Le analisi inconcludenti sulla crisi di Governo hanno oscurato la questione di fondo, che non è la crisi politica, e nemmeno quella sociale, ma la crisi climatica e ambientale ormai in pieno corso. Salvini appare oggi a molti commentatori “sgonfiato” e così è; ma niente dice che sia per sempre. Potrebbe rigonfiarsi, o essere rigonfiato, in poco tempo: la storia ci offre numerosi esempi di vicende del genere. Il vero problema non è lui ma i suoi fans, cresciuti a milioni nei mesi della sua egemonia politica e mediatica con una trasformazione antropologica, difficilmente reversibile, di buona parte della popolazione.
Salvini è un negazionista climatico, come Trump, Bolsonero, Putin e molti altri capi di Governo che si dichiarano apertamente tali. Ma i negazionisti più pericolosi sono quelli nascosti: quelli per cui la crisi climatica c’è, ma tutto – il nostro modo di vivere e produrre – può continuare più o meno come prima, perché a tutti i guasti si troverà un rimedio che eviterà di sottoporci a grandi stress. Il problema è che i cambiamenti climatici che avanzano non mettono in crisi i negazionisti, né quelli dichiarati né quelli nascosti, ma rischiano di rafforzarne le politiche. Perché nel loro arsenale ci sono già tre risposte pronte.
La prima è portare a termine il saccheggio dell’ambiente con politiche estrattiviste, con grandi progetti infrastrutturali devastanti consumando risorse fossili fino all’ultima goccia per tenere in piedi un’economia ormai in stagnazione secolare. Centocinquant’anni di elucubrazioni per decidere se “la caduta tendenziale del saggio di profitto” avrebbe portato il capitalismo all’estinzione o a una crisi rivoluzionaria sono stati azzerati: a meno di una svolta radicale che sventi l’imminente catastrofe, a distruggere il capitalismo insieme alla vivibilità del pianeta e a miliardi di vite umane sarà la crisi climatica che ha provocato.
La seconda risposta è la guerra ai migranti, tutti o quasi profughi ambientali generati dal saccheggio del pianeta. Per ora le vittime di questa guerra sono migliaia di profughi respinti ai confini di mare e di terra di Europa, USA o Australia e chi è solidale con loro. Ma è solo un “allenamento” per predisporci ad accettare la guerra come unico mezzo per affrontare le centinaia di milioni di profughi che la crisi climatica non mancherà di produrre.
La terza risposta è l’instaurazione di un regime di polizia dentro le spoglie smorte di ordinamenti formalmente democratici, per affrontare con nuove leggi e con la forza le lotte e le rivolte che la crisi climatica e quella economica, che non mancherà di accompagnarla, creeranno nelle fu “cittadelle del benessere”.
Nessuna di queste risposte – e meno che mai tutte e tre insieme – ci salverà dalla catastrofe; ma, in mancanza di una vera alternativa, esse riescono a spingere milioni di persone ad accettarle o condividerle. Ma un’alternativa c’è? E se c’è, è stata messa in campo? E se no, che cosa si aspetta a farlo?
L’alternativa è quella per cui si battono tutti coloro che prendono sul serio, e non per finta, la crisi climatica: gli scienziati del clima, il movimento dei giovani che vedono scomparire il loro futuro (Fridays for future), la rete di Extinction Rebellion, decisa a usare ogni mezzo non violento per fermare la corsa verso il baratro, i popoli indigeni che difendono le loro terre e i movimenti contadini che difendono l’integrità dei suoli. Ma i passi da compiere sono ancora, per molti di noi, inconcepibili. Innanzitutto, si tratta di abbandonare nel giro di pochi anni cose che consideriamo naturali come l’auto privata, l’aria condizionata, i viaggi aerei, le vacanze esotiche, le crociere, gran parte del commercio internazionale, tutte le grandi opere infrastrutturali, l’agricoltura chimica, l’alimentazione a base di carne, e tante altre cose ancora. Ce ne sono sì tante altre che le possono sostituire con poco sacrificio e a volte con grande vantaggio, come le fonti di energia rinnovabili, il rimboschimento di campagne e città, il car sharing, l’agriturismo, una dieta più sana, e così via. Ma c’è da battere l’incredulità di chi sente dire per la prima volta che tutto ciò è indispensabile, anche se alla loro realizzazione i nostri governanti avrebbero dovuto porre mano decenni fa, invece di inseguire il mito di una crescita infinita che ci ha portato a questo punto. Stroncare le illusioni o la malafede di chi conta di cavarsela con poco è il compito più urgente, ma anche difficile, di chi si batte veramente per il clima.
Poi i migranti vanno accolti tutti; non c’è altra alternativa a una guerra di sterminio permanente. Ma accogliere vuol dire inserirli nelle nostre comunità, a partire dal trovar loro un lavoro. Le opere necessarie a far fronte alla crisi climatica – energie rinnovabili, agricoltura biologica, ristrutturazioni edilizie, riassetto del territorio, rimboschimento, mobilità sostenibile – richiedono milioni di posti di lavoro, a tutti i livelli di qualificazione, sia aggiuntivi che sostitutivi di quelli che andranno persi, con la possibilità di inserirvi anche tutti i migranti che arriveranno. Se il finanziamento dei progetti di un indispensabile piano di conversione ecologica che l’Europa deve varare fosse commisurato al numero di migranti avviati al lavoro assisteremmo a una gara di Stati e Città per accaparrarseli invece della corsa che stanno facendo per respingerli.
Infine, la democrazia rappresentativa sta dimostrando in tutto il mondo di non essere più un baluardo sufficiente contro le derive autoritarie. Soltanto un grande sviluppo della partecipazione popolare ai progetti di conversione ecologica e una democrazia partecipativa per governarli che affianchi, senza destituirli, gli istituti della rappresentanza possono prevenire un ritorno al fascismo veicolato da un razzismo antimigranti ormai dilagante. E’ di questo che bisognerebbe discutere a proposito della crisi di governo. Qualcuno si candida a farlo?
Categoria: Attualità e politica
La finanza affonda, le banche vengono salvate dai governi, molti Paesi sprofondano verso il default…
Ma chi pagherà questa crisi?
Razzismo e crisi climatica
“Un decennio perduto. Tra il 2020 e il 2030 i policy-maker mondiali sottovalutano clamorosamente i rischi del climate change, perdendo l’ultima occasione per mobilitare tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo: costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2, per avere una possibilità realistica di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi”. Questo è l’incipit di un articolo del sole24ore del 27 giugno che riassume uno studio scientifico del National Center for Climate Restoration australiano dal titolo “Existential climate-related security risk”. Quell’articolo sostiene che continuando con l’attuale trend, entro poche decine di anni verranno meno le condizioni della sopravvivenza sulla Terra della specie umana, o per lo meno del suo attuale livello di “civiltà”.
