Macerie da rimuovere

La nostra epoca, sotto la minaccia ormai vistosa della crisi climatica e ambientale, ci appare sempre più come un cumulo di macerie in attesa di un riscatto che non si vede. L’Italia ne è un esempio appariscente: l’Ilva è irrecuperabile; il Mose è un disastro; il TAV una manifestazione di demenza; il TAP un investimento a perdere; Alitalia un fallimento perpetuo; FCA una produzione senza futuro; Leonardo, l’unico grande gruppo rimasto, produce solo armi e andrebbe chiuso (e riconvertito); le centrali termoelettriche, non solo quelle a carbone, sono da dismettere; il lavoro è sempre più deprezzato; il paese e i suoi monumenti si sfaldano sotto l’alluvione; la finanza, abbracciata alla speculazione immobiliare, è una minaccia globale che non risparmia nessuno; la guerra, ormai mondiale, anche se a pezzi (come dice papa Francesco) ci coinvolge tutti (abbiamo soldati in 24 paesi, e vendiamo armi a molti altri; senza dirlo). Più che di “sviluppo” si deve parlare di “ricostruzione”, come dopo la Seconda guerra mondiale.

Sviluppo (sostenibile) non è la stessa cosa che conversione (ecologica): il primo termine racchiude in sé l’esigenza inderogabile della crescita, magari inseguendo un decouplig (dissociazione tra aumento del PIL, cioè “accumulazione del capitale”, per dirla con Marx, e consumo di risorse e di ambiente) che non trova alcun riscontro empirico. L’obiettivo è non mettere in discussione i cardini del nostro “stile di vita”, per dirla con Ursula Von der Leyen; quello che già Bush padre dichiarava “non negoziabile”. La conversione ecologica ne richiede invece un mutamento radicale. Ma anche la costruzione, su nuove basi, di un’economia della convivenza. Sviluppo allude alla conferma, alla continuità; conversione alla rottura, al conflitto. Sono in molti a opporsi a un cambio di rotta: chi per interesse, chi per ignoranza della gravità della crisi, chi per non vedere alternative possibili (per anni si è ripetuto che “non c’è alternativa”); chi per disperazione. Sono queste le macerie da rimuovere.

Il conflitto, i tanti conflitti in corso, e quelli che si svilupperanno in futuro, i loro esiti, ma soprattutto il loro andamento, non sono prevedibili: sono soggetti ad alti e bassi. Per questo la conversione ecologica non si può programmare. Bisogna basarsi su ciò che di volta in volta si riesce a costruire, soprattutto in due campi: quello delle economie trasformative, produzione e consumo; e quello delle comunità, legami sociali: sono cose che marciano insieme, ma per entrambe il conflitto è un contesto ineliminabile. Non si può più prefigurare il mondo di domani (il “sol dell’avvenire”): la nostra dimora, qui e ora, e per molto tempo a venire, è e sarà un ambito conflittuale, in cui farsi strada giorno per giorno, sia a grandi che a piccoli passi.

Comunità (aperta) vuol dire relazione, riconoscimento reciproco, scambio e accumulo di esperienze e conoscenze, libertà di movimento nello spazio e nel tempo; ma soprattutto riconciliazione con la Terra: sia nella sua presenza immediata, come produttrice di cibo e di habitat sani per la nostra vita quotidiana: terra come suolo, biodiversità, ecosistemi. Sia nella sua accezione planetaria, come dimora di tutto il vivente di cui la specie umana torna a essere solo un anello: la Terra, nostro – unico – pianeta. Papa Francesco è tra i pochi ad aver colto questo punto.

Economia trasformativa significa coniugare l’iniziativa locale con processi e svolte globali: i settori portanti della conversione ecologica sono noti: energia, agricoltura e allevamento, alimentazione, mobilità, edilizia, assetto del territorio, salute, cura del prossimo, educazione, ricerca. Non c’è trasformazione senza iniziativa locale: i nuovi assetti dovranno contare, nelle forme più diverse, su un controllo “dal basso” di tutti i processi che la tecnologia rende possibile riterritorializzare. Ma non c’è riterritorializzazione possibile senza aggredire la gestione centralizzata che la finanza ha imposto ai processi economici di tutto il mondo. Il Green New Deal può essere promosso come programma di governo per salvaguardare gli assetti di potere e le diseguaglianze sociali vigenti, prospettando una sua improbabile compatibilità con la salvaguardia del pianeta; oppure come lotta per imporre alla spesa pubblica il sostegno dell’iniziativa locale. La prima versione, senza volerlo, è un approccio “sovranista”, che promuove una gestione dell’economia “dall’alto”, entro i confini fissati dalla governance dell’Unione europea: uno schema keynesiano in un mondo ormai globalizzato. La seconda versione riconosce che la globalizzazione è irreversibile, ma che “la libera circolazione” dei capitali strangola ogni economia locale. Però facilita anche la circolazione di conoscenze e tecnologie e soprattutto di persone: non solo turisti. Anzi, sempre più, migranti e profughi ambientali. L’iniziativa locale dovrà dunque imporre piani generali di finanziamento della conversione ecologica che consentano di accoglierli tutti e di inserirli nei processi produttivi accanto ai disoccupati nativi; ma anche di sostenerli come referenti e possibili attori della pacificazione e della conversione ecologica dei paesi da cui sono fuggiti. “Aiutandoli a casa nostra” per “aiutarli a casa loro”.

Che fare della (non più ex) ILVA?

La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e “sviluppo” ma l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale. Situazione che apre una voragine destinata a inghiottire l’esistenza di 20mila lavoratori e di 20mila famiglie, ma porta alla luce anche l’inganno di uno “sviluppo” che non ha più spazio per riprodursi e perpetuarsi. Che fare allora della non più ex-Ilva?

La strada imboccata dal Governo è la peggiore. Inseguire un gruppo industriale perché “si prenda cura” di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per “toglierlo di mezzo” e acquisirne il mercato non è buona politica. Se anche si arrivasse all’accordo, quel gruppo troverà nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. E’ peggio che lasciare tutto in mano ai Riva, che lo spremevano fino a che non fosse andato per sempre in malora.

Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo (magari alimentato a gas: così si giustifica anche il Tap) in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?

Tenerne in vita solo una parte e cercare soluzioni alternative – il risanamento del sito – per le maestranze “superflue”? Perderebbe l’unico vantaggio competitivo che ha, il gigantismo, senza promettere né di andare in attivo né di finanziare la bonifica.

Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non possono essere improvvisazioni o espedienti come la “panacea” del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; che andrà presto in crisi mano a mano che aereo e navi da crociera verranno messi sotto accusa come maggiori emettitori di CO2.

E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma anche in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. A maggior ragione su soluzioni dalle scarse prospettive. A incentivi sufficienti a smuoverne gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, attraverso una nazionalizzazione (totale o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere? Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di “fiduciari dell’azienda” che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone. Chi è in grado di assumersi un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata una scuola e un vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria “cultura aziendale”. Oggi, a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza. 

Ma l’Italia, si dice, non può fare a meno del “suo” acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non durerà a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che con PSA, si ridimensioneranno, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte aziende senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica che prospera – va messa in crisi lottando per la pace.

Alla discussione sul futuro dell’Ilva e di Taranto mancano due cose fondamentali: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia climate-friendly, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del “prendersi cura” delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza). L’altra è la necessità di una nuova governance dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana di ciascuno. La gestione attuale è inadeguata e incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi. Quelle competenze ci sono, ma sono senza voce e disperse; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per   valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente. E’ quello che si poteva e doveva fare già sei anni fa, quando i “cittadini e lavoratori liberi e pensanti” avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi si lamenta che la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose. 

Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che sanno che perderanno il posto comunque potrebbero rivelarsi i veri sostenitori della transizione. 

Quanti sono i green new deal?

Di fronte all’evidenza della crisi climatica i negazionisti non negano più il cambiamento, ma ne contestano l’origine antropica. Per continuare sulla loro strada. Come ha spiegato Naomi Klein, i “Signori del petrolio” sanno bene che la CO2 ci sta portando alla catastrofe, ma hanno compreso anche che il transito a un nuovo regime energetico non è un fatto tecnico: comporta il passaggio da un sistema centralizzato, in cui potere e ricchezza sono concentrati in poche mani, a un sistema decentrato, in cui potere e risorse possono essere distribuite. Non vogliono perdere i loro privilegi, a costo di mandare l’umanità in malora; contano che per loro un modo per mettersi in salvo ci sarà sempre. Il negazionismo non va quindi confuso con l’ignoranza delle cause della crisi, che coinvolge forse la maggioranza della popolazione mondiale; a partire da coloro che quella crisi la vivono già sulla propria pelle.

Ma nel campo “interventista” affiorano subito le differenze. Da un lato, green-washing: spacciare per lotta per il clima le misure messe in cantiere ben prima dell’allarme di Greta Thunberg e dell’IPCC. Come fanno l’attuale governo italiano, confermando la vecchia SEN di Passera e Monti, o il sindaco di Milano, che fa passare il PGT messo a punto quando era il direttore della giunta Moratti per la risposta della città alla dichiarazione di emergenza climatica. Dall’altro, coloro che lavorano a una svolta si ritrovano quasi tutti i sotto un unico ombrello chiamato Green New Deal: finanziare la transizione energetica con un grande piano pluriennale di investimenti. In questo magazzino troviamo versioni diverse, sgranate tra due polarità che, schematizzando, sono “Sviluppo sostenibile” e “conversione ecologica”. Sviluppo significa crescita e sostenibile (in francese durable) vuol dire infinita: cosa impossibile in un pianeta finito. Ma i fautori di questo indirizzo protestano: la crescita è solo quantitativa; lo sviluppo riguarda anche il “fattore umano”. Vero. Ma per loro uno sviluppo senza crescita non è possibile: questa è condizione di quello. Crescita però, dicono, non significa necessariamente continuare ad aggredire le risorse dell’ambiente e intasarlo di scarti; è possibile separare aumento del Pil e consumo di risorse fisiche (decoupling). E’ una tesi su cui si sono spese per anni le principali agenzia mondiali (OCSE, Commissione Europea, Unep, Banca Mondiale) senza trovarne alcun riscontro empirico se non per pochi settori e per periodi limitati; ma è stata affossata da molti studi e, in modo definitivo, da Decoupling debunked: metastudio dell’European Environmental Bureau su ricerche di 143 enti in 30 paesi. A differenza di chi fa solo green-washing, questo filone di pensiero, che in Italia ha il suo principale esponente nell’Asvis presieduta da Enrico Giovannini, ritiene che una svolta ecologica sia, sì, necessaria, ma non imponga un sostanziale cambiamento di stili di vita (una “cartina al tornasole” è: abolire le auto private, anche elettriche?) e dell’organizzazione sociale. A produrre la svolta saranno infatti le imprese, sotto lo stimolo di una forte pressione popolare, ma soprattutto in vista di convenienze (leggi profitto) da creare con incentivi e penali: affidando cioè a un mercato “governato” il compito di portarci fuori dai fossili. Rientrano in un approccio simile le tesi di Jeremy Rifkin nel saggio Un Green New Deal Globale che prospetta, sì, una generale redistribuzione del potere nel passaggio dall’era fossile alla “Terza rivoluzione industriale”, ma sviluppa una visione tecnica e quasi deterministica della transizione, imposta, a suo avviso, dai quattro pilastri del futuro assetto: l’internet dell’informazione, dell’elettricità, delle cose e dei trasporti.

Ma a un Green New Deal si richiamano anche figure che si dichiarano socialiste come Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez negli Usa e Jeremy Corbyn e Yanis Varoufakis in Europa, o movimenti e attivisti che non si connotano in tal senso, come Sunrise o Naomi Klein. L’elemento che li accomuna, assente nelle visioni precedenti, è il conflitto: per loro la lotta contro la crisi climatica ricomprende in sé obiettivi e istanze delle classi, delle comunità e dei gruppi sfruttati, emarginati, più esposti al degrado ambientale e sociale. Obiettivi che gli esponenti inseriti nei processi istituzionali riassumono in programmi di governo, sconfinando facilmente, come nel caso di Diem25, nella prospettiva di uno stato imprenditore. E che invece gli esponenti più legati ai movimenti cercano di portare alla luce a partire dai conflitti in corso, mettendo a fuoco sia il tema che accompagna in tutto il mondo occidentale l’avanzata delle destre negazioniste: la fobia e la caccia ai migranti, sia, soprattutto le ferite che le politiche estrattiviste e sviluppiste infliggono ai territori, intesi come ambiti entro cui si concretizza il rapporto che ogni comunità dovrebbe poter intrattenere con l’insieme del vivente per potersi costituire come tale. Un rapporto in cui qualità, distribuzione e origine del cibo svolgono un ruolo centrale. Al centro di questo approccio emerge il nesso indissolubile tra giustizia sociale e giustizia ambientale, la “conversione ecologica” che Alex Langer aveva prospettato trent’anni fa, precisando che per affermarsi doveva essere “socialmente desiderabile”. Tema presente nell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, dove la conversione ecologica è sviluppata come rovesciamento della cultura antropocentrica – quella che vede nell’uomo non il custode ma il padrone del “Creato” – per promuovere la riconquista di una sorellanza con la Madre Terra (tema al centro del sinodo sull’Amazzonia chiuso ieri): il presupposto irrinunciabile di un conflitto che permetta ai poveri di tutto il mondo di far valere i loro diritti contro la crisi climatica di cui sono le principali vittime.

