Niente sarà più come prima. 1

Venerdì 27.9, giorno conclusivo della settimana di mobilitazione contro la crisi climatica e ambientale, oltre due milioni di studenti sono scesi in piazza in diversi paesi del mondo (e in Italia più che in tutti gli altri) portando così a oltre sei milioni (quattro volte quelli del 15 marzo; e a novembre, al prossimo global strike, saranno ancora di più)  le persone  che hanno risposto alla chiamata di Greta Thunberg. Non è che l’inizio: da oggi non solo le piazze, ma il cuore di ogni discussione sensata, ragione e politica (quella vera, che decide della vita di tutti) si sono trasferite in mano loro, lasciando politici di professione, impresa e finanza, mondo del lavoro (e soprattutto le sue rappresentanze) e quello accademico (con l’eccezione dei climatologi e pochi altri) a girare a vuoto intorno ai loro totem: “crescita”, Grandi opere, decimi di punto di PIL e di deficit, ecc. “La nostra casa va a fuoco”, gridano gli studenti. E se l’establishment non se ne è accorto, per ignoranza, perché troppo preso dai suoi affari, per timore di dover cambiar troppo “l’ordine delle cose”, la paura che non prova ancora per il disastro imminente, comincerà ora a provarla nei confronti di quei ragazzi e ragazze che scendono in piazza contro di loro, cominciando a tagliare sotto i piedi l’erba del business as usual. Ci metteranno un po’, quei signori, a capire che il loro mondo è finito e che per salvare la specie umana, cioè tutti loro insieme ai loro figli e nipoti, occorre metter mano a una svolta radicale: che loro non sanno nemmeno concepire e meno che mai progettare e realizzare, perché si sono cullati –  tutti,maggioranze e opposizioni – nell’illusione di un eterno presente che la crisi climatica ha dissolto per sempre. 

Ma è ora di smettere di svalutare le nuove generazioni accusandole di consumismo, di aver perso il senso del limite, di non rispettare più la “legge del padre”; magari perché i loro padri sono “evaporati”. Meno male, c’è da dire, che sono evaporati: sono stati loro a mettere in mano ai loro figli merendine, abiti firmati, smartfone e altri gadget. E adesso non capiscono perché si muovano così in tanti per tutt’altro. È una fiammata che si spegnerà da sola, dicono alcuni, ma non è così: ora sappiamo che il movimento continuerà a crescere. Nessuno dei partiti, dei sindacati o delle associazioni dei loro “padri” riesce più a portare in piazza tanta gente se non unendosi a loro. E nessuno ha mai realizzato collegamenti internazionali così solidi. 

Adesso i più accorti tra i membri della “classe dirigente”  si dovranno mettere a scuola dai giovani di Fridays for future e degli scienziati a cui hanno dato ascolto e con cui stanno tessendo rapporti stretti, mentre i loro padri li hanno ignorati. Altri si aggrapperanno al prprio ruolo cercando di mandare avanti “la macchina” finché non dovranno accorgersi che nessuno li ascolta più. Ma i piú  rischiano di andare ad aggregarsi, magari sotto insegne diverse, al nucleo duro delle destre negazioniste, che hanno idee chiare su come affrontare l’emergenza climatica che pure negano: respingendo con la guerra i profughi ambientali che la crisi è destinata a moltiplicare; reprimendo con decreti liberticidi le rivolte contro la miseria e i disagi che la crisi ambientale e la stagnazione economica non mancherà di aggravare; e mandando avanti lo sfruttamento dei fossili fino all’ultima goccia di petrolio; poco importa che dopo di loro ci sia “il diluvio”.

Possiamo imboccare un’altra strada; ma occorre prendere la situazione sul serio, cominciando col dire la verità. Molti sanno ormai che un grande cambiamento climatico è in corso, ma quasi nessuno ha una percezione chiara del disastro, per noi e i nostri figli, a cui ci sta trascinando. E  meno ancora hanno la percezione del poco tempo che rimane a disposizione per invertire rotta. Per questo si continua a scavare tunnel, posizionare gasdotti, costruire aeroporti, autostrade e centri commerciali, indire Olimpiadi invernali senza più neve, progettare il raddoppio di stadi e riempire gli spazi vuoti di cemento invece che di alberi quando invece bisognerebbe destinar tutte le risorse, fisiche, finanziarie e intellettuali disponibili a prevenire un disastro altrimenti certo. È ora che i responsabili di questo andazzo comincino a lasciare un po’ di spazio a chi si è reso conto che davvero “la nostra casa è in fiamme”.

Grazie Greta

Greta Thunberg ha mosso le montagne. Un anno fa era una ragazzina isolata e solitaria che si sedeva tutti i venerdì davanti al Parlamento svedese con il suo cartello e il suo impermeabile giallo. Ieri è stata la protagonista del vertice di cosiddetti Grandi della Terra, che lei ha fustigato come Gesù i mercanti del tempio. D’altronde quei “Grandi” non sono molto più che mercanti: vivono di do ut des e non vedono altro. In mezzo c’è stata una serie ininterrotta di incontri con figure più o meno ai vertici di qualche organizzazione o istituzione europea che l’hanno per lo più (non tutti) omaggiata, senza trarne alcuna conseguenza; ma anche una gragnuola di insulti e villanie al suo indirizzo da parte di diversi media, fiduciosi nella accertata ignoranza del loro pubblico su quale sia lo stato effettivo del pianeta (e, di conseguenza, anche il loro). Ma quello che ha accompagnato e determinato la parabola ascendente di Greta è stata la comparsa, prima, e lo sviluppo dirompente, poi, di un movimento mondiale di giovani, per lo più studenti, che ha coinvolto (finora) quattro milioni di ragazze e ragazzi (almeno cinque, con la prossima scadenza del 27.9) e non dà alcun segno di ripiegare. Crescerà ancora, e molto, nei prossimi mesi, fino a che – speriamo – la staffetta non sarà passata in mano a una mobilitazione più generale, anche di adulti, e soprattutto di lavoratori, cittadine e cittadini, associazioni e comitati finalmente consapevoli dei pericoli che sta correndo il genere umano.

