Gaza e il clima

Nei molti articoli di “geopolitica” sul futuro di Israele, della Palestina, dell’Ucraina, della Russia, dell’Europa, dell’Occidente, che ho avuto occasione di leggere manca un dato di fondo: come sarà il mondo dal punto di vista fisico, climatico, sociale, di qui a 10-20 anni? Avremo tempo e risorse per continuare a fare guerre, fabbricare armi sempre più micidiali, promuovere conflitti, oppure ci dovremo occupare di salvare le nostre case, le nostre città, i nostri territori dai disastri ambientali che si verificheranno sempre più spesso, sempre più intensamente, sempre più diffusamente, con conseguenze, anche economiche, sempre più gravi? Tutti, compresi i negazionisti climatici – e quelli che prestano fede o si lasciano ingannare da loro – sanno che il pianeta tutto e i singoli territori in cui ciascuno di noi vive non saranno più quelli di ora; ma non vogliono occuparsene perché lo considerano un problema troppo grande o troppo difficile da affrontare. Alcuni di noi, abitanti di questo pianeta, ne risentiranno in modo drammatico (alluvioni, tornado, incendi, siccità, ondate di calore, crisi idriche e di approvvigionamenti, innalzamento del livello dei mari e delle temperature, ecc.), altri in modo più lieve. Ma alcuni in misura tanto forte da costringerli a cercare la propria sopravvivenza altrove: secondo le previsioni più accreditate, nel corso del secolo, ma a partire da ora (la deadline, quando ancora se ne parlava, era stata posta intorno al 2030…) e dai prossimi decenni, circa la metà degli abitanti del pianeta – 4-5 miliardi di esseri umani – dovrà emigrare verso altri territori; per lo più verso l’emisfero settentrionale, liberato dai ghiacci e dal gelo dal riscaldamento globale. Siamo pronti ad affrontare queste migrazioni epocali? E in che modo?

Questo è ciò che manca dalle mappe dei futurologi di Governo e dei media, ma che è ben presente alle menti dei pochi membri dell’élite – soprattutto militari, soprattutto del Pentagono – che si misurano con i dati di fatto. Gli stessi che stanno imponendo una svolta radicale ai bilanci degli Stati, trasferendo quantità sterminate, e apparentemente insensate, di risorse dal sostegno all’esistenza delle rispettive popolazioni alle armi, alla guerra, allo sterminio. Quelle risorse economiche e “umane” oggi indirizzate al “ riarmo” (come se non fossimo già abbastanza armati), ma soprattutto alla militarizzazione delle istituzioni e della società, e composte in misura crescente da strumenti di sorveglianza dual-use, domani saranno utilizzate per cercare di fermare i flussi incontrollati di migranti in cerca della propria sopravvivenza in altre regioni del pianeta. Che fare?

Gaza ci ha mostrato tutta la determinazione con cui si è cercato di eliminare da un territorio piccolissimo come “la Striscia”, con una politica di sterminio programmato, una popolazione giudicata superflua o nemica. Ma quello era, e forse è ancora, solo un laboratorio. Domani quegli stessi mezzi, sempre più sofisticati e micidiali, potranno essere impiegati per cercare di fermare il flusso dei migranti ambientali e sociali in fuga dalle aree del nostro pianeta diventate invivibili. Se il genocidio del popolo di Gaza ha suscitato l’indignazione e una reazione di massa in molti paesi, ha dimostrato però di lasciare indifferenti, anzi, accondiscendenti, i loro Governi. Ed è di questo che dobbiamo preoccuparci.

Per questo c’è stata, e dovrà continuare ad esserci, una mobilitazione così ampia per Gaza; soprattutto da parte di una generazione, quella di Greta, già impegnata con alterne vicende nella difesa del clima: una generazione che, a differenza di quelle precedenti, percepisce qual è la posta in gioco di questa tremenda aggressione. Grottesco quindi utilizzare la presenza di uno striscione che inneggiava al 7 Ottobre per attribuirne la condivisione alle decine e centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che si sono mobilitati contro il genocidio in atto. Ancora più grotteschi gli autodafè dei giornalisti che fino a ieri irridevano i giovani attaccati tutto il giorno ai cellulari e che oggi si accorgono che in tutto il mondo quei giovani i cellulari li usano per informarsi su ciò di cui i massmedia non parlano e per convocare le loro manifestazioni.

A novembre si svolgerà a Belém la COP30 per il clima: nient’altro che una sfilata di decine di migliaia (fino a 100mila, come a Sharm-El-Sheikh tre anni fa) di “delegati” – molti della grande industria del petrolio e affini, molti diplomatici ignari dei problemi, ma anche molti esperti della materia resi impotenti dai primi – per fare finta di occuparsi del clima. Ma se non metteranno all’ordine del giorno quello che è il problema centrale dei prossimi decenni, prendendo innanzitutto una netta posizione contro le guerre e le armi che hanno offuscato l’urgenza della lotta per i clima,  quell’incontro sarà nient’altro che una stanca ripetizione delle inutili COP che l’hanno preceduto.

Il fatto è che i Governi di tutto il mondo si sono dimostrati incapaci di prendere sul serio la minaccia climatica che incombe su tutta l’umanità. Minaccia che può essere affrontata, – all’inizio sicuramente in modo inadeguato, ma via via in modo sempre più drastico, e replicabile, mano a mano che i disastri ambientali lo imporranno – solo se verrà presa in mano dalle popolazioni che ne sono colpite: con misure di adattamento alle condizioni sempre più ostiche in cui si verranno a trovare, come si è visto nel corso di molti dei disastri climatici che hanno colpito un territorio negli ultimi tempi. Ma poi anche con misure di prevenzione: tutte – dalla generazione energetica da fonti rinnovabili e diffuse all’alimentazione e all’agricoltura di prossimità, dall’edilizia all’assetto del territorio, dalla mobilità condivisa al contenimento del turismo e dello sport-spettacolo – che potranno avere effetti positivi anche sulla mitigazione, cioè sulla riduzione del ricorso ai combustibili fossili che i Governi – e chi li governa – non sanno accettare. E chi, di quelle popolazioni, potrà o si vedrà costretto a prendere l’iniziativa? Sicuramente le nuove generazioni: quelle solo l’altro ieri mobilitate per il clima e oggi per Gaza, ben consapevoli delle ragioni di fondo che le spingono a farlo.

Tutti e tutto per Gaza

Mai si era vista, in Italia e forse nel mondo, una mobilitazione così ampia, diffusa e intensa come quella a cui assistiamo e partecipiamo in questi giorni per Gaza, per la Palestina, contro il genocidio, per la pace. È come se la rabbia e il disgusto per tutto quello che incombe, a lungo covata e compressa, sia improvvisamente e positivamente esplosa.

Ancora una volta è l’Italia a rivelarsi il punto di confluenza delle tante tensioni che attraversano il mondo, ma questo stesso movimento è in corso in decine e decine di altri Paesi ed è andato crescendo fin da poche settimane dopo lo shock del 7 ottobre.

È ovunque un movimento apartitico, sovrapposto agli schieramenti politici, interclassista ma sostenuto da lavoratori dei più diversi settori, intergenerazionale.

A fargli da traino, soprattutto in Italia, sono però i giovani e i giovanissimi: la coorte di età (non la generazione) successiva a quella di Fridays for Future che sei anni fa aveva portato nelle piazze di tutto il mondo sei milioni di ragazze ragazzi, poi in larga parte stroncata dal lockdown del Covid, non prima di aver passato la staffetta agli attivisti di Ultima Generazione. Di due lunghezze posteriore a quella che a partire dalla Tunisia aveva innescato le primavere arabe e poi Occupy the World e ancora, risalendo le coorti, ma qui anche una generazione, di tre lunghezze posteriore alla fioritura del movimento altermondialista (quella nota, allora, come “no-global”) esploso a Seattle e stroncato a Genova.

