Abbandonare il paradigma della crescita a favore di quello della cura

Se una cosa ci insegna la crisi climatica e ambientale è la necessità di abbandonare per sempre l’obiettivo della crescita economica. Ma come? Il contrario della crescita non è la decrescita, che è un effetto collaterale (in gran parte benefico), ma la cura. La crescita è un processo quantitativo – è l’aumento del Pil; di tutti i Pil – e non bada a che cosa, a quali merci – beni o servizi – la sostengono. Basta che il valore complessivo delle merci vendute ogni anno superi quello dell’anno precedente. Quanto più, tanto meglio. La crescita ha un’anima; si chiama accumulazione del capitale: produrre di più per vendere di più e realizzare un profitto (differenza tra costi e ricavi) da investire per poter produrre, vendere e guadagnare ogni volta di più. Il profitto vero è quello reinvestito, anche se una sua quota finisce invece in consumi di lusso di chi lo incassa; consumi che comunque concorrono anch’essi, e sempre di più, a sostenere le vendite di chi li produce e, quindi, altri profitti. L’impresa capitalistica non può che funzionare così. Ogni impresa che non realizza profitti da impiegare per espandersi è destinata a soccombere, o a essere divorata da un’altra impresa che invece li realizza. Così funziona il mondo da almeno cinque secoli; con un salto decisivo da quando la meccanizzazione resa possibile dall’utilizzo dei combustibili fossili (carbone, petrolio, metano) ha permesso di moltiplicare l’aggressione alle risorse del mondo fino a renderle sempre più scarse, o sempre meno rinnovabili, e a produrre sempre più scarti e rifiuti. E’ la regola dell’economia lineare. Ma una crescita infinita basata su questa spirale è impossibile: siamo arrivati a sfondare i limiti della capacità di carico del nostro pianeta e delle sue principali componenti: atmosfera, suolo, acque.

La cura, invece, è attenzione per ogni singola componente della Terra, della sua biosfera e della sua ecosfera, in modo che il loro utilizzo, o il modo in cui ci rapportiamo con esse, non ne comprometta la capacità di rigenerarsi: E’ un atteggiamento che riguarda tanto gli umani che il resto del vivente: animali e piante, funghi, batteri, ecc.; evitando di creare situazioni che facilitino l’espansione di qualche specie a spese della sopravvivenza di altre. Questo riguarda ovviamente anche l’equilibrio tra i miliardi di esseri microscopici che svolgono una loro funzione all’interno degli ambienti in cui l’evoluzione naturale li ha confinati e la possibilità che l’incuria apra le porte al loro sconfinamento. L’attuale pandemia non è che un effetto collaterale di questa “disattenzione”.

Il salto che ci viene imposto da uno sviluppo – che altro non è che crescita, spacciata per processo vantaggioso per tutti – giunto al capolinea di una imminente catastrofe planetaria come quella che stiamo attraversando è l’abbandono del paradigma della crescita a favore di quello della cura. Per prendersi cura della Terra occorre che ciascuno si prenda cura del territorio in cui vive, dell’impresa in cui lavora, dell’ambiente in cui opera, in forme che, adattandole alle condizioni specifiche di ogni contesto, possano essere replicate ovunque: ovviamente condividendo progetti, sforzi e lotte con chi ci sta accanto, sia fisicamente, sia per condizione sociale, sia perché partecipa di una stessa rete di relazioni. Ciò comporta l’appartenenza di ciascuno di noi a molte comunità – aggregazioni di interessi, di progetti, di modi di sentire – diverse; il che evita chiusure e ripiegamenti su se stessi. Ma quelle comunità occorre in gran parte costituirle partendo da zero, radicandoci in ogni territorio in un processo di “de-globalizzazione” opposto a quello che ha consegnato la vita di miliardi di uomini a un pugno di persone (l’1 per cento? Molti meno!) che controllano la finanza mondiale. Senza rinunciare ai vantaggi che la globalizzazione ha reso possibili: la circolazione dell’informazione, della cultura, della ricerca scientifica. Poi, in forme meno drammatiche di quelle che caratterizzano le odierne migrazioni, e meno superficiali di quelle del turismo, la libera circolazione delle persone ovunque vogliano andare. Ma anche una circolazione più sobria di materiali e merci che non si possono produrre localmente e che sono essenziali a una vita decente. Questo programma chiede di rendere ciascun territorio più autonomo in campo energetico, alimentare e produttivo.

La promozione di comunità territoriali il più possibile autonome, anche se collegate in rete con molte altre, è l’unico modo per lavorare all’adattamento alle condizioni difficili del domani. Per questo occorre valorizzare tutte le risorse locali materiali, ma soprattutto quelle professionali, intellettuali e spirituali – spesso nascoste o mai messe all’opera – di coloro che abitano in ogni territorio. Radicarsi non significa isolarsi, ma la globalizzazione, quella che ha portato tante produzioni e molto lavoro in altri paesi, alla ricerca di salari più bassi, di diritti umani ancora più ridotti, di difese ambientali inesistenti, quella deve invertire 

A Civitavecchia nasce una nuova coalizione sociale

La mobilitazione in corso a Civitavecchia a favore di una transizione integrale da un impianto di termogenerazione alimentato a carbone, che deve comunque essere dismesso, a un impianto interamente alimentato da fonti rinnovabili – in particolare, da generatori eolici flottanti ancorati a diversi chilometri dalla costa, è ormai nota a molti, ma merita alcune considerazioni per inquadrarne meglio il significato.

La mobilitazione – ha preso le mosse dall’iniziativa di un ristretto gruppo di dipendenti, con l’assistenza di alcuni tecnici, ed è andata consolidandosi mano a mano che intorno a questo progetto andava raccogliendosi una serie di forze prima cittadine, poi anche nazionali. Innanzitutto, la Fiom, la Uilm e alcuni sindacati di base presenti nell’impianto, che hanno dichiarato con successo due scioperi per rivendicare la realizzazione del progetto. Poi diversi comitati e associazioni, sia cittadine che esterne (tra queste l’associazione Laudato sì) poi parrocchie, diocesi, amministrazione comunale, imprenditoria locale, assessorato regionale all’ambiente, che hanno dato vita o partecipato a diversi convegni e manifestazioni cittadine a sostegno del progetto; che ha già trovato progettisti e finanziatori pronti a realizzarlo. Di fronte questa mobilitazione ha però il muro di Enel, titolare dell’impianto ed Eni, che puntano entrambe alla sostituzione dell’impianto a carbone con uno a metano. Perché la “transizione energetica” per questi gruppi, e per il ministro Cingolani, si può fare solo “a metà”: cioè con il metano. Il paese non sarebbe ancora pronto per una transizione totale alle fonti rinnovabili, anche se il pianeta ne ha un bisogno urgente. Ma la ragione vera è che l’impianto a metano, di cui l’Italia è già piena ben oltre il suo fabbisogno, può fruire delle sovvenzioni legate al capacity market, che paga la disponibilità a fornire energia in caso di temporanea carenza sulla rete. Sovvenzioni che Terna concede volentieri, invece di puntare a supplire alle intermittenze delle fonti rinnovabili con altri mezzi di accumulo, come le batterie, l’idrogeno o i pompaggi (riempimento dei bacini montani in periodi di eccesso di produzione per utilizzarli nei periodi di carenza) di cui il paese ha ampia disponibilità. Ed ecco le considerazioni da fare:

Innanzitutto, si tratta di una lotta portata avanti “dal basso”, da lavoratori e cittadinanza, il cui orizzonte è una transizione energetica integrale, sulla base di un progetto elaborato da chi l’ha messa in moto: un disegno che non ha aspettato che il governo facesse le sue scelte, che si sono peraltro rivelate contrarie a quello che lo stato del paese e del pianeta richiede.