Clima, migranti, Rojava: una svolta

Si fanno le guerre per appropriarsi del petrolio e poi si usa il petrolio per fare altre guerre (le emissioni mondiali degli apparati militari ammontano al 15% di quelle totali, ma non sono contabilizzate nell’accordo di Parigi). Le guerre producono profughi e per respingere i profughi si fanno altre guerre, come oggi in Rojava.

Petrolio e combustibili fossili imprigionano l’intera umanità nella dipendenza dalle guerre, ormai elemento costitutivo della condizione umana nel nostro tempo. Profughi e migranti imprigionano governi e popoli che non vogliono accoglierli nella dipendenza da bande e Stati canaglia incaricati di “tenerli lontani”. Con l’aggressione al Rojava la subalternità dell’Unione Europea nei confronti della Turchia è apparsa evidente in tutte le sue micidiali implicazioni, ma era già chiara fin dalla firma dell’accordo Merkel-Erdogan del 2016. Così come la “politica migratoria” dei governi avvicendatisi in Italia, e con essa quella di tutta l’Europa, sono state messe nelle mani di bande criminali (i kapò del Ventunesimo secolo), libere di praticare schiavismo, estorsione, stupro seriale, distruzione della dignità e delle vite altrui come compenso per il compito loro assegnato.

Difficile, per tutti i governi dell’Unione Europea, ricorrere al ritornello “io non sapevo”. La guerra al Rojava avvicina l’Europa e i suoi popoli alla verità: che è lo sterminio di genti sbandate e disperate in nome della difesa dei propri confini, cioè del “proprio stile di vita”. Ma il senso di questa politica è “eliminiamoli tutti”.

A dirlo in modo esplicito è stato (tra gli altri) Vittorio Feltri su Libero del 12.10: “Il problema è più semplice di quanto appaia: se smettiamo di salvare in mare chi sfida le onde prima o poi questi la smetterà di avventurarsi tra i flutti, e codesta storia dell’invasione finirà subito”. Feltri lo scrive e l’Europa lo fa, ma lo lascia dire a quelli come lui. Però non funziona: le partenze dalla Libia non diminuiscono anche quando in mare non c’è più nessuno a salvare i naufraghi e molti dei profughi e dei migranti che riescono a raggiungere l’Italia lo fanno da soli, sui “barchini”: che cosa se ne fa di loro, Feltri? Li si ammazza sul bagnasciuga o li si riporta in mare per affondarli? Su tutti coloro che si dicono contrari alle politiche criminali di respingimento, ma che poi ripetono, invocando il “buon senso”, che “non si può accoglierli tutti”, aleggia un silenzio ipocrita, perché in questa alternativa una via di mezzo non c’è, Tertium non datur.

Poiché quella dei migranti è diventata la questione numero uno in tutta Europa, è anche quella – non il deficit, non il debito – su cui si manifesta di più la subalternità del nostro paese verso gli altri partner dell’Unione, ben contenti di potersi “indignare” se l’Italia, come faceva Salvini, si assume il ruolo di killer per conto loro, ma comunque decisi a fare del nostro paese il deposito dei tanti disperati a cui non è più concesso varcare le Alpi. Si fanno vertici e promesse, ma la politica dell’Unione non cambia. Se mai, peggiora. E per la Grecia, comunque vada, è e sarà ancora peggio.

Fare la vittima (di una politica iniqua) o il questuante (di una ripartizione più equa di chi arriva) e meno che mai scambiare questa subalternità per qualche concessione sul deficit non è servito e non serve. La politica migratoria dell’Europa va ribaltata dalle fondamenta con una proposta che tolga innanzitutto ai migranti le stimmate di un peso insostenibile. L’emergenza climatica e ambientale ce ne offre l’occasione. Le politiche di austerity vanno abbandonate: sono incompatibili con la conversione ecologica. Questa richiede un grande piano di investimenti che faccia da cornice e sostegno a milioni di progetti locali con cui affrontare la transizione verso energie, produzioni, colture, mobilità e territori decarbonizzati: un green new deal che faccia da traino a tutte le altre regioni del mondoma di cui non possono essere protagonisti solo, né in primo luogo, governi e imprese, perché richiede innanzitutto un ruolo attivo delle persone, delle loro associazioni, delle loro comunità e dei loro conflitti. Non c’è alternativa se non la corsa verso la distruzione della vita umana sul nostro pianeta (e di pianeti non ce ne sono altri).

Il progetto di un green new deal che è al centro di tutte le istanze dei movimenti che oggi si muovono per imporre una svolta radicale in campo climatico e ambientale e che saranno sempre di più e sempre più numerosi mano a mano che la situazione climatica si andrà deteriorando, impone di attivare milioni di nuovi posti di lavoro, a tutti i livelli di qualificazione: dunque anche per inserire – accanto a disoccupati, sottoccupati e precari nativi, e a chi perderà il posto in produzioni da chiudere, a partire da quelle delle armi – centinaia di migliaia e domani milioni di migranti e di profughi. Per renderli cittadini di una grande comunità che unisca in una sola “nazione” paesi di arrivo e paesi di partenza e in cui tutti, nativi, migranti e nuovi arrivati, possano battersi insieme per la pacificazione e il risanamento dei paesi devastati dalle politiche climatiche e ambientali, dalla depredazione delle risorse locali, dalle guerre.