Vale la pena ricordare queste ondate, tutte infrante contro muri di repressione feroce o di isolamento politico, perché questa mobilitazione, anch’essa ormai mondiale – innescata dall’indignazione per il genocidio di Gaza pubblicamente ostentato a coronamento della società dello spettacolo in cui siamo immersi – potrebbe in poco tempo riprendere, far propri e rielaborare spunti, aspirazioni, visioni e obiettivi, mai veramente tramontati, dei movimenti che l’hanno preceduta.

Oltre ad accogliere, assimilare e sviluppare i contenuti dei tanti moti in corso, dal Nepal al Marocco, dalla Serbia al Madagascar, dal Kenya all’Indonesia, contro la corruzione, lo sfruttamento, l’arricchimento dei pochi a spese dei più, dell’istruzione, della sanità, della stessa sopravvivenza, animati anch’essi da giovani e giovanissimi. Ma intanto il movimento si è già confrontato con le prescrizioni più feroci del Decreto Sicurezza contro cui le passate mobilitazioni non avevano ottenuto risultati.

Le premesse ci sono tutte, perché la mobilitazione internazionale per Gaza dura ormai da due anni ed è in crescita, alimentata dall’indignazione e dall’insofferenza per la nullità intellettuale, morale, culturale, prima ancora che politica e sociale, delle élite di quasi tutto il mondo “occidentale”. La sua apartiticità (e in parte anche apoliticità, soprattutto nei confronti delle istituzioni), lungi dall’essere un limite, potrebbe rivelarsi un vantaggio, lasciando alle diverse espressioni del movimento lo spazio e il tempo per impegnarsi in un’elaborazione autonoma dei temi con cui si troverà via via a doversi confrontare: la violenza, la guerra, il cinismo, l’ipocrisia, ma poi anche il clima, l’ambiente, le diseguaglianze, la miseria materiale e la povertà spirituale in un mondo tecnicamente in grado di liberarci da entrambe.

La sequenza da mobilitazione “propal” a occupazione di scuole e università (e “acampadas” e assemblee di quartiere, di fabbrica e di azienda: come nel  rapporto tra studenti, territori e Gkn) e nuove forme di politicizzazione che nascono da esperienze condivise e non da un indottrinamento di organizzazioni già costituite, è la sequenza in cui molti hanno visto un parallelismo con gli sviluppi delle mobilitazioni per il Vietnam, seguite dalle occupazioni, dalle lotte di fabbrica e da una allora inedita politicizzazione di massa 50-60 anni fa. Salve le grandi differenze del contesto (oggi molto peggiore di allora), si tratta comunque di una suggestione da coltivare.

Un’ultima considerazione: la guerra in Ucraina ha scavato un solco profondo tra favorevoli e contrari al sostegno del conflitto “fino alla vittoria” in quella nebulosa di persone che fino ad allora avevano mantenuto o fatto proprio un riferimento comune a principi come la solidarietà, la fratellanza (e la sorellanza), l’aspirazione o l’impegno per il riscatto degli ultimi, il rispetto delle vite di tutti, l’insofferenza per le dittature e il dispotismo. E mentre la maggioranza, soprattutto in Italia, sembra essere, fin dall’inizio, favorevole a un’iniziativa diplomatica, mai promossa, per porre fine al reciproco macello, i governi dall’Europa si sono fatti forti del sostegno che ricevono dai fautori della resistenza – o della riconquista – “ad oltranza”, per promuovere una cultura della guerra, una corsa micidiale al riarmo e alla militarizzazione della società, una vera e propria chiamata alle armi.

Il massacro di Gaza sembra però aver fatto riflettere, soprattutto le generazioni più giovani e meno impregnate di posizioni precostituite, sulla insopportabilità di ciò che la guerra, ogni guerra, comporta: non solo dalla parte delle vittime, degli “aggrediti”, ma anche da quella dei carnefici, degli “aggressori”. Gli sviluppi della mobilitazione per Gaza non possono che spingere a prendere posizione anche contro l’inanità dei massacri in corso: anche quelli di entrambe le sponde del fronte ucraino.

Il fallimento delle politiche verdi

L’European Green Deal e gli Accordi di Parigi sul contenimento del riscaldamento climatico sono morti, uccisi dalla guerra e sepolti dalla spesa in armamenti e dalla conseguente militarizzazione della convivenza, mentre la crisi climatica e ambientale accelera la sua corsa. D’ora in poi la priorità spetterà alle misure di adattamento alle condizioni sempre più critiche che investiranno i territori e alle comunità locali che dovranno affrontarle, sperando che si costituiscono in attori capaci di compensare, almeno in parte, la diserzione dei rispettivi governi. La loro azione, se e quando si svilupperà e diffonderà, potrà anche contribuire alla mitigazione, cioè alla riduzione delle emissioni a effetto serra che per ora continuano a crescere.

Non sono stati Trump e il suo abbietto negazionismo climatico a uccidere la lotta ai cambiamenti climatici. L’abbandono degli impegni assunti o promessi dai Paesi dell’Occidente o della Nato (due aree ormai in larga parte coincidenti), ovvero dalle loro élite politiche, finanziarie e industriali, era già iniziato da tempo, con un voltafaccia che non ha riguardato solo i programmi, ma anche e soprattutto una cultura che dava la priorità, almeno a parole, alla pace e alla cura della Terra. Prima di poter seraficamente dichiarare che il Green Deal “è una cavolata” (e forse lo è stato realmente) l’establishment dell’Occidente aveva visto nella guerra, nelle armi e nel “capitalismo della sorveglianza” una prospettiva per tenere in piedi i propri affari più allettante, più sicura e più proficua degli incerti e altalenanti percorsi della transizione energetica. Cingolani che passa dal Ministero dell’Ambiente alla fabbrica di armi Leonardo ne è l’epitome.

Il fatto è che quei programmi di transizione, spesso spacciata per conversione ecologica, erano nati morti fin dal varo dell’Accordo Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC, 1992): sono sempre stati concepiti e gestiti dall’alto, senza mai coinvolgere le popolazioni e le cittadinanze a cui erano destinati, che avrebbero invece dovuto esserne protagoniste. Anzi, tenendole il più possibile all’oscuro dei rischi a cui si andava incontro e delle alternative tecniche e sociali disponibili per affrontarli (in questo campo la “disattenzione” dei media ha giocato la sua parte per oltre trent’anni). E sempre cercando di conciliare profitto e politiche climatiche, per non disturbare industria e finanza, lotta per il clima e stili di vita, per non spaventare “il pubblico”.

Insomma, si poteva e doveva proseguire sulla strada della “crescita” con investimenti “verdi” continuando a fare la vita di sempre, almeno per quelli che potevano esserne bene o male soddisfatti: gli elettori che votano. Magari irridendo e perseguitando i giovani che la crisi la prendono sul serio e vedono, giustamente, nero il loro futuro.

Quelle politiche “verdi” promosse dall’alto non sono mai state precedute né accompagnate da una consultazione popolare sulle scelte da fare. Eppure, il cambiamento di abitudini, lavoro, attività, consumi, produzioni che una vera lotta al cambiamento climatico richiede è radicale: può sì comportare un miglioramento della vita per molti, ma, come ha spiegato Naomi Klein in Shock Economy, comportano anche una perdita di potere per le élite, che infatti ne rifuggono come dalla peste.

