Olimpiadi ed emergenza climatica

C’era da rimaner basiti di fronte alle fotografie di una troupe scompostamente in festa per l’assegnazione delle prossime olimpiadi invernali (2026) alla città di Milano. Ad esse il sindaco Beppe Sala ha voluto aggiungere il suo ritratto tra due sci in una Milano da quaranta gradi all’ombra. Ma queste sono le stesse persone che meno di un mese fa hanno dichiarato l’emergenza climatica perché tra unidici anni (per l’Ipcc) o meno di cinque (per il glaciologo Anderson) la Terra, Milano compresa, raggiungerà un punto di non ritorno, oltre il quale la temperatura del pianeta è destinata a crescere irreversibilmente fino a rendere impossibile la vita della specie umana? E ci sarà ancora la neve allora? O sarà l’ultima delle Olimpiadi invernali? C’è da chiedersi: che cosa sono allora, per “loro”, le Olimpiadi? E che cos’è mai, per “loro”, l’emergenza climatica?

Per loro le Olimpiadi sono un Grande evento, il bis dell’Expò: la conferma di un progetto di “sviluppo” fondato sulla ripetizione dell’effimero; che dà “prestigio” alla città; richiama turismo (da tempo l’industria mondiale che produce più impatto, più viaggi aerei, più fatturato e più precarietà) e “grandi affari”: soprattutto immobiliari: cioè costruzione di strade, raccordi ed edifici inutili; con grande consumo di suolo, di materiali e di energia che, a evento finito, impongono di trovare una destinazione qualsiasi per non trasformarsi in discariche, come sta avvenendo per la famigerata “piastra” dell’Expò. Non a caso tutte le maggiori società immobiliari del mondo si stanno precipitando sulla nostra città. Da divorare ci sono non solo le Olimpiadi, ma caserme, ippodromi e scali dismessi. Il “modello Milano” è questo. E in nessun posto al mondo viene concessa a quegli operatori mano libera a spese della collettività come in Italia. Per questo vengono tutti qui. Così, accanto a Milano, che montagne non ne ha, si è pensato di devastare anche Cortina e le Dolomiti (patrimonio dell’umanità) contando sul fatto che là, se non la neve, per lo meno i dislivelli da ricoprire con il cannone termico ci saranno ancora. Inutile dire che in questa abbuffata destra e “sinistra”, Lega e PD, Governo e opposizione si trovano tutti d’accordo: come anche sul Tav, sul Tap, sulle nuove autostrade, sulle navi da crociera a Venezia (dove sbarcheranno molti turisti per andare ad assistere alle Olimpiadi), ecc.

Invece l’emergenza climatica per “loro” non è altro che un pezzo di carta: per mettersi “in regola”. Che il pianeta è “in fiamme”, come sta spiegando in giro per il mondo Greta Thunberg, o non lo sanno o non ci credono; o entrambe le cose. L’importante è che queste fosche previsioni – corroborate da tutti gli studiosi con qualche competenza in materia e confutate da alcuni altri “scienziati” che della materia non sanno niente – non turbino i loro progetti. Il loro è un eterno presente, dove il passato (modi diversi di vivere e di pensare, che ritroviamo anche oggi tra popolazioni che la cultura dell’Occidente non ha ancora distrutto) e il futuro non esistono. In termini aziendali si chiama BAU: non è la voce di un cane, vuol dire Business As Usual. L’importante è che tutto continui come prima e “meglio” di prima: magari con un po’ più di energia rinnovabile a disposizione (ma non troppa! Altrimenti si rendono inutili i vecchi e i nuovi gasdotti) e qualche milione di alberi qua e là (magari sulle terrazze di altri “boschi verticali”, come quello dell’archistar Stefano Boeri: forse il più energivoro edificio del mondo). Il grande realismo di chi ci governa si rivela così, alla luce dell’evoluzione prossima ventura del clima, la più irresponsabile delle utopie. Questa contraddizione plateale tra emergenza climatica e Olimpiadi (e tante altre cose simili) deve esplodere. Subito. Per farlo basta far applicare le tre regole fondamentali messe a punto da Extinction Rebellion: dire la verità, agire subito, coinvolgere la cittadinanza. 

Dire la verità: in ventiquattro ore il Comune ha piazzato un cartello luminoso di almeno cinquanta metri quadrati per far sapere che Milano ha “vinto” la gara per l’assegnazione delle Olimpiadi (lo sapevano già tutti: TV e giornali non parlavano d’altro). Adesso ne metta subito almeno altri trenta di pari grandezza (minimo tre per Municipio) per far sapere a cittadine e cittadini che la Terra – Milano compresa – è sull’orlo di una catastrofe. Poi invii una lettera a ogni famiglia per spiegare bene i termini della questione (nessun giornale o canale TV ne parla in modo chiaro). Se serve, gli studenti di Fridays for Future possono aiutarlo a scriverla bene. Poi prenoti uno spazio fisso su giornali e TV locali per ricordare ogni giorno, con esempi diversi, che cosa può comportare per tutti noi continuare a far finta di niente. E imponga l’apertura di tutte le scuole al pomeriggio e alla sera per tenervi riunioni e incontri con la cittadinanza su questi temi. Infine, si adoperi perché la Regione Lombardia e il Governo dichiarino anch’essi l’emergenza climatica: se non lo fanno, ne denunci tutti i giorni le scelte.

Agire subito: se le Olimpiadi non si possono disdire, il Comune le ridimensioni usando e adattando solo impianti ed edifici già esistenti; blocchi l’edificazione negli spazi “vuoti” destinandoli solo a parchi e orti urbani; vari, con la consulenza di un team di esperti, la gratuità del trasporto pubblico e la graduale espulsione di tutte le auto non di servizio dall’area cittadina, come stanno facendo diverse città del Nordeuropa. Metta in piedi e retribuisca team misti di giovani tecnici – ingegneri, architetti, sociologi, economisti – per svolgere check-up gratuiti, comprensivi di valutazione finanziaria, per la conversione energetica – alimentazione ed efficienza – di tutti gli edifici della città. Sembra troppo? Tra non molto apparirà il minimo indispensabile.Coinvolgere la cittadinanza, che deve essere messa in grado di far sentire la sua voce in ogni zona e in ogni quartiere. Cittadine e cittadini devono prendere atto che è necessario cambiare radicalmente dieta e stili di vita. Le misure proposte, più altre, possono creare molti nuovi posti di lavoro, ma sono destinate a distruggerne molti altri. A tutti bisogna far sapere che il Comune si occuperà, insieme ai sindacati e alle associazioni civiche e territoriali, della loro ricollocazione, mentre il Governo dovrà provvedere a coprirne gli oneri (un vero reddito di cittadinanza) e i necessari investimenti. Ma è il Comune che deve esigere dal Governo un impegno in tal senso, mobilitando a tal fine i suoi cittadini e le sue cittadine, ma anche cercando di coinvolgere altri Comuni sullo stesso obiettivo. E se non lo fa, che “comune” è? 

