Un fallimento annunciato

Dirsi “di sinistra” non fornisce più da tempo una rendita elettorale di posizione a chi si dichiara tale. Lo sapevano già coloro che negli anni passati avevano costruito prima Alba, poi Cambiaresipuò e poi ancora L’Altra Europa, escludendo la parola sinistra dal loro logo: non che fossero di destra o di centro, o che rinnegassero i valori storici – quali? – della sinistra, cercavano solo di costruire consenso su altre basi, mettendosi in gioco con proposte e impegni più o meno concreti. Se ne sono però dimenticati i promotori della lista La sinistra: una lista abborracciata all’ultimo momento dopo molti incomprensibili litigi, andirivieni e veri e propri linciaggi dei propri esponenti. Ma non fornisce più una rendita di posizione nemmeno chiamarsi Verdi: altra lista abborracciata all’ultimo momento, con pochi agganci con le molte battaglie per l’ambiente (alcune in corso da decenni!) e le recenti mobilitazioni per il clima in campo anche in Italia (esclusi i volantinaggi dell’ultima ora). L’avanzata dei Verdi in diversi paesi europei non è un riflesso passivo della battaglia ingaggiata da Greta Thunberg; è in larga parte il frutto di un impegno intenso e capillare, per lo meno sul piano informativo e didattico, che in Italia è mancato o è stato del tutto insufficiente e per questo ignorato. Certo, anche grazie al fatto che in nessun altro paese stampa e media sono stati altrettanto compatti contro le tante lotte – anch’esse di valenza generale – per la salvaguardia o la valorizzazione dei territori, come quelle NoTav e NoTap; o altrettanto sordi e ciechi di fronte alle grandi minacce che incombono sul pianeta (l’apocalisse climatica e la distruzione della biodiversità) che la maggior parte dei politici di destra come di sinistra (per non dire tutti) nemmeno conosce, o non ritiene comunque temi degni di una chiamata alla mobilitazione. Un atteggiamento certamente comprensibile, perché affrontare quei temi richiede impegnare e impegnarsi a un cambiamento radicale del proprio agire e delle proprie proposte che poco ha a che fare con i modi tradizionali – a cui non crede più nessuno – con cui i programmi, elettorali e non, cercano di affrontare le questioni fondamentali del vivere quotidiano: redditi, lavoro, salute, abitazione, convivenza, cioè migranti, o famiglia (che vuol poi dire rapporto tra uomo e donna, ma anche tra genitori e figli).

I tempi richiedono un approccio radicalmente diverso, che per ora solo papa Francesco (e pochi altri) hanno dimostrato di saper adottare: con molti importanti discorsi e soprattutto con l’enciclica Laudato sì. Un’enciclica a cui nessun politico non razzista e reazionario ha mai smesso di fare qualche “richiamo d’ufficio”, spesso senza nemmeno averla letta e, sicuramente, senza averne tratto un qualche insegnamento. Solo una riconsiderazione radicale del rapporto tra essere umano e ambiente, tra le nostre vite e il resto del vivente, tra un presente presentato come immutabile e un futuro evanescente, se non terrorizzante, può rimettere in piedi una prospettiva politica – cioè, di autonomia personale e di autogoverno collettivo – entro cui collocare anche le rivendicazioni fondamentali portate avanti dalle lotte sociali nel corso della lunga storia del movimento operaio. Al di là di questa prospettiva resta solo la paura: paura del “diverso”; di perdere a suo vantaggio quel poco che ancora si ha, che poi non è né benessere né rispetto, ma solo la fatica del vivere e l’idea falsa di una “identità” che dovrebbe accomunare persone che in realtà non provano alcun piacere nello stare insieme: nessuno di noi desidera vivere a fianco dei seguaci di Salvini – anche se le regole della convivenza ci impongono di farlo – come nessuno dei seguaci di Salvini è fiero di convivere con noi, l’altra parte di quegli “italiani” che tanto invocano. Questa paura, che ha invaso non solo l’Italia, ma un po’ tutto il mondo, è quella che ha permesso di realizzare (per ora) la più grande operazione mediatica messa in atto alla svolta del secolo: scaricare su chi sta peggio di noi, nel nostro paese come nel mondo intero, criminalizzandolo, la responsabilità del malessere e della miseria provocate da quell’1 per cento che sta appropriandosi a passi da gigante delle vite e del pianeta (la “casa comune”) di tutti.

L’altra paura, quella che molti di noi – ma evidentemente non tutti, e neanche la maggioranza – provano sempre più intensamente, fino a venirne metaforicamente paralizzati, è quella provocata dall’affermazione non solo di Salvini, ma di tutte le destre xenofobe, razziste e maschiliste in larghe parti del mondo; e persino nei più insospettati anfratti della nostra società, quelle che credevamo immuni, come la Riace di Lucano, la Lampedusa di Bartòlo, la Valdisusa di trent’anni di resistenza contro lo stupro di un territorio e di una comunità. A questa paura, e non certo all’adesione a una svolta che non c’è mai stata, è senz’altro riconducibile la piccola e politicamente insignificante “rimonta” del PD (l’inutile mito del “voto utile”); ma anche il crollo dei 5Stelle, non più visti come un baluardo contro i progetti devastanti che accomunano sia PD che Lega a tutto l’establishment parassitario che sta divorando il paese insieme alle nostre vite. Se il Tav “deve” essere fatto, se per “liberarci” dai migranti dobbiamo consegnarli ai predoni della Libia (che con le motovedette donate dall’Italia non solo catturano i migranti per riportarli da dove cercano di scappare, ma cacciano anche i pescatori italiani – “Prima i libici!” – dal mare che l’Imo gli ha attribuito come fosse proprietà privata), ebbene, allora tanto vale consegnarsi a chi quelle cose le sa fare meglio. Nessun dubbio che in questo caso vinca Salvini. 

Per questo, più che nella rinascita dei partiti esistenti, occorre forse lavorare innanzitutto alla promozione di un vasto movimento di opposizione alle più pericolose politiche messe in atto dagli organi dell’Unione perché è solo l’esistenza di una controparte comune che può permetterci di cominciare a unificare le mille istanze che oggi si presentano in ordine sparso ai grandi appuntamenti del secolo.


Climate strike. Verso il 20 settembre

La seconda giornata mondiale di sciopero per il clima si è conclusa positivamente. In Italia, e in particolare a Milano, ha registrato una partecipazione più ridotta, ma sicuramente più consapevole e convinta, di quella del 15 marzo, come è nella natura di un movimento che sta crescendo. Era prevedibile: non c’era più la novità del primo colpo, del primo strike; i media erano concentrati sulle elezioni europee (d’altronde, il modo in cui hanno trattato le manifestazioni il giorno dopo evidenzia la volontà di “chiudere la partita” con Greta al più presto: hanno cose più importanti di cui occuparsi…); l’anno scolastico volge al termine ed è tempo di verifiche; infine minacciava maltempo, anche se poi la giornata è stata bellissima: piena di sole e di slogan, canzoni, cartelli, striscioni autoprodotti. E senza quella selva di bandiere di partito e di simboli di associazioni che trasformano le manifestazioni – anche le più belle, come quella del 23 marzo a Roma per la Terra – in una specie di supermercato dove la merce in vendita viene esposta, nella speranza che qualcuno la compri…

Inutile parlare di numeri: eravamo, sia al mattino (lo sciopero degli studenti) che al pomeriggio (il corteo per chi al mattino non poteva esserci), più di quanti ne abbiano riuniti Salvini e Zorro in Piazza Duomo, pur tenendo per buono il falso pallottoliere pro-partiti di maggioranza in dotazione a tutte le Questure d’Italia; d’altronde nelle piazze di Salvini una buona metà è lì per fischiarlo e solo metà per ascoltarlo.

Lo strike di Milano si è concluso con un forse inutile dibattito nei giardini della Triennale; con una prima parte, impostata sulla contrapposizione tra buonisti (chi si batte per il clima) e ingenui (chi non se ne cura), denunciata sì come falsa, ma senza opporvi alcuna alternativa valida: per esempio quella tra responsabili (chi ascolta gli allarmi degli scienziati) e impostori (chi volutamente li ignora per non colpire interessi dominanti). Tutto sembrava invece risolversi in una serie di buoni comportamenti – tracimati anche nella seconda parte del dibattito, con l’insistenza sulla raccolta differenziata – a cui affidare l’uscita dall’emergenza, ignorando completamente l’esistenza di imprese, enti, media e interessi che lavorano ogni giorno per imporci uno stile di vita insostenibile.