In secondo luogo, questa iniziativa ha puntato a coinvolgere fin da subito il maggior numero possibile di attori – maestranze, tecnici, scienziati, sindacati, associazioni, parrocchie, imprenditoria locale, progettisti – e ci è riuscita. Insieme questi due elementi concorrono a gettare le basi di una autentica conversione ecologica, cioè di un processo che non si limita agli aspetti tecnici ed economici della transizione, ma ne investe le basi sociali e culturali. E’ un processo in cui non contano solo gli obiettivi e i risultati, ma anche e soprattutto gli attori: la loro iniziativa e la loro partecipazione. Per molti di questi attori non si tratta infatti solo di un’adesione agli obiettivi del progetto, ma di un vero e proprio coinvolgimento in esso: ciò che fa di loro una comunità in fieri.

E’ una caratteristica fondamentale che ritroviamo anche nella lotta, anch’essa esemplare, degli operai della GKN di Firenze contro il loro licenziamento e la delocalizzazione della loro fabbrica. Quel coinvolgimento, massiccio e convinto, ha indotto il comitato di fabbrica ad aprirsi alla prospettiva di una riconversione integrale non solo del loro impianto, ma di tutta la filiera, andando anche al di là della devastante prospettiva della conversione a una motorizzazione elettrica di massa. Per Civitavecchia il programma è chiaro: si sa che cosa produrre e come. Per la GKN è ancora tutto da inventare.

Inoltre, indipendentemente dai risultati immediati che può avere quel conflitto e dagli alti e bassi che può avere la mobilitazione, si consolida  una aggregazione sociale che non è solo una realtà diversa dalla somma delle sue componenti, ma che in qualche modo prefigura una struttura di gestione condivisa dell’impianto e della filiera, alternativa a una dimensione puramente aziendale, perché coinvolge tutto il territorio dove la voce della comunità che lo abita può avere un peso decisivo. Si tratta comunque di una gestione conflittuale che genera una trasformazione in corso sia delle strutture che dei suoi attori: la vera essenza, come si è detto, della conversione ecologica. In qualche modo questo processo dà corpo al progetto di quella “coalizione sociale” lanciato anni fa da Landini e poi lasciato cadere, che oggi in parte si ripresenta con la formula del sindacato di comunità, a cui le lotte esemplari di questa fase stanno in qualche modo dando concretezza.

Apocalypse now

Apocalisse vuol dire rivelazione. Quale rivelazione ci riserva l’apocalisse ormai in corso? Decine di migliaia di profughi si ammassano ai confini dell’Europa, degli Stati uniti e dell’Australia: alcuni per sfuggire a guerre e bombardamenti; altri costretti dall’impossibilità di sopravvivere nelle loro terre devastate; molti spinti dal desiderio di sfuggire a un ambiente senza futuro (come fanno migliaia di giovani italiani che cercano all’estero quello che il loro paese gli nega). In molti casi, si sentenzia, “quei migranti! sono la componente meno sofferente delle loro comunità: i più istruiti, i più intraprendenti, i meno poveri”. E’ vero; gli altri non hanno i mezzi per muoversi se non fino al territorio più vicino, in attesa di poter tornare a casa; ma quelli che cercano una via di fuga lontano lo fanno spesso per cercare di aiutare chi resta: magari con una parte dei 30 euro al giorno che guadagnano spaccandosi la schiena in un campo. Poi ci sono quelli ancora lontani dai nostri confini, intrappolati in paesi di transito dove l’Europa e gli Usa vorrebbero che restassero per sempre. Governi e associazioni criminali paragovernative (come in Libia) giocano sulla loro pelle per ricattare i paesi meta di quei viaggi: la Turchia si fa pagare senza rinunciare, di quando in quando, a minacciare di “aprire la diga”; il Marocco ha cominciato a farlo; la Libia – o chi per essa – si riprende, a pagamento, quelli che non riescono a raggiungere le navi delle ONG; ma non per portarli in salvo: per depredare di nuovo loro e le loro famiglie e poi imbarcarli in un nuovo viaggio; la Bielorussia li fa arrivare in aereo come turisti e li spinge contro la frontiera polacca per ricattare l’Unione europea. Ma non si tratta certo di sprovveduti; quei profughi non se li è inventati Lukashenko. Molti di loro, senza questa “opportunità”, intraprenderebbero comunque quel viaggio con altri mezzi.

Di fronte a questo “assedio” l’Unione europea ha fatto una scelta univoca: guerra ai migranti. A questo servono l’agenzia Frontex, ormai finanziata con centinaia di milioni di euro, il suo esercito in formazione di 10.000 unità e, soprattutto, l’apparato ipertecnologico di sorveglianza dei confini. Le navi di Frontex non salvano i migranti in mare; i suoi aerei non ne segnalano la presenza alle navi commerciali. Se non c’è una motovedetta libica pronta a sequestrarli per riportarli all’inferno, li lasciano annegare. Così succede anche alle frontiere di terra: sia di qua che di là del filo spinato viene lasciata mano libera a polizie, milizie parafasciste, truppe nazionali, e ora anche alla Nato, per respingere i migranti catturati, o abbandonarli al gelo in un bosco, dopo averli depredati e massacrati di botte. Li aspetta la morte.

Sono fatti noti e documentati: trattamenti riservati a uomini, donne, famiglie, bambini, non più considerati esseri umani, ma topi, scarafaggi, parassiti, intrusi. E’ questo il messaggio che le politiche dell’UE fanno passare nell’opinione pubblica. Addio ai decantati “valori europei”: non solo per i tanti che non sanno che farsene; anche per chi finge di “tenerci”; scrive Bernard Guetta su Repubblica del 9.11: “Devo confessarlo, per quanto sia ironico, per quanto sia doloroso… non resta che sistemare reticolati…Se non fosse che alla frontiera tra la Bielorussia e la Polonia le temperature sono così rigide che i rifugiati muoiono di freddo…Nondimeno, dramma umano o no, i polacchi non possono cedere a questo ricatto. In guerra come in guerra”.

