metano rispetto alle rinnovabili. Pertanto, Enel intende rconvertire a metano anche l’impianto di Civitavecchia Torre Valdaliga nonostante che i tempi di ammortamento e valorizzazione di impianti di questo genere superano i 30 anni e il loro funzionamento – oltretutto a costi sempre meno competitivi – ci porterebbero ben al di là del 2050, anno entro cui le emissioni devono essere azzerate.

Viceversa, un gruppo di ricercatori e tecnici di Civitavecchia ha messo a punto un progetto di massima che prevede la produzione di elettricità esclusivamente da fonti rinnovabili, stabilizzate nella loro intermittenza da stoccaggi di idrogeno verde prodotto sia con fotovoltaico, da installare su ampie aree dell’impianto da dismettere (in particolare i depositi di carbone) sia da un parco eolico di pale galleggianti, collocato a 20-30 chilometri dalla costa (senza impatto visivo diretto), collegate a riva con cavi sottomarini e integrate da idrolizzatori, per conservare con l’idrogeno, e rendere successivamente disponibile, l’eccesso di corrente elettrica prodotta. Questa tecnologia off-shore flottante non ha avuto ancora applicazione in Italia (ma sono diversi i progetti in via di definizione); però Saipem, del gruppo Eni, è già stata coinvolta nella realizzazione di diversi impianti di grandi parchi eolici nel mare del Nord. Va aggiunto che il PRR prevede finanziamenti sostanziali per i progetti di sviluppo di rinnovabili, con una corsia preferenziale a sostegno dell’idrogeno “verde” prodotto con rinnovabili. Sole e vento, peraltro, a Civitavecchia presentano un bilancio tra i più favorevoli in Europa.

Questo progetto ha suscitato una discussione che ha coinvolto tutte le associazioni locali, i sindacati, gli studenti, il sindaco (eletto con una lista civica orientata a destra), parlamentari e le principali associazioni ambientaliste nazionali, la CNA e persino la diocesi, citando la Laudato Sì. Tutti hanno manifestato un forte interesse per il progetto e sono in programma diversi incontri (per lo più on-line) per farlo conoscere e per approfondirne gli aspetti tecnici, economici e occupazionali, mentre ENEL ed ENI hanno aperto una vera e propria campagna di dissuasione delle forze in campo.

Ma è un fatto straordinario l’entrata in campo della Camera del Lavoro territoriale. Su proclamazione della Fiom locale e dei sindacati presenti in centrale i lavoratori hanno già scioperato a più riprese su tutti i turni, impressionando una città spesso passiva (l’opposto di quanto avviene a Ravenna, dove il progetto Eni di un impianto CCS sta trovando sostegno anche nei sindacati). Il 19 marzo, in concomitanza con le manifestazioni di Fridays for Future, si sono dati appuntamento tutti i soggetti attivi di Civitavecchia. Fiom UILM e USB hanno già indetto due scioperi di 2 ore per turno a sostegno del progetto. La sezione locale del PD porterà un O.d.G. all’assemblea nazionale, mentre procede una raccolta di firme e il coinvolgimento di amministratori e cittadini dell’hinterland.

Che cosa possiamo ricavare da questa esperienza sommariamente riassunta?

  1. E’ la prima volta che un settore consistente e significativo della classe operaia si mobilita in modo così esplicito a favore di un progetto di transizione energetica (ma sostanzialmente di conversione ecologica) invece di arroccarsi (come il più delle volte è accaduto) nella difesa di soluzioni di mera conservazione, inquinanti e incompatibili con una vera transizione.
  2. La prospettiva aperta da questo progetto nasce sia dalla indilazionabilità della crisi climatica, sia dalla sua credibilità tecnica e occupazionale (il progetto fornirebbe un moltiplicatore di occupazione qualificata e anche il calcolo economico sembra favorevole, grazie ai fondi NextGenerationEU e alla  reindustrializzazione ad alta specializzazione incentivata in loco), sia, soprattutto, sulla mobilitazione delle forze sociali cittadine che sembra riproporre quel progetto, poi abbandonato, che alcuni anni veniva chiamato “coalizione sociale”.
  3. Che questa aggregazione di forze, adeguatamente sostenuta e rinvigorita da adeguati processi di diffusione e formazione, può innescare una sua replicazione a livello nazionale e – perché no? – internazionale in altre situazioni ove il problema della riconversione produttiva si pone con assoluta urgenza, qualificandosi di fronte alla direzione aziendale come la vera controparte sia della riconversione che della futura gestione dell’impresa, in una progressiva erosione dei poteri del management tesa a qualificare l’attività in discussione (tanto più trattandosi di energia) come “bene comune”.
  4. Si tratta comunque di un processo conflittuale che non può restare confinato, pena la sua sconfitta, in un ambito prettamente aziendale, e il cui esito, sempre provvisorio nell’orizzonte temporale a cui possiamo guardare, è ogni volta ridefinito dalle forze che si riesce a mettere in campo in un processo partecipativo.