Per nascondere questa verità elementare l’attenzione del pubblico, soprattutto in Occidente, è stata focalizzata sull’automobile: una “cosa” entrata da tempo nell’organizzazione della vita quotidiana o nelle aspirazioni di chi ne è privo, rendendo difficile anche solo l’idea di farne a meno. La mobilità fondata sull’auto personale non è fatta solo di veicoli, carburanti ed emissioni, ma anche di infrastrutture devastanti, di sviluppo urbano insostenibile, di consumo di suolo e spazi di vita, di  individualismo,  competizione e ostentazione: tutte cose che concorrono al riscaldamento globale. Ma invece di prevenirne l’inevitabile crisi e promuovere un’alternativa fondata sul trasporto pubblico, sia di massa che flessibile e personalizzato (peraltro facilitato dall’avvento della guida automatica) per liberare in due o tre decenni la Terra, le città e le strade dalla morsa del traffico, sostenendo con esempi concreti le tappe successive di una consultazione popolare, si è puntato tutto sulla sostituzione, uno a uno, dei veicoli termici con veicoli elettrici.

Sembrava una prospettiva promettente per l’industria e per il pubblico perché cambiava poco, ma non funziona: l’auto elettrica personale non elimina nessuno dei maggiori guai dell’auto termica, ossia particolato, consumo di suolo, congestione, competizione, ecc. Alla fine sia il pubblico che i produttori hanno visto che il gioco non valeva la candela: la conversione ecologica, mantenendo inalterati stili di vita e produzioni, non si può fare. E lo stesso vale per tanti altri settori o filiere, dall’agricoltura chimica agli allevamenti intensivi, dall’edilizia alla nautica da diporto, dalla modalità al turismo di massa. O si cambia veramente, con la convinta partecipazione dei più, o non vale la pena neppure provarci. Però l’adattamento, che richiamerà presto tutti all’ordine, richiederà molti più sforzi con meno risultati.

E adesso?

“Due Stati” o “ Un uno Stato unico” restano slogan senza futuro. Un’occasione per imboccare una strada nuova.

Oggi, 22 settembre, all’Assemblea Generale dell‘ONU, alcuni Stati importanti, tra cui Francia, Canada e Regno Unito (ma non l’Italia) hanno riconosciuto ufficialmente la Palestina, aggiungendosi ai 147 che lo hanno già fatto, e aderendo così alla soluzione dei due Stati. Ma è una mossa puramente simbolica, senza conseguenze pratiche, se non un maggior isolamento internazionale di Israele e della sua politica genocidiaria (protette e avallate comunque dagli Stati Uniti), che potrebbe comunque avere un peso nel promuovere il cessate il fuoco: la cosa più urgente. Si tratta però di un alibi, buono per non interrogarsi su come uscire dal genocidio in corso nella prospettiva di un futuro necessariamente condiviso delle due comunità nazionali.

Due Stati, come erano stati definiti a Oslo, sono ormai irrealizzabili e tutti lo sanno. Quello che resta della Palestina, cioè dei territori dove si trova gran parte dei palestinesi non “naturalizzati” israeliani, è, in una delle sue parti, una groviera, dove i buchi non sono più gli insediamenti e gli avamposti dei coloni israeliani (cresciuti ancora enormemente, ma non censiti, dopo il 7.10), bensì i residui villaggi e quartieri palestinesi non ancora occupati. E, nell’altra delle due parti, una terra lunare, spianata, dove si aggirano – o no, perché non hanno più dove andare – due milioni (gli altri son già morti) di fantasmi, condannati a morire, ora o negli anni a venire, di bombe ed esecuzioni sommarie, oppure di fame, sete, stenti, malattie e disperazione. Il formaggio, la sostanza di quella gruviera, invece, è ormai una rete di insediamenti illegali, circondati da muraglie, collegati da strade “esclusive” e disseminati di check-point in mano all’arbitrio di un esercito di occupazione, dove la muffa cresce poco a poco sull’orlo dei buchi del formaggio, fino a chiuderli del tutto. Pensare di sgomberare 6-700 mila coloni o più, fanatici e armati, protetti dall’esercito e dalla magistratura, per restituire ai palestinesi i territori rubati, è puro nonsenso. Quello Stato, la Palestina di Oslo, non avrebbe comunque avuto né continuità territoriale, né spazio aereo e sbocco al mare comuni, né una economia autonoma e, soprattutto, nessuna capacità di confrontarsi “ad armi pari” con le forze soverchianti dell’altro Stato, quello nato e consolidatosi sul suo territorio in 80 anni di feroci soprusi. Dunque, se allora (1993) quella soluzione era inaccettabile, oggi è diventata impossibile.

Un unico Stato, allora, “dal fiume al mare”? Non come frutto della cacciata (o dello sterminio) degli ebrei dalla terra di Palestina, come invocano Hamas e i suoi sostenitori; e meno che mai come conseguenza di cacciata, sterminio e sottomissione della popolazione palestinese da parte di Israele: obiettivo di fatto perseguito, e non da ora, da tutti i governanti israeliani; a volte – e ora sempre più spesso – proclamandolo apertamente; ma per lo più praticandolo senza ammetterlo.

Certo è difficile, come è ovvio, la convivenza in un unico Stato di comunità nazionali che si sono combattute, massacrate, odiate e misconosciute da generazioni. Ma, dicono, è un problema che può essere affrontato e risolto negli anni, come è successo, bene o male – e anche molto male – in molti altri casi storici. Ma quale Stato? Come si chiamerà (questione di non poco conto per l’identità dei suoi futuri cittadini)? E chi ne controllerà l’esercito, gli arsenali, compreso quello nucleare, la Banca centrale, la valuta, l’economia e le sue imprese multinazionali? Uno Stato che non controlla questi e altri strumenti non è uno Stato. Difficile pensare che chi li controlla ora possa – non dico voglia – condividerli. Ma se non vengono condivisi, lo Stato unico non si può fare.

Occorre allora ripiegare su una confederazione di comunità locali il più possibile autonome, per lo più mono-nazionali, ebraiche o palestinesi; e alcune – poche per ora – miste. E tutte collegate tra loro, in base al principio di sussidiarietà, solo da funzioni indisponibili localmente, come logistica, comunicazione, risorse idriche, ecc. Una prospettiva che non può non includere l’applicazione graduale e concordata della risoluzione 194 dell’Onu che prevede il ritorno di tutti i palestinesi che sono stati cacciati dal 1948 e senza la quale anche la risoluzione 181, a cui Israele fa risalire la legittimità della sua costituzione in Stato, perde ogni validità; se non altro, per pareggiare i conti con Israele che ha dato e dà la cittadinanza a tutti coloro che dimostrano o sostengono di esseri ebrei: il che renderà quel territorio uno dei paesi più affollati del mondo. Ma le risorse tecnologiche e umane per farvi fronte certamente non mancano. Sicurezza interna (“ordine pubblico”) e internazionale (eserciti e strumenti bellici) andranno sottratte per un lungo periodo a entrambe le nazionalità e affidate a un organismo super partes costituito da vari paesi su mandato dell’Onu.

Pura fantasia? Certo. Senonché non esistono altre alternative alla perpetuazione e all’incancrenimento – se quello attuale ancora non bastasse – di quello che sta succedendo. Questo è un modello di riorganizzazione della convivenza valido anche a livello mondiale, soprattutto in un’epoca come questa, in cui la lotta politica scivola, come negli Stati Uniti, ma non solo, verso la contrapposizione delle opposte fazioni che non disdegna armi e guerra civile e in cui sovranismo e militarismo trascinano il mondo verso la deflagrazione.

