Lettera ai promotori di cambiaresipuò (inviata il 30 dicembre 2012)

In questi momenti di disorientamento i promotori di cambiaresipuò e quei compagni che in Alba, e da molto prima, si erano spesi per quel progetto sono ora divisi tra il sentimento (pienamente giustificato) di essere stati giocati e un altro (altrettanto giustificato) di essere stati , ed essere ancora, inadeguati. Per questo credo che sia necessario tornare sulle ragioni che ci avevano portato a imboccare quella strada. La ragione principale e direi unica è stata la convinzione che fosse necessario, ma anche possibile, offrire un’alternativa, anche in campo elettorale, a quei milioni e milioni di cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici, elettori ed elettrici che non vanno più a votare o votano Grillo disgustati dai partiti esistenti, oppure votano PD “turandosi il naso”, ben sapendo che di fronte all’alternativa tra i diktat della finanza internazionale espressi con lo spread o con le lettere della BCE e la difesa dei più elementari diritti dei lavoratori e dei cittadini, le scelte di quel partito avrebbero comunque ricalcato quelle effettuate in un anno di Governo Monti. Il referente di cambiaresipuò non era dunque il rafforzamento di Alba (che avrebbe al massimo potuto esserne una conseguenza), né gli spazi che si sarebbero potuti aprire “a sinistra del PD” (e poi anche di SEL, dopo la sua adesione alla carta di intenti del PD); bensì una buona metà, e anche più, dell’elettorato italiano, quale che fosse la sua precedente collocazione politica o elettorale. L’obiettivo non era quello di portare qualche voto in più alla sinistra storica (o arcobaleno) che non era riuscita a raggiungere il 4 per cento nel 2008, adottando uno schema “additivo” che ho sentito ripetere molte volte da Vittorio Agnoletto, secondo cui quei voti erano acquisiti come se fossero già in cassaforte (di qui le pulsioni identitarie per cercare di non perdere almeno quelli), e lo sforzo di cambiaresipuò doveva essere diretto a colmare la differenza. L’ambizione era non solo maggiore, ma anche di tutt’altro tipo. Certamente nessuno considerava indifferente che un progetto concepito con quell’apertura e quella ampiezza di prospettiva che avremmo voluto imprimergli producesse 50 parlamentari (cosa molto difficile, ma non inverosimile), oppure 18 (il minimo indispensabile) oppure nessuno (cosa per nulla da escludere). Ma il problema centrale non stava lì, ma in quel “noi ci siano” (seconda parte di del motto cambiaresipuò) che avrebbe potuto indurre milioni di persone a interrogarsi sulla strada da seguire, a intravvedere in quel progetto un’alternativa, o per lo meno la possibilità di un’alternativa, alla cappa di piombo della politica esistente; e che poi magari non ci avrebbero votato, ma avrebbero comunque continuato a guardare a noi nell’involuzione drammatica che la situazione economica e politica dell’Italia e dell’Europa è destinata a imboccare nei prossimi anni.

Per fare questo occorreva che la proposta politica di cambiaresipuò presentasse due caratteristiche irrinunciabili: innanzitutto un programma serio, praticabile e radicalmente alternativo all’agenda Monti (quella di prima delle elezioni, definita e rinchiusa entro i vincoli del fiscal compact, del pareggio di bilancio e del patto di stabilità interno; non la pagliacciata che Monti ha presentato ora per partecipare in veste “politica” alle elezioni); un programma che investisse i problemi centrali delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, dei disoccupati/e e dei precari/e, della scuola, dell’Università, della ricerca, della sanità, del welfare, della cultura, dell’ambiente, della guerra e della pace. In secondo luogo un rinnovamento radicale nel metodo di selezione delle candidature, con persone – maschi e femmine in misura uguale anche nelle teste di lista – che rappresentassero fisicamente, con la loro faccia, le loro biografie, il loro impegno nei movimenti, nelle associazioni e nei comitati di base, una vera alternativa alla casta. Le due caratteristiche sono tra loro indissolubilmente legate: nei programmi si può scrivere di tutto (vedi Monti che ha incluso nel suo anche il reddito di cittadinanza e la green economy), soprattutto se si evita di fare i conti con quei vincoli finanziari che comunque si accettano. Ma la credibilità dei programmi sta in quella delle persone che se ne fanno portatori e portatrici, dato che con l’attuale ceto politico i programmi sono sempre stati nient’altro che carta straccia.