Per ora, comunque “il pallino” è in mano al movimento Friday for future e ai suoi comprimari. Non tutti se ne sono accorti, ma i temi che questo movimento solleva e continuerà a sollevare in tutto il mondo con crescente insistenza sono destinati a dominare il dibattito e un numero crescente di scelte politiche di qui in poi. Perché la crisi climatica e ambientale contro cui si batte è reale, incalzante e ineludibile. Chi continuerà a chiamarsene fuori finirà emarginato. Questo non riguarda solo i negazionisti dichiarati come Trump e Bolsonaro, ma anche quelli “nascosti”, che a parole riconoscono i cambiamenti climatici in corso (magari non la loro gravità), ma poi continuano a comportarsi come niente fosse: al governo, nelle istituzioni, nella vita di tutti i giorni. Perché loro la risposta alle conseguenze (non alle cause) della crisi climatica ce l’hanno. Primo: respingere con la forza e con le leggi i migranti costretti ad abbandonare le loro terre dal degrado ambientale. Secondo, continuare a bruciare gas, petrolio e carbone fregandosene degli impegni presi, facendo i free riders mentre altri paesi dovranno affrontare costi e disagi di una più o meno convinta conversione produttiva. Terzo, usare la stretta verso i migranti per apprestare strumenti di repressione (come i decreti Salvini) con cui far fronte alle prevedibili rivolte che anche da noi il degrado dei territori e la crisi economica prodotta dalla stagnazione secolare non mancherà di provocare. Tre “soluzioni” che non risolvono nulla e fanno precipitare la crisi. Ma sul fronte opposto non tutto è così chiaro. E là dove di queste cose si è cominciato a discutere stanno venendo a confronto due prospettive divergenti.

La prima è quella che ripete Greta: dobbiamo far crescere la pressione su governi e istituzioni perché comincino ad agire. Loro sanno che cosa fare, ma non lo fanno. Che cosa occorre fare glielo dicono gli scienziati, ma non li ascoltano. Il fatto è invece che i governanti non sanno assolutamente che cosa fare; non ci hanno mai pensato. Ma non lo sanno nemmeno gli scienziati, che sanno benissimo (non tutti, ma i climatologi certamente sì) quello che sta per succedere se non si interviene e che hanno (alcuni di loro) anche messo a punto molte conoscenze e mezzi tecnici per farvi fronte. Ma non sanno e non possono sapere come. Perché ciò comporta la mobilitazione e l’attivazione delle popolazioni interessate, che è il cuore della politica (quella che i “politici” non fanno). Molti, soprattutto nel mondo industriale “più avvertito”, abbracciano questa posizione: fate in modo che i governi introducano incentivi e penalità per promuovere la conversione; al resto penserà l’industria, cioè noi, mossi dalla convenienza. E’ la green economy, la soluzione adotta con il protocollo di Kyoto (1997) che affidava a meccanismi di mercato la transizione verso un mondo ripulito dai combustibili fossili. E stata un fallimento.

Che cosa bisogna fare allora? Bisogna lavorare per mettere la scelta delle soluzioni da adottare nelle mani di chi è già o sarà interessato alla propria sopravvivenza insieme a quella di tutta la specie umana, a pagare il meno possibile i costi della transizione, mettendoli a carico di chi può permetterselo e soprattutto a chi è responsabile del disastro in cui ci ha precipitato: industria e finanza. Le regole per farlo, per ora sono elementari: quelle di Extinction Rebellion: “Dire la verità”: nessun politico può permettersi di spiegare ai suoi concittadini ed elettori le dimensioni effettive del disastro che incombe su tutti e poi continuare a fare come se niente fosse. Infatti, per fare un esempio, il Comune di Milano ha dichiarato l’emergenza climatica, ma si è ben guardato dallo spiegare alla cittadinanza che cosa significa. “Convocare le assemblee” (e soprattutto farle convocare dalle istituzioni): non solo per “dire la verità”, ma per esaminare, insieme a tecnici e scienziati disponibili, quali sono le soluzioni che si possono adottare localmente e quali quelle per cui occorre lottare a livello generale. “Agire subito”: non aspettare politica, istituzioni e imprese: ciò che si può fare subito lo si comincia a fare o a pretendere: a scuola, nel quartiere, nelle aziende, nei servizi pubblici, negli acquisti. Ed è moltissimo. 

Una road map per l’emergenza climatica

A un anno dall’inizio dello sciopero solitario di Greta Thunberg possiamo misurare l’enorme risultato che una sola persona, priva di ogni potere, è riuscita a produrre: Un milione e mezzo di giovani in tutto il mondo si sono svegliati, hanno capito che gli stiamo rubando il futuro, e forse anche la vita, sono scesi in piazza per protestare  (e lo rifaranno, più numerosi e forti, tra il 20 e il 27 settembre) e stanno moltiplicando le loro iniziative riempiendo di eventi dirompenti il calendario di molti paesi; Stampa e Tv, mute fino a pochi mesi fa, hanno cominciato a raccontare quello che sta succedendo al pianeta, compreso spiegare (per es. La Stampa del 29.8) che non c’è più posto per politiche di “crescita”, per quanto virtuose: de profondis per le politiche di tutti i paesi; Tra la popolazione più informata, trasformata, come tutti, in consumatori, cresce la consapevolezza di dover porre fine a uno stile di vita insostenibile (per chi uno “stile di vita” può permetterselo: poche centinaia di milioni di persone). Innanzitutto molta meno carne, ma sotto tiro ci sono anche viaggi aerei, vacanze esotiche, auto private, condizionatori, abbigliamento, moda, case troppo grandi; Molte imprese corrono ai ripari verniciandosi di verde: i capibastone dell’industria Usa dichiarano che tra i loro fini non c’è più solo il profitto, anche se non si è mai visto che i profitti diminuiscano se non sotto la pressione di lavoratori sfruttati e consumatori imbrogliati; I più in ritardo di tutti sono i politici: quelli negazionisti, come Trump e Bolsonaro, non si vantano più delle politiche apertamente distruttive che perseguono. Tutti gli altri, che si riempiono la bocca di ambiente da decenni senza fare niente, sono ancora lì a misurare i decimi di punto di PIL che qualsiasi misura ambientale potrebbe sottrargli. La nuova Presidente delle Commissione  europea Ursula Von der Leyden annuncia un fondo per fare fronte ai cambiamenti climatici; ma a chi andranno quei soldi? Se tutti i fondi stanziati per la crisi economica sono finiti in bocca alle banche, quelli per il clima, se mai saranno stanziati, rischiano la stessa fine. Per questo è ormai urgente mettere in chiaro alcuni punti: Non ci si può limitare alla protesta e alla denuncia.