(Articolo pubblicato sul quotidiano il manifesto, domenica 21 settembre)

Mezzo mondo come Gaza?

Come sarà il mondo di domani? Gran parte di esso, oltre la metà, sarà come è adesso Gaza e come era stata, ormai quasi un secolo fa e oltre, gran parte della comunità ebraica europea. Si sta avverando la tremenda profezia di Primo Levi: è successo, può succedere ancora.

Intere popolazioni, giudicate superflue o dannose, si ritroveranno rinchiuse entro confini invalicabili, senza poter andare altrove perché nessuno le vuole, condannate allo sterminio con bombardamenti, caccie all’uomo, o per fame, sete, malattie non curate, accampate in territori lunari perché tutto quello che avevano deve essere distrutto per comprometterne la sopravvivenza. Gaza – come ha rilevato Ida Dominejanni – è un esperimento per abituare i popoli a convivere con lo sterminio altrui e ad accettarlo come inevitabile; proprio come i governi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti stanno abituando anno dopo anno i loro cittadini – noi – a convivere e ad abituarsi allo stillicidio di rastrellamenti, deportazioni, annegamenti, morti, torture, violenze di ogni genere inflitte alla “genti in cammino” (people on the move) che cercano di abbandonare le loro terre di origine perché lì la vita è diventata impossibile, ma che nessun altro Paese accetta, se non per il tempo necessario a spremere dai loro corpi, dalle loro famiglie, dalle loro vite, tutto quello di cui è ancora possibile appropriarsi.

Fantapolitica? No, semplice previsione di quello che non vogliono farci vedere i nostri governanti, i media che li assecondano, gli accademici e gli intellettuali che chiudono gli occhi. Entro la fine del secolo – ne abbiamo già consumato un quarto – più di metà della Terra sarà inabitabile: qualunque provvedimento venga preso oggi, i ghiacci delle calotte polari e dei ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello del mare a crescere e gran parte delle terre costiere, con il loro entroterra, verranno sommerse. I fiumi cesseranno di scorrere regolarmente, alternando piene devastanti a periodi di siccità, i raccolti continueranno a soffrirne, le foreste a bruciare senza acqua per spegnerle, le epidemie a imperversare. Crisi climatica e ambientale e migrazioni sono strettamente connesse: più si faranno sentire gli effetti della prima, destinati a crescere, più il numero dei profughi ambientali aumenterà in modo esponenziale. Ad accrescerne gli effetti concorrono poi le guerre a cui i governi di tutto il mondo stanno destinando i fondi che hanno negato e continuano a negare alla “transizione” (in realtà, alla conversione ecologica, che non è solo un processo tecnico ed economico, ma anche e soprattutto culturale, sociale, morale e democratico e che per questo viene osteggiata con sempre maggior ipocrisia).

Gaia Vince (Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023) e Parag Khanna (Il movimento del mondo, Fazi, 2023), due studiosi che hanno cercato di guardare il futuro, concordano nel delineare un panorama come questo, ma loro sono ottimisti. Vince immagina che metà della popolazione mondiale, in fuga dalle terre di origine, troverà ospitalità nelle aree subartiche del pianeta, rese fertili e praticabili dal riscaldamento globale; le migrazioni giovano sia a chi le fa che a chi le accoglie, sostiene. Inoltre, tra un secolo la geo-ingegneria potrà restituire poco per volta vivibilità al pianeta devastato. Khanna, altrettanto fiducioso nei benefici della tecnologia, sostiene che essa – grazie soprattutto ad aria condizionata, colture idroponiche, desalinatori, energie rinnovabili e molto denaro – creerà isole vivibili anche in aree desertiche, énclave aperte alle persone dotate di professionalità e spirito di iniziativa, provenienti da tutte le parti del mondo. Per tutti gli altri, quelli non qualificati, la recuperata vivibilità delle aree subartiche offrirà comunque l’opportunità di una vita da schiavi. Nessuno dei due prende però in considerazione che l’alternativa possa essere invece uno scenario “alla Gaza”.

Ma questo è. Come pensiamo che possano sopravvivere in territori devastati dalla catastrofe climatica e ambientale le popolazioni che li abitano oggi? Dove pensiamo che possano trasferirsi, senza essere respinti, tutti coloro che “a casa loro” non potranno più vivere? O addirittura che una casa loro non l’avranno più, perché sommersa dalle acque, o bruciata dalla siccità o dagli incendi? E come pensiamo che reagiranno i governi dei Paesi – “sviluppati” o no che siano – nei quali cercheranno rifugio quelle popolazioni tutte intere, se già ora, di fronte all’arrivo alla spicciolata delle avanguardie di quelle genti in cammino, i governi degli Stati forti mettono in atto politiche di respingimento basate sempre più sugli strumenti e le modalità della guerra? La vera guerra a cui ci stanno preparando. Se proiettate su uno scenario di lungo periodo – quello in cui, diceva Keynes, siamo tutti morti – le misure per respingere i migranti adottate oggi dai governi appaiono sì ciniche e spietate, ma anche risibili e inadeguate. Ma in realtà fungono da scuola per addestrare tutti noi ad accettare come normali quelle politiche di sterminio: esattamente come ci succede per Gaza.

Ovviamente tutto questo ha delle ripercussioni anche sugli Stati che “si difendono dall’invasione” dei profughi: militarizzazione, sospensione o abolizione di diritti e welfare, violazione delle convenzioni, razzismo di Stato e fascismo. Gli Stati Uniti di Trump stanno aprendo la strada a tutti gli altri Stati, retti da tempo da governanti che aspettavano solo di dovergli “baciare il culo”. D’altronde la strada è quella anche senza Trump.

Di fronte a prospettive del genere, purtroppo evidenti, l’inerzia nei confronti della crisi climatica e ambientale mostrata dai nostri governanti – tutti proiettati a combatterne le conseguenze e non le cause – ma anche quella dei popoli, cioè di noi tutti, sembra paradossale. Ma si spiega con il senso di impotenza che tutti – governi e forze politiche comprese – avvertono anche se cercano in tutti i modi di non prenderne atto. E’ la dismisura tra le dimensioni di questi processi e la capacità di agire di una popolazione atomizzata, senza riferimenti culturali, sociali e politici condivisi, se non quelli “di piccola e piccolissima taglia”: le mille associazioni e comitati a cui molti di noi partecipano senza trovare alcun riscontro nel mondo della politica.

Potremmo però indirizzarle meglio, quelle pratiche, per costruire le ridotte da cui affrontare il futuro feroce che incombe: rendere il più possibile resilienti e vivibili i territori che abitiamo, mostrare che l’accoglienza – anche su scala ridotta – può tradursi in benefici per tutti, far conoscere e valorizzare le esperienze positive, battersi in tutti i modi per il disarmo. Troppo poco? E che altro, per ora?

Quel deserto chiamato pace

Si vis pacem para bellum: se vuoi la pace prepara la guerra. La pace di chi la persegue in questo modo non è altro che guerra. In questa sequenza: riarmo, guerra, vittoria, imposizione delle proprie condizioni al nemico vinto, oppure sterminio. Anche questo è uno dei tanti modi di chiamare la pace: Solitudinem faciunt, pacem appellant (Tacito), fanno un deserto e lo chiamano pace. Questo modo di perseguire la pace si chiama anche deterrenza: armarsi fino ai denti per essere più forti del “nemico”.