A una persona normale che legge quell’articolo la prima cosa che viene in mente è: come mai le altre 40 pagine dello stesso giornale sono dedicate solo al business as usual e neanche una alle misure per prevenire la catastrofe? Ma lo stesso accade su tutti gli altri giornali del paese: l’allarme c’è, ed è mortale, ma “chissenefrega”. La sensazione, anzi, la certezza che se ne ricava è che la nostra classe dirigente sia impazzita, o abbia perso la capacità di governare i processi di cui pure riconosce l’esistenza. In fin dei conti ilsole24ore è l’organo della Confindustria, cioè della classe imprenditoriale; Repubblica e il Corriere, che hanno linee editoriali analoghe, sono house organ del partito del Pil, che ha in mente un unico obiettivo, la “crescita”; degli altri giornali, o canali TV, meglio non parlare.
Solo queste incoscienza e inconsistenza assolute (peraltro condivise, anche se in forme meno acute, da gran parte delle “classi dirigenti” dell’Europa e del mondo) possono dar ragione di processi per altro verso inspiegabili: per esempio, come mai tutta l’Italia che “conta” – partiti, governi, sindacati, industriali, media, economisti – si sia coalizzata e accanita, senza nemmeno rendersi conto di quanto sia ridicola la loro furia, intorno a un buco nelle Alpi di 57 chilometri, pagato (come riporta il Fatto) quasi interamente dall’Italia (i contributi della Commissione europea non sono un regalo, ma una parte di spettanza italiana di fondi che il nostro paese versa all’Unione), anche se corre per lo più in territorio francese, se allo scadere della concessione apparterrà alla Francia che ne riscuoterà il pedaggio e che nel frattempo incasserà anche l’iva pagata dall’Italia (la società che lo realizza è di diritto francese) su lavori eseguiti in gran parte a ditte estere; ma dentro cui non correrà mai quel treno ad altra stupidità (TAS) Torino-Lione, perché, come a tutti i progetti senza capo né coda, mancherà capo e coda: il collegamento con Torino (che non è in bilancio) e con Lione, che la Francia “prenderà in considerazione” solo dopo il 2038: quando il caos climatico sarà ormai irreversibile e di merci tra l’Italia e la Francia, e viceversa, forse non ne viaggeranno più. Un particolare che anche l’analisi costi-benefici del prof. Ponti non prende in considerazione. Per questo la lotta contro il TAV deve continuare: è il paradigma della lotta contro tutto ciò che sta all’origine dei cambiamenti climatici. Sono così, infatti, tutti o quasi i grandi progetti – Olimpiadi, TAP, nuove autostrade, trivelle – a cui viene affidata la crescita, in un periodo in cui dovrebbe essere chiaro che si deve correre ai ripari.
A ragionare in modo sensato sembra essere solo una parte (per ora) delle nuove generazioni, quella raccolta intorno a Greta Thumberg e al movimento Fridays for Future; che dice una cosa molto semplice: “Ci state ammazzando! Nel mondo che cercate di far girare sempre allo stesso modo per noi non c’è più posto. Se son vere le cose che affermano gli scienziati del clima – e sono vere, e lo vediamo ogni giorno – siete tutti degli emeriti criminali”.
Certo, accanto a chi continua a sbeffeggiare Greta e i suoi adepti è in atto anche una corsa di molti “Grandi della Terra” a darle ragione, a invitarla qui e là, a proclamare l’emergenza climatica e ambientale. Purché questo non metta in questione i progetti di cui vive il sistema e il trantran della vita di tutti. Così, è persino più razionale il comportamento di chi nega l’evidenza del cambiamento climatico, perché nulla cambi, che quello di chi la riconosce, purché non cambi nulla.
Ora i giovani, e non solo loro, sono scesi in campo; e si faranno risentire in tutto il mondo tra il 20 e il 27 settembre con un nuovo grande climate strike, in uno scontro frontale – sono in gioco le vite di miliardi di esseri umani – con lo stato di cose presenti e chi si adopera per perpetuarlo. Prendiamo atto che questa è la lotta fondamentale che terrà tutti impegnati nei prossimi anni: da una parte o dall’altra, perché l’area dell’indifferenza è destinata a dissolversi. Tutte le altre lotte, sacrosante e legittime, per il salario, l’occupazione, la casa, il welfare, la scuola, il diritto di migrare, e i loro protagonisti attuali e futuri, dovranno collocarsi sotto questo ombrello. E non per tutti sarà facile, perché le contraddizioni emergeranno con forza e gli accostamenti meccanici tra una causa e l’altra – come si fa spesso nel redigere frettolosi programmi politici o elettorali – non funzionano. Nella ricerca di una mediazione tra la lotta per il clima e quella per la giustizia sociale il rapporto con il territorio, con le nostre radici nella Terra, avrà un ruolo fondamentale, come ci insegnano l’enciclica Laudato sì e il prossimo sinodo sull’Amazzonia.
Consapevoli e incoscenti
“Un decennio perduto. Tra il 2020 e il 2030 i policy-maker mondiali sottovalutano clamorosamente i rischi del climate change, perdendo l’ultima occasione per mobilitare tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo: costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2, per avere una possibilità realistica di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi”. Questo è l’incipit di un articolo del sole24ore del 27 giugno che riassume uno studio scientifico del National Center for Climate Restoration australiano dal titolo “Existential climate-related security risk”. Quell’articolo sostiene che continuando con l’attuale trend, entro poche decine di anni verranno meno le condizioni della sopravvivenza sulla Terra della specie umana, o per lo meno del suo attuale livello di “civiltà”.
A una persona normale che legge quell’articolo la prima cosa che viene in mente è: come mai le altre 40 pagine dello stesso giornale sono dedicate solo al business as usual e neanche una alle misure per prevenire la catastrofe? Ma lo stesso accade su tutti gli altri giornali del paese: l’allarme c’è, ed è mortale, ma “chissenefrega”. La sensazione, anzi, la certezza che se ne ricava è che la nostra classe dirigente sia impazzita, o abbia perso la capacità di governare i processi di cui pure riconosce l’esistenza. In fin dei conti ilsole24ore è l’organo della Confindustria, cioè della classe imprenditoriale; Repubblica e il Corriere, che hanno linee editoriali analoghe, sono house organ del partito del Pil, che ha in mente un unico obiettivo, la “crescita”; degli altri giornali, o canali TV, meglio non parlare.
Solo queste incoscienza e inconsistenza assolute (peraltro condivise, anche se in forme meno acute, da gran parte delle “classi dirigenti” dell’Europa e del mondo) possono dar ragione di processi per altro verso inspiegabili: per esempio, come mai tutta l’Italia che “conta” – partiti, governi, sindacati, industriali, media, economisti – si sia coalizzata e accanita, senza nemmeno rendersi conto di quanto sia ridicola la loro furia, intorno a un buco nelle Alpi di 57 chilometri, pagato (come riporta il Fatto) quasi interamente dall’Italia (i contributi della Commissione europea non sono un regalo, ma una parte di spettanza italiana di fondi che il nostro paese versa all’Unione), anche se corre per lo più in territorio francese, se allo scadere della concessione apparterrà alla Francia che ne riscuoterà il pedaggio e che nel frattempo incasserà anche l’iva pagata dall’Italia (la società che lo realizza è di diritto francese) su lavori eseguiti in gran parte a ditte estere; ma dentro cui non correrà mai quel treno ad altra stupidità (TAS) Torino-Lione, perché, come a tutti i progetti senza capo né coda, mancherà capo e coda: il collegamento con Torino (che non è in bilancio) e con Lione, che la Francia “prenderà in considerazione” solo dopo il 2038: quando il caos climatico sarà ormai irreversibile e di merci tra l’Italia e la Francia, e viceversa, forse non ne viaggeranno più. Un particolare che anche l’analisi costi-benefici del prof. Ponti non prende in considerazione. Per questo la lotta contro il TAV deve continuare: è il paradigma della lotta contro tutto ciò che sta all’origine dei cambiamenti climatici. Sono così, infatti, tutti o quasi i grandi progetti – Olimpiadi, TAP, nuove autostrade, trivelle – a cui viene affidata la crescita, in un periodo in cui dovrebbe essere chiaro che si deve correre ai ripari.