Occorre pensare anche alle cose da fare, muovendosi su due piani:  pressione sulle istituzioni e sui media, con rivendicazioni da mettere a punto un po’ per volta; e mobilitazione dal basso per cambiare insieme il nostro stile di vita, facendo cose che si possono fare anche in pochi senza chiedere permesso. Valgono le ingiunzioni promosse da Extinction Rebellion: “dite la verità, agite subito, convocate il pubblico”, ma nell’ordine inverso: senza momenti collettivi non si infrange il muro di omertà che ha nascosto le cose finora né si può intraprendere iniziative che coinvolgano chi non si è ancora mobilitato. Gli interlocutori principali sono due: i lavoratori di fabbriche e aziende, da contattare sia direttamente che con la mediazione dei sindacati, e i “territori”, o “comunità”, facendo leva sul tessuto associativo: comitati di lotta, società sportive, parrocchie, centri sociali. Le scuole, dove sono nati gli scioperi del venerdì, possono diventare sedi e riferimenti per ogni quartiere. I temi più immediati da affrontare sono quattro: Decarbonizzazione, cioè elettrificazione con fonti rinnovabili. Non tutti dispongono di un tetto da solarizzare (e ci sono anche i senzatetto). Ma in tutti i quartieri gli interventi possibili per produrre energia rinnovabile e risparmio energetico sono centinaia: possono venir individuati e progettati, esigendo dalle amministrazioni locali la formazione e la messa a disposizione di squadre interdisciplinari di tecnici (un lavoro interessante per migliaia e migliaia di giovani laureati e diplomati). La  ristrutturazione degli edifici offrirà per anni milioni di posti di lavoro a nativi e migranti a tutti i livelli di qualificazione; Mobilità: si tratta – bisogna avere il coraggio di dirlo – di abbandonare per sempre e in pochi anni l’auto privata, sia tradizionale che elettrica, per sostituirla con trasporti pubblici più efficienti, più comodi, più economici, sia di linea (treni, tram e bus) che personalizzati (taxi singoli e collettivi, car sharing, trasporto a domanda per passeggeri e merci). Una transizione che non può essere affidata solo alle autoritá: va organizzata dal basso con la creazione di mobility manager di quartiere e di caseggiato (e non solo quelli, del tutto inefficienti, che esistono già a livello di azienda) individuando e rivendicando le risorse necessarie: affidare al mercato una demotorizzazione discriminatoria, come ha cercato di far Macron con le tasse sul diesel, è il modo migliore per far fallire tutto. E si è visto.

Agricoltura e alimentazione: non basta ridurre la carne; ci vuole un’agricoltura ecologica, di prossimità, gestita da piccole aziende, che consenta il “ritorno alla terra” a decine di migliaia di giovani acculturati che non aspirano ad altro e ad altrettanti migranti già occupati, ma da mettere in regola. La transizione può essere facilitata dai gruppi di consumo solidale (gas) con un rapporto diretto tra chi produce o trasforma il cibo e chi lo consuma; Territorio: per metterlo in sicurezza bisogna demolire gli edifici insicuri ma soprattutto piantumare. Nel mondo c’è ancora posto per mille miliardi di nuovi alberi: quanto basta per riassorbire una parte significativa del CO2 emesso negli ultimi due secoli…

Il tempo è ora

L’Amazzonia, il polmone della Terra,  brucia, liberando milioni di tonnellate di CO2. La Siberia brucia, emettendo altro CO2 e immense quantità di metano. I ghiacci della Groenlandia si sciolgono a ritmo vertiginoso e così anche la banchisa polare, le calotte glaciali dell’Artico e dell’Antartico e tutti i ghiacciai del mondo. In India, in preda alla siccità, muoiono di sete migliaia di persone e in tutto il mondo, Mediterraneo e Italia compresi, si moltiplicano i fenomeni metereologici estremi: ondate di calore, tempeste tropicali, gelate fuori stagione. Sono tutti effetti della crisi climatica in corso e al tempo stesso cause del suo rapido aggravamento. Di tutto questo non c’é alcun riflesso nel Parlamento italiano né nelle manovre per formare un nuovo governo. Le istituzioni del nostro paese non si sono solo allontanate dai cittadini (e viceversa). Sono ormai lontane mille miglia dalla realtà (come lo sono i media che si occupano delle loro vicende). Ma è così anche in quasi tutto il resto del mondo.
C’è però in Italia e in tutto il mondo un “popolo” che quei fatti li ha messi al centro dell’attenzione, delle sue preoccupazioni e della sua iniziativa: i giovani di Fridays for future, che è un movimento mondiale la cui crescita non si fermerà più; la rete di Extinction Rebellion; i tanti movimenti contadini che difendono un’agricoltura sostenibile come Via campesina che riunisce 400 milioni di agricoltori; i popoli indigeni in lotta contro la devastazione dei loro habitat, in particolarel’Amazzonia, oggi sotto attacco, ma che sarà al centro di un sinodo voluto da Papa Francesco.
È statisticamente quasi impossibile che tra i mille parlamentari italiani non ce ne sia nemmeno uno che non si renda conto di quanto sia criminale ignorare la crisi climatica. Se anche in pochi, approfittando della visibilità che avrebbero in questo momento, formassero un raggruppamento interpartitico, non per “mettersi alla testa” dei movimenti già attivi in questo campo, magari con mire egemoniche (non ne avrebbero alcun titolo), ma per offp la crisi climatica e ambientale al centro delle loro preoccupazioni, potrebbero gettare un pesante masso nello stagno delle trattative per la formazione del nuovo governo e tutto il quadro politico potrebbe venirne scompaginato anche nel caso di eventuali elezioni. Si tratterebbe di mettere all’ordine del giorno, non solo del Parlamento, che su questo tema per ora è sordo, ma del pubblico più vasto possibile, non l’inserzione dell’ambiente come una postilla in programmi inconcludenti e di facciata, ma la necessità inderogabile di una svolta radicale: abbandonare al più presto i progetti, le attività e i consumi responsabili delle maggiori emissioni climalteranti per promuovere ovunque  impianti, sistemi e consumi a emissioni basse o nulle. Molte misure da assumere sono impopolari e per molti inaccettabili. Ma di fronte all’evidenza dei fatti questi atteggiamenti non dureranno a lungo anche perché i movimenti in campo per esigere un cambiamento radicale delle politiche cresceranno mano a mano che la crisi climatica farà sentire i suoi effetti.
Inoltre quei movimenti sono già fortemente intersecati dalle altre correnti di pensiero e di azione impegnate sulla prospettiva di un mondo diverso: il movimento delle donne contro il patriarcato e le sue tante manifestazioni, la solidarietà contro abbandono e respingimento dei migranti, le mobilitazioni contro la devastazione di territori e comunità in nome di progetti senza avvenire come NoTav o NoTap, i movimenti contro la guerra e le armi. Certamente più difficile, nell’immediato, sarà raccogliere adesione e rivendicazioni di chi oggi lotta o vorrebbe lottare per difendere reddito o posto di lavoro, contro disoccupazione e precariato, per la casa, la salute, l’istruzione. C’è ancora da battere una cultura – negata a parole, ma confermata dalle scelte di tutte le forze politiche – che continua a contrapporre tutte queste cose alla difesa dell’ambiente; ma è e sarà sempre più chiaro che quelle rivendicazioni non avranno più alcuna possibilità di realizzarsi nella prospettiva di una generale catastrofe climatica. 
Dalla capacità di affrontare qui e ora la questione della crisi climatica, senza aspettare che a muoversi siano altri paesi e altri Governi, ma con la convinzione che l’esempio ha un effetto trascinante e che chi la affronta prima si troverà in vantaggio mano a mano che gli effetti della crisi si faranno più pesanti, dipende alla fine anche la possibilità di ricondurre la politica al suo significato originario, che è quello di autogoverno. Cosa che non potrà mai realizzare una manovra chiusa nel quadro dell’attuale sistema politico, tutto legato al mito fasullo e ormai palesemente devastante della “crescita”. Il tempo per agire è ora. E se non ora, quando?