Quando poi si è passati agli enti – Comune, media, imprese – lo spettacolo è stato devastante: tutti sono all’avanguardia nella lotta per l’ambiente; tutti hanno fatto tutto quello che andava fatto. Resta da spiegare però come mai siamo arrivati lo stesso a questo punto. L’architetto Boeri ha proposto di mettere a dimora tre milioni di alberi, senza spiegare se per piantarli basta il suolo (per esempio quello degli scali ferroviari o dell’ippodromo in via di cementificazione), o se per ogni ciuffo di piante bisogna costruire un apposito grattacielo come quello che lo ha qualificato come archistar, con i suoi inevitabili consumi energetici. Mentre il direttore del Corriere della Sera ha vantato il lungo impegno del suo giornale sul tema dei cambiamenti climatici, senza ricordare che per anni il suo giornale (lui però non ne era ancora il direttore) dava voce solo all’unico – insieme a Rubbia – scienziato negazionista italiano, Guido Visconti, recentemente pentitosi e passato dalla nostra parte senza mai riconoscerlo.

Tra inevitabili alti e bassi il movimento Fridays for future ha comunque confermato non solo la sua permanenza, ma anche la sua forza, che poggia, per ora, su due pilastri fondamentali. Innanzitutto è un movimento mondiale: a uno a uno, chi prima e chi dopo, tutti i governi dovranno cominciare a tenerne conto, con i fatti e non a parole. Poi si confronta con un peggioramento del clima di cui tutti – anche i negazionisti – sono ormai costretti a prendere atto e che con i suoi eventi estremi sempre più gravi e frequenti impedirà a tutti di metterlo nel dimenticatoio (o di continuare a sfotterlo, come fanno tutti coloro che si fanno un vanto della loro ignoranza e cattiva fede).

Il movimento continuerà con la moltiplicazione di azioni sparse, come l’occupazione della sede dell’Enel a Milano o a Napoli, che non fanno capo direttamente a Fridays for future, o quelle messe in atto da Extinction Rebellion, che sono indispensabili per tener alta l’attenzione sul tema. E crescerà mano a mano che, dopo Milano e Napoli, altri Comuni – e, si spera, Regioni – saranno spinti a dichiarare l’emergenza climatica: per ora solo a parole, ma legittimando con ciò le rivendicazioni sempre più radicali che il movimento presenterà loro.

Intanto, dopo il 24, e in vista del prossimo strike mondiale del 20 settembre, c’è l’urgenza dimettere a fuoco i prossimi impegni.

Il primo l’ha esplicitato Greta: il prossimo sciopero deve coinvolgere anche gli adulti, quelli che non sono studenti o studentesse. Non che finora siano mancati, ma sono arrivati in ordine sparso; sempre, peraltro, bene accetti. D’ora in poi bisogna lavorare perché “gli adulti” e soprattutto i lavoratori si convincano a partecipare in massa al movimento perché siamo tutti esposti allo stesso rischio mortale. E quindi occorre agire innanzitutto sulle famiglie – e sui condominii, sui Municipi e le associazioni di quartiere – degli studenti impegnati nel movimento. Poi sul personale di aziende, stabilimenti, enti – e non solo attraverso i sindacati, oggi riluttanti se non contrari a impegnarsi in questo campo, o pronti a farlo solo a parole – promuovendo volantinaggi, riunioni, assemblee, dibattiti sul tema, fuori e dentro i luoghi di lavoro e presentandosi in massa all’ingresso e all’uscita dal lavoro, come avevano fatto davanti alle fabbriche gli studenti di cinquant’anni fa.

Ma per farlo bisogna prima rafforzare sul piano organizzativo la presenza del movimento nelle scuole e nei dipartimenti, mettendo all’ordine del giorno, prima dell’inizio del prossimo anno scolastico, la revisione dei programmi, dei corsi di studio e degli orari scolastici per far posto ai temi dell’emergenza climatica e ambientale, unitamente alla richiesta di interventi per rendere ambientalmente sostenibili gli edifici in cui si impartisce l’istruzione…

In terzo luogo occorre mettere a punto, non nel chiuso di un’assemblea, per quanto affollata, ma nel confronto aperto con il corpo studentesco e con le associazioni e i comitati che si riescono a raggiungere, quali sono gli interventi più urgenti per tradurre in fatti le dichiarazioni di emergenza approvate: sia le cose da fare al più presto, sia quelle da bloccare subito. E qui casca l’asino. Perché convincere un’amministrazione che la strada che sta percorrendo è sbagliata e che occorre cambiare rotta è come chiedere ai suoi esponenti di cambiare mestiere…

Tutto concorre a far credere che, tutto sommato, ce la si può cavare con poco: un po’ più di raccolta differenziata, una dieta con meno carne, un po’ più di bicicletta, un po’ di pannelli solari sui tetti, qualche viaggio aereo in meno, il vetro al posto della plastica – tutte cose sacrosante – e la vita può continuare come prima…

Non è così. Bisogna sì partire dai problemi della vita quotidiana di tutti, però entrando nell’ottica che i cambiamenti a cui andremo incontro saranno radicali: sia se si lascia che le cose continuino per il verso attuale, sia se si cercherà di riprendere in mano il nostro destino, e quello di tutte le future generazioni. Insomma, comunque vada, niente, ma proprio niente, sarà più come prima. Occorre disporci e disporre chi incontriamo, a entrare in un mondo completamente diverso.

Emergenza clima: dalle parole ai fatti

Il Consiglio comunale di Milano ha approvato un ordine del giorno che dichiara l’emergenza climatica e ambientale, come hanno già fatto molte municipalità nel Regno Unito, negli Stati uniti, in Australia e Spagna. E’ una importante vittoria del movimento Fridays for future che da tempo si batte per imporre questo passo. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il mare. Ovunque. Per questo è opportuno sottoporre quella dichiarazione alla prova delle regole fissate da Extinction Rebellion, il movimento che ha imposto l’emergenza climatica e ambientale al Parlamento britannico. Sono solo tre frasi: Dite la verità (Tell the truth), Agite subito (Act now), Convocate le assemblee (Call assemblies). 

Dite la verità: cioè dite che abbiamo solo più dodici anni per arrestare, con il concorso di tutti, una catastrofe planetaria e i danni prodotti in due secoli; danni che riguardano sia il cielo (quello che succede al clima) che la Terra (il suo avvelenamento e la scomparsa di un milione di specie, vitali per la rigenerazione degli ecosistemi). E’ una verità che la politica, il mondo imprenditoriale e manageriale e gran parte di quello accademico hanno nascosto o ignorato per anni. Ma che ora dovrebbe obbligare quei signori a far le valigie e lasciare i loro posti a chi da anni, o da mesi, o anche solo da settimane, lo grida in tutti i modi. Non lo faranno; ma cominceranno, almeno, a riportare l’attenzione sull’imminenza di quel collasso, passando ai fatti?