Uno scontro di civiltà

Carola Rackete è una donna coraggiosa e solidale che sfida l’arresto per restituire la vita ai naufraghi che è andata a salvare. Matteo Salvini è un uomo vigliacco e cinico, che si è sottratto al processo che lo vedeva imputato, per continuare a destinare a morte e tortura i profughi sulla cui dannazione ha costruito la sua carriera. Ai piedi di Salvini si è radunato un esercito, in parte organizzato, in parte spontaneo, di persone che con un linguaggio violento, maschilista e volgare – come si evince dalla sua onnipresenza sul web – sembra ritenere che il proprio futuro dipenda dall’abbandono, dall’annegamento, dalla tortura e dallo stupro di migliaia di altri esseri umani. Ciò che accade al di là dei patri confini non li interessa: il ruolo di aguzzini per ora lo delegano ad altri (anche quado a farne le spese sono degli italiani come Giulio Regeni. In quel caso il motto è “prima gli affari”; o anche “prima gli egiziani”). Domani – come insegna la storia – potrebbe toccare a loro la parte delle vittime, oppure quella di “volonterosi carnefici”. Intorno a Carola si stanno invece raccogliendo – come già intorno alla mite figura di Mimmo Lucano – tutte le persone che pongono il valore della vita umana al di sopra di ogni altra considerazione; e necessariamente ne nasce un aspro confronto con i seguaci di Salvini. Il primo impatto è con il loro linguaggio maschilista e razzista. Ne abbiamo orrore, anche perché sappiamo che quelle parole, quei tweet, trasportano violenza vera; un universo di orrore, un disprezzo per la vita – quella altrui, ma alla fine anche la propria – che dilaga in ogni angolo della nostra comune esistenza. 

Ci troviamo così di fronte a un vero “scontro di civiltà” (Carola e Salvini ne sono i simboli) che non separa nazioni, religioni o continenti, ma persone che vivono una accanto all’altra (gli “italiani”: non tutti amati da Salvini che finge invece di volerli difendere tutti) e persino all’interno di ciascuno di noi, o di alcune delle persone che frequentiamo, che per lo più non sono della Lega. E a dover fare i conti con gli argomenti che stanno all’origine di quello scontro di civiltà: “non possiamo accogliere tutti”, “per loro qui non c’è posto”, “perché non se ne stanno a casa loro?” e, come alibi, ormai in disuso, “aiutiamoli a casa loro”. Abbiamo delle risposte? Sì, ma escono dal seminato mainstream: quello che martellano tutti i giorni politici, media e “giornaloni” (compreso quello di Marco Travaglio, che sul punto è allineato con quelli che finge di combattere). Intanto Salvini, che strilla tutti i giorni contro gli altri Governi dell’Unione europea – tranne quelli che più si adoperano per affondare sia lui che l’Italia – sta rendendo loro un gran servizio: caricare su di sé la responsabilità di una politica di respingimenti promossa in realtà al gran completo proprio da quell’Europa dell’austerità e del fiscal compact che Salvini finge di combattere; una politica alimentata da Frontex (ora Agenzia europea della guardia di frontiera costiera) in combutta con tutti i servizi segreti degli Stati membri. Insomma, gli leva le castagne dal fuoco. Ma né Salvini né l’UE fermeranno il flusso dei profughi. Non li fermano nemmeno ora: arrivano a Lampedusa a centinaia ogni settimana e lui non lo dice; ma arriveranno sempre di più quanto più peggioreranno le condizioni dei loro paesi di origine per via di guerre e dittature provocate dal saccheggio dei loro territori e dal degrado generato dal cambiamento climatico: imputabile non a loro ma alle economie dei paesi “sviluppati” ed “emergenti”. E anche qui la politica di Salvini, che è un negazionista climatico, si sposa con quella dell’Unione europea, che invece si professa fedele agli accordi di Parigi, ma che li rinnega ogni giorno con le sue politiche, nonostante che i climatologi avvertano che abbiamo solo più pochi anni per impedire che il clima che ha reso possibile la vita della specie umana sulla Terra cambi in modo irreversibile. E così, avanti con guerre, fabbricazione e vendita di armi, pombaggio di idrocarburi, gasdotti, autostrade, gallerie, olimpiadi, “grandi opere”, grandi eventi, ecc. Quello scontro di civiltà che ora percepiamo attraverso i suoi simboli (Carola e Salvini) si salda qui alle sue radici reali: se non preserviamo il pianeta non salviamo nemmeno la vita delle prossime generazioni, moltiplichiamo i profughi che cercano un luogo in cui trovare riparo, degradiamo la convivenza, ci arrendiamo al cinismo dilagante, trasformiamo la Fortezza Europa in un carcere per tutti, noi compresi.

Abbiamo poco tempo; ma solidarietà e rispetto per chi sta peggio di noi, e soffre più di noi, sono condizioni ineludibili del rispetto per noi stessi e per chi ci vive accanto. Entrambi si radicano nel rispetto per la Terra e per l’ambiente, visti non più come una miniera da sfruttare, bensì come nostri compagni di viaggio i cui cicli vitali vanno salvaguardati. Per farlo occorre innanzitutto invertire il trend precipitoso dei cambiamenti climatici in corso con la conversione ecologica: grandi piani di investimenti che possono offrire nuove e più accettabili occasioni di lavoro a tutti, compresi i tanti o pochi migranti che arriveranno in Europa, che avrà sempre più bisogno di loro; ma soprattutto che possono permettere ai migranti che vorranno (e lo vogliono in molti) far ritorno liberamente nelle loro terre di origine, oppure alternarsi tra l’Europa e il loro paese, di contribuire anche là alla rigenerazione ambientale e sociale dei loro massacrati territori.

Che cosa significa emergenza climatica?

Che cosa significa dichiarare l’Emergenza climatica, come hanno fatto i Parlamenti di Regno Unito e Irlanda (ma non quello italiano) e centinaia di comuni in tutto il mondo, tra cui Milano e, a seguire, Napoli? Nei fatti, niente. Dopo quella dichiarazione tutto prosegue come prima e i responsabili possono lavarsene le mani. Quella dichiarazione legittima però ogni richiesta fondata di fermare subito le attività che aggravano la situazione e di spostare al più presto le risorse finanziarie e umane disponibili su iniziative che concorrono al drawdown, a invertire le tendenze in atto. Per questo, oltre a Comuni, Municipi, Regioni, Scuole, Direzioni didattiche, Università, questa richiesta va presentata anche a tutti i corpi intermedi: stampa, tv, sindacati, associazioni, rappresentanze di imprese, diocesi, parrocchie, partiti. Molte adesioni possono innescare un effetto valanga, che finirà per coinvolgere tutti, anche perché la situazione del clima sta peggiorando sotto i nostri occhi. L’importante è individuare, con ciascun interlocutore, le priorità (e non è facile, vista la nostra impreparazione); e poi incalzarlo perché alle parole seguano i fatti. Si può cominciare sottoponendo chi ha fatto la dichiarazione alla verifica delle tre regole di Extinction Rebellion, il movimento che ha bloccato mezza Londra per due settimane.

Primo: dire la verità (Tell the Truth). Che cosa hanno fatto, e che cosa intendono fare, qugli enti e i relativi responsabili – per esempio il sindaco di Milano, o i sindacati che andiamo a incontrare – per far sapere a coloro che rappresentano (elettori, lavoratori, ascoltatori, lettori, associati, dipendenti, studenti, fedeli, ecc.) che la vita e la convivenza umane su questo pianeta sono di fronte a un passaggio irreversibile che le renderanno, se non impossibili, decisamente ostiche per tutte le generazioni a venire, a partire da ora? Basta formulare pubblicamente questa domanda per scoperchiare un abisso. Se non si è negazionisti (cosa oggi impossibile) tutti gli interpellati devono ammettere di essere venuti meno alle proprie responsabilità: di aver ignorato o volutamente nascosto una cosa di una gravità sconvolgente, nota da tempo, che avrebbe dovuto imporre di abbandonare progetti, programmi e iniziative in corso o, per lo meno, di imprimere loro un cambiamento drastico. Perché non lo si è fatto? Difficile per loro rispondere; deve diventare altrettanto difficile non farlo.