La mobilitazione a sostegno del popolo del Rojava accanto alle comunità curde di tutta l’Europa e il sostegno che ad essa stanno dando i movimenti in lotta per l’ambiente e la conversione ecologica ci fornisce un’indicazione su come affrontare congiuntamente clima, giustizia sociale e migrazioni.

Una guerra per procura

La guerra di Erdogan contro il Rojava è fatta per deportare  una grande parte dei profughi siriani che l’Europa non vuole accogliere in un territorio trasformato in un enorme campo di concentramento a cielo aperto; dopo averne scacciato le popolazioni, curde e non solo, che lo abitano e lo hanno difeso con tutti i mezzi. È dunque inutile girarci attorno: quella di Erdogan è una “guerra per procura” fatta per conto dell’Europa. A nulla valgono le dissociazioni e l’invito alla moderazione dei governi europei: l’Europa non muoverà un dito per fermare Erdogan, come non lo ha fatto di fronte alle sue continue violazioni della legalità e dei più elementari diritti umani, soprattutto a partire dal 2016, data del patto scellerato per affidare alla Turchia la “custodia” dei profughi siriani in transito verso il nostro continente.

D’altronde, questa combinazione di finta indignazione, ma di sostanziale complicità e aperta collaborazione (la Turchia è e resta un membro della Nato e le armi che utilizza contro i curdi sono in buona parte di fabbricazione europea, con annesse istruzioni per usarle “al meglio”) è lo stesso atteggiamento adottato dall’Unione europea nei confronti della Libia, ovvero delle bande criminali che la governano: a parole, indignazione e dissociazione dai loro crimini – omicidi, schiavismo, stupro, estorsioni, annullamento della dignità – ormai riconosciuti non solo dalle Ong, ma anche dalle agenzie dell’Onu e persino da diversi ministri dei paesi membri; nei fatti, trattative, appoggio politico, forniture militari, finanziamenti e persino riconoscimenti ufficiali dei trafficanti libici, come rivelato dal quotidiano Avvenire a proposito di uno dei loro capi più feroci. Non sono le ONG a stringere accordi con i trafficanti libici, ma tutta l’Unione, e per suo conto il Governo italiano, che promuovono e sostengono il martirio dei profughi intrappolati in Libia per “difendere i propri confini”!

A fare le spese dell’aggressione scatenata da Erdogan è l’unica democrazia del Medio Oriente, che non è Israele, ormai costitutivamente impegnato in pratiche di apartheid e di repressine feroce dei nativi del suo territorio, ma la confederazione multietnica, tollerante, femminista ed ecologista del Rojava: una vera minaccia, non dall’esterno, ma dall’interno, per i regimi dispotici che spadroneggiano nella regione con la protezione dell’Occidente.

Dove porta tutto ciò? Alla scomparsa di quel che resta della “civiltà europea”. L’Europa non si ritiene in grado di accogliere i profughi siriani, anche solo temporaneamente; in attesa di un ritorno alla pace in cui evidentemente non crede e che non fa nulla per promuovere: con il loro arrivo “la stabilità tra i governi sarebbe messa di fronte a una prova che non è in grado di sostenere…e la sopravvivenza dell’Unione europea sarebbe messa in discussione” scrive Andrea Bonanni su Repubblica; ma il suo è il pensiero di molti se non tutti. Ma perché mai, allora dovrebbe reggere una prova del genere la Turchia, senza precipitare, come è successo, in una condizione di rigetto radicale della democrazia e dei diritti umani? Lungi dal tener lontani i pericoli per la democrazia, gli accordi con la Turchia o con la Libia sono l’inizio della sua trasformazione in ciò che l’Europa sostiene di non voler mai diventare: uguale a loro.

Finché profughi e migranti verranno trattati come un peso e un costo al proprio interno (una minaccia per “lo stile di vita europeo”) e come nemici all’esterno (questo è non altro vuol dire “difendere le frontiere”) non esiste altra prospettiva che la militarizzazione della vita sociale (anche e soprattutto contro il dissenso e l’opposione interna) e la guerra per respingere “l’invasione”. Ma se nelle “fortezze” è difficile entrare per i profughi, sarà sempre anche più difficile uscirne per i cittadini europei, anche solo per “fare affari”, cioè per sostenere “lo stile di vita europeo”.

C’è un’alternativa a tutto ciò? Sì. Trattare profughi e migranti non come un peso e un nemico, ma come una risorsa e una benedizione: non solo economica (per il loro lavoro e il loro contributo a pagarci le pensioni), ma anche demografica e culturale: per sopperire a tutti i vuoti che la vecchia Europa non sa più colmare. Questa prospettiva è la conversione ecologica, il Green New Deal imposto dalla crisi climatica e affrontato non come una delega ai governi, alle imprese e alla finanza, di ciò che non hanno saputo né voluto fare finora, nonostante gli allarmi che risalgono ad almeno trent’anni fa; bensì come un processo di attivazione e di mobilitazione dal basso, come interpreta questa formula Naomi Klein nel suo ultimo libro Il mondo in fiamme: un processo da portare avanti insieme ai profughi e ai migranti già arrivati sul “nostro” suolo, ma anche ai molti che cercheranno ancora di arrivarci; per preparare insieme a quelli di loro che lo vogliono (e sono in tanti) un ritorno volontario nelle loro terre per risanarle e ricostruirle; dopo aver imposto con una mobilitazione comune quella pacificazione che le grandi potenze che governano gli attuali conflitti non sapranno mai nè individuare nè promuovere.

Green New Deal?

Al summit del 22 e all’Asemblea generale dell’ONU del 23 settembre i governanti di tutto il mondo hanno fatto la parte dell’orchestrina del Titanic che continuava a suonare, invitando i passeggeri a continuare a ballare senza preoccuparsi, mentre il piroscafo affondava. Forse costoro, come chi li sostiene, contano di trovar posto sulle “scialuppe di salvataggio”, in qualche angolo del pianeta sicuro, da cui tutti gli altri in cerca della propria sopravvivenza vengano respinti, come già hanno cominciato a fare con decine di migliaia di profughi ambientali. Ma non c’è nessuno che da un altro pianeta possa venire a recuperarli; anche loro e le loro “scialuppe” prima o dopo andranno a fondo. Oltre una certa soglia, che appare sempre più vicina, infatti, la catastrofe climatica in corso sarà irreversibile per tutti, alimentata da un feed-back positivo.