Alla prova dell’emergenza climatica e ambientale

Che cosa pensa Mario Draghi della emergenza climatica e ambientale? Essendo una persona informata è verosimile che sappia che gli allarmi lanciati da Greta Thunberg ai potenti della Terra (lui compreso) non sono un delirio adolescenziale, ma sono supportati dal parere e dalle ricerche di praticamente tutti i climatologi del mondo. Ciononostante, Draghi continua a comportarsi come se quegli allarmi non fossero veri: è un processo che Freud chiama rimozione: chiudere gli occhi di fronte alla realtà perché non si ha la capacità o la forza di affrontarne l’orrore.
Condividendo con Draghi nazionalità, cittadinanza e lingua, avendo avuto la possibilità di seguirne da presso la carriera e ora, essendo stati anche messi al corrente di molti particolari irrilevanti della sua vita privata, possiamo cercare di capire, attraverso di lui, i meccanismi che spingono tutti i grandi della Terra (e i loro infiniti valvassori) a comportarsi come se l’apocalisse climatica e ambientale non incombesse tanto sulla loro testa quanto su quella di tutti noi.
Se ne prendessero atto crollerebbe tutto il loro universo sia dottrinale (la convinzione che lo scopo dell’umanità su questa Terra sia la crescita del PIL) che quello strutturale: le politiche che hanno perseguito con inflessibile pervicacia (nel caso di Draghi, la ferma volontà di scalzare un’economia “ingessata” dalle pretese dei lavoratori, dalle interferenze dello Stato e dal finanziamento affidato al sistema bancario a favore di un sistema finanziario affidato alla speculazione: il solo, secondo lui, capace di fornire in misura adeguata risorse e linfa vitale alle imprese, ai PIL, alla crescita e magari anche al “benessere”, ancorché inegualmente distribuito, di tutti).
Ma ovviamente crollerebbe anche tutto ciò che ha alimentato e alimenta la sua carriera e la sua irresistibile ascesa, ma anche quelle dei suoi comprimari, compresi i tanti che oggi si rifugiano come pulcini impauriti sotto le sue ali di chioccia (tranne poi cedere quanto prima alla irresistibile tentazione di tornare a farsi galletti). Ma sta arrivando il tempo in cui il moltiplicarsi dei disastri ambientali costringerà tutti a capire che i progetti di Green Deal e di transizione su cui si azzuffano i politici di tutto il mondo non sono che inutili aspirine di fronte a una polmonite che richiede come minimo il ricorso alla respirazione forzata.
Per questo a molti di noi è parso che la voce di papa Bergoglio, a partire dai suoi atti e soprattutto dall’enciclica Laudato sì, sia l’unica o, comunque, la più chiara, tra le tante stonate dei “Grandi della Terra”, ad accettare di guardare in faccia senza rimozioni la realtà: nella consapevolezza che la storia della nostra specie, potrebbe essere arrivata alle soglie della sua fine: e non per l’arrivo di Gog e Magog, ma per via dell’incuria e del cinismo con cui trattiamo la Terra, le sue creature, i nostri simili; e per l’uso irresponsabile dei combustibili fossile, i cui effetti Francesco non si perita di illustrare dettagliatamente, consapevole del fatto che nessun politico ha mai ritenuto suo compito farlo.
Il messaggio della «Laudato si’» è perentorio: le violenze, le ingiustizie e le diseguaglianze che affliggono il mondo di oggi sono incontestabilmente legate ai maltrattamenti che tutti noi infliggiamo al nostro pianeta e al resto del vivente: le vittime delle une e degli altri sono le stesse: i poveri della Terra; e a loro è affidato il compito di promuoverne il riscatto.
Che cosa cambia rispetto alla narrazione di altri governanti ben più potenti di lui? Apparentemente ben poco: il Vaticano, di cui Bergoglio è il sovrano, resta per ora quel covo di malaffare che è da centinaia di anni. Ma in realtà, tutto: Francesco, con l’enciclica Laudato sì, rovescia quell’approccio antropocentrico al mondo che la civiltà occidentale ha ereditato da una tradizione cristiana che fa dell’uomo il padrone del creato e che oggi domina in tutto il mondo, eccezion fatte per le enclaves indigene non ancora espropriate della loro cultura e per i tanti nuclei di resistenza nei confronti del “pensiero unico” dominante. L’uomo non è più il padrone del mondo; deve diventarne il custode.
Questo è il nucleo portante del progetto della conversione ecologica che Bergoglio ha ripreso dal pensiero di Alex Langer, e senza il quale non è possibile distinguere un qualsiasi progetto di green economy, soggetto agli alti e bassi delle convenienze del mercato e della politica, dal programma di un cambiamento radicale sia delle nostre vite – dei nostri consumi e delle nostre relazioni – sia degli assetti economici: in cui che cosa, per chi, con che cosa e dove produrre sia determinato dal coinvolgimento di comunità e territori tra loro strettamente integrati.
È un progetto fondato sull’ecologia integrale che richiede una sua traduzione politica. E questa in parte è venuta con l’enciclica Fratelli tutti, che a un mondo fondato sulla competizione di tutti con tutti – nazioni, Stati, imprese, ma anche lavoratori messi in concorrenza tra loro – contrappone un approccio fondato sulla solidarietà: che non è solo un sentimento, né un atteggiamento, né un comportamento, ma è un vero e proprio modello di società, come lo è quello odierno fondato sulla competizione. Fin qui Bergoglio.
Di qui in poi spetta a noi scoprire o inventare come applicare la solidarietà a ogni aspetto, personale, sociale, politico o culturale, delle nostre esistenze.