Crisi di governo e crisi climatica

Le analisi inconcludenti sulla crisi di Governo hanno oscurato la questione di fondo, che non è la crisi politica, e nemmeno quella sociale, ma la crisi climatica e ambientale ormai in pieno corso. Salvini appare oggi a molti commentatori “sgonfiato” e così è; ma niente dice che sia per sempre. Potrebbe rigonfiarsi, o essere rigonfiato, in poco tempo: la storia ci offre numerosi esempi di vicende del genere. Il vero problema non è lui ma i suoi fans, cresciuti a milioni nei mesi della sua egemonia politica e mediatica con una trasformazione antropologica, difficilmente reversibile, di buona parte della popolazione.
Salvini è un negazionista climatico, come Trump, Bolsonero, Putin e molti altri capi di Governo che si dichiarano apertamente tali. Ma i negazionisti più pericolosi sono quelli nascosti: quelli per cui la crisi climatica c’è, ma tutto – il nostro modo di vivere e produrre – può continuare più o meno come prima, perché a tutti i guasti si troverà un rimedio che eviterà di sottoporci a grandi stress. Il problema è che i cambiamenti climatici che avanzano non mettono in crisi i negazionisti, né quelli dichiarati né quelli nascosti, ma rischiano di rafforzarne le politiche. Perché nel loro arsenale ci sono già tre risposte pronte.
La prima è portare a termine il saccheggio dell’ambiente con politiche estrattiviste, con grandi progetti infrastrutturali devastanti consumando risorse fossili fino all’ultima goccia per tenere in piedi un’economia ormai in stagnazione secolare. Centocinquant’anni di elucubrazioni per decidere se “la caduta tendenziale del saggio di profitto” avrebbe portato il capitalismo all’estinzione o a una crisi rivoluzionaria sono stati azzerati: a meno di una svolta radicale che sventi l’imminente catastrofe, a distruggere il capitalismo insieme alla vivibilità del pianeta e a miliardi di vite umane sarà la crisi climatica che ha provocato.
La seconda risposta è la guerra ai migranti, tutti o quasi profughi ambientali generati dal saccheggio del pianeta. Per ora le vittime di questa guerra sono migliaia di profughi respinti ai confini di mare e di terra di Europa, USA o Australia e chi è solidale con loro. Ma è solo un “allenamento” per predisporci ad accettare la guerra come unico mezzo per affrontare le centinaia di milioni di profughi che la crisi climatica non mancherà di produrre.
La terza risposta è l’instaurazione di un regime di polizia dentro le spoglie smorte di ordinamenti formalmente democratici, per affrontare con nuove leggi e con la forza le lotte e le rivolte che la crisi climatica e quella economica, che non mancherà di accompagnarla, creeranno nelle fu “cittadelle del benessere”.
Nessuna di queste risposte – e meno che mai tutte e tre insieme – ci salverà dalla catastrofe; ma, in mancanza di una vera alternativa, esse riescono a spingere milioni di persone ad accettarle o condividerle. Ma un’alternativa c’è? E se c’è, è stata messa in campo? E se no, che cosa si aspetta a farlo?
L’alternativa è quella per cui si battono tutti coloro che prendono sul serio, e non per finta, la crisi climatica: gli scienziati del clima, il movimento dei giovani che vedono scomparire il loro futuro (Fridays for future), la rete di Extinction Rebellion, decisa a usare ogni mezzo non violento per fermare la corsa verso il baratro, i popoli indigeni che difendono le loro terre e i movimenti contadini che difendono l’integrità dei suoli. Ma i passi da compiere sono ancora, per molti di noi, inconcepibili. Innanzitutto, si tratta di abbandonare nel giro di pochi anni cose che consideriamo naturali come l’auto privata, l’aria condizionata, i viaggi aerei, le vacanze esotiche, le crociere, gran parte del commercio internazionale, tutte le grandi opere infrastrutturali, l’agricoltura chimica, l’alimentazione a base di carne, e tante altre cose ancora. Ce ne sono sì tante altre che le possono sostituire con poco sacrificio e a volte con grande vantaggio, come le fonti di energia rinnovabili, il rimboschimento di campagne e città, il car sharing, l’agriturismo, una dieta più sana, e così via. Ma c’è da battere l’incredulità di chi sente dire per la prima volta che tutto ciò è indispensabile, anche se alla loro realizzazione i nostri governanti avrebbero dovuto porre mano decenni fa, invece di inseguire il mito di una crescita infinita che ci ha portato a questo punto. Stroncare le illusioni o la malafede di chi conta di cavarsela con poco è il compito più urgente, ma anche difficile, di chi si batte veramente per il clima.
Poi i migranti vanno accolti tutti; non c’è altra alternativa a una guerra di sterminio permanente. Ma accogliere vuol dire inserirli nelle nostre comunità, a partire dal trovar loro un lavoro. Le opere necessarie a far fronte alla crisi climatica – energie rinnovabili, agricoltura biologica, ristrutturazioni edilizie, riassetto del territorio, rimboschimento, mobilità sostenibile – richiedono milioni di posti di lavoro, a tutti i livelli di qualificazione, sia aggiuntivi che sostitutivi di quelli che andranno persi, con la possibilità di inserirvi anche tutti i migranti che arriveranno. Se il finanziamento dei progetti di un indispensabile piano di conversione ecologica che l’Europa deve varare fosse commisurato al numero di migranti avviati al lavoro assisteremmo a una gara di Stati e Città per accaparrarseli invece della corsa che stanno facendo per respingerli.
Infine, la democrazia rappresentativa sta dimostrando in tutto il mondo di non essere più un baluardo sufficiente contro le derive autoritarie. Soltanto un grande sviluppo della partecipazione popolare ai progetti di conversione ecologica e una democrazia partecipativa per governarli che affianchi, senza destituirli, gli istituti della rappresentanza possono prevenire un ritorno al fascismo veicolato da un razzismo antimigranti ormai dilagante. E’ di questo che bisognerebbe discutere a proposito della crisi di governo. Qualcuno si candida a farlo?