Tra quegli orchestrali c’è chi, come Renzi – riprendendo il vecchio ritornello caro a Prodi, ma ormai sulla bocca di tutti, quello che ci ha portato al disastro attuale, prova irrfutabile della continuità che lega in Italia e nel mondo rottamati e rottamatori – continua a invocare “crescita, crescita, crescita” senza nemmeno accorgersi che il sistema è ormai entrato in una stagnazione secolare. Ma il controcamto di quell’orchestra è “sviluppo sostenibile” che, tradotto in italiano, altro non vuol dire che “crescita duratura”, cioè infinita: infiorettando la crescita – che infinita, come è noto, non può essere, e forse è già arrivata al capolinea – con gli obiettivi sociali ripresi paro-paro dai millennium goals dellONU. È, qui da noi, la posizione ufficiale dell’Asvis, che ha da poco presentato il suo quarto rapporto annuale. Si cerca così di nascondere il fatto che quegli obiettivi, mai raggiunti nella precedente edizione, hanno comunque bisogno della “crescita” non solo per essere raggiunti, ma anche solo per essere perseguiti. A meno di rovesciare completamente gli assetti sociali esistenti: proprio quello che Asvis cerca di evitare.

Che è invece l’obiettivo esplicito perseguito in tutto il mondo dalla mobilitazione del movimento mondiale Fridays for Future, ispirato dalle comparse mediatiche (benvenute!) di Greta Thumberg: un movimento che ha la possibilità di aggregare in un unico schieramento tutte le organizzazioni del mondo, per ora separate e disperse, che in vari modi si battono contro la combinazione inestricabile di degrado ambientale e ingiustizia sociale.

Greta ha avuto successo perché la sua comparsa è coincisa con la pubblicazione dell’ultimo rapporto climatico dell’Ipcc che accorciava di anni (ora solo più dieci) il tempo a disposizione per invertire rotta; ed entrambi hanno avuto ascolto (ma ben poco dal ceto politico, che pure rende omaggio ad entrambi) perché hanno coinciso con il precipitare di eventi climatici (uragani, incendi, scioglimento dei ghiacci, siccità) che ormai sono sotto gli occhi di tutti e che, in piccolo o in grande, tutti siamo ormai in grado di “toccar e con mano”.

Ma ascoltare la voce ormai inconfutabile degli scienziati del clima (quelli che da quarant’anni ci avvertono del disastro incombente), o anche quella dei tecnici che hanno messo a punto strumenti e soluzione per ricavare l’energia che ci serve dal sole, per consumarne molto meno a parità di risultati, per coltivare la terra senza avvelenarla, per metter al sicuro il suolo su cui camminiamo, non basta. La conversione ecologica (o anche solo la transizione energetica) non è una scienza; e meno che mai una tecnica che si possa imparare dagli scienziati o dagli esperti. È un processo che deve coinvolgere tutti ed essere sospinto, se non dalla maggioranza della popolazione mondiale, per lo meno da diversi miliardi di esseri umani consapevoli della posta in gioco. Per questo la premessa di tutto, come sostiene Extinction Rebellion, da oggi di nuovo in campo in tutto il mondo con azioni esemplari, è “dire la verità”: spiegare e far capir a tutti la minaccia, tra pochi anni irrevrsibile, che grava su tutto il genere umano e su ciascuno di noi; e il poco tempo a disposizione per cambiare rotta; e le trasformazioni  profonde necessarie per evitare la catastrofe incombente. Ma, ovviamente¡, non ci si può limitare a questo: occorre essere in grado di mostrare che “un altro mondo è possibile”; che per realizzarlo è necessario il concorso di tuttiu e di ciascuno; che non siamo soli: in tutto il mondo ci sono associazioni, movimenti epopoli che perseguono, ciascuno nel proprio contesto, lo stesso obiettivo.

Oggi, per un numero crescente di organizzazioni, questo obiettivo si chiama Green New Deal: è il “socialismo” del  nostro secolo, completamente diverso da quello dei due secoli; invece dello “sviluppo delle forze produttive” persegue la riconciliazione degli umani con la natura e attribuisce uguale importanza alla lotta contro tutte le manifestazioni del patriarcato; non si accontenta della “nazionalizzazione” dei mezzi di produzione, né vuole una gestione condivisa da parte di  ogni comunità; invece di un piano centralizzato vuole una molteplicità di negoziazioni tra organismi e comunità autonome; invece del controllo dello Stato da parte di un partitio persegue un federalismo che affianchi agli organi della rappresentanza strumenti di partecipazione popolare. Non tutti coloro che sono impegnati nella lotta per il clima e per l’ambiente condividono tutti questi punti. Ma proprio per questo il terreno di confronto, cioè della lotta politica del nostro tempo, non può che vertere intorno a loro.

Niente sarà più come prima. 1

Venerdì 27.9, giorno conclusivo della settimana di mobilitazione contro la crisi climatica e ambientale, oltre due milioni di studenti sono scesi in piazza in diversi paesi del mondo (e in Italia più che in tutti gli altri) portando così a oltre sei milioni (quattro volte quelli del 15 marzo; e a novembre, al prossimo global strike, saranno ancora di più)  le persone  che hanno risposto alla chiamata di Greta Thunberg. Non è che l’inizio: da oggi non solo le piazze, ma il cuore di ogni discussione sensata, ragione e politica (quella vera, che decide della vita di tutti) si sono trasferite in mano loro, lasciando politici di professione, impresa e finanza, mondo del lavoro (e soprattutto le sue rappresentanze) e quello accademico (con l’eccezione dei climatologi e pochi altri) a girare a vuoto intorno ai loro totem: “crescita”, Grandi opere, decimi di punto di PIL e di deficit, ecc. “La nostra casa va a fuoco”, gridano gli studenti. E se l’establishment non se ne è accorto, per ignoranza, perché troppo preso dai suoi affari, per timore di dover cambiar troppo “l’ordine delle cose”, la paura che non prova ancora per il disastro imminente, comincerà ora a provarla nei confronti di quei ragazzi e ragazze che scendono in piazza contro di loro, cominciando a tagliare sotto i piedi l’erba del business as usual. Ci metteranno un po’, quei signori, a capire che il loro mondo è finito e che per salvare la specie umana, cioè tutti loro insieme ai loro figli e nipoti, occorre metter mano a una svolta radicale: che loro non sanno nemmeno concepire e meno che mai progettare e realizzare, perché si sono cullati –  tutti,maggioranze e opposizioni – nell’illusione di un eterno presente che la crisi climatica ha dissolto per sempre. 