A ragionare in modo sensato sembra essere solo una parte (per ora) delle nuove generazioni, quella raccolta intorno a Greta Thumberg e al movimento Fridays for Future; che dice una cosa molto semplice: “Ci state ammazzando! Nel mondo che cercate di far girare sempre allo stesso modo per noi non c’è più posto. Se son vere le cose che affermano gli scienziati del clima – e sono vere, e lo vediamo ogni giorno – siete tutti degli emeriti criminali”.
Certo, accanto a chi continua a sbeffeggiare Greta e i suoi adepti è in atto anche una corsa di molti “Grandi della Terra” a darle ragione, a invitarla qui e là, a proclamare l’emergenza climatica e ambientale. Purché questo non metta in questione i progetti di cui vive il sistema e il trantran della vita di tutti. Così, è persino più razionale il comportamento di chi nega l’evidenza del cambiamento climatico, perché nulla cambi, che quello di chi la riconosce, purché non cambi nulla.
Ora i giovani, e non solo loro, sono scesi in campo; e si faranno risentire in tutto il mondo tra il 20 e il 27 settembre con un nuovo grande climate strike, in uno scontro frontale – sono in gioco le vite di miliardi di esseri umani – con lo stato di cose presenti e chi si adopera per perpetuarlo. Prendiamo atto che questa è la lotta fondamentale che terrà tutti impegnati nei prossimi anni: da una parte o dall’altra, perché l’area dell’indifferenza è destinata a dissolversi. Tutte le altre lotte, sacrosante e legittime, per il salario, l’occupazione, la casa, il welfare, la scuola, il diritto di migrare, e i loro protagonisti attuali e futuri, dovranno collocarsi sotto questo ombrello. E non per tutti sarà facile, perché le contraddizioni emergeranno con forza e gli accostamenti meccanici tra una causa e l’altra – come si fa spesso nel redigere frettolosi programmi politici o elettorali – non funzionano. Nella ricerca di una mediazione tra la lotta per il clima e quella per la giustizia sociale il rapporto con il territorio, con le nostre radici nella Terra, avrà un ruolo fondamentale, come ci insegnano l’enciclica Laudato sì e il prossimo sinodo sull’Amazzonia.
Il sinodo dell’amazzonia
Nell’ottobre del 2017 papa Francesco aveva annunciato la convocazione di un sinodo episcopale (è una riunione di vescovi; in questo caso sia cattolici che riformati) sull’Amazzonia. Quel sinodo si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre di quest’anno. Due documenti preparatori, redatti dai vescovi dell’Amazzonia sotto la guida di papa Francesco – Instrumentum laboris (IL) e Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia integrale (NC) – da poco pubblicati, presentano diversi approfondimenti di temi già al centro dell’enciclica Laudato sì (2015). In quei documenti problematiche di ordine teologico o ecclesiale si intrecciano a quelli di ordine economico e sociale anche più che nell’enciclica; il che è naturale, in quanto la Laudato sì si rivolge a tutti i popoli del mondo, indipendentemente dalla loro fede, mentre l’elaborazione dei vescovi amazzonici riguarda innanzitutto il loro campo di azione. Tuttavia, il sinodo si tiene a Roma e non in America latina, perché i temi al centro del dibattito riguardano tutto il mondo e non solo l’Amazzonia.
In sintesi, e letti da laico, quei documenti sviluppano l’approccio fondato sull’ecologia integrale, centrale già nella Laudato sì, elevando l’ecosistema socio-ambientale amazzonico (la connessione inestricabile tra la natura, la vita dei popoli della selva e la cultura che scaturisce da questa connessione) a paradigma di una svolta da imprimere non solo alla religione cattolica, ma al pensiero di chiunque intenda battersi per la salvezza della Terra in un tempo in cui la crisi climatica e ambientale mette in forse la sopravvivenza stessa della specie umana: “La cultura amazzonica, che integra gli esseri umani alla natura, diventa un punto di riferimento per la costruzione di un nuovo paradigma di ecologia integrale” (NC).
Inculturazione è il termine che i due documenti in questione adottano per illustrare questo proposito e questo processo, riecheggiando il tema dell’incarnazione, nodo centrale della fede cristiana: il dio che si fa uomo in un contesto socioculturale definito – la Palestina ai tempi di Erode – che non rinnega ma, anzi, adotta per trasformarlo. Così la missione dei cristiani in Amazzonia non è cancellare le culture dei popoli della selva e del fiume per sostituirle con una religione e una cultura importate, quelle proprie di tutto il dominio coloniale e postcoloniale, a cui la Chiesa non è stata certo estranea, e ora in gran parte ridotte a “Pensiero Unico”. La missione dei cristiani è comprendere e far proprie quelle culture, anche e soprattutto nella loro dimensione spirituale e religiosa, comprese le loro divinità, che sono anch’esse manifestazioni del creato. Anche i riti religiosi, infatti, sono espressioni di una spiritualità a cui né la fede in Cristo, né il pensiero moderno possono continuare a restare estranei, pena la rinuncia a stabilire contiguità, continuità e condivisione tra l’essere umano e la Terra, il vivente, il “creato”. Un rapporto che già papa Francesco aveva messo al centro del suo messaggio con la Laudato sì, sovvertendo l’approccio antropocentrico che ha dominato secoli di cultura occidentale.
“Il primo grado di articolazione per un autentico progresso è il vincolo intrinseco fra l’elemento sociale e l’elemento ambientale. Dato che come esseri umani siamo parte degli ecosistemi che favoriscono le relazioni che danno vita al nostro pianeta, prendersi cura di questi ecosistemi – nei quali tutto è interconnesso – è fondamentale per promuovere sia la dignità di ogni individuo che il bene comune della società, sia il progresso sociale che il rispetto dell’ambiente” (NC). Nella formulazione dei vescovi amazzonici “quell’unità comprende tutta l’esistenza: il lavoro, il riposo, le relazioni umane, i riti e le celebrazioni. Tutto è condiviso, gli spazi privati – tipici della modernità – sono minimi. La vita è un cammino comunitario dove i compiti e le responsabilità sono divisi e condivisi in funzione del bene comune. Non c’è posto per l’idea di un individuo distaccato dalla comunità o dal suo territorio” (IL).