Agite subito: cioè indicate ora le cose da fare al più presto e soprattutto le cose da non fare più. Mettere in cantiere nuovi progetti richiede tempo (anche se la rapida mobilitazione dell’apparato industriale degli Stati uniti per far fronte alla Seconda guerra mondiale è un buon precedente); ma stoppare progetti e programmi devastanti si può fare subito, affrontando poi con calma e rigore le conseguenze legali e occupazionali e le esigenze di servizi sostitutivi. Quindi, vanno bloccati subito progetti come Tap e Tempa Rossa (perché aggiungere altro gas e petrolio a quello che dovremo eliminare tra poco?), gli inutili Tav Torino-Lione e Terzo valico e le nuove autostrade, i nuovi aeroporti, le nuove costruzioni su suoli agricoli (e, ovviamente, le armi). Qualcosa in contrario? Inseriteli nello scenario dei prossimi trent’anni, cosa che nessuna analisi costi-benefici ha mai nemmeno provato a fare… Se non si ritiene necessario bloccare quei progetti è ipocrita fingere di condividere le parole di Greta. Poi, per quanto riguarda Milano, la città che ha dichiarato l’emergenza, vanno abbandonati progetti come Olimpiadi, riapertura dei Navigli, nuovo stadio, cementificazione dell’ippodromo e degli scali (destinandoli a verde e orti urbani); e occorre realizzate nel giro di pochi anni “bazzecole” come la chiusura di tutte le centrali termoelettriche che alimentano la città e il divieto di accesso a tutte le auto non condivise e non di servizio, sia convenzionali che elettriche. Solo a dirle, fanno tremare le vene ai polsi; ma non siamo forse in guerra contro un “sistema” che altrimenti ci porta al collasso? Quanto a ciò che una città dovrebbe mettere in cantiere, eccone un breve e provvisorio elenco: solarizzazione termica e fotovoltaica di tutti i tetti esposti, coibentazione di tutti gli edifici e installazione generalizzata di pompe di calore in tutta la città; istituzione rapida di team misti di tecnici per check-up, progettazione e individuazione – gratuite – dei costi e delle soluzioni finanziarie. Trasporto urbano di linea potenziato e gratuito (la capacità dei mezzi esistenti e futuri raddoppia, e i costi diminuiscono, se si liberano le strade da traffico e parcheggio delle auto private) e istituzione di servizi a chiamata di trasporto condiviso di passeggeri e merci; promozione della conversione a colture ecologiche del territorio periurbano e campagne a sostegno di diete ecocompatibili; disincentivazione di vacanze e trasferte in aereo. Sono solo esempi per dare l’idea della dimensione delle cose da fare. Fondi e credito necessari dovranno essere rivendicati, a livello nazionale ed europeo, proprio in nome dell’emergenza; ben sapendo che in progetti come questi ci sarà lavoro per tutti, nativi e migranti, a tutti i livelli di specializzazione. Riusciranno i nostri eroi a realizzare in tempi stretti tutte (o quasi) queste misure? 

Convocate le assemblee: la conversione ecologica non può farsi senza coinvolgere la popolazione, sia come lavoratori che come utenti e contribuenti. Spetta a noi garantire che la giustizia ambientale sia anche giustizia sociale. Le assemblee locali e settoriali convocate dalle autorità in carica – Comuni, Municipi, Città metropolitane, Governi nazionali Unione europea – avranno una partecipazione tanto più larga, continua e articolata quanto più ampi saranno i temi sottoposti a consultazione e deliberazione. Ma esse promuoveranno anche una conflittualità con i poteri costituiti tanto più intensa quanto più le scelte da effettuare ne minano gli interessi o richiedono misure onerose; il cui costo non deve ricadere sulla generalità dei cittadini o su chi dovrà cambiare lavoro. Sarà comunque il rapido peggioramento del clima a spingere alla partecipazione e al conflitto sempre più persone; se sapremo raccogliere le loro preoccupazioni. Quelle assemblee dovranno essere un embrione di democrazia partecipata – da affiancare, e non da contrapporre, a quella rappresentativa – ma anche uno strumento di autoformazione: nessuno di noi, per ora, sa esattamente quello che bisogna fare o non fare più nel quartiere, nella scuola, nel condominio, nell’azienda in cui vive o lavora. Non se ne è mai parlato. Ma per non subire passivamente le catastrofi in cui rischiamo di incorrere quelle domande devono diventare l’oggetto di un reciproco e continuo interrogarsi: è la base di una cultura adeguata ai tempi, di una società più democratica, di un confronto alla pari che restituisca senso e autostima alla vita di tutti.

Una rivoluzione ci salverà

Nella ricorrenza, troppo spesso puramente formale, della “giornata della Terra”, possiamo considerare un grosso passo avanti il fatto che il  movimento ormai mondiale Friday for future, cresciuto intorno alle comparse mediatiche di Greta Thunberg, insieme al più recente Extinction Rebellion, hanno posto all’ordine del giorno del pubblico – in gran parte tenuto all’oscuro da media, politici e accademia della gravità e dell’urgenza del problema, soprattutto in Italia – il tema dei cambiamenti climatici, ormai prossimi a una deriva irreversibile e catastrofica per la vita umana sul nostro pianeta. Una specie di “lettera scarlatta” del nostro tempo che, come quella del racconto di Poe, non riusciamo a vedere proprio perché ce l’abbiamo davanti a noi.

“Non c’è più tempo”: mancano pochi anni al punto di non ritorno: dodici per gli scienziati dell’IPCC, solo cinque per James Anderson che analizza l’evoluzione dei ghiacci sulla Terra. L’umanità tutta, i suoi governi, il suo establishment, i suoi membri arrivano completamente impreparati a questa scadenza, nota da decenni. Non è “l’inerzia” dei governi il nostro principale nemico, bensì il fatto che sia loro che noi continuiamo a bombardare il pianeta con tutte le cose che ci stanno portando alla catastrofe. Invece dovremmo tutti considerarci in guerra: non “contro il clima”, ma contro le cose che facciamo o subiamo tutti i giorni. Ma per andare in guerra occorre riconvertire in tempi rapidi sia la produzione che il nostro stile di vita, dotandoci da subito delle armi necessarie a combatterla e vincerla. Lo avevano fatto in tempi strettissimi tutte le potenze impegnate nella Seconda guerra mondiale. Lo si può e deve fare anche adesso, con una mobilitazione generale.

In mezzo a tante cose giuste Greta fa un errore, più volte ripreso dai suoi giovani seguaci: “I politici sanno che cosa bisogna fare, ma non lo fanno”. Non è vero; i politici non sanno assolutamente che cosa fare, non ci hanno mai veramente pensato (pensano ad altro, al PIL, alla crescita, alle grandi opere e ai grandi eventi, al loro elettorato, alle tangenti) perché i problemi da affrontare sono troppo grandi per loro; per questo preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia.

Certo, gli scienziati sono ormai (quasi) tutti d’accordo sull’origine antropica e l’imminenza del disastro e le tecnologie necessarie a decarbonizzare il pianeta sono ormai disponibili. Ma la transizione comporta sconvolgimenti radicali di tutti gli assetti sociali che né i politici, né il mondo delle imprese e meno che mai la generalità dei cittadini sanno come affrontare. Ma è ora di cominciare a delineare a grandi linee i passi da compiere; la loro definizione non può essere affidata solo ai tecnici, come quelli che l’economista liberista Jeffrey Sachs ha convocato a Milano il 2 e 3 aprile per discutere di come decarbonizzare il mondo. Manca in tutto questo la politica, quella vera, cioè il coinvolgimento e l’autogoverno dei cittadini in un rapporto dialettico tra alto (i Governi) e basso (le comunità locali). Manca una road map che occorre mettere in discussione senza lasciarsene spaventare. Qui si prova a indicarne almeno alcuni passi:

  1. Dichiarare, come hanno già fatto alcune città e università, lo stato di emergenza climatica. Vuol dire bloccare il più rapidamente possibile tutte le attività che producono gas climalteranti, dando la priorità a tutte quelle che concorrono alla decarbonizzazione;
  2. Garantire un reddito certo a tutti i lavoratori che perderanno il lavoro – o non lo troveranno – nelle imprese soggette a chiusura, in attesa di una loro ricollocazione in imprese e progetti impegnati nella transizione energetica;
  3. Spostare tutti gli investimenti e gli incentivi pubblici diretti dalle attività legate ai fossili a quelle legate alla transizione. Non si tratta di noccioline: significa, nell’immediato, bloccare  produzione e importazione di auto individuali e di barche da diporto, comprese le crociere, e convertire gli impianti per produrre mezzi di trasporto collettivo o condiviso (l’elettrico, di per sé, garantisce scarsi benefici climatici, anche se emette meno inquinanti) e impianti di generazione elettrica alimentati da fonti rinnovabili; bloccare tutte le centrali termoelettriche e tutti i consumi energetici superflui; trasformare nel più breve tempo possibile involucri e alimentazione energetica di tutti gli edifici; convertire agricoltura e alimentazione alle produzioni biologiche e di prossimità, riducendo il consumo di carni, ma soprattutto di acqua e lo sfruttamento senza rigenerazione dei suoli; ridurre al minimo trasporto aereo, vacanze esotiche, import-export di merci superflue, traffico transoceanico;
  4. Fissare delle sanzioni per gli Stati e le corporation che non si adeguano a queste esigenze con piani dettagliati, sottoponendoli a un monitoraggio sovranazionale. Altro che accordi di Parigi…
  5. Coinvolgere il numero maggiore possibile dei residenti di ogni comunità nella definizione, nella progettazione e nella realizzazione a livello locale di questi obiettivi, perché le misure per farvi fronte non possono essere determinate in modo centralistico dagli Stati. E’ a questa attività, oltre che a fare pressione sui Governi, che dovranno dedicarsi fin da subito le diverse espressioni che assumerà il movimento per la salvezza climatica. La transizione che ci attende non è un’opzione tecnica, ma una rivoluzione dei consumi, degli stili di vita, degli assetti produttivi, dei rapporti di potere i cui elementi determinanti sono il conflitto e la partecipazione; per questo sono inaccettabili dall’establishment al potere, come ha cercato di spiegarci Naomi Klein nel suo libro Una rivoluzione ci salverà.