Ma è ora di smettere di svalutare le nuove generazioni accusandole di consumismo, di aver perso il senso del limite, di non rispettare più la “legge del padre”; magari perché i loro padri sono “evaporati”. Meno male, c’è da dire, che sono evaporati: sono stati loro a mettere in mano ai loro figli merendine, abiti firmati, smartfone e altri gadget. E adesso non capiscono perché si muovano così in tanti per tutt’altro. È una fiammata che si spegnerà da sola, dicono alcuni, ma non è così: ora sappiamo che il movimento continuerà a crescere. Nessuno dei partiti, dei sindacati o delle associazioni dei loro “padri” riesce più a portare in piazza tanta gente se non unendosi a loro. E nessuno ha mai realizzato collegamenti internazionali così solidi. 

Adesso i più accorti tra i membri della “classe dirigente”  si dovranno mettere a scuola dai giovani di Fridays for future e degli scienziati a cui hanno dato ascolto e con cui stanno tessendo rapporti stretti, mentre i loro padri li hanno ignorati. Altri si aggrapperanno al prprio ruolo cercando di mandare avanti “la macchina” finché non dovranno accorgersi che nessuno li ascolta più. Ma i piú  rischiano di andare ad aggregarsi, magari sotto insegne diverse, al nucleo duro delle destre negazioniste, che hanno idee chiare su come affrontare l’emergenza climatica che pure negano: respingendo con la guerra i profughi ambientali che la crisi è destinata a moltiplicare; reprimendo con decreti liberticidi le rivolte contro la miseria e i disagi che la crisi ambientale e la stagnazione economica non mancherà di aggravare; e mandando avanti lo sfruttamento dei fossili fino all’ultima goccia di petrolio; poco importa che dopo di loro ci sia “il diluvio”.

Possiamo imboccare un’altra strada; ma occorre prendere la situazione sul serio, cominciando col dire la verità. Molti sanno ormai che un grande cambiamento climatico è in corso, ma quasi nessuno ha una percezione chiara del disastro, per noi e i nostri figli, a cui ci sta trascinando. E  meno ancora hanno la percezione del poco tempo che rimane a disposizione per invertire rotta. Per questo si continua a scavare tunnel, posizionare gasdotti, costruire aeroporti, autostrade e centri commerciali, indire Olimpiadi invernali senza più neve, progettare il raddoppio di stadi e riempire gli spazi vuoti di cemento invece che di alberi quando invece bisognerebbe destinar tutte le risorse, fisiche, finanziarie e intellettuali disponibili a prevenire un disastro altrimenti certo. È ora che i responsabili di questo andazzo comincino a lasciare un po’ di spazio a chi si è reso conto che davvero “la nostra casa è in fiamme”.

Grazie Greta

Greta Thunberg ha mosso le montagne. Un anno fa era una ragazzina isolata e solitaria che si sedeva tutti i venerdì davanti al Parlamento svedese con il suo cartello e il suo impermeabile giallo. Ieri è stata la protagonista del vertice di cosiddetti Grandi della Terra, che lei ha fustigato come Gesù i mercanti del tempio. D’altronde quei “Grandi” non sono molto più che mercanti: vivono di do ut des e non vedono altro. In mezzo c’è stata una serie ininterrotta di incontri con figure più o meno ai vertici di qualche organizzazione o istituzione europea che l’hanno per lo più (non tutti) omaggiata, senza trarne alcuna conseguenza; ma anche una gragnuola di insulti e villanie al suo indirizzo da parte di diversi media, fiduciosi nella accertata ignoranza del loro pubblico su quale sia lo stato effettivo del pianeta (e, di conseguenza, anche il loro). Ma quello che ha accompagnato e determinato la parabola ascendente di Greta è stata la comparsa, prima, e lo sviluppo dirompente, poi, di un movimento mondiale di giovani, per lo più studenti, che ha coinvolto (finora) quattro milioni di ragazze e ragazzi (almeno cinque, con la prossima scadenza del 27.9) e non dà alcun segno di ripiegare. Crescerà ancora, e molto, nei prossimi mesi, fino a che – speriamo – la staffetta non sarà passata in mano a una mobilitazione più generale, anche di adulti, e soprattutto di lavoratori, cittadine e cittadini, associazioni e comitati finalmente consapevoli dei pericoli che sta correndo il genere umano.

Per ora, comunque “il pallino” è in mano al movimento Friday for future e ai suoi comprimari. Non tutti se ne sono accorti, ma i temi che questo movimento solleva e continuerà a sollevare in tutto il mondo con crescente insistenza sono destinati a dominare il dibattito e un numero crescente di scelte politiche di qui in poi. Perché la crisi climatica e ambientale contro cui si batte è reale, incalzante e ineludibile. Chi continuerà a chiamarsene fuori finirà emarginato. Questo non riguarda solo i negazionisti dichiarati come Trump e Bolsonaro, ma anche quelli “nascosti”, che a parole riconoscono i cambiamenti climatici in corso (magari non la loro gravità), ma poi continuano a comportarsi come niente fosse: al governo, nelle istituzioni, nella vita di tutti i giorni. Perché loro la risposta alle conseguenze (non alle cause) della crisi climatica ce l’hanno. Primo: respingere con la forza e con le leggi i migranti costretti ad abbandonare le loro terre dal degrado ambientale. Secondo, continuare a bruciare gas, petrolio e carbone fregandosene degli impegni presi, facendo i free riders mentre altri paesi dovranno affrontare costi e disagi di una più o meno convinta conversione produttiva. Terzo, usare la stretta verso i migranti per apprestare strumenti di repressione (come i decreti Salvini) con cui far fronte alle prevedibili rivolte che anche da noi il degrado dei territori e la crisi economica prodotta dalla stagnazione secolare non mancherà di provocare. Tre “soluzioni” che non risolvono nulla e fanno precipitare la crisi. Ma sul fronte opposto non tutto è così chiaro. E là dove di queste cose si è cominciato a discutere stanno venendo a confronto due prospettive divergenti.