Al centro di questa elaborazione c’è ovviamente la conversione ecologica: “Soltanto quando saremo coscienti di come il nostro stile di vita e il nostro modo di produrre, commerciare, consumare e scartare influenzano la vita del nostro ambiente e delle nostre società, allora potremo avviare un cambiamento di rotta integrale”. Ma “cambiare rotta, o convertirsi integralmente, non può esaurirsi in una conversione di tipo individuale. Un cambiamento profondo del cuore, espresso in comportamenti personali, è necessario quanto un cambiamento strutturale, espresso in comportamenti sociali, in leggi e in programmi economici coerenti” (NC).
E’ un appello esplicito alla lotta contro un dominio che distrugge vite e ambiente: “Il grido amazzonico ci parla di lotte contro coloro che vogliono distruggere la vita concepita integralmente. Questi ultimi sono guidati da un modello economico legato alla produzione, alla commercializzazione e al consumo, dove la massimizzazione del profitto è prioritaria rispetto alle necessità umane e ambientali. In altre parole, sono lotte contro coloro che non rispettano i diritti umani e della natura”. Questo approccio si presenta dichiaratamente in conflitto con i poteri che dominano non solo l’Amazzonia, ma il mondo intero: Occorre “ascoltare il grido della ‘Madre Terra’ attaccata e gravemente ferita dal modello economico di sviluppo predatorio ed ecocida, che uccide e saccheggia, distrugge e sgombra, allontana e scarta, pensato e imposto dall’esterno e al servizio di potenti interessi esterni” (IL).
Dunque l’Amazzonia, maggiore riserva di biodiversità del mondo e “polmone della Terra” insieme ai suoi abitanti, alla sua cultura, alla sua spiritualità legata ai cicli naturali, ma anche e soprattutto con le sue lotte per salvaguardare sia la foresta che le sue comunità, costituisce una riserva di senso a cui attingere per indirizzare verso una sostenibilità ricca di scoperte e di promesse atteggiamenti e comportamenti di tutta l’umanità.
Cambiare il clima o cambiare il sistema?
Change the system not the climate: questo slogan diffuso in tutto il mondo basta a spiegare perché le destre, i conservatori, le persone contente della loro condizione sono quasi tutti negazionisti climatici. Temono un cambiamento del sistema che potrebbe far perdere il loro potere o minacciare il loro grande o piccolo benessere. Non è solo ignoranza del fatto che la crisi climatica, andando avanti, distruggerà il benessere di tutti. Naomi Klein lo ha spiegato molto bene nel suo libro Una rivoluzione ci salverà: i boss dell’industria petrolifera e affini sanno da tempo, meglio di molti di noi, che il pianeta sta andando incontro a un disastro; ma sanno anche che uscire dall’economia dei fossili non può essere un semplice fatto tecnico. Comporta un “cambio di paradigma”, il passaggio da un’economia in cui il potere è concentrato e centralizzato grazie al controllo degli idrocarburi (e del capitale necessario a sfruttarli) a un sistema di poteri diffusi, reso possibile dall’autonomia energetica di comunità e territori alimentati dalle fonti rinnovabili. Un decentramento che finirebbe per investire tutti gli altri settori portanti dell’economia: agricoltura, alimentazione, mobilità, costruzioni, gestione delle risorse, assetto del territorio: la conversione ecologica. Per questo la lotta (o l’impegno) per il clima ha dei nemici (o degli avversari) spietati, e per molto tempo ancora si dovrà sviluppare in termini di “noi” contro “loro”. Sicuramente, mano a mano che le cose si aggraveranno (e si stanno già aggravando a una velocità spaventosa) la “zona grigia” dell’indifferenza (o dell’ignoranza) si assottiglierà; ma passerà dalla nostra parte solo se sapremo prospettare, con i fatti e non a parole, un avvenire più sereno e prospero di quello fondato sulla difesa a oltranza di finti privilegi fondati sul business as usual, che oggi ha la sua manifestazione più vistosa nelle misure – vedi Trump e Salvini, entrambi negazionisti a oltranza – per tenere lontani i migranti dal “nostro” presunto benessere. Per questo la lotta per il clima deve riuscire a legarsi in forme condivise, e non con sovrapposizioni meccaniche, a tutti i principali temi che oggi sono oggetto di mobilitazioni democratiche e partecipate, a partire da quelle per la difesa di un territorio e della comunità che lo abita, o per la salvaguardia delle condizioni di vita sia di chi lavora che di chi un lavoro non lo ha.
Dobbiamo adoperarci per dividere e scompaginare le fila degli avversari, ma per molto tempo non potremo contare su una loro resa all’evidenza dei fatti e sulla loro collaborazione. E qui veniamo al punto più delicato. Greta ha più volte affermato che i nostri nemici più pericolosi non sono i negazionisti ma quelli che a parole condividono i nostri timori e i nostri obiettivi e poi con i fatti li negano. Per questo la lotta per il clima è molto più difficile di quanto potrebbe sembrare: professarsi tout court negazionisti è sempre più difficile (persino Trump e il suo staff danno segni di cedimento), ma prima di abbandonare privilegi e posizioni di potere legati agli attuali assetti economici e sociali ci sono molte carte false da giocare. Spesso si sente dire nel movimento Fridays for future che certi temi non vanno affrontati perché sono “divisivi”, allontano potenziali adepti invece di includerli. Questo è vero se in gioco ci sono etichette “ideologiche” o, peggio, partitiche: molti per esempio insistono sul carattere “anticapitalistico” che il movimento per il clima ha o dovrebbe avere. Ma se questo carattere non si concretizza in obiettivi e pratiche concrete è una pura affermazione di principio che sicuramente allontana molta gente e ne avvicina poca; altrettanto ideologico, peraltro, è aspettarsi che il sistema “si riformi da solo”, senza passare attraverso conflitti molto aspri e cambiamenti radicali: è la posizione di chi pensa – o spera – che tutto possa più o meno continuare come prima, con i pannelli solari e le pale eoliche al posto dei pozzi petroliferi e dei gasdotti e piantando qualche milione di alberi (pare che invece ce ne vogliano mille miliardi, e ancora non basterebbe a riassorbire la CO2 già emessa), ma continuando ad andare in automobile, mangiare carne tutti i giorni, andare in vacanza in aereo e fare le Olimpiadi con la neve artificiale…
Questo discorso è emerso in maniera chiara a proposito del Tav Torino-Lione: se non si può dire che è un progetto che va in direzione opposta a quella necessaria ad azzerare al più presto le emissioni climalteranti (e lo dicono autorevoli e documentati studiosi di tutte le discipline che hanno a che fare con il clima), perché questo allontanerebbe i molti (?) favorevoli a quel treno – ma lo stesso vale per i molti conflitti ambientali in corso in Italia e nel mondo – allora le nostre enunciazioni sull’emergenza climatica assumerebbero, sì, il carattere di una mera enunciazione ideologica e finirebbero per alienarci i molti che – ben prima di Fridays for future, se non altro per motivi anagrafici – sono scesi in campo per la difesa dell’ambiente e per la giustizia sociale.
Per non essere ideologici bisogna diventare operativi: non possiamo limitarci a “fare pressioni” sulle autorità (a tutti i livelli, dal quartiere alle Nazioni unite), anche se questo resta un compito inderogabile. Non possiamo delegare ai governi (a tutti i livelli, dal Comune alla Commissione europea) il compito di tradurre in programmi, progetti e interventi le nostre ansie. Dobbiamo sì “dire la verità”, ma anche “agire” e “coinvolgere” istituzioni, comitati, esperti, concittadine e concittadini per diventare tutti protagonisti del cambiamento.