Oggi sembrano cose impossibili anche solo da concepire (e Greta viene trattata come una “deficiente”: da compatire o da lusingare; senza conseguenze). Tra pochi anni sembreranno ancora del tutto insufficienti.

Fridays for future

Il 12 e il 13 aprile si è svolta a Milano la “due giorni” di Fridays for future Italia. La sera del 12 con una conferenza scientifica affidata a quattro esperti: sulle fonti rinnovabili, sulle ripercussioni in agricoltura, sullo stato della ricerca, sul negoziato internazionale e sulla dimensione sociale dei cambiamenti climatici. Il 13 si è svolta invece, per tutto il giorno, l’assemblea nazionale costituente del movimento italiano, la prima nel mondo: “d’altronde il corteo di Milano è stato il più grande di tutti”, ha detto con orgoglio uno degli intervenuti. Se la sera prima il pubblico era “misto”, metà di giovani e metà di persone mature, il giorno dopo l’aula magna della facoltà di fisica era stracolma solo di giovani e giovanissimi (con rarefatta presenza di anziani), tra cui circa 200 delegazioni da oltre 100 città italiane. L’età media molto bassa è una caratteristica e un vanto di Fridays for future. Per molti intervenuti, più che di studenti – “che mai ci facciamo a scuola se lì non ci insegnano altro che a riprodurre un modello di sviluppo che ha solo più pochi anni di vita?” – il loro è un movimento della “nuova generazione”: una generazione “preoccupata” se non “terrorizzata”; “la prima che sperimenta il cambiamento climatico, ma anche l’ultima che ha la possibilità di fermarlo”. Questa coscienza di una responsabilità generazionale – “Qui, come diceva Falcone, innocente non è nessuno” e “il sistema siamo noi; per questo possiamo cambiarlo”; o anche “non ci salverà nessun altro” – ha attraversato tutto il dibattito, con una frequente contrapposizione tra “noi”, la generazione del terzo millennio, e “loro”: quelli che non hanno fatto niente per sventare quel rischio mortale, andando avanti per la vecchia strada come se niente fosse. Per questo “occorre ammettere le colpe dei padri” evocando anche “un giusto risentimento verso le precedenti generazioni”. “C’è un elefante nella stanza, che sta per sedersi sopra di noi” perché “ci avete ignorato; ma è finito il tempo delle scuse. Adesso siamo arrivati noi”. Ma è stato anche aggiunto “Siamo giovani sì, ma non ostili a chi non lo è”. Tuttavia il mood generale era tale per cui l’unica persona di una certa età che è intervenuta, la mamma di un “attivista” di 13 anni, ha sentito il bisogno di esordire dicendo: “Chiedo scusa per l’età”. D’altronde anche un giovane può sentirsi un po’ vecchio: “Se un anno fa mi avessero detto che sarei andato dietro a una ragazzina svedese di sedici anni -ha raccontato uno degli intervenuti – avrei pensato che mi stavano scambiando per un pedofilo…”

Gli interventi, rigorosamente contingentati nei tempi, erano organizzati intorno a quattro punti: chi siamo, che cosa vogliamo, dove andiamo e come ci organizziamo. Tralasciando quest’ultimo, che ha reso evidenti le difficoltà di dare anche solo un coordinamento a un movimento nato da poco, e “a velocità pazzesca”, le delegate e i delegati che si sono alternati sul palco hanno fornito un  quadro corale di un movimento diversificato ma unitario, creativo, colto, che sa di essere forte e di avere la ragione dalla propria parte; e che per questo può irridere ai suoi avversari: “Ma se tutti sono d’accordo con noi, contro chi stiamo manifestando?” Ma anche capace di mobilitazioni straordinarie “che non si vedevano dal tempo delle adunate degli alpini” e al tempo stesso preso dallo stupore per il modo in cui i suoi protagonisti si stanno trasformando: “Siamo qui. Greta ha smosso il mondo: sono nate di colpo amicizie tra persone che non si conoscevano”. Se il primo problema, per ora, era “combattere l’indifferenza, Fridays for future l’ha smossa”. E grazie a questo, “solo noi possiamo guardarci negli occhi, con fiducia e non con paura”, in “un movimento che nasce da un sentimento senza interessi, perché ci crediamo”. E “possiamo cambiare il sistema perché siamo gli unici a non farsi acciecare dal guadagno”. Con la coscienza, per di più, di avere un ruolo storico: “Con noi i senza diritti prendono la parola”. “Ci hanno sempre detto che ‘non c’è alternativa’. Ma l’alternativa siamo noi” e ancora: “Siamo un movimento bellissimo, la goccia che sarà l’inizio della tempesta”. Adesso, subito, “il tempo scorre, tic tac, tic tac”, “l’apocalisse è già qui” e “non possiamo aspettare di raggiungere l’età adulta”. E, tanto per cominciare: “Il prossimo autunno dovrà parlare di questa generazione”, con l’ambizione di “diventare il movimento più grande del mondo”.

Chi siamo? La formula più ripetuta, da quasi tutti, è: “un movimento apartitico”, corredato anche da qualche “antipartitico”. In effetti una delle note dominanti è stata la diffidenza e, in molti casi, un vero e proprio rigetto nei confronti dei partiti; ma anche dei sindacati, al punto che pur chiedendo che la prossima giornata di lotta del 24 maggio venga proclamato uno sciopero generale che blocchi tutto il paese per esigere misure radicali sul clima, si è voluto evitare di nominare i sindacati nella mozione finale. Ma ce n’è anche per le associazioni ambientaliste, anche loro “troppo legate ai partiti”. E dai partiti questa diffidenza è stata estesa, da alcuni, ma non da tutti, anche alle istituzioni, su cui “occorre esercitare il massimo della pressione”, ma con cui “dialogare è prematuro; non siamo ancora pronti”. A questa quasi unanimità contro i partiti si associa la denuncia delle loro strumentalizzazioni – “Parlano come noi di transizione energetica e poi finanziano i fossili” – mentre fa da riscontro un quasi incondizionato apprezzamento per la ricerca scientifica, il suo metodo e gli scienziati; fino all’affermazione volutamente paradossale che ne ricalca una di cinquant’anni fa: “Vogliamo tutto e subito. Ce lo dice la scienza”. Con ciò trascurando persino la lettera con cui un gruppo di scienziati italiani si è rivolto al movimento per avvertirlo che non tutta la scienza è allineata con le posizioni dell’IPCC, soprattutto in campi non direttamente legati alla climatologia, come medicina, agricoltura, idraulica, ingegneria, ecc.; e che non tutti gli scienziati sono esenti da condizionamenti, anche pesanti, da parte di lobby e corporation che hanno forti interessi in quei campi. Ma si capisce bene questa presa di posizione del movimento, che a volte finisce per attribuire alla “scienza” anche l’intera soluzione dei problemi: perché l’adesione ai metodi e ai risultati della ricerca scientifica è ciò che contrappone il movimento alla “politica”, quella dei partiti, che li ignorano o non li tengono in alcun conto, facendosi corresponsabili della corsa al disastro. Ma se le analisi dei climatologi sono inconfutabili e “le tecnologie per decarbonizzare completamente l’economia sono disponibili, e a costi anche inferiori a quelli dei fossili”, come era stato illustrato nella conferenza scientifica della sera precedente, di lì nasce anche una sottovalutazione del ruolo della politica, quella vera, quella fatta dai cittadini consapevoli. Quella sottovalutazione si radica in un’affermazione sbagliata di Greta, spesso ripetuta nel corso dell’assemblea, secondo cui “i politici sanno che cosa bisogna fare, le soluzioni ci sono già, ma non le applicano”. In realtà i politici di tutto il mondo non sanno assolutamente che cosa fare, e per questo continuano per la vecchia strada come se niente fosse. Perché la transizione energetica e, a maggior ragione, una radicale conversione ecologica, non sono questioni solo tecniche, ma anche e soprattutto sociali: richiedono, tra l’altro, una rivoluzione degli stili di vita, ma anche la chiusura di milioni di imprese e di progetti – e l’apertura di altri – colpendo interessi costituiti, ma anche posti di lavoro non sempre immediatamente sostituibili o riconvertibili: un processo sicuramente complesso e fonte di grandi sconvolgimenti (anche se inferiori a quelli che ci aspettano in uno scenario business as usual, senza interventi mirati). Per questo nessun politico ha la capacità e la cultura per affrontarli: si sono sempre dedicati ad altro… Di questa problematica solo alcuni degli intervenuti in assemblea hanno dimostrato di essere consapevoli (poco male, c’è tempo per affrontarla, tanto più che dovrà impegnare intelligenze e pratiche collettive per decenni). Ma a volte ha il sopravvento anche una spinta alla delega: “Nessuno di noi deve avere paura di scontentare qualcuno”, dice qualcuno, “non siamo noi a mandare a casa i lavoratori”. A risolvere problemi come questo “devono pensarci loro Non sono mancati però accenni a entrare maggiormente nello specifico: “Clima vuol dire energia, ma anche mobilità, agricoltura, allevamento, alimentazione”. Per ciascuno di questi ambiti “ci vogliono piani di transizione precisi”.