Il quale si armerà anche lui di più per sentirsi più forte: una spirale senza fine. O meglio: con una fine scontata: la guerra, la messa alla prova delle armi di cui ci si è dotati. Deterrenza, lo dice la parola, significa tenere a bada il nemico con il terrore. Gli Stati che promuovono o praticano questa “dottrina” sono, per forza di cose, terroristi: usano le armi per terrorizzare il nemico: costruiscono un mondo fondato sul reciproco terrore. L’altro “terrorismo”, quello messo al bando dagli Stati, ne è solo una parziale imitazione. L’unica vera deterrenza dovrebbe essere l’orrore per quello che è già successo: la Shoah, Hiroshima. «È successo, potrebbe succedere di nuovo!». Sta succedendo.

La pace perseguita preparando la guerra, la stiamo vivendo: innanzitutto con lo spostamento di risorse dal welfare alle armi, violando quello che fino a poco fa era la linea rossa invalicabile per tutti gli Stati dell’Unione europea: finanziare il welfare a debito. Contando sul fatto che chi “ha dichiarato guerra all’Europa” (la Russia, per Readiness 2030, documento approvato dal Parlamento europeo), prima di attaccarci aspetterà comunque che noi si sia pronti. Anche la deterrenza ha le sue regole…

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Ma c’è di peggio: il clima asfissiante di ostilità, bellicosità, paura, insicurezza, militarismo promosso per sostenere quei preparativi: dove si ritrovano tutti gli stereotipi di una retorica grottesca che la guerra in Ucraina ha riportato in auge: gloria, eroismo, valore, onore, sacrificio; tutto ovviamente ricondotto all’ambito militare. Un’aggressività e uno spirito di competizione, un disprezzo per “il nemico”, che mette fuori gioco ogni desiderio e aspirazione alla solidarietà, alla fratellanza, alla sorellanza, alla cooperazione, alla condivisione.

Ma il risultato è l’abbandono definitivo della lotta per il clima, degli obiettivi del vertice di Parigi, della conversione ecologica, del green deal – o di quello che ne era rimasto dopo il suo spolpamento – del rispetto e della cura quotidiana del proprio territorio. Perché la guerra è un’aggressione diretta non solo contro “il nemico”, ma anche, e soprattutto, contro le basi stesse della nostra esistenza: l’integrità del pianeta, la sua e la nostra vita.

La pace, invece, quella vera, quella che tutti vorrebbero, soprattutto dopo aver sperimentato la guerra – come dimostra il reclutamento dei soldati in Ucraina, passato in pochi anni da uno slancio generoso e volontario a una caccia feroce; ma, pur sapendone poco, il rifiuto di arruolarsi non è certo minore in Russia – la pace vera è il contrario di tutto ciò che il “prepararsi alla guerra” trascina con sé. È innanzitutto pace con la Terra, con il suolo, l’aria, le acque, la “natura”, l’insieme di tutte le cose di cui anche noi siamo fatti.

E dentro questo approccio, che è vero amore di sé inteso come amore della vita e di tutto ciò e di tutti coloro che ne partecipano, c’è posto per tutto ciò che ne costituisce gli ingredienti indispensabili e che la guerra risucchia nel suo vortice: l’umiltà di chi si riconosce parte di un tutto; la solidarietà (che una volta si chiamava internazionalismo proletario); la condivisione; la fratellanza e la sorellanza; la cura di sé e del prossimo attraverso cooperazione, lotta contro le diseguaglianze, rispetto delle differenze; e poi bellezza, cultura, istruzione, talento, salute, casa, mobilità; e tempo da dedicare a figli e figlie, mogli e mariti, genitori e nonni, compagni e compagne, amici e amiche.

Ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro di civiltà: non tra capitalismo e comunismo o tra progresso e stagnazione; non tra illuminismo e oscurantismo o tra cristianesimo e islam; e meno che mai tra Occidente e Oriente o tra democrazia e autocrazie; bensì tra civiltà della cura e cultura della distruzione. Bisogna saper ripartire da qui: dagli “elementari”.

La pace di chi la persegue con le “armi della pace” è invece la valorizzazione di ciò che accomuna avversari e contendenti e la messa al bando non delle differenze, ma di ciò che esclude e che contrappone; è il potenziamento delle mediazioni, della diplomazia, della cooperazione, la creazione di corpi di pace: una strumentazione che richiederebbe almeno tante risorse quante ne vengono oggi dissipate per produrre o comprare armi.

La rivoluzione di Francesco. La cura del creato

Papa Francesco era “reazionario” (come scrive Cinzia Sciuto)? In diversi lo hanno sostenuto durante tutto il corso del suo pontificato, ma ora, proprio mentre nel rendergli omaggio esplode la mobilitazione di popolo e di leader, mondiali e no, questa accusa torna a farsi avanti con più insistenza. Le motivazioni sono sempre le stesse; non aver dato battaglia su questioni cosiddette “sensibili” (ma le altre non lo sono?): aborto, fine vita, “gender”, omosessuali, divorziati, sacerdozio femminile; e poi, quella “frociaggine”, che Francesco però riferiva solo allo stile di vita ipocrita di molte gerarchie vaticane, ecc. Sono i temi dottrinali ricorrenti agitati dalla “destra” tradizionalista cattolica sui quali fin dall’inizio si erano concentrati i suoi avversari per metterlo in difficoltà. Su di essi le posizioni di Francesco non si sono discostate gran che da quelle dei suoi predecessori. Però Francesco non ha mai messo sotto accusa qualcuno (“chi sono io per giudicare?”) se non l’atroce volta in cui ha chiamato sicari i medici che praticano l’aborto. E i suoi atteggiamenti, soprattutto nei confronti di transgender e omosessuali, divorziati e professioniste del sesso, sono sempre stati di grande apertura; che gli è stata sistematicamente rinfacciata dai suoi avversari.

E’ difficile dire se l’attitudine tradizionalista di Francesco su quei temi sia riconducibile a convinzioni maturate fin dal suo accesso al sacerdozio, o a mera diplomazia (in fin dei conti era un papa, il “capo di Stato” al governo di un nido di vipere). Ma su quei temi Francesco ha cercato il più possibile di eludere un confronto frontale con i suoi avversari, relegando tutto ai sinodi, per concentrarsi su quelli evangelici, che gli stavano a cuore: la povertà, i migranti (prima e insopprimibile difesa della vita che c’è), i carcerati, lo scarto (umano e non), l’ingiustizia, la pace e le guerre (altro tema che riguarda soprattutto la vita di chi le subisce), l’Islam (la religione di “infedeli” e “terroristi”), la santità del creato e di tutte le vite, anche quelle non umane (temi, questi ultimi, eminentemente francescani). E’ questo l’universo di senso che ha spinto i suoi critici, ben più dei suoi avversari diretti, ad accusarlo di “populismo”: si tratta di temi che è facile menzionare nei discorsi, ma con cui è molto difficile confrontarsi nei fatti, se non con la testimonianza di uno stile di vita sobrio e con le tante missioni, nei più diversi ambiti, che hanno visto Francesco impegnato senza sosta.

Ma poi, quale populismo? Sembra quasi – e infatti è proprio così – che per non essere populisti, di questi temi non ci si debba proprio occupare: i problemi veri sarebbero altri: l’economia, lo sviluppo, la produttività, la crescita, il benessere, la “sicurezza”, ecc. Naturalmente la guerra, soprattutto quella in Ucraina (su quella in Palestina e sulle tante altre nel mondo meglio soprassedere), ha visto i fautori dell’alternativa tra “vittoria” e “resa” inorridire di fronte all’invito pressante di farle innanzitutto cessare. In realtà Francesco non ha fatto che mettere in luce le conseguenze disastrose, sia per gli esseri umani che per il creato, delle politiche che si vantano di non essere populiste.