Il Partito del Pil
In Italia c’è un regime: il cosiddetto “Partito del Pil” (si è auto-denominato così lui stesso) che unisce quasi tutti i partiti, da Lega e Fratelli d’Italia a Pd e Forza Italia, con una consistente presenza di esponenti dei 5Stelle – l’ala governativa – più tutta Confindustria, gran parte dei vertici sindacali, un bel po’ di gerarchie cattoliche, tutti i media (stampa e TV al completo). Regimi e partiti “fratelli” del Partito del Pil italiano esistono in tutto il mondo, anche se non si sono dati il nome ridicolo che ha in Italia, ma in nessun paese dove esiste la possibilità di esprimere o di coltivare liberamente la propria opinione si incontra una coalizione così ferrea come in Italia.
Il partito italiano del Pil è il partito del NO. C’è chi dice (e ormai sono in molti) di ascoltare l’IPCC – il comitato degli scienziati di tutti i paesi del mondo che monitorano i cambiamenti climatici – che ci dà solo pochi anni di tempo per imporre una svolta al sistema prima che il trend del cambiamento climatico in corso diventi irreversibile. Molti, anche nel partito del Pil, si dichiarano d’accordo e Greta Thunberg, a differenza di quello che le è successo in Francia, è stata ascoltata da tutto il Senato italiano. Ma appena si tratta di tradurre in pratica qualcuna delle indicazioni che dovrebbero portare a quel cambio di rotta, il Partito del Pil dice NO: bando ai catastrofismi! Finché c’è gas, petrolio e carbone da estrarre o trasportare, lo consumiamo; anche a costo di imporre la costruzione di nuovi gasdotti come il TAP o nuove perforazioni nell’Adriatico.
C’è chi dice (e siamo in molti) che la città è in emergenza climatica (e ambientale); che da ora in poi si fanno solo più gli interventi che portino ad azzerare le emissioni climalteranti. Ma il Partito del Pil dice NO: quegli interventi possono aspettare, abbiamo da fare le Olimpiadi, da installare quella specie di souq di ferraglia che è il (fu) Salone dell’auto (brutta copia del flop della finta fiera milanese del libro), da fare arrivare (in aereo, da tutto il mondo), centinaia di migliaia di sportivi e di turisti, da costruire tanti impianti e attrezzature (naturalmente recuperabili; non lo erano forse anche quelle dell’Expò?) per ospitarli e farli divertire, da produrre un sacco di neve artificiale, ecc. The show must go on.
C’è chi dice “salviamo Venezia”, patrimonio dell’umanità. Il Partito del Pil dice NO. Non portare in laguna le navi da crociera è “sprecare Venezia”, non valorizzarla, perdere un’opportunità.
C’è chi vorrebbe salvare una valle bellissima e la comunità che la abita da una Grande opera inutile e nociva che ne completerebbe la devastazione già molto avanzata. Il Partito del Pil, che proprio in questa battaglia si è andato costituendo e definendo, dice NO. Un treno veloce, anche se non trasporterà niente e non entrerà in funzione prima che il cambiamento climatico diventi irreversibile, è comunque “progresso”: un affare per chi lo costruisce, anche se a spese di chi lo finanzia (cioè noi).
C’è chi vorrebbe destinare a opere di pace i miliardi destinati agli F35, che sono macchine da guerra destinate all’aggressione di paesi lontani (e per di più non funzionano, tanto che alcuni clienti ne hanno disdetto l’acquisto). Il Partito del Pil dice NO: servono a creare decine di posti di lavoro. E si potrebbe continuare…
Dagli Stati Uniti all’Europa sta prendendo forma un progetto complessivo di conversione ecologica per salvare clima, salute e occupazione denominato Green New Deal. Per alcuni è l’unica strada praticabile per “salvare il capitalismo”; per altri per affossarlo. Per alcuni dovrebbe essere affidato a uno “Stato imprenditore”; per altri a una radicale democratizzazione della vita economica. Il dibattito è aperto, anche perché molte soluzioni sono ancora da definire. Ma in Italia non ne parlano né i fautori né i nemici del capitalismo e il Partito del Pil dice NO sia agli uni che agli altri. Gli affari si fanno con quello che c’è, qui e ora, e non sui programmi generali. Altrimenti, ciao Pil!
Il Pil, calcolato in base agli affari che si fanno (ma ci sono forse altri modi per farlo?) non produce da tempo né occupazione (e meno che mai di qualità), né benessere, né salute, né giustizia. In compenso concorre a precipitare il mondo in una notte nera per tutto il genere umano. Ma, forte dell’appoggio dei media, del mondo accademico (soprattutto degli economisti, “sacerdoti” della religione del nostro tempo) e della “cultura” (che, con poche eccezioni, si interessa di altro), il Partito del Pil è finora riuscito a presentare se stesso come “il Progresso”, ostacolato da chi pretende di operare per la salvaguardia di vita, salute e giustizia.
E’ ora di ribaltare questa narrazione: il Partito del Pil è il vero partito del NO a tutto ciò che può giovare alla convivenza e forse alla stessa sopravvivenza della specie umana. Impariamo a legare le nostre battaglie quotidiane per stare meglio, per una città, un territorio o un lavoro più vivibili e belli (e di queste battaglie tutti ne conducono qualcuna, o anche molte; a volte da soli, a volta in compagnia) all’impegno per la salvaguardia della vita sul nostro Pianeta. Le prime, senza un orizzonte generale che è l’unico, oggi, che possa legittimarle, non hanno prospettive di successo. E quell’impegno, se non se ne vede il nesso con la vita quotidiana, resta una opzione astratta, soprattutto per i meno informati. Ma di fronte all’avanzare del disastro ambientale anche il Partito del Pil comincerà a dividersi. Bisogna metterlo con le spalle al muro.
Chi ha paura dei migranti?