Ma c’è qualcuno che pensa che queste “ondate” possano arrestarsi, o invertire rotta? E’ ovvio che continueranno a crescere come valanghe; tanto più che le non decisioni del G20 e della COP26 renderanno sempre più inospitale un numero crescente di aree della Terra, le cui popolazioni non potranno che cercar di sfondare le barriere dei paesi dove la vita sarà o sembrerà ancora possibile.

Ecco allora che cosa ci rivela l’apocalisse già in corso: nel nostro futuro c’è una guerra sempre più intensa contro una moltitudine crescente di genti escluse dal novero degli esseri umani, condannate allo sterminio; per loro, in un mondo stravolto dalla crisi climatica e ambientale non c’è più posto; e farglielo capire toccherà, in modo sempre più diretto, a tutti noi. Per difendere il nostro “stile di vita” non negoziabile? Neanche per sogno! Se covid 19, con “solo” 5 milioni di morti (o forse il doppio) ha stravolto catene di fornitura, prezzi delle materie prime, rifornimenti di gas, vita quotidiana, è facile immaginare che cosa provocherà la crisi climatica mano a mano che i suoi effetti si faranno più pesanti: altro che auto elettriche, riscaldamento a gogo, vacanze all’estero… Riusciranno forse a “sfangarla” le comunità che avranno organizzato per tempo sistemi energetici, di mobilità, di alimentazione, diversi; stili di vita più sobri; una rinnovata attenzione per la vita che ancora popola il nostro pianeta. In comunità del genere c’è posto per tutti. Sperando che il loro esempio si diffonda nel resto del mondo.

Clima e ambiente, Draghi paladino europeo del bla, bla, bla

Avete presente la fuga disordinata e catastrofica da Kabul degli occidentali e dei loro collaboratori di fronte all’avanzata dei talebani? Non si erano preparati, nonostante tutti sapessero che gli accordi di Doha non sarebbero stati rispettati. E si sono messi in salvo – non tutti – grazie alla logistica dell’esercito USA, sconfitto in guerra ma ancora operativo da 10mila e più chilometri di distanza.

Bene, quella non è che una pallida anticipazione della rotta che rischia di travolgere tutti gli Stati del mondo insieme ai loro abitanti di fronte all’avanzata dei fenomeni metereologici estremi provocati dalla crisi climatica e alle loro conseguenze sull’economia (prezzi, catene di fornitura, sbocchi di mercato, occupazione). Nessun governo si sta preparando ad affrontarla, nonostante gli accordi stipulati e confermati nelle 25 COP che si sono succedute in trent’anni di vita della Convenzione sul clima e che tutti i governanti sanno che non saranno rispettati, a partire da loro. Come pensare che l’esito di questo confronto possa essere diverso dalla rotta afghana? Questa volta però non ci sarà un quartier generale esterno a mettere in salvo qualcuno. Sarà anch’esso inghiottito dall’imprevisto ma non imprevedibile sviluppo degli eventi.

La diplomazia ambientale è ormai fatta di dichiarazioni altisonanti – i blabla denunciati da Greta – ma sembra quasi che l’arte del governo si sia ridotta a escogitare strattagemmi, trucchi e imbrogli per ritardare, posporre, ridurre, proporre eccezioni, equivocare, rinnegare, falsare gli impegni presi. Il ministro Cingolani è un maestro in quest’arte, che rischia di tradursi nella famosa profezia che si autoavvera: guidata da uno come lui, infatti, la transizione ecologica non può che produrre “un bagno di sangue” (ma i suoi colleghi europei non sono da meno, solo con un po’ più di stile). Mentre Draghi, uscito dal suo secolare silenzio, si incarica di coprirne l’operato (il non operato) autoproponendosi come paladino europeo del clima.

Ma né l’uno né l’altro hanno la minima idea di come affrontare il problema che esige un mutamento radicale di tutti gli assetti produttivi, occupazionali e anche sociali del paese e del mondo. E “ciao crescita!”, parola che continua a rimbombare nelle loro bocche. Ma è un mutamento che diventa tanto più difficile da realizzare, e persino da concepire, man mano che se ne procrastina l’inizio. Senza dirlo lo ha confessato lo stesso Cingolani parlando con Greta: ma voi che cosa proponete? Sembra non rendersi conto che dall’alto di una poltrona ministeriale e dal basso di piazze svuotate da due anni di covid la questione delle proposte non si presenta certo nello stesso modo…

Eppure, le cose sono chiare: vanno interrotte subito prospezione, estrazione e, ovunque non sia indispensabile, utilizzo dei fossili (garantendo un reddito adeguato a chi resta temporaneamente senza lavoro) e vanno accelerati con tutte le risorse disponibili lo sviluppo delle fonti rinnovabili e la drastica riduzione di sprechi e usi superflui dell’energia. Va bloccato il consumo di suolo, vanno ridimensionati agricoltura e allevamenti industriali, va cambiato radicalmente il sistema di mobilità, non con la motorizzazione elettrica di massa, ma con un trasporto pubblico sia di linea che flessibile e personalizzato, potenziando i mobility manager sia di azienda che di condominio e quartiere. Ma soprattutto vanno ridotte le distanze da percorrere con un uso flessibile del web e attrezzando e rivitalizzando gli ambiti territoriali locali con la città dei 15 minuti. Le scuole devono diventare il centro della vita di ogni quartiere, aprendo le finestre sul mondo e aprendosi al resto del mondo e mettendo la conversione ecologica al centro dell’attenzione, cosa che Cingolani si è ben guardato dal fare.

Sono tutte cose che privilegiano la dimensione locale (comunità energetiche, del cibo, della prossimità) e i relativi governi; che per lo più oggi latitano (quali e quanti candidati in queste elezioni hanno messo la crisi ecologica al centro della loro attenzione?), ma che restano il livello istituzionale più accessibile all’iniziativa dal basso. Non fermeranno, le poche che si attiveranno da subito, l’avanzata della crisi climatica. Ma lo stallo finirà per esautorare i governi nazionali – il loro personale, politico e non, è incapace di ricambi sostanziali – per consegnare alle comunità locali l’iniziativa nell’adattamento alle peggiorate condizioni ambientali ed economiche dei prossimi decenni. E grazie alla sua replicabilità e alla promozione di collegamenti orizzontali tra le forze più attive l’iniziativa locale potrà fare da argine all’avanzata dell’apocalisse. In attesa di un completo ricambio, innanzitutto generazionale, di quel personale che ha avuto in mano il destino del mondo dimostrando di non essere all’altezza del compito.