In altri termini, non si può appoggiare il movimento NO-Tav, e farne addirittura la propria bandiera (lo è da tempo, peraltro, in tutte le manifestazioni d’Italia) e poi presentare come proprio capolista una persona che da ministro ha fatto proprio tutto il programma di Grandi Opere lanciato dal duo Berlusconi-Lunardi, Tav (e non solo quella Torino-Lione) compresa, in cui peraltro era già stato giudiziariamente impigliato. Non si può rivendicare la libertà di espressione e di manifestazione, e poi presentare il parlamentare che dei massacratori del G8 di Genova è stato per anni il principale sostenitore, impedendo persino la formazione di una Commissione parlamentare di inchiesta su di essi. Non si può impegnarsi in una lotta a fondo contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali e poi presentarsi con dei candidati direttamente coinvolti, a livello politico locale, nella loro privatizzazione. E lo stesso vale per il sostegno alle missioni di guerra; e così via. Qui non c’entrano le tessere di partito (benvengano! Nemmeno Alba ha posto alcuna discriminante contro la doppia tessera; e meno che mai si è mai pensato di farlo in cambiaresipuò); c’entrano le facce da mettere in mostra e le biografie politiche; ma c’entra soprattutto il modo e la sede dove i candidati vengono, se non scelti singolarmente – perché poi bisogna arrivare comunque a una soluzione unitaria – per lo meno proposti. E quelle sedi non possono essere assolutamente le segreterie dei partiti.

Non è una questione di principio. È una questione di sostanza. Perché una volta fatte le liste bisogna fare la campagna elettorale. E per fare una campagna elettorale bisogna avere entusiasmo. Molto entusiasmo, perché bisogna mobilitare e attivare decine di migliaia di persone convinte di quello che fanno; e formare o coinvolgere miglia di comitati di sostegno in tutto il paese: senza mezzi e senza soldi. E chi avrà mai voglia – per non dire entusiasmo – di andare a chiedere un voto in Val Susa – o in quell’Italia che ha fatto della Val Susa la propria bandiera – o in un centro sociale, o in quel che resta del movimento no-global, per una lista che ha messo a rappresentarla Antonio Di Pietro? O di sostenere che, certo, “cambiare si può”, ma che noi non siamo stati nemmeno capaci di cambiare le facce dei nostri candidati di punta? O sostenere una lista intestata (per forza di cose; ma si poteva ridimensionare per lo meno un po’ la grafica) a chi ha di fatto imposto nelle teste di lista la presenza dei segretari dei partiti che lo sostengono, dopo avergli formalmente chiesto, chiamandoli uno per uno di fronte a un migliaio di persone, di farsi indietro. O che, sì, siamo per la pace, ma abbiamo messo in tsta persone che hanno votato la guerra…Non vado oltre su questo punto, ma mi appello alla vostra immaginazione.

Ma non finisce qui. Se quella lista avrà degli eletti – e non lo considero certo – è difficile che rispondano del loro operato a un’organizzazione, la lista rivoluzione civile, che è un mero contenitore: cambiaresipuò, se come è evidente, prevarrà il SI all’accordo, sarà solo la quinta o la settima gamba di un’aggregazione di vertice, anche se è stata l’unica organizzazione a tenere in tutta Italia delle assemblee aperte, che comunque riconvocherà prima e dopo la presentazione delle liste. Quegli eletti saranno per forza di cose parlamentari dell’IDV, o del PDCI, o dei Verdi, o del PRC, o di un movimento arancione la cui fisionomia è ancora tutt’altro che chiara. Perché è di questo che quei partiti hanno bisogno per continuare ad esistere, compreso, fin che ci sarà, il finanziamento pubblico che ha permesso a molti di loro di sopravvivere fino ad oggi. Ma chi si sarà speso ed esposto nella campagna elettorale dovrà poi rispondere del loro operato e delle loro scelte di fronte agli elettori a cui ha chiesto il voto. E potrebbe diventare una situazione a dir poco imbarazzante.