Chiaro è comunque a tutti, o quasi, lo stretto legame tra giustizia ambientale – salvare la vita su questo pianeta – e giustizia sociale – evitare che le conseguenze del degrado ambientale ricadano, come succede da tempo, sui più miseri e i più emarginati della Terra – cogliendo la stretta relazione tra deterioramento climatico e migrazioni; e anche tra migrazioni e razzismo: “Non possiamo prescindere dal razzismo. Viene negata la dignità a degli esseri umani a causa del loro paese di origine”.

Subito dopo l’adesione al metodo scientifico, tra le caratterizzazioni del nuovo movimento più citate c’è quella di “anticapitalista”; vengono poi, nell’ordine, “politico”, “pacifico”, “antifascista” e “democratico”. La connotazione di anticapitalista è stata spesso associata alla denuncia del ruolo delle multinazionali o dello sfruttamento del lavoro, che hanno “trasformato la Terra in una immensa, sudicia società per azioni”. E alla convinzione, condivisa da molti, che “il capitalismo, la radice del mondo in cui siamo nati” “non è sostenibile”: “non si può più vivere nel capitalismo che i nostri antenati hanno creato”. Non è una connotazione ideologica, come quella di chi pensa ancora che l’esito prefigurato dallo “sviluppo delle forze produttive” sia inevitabilmente il socialismo o il comunismo: due termini che non sono mai stati pronunciati. Quello sviluppo delle forze produttive ha infatti finito per volgere l’intero pianeta al peggio, per lo meno negli ultimi decenni. Tutti sembrano consapevoli che “lo sbocco” della transizione energetica o, più in profondità, della conversione ecologica, è interamente da ripensare e da costruire, anche se molto del suo profilo sembra già delinearsi attraverso alcune indicazioni per l’oggi: “diritto a un futuro felice”,  “cambiare stile di vita, riducendo i consumi”, “ridurre l’orario di lavoro”, “istituire un’economia circolare”, “realizzare un cambiamento politico ed economico non più fondato sulla predazione delle risorse della Terra”, “salvare il vivente, gli animali e le foreste”, “rispettare gli animali”, “salvaguardare tutti gli ecosistemi”, “perseguire giustizia, verità e bellezza”, “superare l’antropocentrismo”, “adottare un punto di vista femminile nell’analisi dei problemi”. 

Che cosa vogliamo? Qui le indicazioni sono chiarissime: innanzitutto la “decarbonizzazione rapida e totale”: “fermare l’estrazione di fossili”, “bloccare gli incentivi ai fossili”, “istituire un Green new deal”. Alcun fanno riferimento alla definizione dello sviluppo sostenibile del rapporto “Il nostro futuro comune” (1988), altri ai 17 obiettivi dell’ONU, ai rapporti dell’IPCC, all’accordo di Parigi, rilevando comunque come nei negoziati internazionali prevale sempre ilcompromesso.

Pareri diversi sono stati espressi sul tema dei rapporti con le istituzioni: per alcuni occorre aprire un confronto al più presto; per altri non siamo ancora pronti. Per accettare un confronto con il ministro Costa, bisogna comunque che ci sia da parte sua “un atto di buona volontà: stop a tutti i nuovi impianti”. Le prossime elezioni europee “ci riguardano poco”, ma si potrebbe comunque “sottoporre ai candidati un elenco di richieste da sottoscrivere”, per poi vedere come si comportano. La richiesta più dirompente è comunque quella di chiedere – o esigere – dalle autorità locali o dal Governo (e dalle autorità scolastiche, per gli insegnanti di Teachers for future, che propongono anche “una disobbedienza civile di massa senza precedenti, per salvare il mondo”) “la dichiarazione di uno stato di emergenza per il clima”, in modo da “spostare il focus del dibattito” per far sì che vengano messe al primo posto tutte le misure di possibile realizzazione immediata, abbandonando iniziative e progetti dannosi per il clima e “intersecando i diversi temi per rendere il nostro punto di vista  egemonico”. La lotta contro i cambiamenti climatici deve diventare la priorità a cui ricondurre e tutte le cose da fare.  A partire dal “blocco di tutte le grandi opere”.

E’ questo un tema che ha visto uniti tutti quanti gli interventi: “no alle grandi opere inutili e dannose, ai grandi eventi, alle grandi navi (a Venezia), alle grandi speculazioni, a partire da quelle direttamente connesse allo sfruttamento e al trasporto dei fossili: tap, trivelle, Centro oli dell’Eni, ecc. Con l’avvertenza, tuttavia, che, a causa della scarsa o cattiva informazione “la maggioranza della gente non è contro le grandi opere”, e che “su questo tema occorre agire con cautela, spiegarci; perché dobbiamo essere i rappresentanti di tutti”. Quest’ultima, d’altronde, è una preoccupazione che ricorre in molti interventi: “Abbiamo bisogno soprattutto di chi non c’è”, “non bisogna chiuderci tra noi giovani”, “bisogna fare grandi campagne di informazione”, “coinvolgiamo anche gli anziani”; poi occorre “entrare nelle scuole”, “cambiare la didattica”, “educare gli insegnanti” e, soprattutto, “spostare gli investimenti dai fossili all’istruzione”, “finanziare ricerca e istruzione”. Tanto più che “il loro potere si basa sulla nostra ignoranza”: “abbiamo nove scuole su dieci che crollano e finanziano il TAV…”. Occorre, insomma “promuovere una rivoluzione culturale a partire dalle scuole”.

Alla fine di tutto spuntano le iniziative pratiche in cui molti sono impegnati: pulire strade e giardini a scopo dimostrativo (e non per aiutare le amministrazioni), eliminare la plastica da scuole, università ed eventi pubblici; ma “proibire anche la produzione di plastica usa e getta”, spostarsi in “bicicletta”, “mangiare meno carne e latticini”, “recuperare il cibo di scarto”, “boicottare i prodotti ad alto contenuto di carbonio”. E poi, “bloccare il traffico per farsi ascoltare” e “promuovere manifestazioni a livello regionale”. La prossima manifestazione, quella del 24 maggio, avrà invece carattere nazionale e vedrà tutti impegnati nella sua promozione. Arrivederci a maggio!

PS. I “giovani” che avrebbero sviluppato una dipendenza da smart phone, oggi al centro delle preoccupazioni di papa Francesco e di un noto editorialista di Repubblica, potrebbero “curarsi” partecipando al movimento Fridays for future, la cui assemblea ha visto il succedersi di oltre 100 oratori, quasi tutti con lo smart phone in mano, su cui leggevano l’intervento o la scaletta che avevano scritto, da soli o con i loro compagni. Ma erano proprio loro ad avanzare anche la richiesta che venga posta fine al sistema dell’obsolescenza programmata di quegli apparecchi: quel meccanismo che produce la smania per il nuovo di cui tanti moralisti, regolarmente forniti dell’ultimo modello non solo di smart phone, ma anche di tablet e computer, rimproverano i giovani di essere succubi, perdendo il senso dei “veri valori”. Non è lo smart phone a creare dipendenza, bensì la mancanza di idee, di incontri interessanti e di passioni civiche, proprio ciò che a tanti moralisti manca completamente. Lo stesso vale per l’avversione che in quell’assemblea molti interventi hanno manifestato nei confronti dell’altra vacca sacra della nostra epoca: l’automobile privata. Tra i membri di quel movimento suscita solo fastidio.

