Chi ha paura dei migranti?

Bisogna spazzare via un alibi. Chi ha paura degli immigrati? Forse qualcuno degli abitanti di quartieri che si trovano ai margini della società e che riversano sulla presenza degli immigrati una insicurezza che caratterizza comunque la loro condizione anche nei confronti di chi immigrato non è, perché quella che provano è in realtà la paura di un ambiente che è loro sempre più estraneo ed ostico. Poi la paura del migrante, o addirittura dell’invasione – ma non certo da parte di un esercito nemico, bensì di un presunto nemico, “lo straniero”, presentato come se fosse un esercito – viene quotidianamente insufflata attraverso i mezzi di comunicazione di massa e soprattutto i social, fino a suscitare non la paura, ma l’idea di dover avere paura. Ma i migranti che incontriamo tutti i giorni per strada, o su un tram o un bus, o a chiedere la carità, o a fare i facchini, o a pedalare per portare la pappa a chi non si alza neppure più dal divano (e non sono certo quelli del reddito di ciitadinanza!), o anche solo ad affacciarsi dalla grata di un centro di accoglienza trasformato in prigione, quelli non fanno paura a nessuno. La paura del migrante è in realtà paura di un fantasma che nessuno vede: una favola. Ciò che troviamo al suo posto, se solo proviamo a grattare sotto quel luogo comune (ma da tempo non c’è nemmeno più bisogno di grattare tanto) è un sentimento del tutto diverso e anzi opposto: il disprezzo per un essere umano che si vuole considerare altro e diverso da sé. E, ovviamente, inferiore; cosa che viene continuamente ribadita con allusioni, parole, gesti e fatti compiuti per averne conferma. Quel disprezzo è un fattore di compensazione per i torti che si subiscono quotidianamente da parte di chi sta sopra di noi o per l’insuccesso in contesti dove lo si considera una colpa. Al posto di una prospettiva di miglioramento o di ascesa sociale ci si accontenta così di spingere più in basso chi è meno di noi in grado di difendersi. È il meccanismo tipico del razzismo,  che si rafforza trasformando il disprezzo in odio: un sentimento che fa da barriera contro ogni forma di comprensione o di compassione. L’odio rende il disprezzo irrevocabile perché impedisce l’ascolto. L’aggressione sia verbale che fisica (inizialmente solo verbale, ma per “allenarsi” a quella fisica, a cui non tutti riescono ad arrivare; i più preferiscono delegare questo passaggio ad altri, siano essi squadracce fasciste o forze dell’ordine) è  innanzitutto, agli occhi di chi la pratica, una manifestazione di protagonismo: qualcosa che ti fa uscire dall’anonimato, ti fa sentire che finalmente ”conti” qualcosa. Ma da cui è molto difficile tornare indietro.

Disprezzo e odio creano “identità” lungo una spirale che li trasforma facilmente in abitudine: “Prima gli italiani” non significa certo quello che dice: in quello slogan gli italiani sono solo loro, quelli che odiano o che disprezzano lo straniero; non certo quelli solidali. E per uscire da quella contraddizione di quel “prima”, che non spetta a tutti gli italiani, riversano lo stesso odio e disprezzo sulla solidarietà, sulle sue manifestazioni, su coloro che la praticano: persone che “non hanno il coraggio dell’odio”, non hanno la capacità di praticarlo, non hanno l’orgoglio del proprio esclusivo diritto, Untermenschen, sottouomini, femminucce. O sottodonne, “troie”: la qualifica più usata. Sessismo e maschilismo si saldano così al razzismo, anche se vengono ipocritamente negati: Salvini porta su un palco una bambola gonfiabile a scopo sessuale per simulare un’avversaria e chiama delinquenti profughi e solidali, ma si indigna se lo si chiama razzista o maschilista).

Dovrebbe essere chiaro perché il femminismo e le sue più recenti manifestazioni rappresentano una minaccia mortale per l’onda nera del razzismo che sta attraversando il mondo cosiddetto sviluppato, mascherando l’odio con la paura. Il razzismo si radica nel machismo (praticato dai maschi ma subìto anche, in varia misura, da molte donne) e questo prende forma dalla più antica e profonda struttura di dominio, il patriarcato, che è volontà di possesso: innanzitutto delle donne da parte dei maschi e poi, sul modello di questo, di tutte le altre forme di proprietà: di terre, animali, schiavi, rango, mezzi di produzione, denaro, ma anche di patrie, culture, tradizioni, geni, saperi. È la paura di perdere tutte queste cose – a partire dalla “propria” donna – o anche solo alcune di esse, e persino quelle che si desiderano ma non si hanno, e non la paura del migrante, ad aprire la strada all’odio; e a trascinare alla violenza, allo spirito di sopraffazione, allo stupro, al femminicidio; e alla richiesta di far “piazza pulita” di tutti gli stranieri. 

Quella paura del migrante, che non è paura se non in modo riflesso, si supera solo promuovendo una socialità che in molti ambiti del nostro vivere quotidiano è da tempo venuta meno; una socialità, che è sempre anche solidarietà, non solo nei confronti dello straniero, ma innanzitutto di chi ci è vicino (il nostro prossimo); chiunque esso sia.

Milano e le olimpiadi: non è tutt’oro quel che luccica

Perché le Olimpiadi sono cruciali rispetto all’emergenza climatica indetta dal Comune di Milano? Lo ha spiegato, involontariamente, l’assessore Granelli nell’incontro che si è tenuto mercoledì scorso alla Casa della Carità. Queste Olimpiadi, per Milano, sono una replica dell’Expo (un grande successo; per l’assessore) e insieme concorrono a definire “il modello Milano”, a farne “una città degli eventi”. Expo e Olimpiadi vanno ad aggiungersi a Moda, Mobile, Design, Cibo, tutte manifestazioni dove non si producono beni (i beni si producono altrove) ma immagine; e che concorrono a fare della città un polo di attrazione mondiale. Anche se la costruzione di quella immagine richiede pesanti e ingombranti investimenti “a perdere”, come gli “avanzi” dell’Expo, che avrebbe dovuto essere un grande orto da cui far partire la valorizzazione colturale di tutto il parco sud e che invece, sotto la direzionione di Beppe Sala – già allora “vero sindaco” di Milano dietro la maschera di Pisapia – è stato trasformato in una “piastra” (mai nome fu più appropriato) di cemento di un chilometro quadrato. Dove, dopo aver smantellato tutti i     padiglioni inutili – e costosi, sia in termini economici che ambientali – costruiti a beneficio delle multinazionali del cibo manipolato, non si sa più che cosa impiantare. Perché costruire un contenitore prima di sapere che cosa metterci dentro è il modo più stupido di procedere; è un po’ come costruire un’enorme galleria senza sapere che cosa farci correre dentro. Ma, come è noto, tutto fa PIL…