Sulla conversione ecologica

È sbagliato oltreché impossibile separare ambiente e società; sono due cose inestricabilmente connesse. Per questo, le misure di tutela dell’ambiente sono al tempo stesso misure di tutela della convivenza, in particolare della parte della popolazione maggiormente colpita dalla crisi ambientale: si chiama conversione ecologica.

Il tempo a nostra disposizione prima che la crisi climatica raggiunga il suo tipping point (l’irreversibilità) sta scadendo. Non sappiamo che cosa verrà dopo, ma sappiamo che la vita sarà peggiore e più difficile per quasi tutti. Per questo occorre focalizzare l’attenzione non solo sulla mitigazione (fermare o ritardare i fattori della crisi ambientale), ma anche e soprattutto sull’adattamento (rendere meno difficile e più accettabile la vita in condizioni estreme). Per questo è necessario che la conversione ecologica riposi interamente nelle mani dei suoi destinatari, sia promossa attraverso pratiche diffuse, non si fondi solo su grandi investimenti irreversibili, ma sia flessibile, in modo da potersi continuamente adattare al variare delle condizioni e soprattutto che si fondi sulla partecipazione.

In tutti gli ambiti interessati alla conversione ecologica, accanto agli obiettivi di carattere generale che possono concorrere alla formazione di una “piattaforma” rivendicative di misure da esigere dai governi, è necessario dare la massima importanza alla diffusione di una cultura pratica e operativa che permetta a tutti i cittadini, singolarmente o, possibilmente, associati, ma anche alle piccole e medie imprese e ai responsabili di enti di ogni tipo, di accedere alle conoscenze tecniche e scientifiche, alle tecnologie, agli incentivi e alle facilitazioni finanziarie disponibili.

Per fare un esempio tratto dal campo energetico, l’accesso a queste opportunità è per ora limitato solo a chi viene a conoscenza della loro esistenza, ne sa valutare la convenienza, ha le risorse per sostenerne il costo iniziale o per trasferirlo alle banche, riesce a svicolare tra le molte pratiche burocratiche. Per lo più il sostegno a una o tutte queste funzioni è fornito dalla ditta fornitrice o installatrice, ciascuna esclusivamente per le opere di sua competenza: pannelli solari, pompe di calore, impianti minieolici, utilizzo di biomassa, cambio degli infissi, cappotto termico, ottimizzazione delle apparecchiature e degli impianti esistenti. In questo modo gli interventi in campo energetico assumono un andamento assolutamente casuale, mentre andrebbero invece considerati insieme, perché sono interdipendenti.