Le due gambe del congresso Pro-Life

L’Al Baghdadi di casa nostra si è materializzato in questo fine settimana a Verona la Raqqa dell’Occidente nel Congresso mondiale della famiglia. La sua identità non è ancora certa; per ora ha fatto la sua comparsa solo sotto forma di consesso – di pope, ministri, maschi frustrati e cacciatori di streghe – ma non tarderà a rivelarsi; perché il suo spirito non contempla collegialità né mediazioni.

E’ sempre più chiaro che ad alimentare il fondamentalismo islamico che ha dato vita all’Isis, ad al Queda, ai Talebani – ma che tiene in vita anche il regime di Erdogan, quello saudita di Mohammed Bin Salman e lo stragismo islamista in tutto il mondo – è uno spirito di rivalsa contro la minaccia dell’emancipazione o della liberazione della donna e il tentativo di mantenerla o ricacciarla nella condizione della sua “naturale” sottomissione. Per questo l’autonomia e lo spirito di iniziative delle donne del Rojava, che hanno dato vita all’esperimento di democrazia più avanzato del mondo, rappresenta una minaccia mortale per tutti i fondamentalismi. E per questo il Rojava ha tutto il mondo contro: dalla Turchia di Erdogan alla Procura di Torino.

Ma per chi crede che il “civile” Occidente si sia liberato di questi fantasmi, ecco che il Congresso mondiale della famiglia lo riporta a fare i conti con la “dura realtà”: un’adunata dove la manifestazione più esacerbata di cultura e di spirito patriarcali, vecchi come il mondo, ma vero punto di convergenza tra opposti fondamentalismi, si sposa apertamente con il razzismo attraverso l’imperativo di “fare figli”. Anzi, “farli fare”, ovviamente, alle donne, chiudendole in casa. Più figli: per preservare la razza bianca e cristiana dalla contaminazione e dall’invasione di chi bianco e cristiano non è: cioè il migrante, a cui va fatta guerra per terra e per mare. Bisogna “salvare i feti” – ben rappresentati dal mostriciattolo di gomma distribuito ai convenuti – costringendo le donne a portare a buon fine tutte le loro gravidanze, ancorché indesiderate, e lasciar morire in mare o nel deserto quanti più profughi possibile, perché non ci vengano a invadere riempiendo le nostre scuole con i loro sgraditi figli.

Guai a considerare questa vicenda un “episodio” qualunque. Lo spirito che la anima avanza su due gambe: antifemminismo e razzismo, spesso entrambi non dichiarati o inconsapevoli (come lo sono tutte le principali manifestazioni del potere patriarcale). Dove uno vacilla, l’altro lo sostiene; e viceversa. E oggi la paura e la ripulsa del migrante, che avanzano in tutta Europa come negli Stati Uniti senza trovare grandi ostacoli, hanno sufficiente forza per rinfocolare gli animal spirits del patriarcato, non sempre sufficientemente in allerta. Per questo il convegno di Verona giunge a proposito per rafforzare reciprocamente gli uni e gli altri.

Per fortuna la mobilitazione promossa in contemporanea da nonunadimeno ha soverchiato e ridicolizzato quell’adunata di nemici della vita e dell’umanità, così come le manifestazioni NoTav e quelle per la salvaguardia del clima hanno sempre soverchiato le lugubri adunate pro Tav promosse dalle cinque inconsapevoli “madamine” della vecchia Torino. Ma basta uno sguardo ai giornali o ai notiziari TV (si distingue ancora una volta il Corriere della sera) per i quali “la notizia” è il convegno, non la manifestazione, per rendersi conto delle forze in campo. A partire dalla “conta” delle presenze e dalla dimensione di titoli e foto; ma senza trascurare il disprezzo malcelato con cui vengono ignorate – o “sorvolate”, o falsate, o confuse – le ragioni profonde e chiare dei manifestanti, a cui non è mai data la possibilità di far conoscere il loro punto di vista.

Di quell’informazione, di quella cultura servile verso i politici che la sottende, di quelle istituzioni dentro cui si svolgono le rese dei conti tra opposte camarille che sotto sotto la pensano tutte allo stesso modo, non sappiamo che farcene. Fino a che, per lo meno, la forza delle mobilitazioni popolari non riuscirà a piegarle, ad mandarle i pezzi, per lasciare prima un varco, e poi una faglia, e poi ancora una voragine a coloro, e sono in tanti, che hanno ancora la voglia e il coraggio, e ormai ce ne vuole parecchio, di mettere al centro del proprio agire il presente e il futuro di tutta l’umanità, femminile e maschile, nera e bianca; di tutto il vivente, animali ed ecosistemi; e della Madre Terra.

Da marzo in libreria “La parola ai rifiuti”

Scrittori e letture sull’aldilà delle merci. Dopo quattro pubblicazioni in cui, nel corso degli anni, ho affronto il tema dei rifiuti dal punto di vista filosofico, scientifico e sociale in questo libro tratteggio una storia dei rifiuti attraverso la letteratura mondiale.

Nel libro troverete quarantasei analisi e commenti a testi della letteratura, sia alta che bassa, e anche bassissima, nei quali i rifiuti fanno da sfondo al racconto, o ne sono i protagonisti, oppure sono metafore di qualche aspetto dell’esistenza umana o, ancora, si prestano a una catalogazione che rimanda ai diversi stili di vita di chi li ha prodotti o del modo e delle vicende in cui sono stati prodotti. Attraversando questo “campo letterario” definito dall’avere a che fare con rifiuti o scarti dell’attività umana, si incrocia un campione di umanità così varia, così straordinaria e, al tempo stesso, così rappresentativa di qualche aspetto della personalità di ciascuno di noi da rendere la lettura consecutiva dei capitoli una sorta di comédie humaine dei giorni nostri.

Da Goethe a Kafka, da Calvino a Montale, da Pasolini a Hugo, da Carlotto a Scarpa passando per Saramago, Coetzee, Ballard – e tanti altri ancora – questi scrittori hanno documentano in modo incontrovertibile come, a partire da un certo momento della storia, i rifiuti siano diventati una componente essenziale e insopprimibile del nostro mondo e delle nostre vite.

Un’alleanza per clima e giustizia

L’Italia è il baricentro del Mediterraneo per ragioni geografiche e storiche: è stata il punto di incontro di tutte le civiltà che si affacciano e si sono affacciate sul Mare Nostrum. Oggi, per le stesse ragioni, l’Italia è un naturale punto di approdo, effettivo o potenziale, di chi dall’Africa, ma anche dal Medio Oriente, cerca di raggiungere l’Europa. Un movimento che non è destinato a fermarsi; e che nessuno riuscirà a fermare se non rendendo sempre più turbolente, ma anche pericolose per tutti, aree e comunità collocate sui lati meridionali e orientali di quel mare. Da tempo, però, l’Italia ha rinunciato alla sua vocazione di ponte per il transito di quei fuggiaschi, per adottare invece il ruolo di barriera, “chiudendo i porti” persino ai naufraghi fortunosamente raccolti un minuto prima di annegare. Un ruolo che l’Italia si è assunta a nome e per conto dell’Unione europea; i cui Governi sono ben contenti che Salvini sbraiti contro di loro, fino a che si assumerà comunque in prima persona il compito di tenere i nuovi fuggiaschi lontani dai confini dell’Europa: direttamente o per il tramite delle bande libiche che finanzia. Ma è un ruolo da sicario, che rende il nostro paese brutale e insignificante: quel ruolo, che il governo addossa a tutti noi, trascina l’Italia lontano dal suo baricentro, verso quei paesi dell’Europa orientale che sono all’avanguardia nel farsi vanto, e terreno di raccolta di consenso per i partiti al governo, della guerra che l’Europa tutta sta sferrando contro i migranti. 