Ma che cos’è un “polo di attrazione”? È un concentrato del lusso, che attira turismo di affari e di prestigio: viaggi aerei a sfare, sfolgorio di luci, di installazioni, di padiglioni, di scenografie, di costumi usa e getta. Palazzi dalle forme strane e prezzi mirabolanti destinati a rimanere vuoti per la maggior parte dell’anno, come city life (chi vi compra un appartamento per lo più ne ha altri cinque o sei in altre capitali dell’Occidente e dell’Oriente). L’apoteosi dello spreco e dell’insostenibilità. Ma tutto questo, dice Granelli, porta molto denaro, di cui beneficia tutta Milano. Non tutta: ne beneficia un ceto privilegiato che vive della città ma non nella città; o meglio, che vive separato da tutto il resto della città, a cui non arrivano che le briciole, perché quel ceto esclusivo ha bisogno non di lavoratori (quelli li va a cercare altrove), ma di servitori, che recluta nel popolo dei migranti: colf, badanti, portieri, fattorini, sguatteri, giardinieri e rider per portare la pappa a chi non vuol muovere più nemmeno il culo da casa per andare a mangiare; e poi edili che lavorano nel subappalto, stradini per tappare le buche delle strade e tuttofare per lavargli l’auto. Perché la produzione di quel che a Milano si pensa si fa per lo più a migliaia di chilometri e a decine di gradini sociali di distanza. È un sistema che produce e moltiplica  differenze e ingiustizie sociali, ma soprattutto che allontana inve c’è di avvicinare al traguardo da raggiungere per affrontare in modo adeguato l’emergenza climatica. Tutto quello spreco di risorse è destinato a crollare e dissolversi insieme alle persone che ne ricavano reddito e posizione sociale non appena la cittadinanza sarà costretta a prendere atto della gravità dei processi in corso.

Milano, come qualsiasi altra città, ha bisogno di tutt’altro: di opere e di lavoro che metteno in grado gli abitanti di far fronte ai tempi difficili che ci aspettano: un’agricoltura non distruttiva e di prossimità che valorizzi risorse locali come quelle del parco sud; un’alimentazione conseguente; un sistema di mobilità di merci e persone flessibile, che consenta di ridurre al minimo auto, furgoni e le loro emissioni; impianti di generazione elettrica da fonti rinnovabili diffuse su tutto il territorio; un’edilizia che valorizzi il già costruito invece di consumare nuovo suolo e che permetta di ridurre al minimo riscaldamento e raffrescamento artificiali; il recupero integrale degli scarti della produzione e del consumo; e poi, un sistema produttivo flessibile, gestito quanto più possibile dai lavoratori, che utilizzi in pieno le loro competenze soprattutto in campo scientifico e informatico, mettendo a frutto le produzioni di pezzi unici o piccole serie come quelle rese possibili dalle stampanti in 3D. Questo è il nostro progetto di città sostenibile, che non ha niente a che fare con le Olimpiadi, che rappresentano invece un progetto diametralmente opposto, che avvicina alla catastrofe climatica la sua popolazione insieme a quella di tutto il resto del pianeta.

L’era di Greta

Dobbiamo cominciare a contare gli anni a partire da prima e dopo Greta. Non che Greta Thunberg sia morta; è più viva che mai e speriamo che continui ad accompagnarci e guidarci nel nostro viaggio contro il cambiamento climatico, fino a una vera svolta. E nemmeno è necessario sostituire una nuova numerazione a quella di prima e dopo Cristo: va bene quella che c’è. Dobbiamo però prendere atto – a partire da ora, l’anno di Greta – di uno spartiacque che separa ciò che si è fatto finora da ciò che si deve fare da ora in poi.

I risultati della ricerca scientifica a cui Greta fa riferimento ci avvertono che “la nostra casa è in fiamme”. O quei risultati li contestiamo, non si sa su che basi, o ne prendiamo atto: la minaccia che incombe sulle nostre vite e sul nostro pianeta non è fantascienza e bisogna correre ai ripari. E subito. E non è poco: tutto o quasi quello che è stato fatto nel corso degli ultimi decenni o che è stato avviato o anche solo progettato nel corso degli ultimi anni va dismesso o ridisegnato radicalmente nel più breve tempo possibile. E tutto ciò che può consentire, in questo nuovo assetto dell’economia, il mantenimento di uno standard di vita decente – o la sua estensione a chi non lo ha mai avuto – va messo subito in campo. Di tutte le produzioni che dipendono direttamente o indirettamente dall’estrazione e dall’utilizzo dei combustibili fossili – pozzi, miniere, gasdotti e oleodotti, flotte, raffinerie, centrali termoelettriche, mezzi di trasporto di terra, mare e cielo – va programmata la dismissione in un numero di non più di dieci anni o la loro trasformazione, ove possibile, in soluzioni che possono essere alimentate con fonti energetiche rinnovabili. Le quali vanno promosse, insieme alla massima efficienza energetica, senza continuare ad alimentare un regime di spreco come quello in atto oggi. Edilizia e assetto dei territori vanno resi resilienti e meno energivori. La mobilità di cose e persone va riorganizzata integrando trasporto di massa e sistemi flessibili condivisi. L’agricoltura va ricondotta alla sostenibilità con l’adozione di sistemi naturali che restituiscano al suolo fertilità e capacità di assorbire carbonio. E si possono aggiungere (pare) mille miliardi di nuovi alberi ai tremila miliardi già esistenti; ovviamente, senza più deforestare.

Tutta la popolazione, o la maggioranza di essa, dovrà essere coinvolta in questi processi e i lavoratori il cui impiego verrà meno dovranno essere ricollocati nei settori della transizione – dove ci sarà posto per tutti, occupati e disoccupati di oggi – in modo che quel trasferimento sia una promozione economica e sociale. E’ una transizione tecnica, economica e sociale, ma soprattutto culturale e, ovviamente, psicologica, che non ha precedenti nella storia dell’umanità, anche se spesso viene citato – giustamente – come termine di paragone lo sforzo bellico intrapreso allo scoppio della Seconda guerra mondiale nella riconversione dell’industria degli Stati Uniti.

E’ facile e quasi ovvio manifestare un forte scetticismo di fronte a queste prospettive: uno scetticismo che dipende dal fatto che ben pochi, soprattutto in Italia, sono informati della gravità della situazione, ma soprattutto dal fatto che la radicalità e l’estensione dei cambiamenti da realizzare spaventano e paralizzano, spingendo i più all’inerzia. Ma presto cambieranno idea, e dobbiamo adoperarci perché non lo facciano troppo tardi. Se le rilevazioni hanno ormai messo in rotta i “negazionisti climatici” in tutta la comunità scientifica (a dire il vero, non sono mai stati un gran che, anche se di recente anche Franco Piperno ha voluto aggiungere il suo nome a quello del prof. Antonino Zichichi, che capeggia la squinternata pattuglia italiana dei negazionisti climatici), pullulano però nel mondo della “politica” e dell’informazione coloro che considerano la minaccia del cambiamento climatico niente altro che un’arma di “distrazione di massa” rispetto ai problemi sociali ed economici che incombono; esattamente come si sta facendo da tempo, soprattutto “a sinistra”, nei confronti delle migrazioni.