Per questo occorre che vengano messi a disposizione dei Comuni, o delle unioni (di fatto o di diritto) di piccoli Comuni, i fondi necessari a finanziare una grande campagna di check-up energetici su tutto il territorio nazionale, reclutando, formando e impegnando teams misti per competenze (elettriche, elettroniche, idrauliche, edili, economiche e sociali: queste indispensabili per entrare in contatto nel migliore dei modi con l’utenza, qualsiasi essa sia). Queste squadre dovranno essere autorizzate a visitare sistematicamente tutti gli edifici e gli impianti produttivi al di sotto di una data soglia dimensionale e tenute a redigere – con il concorso di uno o più responsabili dell’impresa, dell’ente, del condominio o dello stabile, se esistenti e disposti a collaborare (se no, anche senza), e  per ciascun punto visitato – un progetto dettagliato di ottimizzazione dei consumi e di conversione degli impianti, anche aggregando utenze vicine o connesse e proponendo le relative modalità di gestione. Il progetto dovrebbe essere corredato da un preventivo di massima dei costi, delle possibili fonti di finanziamento, degli incentivi utilizzabili, dei tempi di rientro dell’investimento (molti interventi, se aggregano un numero sufficiente di utenze, sono finanziabili in modalità Esco, cioè scambiando l’anticipo della spesa da sostenere con una parte dei risparmi che verranno realizzati nel corso degli anni) e dalla indicazione delle ditte in grado di effettuare gli interventi proposti. Ditte che dovranno aver prima sottoscritto una convenzione con il Comune per garantire economicità del prezzo e qualità del lavoro: un grande serbatoio potenziale di nuova occupazione.

Il tempo di costituzione, formazione e collaudo di questi team non dovrebbe superare i sei mesi, la maggioranza dei check-up dovrebbe essere portata a termine in non più dei successivi due anni e il personale impiegato dovrebbe venir previsto in ragione di almeno un addetto ogni 500 abitanti, per un totale di circa 120.000 assunzioni (più, ovviamente, il personale addetto alla formazione e al coordinamento dei teams, che può essere in gran parte attinto da università e centri di ricerca). Una vera e propria leva di giovani laureati e diplomati che avrebbe ampia possibilità in seguito di essere impiegata in attività di direzione dei lavori, aggiornamento e installazione di nuovi impianti, senza timore di essere dimessi a progetto concluso.

Analogamente, lungo la filiera del cibo, per promuovere una cultura materiale che solleciti una radicale conversione dei consumi alimentari, andrebbero finanziati, promossi e messi in campo nella stessa logica team multidisciplinari per assistere da un lato i centri di consumo collettivo – mense pubbliche e aziendali, ristoranti, negozi alimentari, gruppi di acquisto solidale e associazioni civiche – per mettere a loro disposizione, se richieste, competenze di ordine contabile, informatico, nutrizionale, agronomico ed eventualmente strutture di magazzinaggio. Dall’altro, per promuovere la conversione dell’agricoltura e delle attività di trasformazione del cibo a un assetto sostenibile, va offerto un analogo sostegno tecnico a tutte le imprese interessate o necessitate a riconvertirsi in direzione di una alimentazione più sana (soprattutto se impegnate nell’allevamento intensivo e nell’industria della carne, o in coltivazioni e trattamenti che dipendono dall’impiego di supporti e additivi sintetici). Poiché in questo campo è fondamentale la promozione della multifunzionalità delle imprese (produzione di cibo, di legname, di biogas e altre risorse energetiche, di tutela della biodiversità e degli assetti idrogeologici, di offerta turistica e di educazione alla natura), la composizione dei teams di accompagnamento sarà necessariamente più complessa e il periodo del suo impiego più lungo. E così via per tutti gli altri settori portanti della conversione ecologica: mobilità, economia circolare, riassetto dei territori, temi, che richiedono una trattazione a parte.