Come preparasi alla conversione ecologica

Sleepy Mario (Draghi), su impulso di Sleepy Joe (Biden), si è svegliato accorgendosi finalmente della crisi climatica. Non ne sa nulla; non ne ha mai parlato nel corso della sua carriera; non ci mai neppure pensato. Per adempiere ai doveri che lo hanno fatto amministratore dei programmi NextGenerationEU e Fitfor55 (un sacco di soldi. Ma anche un sacco di cose da fare), si è affidato a un “uomo di relazioni”, esperto (forse) in robotica, che di transizione ecologica (il suo ministero) non si era mai occupato. E che in sette mesi di governo non ha fatto che diffondere sciocchezze sulla fusione nucleare, la fissione senza scorie, l’idrogeno grigio-blu, il metano, il CCS, gli inceneritori, le automobili (di lusso e non), gli ambientalisti “radical-chick” i “bagni di sangue” e altro ancora, qualificandosi come il peggior nemico della transizione di cui dovrebbe occuparsi. Insieme, peraltro, a un collega incaricato di sperperare, in nome della “mobilità sostenibile”, una montagna di denaro in autostrade, alta velocità, ponti (Sullo stretto. Ancora!), gallerie e quant’altro può contribuire ad aumentare le emissioni climalteranti invece di ridurle. Se è questo lo staff che deve incamminarci sulla strada della conversione ecologica siamo fritti.

No problem – dicono e non dicono; ma pensano o hanno pensato – L’Italia conta per l’1 per cento delle emissioni; l’Europa per il 9. Impossibile che nel frattempo tutti gli altri rispettino l’accordo di Parigi. Quindi l’impatto delle nostre inadempienze sarà minimo. Ma non è così: le vere misure di conversione ecologica non servono solo a mitigare i cambiamenti climatici; servono soprattutto all’adattamento alle condizioni in cui si troveranno a vivere le nextgeneration. L’energia generata localmente da fonti rinnovabili e gestita da comunità energetiche ci renderà indipendenti dalle turbolenze del mercato dei fossili (di cui abbiamo un pallido anticipo nell’aumento del prezzo del metano); l’agricoltura, convertita al biologico, alla piccola taglia, alla multicoltura e alla prossimità, fornirà una base sicura a un’alimentazione altrimenti sempre più esposta alla crisi climatica e della biodiversità; la mobilità, affidata a sistemi di trasporto condivisi e flessibili (di massa e a domanda) garantirà, insieme alla trasformazione delle aree urbane in “città dei 15 minuti”, una mobilità che l’auto privata ostacola già oggi e che la rottura delle forniture (oggi i microchip, domani il litio e altro ancora) metterà in forse; un’edilizia sostenibile – affidata alla valorizzazione del già costruito, senza più consumo di suolo, e a interventi capillari di efficientamento energetico – contribuirà all’autonomia e alla vivibilità della vita urbana. Bisognerà chiudere molti impianti nocivi o destinati a produzioni incompatibili con la salvaguardia del pianeta – a partire dalle fabbriche di armi – ma bisognerà aprirne o riconvertirne molti altri per produrre i mezzi necessari alla conversione: non è detto che il conto in termini di occupazione sia in pareggio ovunque, perché la riconversione non riguarda singole fabbriche ma intere filiere. Per questo ogni comunità dovrà garantire che nessuno resti senza reddito in vista di una generale redistribuzione del lavoro.

E’ un orizzonte del tutto estraneo all’establishment che oggi controlla il mondo, ma anche alla maggior parte degli abitanti che governa. Cingolani, come tutti i suoi colleghi degli altri paesi, non si è mai preoccupato di far sapere che il tempo stringe, che il cambiamento dei nostri stili di vita deve essere radicale, che bisogna rivedere gran parte dell’apparato produttivo, a partire dai nostri rapporti con la vita sulla Terra, che il vero “bagno di sangue” avverrà se non si assumono le misure indispensabili. Chi mai ci avvierà, allora, su questa strada? Solo un processo di autoformazione svolto in forma collettiva e finalizzato alla individuazione e alla messa a punto delle soluzioni da adottare: impianto per impianto, azienda per azienda, filiera per filiera, territorio per territorio: a fare da apripista per migliaia di altre comunità impegnate in tutto il mondo a trovare la loro strada. Sottoponendole alla verifica delle forze attive di ogni comunità; a partire, ovviamente, dai punti di maggior crisi. In incontri che mettano a confronto tecnici, maestranze, cittadinanza, amministrazioni locali, associazioni, studenti e quant’altro. Si tratta di indire delle “conferenze di produzione” come quelle promosse un tempo dal PCI per competere con il padronato nella promozione dello “sviluppo”. Oggi però la prospettiva è completamente diversa: non si tratta di spingere la crescita, ma di imboccare le vie per riconciliarsi con i cicli vitali della Terra. La conversione ecologica non può che scaturire da un concorso di contributi, personali e collettivi, per valorizzare ciò che ogni territorio potrebbe già mettere in campo oggi. Poi, e solo poi, si potrà imporre anche ai governi un vero cambio di rotta.

Transizione ecologica dal basso, di Cingolani facciamone a meno

Quando sentiamo dire dai nostri ministri, per di più da uno addetto alla transizione ecologica, che questa finirà in “un bagno di sangue”, la prima cosa da chiedersi – che lui non si chiede – è che cosa succederà invece se non la si porta a termine nel tempo più breve possibile. Cominciato ad averne qualche assaggio già ora: oltre al virus – indubbio portato di un ambiente sconvolto dall’intervento umano – incendi di intere regioni e foreste, uragani, alluvioni e siccità sempre più frequenti; desertificazione e sterilità dei suoli; crisi idriche; scomparsa sempre più rapida di ghiacciai e calotte polari con conseguente aumento del livello dei mari che non si può più fermare; riduzione insostenibile della biodiversità e con essa anche dei rendimenti agricoli (pensiamo all’eccidio delle api). E poi, visto che il ministro ha gli occhi puntati solo sull’industria, rottura delle catene di approvvigionamento (per esempio, di microchip che bloccano l’industria dell’auto, degli elettrodomestici e dell’elettronica in tutto il mondo), crisi dei mercati di sbocco, aumento delle materie prime, competizione selvaggia per quelle rare, indispensabili alla transizione all’elettrico. Ora moltiplichiamo per tre, cinque, dieci quello che abbiamo solo cominciato a vedere e abbiamo un quadro di quello che aspetta la next generation – i nostri figli e nipoti – se lasciamo in mano a gente come Cingolani la transizione – anzi, conversione – ecologica di cui dovremmo farci carico tutti. Quel ministro ha anche proposto di esentare dalla transizione all’elettrico le auto di lusso – quelle prodotte nelle motorvalley a lui così cara – perché, se perdono potenza, i ricchi non le comprano più. Più ancora che legato ai “poteri forti”, come Eni ed Enel, a cui ha delegato il compito di incassare e usare come vogliono i denari del recovery fund, Cingolani esprime l’idea che la transizione ecologica non deve toccare nessuno dei privilegi – neppure i più banali come, le automobili da corsa; figurarsi gli yackt – di cui godono i ricchi. Il “bagno di sangue” spetta solo ai poveri!