Secondo: agire subito (Act now). Non deve più essere possibile dire una cosa e farne un’altra: dare una tessera onoraria a Greta e poi manifestare per tenere aperte le trivelle (ma di esempi come questi se ne contano decine). Se il rischio è immenso e imminente (ma non è un rischio; è una certezza), altrettanto grandi e immediati devono essere gli sforzi per prevenirlo. E se avviare nuovi progetti richiede tempo (ma non tanto: la rapida riconversione dell’industria degli Stati Uniti per fare fronte alla Seconda guerra mondiale citata da Stiglitz fa testo), fermare attività e interventi che aggravano lo stato del pianeta può essere fatto subito. E qui non c’è bisogno di studi: sono tutte le cose contro cui sono scesi in campo movimenti locali, nazionali, o mondiali: produzione e vendita di armi, Tav, Terzo valico, Olimpiadi, Tap, pesticidi, navi da crociera, nuove autostrade, altoforni dell’Ilva, invasione delle auto, ecc. Bisogna riuscire a spiegare che per ogni posto di lavoro che si perde ce ne sono almeno due, e forse più – meno nocivi per chi li fa e per chi ci abita intorno e più utili per tutti – nelle attività necessarie alla conversione ecologica: negli impianti per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, nella ristrutturazione di tutti gli edifici, in un’agricoltura biologica che rispetti il suolo, avvalendosi di tutti i ritrovati della ricerca agronomica, nella riorganizzazione della mobilità sia urbana che di lunga percorrenza, nel riassetto e nella rinaturalizzazione dei territori, nella gestione e nel recupero di scarti e rifiuti, oltre che in tutte quelle attività da cui dipende direttamente il nostro benessere: sanità, istruzione, cultura, assistenza ai più deboli, ecc. E bisogna adoperarsi perché il passaggio da un posto di lavoro a un altro venga programmato consensualmente, con le modalità di una promozione sia economica che sociale. Se l’ingiustizia nasce dal mancato rispetto per la Terra, il suo risanamento porta con sé maggiore equità.

Terzo: promuovere la partecipazione (Call assemblies): è la conseguenza diretta degli altri due punti: nell’informare il maggior numero di persone possibile bisogna offrire a tutti l’opportunità di chiarire i dubbi e di scoprire che c’è una risposta possibile e necessaria. Ma per addentrarsi nelle cose da fare, occorre articolare l’obiettivo generale della transizione casa per casa, strada per strada, impresa per impresa, scuola per scuola, comune per comune, ecc. Solo chi vive, lavora o studia in un determinato ambito può sapere veramente che cosa si può fare e a che cosa si può rinunciare. Per ora nessuno di noi lo sa, perché non se ne è mai discusso. Per questo, con il supporto dei tecnici, le assemblee sono innanzitutto luoghi di auto educazione.

Il futuro è adesso, con il suo presagio di panico prossimo venturo.

Tra poco, due o tre anni, forse quattro, mano a mano che ci si accorgerà che i cambiamenti climatici stanno rendendo la Terra un ambiente invivibile, la gente sarà presa dal panico. E si ritroverà come i passeggeri di un transatlantico – con posti di prima, seconda e terza classe – che affonda: senza scialuppe di salvataggio e senza che l’equipaggio, come tanti capitani Schettino, sia in grado di dare indicazioni per salvarsi (non potrà più scendere neanche lui). Gli scienziati che si occupano del clima sono unanimi (ormai i negazionisti si trovano solo tra politici e giornalisti, più qualche accademico da baraccone): la crisi climatica è già scoppiata; molte delle sue manifestazioni sono ormai irreversibili; ma in mancanza di un’inversione di rotta, la situazione è destinata ad aggravarsi, rendendo sempre più ostica per la specie umana la vita su questo pianeta (e non ce ne sono altri). Il deterioramento sta subendo un’accelerazione imprevista: fino a pochi anni fa la deadline dell’irreversibilità era stata posta a fine secolo; con il vertice di Parigi, al 2050; a Katowice (COP 24) tra 11 anni; per i glaciologi abbiamo a disposizione solo tre-cinque anni: ghiacciai e calotte polari scompaiono e l’atmosfera è inondata di metano che moltiplica l’effetto serra. Ce ne accorgeremo tutti: il tempo sarà sempre più ondivago, cambieranno le stagioni lasciando campo libero a eventi estremi: tempeste, siccità, ondate di calore. Si contrarranno i raccolti e ci si dovrà accontentare di quello che c’è; l’acqua non scorrerà più in casa a tutte le ore; si dovranno limitare viaggi in aereo e spostamenti in auto, per non parlare di crociere e barche da diporto; i supermercati si svuoteranno di molte merci e le fabbriche che le producono della loro manodopera: ignorare i cambiamenti climatici non fa bene all’occupazione. L’arrivo di nuovi migranti, profughi climatici o vittime di conflitti scatenati dalla crisi ambientale, si farà tumultuoso; nessuno riuscirà a fermarlo, nemmeno a costo di massacri ai confini e di caos ingovernabili sia nei paesi più colpiti dal clima che a casa nostra; la Tv mostrerà tutti i giorni disastri in ogni angolo della Terra. Questo è ciò che vedranno molti di noi nei prossimi decenni. Ciò che succederà dopo, ai nostri figli e nipoti, nessuno può dirlo.

Tecnologie e conoscenze indispensabili per cambiare rotta sono ormai disponibili: le fonti rinnovabili potrebbero soddisfare in pochi decenni tutto il fabbisogno di energia del pianeta, a condizione di un loro uso oculato; le soluzioni per ridurre i consumi a parità di risultato (l’efficienza) possono contribuire a una drastica riduzione di quel fabbisogno; in campo agricolo (secondo generatore di gas di serra dopo l’industria) le colture biologiche di prossimità, sostenute dai risultati della ricerca agronomica e da un rapporto più diretto con i consumatori, si sono già rivelate più produttive di quelle industrializzate, la cui resa è in calo per il deterioramento dei suoli provocato dalla chimica; e diete senza o con poca carne (meno allevamenti) salvaguardano meglio la nostra salute; applicazioni telematiche consentono trasporti condivisi sia di massa che personalizzati senza più bisogno di auto individuali; ecc. Dov’è allora il problema? Perché tutte queste cose non si fanno?

Perché le élite finanziarie che dominano il pianeta sono indissolubilmente legate ai combustibili fossili: controllarli dà loro potere e sottoterra ci sono ancora miliardi di tonnellate di carbone, di barili di petrolio, di metri cubi di gas; tutti quotati in borsa, come sono quotate in borsa le imprese che producono merci legate al petrolio: dalle auto alle armi, dagli aerei alla plastica, dalle autostrade alle navi da crociera. Si ha un bel parlare di green economy, ma chi di loro rinuncerà mai a quella montagna di denaro? Ma anche politici, sindacalisti e gran parte del mondo accademico non sono in grado di guidare la transizione; oltre ai vincoli che li legano ai “poteri forti”, essa comporterebbe la chiusura di milioni di posti di lavoro (insieme alla creazione di un numero molto più alto di nuovi impieghi, sicuramente più salubri e forse anche meno afflittivi). Non ci hanno mai veramente pensato. E continuano non pensarci, nonostante i salamelecchi tributati a Greta. Ma non ci abbiamo pensato nemmeno noi; o la maggior parte di noi. E senza una condivisione diffusa che si faccia egemonia, anche il pensiero di chi lo fa non vale (quasi) niente.