Razzismo e crisi climatica

“Un decennio perduto. Tra il 2020 e il 2030 i policy-maker mondiali sottovalutano clamorosamente i rischi del climate change, perdendo l’ultima occasione per mobilitare tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo: costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2, per avere una possibilità realistica di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi”. Questo è l’incipit di un articolo del sole24ore del 27 giugno che riassume uno studio scientifico del National Center for Climate Restoration australiano dal titolo “Existential climate-related security risk”. Quell’articolo sostiene che continuando con l’attuale trend, entro poche decine di anni verranno meno le condizioni della sopravvivenza sulla Terra della specie umana, o per lo meno del suo attuale livello di “civiltà”.

A una persona normale che legge quell’articolo la prima cosa che viene in mente è: come mai le altre 40 pagine dello stesso giornale sono dedicate solo al business as usual e neanche una alle misure per prevenire la catastrofe? Ma lo stesso accade su tutti gli altri giornali del paese: l’allarme c’è, ed è mortale, ma “chissenefrega”. La sensazione, anzi, la certezza che se ne ricava è che la nostra classe dirigente sia impazzita, o abbia perso la capacità di governare i processi di cui pure riconosce l’esistenza. In fin dei conti ilsole24ore è l’organo della Confindustria, cioè della classe imprenditoriale; Repubblica e il Corriere, che hanno linee editoriali analoghe, sono house organ del partito del Pil, che ha in mente un unico obiettivo, la “crescita”; degli altri giornali, o canali TV, meglio non parlare.

Solo queste incoscienza e inconsistenza assolute (peraltro condivise, anche se in forme meno acute, da gran parte delle “classi dirigenti” dell’Europa e del mondo) possono dar ragione di processi per altro verso inspiegabili: per esempio, come mai tutta l’Italia che “conta” – partiti, governi, sindacati, industriali, media, economisti – si sia coalizzata e accanita, senza nemmeno rendersi conto di quanto sia ridicola la loro furia, intorno a un buco nelle Alpi di 57 chilometri, pagato (come riporta il Fatto) quasi interamente dall’Italia (i contributi della Commissione europea non sono un regalo, ma una parte di spettanza italiana di fondi che il nostro paese versa all’Unione), anche se corre per lo più in territorio francese, se allo scadere della concessione apparterrà alla Francia che ne riscuoterà il pedaggio e che nel frattempo incasserà anche l’iva pagata dall’Italia (la società che lo realizza è di diritto francese) su lavori eseguiti in gran parte a ditte estere; ma dentro cui non correrà mai quel treno ad altra stupidità (TAS) Torino-Lione, perché, come a tutti i progetti senza capo né coda, mancherà capo e coda: il collegamento con Torino (che non è in bilancio) e con Lione, che la Francia “prenderà in considerazione” solo dopo il 2038: quando il caos climatico sarà ormai irreversibile e di merci tra l’Italia e la Francia, e viceversa,  forse non ne viaggeranno più. Un particolare che anche l’analisi costi-benefici del prof. Ponti non prende in considerazione. Per questo la lotta contro il TAV deve continuare: è il paradigma della lotta contro tutto ciò che sta all’origine dei cambiamenti climatici. Sono così, infatti, tutti o quasi i grandi progetti – Olimpiadi, TAP, nuove autostrade, trivelle – a cui viene affidata la crescita, in un periodo in cui dovrebbe essere chiaro che si deve correre ai ripari.

A ragionare in modo sensato sembra essere solo una parte (per ora) delle nuove generazioni, quella raccolta intorno a Greta Thumberg e al movimento Fridays for Future; che dice una cosa molto semplice: “Ci state ammazzando! Nel mondo che cercate di far girare sempre allo stesso modo per noi non c’è più posto. Se son vere le cose che affermano gli scienziati del clima – e sono vere, e lo vediamo ogni giorno – siete tutti degli emeriti criminali”. 

Certo, accanto a chi continua a sbeffeggiare Greta e i suoi adepti è in atto anche una corsa di molti “Grandi della Terra” a darle ragione, a invitarla qui e là, a proclamare l’emergenza climatica e ambientale. Purché questo non metta in questione i progetti di cui vive il sistema e il trantran della vita di tutti. Così, è persino più razionale il comportamento di chi nega l’evidenza del cambiamento climatico, perché nulla cambi, che quello di chi la riconosce, purché non cambi nulla.

Ora i giovani, e non solo loro, sono scesi in campo; e si faranno risentire in tutto il mondo tra il 20 e il 27 settembre con un nuovo grande climate strike, in uno scontro frontale – sono in gioco le vite di miliardi di esseri umani – con lo stato di cose presenti e chi si adopera per perpetuarlo. Prendiamo atto che questa è la lotta fondamentale che terrà tutti impegnati nei prossimi anni: da una parte o dall’altra, perché l’area dell’indifferenza è destinata a dissolversi. Tutte le altre lotte, sacrosante e legittime, per il salario, l’occupazione, la casa, il welfare, la scuola, il diritto di migrare, e i loro protagonisti attuali e futuri, dovranno collocarsi sotto questo ombrello. E non per tutti sarà facile, perché le contraddizioni emergeranno con forza e gli accostamenti meccanici tra una causa e l’altra – come si fa spesso nel redigere frettolosi programmi politici o elettorali – non funzionano. Nella ricerca di una mediazione tra la lotta per il clima e quella per la giustizia sociale il rapporto con il territorio, con le nostre radici nella Terra, avrà un ruolo fondamentale, come ci insegnano l’enciclica Laudato sì e il prossimo sinodo sull’Amazzonia.

Consapevoli e incoscenti

“Un decennio perduto. Tra il 2020 e il 2030 i policy-maker mondiali sottovalutano clamorosamente i rischi del climate change, perdendo l’ultima occasione per mobilitare tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo: costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2, per avere una possibilità realistica di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi”. Questo è l’incipit di un articolo del sole24ore del 27 giugno che riassume uno studio scientifico del National Center for Climate Restoration australiano dal titolo “Existential climate-related security risk”. Quell’articolo sostiene che continuando con l’attuale trend, entro poche decine di anni verranno meno le condizioni della sopravvivenza sulla Terra della specie umana, o per lo meno del suo attuale livello di “civiltà”.

A una persona normale che legge quell’articolo la prima cosa che viene in mente è: come mai le altre 40 pagine dello stesso giornale sono dedicate solo al business as usual e neanche una alle misure per prevenire la catastrofe? Ma lo stesso accade su tutti gli altri giornali del paese: l’allarme c’è, ed è mortale, ma “chissenefrega”. La sensazione, anzi, la certezza che se ne ricava è che la nostra classe dirigente sia impazzita, o abbia perso la capacità di governare i processi di cui pure riconosce l’esistenza. In fin dei conti ilsole24ore è l’organo della Confindustria, cioè della classe imprenditoriale; Repubblica e il Corriere, che hanno linee editoriali analoghe, sono house organ del partito del Pil, che ha in mente un unico obiettivo, la “crescita”; degli altri giornali, o canali TV, meglio non parlare.