Bisogna spazzare via un alibi. Chi ha paura degli immigrati? Forse qualcuno degli abitanti di quartieri che si trovano ai margini della società e che riversano sulla presenza degli immigrati una insicurezza che caratterizza comunque la loro condizione anche nei confronti di chi immigrato non è, perché quella che provano è in realtà la paura di un ambiente che è loro sempre più estraneo ed ostico. Poi la paura del migrante, o addirittura dell’invasione – ma non certo da parte di un esercito nemico, bensì di un presunto nemico, “lo straniero”, presentato come se fosse un esercito – viene quotidianamente insufflata attraverso i mezzi di comunicazione di massa e soprattutto i social, fino a suscitare non la paura, ma l’idea di dover avere paura. Ma i migranti che incontriamo tutti i giorni per strada, o su un tram o un bus, o a chiedere la carità, o a fare i facchini, o a pedalare per portare la pappa a chi non si alza neppure più dal divano (e non sono certo quelli del reddito di ciitadinanza!), o anche solo ad affacciarsi dalla grata di un centro di accoglienza trasformato in prigione, quelli non fanno paura a nessuno. La paura del migrante è in realtà paura di un fantasma che nessuno vede: una favola. Ciò che troviamo al suo posto, se solo proviamo a grattare sotto quel luogo comune (ma da tempo non c’è nemmeno più bisogno di grattare tanto) è un sentimento del tutto diverso e anzi opposto: il disprezzo per un essere umano che si vuole considerare altro e diverso da sé. E, ovviamente, inferiore; cosa che viene continuamente ribadita con allusioni, parole, gesti e fatti compiuti per averne conferma. Quel disprezzo è un fattore di compensazione per i torti che si subiscono quotidianamente da parte di chi sta sopra di noi o per l’insuccesso in contesti dove lo si considera una colpa. Al posto di una prospettiva di miglioramento o di ascesa sociale ci si accontenta così di spingere più in basso chi è meno di noi in grado di difendersi. È il meccanismo tipico del razzismo, che si rafforza trasformando il disprezzo in odio: un sentimento che fa da barriera contro ogni forma di comprensione o di compassione. L’odio rende il disprezzo irrevocabile perché impedisce l’ascolto. L’aggressione sia verbale che fisica (inizialmente solo verbale, ma per “allenarsi” a quella fisica, a cui non tutti riescono ad arrivare; i più preferiscono delegare questo passaggio ad altri, siano essi squadracce fasciste o forze dell’ordine) è innanzitutto, agli occhi di chi la pratica, una manifestazione di protagonismo: qualcosa che ti fa uscire dall’anonimato, ti fa sentire che finalmente ”conti” qualcosa. Ma da cui è molto difficile tornare indietro.
Disprezzo e odio creano “identità” lungo una spirale che li trasforma facilmente in abitudine: “Prima gli italiani” non significa certo quello che dice: in quello slogan gli italiani sono solo loro, quelli che odiano o che disprezzano lo straniero; non certo quelli solidali. E per uscire da quella contraddizione di quel “prima”, che non spetta a tutti gli italiani, riversano lo stesso odio e disprezzo sulla solidarietà, sulle sue manifestazioni, su coloro che la praticano: persone che “non hanno il coraggio dell’odio”, non hanno la capacità di praticarlo, non hanno l’orgoglio del proprio esclusivo diritto, Untermenschen, sottouomini, femminucce. O sottodonne, “troie”: la qualifica più usata. Sessismo e maschilismo si saldano così al razzismo, anche se vengono ipocritamente negati: Salvini porta su un palco una bambola gonfiabile a scopo sessuale per simulare un’avversaria e chiama delinquenti profughi e solidali, ma si indigna se lo si chiama razzista o maschilista).
Dovrebbe essere chiaro perché il femminismo e le sue più recenti manifestazioni rappresentano una minaccia mortale per l’onda nera del razzismo che sta attraversando il mondo cosiddetto sviluppato, mascherando l’odio con la paura. Il razzismo si radica nel machismo (praticato dai maschi ma subìto anche, in varia misura, da molte donne) e questo prende forma dalla più antica e profonda struttura di dominio, il patriarcato, che è volontà di possesso: innanzitutto delle donne da parte dei maschi e poi, sul modello di questo, di tutte le altre forme di proprietà: di terre, animali, schiavi, rango, mezzi di produzione, denaro, ma anche di patrie, culture, tradizioni, geni, saperi. È la paura di perdere tutte queste cose – a partire dalla “propria” donna – o anche solo alcune di esse, e persino quelle che si desiderano ma non si hanno, e non la paura del migrante, ad aprire la strada all’odio; e a trascinare alla violenza, allo spirito di sopraffazione, allo stupro, al femminicidio; e alla richiesta di far “piazza pulita” di tutti gli stranieri.
Quella paura del migrante, che non è paura se non in modo riflesso, si supera solo promuovendo una socialità che in molti ambiti del nostro vivere quotidiano è da tempo venuta meno; una socialità, che è sempre anche solidarietà, non solo nei confronti dello straniero, ma innanzitutto di chi ci è vicino (il nostro prossimo); chiunque esso sia.
Milano e le olimpiadi: non è tutt’oro quel che luccica
Perché le Olimpiadi sono cruciali rispetto all’emergenza climatica indetta dal Comune di Milano? Lo ha spiegato, involontariamente, l’assessore Granelli nell’incontro che si è tenuto mercoledì scorso alla Casa della Carità. Queste Olimpiadi, per Milano, sono una replica dell’Expo (un grande successo; per l’assessore) e insieme concorrono a definire “il modello Milano”, a farne “una città degli eventi”. Expo e Olimpiadi vanno ad aggiungersi a Moda, Mobile, Design, Cibo, tutte manifestazioni dove non si producono beni (i beni si producono altrove) ma immagine; e che concorrono a fare della città un polo di attrazione mondiale. Anche se la costruzione di quella immagine richiede pesanti e ingombranti investimenti “a perdere”, come gli “avanzi” dell’Expo, che avrebbe dovuto essere un grande orto da cui far partire la valorizzazione colturale di tutto il parco sud e che invece, sotto la direzionione di Beppe Sala – già allora “vero sindaco” di Milano dietro la maschera di Pisapia – è stato trasformato in una “piastra” (mai nome fu più appropriato) di cemento di un chilometro quadrato. Dove, dopo aver smantellato tutti i padiglioni inutili – e costosi, sia in termini economici che ambientali – costruiti a beneficio delle multinazionali del cibo manipolato, non si sa più che cosa impiantare. Perché costruire un contenitore prima di sapere che cosa metterci dentro è il modo più stupido di procedere; è un po’ come costruire un’enorme galleria senza sapere che cosa farci correre dentro. Ma, come è noto, tutto fa PIL…
Ma che cos’è un “polo di attrazione”? È un concentrato del lusso, che attira turismo di affari e di prestigio: viaggi aerei a sfare, sfolgorio di luci, di installazioni, di padiglioni, di scenografie, di costumi usa e getta. Palazzi dalle forme strane e prezzi mirabolanti destinati a rimanere vuoti per la maggior parte dell’anno, come city life (chi vi compra un appartamento per lo più ne ha altri cinque o sei in altre capitali dell’Occidente e dell’Oriente). L’apoteosi dello spreco e dell’insostenibilità. Ma tutto questo, dice Granelli, porta molto denaro, di cui beneficia tutta Milano. Non tutta: ne beneficia un ceto privilegiato che vive della città ma non nella città; o meglio, che vive separato da tutto il resto della città, a cui non arrivano che le briciole, perché quel ceto esclusivo ha bisogno non di lavoratori (quelli li va a cercare altrove), ma di servitori, che recluta nel popolo dei migranti: colf, badanti, portieri, fattorini, sguatteri, giardinieri e rider per portare la pappa a chi non vuol muovere più nemmeno il culo da casa per andare a mangiare; e poi edili che lavorano nel subappalto, stradini per tappare le buche delle strade e tuttofare per lavargli l’auto. Perché la produzione di quel che a Milano si pensa si fa per lo più a migliaia di chilometri e a decine di gradini sociali di distanza. È un sistema che produce e moltiplica differenze e ingiustizie sociali, ma soprattutto che allontana inve c’è di avvicinare al traguardo da raggiungere per affrontare in modo adeguato l’emergenza climatica. Tutto quello spreco di risorse è destinato a crollare e dissolversi insieme alle persone che ne ricavano reddito e posizione sociale non appena la cittadinanza sarà costretta a prendere atto della gravità dei processi in corso.