Per fortuna qualcosa si muove: gli studenti (e non solo) messi in moto dall’esempio di Greta. Hanno capito ciò che politici e media si ostinano a non vedere o nascondere: nonostante gli anatemi lanciati contro di loro (“iperconsumisti!”) i giovani sono per natura meno corrotti delle generazioni più “mature”. O sono stati comunque costretti a capire che il loro avvenire è anche peggiore del precariato, della disoccupazione, della perdita di reddito a cui, bene o male (cioè molto male) si erano quasi assuefatti. Non sono soli. Accanto a loro ci sono altri movimenti, come Extiction Rebellion, quello che ha ottenuto la prima dichiarazione di emergenza climatica di un Parlamento bloccando per due settimane Londra (2000 arresti). E sono già in campo da anni contro i cambiamenti climatici e chi li causa il più grande movimento sociale dei nostri tempi, Via Campesina, e molte popolazioni native dell’America Latina dell’Asia e dell’Africa da cui papa Francesco – l’unico “Grande” della Terra che se ne occupi – ha preso ispirazione per la sua enciclica Laudato Sì. Ma la discesa in campo, con scioperi mondiali (il prossimo il 27.settembre), del movimento Fridays for Future è stato uno scossone. Poco per volta, che il mondo non è destinato a restare come lo conosciamo ora lo capiranno tutti. Per sventare il panico, accanto alla denuncia dei processi in corso e delle sue possibili conseguenze, occorre che si faccia strada fin d’ora un sapere positivo: la capacità di individuare casa per casa, scuola per scuola, strada per strada, città per città e territorio per territorio, le cose da rivendicare, imporre e praticare per realizzare la conversione ecologica. A partire da quelle che devono essere fatte subito: stop alle grandi opere, a trivelle e nuovi gasdotti, ad altre autostrade e altre olimpiadi. Attrezziamoci invece a far fronte ai tempi duri in arrivo con gli investimenti più urgenti. Non c’è alternativa.

Ricominciare dal clima

Greta Thunberg non è una scienziata. E’ (diventata) una figura mediatica che dà voce a pensieri, timori (anzi terrori, come lei stessa suggerisce) e convinzioni che molti di noi coltivano, chi da  molto tempo e chi da meno, sulla base di studi sempre più precisi e incontestabili, ma anche sempre più drammaticamente allarmanti, prodotti da un Comitato dell’ONU sui cambiamenti climatici (l’Ippc). Che ci avverte che siamo vicini a un punto di non ritorno, oltre il quale non potranno più essere ristabilite sul nostro pianeta le condizioni che rendono possibile la vita e la convivenza di miliardi di esseri umani.

Ora, il quadro che ciascuno di noi ha di fronte è sconcertante. Greta viene accolta da (quasi) tutti con grandi onori; dice cose semplici e terribili; tutti (o quasi) la applaudono e lei se ne va verso un prossimo appuntamento di valenza mondiale. Ma tutto continua come prima. Ci sono, sì, anche quelli che la chiamano “gretina” e trattano noi che le diamo retta come cretini. Sono quasi tutti giornali, media e politici di estrema destra, perché il negazionismo climatico è di estrema destra. Il perché lo ha spiegato bene – tra gli altri – Naomi Klein nel libro Una rivoluzione ci salverà: affrontare seriamente la transizione energetica necessaria ad attenuare le conseguenze – in parte già irreversibili – dei cambiamenti climatici richiede una rivoluzione di tutto il sistema economico e di tutti gli assetti sociali in direzione di una loro democratizzazione radicale, cioè di un sistema di relazioni che si regga sulla partecipazione e sull’iniziativa dei più. Ovunque. Per questo, tra noi che ci sentiamo compagni di strada di Greta – ormai siamo in molti – e quelli che ci danno dei cretini c’è una grande “zona grigia”; una maggioranza smisurata di indifferenti. Che sono tali in parte perché non sanno: stampa, media, scuola e politici hanno fatto ben poco per informarli (e papa Francesco, che lo fa da quattro anni, è davvero una voce nel deserto). Ma anche quelli che un po’ ne hanno sentito parlare preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia: sentono che i problemi da affrontare sono troppo grandi per loro. A questa categoria sembra appartenere la totalità (o quasi) di politici, sindacalisti, giornalisti non di destra, docenti, preti. Continuano a parlare delle cose di sempre – soprattutto “la crescita” e, in subordine, i partiti, gli equilibri tra loro in Italia e in Europa, l’occupazione, il reddito, la salute, i migranti, “i giovani”, e poi il cinema, la Tv, la moda, le vacanze, il gossip, ecc.), come se non ci fosse una immane spada di Damocle che penzola sulle teste di tutti, le loro comprese.

La figura più sciocca l’ha fatta Zingaretti, che ha dedicato a Greta la sua vittoria (congressuale, non elettorale), e poi complimentarsi subito per il finto stato di avanzamento del Tav (un progetto che genererà 12 milioni di tonnellate di CO2 in una decina d’anni, ma che non entrerà mai in funzione perché da un lato e dall’altro del “Grande buco” continuerà a non trovare dei binari adeguati per iniziare o concludere la sua stupida corsa). Le elezioni sono passate senza che il problema dell’imminente apocalisse climatica venisse richiamata, se non come un tema tra gli altri, nel capitolo “ambiente” a cui ogni partito è ormai in obbligo di dedicare uno spazio, senza peraltro trarne alcuna conseguenza concreta. Per festeggiarsi il quotidiano Repubblica raduna 130mila persone, dove tutti parlano di tutto tranne che del clima, relegato in un angolo a un incontro con quattro esponenti del movimento Fridays for future. I sindacati minacciano uno sciopero generale nazionale alla ripresa autunnale contro le politiche del governo. Perché non fa niente, in Italia e in Europa, per affrontare la minaccia climatica? E perché ha rifiutato di firmare un documento di conferma dell’impegno, assunto al vertice di Parigi, di azzerare le emissioni carboniche entro il 2050?. Neanche per sogno! Il problema non è all’ordine del giorno. Come non lo è nella piattaforma dello sciopero nazionale indetto dalla Fiom per il 14 giugno, al cui centro c’è l’occupazione senza un solo cenno al problema dei problemi: che per fare fronte agli impegni assunti al vertice di Parigi bisogna chiudere molti impianti e molte fabbriche e immettere i relativi lavoratori – più molti altri da assumere ex novo, creando così molta nuova occupazione – nelle attività ad alta intensità di lavoro richieste dalla transizione energetica e dalla conversione ecologica. Intanto gli studenti di Fridays for future sono scesi in piazza in tutto il mondo (e a centinaia di migliaia in Italia) il 15 marzo e il 24 maggio (e lo faranno di nuovo il 27 settembre) per esigere un cambio immediato di passo ai Governi nazionali, sovranazionali e locali. Quale occasione migliore per mettere a punto insieme una piattaforma politica ed economica che cominci ad affrontare il problema in termini operativi? E quale occasione migliore, anche, per costruire insieme, movimento, sindacati e altre associazioni, quella Coalizione sociale – cambiandole magari nome, ormai screditato – che Landini si era impegnato a costituire quattro anni fa e che poi ha lasciato per strada, ma che resta un passaggio obbligato per qualsiasi prospettiva di trasformazione sociale e di cambio di rotta economica e politica in Italia e in Europa?

Il manifesto giornale ha aperto un dibattito sui rapporti tra ambientalismo e sinistra, ma forse è partito con il piede sbagliato. Il problema non è mettere insieme questi due orientamenti, ciascuno dei quali ha una sua storia, in Italia, ma non solo, sempre più evanescente. Occorre cominciare a dire (Tell the truth, dicono quelli di Extinction Reballion) – e poi prendere subito l’iniziativa (Act now) e poi ancora coinvolgere il maggior numero di persone (Call assemblies) – che tutti i grandi temi all’ordine del giorno, occupazione, migranti, reddito, salute, diritti, ecc., dipendono dalla capacità di affrontare a fondo un’unica grande e improcrastinabile questione; che li ricomprende tutti: come impegnarsi a fondo, e su tutti i fronti, nella lotta contro i cambiamenti climatici.