Solo queste incoscienza e inconsistenza assolute (peraltro condivise, anche se in forme meno acute, da gran parte delle “classi dirigenti” dell’Europa e del mondo) possono dar ragione di processi per altro verso inspiegabili: per esempio, come mai tutta l’Italia che “conta” – partiti, governi, sindacati, industriali, media, economisti – si sia coalizzata e accanita, senza nemmeno rendersi conto di quanto sia ridicola la loro furia, intorno a un buco nelle Alpi di 57 chilometri, pagato (come riporta il Fatto) quasi interamente dall’Italia (i contributi della Commissione europea non sono un regalo, ma una parte di spettanza italiana di fondi che il nostro paese versa all’Unione), anche se corre per lo più in territorio francese, se allo scadere della concessione apparterrà alla Francia che ne riscuoterà il pedaggio e che nel frattempo incasserà anche l’iva pagata dall’Italia (la società che lo realizza è di diritto francese) su lavori eseguiti in gran parte a ditte estere; ma dentro cui non correrà mai quel treno ad altra stupidità (TAS) Torino-Lione, perché, come a tutti i progetti senza capo né coda, mancherà capo e coda: il collegamento con Torino (che non è in bilancio) e con Lione, che la Francia “prenderà in considerazione” solo dopo il 2038: quando il caos climatico sarà ormai irreversibile e di merci tra l’Italia e la Francia, e viceversa,  forse non ne viaggeranno più. Un particolare che anche l’analisi costi-benefici del prof. Ponti non prende in considerazione. Per questo la lotta contro il TAV deve continuare: è il paradigma della lotta contro tutto ciò che sta all’origine dei cambiamenti climatici. Sono così, infatti, tutti o quasi i grandi progetti – Olimpiadi, TAP, nuove autostrade, trivelle – a cui viene affidata la crescita, in un periodo in cui dovrebbe essere chiaro che si deve correre ai ripari.

A ragionare in modo sensato sembra essere solo una parte (per ora) delle nuove generazioni, quella raccolta intorno a Greta Thumberg e al movimento Fridays for Future; che dice una cosa molto semplice: “Ci state ammazzando! Nel mondo che cercate di far girare sempre allo stesso modo per noi non c’è più posto. Se son vere le cose che affermano gli scienziati del clima – e sono vere, e lo vediamo ogni giorno – siete tutti degli emeriti criminali”. 

Certo, accanto a chi continua a sbeffeggiare Greta e i suoi adepti è in atto anche una corsa di molti “Grandi della Terra” a darle ragione, a invitarla qui e là, a proclamare l’emergenza climatica e ambientale. Purché questo non metta in questione i progetti di cui vive il sistema e il trantran della vita di tutti. Così, è persino più razionale il comportamento di chi nega l’evidenza del cambiamento climatico, perché nulla cambi, che quello di chi la riconosce, purché non cambi nulla.

Ora i giovani, e non solo loro, sono scesi in campo; e si faranno risentire in tutto il mondo tra il 20 e il 27 settembre con un nuovo grande climate strike, in uno scontro frontale – sono in gioco le vite di miliardi di esseri umani – con lo stato di cose presenti e chi si adopera per perpetuarlo. Prendiamo atto che questa è la lotta fondamentale che terrà tutti impegnati nei prossimi anni: da una parte o dall’altra, perché l’area dell’indifferenza è destinata a dissolversi. Tutte le altre lotte, sacrosante e legittime, per il salario, l’occupazione, la casa, il welfare, la scuola, il diritto di migrare, e i loro protagonisti attuali e futuri, dovranno collocarsi sotto questo ombrello. E non per tutti sarà facile, perché le contraddizioni emergeranno con forza e gli accostamenti meccanici tra una causa e l’altra – come si fa spesso nel redigere frettolosi programmi politici o elettorali – non funzionano. Nella ricerca di una mediazione tra la lotta per il clima e quella per la giustizia sociale il rapporto con il territorio, con le nostre radici nella Terra, avrà un ruolo fondamentale, come ci insegnano l’enciclica Laudato sì e il prossimo sinodo sull’Amazzonia.

Il sinodo dell’amazzonia

Nell’ottobre del 2017 papa Francesco aveva annunciato la convocazione di un sinodo episcopale (è una riunione di vescovi; in questo caso sia cattolici che riformati) sull’Amazzonia. Quel sinodo si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre di quest’anno. Due documenti preparatori, redatti dai vescovi dell’Amazzonia sotto la guida di papa Francesco – Instrumentum laboris (IL) e Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia integrale (NC) – da poco pubblicati, presentano diversi approfondimenti di temi già al centro dell’enciclica Laudato sì (2015). In quei documenti problematiche di ordine teologico o ecclesiale si intrecciano a quelli di ordine economico e sociale anche più che nell’enciclica; il che è naturale, in quanto la Laudato sì si rivolge a tutti i popoli del mondo, indipendentemente dalla loro fede, mentre l’elaborazione dei vescovi amazzonici riguarda innanzitutto il loro campo di azione. Tuttavia, il sinodo si tiene a Roma e non in America latina, perché i temi al centro del dibattito riguardano tutto il mondo e non solo l’Amazzonia. 

In sintesi, e letti da laico, quei documenti sviluppano l’approccio fondato sull’ecologia integrale, centrale già nella Laudato sì, elevando l’ecosistema socio-ambientale amazzonico (la connessione inestricabile tra la natura, la vita dei popoli della selva e la cultura che scaturisce da questa connessione) a paradigma di una svolta da imprimere non solo alla religione cattolica, ma al pensiero di chiunque intenda battersi per la salvezza della Terra in un tempo in cui la crisi climatica e ambientale mette in forse la sopravvivenza stessa della specie umana: “La cultura amazzonica, che integra gli esseri umani alla natura, diventa un punto di riferimento per la costruzione di un nuovo paradigma di ecologia integrale” (NC).

Inculturazione è il termine che i due documenti in questione adottano per illustrare questo proposito e questo processo, riecheggiando il tema dell’incarnazione, nodo centrale della fede cristiana: il dio che si fa uomo in un contesto socioculturale definito – la Palestina ai tempi di Erode – che non rinnega ma, anzi, adotta per trasformarlo. Così la missione dei cristiani in Amazzonia non è cancellare le culture dei popoli della selva e del fiume per sostituirle con una religione e una cultura importate, quelle proprie di tutto il dominio coloniale e postcoloniale, a cui la Chiesa non è stata certo estranea, e ora in gran parte ridotte a “Pensiero Unico”. La missione dei cristiani è comprendere e far proprie quelle culture, anche e soprattutto nella loro dimensione spirituale e religiosa, comprese le loro divinità, che sono anch’esse manifestazioni del creato. Anche i riti religiosi, infatti, sono espressioni di una spiritualità a cui né la fede in Cristo, né il pensiero moderno possono continuare a restare estranei, pena la rinuncia a stabilire contiguità, continuità e condivisione tra l’essere umano e la Terra, il vivente, il “creato”. Un rapporto che già papa Francesco aveva messo al centro del suo messaggio con la Laudato sì, sovvertendo l’approccio antropocentrico che ha dominato secoli di cultura occidentale. 