Oltre a uno sforzo di immaginazione collettiva per rappresentarci lo stato del mondo di qui a qualche anno, o a pochi decenni, dobbiamo dunque fare uno sforzo analogo anche per rappresentarci obiettivi, forme e percorsi di una vera conversione ecologica. Non ci aiutano in questo le istanze dell’UE o quelle dell’UNFCCC delineate a Parigi, che a Glasgow non sembrano destinate a molti passi avanti. Non solo perché l’obiettivo di +1,5°C è ormai dietro le spalle e i +2°C sono sempre più problematici, ma perché l’immagine del futuro che sottende quei documenti è insensata: dietro l’ossimoro dello sviluppo sostenibile si prospettano stili di vita esenti da sostanziali cambiamenti. La “cartina al tornasole” di questi approcci è l’automobile. Si punta alla sua elettrificazione pur sapendo che mancheranno le materie prime per portarla  avanti; che su di esse si scatenerà una competizione senza quartiere; che comunque, se usate per l’auto sottrarranno risorse urgenti a impianti ben più importanti; e soprattutto che l’uso e il possesso di un’auto privata (una ciascuno o una per famiglia) continuerebbe a riguardare una ristretta gamma di paesi (ancorché allargata alle classi medie di Cina e India) mentre il resto degli esseri umani dovrebbe continuare ad andare a piedi, perché su questa Terra non c’è posto né per cinque miliardi di auto; né, in fin dei conti, per molti di loro… Ma soprattutto si legifera come se a farsi carico della transizione debbano essere solo i governi e ministri come Cingolani (ogni paese ha il suo) e non una mobilitazione che parta dai lavoratori – soprattutto delle aziende in crisi – e dai territori, mettendo nelle mani di chi ci vive e lavora, e per questo li conosce benissimo, mezzi e strumenti per imporre ai governi la strada da percorrere.

Per ora bisogna cominciare a dire alcune cose di cui si parla poco. Che la conversione non può essere fatta di progetti concepiti e promossi azienda per azienda e gestiti solo dalle rispettive maestranze, ma deve coinvolgere per lo meno un’intera filiera, dalle forniture agli sbocchi, riportandone nei territori la maggior parte possibile. Che il processo non può essere il frutto di elucubrazioni personali, né tanto meno ministeriali, ma va messo a punto in forme collettive: per esempio convocando delle conferenze di produzione che coinvolgano, insieme ai lavoratori delle aziende interessate, tutto il loro territorio, le sue associazioni, le sue risorse sia umane che “naturali”, soprattutto quelle non valorizzate. Che tutto va concepito in una prospettiva ineludibile di sobrietà, di equità e di riconciliazione con la vita vegetale e animale rimasta. E che un processo del genere non può che svilupparsi “a macchia di leopardo”; andando avanti, con conflitti sempre più ampi, là dove le forze attive che lo promuovono sono più organizzate, per fare poi da battistrada a tutte le altre: sia a livello regionale che nazionale, continentale e planetario. Se questo si verificherà – e “non c’è alternativa” – i governi dovranno adeguarsi. L’Intendance suivra.

Draghi, il diseducatore globale

L’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, scrive nero su bianco che la crisi climatica ha ormai reso irreversibili diversi processi di deterioramento dell’ambiente e che restano pochi anni per impedire che altri, ben più gravi, vi si aggiungano. Sono cose che in gran parte si sapevano o si potevano sapere da anni: Greta Thunberg, che i lavori dell’IPCC li segue con attenzione, non ha fatto che ripeterle in tutte le riunioni del mondo a cui è stata invitata.

I giornalisti a cui sono stati assegnati i servizi sul tema hanno reagito scrivendo: “lo si sa da 30 o 40 anni”. A seconda del grado di complicità che sono disposti a riconoscersi, hanno chiesto perché “non ci hanno pensato”, “non ci avete pensato”, “non ci abbiamo pensato” quando si era ancora in tempo per evitarlo? Loro, peraltro, si sono occupati e continueranno a occuparsi di altro: PIL, crescita, investimenti, consumi, politica, lavoro, sport, gossip, ecc. Non c’è niente di male, ovviamente, ma senza mai chiedersi che rapporto c’era tra l’oggetto delle loro attenzioni e la sofferenza a cui veniva sottoposta la Terra, l’evoluzione del clima, il degrado della vivibilità sul pianeta che abitano.

Ma da dove nasce tanta indifferenza per questioni così vitali? Non solo dai negazionisti, che per anni hanno imperversato su quasi tutti i media (molti di loro – è dimostrato – ben foraggiati dall’industria dei fossili) e che continuano a farlo, pur ridotti ora a un manipolo di azzeccagarbugli.

A promuovere quel clima di indifferenza verso i destini dell’umanità sono stati in realtà i governanti e le classi dominanti di tutto il mondo e nel loro piccolo, anche quelle italiane: senza mai negare apertamente le conclusioni dell’IPCC e gli impegni, peraltro insufficienti e non rispettati, assunti al vertice di Parigi, hanno continuato a operare come se il mondo di domani fosse uguale a quello di oggi e di ieri. Come se il problema – e il loro compito – fosse, nella migliore delle ipotesi, quello di “spingere la crescita” (infinita), far produrre di più, moltiplicare comunque fabbriche e infrastrutture, affidare ad esse il benessere della popolazione, attraverso aumenti dell’occupazione sempre meno effettivi. Senza mai tener conto che tra 30 anni, ma ormai anche tra 10, i problemi con cui la popolazione dovrà confrontarsi saranno di tutt’altro genere. Saranno, quale che sia l’intensità delle misure di mitigazione della crisi climatica che verranno adottate, quelli relativi all’adattamento a un contesto molto più ostico, ma sostanzialmente diverso, che metterà fuori gioco molte delle strutture e delle produzioni a cui oggi si affida il “progresso”.

Lo ha fatto notare – in chiave ottimistica – Federico M. Butera sul Manifesto dell’11 agosto, a proposito del ponte sullo stretto di Messina, reso comunque inutile dal futuro contesto, anche se i suoi fautori avessero ragione (ma non ce l’hanno). Un ragionamento simile poteva e doveva venir fatto – e molti lo hanno fatto – anche 30 anni fa, quando è iniziata la lotta della Val Susa contro il TAV Torino-Lione; anche se avessero ragione (e non ce l’hanno) coloro che lo sostengono in nome di uno “sviluppo” del tutto fasullo, si troveranno tra le mani un’opera che non serve più.

Ma le responsabilità dei governanti – e nel loro piccolo, di quelli italiani – non finiscono lì. La loro è stata una gigantesca opera di diseducazione della popolazione. Vedendoli operare come se tutto dovesse continuare come sempre – o anche migliorare – la gente si è lasciata distrarre dal pensare a come affrontare il futuro, proprio e di figli e nipoti – la next generation – e a come farsi protagonista di un cambiamento inevitabile, che metterà in discussione stili di vita, consumi, abitudini, redditi di tutti e soprattutto posti di lavoro. Perché il lavoro necessario alla transizione andrà creato in molti casi con altri impianti o in condizioni diverse, condizioni che potrebbero anche permettere di ridurlo e di redistribuirlo tra tutti, vivendo molto meglio.