L’automobile come bene comune

L’automobile non è solo un veicolo semovente a quattro ruote; è un intero sistema di mobilità che ha dato la sua impronta a un’epoca; ed è la matrice, ma anche il prodotto, di gran parte del suo immaginario e del suo stile di vita. Da tempo l’automobile sta cambiando vesti perché non vuole scomparire, esattamente come succede al suo secolo – tutt’altro che breve – che cerca in ogni modo di trasmettere e trascinare nel terzo millennio le sue tare. L’automobile ha in effetti accompagnato l’ascesa e il declino delle grandi speranze che hanno contraddistinto il Novecento: l’emancipazione dei lavoratori ad opera della rivoluzione, o di un movimento operaio che ha avuto il suo baricentro proprio nell’industria dell’auto: un processo che si è risolto nel suo contrario, l’attuale umiliazione di tutto ciò che è lavoro; la democrazia del suffragio universale, che ha perso ogni incidenza poco dopo essere stato conquistato o concesso a tutti: non solo ai poveri e alle donne, che a lungo ne sono rimaste escluse, ma anche agli elettori di un numero sempre più ampio di paesi dove si vota tanto, ma non cambia mai niente; il sogno avveniristico di un universo popolato da macchine capaci di liberare gli umani dal lavoro, oggi trasformato nell’incubo dell’emarginazione dal consorzio civile proprio di chi il lavoro lo perde o non lo trova più; lo sfruttamento senza limiti delle risorse offerte dalla Natura convertitosi nella rivolta della Terra contro chi pensava di averla domata per sempre. Ed altro ancora.

L’automobile ha preso parte a questa parabola generale del secolo scorso creando in tutto il mondo, insieme a un’organizzazione del lavoro – il fordismo – che ha poi pervaso ogni altra attività, milioni di posti di lavoro e di retribuzioni (da tempo sempre più a rischio); ma soprattutto promettendo a tutti la libertà di spostarsi dove e quando e con chi si vuole; e di trasformarsi da fanti in cavalieri. Ma proprio quando e dove quella promessa sembrava essersi realizzata l’auto si è rivelata nient’altro che una sanguisuga che inquina, immobilizza, stressa e dissangua tanto chi vi sale a bordo quanto chi non vi è mai salito o ne è sceso, per un po’ o per sempre.

Da quest’incubo non ci libererà né l’auto elettrica (rinnovando o aumentando ancora il miliardo di veicoli che già intasano il pianeta), né l’auto che “si guida da sola”, ultimi colpi di coda del mostro per cercare di sottrarsi a un destino che lo pone invece di fronte a un bivio da cui si dipartono due strade in direzioni opposte. Una, quella che cercherà di tenere “il sistema” in vita con quelle due soluzioni, ci porta diritti e filati verso la catastrofe a cui l’automobile ha già dato e continua dare uno dei contributi più consistenti lungo tutta la sua filiera, dalla sua produzione, al suo utilizzo, al suo smaltimento: il saccheggio delle materie prime, i fumi degli impianti e degli stabilimenti di produzione; l’uso pervasivo e insensato (una tonnellata di ferraglia per trasportare 80 chili di ciccia…); la trasformazione del petrolio in CO2 nella moltiplicazione dei suoi spostamenti; la distruzione di suoli e centri abitati per farle spazio; i paesaggi sventrati per asfaltare le strade lungo cui farla correre; i residui oleaginosi e arrugginiti che ogni suo esemplare disperde a fine d corsa. Quella catastrofe climatica e ambientale, ormai ben visibile, sta cacciando dalle loro terre milioni e milioni di esseri umani alla ricerca della loro sopravvivenza, e sta trasformando il nostro habitat di automobilisti seriali in una fortezza in cui sarà sempre più difficile entrare, ma anche sempre più difficile uscire; perché ci rinchiude tutti in tante bolle al cui interno arrabattarci per assicurarci una  vita sempre più stentata, che renderà sempre più difficile quanto inutile quella mobilità a cui l’automobile aveva impresso il marchio della libertà; ma al cui esterno non ci sarà che la guerra di tutti gli esclusi: sia tra di loro che contro chi cerca di tenerli lontani. 

La seconda strada che si diparte da quel bivio è quella dell’automobile come bene comune, da condividere quando e tra chi ne ha di volta in volta veramente bisogno, come dovrà succedere con tutti gli altri beni che sono o che devono essere comuni, cioè condivisi tra una comunità, o una “rete”, che li gestisce autogovernandosi (e con questo garantendo il futuro della specie umana): l’acqua, l’aria, il suolo agricolo ed edificato, gli edifici inutilizzati o mal utilizzati, l’informazione, i saperi e tante altre cose. Le tecnologie ITC consentono di offrire a tutti la possibilità di un trasporto personalizzato senza possedere un’auto propria, proprio come la tecnologia del motore a combustione interna aveva permesso di riempire le strade di automobili personali, anche se destinate a rimanere ferme per la maggior parte del loro tempo.

Ora, guardando i progetti con cui ci viene prospettato il suo futuro dalle corporation dell’automotive, non c’è niente di più insensato, ma per fortuna anche di più irrealistico, che rinchiudere ogni essere umano dentro un guscio semovente – dove farsi la propria “cameretta” – che riproduce al suo interno le fattezze del “guscio casa”; o del “guscio ufficio” – dove continuare a lavorare anche quando si va da un posto all’altro – e dove trascorrere una parte sempre più consistente del proprio tempo, imbottigliati tra un luogo e l’altro della propria esistenza. Ma togliendo a chi dimora in quel guscio, e per tutto il tempo che vi dimora, anche la responsabilità di guidare, perché quei gusci verranno incolonnati lungo autostrade che sanno già dove portarti, uno dietro l’altro, come tanti vagoni di un treno in cui ciascun passeggero ha il suo scomparto, ma anche il suo motore, e i suoi consumi, e il suo spazio, per portarsi appresso tutte le sue cose: anche quelle che non gli servono. 

Questa visione della mobilità futura non è che un risvolto particolare di un progetto generale che consiste nello svuotare l’essere umano di ogni suo contenuto particolare (che vuol dire di ogni libertà di scelta) per consegnarlo e renderlo schiavo di una macchina; o di una “piattaforma”; o di una organizzazione; o di una dieta decisa da chi già ha, e vuol avere sempre di più, il controllo del cibo; o di una terapia permanente (una medicalizzazione che lo trasformi per sempre in un composto chimico artificiale); o di una guerra decisa altrove e fatta dai robot, in cui il ruolo obbligato di ognuno di noi sarà  quello di vittima designata di qualche danno collaterale.

Greta docet

Greta Thunberg ha reso noto che salterà il prossimo anno scolastico per dedicarsi al compito che si è data: continuare a tenere all’erta la Terra, cioè noi, sui pericoli che incombono e l’urgenza di affrontarli.  Questa decisione  è resa obbligata da due degli impegni che Greta si è presa: partecipare all’Assemblea generale dell’Onu del prossimo 23 settembre a New York, che prevede una discussione sul clima, e alla Conferenza delle Parti (COP 25) che si terrà in Cile a dicembre. Greta intende raggiungere entrambe queste destinazioni senza usare l’aereo. La cosa è complicata, perché alcune sue rotte non sono coperte da altri mezzi di trasporto; evitare l’aereo in quei viaggi è però incompatibile con la frequenza scolastica, anche quella interrotta dai periodici scioperi del venerdì.

A molti sembrava sbagliato che una studentessa interrompesse gli studi per addossarsi un compito così pesante. Ma a loro Greta ha già risposto: a che cosa serve che andiamo a scuola se state negando il futuro a tutta la mia generazione? Nessuno è stato in grado di replicare.