“Il primo grado di articolazione per un autentico progresso è il vincolo intrinseco fra l’elemento sociale e l’elemento ambientale. Dato che come esseri umani siamo parte degli ecosistemi che favoriscono le relazioni che danno vita al nostro pianeta, prendersi cura di questi ecosistemi – nei quali tutto è interconnesso – è fondamentale per promuovere sia la dignità di ogni individuo che il bene comune della società, sia il progresso sociale che il rispetto dell’ambiente” (NC). Nella formulazione dei vescovi amazzonici “quell’unità comprende tutta l’esistenza: il lavoro, il riposo, le relazioni umane, i riti e le celebrazioni. Tutto è condiviso, gli spazi privati – tipici della modernità – sono minimi. La vita è un cammino comunitario dove i compiti e le responsabilità sono divisi e condivisi in funzione del bene comune. Non c’è posto per l’idea di un individuo distaccato dalla comunità o dal suo territorio” (IL).

Al centro di questa elaborazione c’è ovviamente la conversione ecologica: “Soltanto quando saremo coscienti di come il nostro stile di vita e il nostro modo di produrre, commerciare, consumare e scartare influenzano la vita del nostro ambiente e delle nostre società, allora potremo avviare un cambiamento di rotta integrale”. Ma “cambiare rotta, o convertirsi integralmente, non può esaurirsi in una conversione di tipo individuale. Un cambiamento profondo del cuore, espresso in comportamenti personali, è necessario quanto un cambiamento strutturale, espresso in comportamenti sociali, in leggi e in programmi economici coerenti” (NC). 

E’ un appello esplicito alla lotta contro un dominio che distrugge vite e ambiente: “Il grido amazzonico ci parla di lotte contro coloro che vogliono distruggere la vita concepita integralmente. Questi ultimi sono guidati da un modello economico legato alla produzione, alla commercializzazione e al consumo, dove la massimizzazione del profitto è prioritaria rispetto alle necessità umane e ambientali. In altre parole, sono lotte contro coloro che non rispettano i diritti umani e della natura”. Questo approccio si presenta dichiaratamente in conflitto con i poteri che dominano non solo l’Amazzonia, ma il mondo intero: Occorre “ascoltare il grido della ‘Madre Terra’ attaccata e gravemente ferita dal modello economico di sviluppo predatorio ed ecocida, che uccide e saccheggia, distrugge e sgombra, allontana e scarta, pensato e imposto dall’esterno e al servizio di potenti interessi esterni” (IL).

Dunque l’Amazzonia, maggiore riserva di biodiversità del mondo e “polmone della Terra” insieme ai suoi abitanti, alla sua cultura, alla sua spiritualità legata ai cicli naturali, ma anche e soprattutto con le sue lotte per salvaguardare sia la foresta che le sue comunità, costituisce una riserva di senso a cui attingere per indirizzare verso una sostenibilità ricca di scoperte e di promesse atteggiamenti e comportamenti di tutta l’umanità. 

Cambiare il clima o cambiare il sistema?

Change the system not the climate: questo slogan diffuso in tutto il mondo basta a spiegare perché le destre, i conservatori, le persone contente della loro condizione sono quasi tutti negazionisti climatici. Temono un cambiamento del sistema che potrebbe far perdere il loro potere o minacciare il loro grande o piccolo benessere. Non è solo ignoranza del fatto che la crisi climatica, andando avanti, distruggerà il benessere di tutti. Naomi Klein lo ha spiegato molto bene nel suo libro Una rivoluzione ci salverà: i boss dell’industria petrolifera e affini sanno da tempo, meglio di molti di noi, che il pianeta sta andando incontro a un disastro; ma sanno anche che uscire dall’economia dei fossili non può essere un semplice fatto tecnico. Comporta un “cambio di paradigma”, il passaggio da un’economia in cui il potere è concentrato e centralizzato grazie al controllo degli idrocarburi (e del capitale necessario a sfruttarli) a un sistema di poteri diffusi, reso possibile dall’autonomia energetica di comunità e territori alimentati dalle fonti rinnovabili. Un decentramento che finirebbe per investire tutti gli altri settori portanti dell’economia: agricoltura, alimentazione, mobilità, costruzioni, gestione delle risorse, assetto del territorio: la conversione ecologica. Per questo la lotta (o l’impegno) per il clima ha dei nemici (o degli avversari) spietati, e per molto tempo ancora si dovrà sviluppare in termini di “noi” contro “loro”. Sicuramente, mano a mano che le cose si aggraveranno (e si stanno già aggravando a una velocità spaventosa) la “zona grigia” dell’indifferenza (o dell’ignoranza) si assottiglierà; ma passerà dalla nostra parte solo se sapremo prospettare, con i fatti e non a parole, un avvenire più sereno e prospero di quello fondato sulla difesa a oltranza di finti privilegi fondati sul business as usual, che oggi ha la sua manifestazione più vistosa nelle misure – vedi Trump e Salvini, entrambi negazionisti a oltranza – per tenere lontani i migranti dal “nostro” presunto benessere. Per questo la lotta per il clima deve riuscire a legarsi in forme condivise, e non con sovrapposizioni meccaniche, a tutti i principali temi che oggi sono oggetto di mobilitazioni democratiche e partecipate, a partire da quelle per la difesa di un territorio e della comunità che lo abita, o per la salvaguardia delle condizioni di vita sia di chi lavora che di chi un lavoro non lo ha.
Dobbiamo adoperarci per dividere e scompaginare le fila degli avversari, ma per molto tempo non potremo contare su una loro resa all’evidenza dei fatti e sulla loro collaborazione. E qui veniamo al punto più delicato. Greta ha più volte affermato che i nostri nemici più pericolosi non sono i negazionisti ma quelli che a parole condividono i nostri timori e i nostri obiettivi e poi con i fatti li negano. Per questo la lotta per il clima è molto più difficile di quanto potrebbe sembrare: professarsi tout court negazionisti è sempre più difficile (persino Trump e il suo staff danno segni di cedimento), ma prima di abbandonare privilegi e posizioni di potere legati agli attuali assetti economici e sociali ci sono molte carte false da giocare. Spesso si sente dire nel movimento Fridays for future che certi temi non vanno affrontati perché sono “divisivi”, allontano potenziali adepti invece di includerli. Questo è vero se in gioco ci sono etichette “ideologiche” o, peggio, partitiche: molti per esempio insistono sul carattere “anticapitalistico” che il movimento per il clima ha o dovrebbe avere. Ma se questo carattere non si concretizza in obiettivi e pratiche concrete è una pura affermazione di principio che sicuramente allontana molta gente e ne avvicina poca; altrettanto ideologico, peraltro, è aspettarsi che il sistema “si riformi da solo”, senza passare attraverso conflitti molto aspri e cambiamenti radicali: è la posizione di chi pensa – o spera – che tutto possa più o meno continuare come prima, con i pannelli solari e le pale eoliche al posto dei pozzi petroliferi e dei gasdotti e piantando qualche milione di alberi (pare che invece ce ne vogliano mille miliardi, e ancora non basterebbe a riassorbire la CO2 già emessa), ma continuando ad andare in automobile, mangiare carne tutti i giorni, andare in vacanza in aereo e fare le Olimpiadi con la neve artificiale…
Questo discorso è emerso in maniera chiara a proposito del Tav Torino-Lione: se non si può dire che è un progetto che va in direzione opposta a quella necessaria ad azzerare al più presto le emissioni climalteranti (e lo dicono autorevoli e documentati  studiosi di tutte le discipline che hanno a che fare con il clima), perché questo allontanerebbe i molti (?) favorevoli a quel treno – ma lo stesso vale per i molti conflitti ambientali in corso in Italia e nel mondo – allora le nostre enunciazioni sull’emergenza climatica assumerebbero, sì, il carattere di una mera enunciazione ideologica e finirebbero per alienarci i molti che – ben prima di Fridays for future, se non altro per motivi anagrafici – sono scesi in campo per la difesa dell’ambiente e per la giustizia sociale.
Per non essere ideologici bisogna diventare operativi: non possiamo limitarci a “fare pressioni” sulle autorità (a tutti i livelli, dal quartiere alle Nazioni unite), anche se questo resta un compito inderogabile. Non possiamo delegare ai governi (a tutti i livelli, dal Comune alla Commissione europea) il compito di tradurre in programmi, progetti e interventi le nostre ansie. Dobbiamo sì “dire la verità”, ma anche “agire” e “coinvolgere” istituzioni, comitati, esperti, concittadine e concittadini per diventare tutti protagonisti del cambiamento.