Oggi in Europa il principale rappresentante di questo obnubilamento di carattere quasi psichiatrico dell’intelligenza – del General Intellect del Capitale – che consiste nel nascondere la testa di fronte al disastro immanente, è Mario Draghi, figura di rilievo internazionale, soprattutto di fronte all’eclissi di Angela Merkel e di Macron. Il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, accoppiato agli altri denari che ha deciso di spendere per “non lasciare indietro” nessuno degli aventi causa nella spartizione dei fondi europei, ha dimostrato di non voler deviare di una virgola da una visione che mette il PIL al primo posto. Oggi sperperando a man bassa quei fondi, ieri affamando e vessando chi non si era messo in riga con le sue regole, in Grecia, ma anche da noi.

In quest’opera di obnubilamento Draghi è affiancato da Enrico Giovannini, il Ministro delle Infrastrutture che ha girato l’Italia come apostolo degli obiettivi di “sviluppo sostenibile”, dell’”economia di Francesco” e di una presunta alleanza capitale-ambiente, infilandosi anche nelle riunioni di Fridays for Future e che una volta al governo si è rivelato nient’altro che un paladino del Tav, del Tap, del Ponte sullo stretto di Messina, di tutte le autostrade possibili e dell’Alta Velocità su tratte senza passeggeri. E anche da Roberto Cingolani, il Ministro della Transizione Ecologica impegnato a rallentarla o a fermarla perché sarebbe “un bagno di sangue” (d’altronde l’Italia produce solo l’1 e l’Europa il 9% della CO2. Anche se rispettassero gli impegni, i risultati a livello mondiale non si vedrebbero, quindi che fretta c’è?). Ma non è così; perché molte delle misure che sarebbe urgente realizzare – per la scuola, la rete idrica, il trasporto locale, l’agricoltura, le aree interne – servono sì alla mitigazione della crisi, ma soprattutto all’adattamento alle condizioni future.

Ma così è molto più difficile per chiunque capire e far capire che il mondo brucia e che per salvarlo e salvarsi, ciascuno e soprattutto chi è già in lotta per difendere il proprio diritto a un’esistenza dignitosa, deve farsi partecipe anche della progettazione e della messa in opera di una produzione, di un’economia e di una società completamente diverse.

Chi imporrà la conversione?

La lotta dei lavoratori della GKN di Campi Bisenzio contro il loro licenziamento comunicatogli via whatsapp mette non solo loro, ma tutti coloro che hanno subito o stanno subendo un trattamento analogo allo scoccare della fine del blocco dei licenziamenti e, ancor più, tutti coloro, molto più numerosi, che troveranno i cancelli della loro fabbrica chiusi al rientro dalle ferie, di fronte a un dilemma che, da una diversa prospettiva – meno immediata, ma ancora più drammatica – coinvolge in modo radicale tutti i veri ambientalisti (ma vogliamo non chiamarci più tali? Siamo solo persone informate che prendono sul serio il futuro di noi tutti: cosa che il nostro governo, ma anche quello di quasi tutti gli altri paesi e l’insieme delle classi dirigenti – chiamiamoli pure padroni – del pianeta hanno dimostrato di non saper fare).

Il dilemma è questo: ci sono maggiori possibilità di un esito positivo di questa lotta imponendo la riapertura dello stabilimento, la ripresa di una produzione che tutto sommato era in attivo (ancorché a tirare le file ci sia una finanziaria che gli attivi li fa comprando e vendendo, chiudendo e spezzettando aziende, con dentro tutti quelli che ci lavorano, come fossero pezzi del macchinario), oppure prospettando fin d’ora una riconversione dell’impianto ad attività veramente funzionali alla conversione ecologica? Dove quel “veramente” sta a escludere ogni finto Green New Deal, come, per esempio, la motorizzazione elettrica di massa (un’auto elettrica nuova al posto di ogni auto termica vecchia; e una ciascuno per tutti gli abitanti della Terra). E, in attesa che la riconversione dell’impianto sia portata a termine, non occorre forse puntare sul reddito di base per tutti coloro che si trovano nella stessa condizione?

Una cosa va affermata con forza in premessa. E’ solo in mobilitazioni come quella della GKN, tanto più quanto più riescono a raccogliere intorno a sé il consenso, il supporto e l’adesione di una comunità e di una rete di solidarietà che va al di là dei confini territoriali, che si crea la forza necessaria a imporre una riconversione produttiva. Al di fuori dei momenti di lotta e dell’organizzazione che questi contribuiscono a creare (ma spesso, come nel caso della GKN, questa non è che l’emergere di un lavorio quotidiano che ha coinvolto negli anni la parte più attiva dei lavoratori) la “transizione ecologica” è destinata a rimanere un obiettivo astratto, privo delle gambe su cui camminare. Il problema è dunque studiare come una vera conversione ecologica, prospettata sulla base delle urgenze imposte dalle evidenze scientifiche ormai accessibili a tutti, possa integrarsi con le esigenze immediate di un numero crescente di lavoratori che di qui ai prossimi anni vedranno messi in forse il loro posto di lavoro, il loro reddito, la loro vita familiare, la loro dignità, a volte, la loro stessa esistenza dal businness as usual. Insomma, “come arrivare alla fine del mese senza perdere di vista la fine del mondo”.

Ai lavoratori minacciati nelle basi stesse delle loro esistenze spetta l’onere di guardare in faccia il loro futuro con realismo: quante chance reali ci sono che la proprietà riapra le porte dello stabilimento e che le tenga aperte per anni in futuro, o che una nuova proprietà non intervenga con progetti fasulli, per spillare qualche milione allo Stato, per poi non combinare nulla, o per portarsi via knowhow, mercato o anche il macchinario, come è successo in praticamente tutti i progetti di “riconversione” promossi dallo Stato?

Alle persone che si interrogano sulle possibili modalità di una transizione ineludibile e urgente, che comporti il minor costo possibile, in termini di giustizia sociale, per chi ne ha già pagati tanti e le maggiori possibilità possibili di rendere vivibili territori destinati a essere stravolti dalla crisi climatica e ambientale, spetta l’onere di essere seri: di non sedurre e farsi sedurre dalle prospettive di una transizione “indolore”, di una continuità degli stili di vita consolidati in modalità “sostenibili”. E, soprattutto, di non giocare a Napoleone, pensando a che cosa fare una volta al governo o al posto di chi comanda; perché questa eventualità non si presenterà mai nel tempo utile a nostra disposizione e ogni passo verso assetti sostenibili – soprattutto in direzione di un adattamento alle condizioni molto più critiche in cui dovranno vivere le prossime generazioni – dovrà essere strappato con le unghie e con i denti territorio per territorio, settore per settore, comunità per comunità. E sempre in un contesto di continuo conflitto.