Ad altri può sembrare assurdo intestardirsi a non salire su un aereo anche quando i viaggi sono lunghi e complicati.  Se però le conferenze internazionali fossero sempre così difficili da raggiungere per tutti sarebbero forse di meno ma più costruttive. Quello che Greta cerca di spiegarci con i fatti e non a parole è che dobbiamo tutti abituarci, e presto, non solo a cambiare completamente le nostre abitudini (e certo non rientra tra le “abitudini” della maggior parte di noi andare a New York o in Cile), ma anche a ridurre la gamma delle possibilità su cui si è fatto conto finora. Per ridurci tutti in povertà? Certamente non per arricchirci. Ma perché al posto del disastro che ci aspetta se non cambia tutto alla svelta, si possa ancora prospettare realisticamente un mondo migliore per tutti: quello a cui Alex Langer aveva alluso con il suo magistero:  un mondo che vive più lentamente (e Greta ci fa capire che cosa comporta), più dolcemente (nel gestire le nostre relazioni), più in profondità (recuperando una dimensione interiore che la vita odierna ci fa perdere). Con i suoi mezzi Greta spiega una cosa che non riesce ancora a entrarci in testa: non c’è tempo da perdere.

Quanti politici hanno reso omaggio a Greta! E poi? Quanti Comuni e Parlamenti hanno dichiarato l’emergenza climatica per poi continuare il loro trantran! Quanti continuano a comportarsi come sempre, anche se siamo sull’orlo di un baratro? E come spiegarcelo? Tre ipotesi:

Sono (e siamo) ignoranti. In effetti politici, media e scuola non hanno fatto molto, soprattutto in Italia, per illustrarci la minaccia climatica. Ma dopo la comparsa di Greta e del movimento Fridays for Future nessuno può più dire di non sapere: neanche quei giornalisti che continuano a trattarla, e a trattarci, come deficienti.

Sono (e siamo) cinici. Sta per arrivare qualcosa di terribile, ma pensiamo che non ci riguardi, che riguardi solo altri. Per questo i politici continuano a fare gli stessi discorsi, i giornalisti a scrivere gli stessi editoriali, gli economisti a ripetere la stessa tiritera (si parla sempre solo di “crescita”) e i prof a fare le stesse lezioni (ahi, il programma!).

Sono (e siamo) sclerotici. I governanti non sanno come affrontare il problema perché capiscono che dovrebbero cambiare tutto, a partire dai loro progetti politici e di vita.  Per questo sembra prevalere una “volontà di non sapere”: meglio nascondere la testa sotto la sabbia. Ma questa condizione non riguarda solo loro. Riguarda anche tutti noi. Chi di noi ha cominciato anche solo a pensare come si dovrebbe riorganizzare la propria vita in un mondo che non ci offrirà più molte delle soluzioni che conosciamo per mangiare, vestirci, spostarci, riscaldarci, collegarci? Quello che Greta cerca di insegnarci con i fatti è proprio questo.

È ovvio che da soli, ciascuno per conto suo, non si  realizzerà niente di significativo. Occorre il confronto, l’azione collettiva, la politica, la traduzione della conversione ecologica in progetti concreti, in rivendicazioni e soprattutto in partecipazione. A partire dalle scuole – perché il movimento è nato e per ora vive soprattutto nelle scuole e nelle Università – che da settembre dovrebbero trasformarsi in centri di informazione, discussione, educazione, ma anche di progettazione e soprattutto di coinvolgimento, sui temi fondamentali della conversione ecologica, aprendo al quartiere e al territorio. Perché – è l’obiettivo che ci indica Greta – il prossimo sciopero mondiale, il 27 settembre, deve coinvolgere anche gli “adulti”, cioè i lavoratori e i territori. Che cosa ne pensano sindacati e associazioni?

Un fallimento annunciato

Dirsi “di sinistra” non fornisce più da tempo una rendita elettorale di posizione a chi si dichiara tale. Lo sapevano già coloro che negli anni passati avevano costruito prima Alba, poi Cambiaresipuò e poi ancora L’Altra Europa, escludendo la parola sinistra dal loro logo: non che fossero di destra o di centro, o che rinnegassero i valori storici – quali? – della sinistra, cercavano solo di costruire consenso su altre basi, mettendosi in gioco con proposte e impegni più o meno concreti. Se ne sono però dimenticati i promotori della lista La sinistra: una lista abborracciata all’ultimo momento dopo molti incomprensibili litigi, andirivieni e veri e propri linciaggi dei propri esponenti. Ma non fornisce più una rendita di posizione nemmeno chiamarsi Verdi: altra lista abborracciata all’ultimo momento, con pochi agganci con le molte battaglie per l’ambiente (alcune in corso da decenni!) e le recenti mobilitazioni per il clima in campo anche in Italia (esclusi i volantinaggi dell’ultima ora). L’avanzata dei Verdi in diversi paesi europei non è un riflesso passivo della battaglia ingaggiata da Greta Thunberg; è in larga parte il frutto di un impegno intenso e capillare, per lo meno sul piano informativo e didattico, che in Italia è mancato o è stato del tutto insufficiente e per questo ignorato. Certo, anche grazie al fatto che in nessun altro paese stampa e media sono stati altrettanto compatti contro le tante lotte – anch’esse di valenza generale – per la salvaguardia o la valorizzazione dei territori, come quelle NoTav e NoTap; o altrettanto sordi e ciechi di fronte alle grandi minacce che incombono sul pianeta (l’apocalisse climatica e la distruzione della biodiversità) che la maggior parte dei politici di destra come di sinistra (per non dire tutti) nemmeno conosce, o non ritiene comunque temi degni di una chiamata alla mobilitazione. Un atteggiamento certamente comprensibile, perché affrontare quei temi richiede impegnare e impegnarsi a un cambiamento radicale del proprio agire e delle proprie proposte che poco ha a che fare con i modi tradizionali – a cui non crede più nessuno – con cui i programmi, elettorali e non, cercano di affrontare le questioni fondamentali del vivere quotidiano: redditi, lavoro, salute, abitazione, convivenza, cioè migranti, o famiglia (che vuol poi dire rapporto tra uomo e donna, ma anche tra genitori e figli).

I tempi richiedono un approccio radicalmente diverso, che per ora solo papa Francesco (e pochi altri) hanno dimostrato di saper adottare: con molti importanti discorsi e soprattutto con l’enciclica Laudato sì. Un’enciclica a cui nessun politico non razzista e reazionario ha mai smesso di fare qualche “richiamo d’ufficio”, spesso senza nemmeno averla letta e, sicuramente, senza averne tratto un qualche insegnamento. Solo una riconsiderazione radicale del rapporto tra essere umano e ambiente, tra le nostre vite e il resto del vivente, tra un presente presentato come immutabile e un futuro evanescente, se non terrorizzante, può rimettere in piedi una prospettiva politica – cioè, di autonomia personale e di autogoverno collettivo – entro cui collocare anche le rivendicazioni fondamentali portate avanti dalle lotte sociali nel corso della lunga storia del movimento operaio. Al di là di questa prospettiva resta solo la paura: paura del “diverso”; di perdere a suo vantaggio quel poco che ancora si ha, che poi non è né benessere né rispetto, ma solo la fatica del vivere e l’idea falsa di una “identità” che dovrebbe accomunare persone che in realtà non provano alcun piacere nello stare insieme: nessuno di noi desidera vivere a fianco dei seguaci di Salvini – anche se le regole della convivenza ci impongono di farlo – come nessuno dei seguaci di Salvini è fiero di convivere con noi, l’altra parte di quegli “italiani” che tanto invocano. Questa paura, che ha invaso non solo l’Italia, ma un po’ tutto il mondo, è quella che ha permesso di realizzare (per ora) la più grande operazione mediatica messa in atto alla svolta del secolo: scaricare su chi sta peggio di noi, nel nostro paese come nel mondo intero, criminalizzandolo, la responsabilità del malessere e della miseria provocate da quell’1 per cento che sta appropriandosi a passi da gigante delle vite e del pianeta (la “casa comune”) di tutti.