Non intendo sottrarmi alle responsabilità di aver contribuito a promuovere questo progetto; ma penso che, come nel nodo di Alba Milano abbiamo fin dall’inizio messo in chiaro che chi non condivideva la scelta di questa presentazione elettorale non era tenuto a impegnarsi nella sua promozione (le cose da fare comunque non mancano per nessuno), così l’essersi speso per cambiaresipuò non può comportare, per chi non se la senta di condividerne l’esito, un impegno nella campagna elettorale e nella sua promozione. A Milano il problema è già stato affrontato ed è stato risolto così: secondo gli impegni presi, l’assemblea di cambiaresipuò è stata riconvocata per l’8 gennaio. Se avessero prevalso i NO, sarebbe stato l’occasione per illustrare le ragioni di quel disimpegno e per proporre alcuni impegni futuri sul terreno delle lotte e del sociale, dando comunque ampio spazio ai fautori del SI per promuovere tra i presenti la partecipazione alla campagna elettorale di rivoluzione civile. Poiché verosimilmente prevarranno i SI, l’assemblea verrà di comune accordo finalizzata alla presentazione delle candidature proposte e all’organizzazione della campagna elettorale, dando ai fautori del NO un diritto di tribuna per spiegare le ragioni del loro disimpegno. È assolutamente necessario, infatti, che chi ha promosso cambiaresipuò ma non ne condivide assolutamente l’esito, non sia associato anche a una campagna elettorale condotta in suo nome. E questa presa di posizione collettiva va, secondo me, resa pubblica fin da ora. La prima assemblea di cambiaresipuò a Milano (il 16.12) è stata una delle più frequentate e, a differenza di molte altre, si è svolta in un clima civile di reciproco ascolto. L’impegno comune è di condurre nello stesso modo anche la prossima.

2 pensieri riguardo “Lettera ai promotori di cambiaresipuò (inviata il 30 dicembre 2012)”

  1. Stimato Guido Viale,
    sono totalmente d’accordo con le tue considerazioni, come mi capita ormai molto spesso fin da tempi lontani.
    Non mi dilungherò, quindi, ripetendo cose che hai già detto tu in modo sicuramente più efficace di quanto potrei fare io.
    Vorrei però aggiungere due considerazioni su questioni che hai solo accennato, probabilmente “per carità di patria”.
    Mi sono indignato per una parte considerevole dei commenti postati sulle brevi relazioni di Chiara Sasso prima, di tutti e tre i garanti poi.
    Parecchi erano pieni di astio, di volgarità, di aggressività assolutamente inaccettabili. E su questo si pongono due questioni.
    La prima attiene al rapporto tra movimenti, comitati, cittadinanza attiva e partiti. Il problema, con tutta evidenza, non riguarda solo il fatto che i segretari dei partiti siano in lista in posizione privilegiata,cosa di per sè indigeribile per gran parte dei milioni di cittadini a cui dovremmo rivolgerci, ma attiene la stessa concezione dell’agire politico.
    Credo che ci siano due fattori decisivi che determinano una sorta di incomunicabilità (in questa fase) tra i due mondi: da un lato, la devastazione culturale degli ultimi 30 anni ha colpito più profondamente di quanto non appaia in superficie ed il “personale politico” dei partiti, in una sorta di reflesso pavloviano di sopravvivenza, ha finito per mutuare modalità, comportamenti, metodi propri di chi, a parole, si diceva di voler combattere e rispetto al quale si sarebbe dovuta costruire un’alternativa.
    E qui, le tue considerazioni sui programmi, ridotti a carta straccia, dovrebbe far riflettere un pò di gente.
    Dall’altro lato, nella “sinistra”, compresa quella sedicente alternativa, organizzata nei partiti, resiste, e proviene da molto lontano, l’idea che le “avanguardie politiche” (che oggi si declinano come le burocrazie dei partiti) sono sempre un passo avanti rispetto ai movimenti ed hanno un’investitura “in sè” legittimata ad occuparsi del “bene comune” (che è, ovviamente, quello che decidono loro).
    Questo secondo aspetto, rapportato ai vari Di Pietro o Diliberto, se non fosse drammatico, sarebbe esilarante.
    Sembra che la democrazia, sequestrata da una classe politica impresentabile e definitivamente affossata da tecnocrati che rispondono direttamente agli interessi della grande finanza, non sia tra le priorità dei vari partitini che hanno deciso di salire sull’autobus di “Rivoluzione civile”.
    Tralascio ogni altra considerazione condividendo in pieno tono e sotanza del tuo articolo.
    C’è una seconda questione che vorrei sottolineare e che deriva direttamente dalla prima.
    Dopo l’esito della consultazione telematica, la grande maggioranza dei firmatari dell’appello ed una consistente parte di associazioni e movimenti si sono sfilate dalla brodazza che veniva loro proposta. Il motivo è semplice, chiaro ed assolutamente inattaccabile: l’esito che si prospetta è esattamente il contrario di ciò per cui si è lavorato.
    Ma già sento i commenti sugli intellettualoidi staccati dal popolo, sui movimenti elitari ed autoreferenziali ed amenità di questo genere.
    Immaginiamoci cosa succederebbe se l’esito elettorale della lista fosse negativo (cosa che non escludo affatto, nelle condizioni date.)
    Non che questo mi preoccupi, lo trovo patetico e miserando oltreche del tutto ininfluente.
    Ma, se facciamo riferimento al clima che rispetto a Milano tu descrivevi “di reciproco ascolto” e che tale non è stato leggendo i commenti sul web in molte altre realtà, la mia facile previsione è che non migliorerà sicuramente.
    In questo quadro, l’unica scelta possibile, a mio parere, è quella di continuare il lavoro di costruzione di un’alternativa dal basso, di collegamento dei movimenti, articolati in mille modi, di cittadinanza attiva, di difesa dei beni comuni, dell’ambiente, del lavoro, accomunati, se non da una precisa idea, sicuramente dal rifiuto dell’attuale modello di sviluppo.
    Ciò che ritengo improbabile è che abbiamo nuovamente al fianco alcuni dei compagni di strada che sono saliti di corsa sul baraccone di Ingroia.
    Sarà pure un aspetto negativo, ma bisogna sempre ricordare la storia delle pallottole sparate di lato…………..
    Siamo delusi e forse inadeguati, ma, almeno io, nientaffatto rassegnati e sono sinceramente convinto che abbiamo molto filo da tessere, a differenza di altri che la frutta se la sono già mangiata e si contendono poche briciole indigeste.
    P.s.: alla fine, forse, voterò la lista Ingroia ma questo non c’entra nulla con ciò che ho scritto……….d’altra parte, nella mia vita, ho votato veramente di tutto.