La seconda premessa è che la riconversione produttiva non può essere realizzata, né promossa, azienda per azienda, impianto per impianto (molti dovranno essere ridimensionati o soppressi) e la responsabilità di concepirla, progettarla, promuoverla e realizzarla non può ricadere solo sulle spalle delle relative maestranze. Soluzioni come l’autogestione o il controllo operaio dell’azienda metterebbero solo i suoi lavoratori in competizione con quelli di altre aziende dello stesso settore. Occorre la mobilitazione di un’intera comunità territoriale e delle reti di solidarietà e di cooperazione a cui ciascuna può ricorrere. La riconversione, come l’assetto di una comunità più “adattata” alle condizioni critiche del futuro (l’idea che queste possano ancora essere sventate è da abbandonare definitivamente e ogni nuovo giorno ce lo conferma) è una questione che riguarda, volta per volta, ambiti territorialmente circoscritti. Solo la replicabilità delle iniziative adottate ne può garantire la propagazione e la ripresa nel resto del pianeta. Con un movimento reciproco.

Quale transizione?

La crisi climatica e quella ambientale (ma gli incendi e le alluvioni afferiscono all’una o all’altra? O non sono forse manifestazioni dello stesso processo?) hanno trovato finalmente accesso ai giornali e ai servizi radio e TV, anche se vengono tenute alla larga dalle prime pagine e dalle aperture, che continuano a occuparsi soprattutto di covid.

L’Europa – dicono – è corsa ai ripari con il NextGenerationEU; l’Italia con il PNRR; gli Stati uniti di Biden con il rientro nell’accordo di Parigi; la Cina con piani che sfidano i programmi degli USA. Ma sono programmi adeguati? No.

Sono mancati ovunque informazione e confronto per coinvolgere veramente cittadine e cittadini, nei loro ruoli di produttori, di consumatori, di portatori di conoscenze, esperienze e capacità, tutte cose senza le quali è impensabile realizzare, ma nemmeno impostare, una svolta delle dimensioni e della radicalità richieste dalla crisi. Perché le cose da fare – e soprattutto quelle da non fare più – sono molte di più di quelle che sono in grado di mettere in moto (e meno che mai, di portare a termine) i governi. L’alibi dello “sviluppo sostenibile” – l’dea che sia possibile mantenere, diffondere e, quindi, fa crescere l’attuale livello di produzioni e di consumi, ma in modo “sostenibile”, cioè con fonti energetiche e risorse rinnovabili e con il riciclo – ha precluso alla generalità degli abitanti della Terra di guardare in faccia l’abisso: le dimensioni della crisi; il suo “stato di avanzamento”; la radicalità dei cambiamenti che impone a tutti; in molti campi, la sua irreversibilità ormai acquisita: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono non si riformeranno più; l’acqua dolce a disposizione dell’umanità sarà sempre meno; l’innalzamento del livello del mare non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure: l’humus perso richiede migliaia di anni per riformarsi; la deforestazione dei tropici sta invertendo il ruolo che le foreste hanno sempre avuto nel ciclo del carbonio; la fuoriuscita di metano dallo scioglimento del permafrost e di idrati dalle acque profonde dell’Artico non fanno che accelerare l’effetto serra; ondate di calore insopportabile e alluvioni incontenibili entreranno a far parte della quotidianità ovunque.

Il contenimento della temperatura mondiale sotto i 2°C va ormai considerato una chimera (figurati a 1,5°C): se anche l’UE, e gli USA, e persino la Cina rispettassero gli impegni assunti con gli INDC presentati alla COP 21 di Parigi (e, come vediamo, è molto difficile che ciò avvenga, visto le continue pretese di deroghe ed esenzioni, a partire da quelle enunciate dal nostro ministro della Transizione) l’obiettivo, ci avverte l’IPCC, l’organismo intergovernativo promosso dall’ONU per monitorare la crisi climatica, non verrebbe raggiunto. Ma è comunque necessario moltiplicare gli sforzi per perseguirlo senza remore in ogni paese anche se altri non lo fanno, pregiudicando il risultato complessivo. Perché?

Perché la maggior parte delle misure dirette a contenere l’effetto serra, alla “mitigazione” della crisi climatica, sono anche le più appropriate per promuovere l’”adattamento” alle condizioni molto più ostiche in cui si troveranno a vivere – se sopravviveranno – le future generazioni: un obiettivo che non può che tradursi in una “deglobalizzazione” (Walden Bello) guidata verso comunità territoriali il più possibile economicamente autonome. E’ in queste decisioni che cittadine e cittadini devono essere coinvolti. Ora.

Carbone, petrolio e gas vanno lasciati – da subito – sottoterra; l’economia deve mettersi in grado al più presto di alimentarsi solo con fonti rinnovabili: con una impiantistica che può essere diffusa e distribuita a livello locale, all’interno di comunità più o meno vaste, senza il gigantismo degli impianti dell’economia fossile (pozzi, miniere, oleodotti e gasdotti, flotte e convogli, impianti di termogenerazione e raffinazione) che la turbolenza climatica e le crisi economiche e sociali mettono sempre più a rischio; e senza le guerre (e gli armamenti) in gran parte scatenate per accaparrarsi fonti energetiche inegualmente distribuite nel pianeta, e il cui concorso alle emissioni climalteranti non viene peraltro computato negli INDC.

L’efficienza è fondamentale, ma da sola non basta a sostenere una economia votata alla “crescita”. Consumi di energia e materiali dovranno essere ridotti all’essenziale, attingendo i secondi, per quanto possibile, alla gamma delle risorse rinnovabili e al riciclo di materiali e prodotti scartati localmente, dando spazio a manutenzione e riparazione dei beni durevoli. Tutto ciò non può che riflettersi in un’altrettanta drastica riduzione dei consumi. Ma quali? Qui si apre su due fronti – quello degli stili di vita e quello dell’occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui (che oggi alimentano larga parte della domanda che sostiene l’economia) o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione? Luca Mercalli ha sollevato il problema a proposito dell’intento del ministro Cingolani di salvaguardare la cosiddetta motorvalley, il cui epicentro è la produzione di auto da corsa e di superlusso, necessariamente legate a un grande consumo di fossili sia nella produzione che nell’uso. Ma scendendo di livello, l’auto forse sarà ancora praticabile, se condivisa, come complemento di un trasporto pubblico efficiente; ma l’auto individuale, ancorché elettrica e di modeste dimensioni, no. Ma se non si investe ora su un modello di mobiità condivisa  le comunità di domani si ritroveranno immobilizzate (e la bici non basterà certo a risolvere il problema). Ma le conseguenze occupazionali di una scelta del genere sono comunque pesanti; in parte lo si vede già ora nelle prime fabbriche che licenziano. La ricollocazione degli “esuberi” su nuove occupazioni richiede tempo e, sicuramente, riduzioni generalizzate degli orari di lavoro. Ma di un reddito alternativo c’è invece bisogno subito.