Che costituiscono invece, nonostante il calo drastico degli arrivi (gli altri, quelli che “non arrivano più” e non sono ancora annegati, sono tutti rinchiusi, a milioni, nei lager libici o nelle bidonville turche e degli altri paesi di transito, in attesa che quei regimi facciano “libera tutti” per ricattare l’Europa), il principale problema sociale, il maggiore terreno di scontro politico e culturale e, verosimilmente, il fronte più radicale del conflitto di classe del nostro tempo; anche se esso non si svolge più nelle forme tradizionali del movimento operaio. Ma dal modo in cui viene affrontata “la questione migranti” dipende l’esito di tutti gli altri conflitti sociali che interessano la nostra epoca: in fabbrica, sul lavoro, nel territorio, nella cultura. Ma la questione migranti è a sua volta indissolubilmente legata alla lotta contro il cambiamento climatico, sotto il cui ombrello si raccolgono tutti gli altri problemi: quelli relativi all’oggetto di tutti i conflitti, che è la giustizia sociale e la riappacificazione della specie umana con la Terra che la ospita, e quelli relativi ai “soggetti”, ovvero agli attori, di quei conflitti: perché se si dimentica – si lascia indietro, o si considera un ingombro – l’esistenza di milioni di esseri umani cacciati dalle loro terre dalla prepotenza del sistema economico a cui tutti siamo soggetti, è veramente difficile anche solo pensare di poterne venire a capo.

E’ evidente allora qual è la priorità assoluta dell’era Greta: fare informazione e aprire un dibattito vero in tutte le sedi – scuole, università, fabbriche, aziende, quartieri, istituzioni – capace di inserire i problemi e le aspirazioni della vita quotidiana di ognuno dentro l’orizzonte spaziale (il pianeta tutto) e temporale (non più di 10-15 anni) del cambiamento climatico.

Olimpiadi ed emergenza climatica

C’era da rimaner basiti di fronte alle fotografie di una troupe scompostamente in festa per l’assegnazione delle prossime olimpiadi invernali (2026) alla città di Milano. Ad esse il sindaco Beppe Sala ha voluto aggiungere il suo ritratto tra due sci in una Milano da quaranta gradi all’ombra. Ma queste sono le stesse persone che meno di un mese fa hanno dichiarato l’emergenza climatica perché tra unidici anni (per l’Ipcc) o meno di cinque (per il glaciologo Anderson) la Terra, Milano compresa, raggiungerà un punto di non ritorno, oltre il quale la temperatura del pianeta è destinata a crescere irreversibilmente fino a rendere impossibile la vita della specie umana? E ci sarà ancora la neve allora? O sarà l’ultima delle Olimpiadi invernali? C’è da chiedersi: che cosa sono allora, per “loro”, le Olimpiadi? E che cos’è mai, per “loro”, l’emergenza climatica?

Per loro le Olimpiadi sono un Grande evento, il bis dell’Expò: la conferma di un progetto di “sviluppo” fondato sulla ripetizione dell’effimero; che dà “prestigio” alla città; richiama turismo (da tempo l’industria mondiale che produce più impatto, più viaggi aerei, più fatturato e più precarietà) e “grandi affari”: soprattutto immobiliari: cioè costruzione di strade, raccordi ed edifici inutili; con grande consumo di suolo, di materiali e di energia che, a evento finito, impongono di trovare una destinazione qualsiasi per non trasformarsi in discariche, come sta avvenendo per la famigerata “piastra” dell’Expò. Non a caso tutte le maggiori società immobiliari del mondo si stanno precipitando sulla nostra città. Da divorare ci sono non solo le Olimpiadi, ma caserme, ippodromi e scali dismessi. Il “modello Milano” è questo. E in nessun posto al mondo viene concessa a quegli operatori mano libera a spese della collettività come in Italia. Per questo vengono tutti qui. Così, accanto a Milano, che montagne non ne ha, si è pensato di devastare anche Cortina e le Dolomiti (patrimonio dell’umanità) contando sul fatto che là, se non la neve, per lo meno i dislivelli da ricoprire con il cannone termico ci saranno ancora. Inutile dire che in questa abbuffata destra e “sinistra”, Lega e PD, Governo e opposizione si trovano tutti d’accordo: come anche sul Tav, sul Tap, sulle nuove autostrade, sulle navi da crociera a Venezia (dove sbarcheranno molti turisti per andare ad assistere alle Olimpiadi), ecc.

Invece l’emergenza climatica per “loro” non è altro che un pezzo di carta: per mettersi “in regola”. Che il pianeta è “in fiamme”, come sta spiegando in giro per il mondo Greta Thunberg, o non lo sanno o non ci credono; o entrambe le cose. L’importante è che queste fosche previsioni – corroborate da tutti gli studiosi con qualche competenza in materia e confutate da alcuni altri “scienziati” che della materia non sanno niente – non turbino i loro progetti. Il loro è un eterno presente, dove il passato (modi diversi di vivere e di pensare, che ritroviamo anche oggi tra popolazioni che la cultura dell’Occidente non ha ancora distrutto) e il futuro non esistono. In termini aziendali si chiama BAU: non è la voce di un cane, vuol dire Business As Usual. L’importante è che tutto continui come prima e “meglio” di prima: magari con un po’ più di energia rinnovabile a disposizione (ma non troppa! Altrimenti si rendono inutili i vecchi e i nuovi gasdotti) e qualche milione di alberi qua e là (magari sulle terrazze di altri “boschi verticali”, come quello dell’archistar Stefano Boeri: forse il più energivoro edificio del mondo). Il grande realismo di chi ci governa si rivela così, alla luce dell’evoluzione prossima ventura del clima, la più irresponsabile delle utopie. Questa contraddizione plateale tra emergenza climatica e Olimpiadi (e tante altre cose simili) deve esplodere. Subito. Per farlo basta far applicare le tre regole fondamentali messe a punto da Extinction Rebellion: dire la verità, agire subito, coinvolgere la cittadinanza. 

Dire la verità: in ventiquattro ore il Comune ha piazzato un cartello luminoso di almeno cinquanta metri quadrati per far sapere che Milano ha “vinto” la gara per l’assegnazione delle Olimpiadi (lo sapevano già tutti: TV e giornali non parlavano d’altro). Adesso ne metta subito almeno altri trenta di pari grandezza (minimo tre per Municipio) per far sapere a cittadine e cittadini che la Terra – Milano compresa – è sull’orlo di una catastrofe. Poi invii una lettera a ogni famiglia per spiegare bene i termini della questione (nessun giornale o canale TV ne parla in modo chiaro). Se serve, gli studenti di Fridays for Future possono aiutarlo a scriverla bene. Poi prenoti uno spazio fisso su giornali e TV locali per ricordare ogni giorno, con esempi diversi, che cosa può comportare per tutti noi continuare a far finta di niente. E imponga l’apertura di tutte le scuole al pomeriggio e alla sera per tenervi riunioni e incontri con la cittadinanza su questi temi. Infine, si adoperi perché la Regione Lombardia e il Governo dichiarino anch’essi l’emergenza climatica: se non lo fanno, ne denunci tutti i giorni le scelte.