L’altra paura, quella che molti di noi – ma evidentemente non tutti, e neanche la maggioranza – provano sempre più intensamente, fino a venirne metaforicamente paralizzati, è quella provocata dall’affermazione non solo di Salvini, ma di tutte le destre xenofobe, razziste e maschiliste in larghe parti del mondo; e persino nei più insospettati anfratti della nostra società, quelle che credevamo immuni, come la Riace di Lucano, la Lampedusa di Bartòlo, la Valdisusa di trent’anni di resistenza contro lo stupro di un territorio e di una comunità. A questa paura, e non certo all’adesione a una svolta che non c’è mai stata, è senz’altro riconducibile la piccola e politicamente insignificante “rimonta” del PD (l’inutile mito del “voto utile”); ma anche il crollo dei 5Stelle, non più visti come un baluardo contro i progetti devastanti che accomunano sia PD che Lega a tutto l’establishment parassitario che sta divorando il paese insieme alle nostre vite. Se il Tav “deve” essere fatto, se per “liberarci” dai migranti dobbiamo consegnarli ai predoni della Libia (che con le motovedette donate dall’Italia non solo catturano i migranti per riportarli da dove cercano di scappare, ma cacciano anche i pescatori italiani – “Prima i libici!” – dal mare che l’Imo gli ha attribuito come fosse proprietà privata), ebbene, allora tanto vale consegnarsi a chi quelle cose le sa fare meglio. Nessun dubbio che in questo caso vinca Salvini. 

Per questo, più che nella rinascita dei partiti esistenti, occorre forse lavorare innanzitutto alla promozione di un vasto movimento di opposizione alle più pericolose politiche messe in atto dagli organi dell’Unione perché è solo l’esistenza di una controparte comune che può permetterci di cominciare a unificare le mille istanze che oggi si presentano in ordine sparso ai grandi appuntamenti del secolo.


Climate strike. Verso il 20 settembre

La seconda giornata mondiale di sciopero per il clima si è conclusa positivamente. In Italia, e in particolare a Milano, ha registrato una partecipazione più ridotta, ma sicuramente più consapevole e convinta, di quella del 15 marzo, come è nella natura di un movimento che sta crescendo. Era prevedibile: non c’era più la novità del primo colpo, del primo strike; i media erano concentrati sulle elezioni europee (d’altronde, il modo in cui hanno trattato le manifestazioni il giorno dopo evidenzia la volontà di “chiudere la partita” con Greta al più presto: hanno cose più importanti di cui occuparsi…); l’anno scolastico volge al termine ed è tempo di verifiche; infine minacciava maltempo, anche se poi la giornata è stata bellissima: piena di sole e di slogan, canzoni, cartelli, striscioni autoprodotti. E senza quella selva di bandiere di partito e di simboli di associazioni che trasformano le manifestazioni – anche le più belle, come quella del 23 marzo a Roma per la Terra – in una specie di supermercato dove la merce in vendita viene esposta, nella speranza che qualcuno la compri…

Inutile parlare di numeri: eravamo, sia al mattino (lo sciopero degli studenti) che al pomeriggio (il corteo per chi al mattino non poteva esserci), più di quanti ne abbiano riuniti Salvini e Zorro in Piazza Duomo, pur tenendo per buono il falso pallottoliere pro-partiti di maggioranza in dotazione a tutte le Questure d’Italia; d’altronde nelle piazze di Salvini una buona metà è lì per fischiarlo e solo metà per ascoltarlo.

Lo strike di Milano si è concluso con un forse inutile dibattito nei giardini della Triennale; con una prima parte, impostata sulla contrapposizione tra buonisti (chi si batte per il clima) e ingenui (chi non se ne cura), denunciata sì come falsa, ma senza opporvi alcuna alternativa valida: per esempio quella tra responsabili (chi ascolta gli allarmi degli scienziati) e impostori (chi volutamente li ignora per non colpire interessi dominanti). Tutto sembrava invece risolversi in una serie di buoni comportamenti – tracimati anche nella seconda parte del dibattito, con l’insistenza sulla raccolta differenziata – a cui affidare l’uscita dall’emergenza, ignorando completamente l’esistenza di imprese, enti, media e interessi che lavorano ogni giorno per imporci uno stile di vita insostenibile.

Quando poi si è passati agli enti – Comune, media, imprese – lo spettacolo è stato devastante: tutti sono all’avanguardia nella lotta per l’ambiente; tutti hanno fatto tutto quello che andava fatto. Resta da spiegare però come mai siamo arrivati lo stesso a questo punto. L’architetto Boeri ha proposto di mettere a dimora tre milioni di alberi, senza spiegare se per piantarli basta il suolo (per esempio quello degli scali ferroviari o dell’ippodromo in via di cementificazione), o se per ogni ciuffo di piante bisogna costruire un apposito grattacielo come quello che lo ha qualificato come archistar, con i suoi inevitabili consumi energetici. Mentre il direttore del Corriere della Sera ha vantato il lungo impegno del suo giornale sul tema dei cambiamenti climatici, senza ricordare che per anni il suo giornale (lui però non ne era ancora il direttore) dava voce solo all’unico – insieme a Rubbia – scienziato negazionista italiano, Guido Visconti, recentemente pentitosi e passato dalla nostra parte senza mai riconoscerlo.

Tra inevitabili alti e bassi il movimento Fridays for future ha comunque confermato non solo la sua permanenza, ma anche la sua forza, che poggia, per ora, su due pilastri fondamentali. Innanzitutto è un movimento mondiale: a uno a uno, chi prima e chi dopo, tutti i governi dovranno cominciare a tenerne conto, con i fatti e non a parole. Poi si confronta con un peggioramento del clima di cui tutti – anche i negazionisti – sono ormai costretti a prendere atto e che con i suoi eventi estremi sempre più gravi e frequenti impedirà a tutti di metterlo nel dimenticatoio (o di continuare a sfotterlo, come fanno tutti coloro che si fanno un vanto della loro ignoranza e cattiva fede).

Il movimento continuerà con la moltiplicazione di azioni sparse, come l’occupazione della sede dell’Enel a Milano o a Napoli, che non fanno capo direttamente a Fridays for future, o quelle messe in atto da Extinction Rebellion, che sono indispensabili per tener alta l’attenzione sul tema. E crescerà mano a mano che, dopo Milano e Napoli, altri Comuni – e, si spera, Regioni – saranno spinti a dichiarare l’emergenza climatica: per ora solo a parole, ma legittimando con ciò le rivendicazioni sempre più radicali che il movimento presenterà loro.

Intanto, dopo il 24, e in vista del prossimo strike mondiale del 20 settembre, c’è l’urgenza dimettere a fuoco i prossimi impegni.

Il primo l’ha esplicitato Greta: il prossimo sciopero deve coinvolgere anche gli adulti, quelli che non sono studenti o studentesse. Non che finora siano mancati, ma sono arrivati in ordine sparso; sempre, peraltro, bene accetti. D’ora in poi bisogna lavorare perché “gli adulti” e soprattutto i lavoratori si convincano a partecipare in massa al movimento perché siamo tutti esposti allo stesso rischio mortale. E quindi occorre agire innanzitutto sulle famiglie – e sui condominii, sui Municipi e le associazioni di quartiere – degli studenti impegnati nel movimento. Poi sul personale di aziende, stabilimenti, enti – e non solo attraverso i sindacati, oggi riluttanti se non contrari a impegnarsi in questo campo, o pronti a farlo solo a parole – promuovendo volantinaggi, riunioni, assemblee, dibattiti sul tema, fuori e dentro i luoghi di lavoro e presentandosi in massa all’ingresso e all’uscita dal lavoro, come avevano fatto davanti alle fabbriche gli studenti di cinquant’anni fa.