La contrapposizione tra tematiche evangeliche e tematiche dottrinarie (molte delle quali ben poco interferiscono con lo scorrere dei giorni e della storia) ha finito per porre in ombra il contenuto teorico e pratico più innovativo, dirompente e rivoluzionario del pontificato di Francesco: l’aver spostato l’asse della visione del mondo dall’”uomo” (naturalmente maschio), cui la tradizione giudaico-cristiana assegna il dominio sulla Terra e sulle sue “risorse” (naturalmente economiche), al “creato”, evidenziando e santificando la continuità tra gli esseri umani e tutto il vivente, ivi compresa la Terra, il cui grido di dolore l’umanità non sa ascoltare; e per questo non riesce ad ascoltare nemmeno il grido degli oppressi.

Questo snodo fondamentale – non si può provare né praticare compassione, misericordia e vera solidarietà per chi tra noi è oppresso e sfruttato se non si coltivano queste stesse passioni anche nei confronti della Terra, del “creato” – sembra essere sfuggito a molti di coloro che hanno visto in Francesco “solo” il difensore degli ultimi; o l’autorità che ha ufficializzato e accolto tra i temi rilevanti, sia per la religione che per i non credenti, “anche” l’ecologia: intesa come difesa dell’ambiente e lotta contro la crisi climatica. Ma è sfuggito, quel nodo, soprattutto ai critici che gli rinfacciano mancanza di dottrina, pressapochismo, faciloneria, incapacità di confrontarsi con le LORO problematiche, quelle che li tengono occupati; e che non si sono accorti che in realtà Francesco ha cercato – ma non si sa quale ne sarà il seguito – di introdurre non solo nella religione cattolica, ma anche e soprattutto nella cultura e nella sensibilità del nostro tempo, un approccio alla realtà fondato sull’ecologia integrale. Cioè un approccio che costringe a trattare i problemi dell’umanità – e soprattutto della parte più povera e diseredata di essa –  nell’indissolubile legame con le loro radici “terrestri”, con il rapporto che ciascuno di noi, e tutti insieme, intratteniamo con le basi materiali delle nostre esistenze; con il modo in cui ci relazioniamo con la vita che ci circonda; quella da cui traiamo il nostro nutrimento, il nostro – relativo e molto differenziato – benessere, ma anche il senso della bellezza: componente ineludibile di un’esistenza sana  (santa?) e base di ogni relazione positiva con i nostri simili. Come san Francesco aveva intuito e predicato.

L’erede di Francesco

Forse nessun papa come Francesco ha suscitato il bisogno di una riflessione profonda e sentita su sé stessi e sul mondo non solo in una parte consistente del cattolicesimo, ma anche tra un grande numero di non credenti. Ma difficilmente un papa ha suscitato anche tanta ostilità: non solo tra coloro di cui contrastava apertamente pensiero e azioni su questioni centrali come migrazioni, guerre, clima, diseguaglianze, tecnica, economia e tanti altri; ma anche e soprattutto in buona parte della gerarchia ecclesiastica e in Vaticano, vero covo di malaffare, cinismo e mancanza di spirito evangelico. Cose con cui Francesco ha dovuto fare i conti con cautele da papa, soprattutto sui temi cosiddetti “sensibili” come aborto, fine vita, genere, divorzio, sacerdozio femminile e laico, ecc., che i suoi avversari (ora in attesa di una rivincita) hanno sempre anteposto a quelli evangelici della cura del creato, delle vittime, dei poveri, degli emarginati, dei sofferenti. D’altronde non c’è politico che non abbia reso un omaggio formale a papa Francesco e alla sua enciclica Laudato sì, e che non torni a renderlo in quest’ora della sua morte. Ma non ce n’è uno solo, in tutto il mondo, che ne abbia preso il messaggio in seria considerazione.

Il suo pontificato è stato ininterrottamente caratterizzato da iniziative e gesti che ne sottolineavano i messaggi: dalla visita a Lampedusa in ricordo dei migranti lasciati morire in mare al cammino solitario in piazza San Pietro per promuovere la solidarietà al tempo del covid; dalla celebrazione del giubileo in un paese africano e nel carcere di Rebibbia agli incontri effettuati o solo tentati per cercare di por fine alle guerre in corso. Ma tutte le sue iniziative e i suoi viaggi sono stati sorretti e guidati da una vera e propria rivoluzione della tradizione cattolica: da un cristianesimo che ha spinto al centro di questa nuova visione non il dominio dell’uomo sul resto del mondo, ma la cura del creato: unica autentica cornice del rispetto della vita in tutte le sue manifestazioni, della nostra Terra sofferente, dell’essere umano (Francesco non lo indica mai con il termine uomo, per non escludere la donna), non signore ma custode del mondo.

E’ questo il contenuto centrale dell’enciclica Laudato sì (2015), un documento straordinario soprattutto per la compattezza con cui sono stati riuniti in poche pagine, con semplicità e chiarezza pari solo alla profondità, tutti i problemi fondamentali del nostro tempo. Molti dei temi trattati si ritrovano già, in vari modi, in elaborazioni dell’ecologia profonda e dell’ecofemminismo, che Francesco ha saputo raccogliere e rielaborare, insieme ai tanti spunti fornitigli dalle culture indigene dell’Amazzonia, a cui ha voluto dedicare addirittura un sinodo, finalizzato a ”inculturare” – è il termine usato: cioè innestare – il messaggio evangelico nella sensibilità per la natura di popoli fedeli a costumi e credenze tradizionali. Ma non è solo – come è stato detto – l’essere state enunciate da “un capo di Stato” ad aver reso così importanti le verità di quell’enciclica, bensì il nesso inscindibile che essa ha saputo tracciare tra giustizia ambientale e giustizia sociale, tra “il grido della Terra” e quello degli oppressi, tra l’urgenza di salvare e risanare l’ambiente e le rivendicazioni e le lotte dei poveri della Terra.

Quell’enciclica forse è stata letta più dai non credenti che dai cattolici: questa almeno è la nostra esperienza di cultori, divulgatori e interpreti dei suoi contenuti, impegnati nella loro articolazione in ogni angolazione sia della vita quotidiana che dei grandi eventi politici, sociali, climatici e ambientali, in qualità di attivisti dell’associazione Laudato sì, che abbiamo fondata pochi mesi dopo la sua pubblicazione. Un documento la cui lettura va integrata almeno con altri tre: il discorso tenuto nel 2014 al primo incontro dei movimenti popolari, un vero e proprio incitamento rivolto agli ultimi a battersi per i propri diritti; l’enciclica Fratelli tutti (2020), progetto e perorazione di un assetto sociale fondato sulla solidarietà e la condivisione e non sulla competizione e l’appropriazione; e l’esortazione Laudate Deum (2023), un ultimo e quasi disperato richiamo a ricordarsi della crisi climatica, rivolto a tutto il mondo, ma soprattutto ai potenti della Terra, in un tempo in cui la corsa a fare la guerra ha fatto dimenticare quasi a tutti che il nostro mondo è sull’orlo di un baratro.

Ma in tutti questi documenti, come in tutte le circostanze in cui l’attività di Francesco è stata resa pubblica, non è mai mancato il tratto della delicatezza, della attenzione, della disponibilità e anche della verve – compresa la sua penultima comparsa avvolto in un poncho, un abito sicuramente più adatto ai successori di Pietro – che ha distinto il suo pontificato da quelli di tutti i papi che lo hanno preceduto. Un tratto che lo ha reso il vero erede del santo di cui ha voluto prendere il nome.

Un nuovo manifesto di Ventotene?