Agire subito: se le Olimpiadi non si possono disdire, il Comune le ridimensioni usando e adattando solo impianti ed edifici già esistenti; blocchi l’edificazione negli spazi “vuoti” destinandoli solo a parchi e orti urbani; vari, con la consulenza di un team di esperti, la gratuità del trasporto pubblico e la graduale espulsione di tutte le auto non di servizio dall’area cittadina, come stanno facendo diverse città del Nordeuropa. Metta in piedi e retribuisca team misti di giovani tecnici – ingegneri, architetti, sociologi, economisti – per svolgere check-up gratuiti, comprensivi di valutazione finanziaria, per la conversione energetica – alimentazione ed efficienza – di tutti gli edifici della città. Sembra troppo? Tra non molto apparirà il minimo indispensabile.Coinvolgere la cittadinanza, che deve essere messa in grado di far sentire la sua voce in ogni zona e in ogni quartiere. Cittadine e cittadini devono prendere atto che è necessario cambiare radicalmente dieta e stili di vita. Le misure proposte, più altre, possono creare molti nuovi posti di lavoro, ma sono destinate a distruggerne molti altri. A tutti bisogna far sapere che il Comune si occuperà, insieme ai sindacati e alle associazioni civiche e territoriali, della loro ricollocazione, mentre il Governo dovrà provvedere a coprirne gli oneri (un vero reddito di cittadinanza) e i necessari investimenti. Ma è il Comune che deve esigere dal Governo un impegno in tal senso, mobilitando a tal fine i suoi cittadini e le sue cittadine, ma anche cercando di coinvolgere altri Comuni sullo stesso obiettivo. E se non lo fa, che “comune” è? 

Uno scontro di civiltà

Carola Rackete è una donna coraggiosa e solidale che sfida l’arresto per restituire la vita ai naufraghi che è andata a salvare. Matteo Salvini è un uomo vigliacco e cinico, che si è sottratto al processo che lo vedeva imputato, per continuare a destinare a morte e tortura i profughi sulla cui dannazione ha costruito la sua carriera. Ai piedi di Salvini si è radunato un esercito, in parte organizzato, in parte spontaneo, di persone che con un linguaggio violento, maschilista e volgare – come si evince dalla sua onnipresenza sul web – sembra ritenere che il proprio futuro dipenda dall’abbandono, dall’annegamento, dalla tortura e dallo stupro di migliaia di altri esseri umani. Ciò che accade al di là dei patri confini non li interessa: il ruolo di aguzzini per ora lo delegano ad altri (anche quado a farne le spese sono degli italiani come Giulio Regeni. In quel caso il motto è “prima gli affari”; o anche “prima gli egiziani”). Domani – come insegna la storia – potrebbe toccare a loro la parte delle vittime, oppure quella di “volonterosi carnefici”. Intorno a Carola si stanno invece raccogliendo – come già intorno alla mite figura di Mimmo Lucano – tutte le persone che pongono il valore della vita umana al di sopra di ogni altra considerazione; e necessariamente ne nasce un aspro confronto con i seguaci di Salvini. Il primo impatto è con il loro linguaggio maschilista e razzista. Ne abbiamo orrore, anche perché sappiamo che quelle parole, quei tweet, trasportano violenza vera; un universo di orrore, un disprezzo per la vita – quella altrui, ma alla fine anche la propria – che dilaga in ogni angolo della nostra comune esistenza. 

Ci troviamo così di fronte a un vero “scontro di civiltà” (Carola e Salvini ne sono i simboli) che non separa nazioni, religioni o continenti, ma persone che vivono una accanto all’altra (gli “italiani”: non tutti amati da Salvini che finge invece di volerli difendere tutti) e persino all’interno di ciascuno di noi, o di alcune delle persone che frequentiamo, che per lo più non sono della Lega. E a dover fare i conti con gli argomenti che stanno all’origine di quello scontro di civiltà: “non possiamo accogliere tutti”, “per loro qui non c’è posto”, “perché non se ne stanno a casa loro?” e, come alibi, ormai in disuso, “aiutiamoli a casa loro”. Abbiamo delle risposte? Sì, ma escono dal seminato mainstream: quello che martellano tutti i giorni politici, media e “giornaloni” (compreso quello di Marco Travaglio, che sul punto è allineato con quelli che finge di combattere). Intanto Salvini, che strilla tutti i giorni contro gli altri Governi dell’Unione europea – tranne quelli che più si adoperano per affondare sia lui che l’Italia – sta rendendo loro un gran servizio: caricare su di sé la responsabilità di una politica di respingimenti promossa in realtà al gran completo proprio da quell’Europa dell’austerità e del fiscal compact che Salvini finge di combattere; una politica alimentata da Frontex (ora Agenzia europea della guardia di frontiera costiera) in combutta con tutti i servizi segreti degli Stati membri. Insomma, gli leva le castagne dal fuoco. Ma né Salvini né l’UE fermeranno il flusso dei profughi. Non li fermano nemmeno ora: arrivano a Lampedusa a centinaia ogni settimana e lui non lo dice; ma arriveranno sempre di più quanto più peggioreranno le condizioni dei loro paesi di origine per via di guerre e dittature provocate dal saccheggio dei loro territori e dal degrado generato dal cambiamento climatico: imputabile non a loro ma alle economie dei paesi “sviluppati” ed “emergenti”. E anche qui la politica di Salvini, che è un negazionista climatico, si sposa con quella dell’Unione europea, che invece si professa fedele agli accordi di Parigi, ma che li rinnega ogni giorno con le sue politiche, nonostante che i climatologi avvertano che abbiamo solo più pochi anni per impedire che il clima che ha reso possibile la vita della specie umana sulla Terra cambi in modo irreversibile. E così, avanti con guerre, fabbricazione e vendita di armi, pombaggio di idrocarburi, gasdotti, autostrade, gallerie, olimpiadi, “grandi opere”, grandi eventi, ecc. Quello scontro di civiltà che ora percepiamo attraverso i suoi simboli (Carola e Salvini) si salda qui alle sue radici reali: se non preserviamo il pianeta non salviamo nemmeno la vita delle prossime generazioni, moltiplichiamo i profughi che cercano un luogo in cui trovare riparo, degradiamo la convivenza, ci arrendiamo al cinismo dilagante, trasformiamo la Fortezza Europa in un carcere per tutti, noi compresi.

Abbiamo poco tempo; ma solidarietà e rispetto per chi sta peggio di noi, e soffre più di noi, sono condizioni ineludibili del rispetto per noi stessi e per chi ci vive accanto. Entrambi si radicano nel rispetto per la Terra e per l’ambiente, visti non più come una miniera da sfruttare, bensì come nostri compagni di viaggio i cui cicli vitali vanno salvaguardati. Per farlo occorre innanzitutto invertire il trend precipitoso dei cambiamenti climatici in corso con la conversione ecologica: grandi piani di investimenti che possono offrire nuove e più accettabili occasioni di lavoro a tutti, compresi i tanti o pochi migranti che arriveranno in Europa, che avrà sempre più bisogno di loro; ma soprattutto che possono permettere ai migranti che vorranno (e lo vogliono in molti) far ritorno liberamente nelle loro terre di origine, oppure alternarsi tra l’Europa e il loro paese, di contribuire anche là alla rigenerazione ambientale e sociale dei loro massacrati territori.

Che cosa significa emergenza climatica?