La prima è quella che ripete Greta: dobbiamo far crescere la pressione su governi e istituzioni perché comincino ad agire. Loro sanno che cosa fare, ma non lo fanno. Che cosa occorre fare glielo dicono gli scienziati, ma non li ascoltano. Il fatto è invece che i governanti non sanno assolutamente che cosa fare; non ci hanno mai pensato. Ma non lo sanno nemmeno gli scienziati, che sanno benissimo (non tutti, ma i climatologi certamente sì) quello che sta per succedere se non si interviene e che hanno (alcuni di loro) anche messo a punto molte conoscenze e mezzi tecnici per farvi fronte. Ma non sanno e non possono sapere come. Perché ciò comporta la mobilitazione e l’attivazione delle popolazioni interessate, che è il cuore della politica (quella che i “politici” non fanno). Molti, soprattutto nel mondo industriale “più avvertito”, abbracciano questa posizione: fate in modo che i governi introducano incentivi e penalità per promuovere la conversione; al resto penserà l’industria, cioè noi, mossi dalla convenienza. E’ la green economy, la soluzione adotta con il protocollo di Kyoto (1997) che affidava a meccanismi di mercato la transizione verso un mondo ripulito dai combustibili fossili. E stata un fallimento.

Che cosa bisogna fare allora? Bisogna lavorare per mettere la scelta delle soluzioni da adottare nelle mani di chi è già o sarà interessato alla propria sopravvivenza insieme a quella di tutta la specie umana, a pagare il meno possibile i costi della transizione, mettendoli a carico di chi può permetterselo e soprattutto a chi è responsabile del disastro in cui ci ha precipitato: industria e finanza. Le regole per farlo, per ora sono elementari: quelle di Extinction Rebellion: “Dire la verità”: nessun politico può permettersi di spiegare ai suoi concittadini ed elettori le dimensioni effettive del disastro che incombe su tutti e poi continuare a fare come se niente fosse. Infatti, per fare un esempio, il Comune di Milano ha dichiarato l’emergenza climatica, ma si è ben guardato dallo spiegare alla cittadinanza che cosa significa. “Convocare le assemblee” (e soprattutto farle convocare dalle istituzioni): non solo per “dire la verità”, ma per esaminare, insieme a tecnici e scienziati disponibili, quali sono le soluzioni che si possono adottare localmente e quali quelle per cui occorre lottare a livello generale. “Agire subito”: non aspettare politica, istituzioni e imprese: ciò che si può fare subito lo si comincia a fare o a pretendere: a scuola, nel quartiere, nelle aziende, nei servizi pubblici, negli acquisti. Ed è moltissimo. 

Una road map per l’emergenza climatica

A un anno dall’inizio dello sciopero solitario di Greta Thunberg possiamo misurare l’enorme risultato che una sola persona, priva di ogni potere, è riuscita a produrre: Un milione e mezzo di giovani in tutto il mondo si sono svegliati, hanno capito che gli stiamo rubando il futuro, e forse anche la vita, sono scesi in piazza per protestare  (e lo rifaranno, più numerosi e forti, tra il 20 e il 27 settembre) e stanno moltiplicando le loro iniziative riempiendo di eventi dirompenti il calendario di molti paesi; Stampa e Tv, mute fino a pochi mesi fa, hanno cominciato a raccontare quello che sta succedendo al pianeta, compreso spiegare (per es. La Stampa del 29.8) che non c’è più posto per politiche di “crescita”, per quanto virtuose: de profondis per le politiche di tutti i paesi; Tra la popolazione più informata, trasformata, come tutti, in consumatori, cresce la consapevolezza di dover porre fine a uno stile di vita insostenibile (per chi uno “stile di vita” può permetterselo: poche centinaia di milioni di persone). Innanzitutto molta meno carne, ma sotto tiro ci sono anche viaggi aerei, vacanze esotiche, auto private, condizionatori, abbigliamento, moda, case troppo grandi; Molte imprese corrono ai ripari verniciandosi di verde: i capibastone dell’industria Usa dichiarano che tra i loro fini non c’è più solo il profitto, anche se non si è mai visto che i profitti diminuiscano se non sotto la pressione di lavoratori sfruttati e consumatori imbrogliati; I più in ritardo di tutti sono i politici: quelli negazionisti, come Trump e Bolsonaro, non si vantano più delle politiche apertamente distruttive che perseguono. Tutti gli altri, che si riempiono la bocca di ambiente da decenni senza fare niente, sono ancora lì a misurare i decimi di punto di PIL che qualsiasi misura ambientale potrebbe sottrargli. La nuova Presidente delle Commissione  europea Ursula Von der Leyden annuncia un fondo per fare fronte ai cambiamenti climatici; ma a chi andranno quei soldi? Se tutti i fondi stanziati per la crisi economica sono finiti in bocca alle banche, quelli per il clima, se mai saranno stanziati, rischiano la stessa fine. Per questo è ormai urgente mettere in chiaro alcuni punti: Non ci si può limitare alla protesta e alla denuncia.

Occorre pensare anche alle cose da fare, muovendosi su due piani:  pressione sulle istituzioni e sui media, con rivendicazioni da mettere a punto un po’ per volta; e mobilitazione dal basso per cambiare insieme il nostro stile di vita, facendo cose che si possono fare anche in pochi senza chiedere permesso. Valgono le ingiunzioni promosse da Extinction Rebellion: “dite la verità, agite subito, convocate il pubblico”, ma nell’ordine inverso: senza momenti collettivi non si infrange il muro di omertà che ha nascosto le cose finora né si può intraprendere iniziative che coinvolgano chi non si è ancora mobilitato. Gli interlocutori principali sono due: i lavoratori di fabbriche e aziende, da contattare sia direttamente che con la mediazione dei sindacati, e i “territori”, o “comunità”, facendo leva sul tessuto associativo: comitati di lotta, società sportive, parrocchie, centri sociali. Le scuole, dove sono nati gli scioperi del venerdì, possono diventare sedi e riferimenti per ogni quartiere. I temi più immediati da affrontare sono quattro: Decarbonizzazione, cioè elettrificazione con fonti rinnovabili. Non tutti dispongono di un tetto da solarizzare (e ci sono anche i senzatetto). Ma in tutti i quartieri gli interventi possibili per produrre energia rinnovabile e risparmio energetico sono centinaia: possono venir individuati e progettati, esigendo dalle amministrazioni locali la formazione e la messa a disposizione di squadre interdisciplinari di tecnici (un lavoro interessante per migliaia e migliaia di giovani laureati e diplomati). La  ristrutturazione degli edifici offrirà per anni milioni di posti di lavoro a nativi e migranti a tutti i livelli di qualificazione; Mobilità: si tratta – bisogna avere il coraggio di dirlo – di abbandonare per sempre e in pochi anni l’auto privata, sia tradizionale che elettrica, per sostituirla con trasporti pubblici più efficienti, più comodi, più economici, sia di linea (treni, tram e bus) che personalizzati (taxi singoli e collettivi, car sharing, trasporto a domanda per passeggeri e merci). Una transizione che non può essere affidata solo alle autoritá: va organizzata dal basso con la creazione di mobility manager di quartiere e di caseggiato (e non solo quelli, del tutto inefficienti, che esistono già a livello di azienda) individuando e rivendicando le risorse necessarie: affidare al mercato una demotorizzazione discriminatoria, come ha cercato di far Macron con le tasse sul diesel, è il modo migliore per far fallire tutto. E si è visto.