Lo sguardo sulla Terra da un satellite artificiale ha lasciato folgorati quasi tutti degli astronauti che lo hanno potuto gettare, tanto da indurre alcuni a cambiare completamente il loro modo di pensare. La Terra, ha dichiarato uno di loro, mi è apparsa un corpo unico, tutto interconnesso, molto fragile, tormentato dagli interventi umani. Quelle prime immagini pervenute dallo spazio avevano folgorato anche James Lovelock e Lynn Margulis, spingendoli ad elaborare la teoria, o la visione, di Gaia: la Terra è un unico grande organismo che si autoregola, tenuto in vita da tutto ciò che la ricopre e la popola: acqua, aria, suolo ed ecosistemi, mentre molti degli interventi umani ne sono la malattia. E’ la verità dell’antropocene: l’era della trasformazione della realtà fisica della Terra, ma anche della sua devastazione, da parte della specie umana.

Niente ci avvicina alla Terra più di quello sguardo da lontano. Per questo quelle immagini andrebbero mostrate, illustrate, commentate e approfondite il più spesso possibile nelle scuole, sui media e in ogni sede del discorso pubblico, perché parlano più e meglio di qualsiasi teoria e ne sono premesse e complementi indispensabili.

Con la crisi climatica e ambientale ci stiamo avvicinando a grandi passi all’orlo di un baratro da cui non si torna indietro. Molti ne sono consapevoli, ma pochi (e tra questi la quasi totalità dell’establishment politico, finanziario, industriale e dei media di tutto il mondo) trovano la voglia, la forza o la capacità di misurarsi con il problema; molti altri abitanti della Terra ne percepiscono il rischio in modo indistinto e irriflesso a partire da quanto sta cambiando sotto i loro occhi: non solo il clima, soprattutto quando sono vittime di eventi metereologici estremi, ma anche “la natura”, il vivente e persino l’ambiente costruito e manomesso. Pochi ne sono realmente all’oscuro. A spingere il carro dell’indifferenza è per lo più l’attaccamento ad abitudini o privilegi a cui non si sa rinunciare, ma soprattutto la paura di rimanere soli e indifesi, molto più di una vera adesione alle tesi di coloro che hanno fatto del negazionismo climatico una professione, per lo più ben retribuita dall’industria del petrolio e affini. Ma nessuno, comunque, sembra vedere nella guerra, nelle tante guerre in corso, un acceleratore micidiale della crisi climatica e ambientale, e con essa, e per essa, anche della nostra umanità.

Per noi che invece siamo consapevoli della minaccia esistenziale (è una parola di moda) rappresentata dalla crisi climatica e da tutto ciò che ne consegue, la guerra è il culmine e il punto di approdo di un modo di agire e pensare diffuso, indotto dai poteri dominanti, che da decenni hanno consapevolmente deciso di sacrificare la salvaguardia della nostra vita su questo pianeta all’imperativo della “crescita” del prodotto interno lordo (il PIL); che altro non è che ciò che Marx, e tanti con lui, chiamavano – e ora non chiamano più – “accumulazione del capitale”.

Quindi, tutto ok per quanto riguarda la decarbonizzazione, purché non intralci la crescita; anzi, purché contribuisca, in tutto o in parte, ad alimentarla. Se no, lasciamola perdere! Così è stato lungo tutta la trentennale sequenza delle CoP per l’attuazione dell’Accordo Quadro sul Clima, che hanno continuato a riunire ogni anno decine e decine di migliaia di “addetti ai lavori” senza mai definire né imporre delle misure efficaci, e avvolgendo invece tutto in un velo di ipocrisia. Trump, con il suo negazionismo climatico a base ostentatamente affaristica e antiscientifica, non ha fatto che accelerare la fuga dalla decarbonizzazione delle tante banche, imprese e istituzioni che vi si erano – a parole – impegnate; ma che, fiutando l’aria, avevano già imboccato la propria ritirata anche prima del suo ritorno al governo degli Stati Uniti.

Ma la guerra in Ucraina, come le altre in corso, avrebbe dovuto far riflettere: sostenerle, in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo, è la negazione assoluta di ogni aspirazione, progetto o ipotesi di conversione ecologica. Perché sotto il cappello della conversione ecologica si raccoglie tutto ciò che risulta condizione o conseguenza di una transizione energetica effettiva: pace, ambiente, diritto alla vita, dignità, democrazia, decentramento, eguaglianza, salute, istruzione; mentre la guerra, con il suo consumo di combustibili e materiali, l’inquinamento di suolo, aria e acque, la devastazione di edifici, impianti, strade, ponti, macchinari, la distruzione di vite e di esistenze, il comando che non può essere discusso, è la negazione di tutte quelle cose.

Ma quelle distruzioni non son forse anche un arresto della crescita, dell’accumulazione del capitale, dell’economia? No: accumulazione del capitale non è la stessa cosa che capitale accumulato: la prima è un processo, il motore dello sviluppo capitalistico e della società che esso modella; il secondo è uno stock di beni che può anche essere azzerato, purché la prima non si interrompa, anche ricominciando da capo. Così la produzione bellica, per sostituire, integrare, accrescere le armi impiegate o distrutte in guerra può alimentare la crescita al posto delle industrie che non lo fanno più, come quella dell’auto, o non possono essere attive sotto le bombe, come quella delle costruzioni. Dunque, anche per l’Europa la guerra non è un’alternativa alla crescita, come lo è invece alla conversione ecologica; anzi, ne sta diventando il supporto. Anche per questo, nei tre anni della guerra in Ucraina, non c’è stata una sola iniziativa o un solo cenno di mediazione da parte dell’Unione Europea o di uno dei suoi Stati membri.

Non possiamo più, se mai l’abbiamo fatto, continuare ad affidarci a coloro che hanno da tempo imboccato quella strada; la loro cultura, i loro interessi, le loro abitudini, la loro ignoranza vanno tutte in quella direzione; né possiamo contare sulle divergenze tra i Governi degli Stati europei per un’inversione di rotta. Ci vuole un taglio netto tra chi sta ai vertici ed è responsabile di quella deriva e tutti coloro che si ritrovano alla base della piramide sociale e vorrebbero vivere in un mondo diverso e senza guerre.

Il percorso per invertire rotta passa attraverso il ritiro della delega concessa a Stati e Governi, che peraltro l’hanno da tempo ceduta, a loro volta, alla finanza internazionale. E lo sviluppo dell’iniziativa di base non può darsi che abbandonando l’ossessione dei confini da “difendere” dai migranti e da nemici costruiti ad arte, per lo più con la menzogna.

Il confederalismo democratico del Rojava, multietnico, egualitario, partecipato e femminista, un processo in corso, ma forse anche la constatazione che l’obiettivo dei due Stati in Palestina è ormai irrealizzabile, e che l’unica soluzione prospettabile, un sogno a venire, certamente “a lungo termine”, è la convivenza, su un piede di parità, di due comunità diverse in un unico territorio che non sia più uno Stato, alludono entrambe alla direzione che dovrebbe imboccare una rifondazione dell’Europa orientata non alla guerra ma alla conversione ecologica.

Di fronte ai venti di guerra che stanno investendo l’Europa, occorre un ripensamento radicale come quello che oltre ottant’anni fa, nel pieno dell’offensiva nazifascista, aveva indotto tre militanti imprigionati e isolati in uno sperduto angolo dell’Europa a concepirne la rinascita in una visione che allora sembrava assurda. Rispetto a loro abbiamo il vantaggio di non essere solo in tre, ma molti di più; di non essere prigionieri, ma ancora liberi di circolare e confrontarci; e di non essere già in piena guerra mondiale, ma di poterla ancora fermare. Forse è arrivato il momento di redigere insieme un nuovo “Manifesto di Ventotene” o qualcosa di analogo, adattato al nostro tempo: per prospettare una rinascita dal basso dell’Europa tenendo ferma la rotta della conversione ecologica. Può sembrare un’utopia assurda, ma certo non più pazza di quella che aveva ispirato i Tre di Ventotene.