Che cosa significa dichiarare l’Emergenza climatica, come hanno fatto i Parlamenti di Regno Unito e Irlanda (ma non quello italiano) e centinaia di comuni in tutto il mondo, tra cui Milano e, a seguire, Napoli? Nei fatti, niente. Dopo quella dichiarazione tutto prosegue come prima e i responsabili possono lavarsene le mani. Quella dichiarazione legittima però ogni richiesta fondata di fermare subito le attività che aggravano la situazione e di spostare al più presto le risorse finanziarie e umane disponibili su iniziative che concorrono al drawdown, a invertire le tendenze in atto. Per questo, oltre a Comuni, Municipi, Regioni, Scuole, Direzioni didattiche, Università, questa richiesta va presentata anche a tutti i corpi intermedi: stampa, tv, sindacati, associazioni, rappresentanze di imprese, diocesi, parrocchie, partiti. Molte adesioni possono innescare un effetto valanga, che finirà per coinvolgere tutti, anche perché la situazione del clima sta peggiorando sotto i nostri occhi. L’importante è individuare, con ciascun interlocutore, le priorità (e non è facile, vista la nostra impreparazione); e poi incalzarlo perché alle parole seguano i fatti. Si può cominciare sottoponendo chi ha fatto la dichiarazione alla verifica delle tre regole di Extinction Rebellion, il movimento che ha bloccato mezza Londra per due settimane.

Primo: dire la verità (Tell the Truth). Che cosa hanno fatto, e che cosa intendono fare, qugli enti e i relativi responsabili – per esempio il sindaco di Milano, o i sindacati che andiamo a incontrare – per far sapere a coloro che rappresentano (elettori, lavoratori, ascoltatori, lettori, associati, dipendenti, studenti, fedeli, ecc.) che la vita e la convivenza umane su questo pianeta sono di fronte a un passaggio irreversibile che le renderanno, se non impossibili, decisamente ostiche per tutte le generazioni a venire, a partire da ora? Basta formulare pubblicamente questa domanda per scoperchiare un abisso. Se non si è negazionisti (cosa oggi impossibile) tutti gli interpellati devono ammettere di essere venuti meno alle proprie responsabilità: di aver ignorato o volutamente nascosto una cosa di una gravità sconvolgente, nota da tempo, che avrebbe dovuto imporre di abbandonare progetti, programmi e iniziative in corso o, per lo meno, di imprimere loro un cambiamento drastico. Perché non lo si è fatto? Difficile per loro rispondere; deve diventare altrettanto difficile non farlo.

Secondo: agire subito (Act now). Non deve più essere possibile dire una cosa e farne un’altra: dare una tessera onoraria a Greta e poi manifestare per tenere aperte le trivelle (ma di esempi come questi se ne contano decine). Se il rischio è immenso e imminente (ma non è un rischio; è una certezza), altrettanto grandi e immediati devono essere gli sforzi per prevenirlo. E se avviare nuovi progetti richiede tempo (ma non tanto: la rapida riconversione dell’industria degli Stati Uniti per fare fronte alla Seconda guerra mondiale citata da Stiglitz fa testo), fermare attività e interventi che aggravano lo stato del pianeta può essere fatto subito. E qui non c’è bisogno di studi: sono tutte le cose contro cui sono scesi in campo movimenti locali, nazionali, o mondiali: produzione e vendita di armi, Tav, Terzo valico, Olimpiadi, Tap, pesticidi, navi da crociera, nuove autostrade, altoforni dell’Ilva, invasione delle auto, ecc. Bisogna riuscire a spiegare che per ogni posto di lavoro che si perde ce ne sono almeno due, e forse più – meno nocivi per chi li fa e per chi ci abita intorno e più utili per tutti – nelle attività necessarie alla conversione ecologica: negli impianti per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, nella ristrutturazione di tutti gli edifici, in un’agricoltura biologica che rispetti il suolo, avvalendosi di tutti i ritrovati della ricerca agronomica, nella riorganizzazione della mobilità sia urbana che di lunga percorrenza, nel riassetto e nella rinaturalizzazione dei territori, nella gestione e nel recupero di scarti e rifiuti, oltre che in tutte quelle attività da cui dipende direttamente il nostro benessere: sanità, istruzione, cultura, assistenza ai più deboli, ecc. E bisogna adoperarsi perché il passaggio da un posto di lavoro a un altro venga programmato consensualmente, con le modalità di una promozione sia economica che sociale. Se l’ingiustizia nasce dal mancato rispetto per la Terra, il suo risanamento porta con sé maggiore equità.

Terzo: promuovere la partecipazione (Call assemblies): è la conseguenza diretta degli altri due punti: nell’informare il maggior numero di persone possibile bisogna offrire a tutti l’opportunità di chiarire i dubbi e di scoprire che c’è una risposta possibile e necessaria. Ma per addentrarsi nelle cose da fare, occorre articolare l’obiettivo generale della transizione casa per casa, strada per strada, impresa per impresa, scuola per scuola, comune per comune, ecc. Solo chi vive, lavora o studia in un determinato ambito può sapere veramente che cosa si può fare e a che cosa si può rinunciare. Per ora nessuno di noi lo sa, perché non se ne è mai discusso. Per questo, con il supporto dei tecnici, le assemblee sono innanzitutto luoghi di auto educazione.

Il futuro è adesso, con il suo presagio di panico prossimo venturo.

Tra poco, due o tre anni, forse quattro, mano a mano che ci si accorgerà che i cambiamenti climatici stanno rendendo la Terra un ambiente invivibile, la gente sarà presa dal panico. E si ritroverà come i passeggeri di un transatlantico – con posti di prima, seconda e terza classe – che affonda: senza scialuppe di salvataggio e senza che l’equipaggio, come tanti capitani Schettino, sia in grado di dare indicazioni per salvarsi (non potrà più scendere neanche lui). Gli scienziati che si occupano del clima sono unanimi (ormai i negazionisti si trovano solo tra politici e giornalisti, più qualche accademico da baraccone): la crisi climatica è già scoppiata; molte delle sue manifestazioni sono ormai irreversibili; ma in mancanza di un’inversione di rotta, la situazione è destinata ad aggravarsi, rendendo sempre più ostica per la specie umana la vita su questo pianeta (e non ce ne sono altri). Il deterioramento sta subendo un’accelerazione imprevista: fino a pochi anni fa la deadline dell’irreversibilità era stata posta a fine secolo; con il vertice di Parigi, al 2050; a Katowice (COP 24) tra 11 anni; per i glaciologi abbiamo a disposizione solo tre-cinque anni: ghiacciai e calotte polari scompaiono e l’atmosfera è inondata di metano che moltiplica l’effetto serra. Ce ne accorgeremo tutti: il tempo sarà sempre più ondivago, cambieranno le stagioni lasciando campo libero a eventi estremi: tempeste, siccità, ondate di calore. Si contrarranno i raccolti e ci si dovrà accontentare di quello che c’è; l’acqua non scorrerà più in casa a tutte le ore; si dovranno limitare viaggi in aereo e spostamenti in auto, per non parlare di crociere e barche da diporto; i supermercati si svuoteranno di molte merci e le fabbriche che le producono della loro manodopera: ignorare i cambiamenti climatici non fa bene all’occupazione. L’arrivo di nuovi migranti, profughi climatici o vittime di conflitti scatenati dalla crisi ambientale, si farà tumultuoso; nessuno riuscirà a fermarlo, nemmeno a costo di massacri ai confini e di caos ingovernabili sia nei paesi più colpiti dal clima che a casa nostra; la Tv mostrerà tutti i giorni disastri in ogni angolo della Terra. Questo è ciò che vedranno molti di noi nei prossimi decenni. Ciò che succederà dopo, ai nostri figli e nipoti, nessuno può dirlo.