Milano, come qualsiasi altra città, ha bisogno di tutt’altro: di opere e di lavoro che metteno in grado gli abitanti di far fronte ai tempi difficili che ci aspettano: un’agricoltura non distruttiva e di prossimità che valorizzi risorse locali come quelle del parco sud; un’alimentazione conseguente; un sistema di mobilità di merci e persone flessibile, che consenta di ridurre al minimo auto, furgoni e le loro emissioni; impianti di generazione elettrica da fonti rinnovabili diffuse su tutto il territorio; un’edilizia che valorizzi il già costruito invece di consumare nuovo suolo e che permetta di ridurre al minimo riscaldamento e raffrescamento artificiali; il recupero integrale degli scarti della produzione e del consumo; e poi, un sistema produttivo flessibile, gestito quanto più possibile dai lavoratori, che utilizzi in pieno le loro competenze soprattutto in campo scientifico e informatico, mettendo a frutto le produzioni di pezzi unici o piccole serie come quelle rese possibili dalle stampanti in 3D. Questo è il nostro progetto di città sostenibile, che non ha niente a che fare con le Olimpiadi, che rappresentano invece un progetto diametralmente opposto, che avvicina alla catastrofe climatica la sua popolazione insieme a quella di tutto il resto del pianeta.
L’era di Greta
Dobbiamo cominciare a contare gli anni a partire da prima e dopo Greta. Non che Greta Thunberg sia morta; è più viva che mai e speriamo che continui ad accompagnarci e guidarci nel nostro viaggio contro il cambiamento climatico, fino a una vera svolta. E nemmeno è necessario sostituire una nuova numerazione a quella di prima e dopo Cristo: va bene quella che c’è. Dobbiamo però prendere atto – a partire da ora, l’anno di Greta – di uno spartiacque che separa ciò che si è fatto finora da ciò che si deve fare da ora in poi.
I risultati della ricerca scientifica a cui Greta fa riferimento ci avvertono che “la nostra casa è in fiamme”. O quei risultati li contestiamo, non si sa su che basi, o ne prendiamo atto: la minaccia che incombe sulle nostre vite e sul nostro pianeta non è fantascienza e bisogna correre ai ripari. E subito. E non è poco: tutto o quasi quello che è stato fatto nel corso degli ultimi decenni o che è stato avviato o anche solo progettato nel corso degli ultimi anni va dismesso o ridisegnato radicalmente nel più breve tempo possibile. E tutto ciò che può consentire, in questo nuovo assetto dell’economia, il mantenimento di uno standard di vita decente – o la sua estensione a chi non lo ha mai avuto – va messo subito in campo. Di tutte le produzioni che dipendono direttamente o indirettamente dall’estrazione e dall’utilizzo dei combustibili fossili – pozzi, miniere, gasdotti e oleodotti, flotte, raffinerie, centrali termoelettriche, mezzi di trasporto di terra, mare e cielo – va programmata la dismissione in un numero di non più di dieci anni o la loro trasformazione, ove possibile, in soluzioni che possono essere alimentate con fonti energetiche rinnovabili. Le quali vanno promosse, insieme alla massima efficienza energetica, senza continuare ad alimentare un regime di spreco come quello in atto oggi. Edilizia e assetto dei territori vanno resi resilienti e meno energivori. La mobilità di cose e persone va riorganizzata integrando trasporto di massa e sistemi flessibili condivisi. L’agricoltura va ricondotta alla sostenibilità con l’adozione di sistemi naturali che restituiscano al suolo fertilità e capacità di assorbire carbonio. E si possono aggiungere (pare) mille miliardi di nuovi alberi ai tremila miliardi già esistenti; ovviamente, senza più deforestare.
Tutta la popolazione, o la maggioranza di essa, dovrà essere coinvolta in questi processi e i lavoratori il cui impiego verrà meno dovranno essere ricollocati nei settori della transizione – dove ci sarà posto per tutti, occupati e disoccupati di oggi – in modo che quel trasferimento sia una promozione economica e sociale. E’ una transizione tecnica, economica e sociale, ma soprattutto culturale e, ovviamente, psicologica, che non ha precedenti nella storia dell’umanità, anche se spesso viene citato – giustamente – come termine di paragone lo sforzo bellico intrapreso allo scoppio della Seconda guerra mondiale nella riconversione dell’industria degli Stati Uniti.
E’ facile e quasi ovvio manifestare un forte scetticismo di fronte a queste prospettive: uno scetticismo che dipende dal fatto che ben pochi, soprattutto in Italia, sono informati della gravità della situazione, ma soprattutto dal fatto che la radicalità e l’estensione dei cambiamenti da realizzare spaventano e paralizzano, spingendo i più all’inerzia. Ma presto cambieranno idea, e dobbiamo adoperarci perché non lo facciano troppo tardi. Se le rilevazioni hanno ormai messo in rotta i “negazionisti climatici” in tutta la comunità scientifica (a dire il vero, non sono mai stati un gran che, anche se di recente anche Franco Piperno ha voluto aggiungere il suo nome a quello del prof. Antonino Zichichi, che capeggia la squinternata pattuglia italiana dei negazionisti climatici), pullulano però nel mondo della “politica” e dell’informazione coloro che considerano la minaccia del cambiamento climatico niente altro che un’arma di “distrazione di massa” rispetto ai problemi sociali ed economici che incombono; esattamente come si sta facendo da tempo, soprattutto “a sinistra”, nei confronti delle migrazioni.
Che costituiscono invece, nonostante il calo drastico degli arrivi (gli altri, quelli che “non arrivano più” e non sono ancora annegati, sono tutti rinchiusi, a milioni, nei lager libici o nelle bidonville turche e degli altri paesi di transito, in attesa che quei regimi facciano “libera tutti” per ricattare l’Europa), il principale problema sociale, il maggiore terreno di scontro politico e culturale e, verosimilmente, il fronte più radicale del conflitto di classe del nostro tempo; anche se esso non si svolge più nelle forme tradizionali del movimento operaio. Ma dal modo in cui viene affrontata “la questione migranti” dipende l’esito di tutti gli altri conflitti sociali che interessano la nostra epoca: in fabbrica, sul lavoro, nel territorio, nella cultura. Ma la questione migranti è a sua volta indissolubilmente legata alla lotta contro il cambiamento climatico, sotto il cui ombrello si raccolgono tutti gli altri problemi: quelli relativi all’oggetto di tutti i conflitti, che è la giustizia sociale e la riappacificazione della specie umana con la Terra che la ospita, e quelli relativi ai “soggetti”, ovvero agli attori, di quei conflitti: perché se si dimentica – si lascia indietro, o si considera un ingombro – l’esistenza di milioni di esseri umani cacciati dalle loro terre dalla prepotenza del sistema economico a cui tutti siamo soggetti, è veramente difficile anche solo pensare di poterne venire a capo.