Fare l’amore e non la guerra

Per un po’ tutti abbiamo voluto o finto di crederci: che da una parte ci fosse solo l’1 per cento (di fatto, lo 0,0001 per cento: i padroni della Terra) e dall’altra tutti gli altri, noi. Non era, non è, così. Intorno a quel pugno di potenti c’è una solidissima struttura: una gerarchia di uomini e donne, ciascuno e ciascuna al “suo” posto, con dei compiti ben definiti, che lungo i rami – o meglio le radici – del potere arriva a coinvolgere cerchie sempre più ampie di “complici”: chi per interesse o per vantaggi, chi per abitudine, chi per servilismo, chi per non conoscere o vedere alternative.

Lungo quella serie di cerchie concentriche si può arrivare molto in là. In mezzo, da qualche parte, a un qualche livello, ci siamo noi; in parte consapevoli, in parte no, del nostro ruolo e delle nostre responsabilità. Puntare sulla contrapposizione tra due blocchi, gli emarginati e gli inclusi, “i sommersi e i salvati”, non sposta i termini della questione. A volte allarga un po’ l’area degli esclusi a spese del blocco del potere, a volte la restringe e dilata quella di chi si sente, o si vuole, incluso. Il problema è tagliare quella piramide sociale, cercare di destrutturarla ad ognuno dei suoi livelli intermedi, a partire dalle ragioni specifiche di disagio nei confronti della sua posizione che ciascuno e ciascuna avverte già oggi, o potrebbe avvertire domani. E’ quella “lunga marcia attraverso le istituzioni” di sessantottesca memoria troppo a lungo dimenticata. A ciascuno di quei livelli, in ogni articolazione di quella struttura, ci sono oppressi e oppressori, contraddizioni che possono esplodere. La più esplosiva – oggi lo sappiamo, sessant’anni fa forse no – è quella di genere, tra donne e uomini, il patriarcato: lì si trova il bandolo per affrontare, e forse dipanare, tutte le altre. Basta non abusarne.

Invece è stata evocata più volte un’analogia tra l’aggressione della Federazione russa all’Ucraina (non tra Israele e gli abitanti della Striscia di Gaza; caso mai solo il viceversa) e uno stupro o un femminicidio. Sostenere che è stata l’Ucraina, o chi per essa, a provocare e spingere la Russia a muovere quella guerra feroce sarebbe come dire che la donna molestata, stuprata o ammazzata “se l’è andata a cercare”. Quell’analogia non regge. Intanto c’è di mezzo quel “chi per essa: forse l’Ucraina è solo la vittima di un gioco più grande di lei. Ma a invalidare quell’analogia c’è il fatto che ogni donna è un’unità indissolubile di corpo e di anima, di aspetto esteriore – il modo di vestire, di truccarsi, di atteggiarsi – e di vissuto: quanto ciascuna si porta dietro del tanto o poco di cui ha fatto esperienza nella sua vita. Un paese, una nazione, uno Stato, invece, sono un’altra cosa: non un’unità indissolubile ma un coacervo di “cerchie”, di posizioni, di interessi e punti di vista diversi. Dimenticare queste diversità, anche nel momento in cui forse appaiono meno chiare, ma sapendo che sono comunque destinate a palesarsi, è perdere di vista le ragioni che ci hanno guidato negli anni, nel corso delle più diverse vicende di cui siamo stati attori o spettatori: la distinzione tra oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori, dominati e dominanti, tra chi sta alla base della piramide sociale e chi al suo vertice. Una distinzione che gli sviluppi della guerra in Ucraina stanno portando alla luce ogni giorno di più: sia quella tra le vittime dirette della guerra, civili o soldati, da quelli arruolatisi volontariamente a chi cerca di sottrarsi alla guerra con la fuga, la renitenza o la diserzione, da un lato,  e, dall’altro, chi, al vertice di una delle tante piramidi sociali coinvolte, in Ucraina e “all’estero”, non ha fatto niente per evitare quella guerra e continua ad adoperarsi per protrarla “fino alla vittoria”. Ignorando, per forza di cose, le sofferenze di chi non ha niente da guadagnarci, né ora né domani. Poi c’è anche il rischio di guardare solo a questo lato del fronte, quello che i media occidentale ci fanno vedere, ignorando quello che succede “dall’altra parte”. Che senso ha battersi per la conquista o la riconquista di territori che la guerra sta rendendo inabitabili per decenni a venire?

Quella riluttanza a distinguere tra oppressi e oppressori ha finito per alimentare, oltre allo strazio a cui sono state condannate, oggi come per tutto il loro futuro, le vittime di questa come di tutte le altre guerre, e certo al di là delle intenzioni dei molti che hanno contribuito a suscitarla, l’evocazione di uno spirito bellicoso, da “maggio radioso”, che invoca “la vittoria” come unica alternativa alla “resa”. Si dimentica che la vittoria, se mai ci sarà (e di chi?), sarà di pochi; mentre all’opposto, questa volta sì per il 99 per cento, non ci sarà che sconfitta.

Il risultato è che si parla solo più di guerra come orizzonte delle nostre vite, tanto che persino nelle scuole, dove ogni discussione sul genere (“gender”) viene bandita come farina del demonio – ma è anche stato espulso da tempo, dal modo in cui vengono trattate le diverse “materie”, siano esse le letterature, la storia, la geografia, la chimica, la fisica o la matematica, ogni riferimento all’amore, non solo per le persone, ma anche per gli animali, le piante, il vivente, la mente, la Terra – viene invece introdotto per decreto l’insegnamento della guerra e della preparazione alla guerra: un’ennesima materia curricolare da aggiungere all’educazione civica, a quella ambientale, a quella sessuale (ma detta “del cuore”), all’alternanza scuola-lavoro…

Ma, per tornare allo stupro e al femminicidio, ve li immaginate gli insegnanti di oggi, frustrati dai moduli, dai tablet, dai “programmi”, dalle valutazioni, dalle aggressioni di studenti e genitori, dal pubblico disprezzo, dallo stipendio ridicolo, dalla competizione quotidiana con i social per conquistare l’attenzione degli allevi, insegnar loro Educazione sessuale cioè “al cuore”, come misura di prevenzione delle molestie, dei femminicidi, dello stupro?

E’ evidente che bisogna cominciare da un’altra parte: aprire le scuole alla vita del paese o del quartiere, a quella delle piante e degli animali, al cielo e agli astri; far vedere la Terra vista dal cielo: Gaia, un unico grande organismo tenuto in vita dall’aria, dalle acque, dal suolo e dagli ecosistemi che la ricoprono e di cui anche noi, ciascuno di noi, è parte. Ce lo siamo dimenticati.

Un solo esempio: dall’inizio della guerra le forze armate ucraine hanno sparato una media di 9000 cannonate (esplosive) al giorno, più i razzi e le bombe sganciate da aerei e droni (mettendo a dura prova le scorte tanto dell’Unione Europea che degli USA). E non sulla Russia, se non poco, e solo negli ultimi mesi, ma sulle regioni dell’Ucraina che vorrebbero riconquistare. Possibile che non abbiano fatto almeno altrettanto danno di quelle con cui l’esercito russo ha bersagliato l’altro lato del fronte?