L’Italia potrebbe essere invece il luogo della ricomposizione di una grande comunità euro-afro-mediterranea proprio grazie all’arrivo di tante persone ancora legate alle loro origini – alle comunità e alle terre che si sono lasciate alle spalle – da legami di sangue, ma oggi anche da internet e, se fosse loro concesso, anche dalla facilità di spostarsi in aereo tra il paese di origine e quello di destinazione, e viceversa, a costi da dieci a cento volte inferiori a quelli che sono costretti a sostenere per un viaggio di solo andata, che spesso dura anni e che li espone a violenze inenarrabili e al rischio continuo di perdere la vita in terra o in mare. Coloro che affrontano un viaggio del genere sono persone per lo più giovani, la parte più intraprendente, vitale, curiosa e generosa delle loro comunità. In Italia e in Europa, però, non sappiamo apprezzarne e valorizzarne le qualità, le potenzialità e le culture; le disprezziamo, relegandole all’ultimo gradino della scala sociale; a volte per sfruttarle di più pagandole di meno, a volte consegnandole alla malavita come manovalanza; e sempre usandole come spauracchio per promuovere consenso intorno alla paura di “contaminarsi” con qualcuno diverso da quel che pretendiamo di essere; come se la popolazione dell’Europa non fosse il – felice – prodotto di secoli di contaminazioni tra popoli e culture diverse… Così, rinunciamo a coinvolgere i nuovi arrivati in attività utili a tutti perché “non c’è abbastanza lavoro” nemmeno per i nativi europei; come se il lavoro fosse una grandezza data una volta per sempre, e non un mezzo, di ampiezza variabile, per realizzare ciò che di volta in volta si decide che è giusto fare (e oggi a deciderlo sono solo i padroni del mondo). Così ci perdiamo dietro il mortifero mito della “crescita”, precipitando tutti insieme nel baratro di un cambiamento climatico che renderà la Terra invivibile. E per tenere quei migranti lontano da noi ci consegniamo a regimi sempre più autoritari, se non fascisti, rinunciando al contributo che tutti, nativi e migranti, potrebbero dare al grande progetto comune della conversione ecologica: sia “a casa loro” che “a casa nostra”, cioè nella “casa comune”, quella che “è di tutti”. 

Per imporre quel cambio radicale di rotta necessario per far fronte ai cambiamenti climatici che è la conversione ecologica ci vuole un grande movimento europeo e mondiale che spazzi via i Governi  abbarbicati alla conservazione di un presente che ci sta portando alla catastrofe; ma ci vuole anche, nei paesi e tra le comunità (che da sole non possono farcela) da cui provengono profughi e migranti, qualcuno che sappia indicare la strada per riportare nei rispettivi paesi pace, concordia e progetti per rigenerarne suoli, territori e comunità devastate da secoli di sfruttamento e da governi asserviti agli autori di quella rapina. Questo “qualcuno” non possono che essere i migranti disposti a ritornare, in forma volontaria e non forzata, nei loro paesi (cioè quasi tutti), o a ristabilire nuove forme di collaborazione “dal basso” con le comunità che hanno dovuto lasciare: con idee, progetti, relazioni e persino piccoli capitali (che là sono grandi). E nessun altro: qualsiasi richiamo ad ”aiutarli a casa loro” – dietro cui per lo più si nasconde solo la voglia di sbarazzarsene nel modo più spiccio – non fa i conti con la presenza e l’arrivo di sempre nuovi migranti nei paesi europei, ed è pura ipocrisia.

Ma oggi, a mettere con le spalle al muro politiche e governi che antepongono il respingimento dei migranti alle misure urgenti e drastiche da varare contro i combustibili fossili e la loro industria, che stanno portando il pianeta alla catastrofe, si sta costituendo – tra le generazioni più giovani, quelle direttamente colpite nel loro futuro dall’inerzia delle “classi dirigenti” – un movimento che non si fermerà più; e che non può fermarsi, perché ne va della stessa esistenza dei suoi protagonisti. E’ a questo movimento, che avanza nel nome di Greta Thunberg, che va affidato anche il compito di scoprire nei migranti contro cui si accaniscono i governi di tutta Europa gli alleati della loro lotta per cambiare radicalmente il mondo.

Verso dove?

Ma davvero “Senza sinistra in Europa niente risposte ai giovani”, come il manifesto titolava domenica scorsa un articolo di Rossella Muroni? Per esprimere le sue potenzialità questo nuovo movimento non ha alcun bisogno di una “sinistra” che non c’è; e non per caso. E’ la sinistra che non c’è più ad aver bisogno di quel movimento per cercare di tornare in vita; con il rischio di distruggerlo, come dopo il G8 di Genova e in altre occasioni. 

Nessuno nasce rivoluzionario, e nemmeno democratico. Si riceve l’imprinting dalla propria famiglia e, crescendo, lo si fa proprio o lo si rifiuta. Contano i percorsi e soprattutto le persone che si incontrano. Venerdì scorso a Milano centomila giovanissimi hanno incontrato se stessi e si sono resi conto del fatto che, tutti insieme, sono una cosa diversa da ciò che pensavano o gli avevano fatto credere di essere. In questo inizio di movimento hanno capito che per salvare se stessi e il pianeta occorre cambiare e rovesciare tutto.

Nemmeno c’è da insistere perché quel movimento si orienti in senso “anticapitalista”. Che cosa significa? Molti pensano ancora il capitalismo come un universo chiuso da una porta (blindata); che una volta sfondata immetterà tutti in un altro locale già ben arredato (dallo “sviluppo delle forze produttive”): il “socialismo”. Ma dietro quella porta non c’è alcun socialismo. Forse un altro locale c’è, ma è vuoto e o pieno di cianfrusaglie molto ingombranti e bisogna svuotarlo e arredarlo di nuovo. Il socialismo sembra forse rinascere con uomini come Corbyn e Sanders. Ma nel socialismo di Corbyn c’è poco di nuovo, se non l’entusiasmo di chi lo sostiene. E in quello di Sanders c’è soprattutto l’affermazione (che negli USA fa ancora scandalo) che non tutto deve essere privato e che pubblico può essere meglio.

Da noi, in Europa, sappiamo che non basta. Gli arredi di quel locale occorre cominciare a metterli insieme fin da ora, con un percorso comune (e un primo appuntamento può essere la manifestazione del 23 marzo contro tutte le Grandi opere inutili). Chi ne ha può mettere a disposizione le proprie esperienze, ma con l’umiltà di chi ha poco da insegnare e molto da imparare.

Ci troviamo di fronte a un movimento globale che, tra alti e possibili bassi, non potrà che crescere, perché si fanno sempre più urgenti le ragioni che l’hanno fatto nascere. E di fronte alla necessità di una svolta così radicale (ne va del futuro del genere umano) che non può essere affrontata con il bagaglio e le parole di un’altra epoca. Hanno ragione i circoli del Nordest quando scrivono: “dovremmo cominciare a pensare che ‘transizione ecologica’ sia uno dei nomi nuovi della rivoluzione”. Quella transizione, o conversione, ecologica è fatta di analisi e prospettive globali a cui hanno lavorato per anni scienziati e tecnici. Ma è fatta soprattutto di progettualità locale, di iniziative portate avanti là dove ciascuno può cercare di “mettere mano”, secondo il principio “pensare globalmente e agire localmente”. In molti hanno cominciato a farlo; è con la pratica e con l’esempio che si può entrare in contatto con questa generazione che di vecchi miti e vecchi riti non ne vuol sapere: con le lotte contro la manomissione del proprio territorio e contro tutti gli impianti destinati a prolungare nel tempo l’utilizzo di fonti fossili e la produzione ulteriore di Co2 (al primo posto, il Tap, le trivelle e il cantiere del Tav); con la progettazione e l’installazione di impianti per le energie rinnovabili e la promozione di comunità energetiche, con la conversione ecologica dell’agricoltura e della propria alimentazione, in una alleanza fatta di rapporti diretti tra chi coltiva la terra o trasforma gli alimenti e chi li sostiene garantendo loro un reddito certo: un modello che si è dimostrato trasferibile in altri ambiti: mobilità, housing, manifattura in 3D e altro. E ancora, con una sanità fondata sulla prevenzione più che sulle terapie e con modelli di istruzione che rendano bambini, allievi e studenti persone autonome e indipendenti. Persino con banche e monete locali pensate per far vivere una comunità e non per strangolarla. In una parola, con la cura della Terra e del nostro prossimo che trascenda la distinzione tra lavoro produttivo e riproduttivo. Sono pratiche con cui le nuove generazioni raramente vengono messe in contatto. Nella scuola non si insegnano; per questo saltare la scuola per salvare la Terra (Friday for Future), oltre che dell’irresponsabilità dei potenti, è anche critica di una scuola dai saperi inadeguati. 