  2. Caro Guido Viale, sono un storico economico e la leggo sempre con estremo interesse. Ritengo infatti che la teoria della riconversione ecologica sia un discorso politico molto convincente, una proposta insomma attorno alla quale ricostruire un profilo culturale che si è ormai smarrito e di cui c’è ardente bisogno. Per questo motivo ho guardato ad Alba prima e a Cambiare si può dopo con una certa curiosità. L’esito delle due vicende non può essere però sottovalutato. Si è finiti in una situazione francamente grottesca. Un movimento che ancora praticamente non è nato che si fraziona, si scomunica con televoti online, che come lei scrive intende svolgere assemblee per rendere pubblico che i firmatari dell’appello di cambiare si può non accettando il voto della loro “base” si sfilano dalla campagna elettorale e via dicendo. Il risultato è una babele pazzesca che ripropone soltanto lo stereotipo delle estreme sinistre continuamente impegnate in guerre fratricide. La credibilità, che è uno degli aspetti fondamentali del fare politica si è del tutto sbriciolata. Il problema vero, l’errore che bisognerebbe riconoscere, è che Alba e Cambiare si può hanno scelto una via elettorale non avendo né la forza né i mezzi per sostenerla. Richiedere ai partiti di fare un passo indietro è una bella frase, ma assolutamente irrealistica. Fare politica significa organizzare, e organizzare significa specializzarsi, riproducendo per questa via un corpo separato di professionisti della politica. Ora, realisticamente, il problema non è il professionismo della politica, che in una democrazia rappresentativa ma anche in una diretta è pressoché ineliminabile, ma la qualità dei professionisti e il limite all’esercizio del loro potere in quanto delegati. In altre parole, Alba e Cambiare si può si devono trasformare in forze organizzate, capaci di selezionare politici/che di qualità con precisi limiti al loro mandato. Purtroppo la via scelta è stata fin dall’inizio un’altra: quella di federare, di essere il lievito, insomma di mettersi in testa ad un esercito senza effettivamente averlo prima mobilitato, richiamato alle armi, organizzato (mi riferisco ai “milioni di persone” che lei indica come i destinatari dell’appello di cambiare si può). Questi errori si pagano con la sfiducia e lo smarrimento. Non voglio essere però eccessivamente pessimista. La crisi della sinistra storica è talmente grave che di tentativi generosi ma immaturi come quelli di cambiare si può ce ne saranno ancora tanti. Si spera però di imparare dagli errori e di ritrovarci in un tempo ragionevole ad avere in mano uno strumento per realizzare almeno qualcuna delle tante buone idee di cui si nutrono i nostri libri e i nostri discorsi. Con grande stima, Giorgio Monestarolo

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