E’ evidente allora qual è la priorità assoluta dell’era Greta: fare informazione e aprire un dibattito vero in tutte le sedi – scuole, università, fabbriche, aziende, quartieri, istituzioni – capace di inserire i problemi e le aspirazioni della vita quotidiana di ognuno dentro l’orizzonte spaziale (il pianeta tutto) e temporale (non più di 10-15 anni) del cambiamento climatico.
Olimpiadi ed emergenza climatica
C’era da rimaner basiti di fronte alle fotografie di una troupe scompostamente in festa per l’assegnazione delle prossime olimpiadi invernali (2026) alla città di Milano. Ad esse il sindaco Beppe Sala ha voluto aggiungere il suo ritratto tra due sci in una Milano da quaranta gradi all’ombra. Ma queste sono le stesse persone che meno di un mese fa hanno dichiarato l’emergenza climatica perché tra unidici anni (per l’Ipcc) o meno di cinque (per il glaciologo Anderson) la Terra, Milano compresa, raggiungerà un punto di non ritorno, oltre il quale la temperatura del pianeta è destinata a crescere irreversibilmente fino a rendere impossibile la vita della specie umana? E ci sarà ancora la neve allora? O sarà l’ultima delle Olimpiadi invernali? C’è da chiedersi: che cosa sono allora, per “loro”, le Olimpiadi? E che cos’è mai, per “loro”, l’emergenza climatica?
Per loro le Olimpiadi sono un Grande evento, il bis dell’Expò: la conferma di un progetto di “sviluppo” fondato sulla ripetizione dell’effimero; che dà “prestigio” alla città; richiama turismo (da tempo l’industria mondiale che produce più impatto, più viaggi aerei, più fatturato e più precarietà) e “grandi affari”: soprattutto immobiliari: cioè costruzione di strade, raccordi ed edifici inutili; con grande consumo di suolo, di materiali e di energia che, a evento finito, impongono di trovare una destinazione qualsiasi per non trasformarsi in discariche, come sta avvenendo per la famigerata “piastra” dell’Expò. Non a caso tutte le maggiori società immobiliari del mondo si stanno precipitando sulla nostra città. Da divorare ci sono non solo le Olimpiadi, ma caserme, ippodromi e scali dismessi. Il “modello Milano” è questo. E in nessun posto al mondo viene concessa a quegli operatori mano libera a spese della collettività come in Italia. Per questo vengono tutti qui. Così, accanto a Milano, che montagne non ne ha, si è pensato di devastare anche Cortina e le Dolomiti (patrimonio dell’umanità) contando sul fatto che là, se non la neve, per lo meno i dislivelli da ricoprire con il cannone termico ci saranno ancora. Inutile dire che in questa abbuffata destra e “sinistra”, Lega e PD, Governo e opposizione si trovano tutti d’accordo: come anche sul Tav, sul Tap, sulle nuove autostrade, sulle navi da crociera a Venezia (dove sbarcheranno molti turisti per andare ad assistere alle Olimpiadi), ecc.
Invece l’emergenza climatica per “loro” non è altro che un pezzo di carta: per mettersi “in regola”. Che il pianeta è “in fiamme”, come sta spiegando in giro per il mondo Greta Thunberg, o non lo sanno o non ci credono; o entrambe le cose. L’importante è che queste fosche previsioni – corroborate da tutti gli studiosi con qualche competenza in materia e confutate da alcuni altri “scienziati” che della materia non sanno niente – non turbino i loro progetti. Il loro è un eterno presente, dove il passato (modi diversi di vivere e di pensare, che ritroviamo anche oggi tra popolazioni che la cultura dell’Occidente non ha ancora distrutto) e il futuro non esistono. In termini aziendali si chiama BAU: non è la voce di un cane, vuol dire Business As Usual. L’importante è che tutto continui come prima e “meglio” di prima: magari con un po’ più di energia rinnovabile a disposizione (ma non troppa! Altrimenti si rendono inutili i vecchi e i nuovi gasdotti) e qualche milione di alberi qua e là (magari sulle terrazze di altri “boschi verticali”, come quello dell’archistar Stefano Boeri: forse il più energivoro edificio del mondo). Il grande realismo di chi ci governa si rivela così, alla luce dell’evoluzione prossima ventura del clima, la più irresponsabile delle utopie. Questa contraddizione plateale tra emergenza climatica e Olimpiadi (e tante altre cose simili) deve esplodere. Subito. Per farlo basta far applicare le tre regole fondamentali messe a punto da Extinction Rebellion: dire la verità, agire subito, coinvolgere la cittadinanza.
Dire la verità: in ventiquattro ore il Comune ha piazzato un cartello luminoso di almeno cinquanta metri quadrati per far sapere che Milano ha “vinto” la gara per l’assegnazione delle Olimpiadi (lo sapevano già tutti: TV e giornali non parlavano d’altro). Adesso ne metta subito almeno altri trenta di pari grandezza (minimo tre per Municipio) per far sapere a cittadine e cittadini che la Terra – Milano compresa – è sull’orlo di una catastrofe. Poi invii una lettera a ogni famiglia per spiegare bene i termini della questione (nessun giornale o canale TV ne parla in modo chiaro). Se serve, gli studenti di Fridays for Future possono aiutarlo a scriverla bene. Poi prenoti uno spazio fisso su giornali e TV locali per ricordare ogni giorno, con esempi diversi, che cosa può comportare per tutti noi continuare a far finta di niente. E imponga l’apertura di tutte le scuole al pomeriggio e alla sera per tenervi riunioni e incontri con la cittadinanza su questi temi. Infine, si adoperi perché la Regione Lombardia e il Governo dichiarino anch’essi l’emergenza climatica: se non lo fanno, ne denunci tutti i giorni le scelte.
Agire subito: se le Olimpiadi non si possono disdire, il Comune le ridimensioni usando e adattando solo impianti ed edifici già esistenti; blocchi l’edificazione negli spazi “vuoti” destinandoli solo a parchi e orti urbani; vari, con la consulenza di un team di esperti, la gratuità del trasporto pubblico e la graduale espulsione di tutte le auto non di servizio dall’area cittadina, come stanno facendo diverse città del Nordeuropa. Metta in piedi e retribuisca team misti di giovani tecnici – ingegneri, architetti, sociologi, economisti – per svolgere check-up gratuiti, comprensivi di valutazione finanziaria, per la conversione energetica – alimentazione ed efficienza – di tutti gli edifici della città. Sembra troppo? Tra non molto apparirà il minimo indispensabile.Coinvolgere la cittadinanza, che deve essere messa in grado di far sentire la sua voce in ogni zona e in ogni quartiere. Cittadine e cittadini devono prendere atto che è necessario cambiare radicalmente dieta e stili di vita. Le misure proposte, più altre, possono creare molti nuovi posti di lavoro, ma sono destinate a distruggerne molti altri. A tutti bisogna far sapere che il Comune si occuperà, insieme ai sindacati e alle associazioni civiche e territoriali, della loro ricollocazione, mentre il Governo dovrà provvedere a coprirne gli oneri (un vero reddito di cittadinanza) e i necessari investimenti. Ma è il Comune che deve esigere dal Governo un impegno in tal senso, mobilitando a tal fine i suoi cittadini e le sue cittadine, ma anche cercando di coinvolgere altri Comuni sullo stesso obiettivo. E se non lo fa, che “comune” è?