E’ la conversione ecologica la risposta ai principali problemi del nostro tempo: il lavoro che manca; ma le cose indispensabili, che possono dare lavoro, utile e creativo, a tutti, sono tantissime. Le migrazioni; accogliere e includere i nuovi arrivati sarà di nuovo possibile dando loro un lavoro (regolare), come lo era stato negli anni della ricostruzione e del “miracolo economico” del secolo scorso, senza ripetere gli errori di allora. La pace, perché la prima industria da riconvertire è quella delle armi: e senza armi non si fanno le guerre. E il ritorno volontario nelle loro comunità dei profughi e dei migranti già arrivati o che verranno in Europa perché nei loro paesi non possono più vivere; ma che continuano a sperare di potervi tornare. Perché soprattutto là sono necessarie sia la conversione ecologica del loro ambiente, devastato da multinazionali, grandi potenze e guerre, sia la conversione sociale delle loro comunità, compromesse da anni di conflitti fratricidi. Un compito che non può essere affidato ai governi corrotti dei loro paesi, né ai capitali e alle imprese corruttrici dei nostri (“aiutiamoli a casa loro”); ma solo a una grande leva di migranti di ritorno, se sapremo accoglierli come meritano e aiutarli a prendere in mano, insieme al loro destino, quello dei popoli che hanno dovuto lasciare è quello dell’intero pianeta. Dunque, “aiutiamoli a casa nostra” (che “nostra” non è; perché è di tutti).

I dinosauri del nostro tempo

I dinosauri di sessanta milioni di anni fa sono stati vittime inconsapevoli di una estinzione di massa. I dinosauri di oggi sono invece responsabili consapevoli, se non dell’estinzione dei loro simili e di molti dei viventi che abitano la Terra, sicuramente della fine della convivenza così come l’homo sapiens l’ha conosciuta e praticata da almeno diecimila anni. Per decenni gli ambientalisti sono stati accusati – da affaristi, giornalisti, leader ignoranti e arroganti – di “voler tornare all’età della pietra”. Adesso è chiaro che a far tornare all’età della pietra l’umanità intera sono invece loro: gli arroganti. Ma di che cosa stiamo parlando?

Se vent’anni fa era ancora possibile che qualche leader ignorante non sapesse niente dei mutamenti climatici in corso, o non fosse stato avvertito dei tempi stretti che ci separano da una catastrofe irreversibile, oggi questo non è più possibile. Sanno. Sanno benissimo quello che sta per succedere – gli allarmi degli scienziati sono chiarissimi – ma sono immobilizzati dalla loro incapacità di pensare e di fare. Di pensare un mondo diverso da quello che conoscono, e in cui per ora sguazzano; e di fare quello che va fatto per sventare o mitigare la catastrofe incombente, che non lascia molte scelte: si tratta di invertire rotta di 180 gradi. Per questi loro giganteschi deficit, l’ultima cosa a cui pensano è mettere in guardia i loro elettori o i loro concittadini della necessità di una svolta che non sanno nemmeno concepire; in questo aiutati da un esercito di giornalisti e commentatori,complici e asserviti, che parlano dei mutamenti climatici, quando lo fanno, come di un romanzo di fantascienza. Ci sono dinosauri negazionisti, grandi e pesanti come Trump o Bolsonaro; e ci sono dinosauri piccoli e insignificanti, come Chiamparino o Fassino, che non sanno nemmeno se riconoscere o negare i cambiamenti climatici in corso. Pensano – sragionando – come se tutto fosse destinato a continuare come oggi: un tunnel, o anche due, per portare in Francia merci e passeggeri che oggi non ci sono, ma domani, chissà? (magari il Pil si rimette a crescere…). Un gasdotto, anzi due, per portare in Europa, attraverso l’Italia, che ne riceve già troppo, gas che entro breve tutti i governi saranno costretti a non lasciare più usare. E grandi navi che continuano ad attraversare il canale della Giudecca per la gioia di quattro pizzaioli di una Venezia destinata ad affondare. E siccome l’appetito vien mangiando, ora che stanno per averla vinta sugli ultimi baluardi di cartapesta eretti dall’insipienza dei cinquestelle (la fatidica analisi costi-benefici, prodotta da un tecnico, anzi, sei, che escludono i cambiamenti climatici dall’orizzonte dei loro saperi), vogliono anche altre autostrade, altri aeroporti, altre trivelle, altre armi (tanto le compra lo Stato; anzi tanti Stati, per fari del male, con denaro sottratto agli investimenti che servono); e poi, avanti con l’Ilva: tanto quando arriverà la catastrofe gli abitanti di Taranto saranno già tutti morti di cancro.

Ricordiamoci del Mose: per anni gli ambientalisti che si opponevano a questo progetto insensato sono stati irrisi dai “meglio” columnist del giornalismo nostrano, che con grande sicumera si ergevano a paladini di Venezia, mentre politici e affaristi provvedevano intanto a mandare avanti un affare che si èpoi rivelato (ma si sapeva già) un furto epocale; ma che va avanti lo stesso, anche se appena sarà finito, e forse anche prima, bisognerà cominciare a smontarlo perché non funziona (e tutti lo sanno); ma che in compenso sta devastando la laguna e non proteggerà certo Venezia. Ma se Venezia è destinata a scomparire, tanto vale sfruttarla al massimo fin che c’è, invece di usarla come richiamo internazionale per far capire a tutto il resto del mondo – che Venezia sa bene che cos’è – che è ora di muoversi tutti insieme, e anche subito, per salvare insieme a lei tutte le zone costiere del pianeta.

Così intorno al Tav Torino-Lione, che di tutte le Grandi opere in programma è forse la più stupida, si è costituito un vero e proprio superpartito “di lotta e di governo”, che riunisce politici di destra, centro e sinistra (compreso Zingaretti, che però ha dato la sua adesione alla marcia Friday for Future, segno evidente di malafede o di confusione mentale); e poi, industriali grandi e piccoli, giornalisti e pennivendoli di ogni risma, madaminescalpitanti, storici del ‘900 ed economisti pronti a contestare numeri e analisi costi benefici del povero prof. Ponti. Già, perché quel danno di 7 miliardi che lui ha calcolato va diviso per tre, e in parte andrà scaricarsi su Francia e Ue (e chi se ne frega!), mentre all’Italia ne resterà da pagare solo un pezzo; che se non si conta la perdita delle accise sul gasolio e si conta quella di ipotetiche penali può diventare anche un vantaggio. A questo si è ridotto il dibattito politico, scientifico e cultuale sul futuro dello “sviluppo”, del benessere, del nostro paese, del pianeta!

La scomparsa dei dinosauri, enormi bestioni dal corpo immenso e dal cervello sproporzionatamente piccolo, aveva creato uno spazio ambientale vuoto entro cui alcuni piccoli mammiferi solo un po’ diversi da loro avrebbero approfittato per dare inizio a quella catena evolutiva che attraverso molte metamorfosi sarebbe alla fine approdata alla comparsa della specie umana. Ma idinosauri di oggi, con il loro tremendo impatto sull’ambiente, non sono ancorra scomparsi e non hanno nessuna intenzione di farlo, mentre la nuova specie antropologica, composta dai loro figli e soprattutto nipoti, ha appena cominciato a sollevare il capo, a scendere in piazza, a far sentire la propria voce, a esigere il cambio di rotta necessario per salvare se stessi e la Terra. Ma non c’è tempo per aspettare che le cose evolvano da sole. Affrettiamoci dunque tutti a dare una mano, anzi tutte e due, a chi ha cominciato a battersi per salvare vita e convivenza tra gli umani di oggi e domani: tutti a Friday for Future il 15 marzo; ma anche allo sciopero del LottoMarzo delle donne domani; e alla mobilitazione contro le grandi opere il prossimo 23. Tre eventi apparentemente diversi, ma mai così legati tra loro.