Ma per farlo bisogna prima rafforzare sul piano organizzativo la presenza del movimento nelle scuole e nei dipartimenti, mettendo all’ordine del giorno, prima dell’inizio del prossimo anno scolastico, la revisione dei programmi, dei corsi di studio e degli orari scolastici per far posto ai temi dell’emergenza climatica e ambientale, unitamente alla richiesta di interventi per rendere ambientalmente sostenibili gli edifici in cui si impartisce l’istruzione…

In terzo luogo occorre mettere a punto, non nel chiuso di un’assemblea, per quanto affollata, ma nel confronto aperto con il corpo studentesco e con le associazioni e i comitati che si riescono a raggiungere, quali sono gli interventi più urgenti per tradurre in fatti le dichiarazioni di emergenza approvate: sia le cose da fare al più presto, sia quelle da bloccare subito. E qui casca l’asino. Perché convincere un’amministrazione che la strada che sta percorrendo è sbagliata e che occorre cambiare rotta è come chiedere ai suoi esponenti di cambiare mestiere…

Tutto concorre a far credere che, tutto sommato, ce la si può cavare con poco: un po’ più di raccolta differenziata, una dieta con meno carne, un po’ più di bicicletta, un po’ di pannelli solari sui tetti, qualche viaggio aereo in meno, il vetro al posto della plastica – tutte cose sacrosante – e la vita può continuare come prima…

Non è così. Bisogna sì partire dai problemi della vita quotidiana di tutti, però entrando nell’ottica che i cambiamenti a cui andremo incontro saranno radicali: sia se si lascia che le cose continuino per il verso attuale, sia se si cercherà di riprendere in mano il nostro destino, e quello di tutte le future generazioni. Insomma, comunque vada, niente, ma proprio niente, sarà più come prima. Occorre disporci e disporre chi incontriamo, a entrare in un mondo completamente diverso.

Emergenza clima: dalle parole ai fatti

Il Consiglio comunale di Milano ha approvato un ordine del giorno che dichiara l’emergenza climatica e ambientale, come hanno già fatto molte municipalità nel Regno Unito, negli Stati uniti, in Australia e Spagna. E’ una importante vittoria del movimento Fridays for future che da tempo si batte per imporre questo passo. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il mare. Ovunque. Per questo è opportuno sottoporre quella dichiarazione alla prova delle regole fissate da Extinction Rebellion, il movimento che ha imposto l’emergenza climatica e ambientale al Parlamento britannico. Sono solo tre frasi: Dite la verità (Tell the truth), Agite subito (Act now), Convocate le assemblee (Call assemblies). 

Dite la verità: cioè dite che abbiamo solo più dodici anni per arrestare, con il concorso di tutti, una catastrofe planetaria e i danni prodotti in due secoli; danni che riguardano sia il cielo (quello che succede al clima) che la Terra (il suo avvelenamento e la scomparsa di un milione di specie, vitali per la rigenerazione degli ecosistemi). E’ una verità che la politica, il mondo imprenditoriale e manageriale e gran parte di quello accademico hanno nascosto o ignorato per anni. Ma che ora dovrebbe obbligare quei signori a far le valigie e lasciare i loro posti a chi da anni, o da mesi, o anche solo da settimane, lo grida in tutti i modi. Non lo faranno; ma cominceranno, almeno, a riportare l’attenzione sull’imminenza di quel collasso, passando ai fatti?

Agite subito: cioè indicate ora le cose da fare al più presto e soprattutto le cose da non fare più. Mettere in cantiere nuovi progetti richiede tempo (anche se la rapida mobilitazione dell’apparato industriale degli Stati uniti per far fronte alla Seconda guerra mondiale è un buon precedente); ma stoppare progetti e programmi devastanti si può fare subito, affrontando poi con calma e rigore le conseguenze legali e occupazionali e le esigenze di servizi sostitutivi. Quindi, vanno bloccati subito progetti come Tap e Tempa Rossa (perché aggiungere altro gas e petrolio a quello che dovremo eliminare tra poco?), gli inutili Tav Torino-Lione e Terzo valico e le nuove autostrade, i nuovi aeroporti, le nuove costruzioni su suoli agricoli (e, ovviamente, le armi). Qualcosa in contrario? Inseriteli nello scenario dei prossimi trent’anni, cosa che nessuna analisi costi-benefici ha mai nemmeno provato a fare… Se non si ritiene necessario bloccare quei progetti è ipocrita fingere di condividere le parole di Greta. Poi, per quanto riguarda Milano, la città che ha dichiarato l’emergenza, vanno abbandonati progetti come Olimpiadi, riapertura dei Navigli, nuovo stadio, cementificazione dell’ippodromo e degli scali (destinandoli a verde e orti urbani); e occorre realizzate nel giro di pochi anni “bazzecole” come la chiusura di tutte le centrali termoelettriche che alimentano la città e il divieto di accesso a tutte le auto non condivise e non di servizio, sia convenzionali che elettriche. Solo a dirle, fanno tremare le vene ai polsi; ma non siamo forse in guerra contro un “sistema” che altrimenti ci porta al collasso? Quanto a ciò che una città dovrebbe mettere in cantiere, eccone un breve e provvisorio elenco: solarizzazione termica e fotovoltaica di tutti i tetti esposti, coibentazione di tutti gli edifici e installazione generalizzata di pompe di calore in tutta la città; istituzione rapida di team misti di tecnici per check-up, progettazione e individuazione – gratuite – dei costi e delle soluzioni finanziarie. Trasporto urbano di linea potenziato e gratuito (la capacità dei mezzi esistenti e futuri raddoppia, e i costi diminuiscono, se si liberano le strade da traffico e parcheggio delle auto private) e istituzione di servizi a chiamata di trasporto condiviso di passeggeri e merci; promozione della conversione a colture ecologiche del territorio periurbano e campagne a sostegno di diete ecocompatibili; disincentivazione di vacanze e trasferte in aereo. Sono solo esempi per dare l’idea della dimensione delle cose da fare. Fondi e credito necessari dovranno essere rivendicati, a livello nazionale ed europeo, proprio in nome dell’emergenza; ben sapendo che in progetti come questi ci sarà lavoro per tutti, nativi e migranti, a tutti i livelli di specializzazione. Riusciranno i nostri eroi a realizzare in tempi stretti tutte (o quasi) queste misure? 

Convocate le assemblee: la conversione ecologica non può farsi senza coinvolgere la popolazione, sia come lavoratori che come utenti e contribuenti. Spetta a noi garantire che la giustizia ambientale sia anche giustizia sociale. Le assemblee locali e settoriali convocate dalle autorità in carica – Comuni, Municipi, Città metropolitane, Governi nazionali Unione europea – avranno una partecipazione tanto più larga, continua e articolata quanto più ampi saranno i temi sottoposti a consultazione e deliberazione. Ma esse promuoveranno anche una conflittualità con i poteri costituiti tanto più intensa quanto più le scelte da effettuare ne minano gli interessi o richiedono misure onerose; il cui costo non deve ricadere sulla generalità dei cittadini o su chi dovrà cambiare lavoro. Sarà comunque il rapido peggioramento del clima a spingere alla partecipazione e al conflitto sempre più persone; se sapremo raccogliere le loro preoccupazioni. Quelle assemblee dovranno essere un embrione di democrazia partecipata – da affiancare, e non da contrapporre, a quella rappresentativa – ma anche uno strumento di autoformazione: nessuno di noi, per ora, sa esattamente quello che bisogna fare o non fare più nel quartiere, nella scuola, nel condominio, nell’azienda in cui vive o lavora. Non se ne è mai parlato. Ma per non subire passivamente le catastrofi in cui rischiamo di incorrere quelle domande devono diventare l’oggetto di un reciproco e continuo interrogarsi: è la base di una cultura adeguata ai tempi, di una società più democratica, di un confronto alla pari che restituisca senso e autostima alla vita di tutti.