Tecnologie e conoscenze indispensabili per cambiare rotta sono ormai disponibili: le fonti rinnovabili potrebbero soddisfare in pochi decenni tutto il fabbisogno di energia del pianeta, a condizione di un loro uso oculato; le soluzioni per ridurre i consumi a parità di risultato (l’efficienza) possono contribuire a una drastica riduzione di quel fabbisogno; in campo agricolo (secondo generatore di gas di serra dopo l’industria) le colture biologiche di prossimità, sostenute dai risultati della ricerca agronomica e da un rapporto più diretto con i consumatori, si sono già rivelate più produttive di quelle industrializzate, la cui resa è in calo per il deterioramento dei suoli provocato dalla chimica; e diete senza o con poca carne (meno allevamenti) salvaguardano meglio la nostra salute; applicazioni telematiche consentono trasporti condivisi sia di massa che personalizzati senza più bisogno di auto individuali; ecc. Dov’è allora il problema? Perché tutte queste cose non si fanno?

Perché le élite finanziarie che dominano il pianeta sono indissolubilmente legate ai combustibili fossili: controllarli dà loro potere e sottoterra ci sono ancora miliardi di tonnellate di carbone, di barili di petrolio, di metri cubi di gas; tutti quotati in borsa, come sono quotate in borsa le imprese che producono merci legate al petrolio: dalle auto alle armi, dagli aerei alla plastica, dalle autostrade alle navi da crociera. Si ha un bel parlare di green economy, ma chi di loro rinuncerà mai a quella montagna di denaro? Ma anche politici, sindacalisti e gran parte del mondo accademico non sono in grado di guidare la transizione; oltre ai vincoli che li legano ai “poteri forti”, essa comporterebbe la chiusura di milioni di posti di lavoro (insieme alla creazione di un numero molto più alto di nuovi impieghi, sicuramente più salubri e forse anche meno afflittivi). Non ci hanno mai veramente pensato. E continuano non pensarci, nonostante i salamelecchi tributati a Greta. Ma non ci abbiamo pensato nemmeno noi; o la maggior parte di noi. E senza una condivisione diffusa che si faccia egemonia, anche il pensiero di chi lo fa non vale (quasi) niente.

Per fortuna qualcosa si muove: gli studenti (e non solo) messi in moto dall’esempio di Greta. Hanno capito ciò che politici e media si ostinano a non vedere o nascondere: nonostante gli anatemi lanciati contro di loro (“iperconsumisti!”) i giovani sono per natura meno corrotti delle generazioni più “mature”. O sono stati comunque costretti a capire che il loro avvenire è anche peggiore del precariato, della disoccupazione, della perdita di reddito a cui, bene o male (cioè molto male) si erano quasi assuefatti. Non sono soli. Accanto a loro ci sono altri movimenti, come Extiction Rebellion, quello che ha ottenuto la prima dichiarazione di emergenza climatica di un Parlamento bloccando per due settimane Londra (2000 arresti). E sono già in campo da anni contro i cambiamenti climatici e chi li causa il più grande movimento sociale dei nostri tempi, Via Campesina, e molte popolazioni native dell’America Latina dell’Asia e dell’Africa da cui papa Francesco – l’unico “Grande” della Terra che se ne occupi – ha preso ispirazione per la sua enciclica Laudato Sì. Ma la discesa in campo, con scioperi mondiali (il prossimo il 27.settembre), del movimento Fridays for Future è stato uno scossone. Poco per volta, che il mondo non è destinato a restare come lo conosciamo ora lo capiranno tutti. Per sventare il panico, accanto alla denuncia dei processi in corso e delle sue possibili conseguenze, occorre che si faccia strada fin d’ora un sapere positivo: la capacità di individuare casa per casa, scuola per scuola, strada per strada, città per città e territorio per territorio, le cose da rivendicare, imporre e praticare per realizzare la conversione ecologica. A partire da quelle che devono essere fatte subito: stop alle grandi opere, a trivelle e nuovi gasdotti, ad altre autostrade e altre olimpiadi. Attrezziamoci invece a far fronte ai tempi duri in arrivo con gli investimenti più urgenti. Non c’è alternativa.

Ricominciare dal clima

Greta Thunberg non è una scienziata. E’ (diventata) una figura mediatica che dà voce a pensieri, timori (anzi terrori, come lei stessa suggerisce) e convinzioni che molti di noi coltivano, chi da  molto tempo e chi da meno, sulla base di studi sempre più precisi e incontestabili, ma anche sempre più drammaticamente allarmanti, prodotti da un Comitato dell’ONU sui cambiamenti climatici (l’Ippc). Che ci avverte che siamo vicini a un punto di non ritorno, oltre il quale non potranno più essere ristabilite sul nostro pianeta le condizioni che rendono possibile la vita e la convivenza di miliardi di esseri umani.

Ora, il quadro che ciascuno di noi ha di fronte è sconcertante. Greta viene accolta da (quasi) tutti con grandi onori; dice cose semplici e terribili; tutti (o quasi) la applaudono e lei se ne va verso un prossimo appuntamento di valenza mondiale. Ma tutto continua come prima. Ci sono, sì, anche quelli che la chiamano “gretina” e trattano noi che le diamo retta come cretini. Sono quasi tutti giornali, media e politici di estrema destra, perché il negazionismo climatico è di estrema destra. Il perché lo ha spiegato bene – tra gli altri – Naomi Klein nel libro Una rivoluzione ci salverà: affrontare seriamente la transizione energetica necessaria ad attenuare le conseguenze – in parte già irreversibili – dei cambiamenti climatici richiede una rivoluzione di tutto il sistema economico e di tutti gli assetti sociali in direzione di una loro democratizzazione radicale, cioè di un sistema di relazioni che si regga sulla partecipazione e sull’iniziativa dei più. Ovunque. Per questo, tra noi che ci sentiamo compagni di strada di Greta – ormai siamo in molti – e quelli che ci danno dei cretini c’è una grande “zona grigia”; una maggioranza smisurata di indifferenti. Che sono tali in parte perché non sanno: stampa, media, scuola e politici hanno fatto ben poco per informarli (e papa Francesco, che lo fa da quattro anni, è davvero una voce nel deserto). Ma anche quelli che un po’ ne hanno sentito parlare preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia: sentono che i problemi da affrontare sono troppo grandi per loro. A questa categoria sembra appartenere la totalità (o quasi) di politici, sindacalisti, giornalisti non di destra, docenti, preti. Continuano a parlare delle cose di sempre – soprattutto “la crescita” e, in subordine, i partiti, gli equilibri tra loro in Italia e in Europa, l’occupazione, il reddito, la salute, i migranti, “i giovani”, e poi il cinema, la Tv, la moda, le vacanze, il gossip, ecc.), come se non ci fosse una immane spada di Damocle che penzola sulle teste di tutti, le loro comprese.