Agricoltura e alimentazione: non basta ridurre la carne; ci vuole un’agricoltura ecologica, di prossimità, gestita da piccole aziende, che consenta il “ritorno alla terra” a decine di migliaia di giovani acculturati che non aspirano ad altro e ad altrettanti migranti già occupati, ma da mettere in regola. La transizione può essere facilitata dai gruppi di consumo solidale (gas) con un rapporto diretto tra chi produce o trasforma il cibo e chi lo consuma; Territorio: per metterlo in sicurezza bisogna demolire gli edifici insicuri ma soprattutto piantumare. Nel mondo c’è ancora posto per mille miliardi di nuovi alberi: quanto basta per riassorbire una parte significativa del CO2 emesso negli ultimi due secoli…

Il tempo è ora

L’Amazzonia, il polmone della Terra,  brucia, liberando milioni di tonnellate di CO2. La Siberia brucia, emettendo altro CO2 e immense quantità di metano. I ghiacci della Groenlandia si sciolgono a ritmo vertiginoso e così anche la banchisa polare, le calotte glaciali dell’Artico e dell’Antartico e tutti i ghiacciai del mondo. In India, in preda alla siccità, muoiono di sete migliaia di persone e in tutto il mondo, Mediterraneo e Italia compresi, si moltiplicano i fenomeni metereologici estremi: ondate di calore, tempeste tropicali, gelate fuori stagione. Sono tutti effetti della crisi climatica in corso e al tempo stesso cause del suo rapido aggravamento. Di tutto questo non c’é alcun riflesso nel Parlamento italiano né nelle manovre per formare un nuovo governo. Le istituzioni del nostro paese non si sono solo allontanate dai cittadini (e viceversa). Sono ormai lontane mille miglia dalla realtà (come lo sono i media che si occupano delle loro vicende). Ma è così anche in quasi tutto il resto del mondo.
C’è però in Italia e in tutto il mondo un “popolo” che quei fatti li ha messi al centro dell’attenzione, delle sue preoccupazioni e della sua iniziativa: i giovani di Fridays for future, che è un movimento mondiale la cui crescita non si fermerà più; la rete di Extinction Rebellion; i tanti movimenti contadini che difendono un’agricoltura sostenibile come Via campesina che riunisce 400 milioni di agricoltori; i popoli indigeni in lotta contro la devastazione dei loro habitat, in particolarel’Amazzonia, oggi sotto attacco, ma che sarà al centro di un sinodo voluto da Papa Francesco.
È statisticamente quasi impossibile che tra i mille parlamentari italiani non ce ne sia nemmeno uno che non si renda conto di quanto sia criminale ignorare la crisi climatica. Se anche in pochi, approfittando della visibilità che avrebbero in questo momento, formassero un raggruppamento interpartitico, non per “mettersi alla testa” dei movimenti già attivi in questo campo, magari con mire egemoniche (non ne avrebbero alcun titolo), ma per offp la crisi climatica e ambientale al centro delle loro preoccupazioni, potrebbero gettare un pesante masso nello stagno delle trattative per la formazione del nuovo governo e tutto il quadro politico potrebbe venirne scompaginato anche nel caso di eventuali elezioni. Si tratterebbe di mettere all’ordine del giorno, non solo del Parlamento, che su questo tema per ora è sordo, ma del pubblico più vasto possibile, non l’inserzione dell’ambiente come una postilla in programmi inconcludenti e di facciata, ma la necessità inderogabile di una svolta radicale: abbandonare al più presto i progetti, le attività e i consumi responsabili delle maggiori emissioni climalteranti per promuovere ovunque  impianti, sistemi e consumi a emissioni basse o nulle. Molte misure da assumere sono impopolari e per molti inaccettabili. Ma di fronte all’evidenza dei fatti questi atteggiamenti non dureranno a lungo anche perché i movimenti in campo per esigere un cambiamento radicale delle politiche cresceranno mano a mano che la crisi climatica farà sentire i suoi effetti.
Inoltre quei movimenti sono già fortemente intersecati dalle altre correnti di pensiero e di azione impegnate sulla prospettiva di un mondo diverso: il movimento delle donne contro il patriarcato e le sue tante manifestazioni, la solidarietà contro abbandono e respingimento dei migranti, le mobilitazioni contro la devastazione di territori e comunità in nome di progetti senza avvenire come NoTav o NoTap, i movimenti contro la guerra e le armi. Certamente più difficile, nell’immediato, sarà raccogliere adesione e rivendicazioni di chi oggi lotta o vorrebbe lottare per difendere reddito o posto di lavoro, contro disoccupazione e precariato, per la casa, la salute, l’istruzione. C’è ancora da battere una cultura – negata a parole, ma confermata dalle scelte di tutte le forze politiche – che continua a contrapporre tutte queste cose alla difesa dell’ambiente; ma è e sarà sempre più chiaro che quelle rivendicazioni non avranno più alcuna possibilità di realizzarsi nella prospettiva di una generale catastrofe climatica. 
Dalla capacità di affrontare qui e ora la questione della crisi climatica, senza aspettare che a muoversi siano altri paesi e altri Governi, ma con la convinzione che l’esempio ha un effetto trascinante e che chi la affronta prima si troverà in vantaggio mano a mano che gli effetti della crisi si faranno più pesanti, dipende alla fine anche la possibilità di ricondurre la politica al suo significato originario, che è quello di autogoverno. Cosa che non potrà mai realizzare una manovra chiusa nel quadro dell’attuale sistema politico, tutto legato al mito fasullo e ormai palesemente devastante della “crescita”. Il tempo per agire è ora. E se non ora, quando?