Quanto al cibo dovrà essere prodotto e lavorato il più vicino possibile a dove viene consumato, con un’agricoltura ecologica, di prossimità, multifunzionale, restituendo a bosco, foreste e riassetto idrogeologico gran parte del territorio oggi impegnato per gli allevamenti. Bisogna quindi che tutti si convincano a consumare molta meno carne e a sprecare meno. E anche questo richiede consenso e convinzione.

Si ridimensionerà da sé, per i costi dei voli, la paura del contagio, il rischio di rimanere bloccati lontani da casa, la sostituzione con collegamenti on-line, il turismo, soprattutto quello transnazionale: sia vacanziero che di affari, sportivo, culturale, politico e persino religioso; oggi il turismo è la principale industria del mondo, anche per i molti settori che mette in moto. Ma la triste fine delle Olimpiadi di Tokyo (che anticipa quella del 2026 di Milano-Cortina) è un campanello di allarme. E’ un settore che alimenta milioni di imprese, e da cui dipendono le vite di miliardi di persone. E poi, ma qui viene “il bello”: per molti le vacanze all’estero rappresentano forse l’unica ragione per cui si accetta di lavorare tutto il resto dell’anno. E non vogliamo discuterne?

Quell’uomo è antiquato

Mario Draghi, è il più perfetto rappresentante di una generazione antiquata di banchieri, politici, manager, baroni universitari e giornalisti che non è in grado di fare i conti con la crisi ambientale e climatica ormai in pieno corso. Non ci ha mai veramente pensato; aveva altro da fare. E oggi non ha la minima idea di come affrontarla.

Draghi è abituato solo a maneggiare miliardi (altrui, anche se qualcosa gli può sempre rimanere attaccato alle dita): il suo orizzonte mentale, prima ancora che culturale, non va al di là di questo.

Draghi non è Salvini. Non è analfabeta. Ha letto a sufficienza per sapere che cos’è la crisi climatica e ambientale e quanto tempo (poco) ci resta per cercare di smorzarla, se non di fermarla. Sa che non darà tregua al popolo degli umani che l’hanno scatenata; anche a coloro che non ne recano alcuna responsabilità, non solo esseri umani, ma tutti – o quasi – i viventi. Se Draghi si è circondato di negazionisti climatici – come, ma non solo, il perfido Carlo Stagnaro – non è detto che sia un negazionista anche lui. E’ più probabile che pensi che avere intorno dei cretini gli lasci di più le mani libere. Ma per fare cosa?

Draghi, come tutti quelli come lui, è un negazionista di fatto. Della crisi climatica non gli importa nulla. Pensa alla “crescita”. Si vanta di aver orientato il PNRR in funzione della crescita, il che vuol dire spendere, in qualsiasi modo, purché in fretta e senza intoppi, tutti i denari che l’Unione Europea affiderà forse (il forse è d’obbligo) al nostro paese. Più quelli del “fondone” da 40 miliardi che vi ha aggiunto di suo (di suo, ma a nostro debito, come peraltro gli altri) per far gonfiare il PIL nel più breve tempo possibile. Poco importa se tutti o quasi gli interventi promossi – gasdotti, centrali termiche, autostrade, alta velocità, auto (elettrica e non), incentivi e sostegni al turismo e alla moda – dovranno tra non molto essere buttati nella spazzatura, perché resi inutili dal peggioramento delle condizioni climatiche e ambientali che hanno cominciato (solo cominciato) a sconvolgere il pianeta.

Di questo passo ci troveremo privi di tutti quei presidi che potrebbero concorrere a rendere la vita delle future generazioni accettabile, anche se in condizioni molto più ostiche di oggi: una forte riduzione dei consumi superflui, dell’utilizzo di materiali e del fabbisogno di energia, coperta, quest’ultima, interamente da fonti rinnovabili; una mobilità con mezzi, di massa e personali, interamente condivisi; un’agricoltura biologica e di prossimità; la città dei 15 minuti; il riassetto idrogeologico di tutto il territorio; almeno un miliardo di alberi in più; un servizio sanitario efficiente; un reddito di base per tutti quelli che rimarranno senza lavoro; un sistema di accoglienza dei profughi e dei rapporti con le loro comunità di provenienza che spinga tutti a non vederli più come nemici.

Certo Draghi, come tutti i suoi simili, guarda lontano: ma non al futuro, che non gli interessa, bensì alla “comunità” internazionale dei “grandi della Terra”, che continuano a non avere altro metro di misura del successo o dell’insuccesso di una politica che il PIL, “la crescita” (il nome con cui viene oggi chiamata l’accumulazione del capitale di cui un tempo parlava Marx) da cui – lo dice la “scienza” – dipendono tutte le altre variabili, economiche e non: occupazione, reddito, benessere e progresso (per pochi; e sempre meno); potere, consenso.

La Terra ci sta però dando un assaggio – da parecchi anni, ma soprattutto negli ultimi due – delle condizioni in cui dovranno vivere, se sopravvivranno, le prossime generazioni: se non è incendio è alluvione; se non è uragano è siccità; se non è inquinamento è pandemia; se non è carestia è migrazione di massa; se non è guerra è terrorismo. Oppure anche tutte queste cose insieme. Oggi qua e domani là. Ma sempre di più, qua per tutti.

Logico che le nuove generazioni non intendano accettare questa prospettiva senza ribellarsi e che siano scese in piazza a milioni, prima del covid. Ma lo faranno di nuovo, comunque, e ancora più numerosi, il 24 settembre nel mondo e anche il 1° e 2 ottobre in Italia – per far sapere a tutti che “non sono d’accordo”. E ci mancherebbe! E che a questo punto, dopo che per due anni hanno fatto l’esatto contrario di quello che a buon diritto gli ingiungevano Greta Thumberg e il movimento Fridays for Future, ai governi di tutto il mondo non resta altro da fare che sloggiare.

Sono tutti antiquati, di destra, di sinistra e di centro. Draghi ha chiarito a tutti – se mai ce ne fosse stato bisogno – che vogliono tutti le stesse cose. E che cosa vogliono? Nient’altro che quello che Draghi gli dice che devono volere. Non hanno la minima capacità di dare il peso che meritano alle minacce che incombono su tutto il pianeta. Per questo devono passare la mano a una nuova generazione; che sa che cosa vuole, anche se non ha, e non vuole avere, esperienza del loro modo di fare politica e di governare.

E’ una generazione in cui cresce la consapevolezza che l’inferno a cui la stanno condannando può forse essere ancora arginato, ma che molti dei processi innescati sono ormai irreversibili, tanto che le misure da prendere dovrebbero avere di mira soprattutto l’adattamento a condizioni di vita improbe, senza illudersi di poter più ritrovare la Terra nelle condizioni in cui la hanno ereditata le generazioni di oggi, di ieri e dell’altro ieri. Per questo, prima Mario Draghi, i suoi colleghi, i suoi pari e i loro collaboratori si levano di torno, meglio sarà per tutti.