La figura più sciocca l’ha fatta Zingaretti, che ha dedicato a Greta la sua vittoria (congressuale, non elettorale), e poi complimentarsi subito per il finto stato di avanzamento del Tav (un progetto che genererà 12 milioni di tonnellate di CO2 in una decina d’anni, ma che non entrerà mai in funzione perché da un lato e dall’altro del “Grande buco” continuerà a non trovare dei binari adeguati per iniziare o concludere la sua stupida corsa). Le elezioni sono passate senza che il problema dell’imminente apocalisse climatica venisse richiamata, se non come un tema tra gli altri, nel capitolo “ambiente” a cui ogni partito è ormai in obbligo di dedicare uno spazio, senza peraltro trarne alcuna conseguenza concreta. Per festeggiarsi il quotidiano Repubblica raduna 130mila persone, dove tutti parlano di tutto tranne che del clima, relegato in un angolo a un incontro con quattro esponenti del movimento Fridays for future. I sindacati minacciano uno sciopero generale nazionale alla ripresa autunnale contro le politiche del governo. Perché non fa niente, in Italia e in Europa, per affrontare la minaccia climatica? E perché ha rifiutato di firmare un documento di conferma dell’impegno, assunto al vertice di Parigi, di azzerare le emissioni carboniche entro il 2050?. Neanche per sogno! Il problema non è all’ordine del giorno. Come non lo è nella piattaforma dello sciopero nazionale indetto dalla Fiom per il 14 giugno, al cui centro c’è l’occupazione senza un solo cenno al problema dei problemi: che per fare fronte agli impegni assunti al vertice di Parigi bisogna chiudere molti impianti e molte fabbriche e immettere i relativi lavoratori – più molti altri da assumere ex novo, creando così molta nuova occupazione – nelle attività ad alta intensità di lavoro richieste dalla transizione energetica e dalla conversione ecologica. Intanto gli studenti di Fridays for future sono scesi in piazza in tutto il mondo (e a centinaia di migliaia in Italia) il 15 marzo e il 24 maggio (e lo faranno di nuovo il 27 settembre) per esigere un cambio immediato di passo ai Governi nazionali, sovranazionali e locali. Quale occasione migliore per mettere a punto insieme una piattaforma politica ed economica che cominci ad affrontare il problema in termini operativi? E quale occasione migliore, anche, per costruire insieme, movimento, sindacati e altre associazioni, quella Coalizione sociale – cambiandole magari nome, ormai screditato – che Landini si era impegnato a costituire quattro anni fa e che poi ha lasciato per strada, ma che resta un passaggio obbligato per qualsiasi prospettiva di trasformazione sociale e di cambio di rotta economica e politica in Italia e in Europa?

Il manifesto giornale ha aperto un dibattito sui rapporti tra ambientalismo e sinistra, ma forse è partito con il piede sbagliato. Il problema non è mettere insieme questi due orientamenti, ciascuno dei quali ha una sua storia, in Italia, ma non solo, sempre più evanescente. Occorre cominciare a dire (Tell the truth, dicono quelli di Extinction Reballion) – e poi prendere subito l’iniziativa (Act now) e poi ancora coinvolgere il maggior numero di persone (Call assemblies) – che tutti i grandi temi all’ordine del giorno, occupazione, migranti, reddito, salute, diritti, ecc., dipendono dalla capacità di affrontare a fondo un’unica grande e improcrastinabile questione; che li ricomprende tutti: come impegnarsi a fondo, e su tutti i fronti, nella lotta contro i cambiamenti climatici.

L’automobile come bene comune

L’automobile non è solo un veicolo semovente a quattro ruote; è un intero sistema di mobilità che ha dato la sua impronta a un’epoca; ed è la matrice, ma anche il prodotto, di gran parte del suo immaginario e del suo stile di vita. Da tempo l’automobile sta cambiando vesti perché non vuole scomparire, esattamente come succede al suo secolo – tutt’altro che breve – che cerca in ogni modo di trasmettere e trascinare nel terzo millennio le sue tare. L’automobile ha in effetti accompagnato l’ascesa e il declino delle grandi speranze che hanno contraddistinto il Novecento: l’emancipazione dei lavoratori ad opera della rivoluzione, o di un movimento operaio che ha avuto il suo baricentro proprio nell’industria dell’auto: un processo che si è risolto nel suo contrario, l’attuale umiliazione di tutto ciò che è lavoro; la democrazia del suffragio universale, che ha perso ogni incidenza poco dopo essere stato conquistato o concesso a tutti: non solo ai poveri e alle donne, che a lungo ne sono rimaste escluse, ma anche agli elettori di un numero sempre più ampio di paesi dove si vota tanto, ma non cambia mai niente; il sogno avveniristico di un universo popolato da macchine capaci di liberare gli umani dal lavoro, oggi trasformato nell’incubo dell’emarginazione dal consorzio civile proprio di chi il lavoro lo perde o non lo trova più; lo sfruttamento senza limiti delle risorse offerte dalla Natura convertitosi nella rivolta della Terra contro chi pensava di averla domata per sempre. Ed altro ancora.

L’automobile ha preso parte a questa parabola generale del secolo scorso creando in tutto il mondo, insieme a un’organizzazione del lavoro – il fordismo – che ha poi pervaso ogni altra attività, milioni di posti di lavoro e di retribuzioni (da tempo sempre più a rischio); ma soprattutto promettendo a tutti la libertà di spostarsi dove e quando e con chi si vuole; e di trasformarsi da fanti in cavalieri. Ma proprio quando e dove quella promessa sembrava essersi realizzata l’auto si è rivelata nient’altro che una sanguisuga che inquina, immobilizza, stressa e dissangua tanto chi vi sale a bordo quanto chi non vi è mai salito o ne è sceso, per un po’ o per sempre.

Da quest’incubo non ci libererà né l’auto elettrica (rinnovando o aumentando ancora il miliardo di veicoli che già intasano il pianeta), né l’auto che “si guida da sola”, ultimi colpi di coda del mostro per cercare di sottrarsi a un destino che lo pone invece di fronte a un bivio da cui si dipartono due strade in direzioni opposte. Una, quella che cercherà di tenere “il sistema” in vita con quelle due soluzioni, ci porta diritti e filati verso la catastrofe a cui l’automobile ha già dato e continua dare uno dei contributi più consistenti lungo tutta la sua filiera, dalla sua produzione, al suo utilizzo, al suo smaltimento: il saccheggio delle materie prime, i fumi degli impianti e degli stabilimenti di produzione; l’uso pervasivo e insensato (una tonnellata di ferraglia per trasportare 80 chili di ciccia…); la trasformazione del petrolio in CO2 nella moltiplicazione dei suoi spostamenti; la distruzione di suoli e centri abitati per farle spazio; i paesaggi sventrati per asfaltare le strade lungo cui farla correre; i residui oleaginosi e arrugginiti che ogni suo esemplare disperde a fine d corsa. Quella catastrofe climatica e ambientale, ormai ben visibile, sta cacciando dalle loro terre milioni e milioni di esseri umani alla ricerca della loro sopravvivenza, e sta trasformando il nostro habitat di automobilisti seriali in una fortezza in cui sarà sempre più difficile entrare, ma anche sempre più difficile uscire; perché ci rinchiude tutti in tante bolle al cui interno arrabattarci per assicurarci una  vita sempre più stentata, che renderà sempre più difficile quanto inutile quella mobilità a cui l’automobile aveva impresso il marchio della libertà; ma al cui esterno non ci sarà che la guerra di tutti gli esclusi: sia tra di loro che contro chi cerca di tenerli lontani. 

La seconda strada che si diparte da quel bivio è quella dell’automobile come bene comune, da condividere quando e tra chi ne ha di volta in volta veramente bisogno, come dovrà succedere con tutti gli altri beni che sono o che devono essere comuni, cioè condivisi tra una comunità, o una “rete”, che li gestisce autogovernandosi (e con questo garantendo il futuro della specie umana): l’acqua, l’aria, il suolo agricolo ed edificato, gli edifici inutilizzati o mal utilizzati, l’informazione, i saperi e tante altre cose. Le tecnologie ITC consentono di offrire a tutti la possibilità di un trasporto personalizzato senza possedere un’auto propria, proprio come la tecnologia del motore a combustione interna aveva permesso di riempire le strade di automobili personali, anche se destinate a rimanere ferme per la maggior parte del loro tempo.

Ora, guardando i progetti con cui ci viene prospettato il suo futuro dalle corporation dell’automotive, non c’è niente di più insensato, ma per fortuna anche di più irrealistico, che rinchiudere ogni essere umano dentro un guscio semovente – dove farsi la propria “cameretta” – che riproduce al suo interno le fattezze del “guscio casa”; o del “guscio ufficio” – dove continuare a lavorare anche quando si va da un posto all’altro – e dove trascorrere una parte sempre più consistente del proprio tempo, imbottigliati tra un luogo e l’altro della propria esistenza. Ma togliendo a chi dimora in quel guscio, e per tutto il tempo che vi dimora, anche la responsabilità di guidare, perché quei gusci verranno incolonnati lungo autostrade che sanno già dove portarti, uno dietro l’altro, come tanti vagoni di un treno in cui ciascun passeggero ha il suo scomparto, ma anche il suo motore, e i suoi consumi, e il suo spazio, per portarsi appresso tutte le sue cose: anche quelle che non gli servono. 

Questa visione della mobilità futura non è che un risvolto particolare di un progetto generale che consiste nello svuotare l’essere umano di ogni suo contenuto particolare (che vuol dire di ogni libertà di scelta) per consegnarlo e renderlo schiavo di una macchina; o di una “piattaforma”; o di una organizzazione; o di una dieta decisa da chi già ha, e vuol avere sempre di più, il controllo del cibo; o di una terapia permanente (una medicalizzazione che lo trasformi per sempre in un composto chimico artificiale); o di una guerra decisa altrove e fatta dai robot, in cui il ruolo obbligato di ognuno di noi sarà  quello di vittima designata di qualche danno collaterale.

Greta docet

Greta Thunberg ha reso noto che salterà il prossimo anno scolastico per dedicarsi al compito che si è data: continuare a tenere all’erta la Terra, cioè noi, sui pericoli che incombono e l’urgenza di affrontarli.  Questa decisione  è resa obbligata da due degli impegni che Greta si è presa: partecipare all’Assemblea generale dell’Onu del prossimo 23 settembre a New York, che prevede una discussione sul clima, e alla Conferenza delle Parti (COP 25) che si terrà in Cile a dicembre. Greta intende raggiungere entrambe queste destinazioni senza usare l’aereo. La cosa è complicata, perché alcune sue rotte non sono coperte da altri mezzi di trasporto; evitare l’aereo in quei viaggi è però incompatibile con la frequenza scolastica, anche quella interrotta dai periodici scioperi del venerdì.

A molti sembrava sbagliato che una studentessa interrompesse gli studi per addossarsi un compito così pesante. Ma a loro Greta ha già risposto: a che cosa serve che andiamo a scuola se state negando il futuro a tutta la mia generazione? Nessuno è stato in grado di replicare.

Ad altri può sembrare assurdo intestardirsi a non salire su un aereo anche quando i viaggi sono lunghi e complicati.  Se però le conferenze internazionali fossero sempre così difficili da raggiungere per tutti sarebbero forse di meno ma più costruttive. Quello che Greta cerca di spiegarci con i fatti e non a parole è che dobbiamo tutti abituarci, e presto, non solo a cambiare completamente le nostre abitudini (e certo non rientra tra le “abitudini” della maggior parte di noi andare a New York o in Cile), ma anche a ridurre la gamma delle possibilità su cui si è fatto conto finora. Per ridurci tutti in povertà? Certamente non per arricchirci. Ma perché al posto del disastro che ci aspetta se non cambia tutto alla svelta, si possa ancora prospettare realisticamente un mondo migliore per tutti: quello a cui Alex Langer aveva alluso con il suo magistero:  un mondo che vive più lentamente (e Greta ci fa capire che cosa comporta), più dolcemente (nel gestire le nostre relazioni), più in profondità (recuperando una dimensione interiore che la vita odierna ci fa perdere). Con i suoi mezzi Greta spiega una cosa che non riesce ancora a entrarci in testa: non c’è tempo da perdere.

Quanti politici hanno reso omaggio a Greta! E poi? Quanti Comuni e Parlamenti hanno dichiarato l’emergenza climatica per poi continuare il loro trantran! Quanti continuano a comportarsi come sempre, anche se siamo sull’orlo di un baratro? E come spiegarcelo? Tre ipotesi:

Sono (e siamo) ignoranti. In effetti politici, media e scuola non hanno fatto molto, soprattutto in Italia, per illustrarci la minaccia climatica. Ma dopo la comparsa di Greta e del movimento Fridays for Future nessuno può più dire di non sapere: neanche quei giornalisti che continuano a trattarla, e a trattarci, come deficienti.

Sono (e siamo) cinici. Sta per arrivare qualcosa di terribile, ma pensiamo che non ci riguardi, che riguardi solo altri. Per questo i politici continuano a fare gli stessi discorsi, i giornalisti a scrivere gli stessi editoriali, gli economisti a ripetere la stessa tiritera (si parla sempre solo di “crescita”) e i prof a fare le stesse lezioni (ahi, il programma!).

Sono (e siamo) sclerotici. I governanti non sanno come affrontare il problema perché capiscono che dovrebbero cambiare tutto, a partire dai loro progetti politici e di vita.  Per questo sembra prevalere una “volontà di non sapere”: meglio nascondere la testa sotto la sabbia. Ma questa condizione non riguarda solo loro. Riguarda anche tutti noi. Chi di noi ha cominciato anche solo a pensare come si dovrebbe riorganizzare la propria vita in un mondo che non ci offrirà più molte delle soluzioni che conosciamo per mangiare, vestirci, spostarci, riscaldarci, collegarci? Quello che Greta cerca di insegnarci con i fatti è proprio questo.

È ovvio che da soli, ciascuno per conto suo, non si  realizzerà niente di significativo. Occorre il confronto, l’azione collettiva, la politica, la traduzione della conversione ecologica in progetti concreti, in rivendicazioni e soprattutto in partecipazione. A partire dalle scuole – perché il movimento è nato e per ora vive soprattutto nelle scuole e nelle Università – che da settembre dovrebbero trasformarsi in centri di informazione, discussione, educazione, ma anche di progettazione e soprattutto di coinvolgimento, sui temi fondamentali della conversione ecologica, aprendo al quartiere e al territorio. Perché – è l’obiettivo che ci indica Greta – il prossimo sciopero mondiale, il 27 settembre, deve coinvolgere anche gli “adulti”, cioè i lavoratori e i territori. Che cosa ne pensano sindacati e associazioni?