Il Partito del Pil

In Italia c’è un regime: il cosiddetto “Partito del Pil” (si è auto-denominato così lui stesso) che unisce quasi tutti i partiti, da Lega e Fratelli d’Italia a Pd e Forza Italia, con una consistente presenza di esponenti dei 5Stelle – l’ala governativa – più tutta Confindustria, gran parte dei vertici sindacali, un bel po’ di gerarchie cattoliche, tutti i media (stampa e TV al completo). Regimi e partiti “fratelli” del Partito del Pil italiano esistono in  tutto il mondo, anche se non si sono dati il nome ridicolo che ha in Italia, ma in nessun paese dove esiste la possibilità di esprimere o di coltivare liberamente la propria opinione si incontra una coalizione così ferrea come in Italia.

Il partito italiano del Pil è il partito del NO. C’è chi dice (e ormai sono in molti) di ascoltare l’IPCC – il comitato degli scienziati di tutti i paesi del mondo che monitorano i cambiamenti climatici – che ci dà solo pochi anni di tempo per imporre una svolta al sistema prima che il trend del cambiamento climatico in corso diventi irreversibile. Molti, anche nel partito del Pil, si dichiarano d’accordo e Greta Thunberg, a differenza di quello che le è successo in Francia, è stata ascoltata da tutto il Senato italiano. Ma appena si tratta di tradurre in pratica qualcuna delle indicazioni che dovrebbero portare a quel cambio di rotta, il Partito del Pil dice NO: bando ai catastrofismi! Finché c’è gas, petrolio e carbone da estrarre o trasportare, lo consumiamo; anche a costo di imporre la costruzione di nuovi gasdotti come il TAP o nuove perforazioni nell’Adriatico.

C’è chi dice (e siamo in molti) che la città è in emergenza climatica (e ambientale); che da ora in poi si fanno solo più gli interventi che portino ad azzerare le emissioni climalteranti. Ma il Partito del Pil dice NO: quegli interventi possono aspettare, abbiamo da fare le Olimpiadi, da installare quella specie di souq di ferraglia che è il (fu) Salone dell’auto (brutta copia del flop della finta fiera milanese del libro), da fare arrivare (in aereo, da tutto il mondo), centinaia di migliaia di sportivi e di turisti, da costruire tanti impianti e attrezzature (naturalmente recuperabili; non lo erano forse anche quelle dell’Expò?) per ospitarli e farli divertire, da produrre un sacco di neve artificiale, ecc. The show must go on.

C’è chi dice “salviamo Venezia”, patrimonio dell’umanità. Il Partito del Pil dice NO. Non portare in laguna le navi da crociera è “sprecare Venezia”, non valorizzarla, perdere un’opportunità.

C’è chi vorrebbe salvare una valle bellissima e la comunità che la abita da una Grande opera inutile e nociva che ne completerebbe la devastazione già molto avanzata. Il Partito del Pil, che proprio in questa battaglia si è andato costituendo e definendo, dice NO. Un treno veloce, anche se non trasporterà niente e non entrerà in funzione prima che il cambiamento climatico diventi irreversibile, è comunque “progresso”: un affare per chi lo costruisce, anche se a spese di chi lo finanzia (cioè noi). 

C’è chi vorrebbe destinare a opere di pace i miliardi destinati agli F35, che sono macchine da guerra destinate all’aggressione di paesi lontani (e per di più non funzionano, tanto che alcuni clienti ne hanno disdetto l’acquisto). Il Partito del Pil dice NO: servono a creare decine di posti di lavoro. E si potrebbe continuare…

Dagli Stati Uniti all’Europa sta prendendo forma un progetto complessivo di conversione ecologica per salvare clima, salute e occupazione denominato Green New Deal. Per alcuni è l’unica strada praticabile per “salvare il capitalismo”; per altri per affossarlo. Per alcuni dovrebbe essere affidato a uno “Stato imprenditore”; per altri a una radicale democratizzazione della vita economica. Il dibattito è aperto, anche perché molte soluzioni sono ancora da definire. Ma in Italia non ne parlano né i fautori né i nemici del capitalismo e il Partito del Pil dice NO sia agli uni che agli altri. Gli affari si fanno con quello che c’è, qui e ora, e non sui programmi generali. Altrimenti, ciao Pil!

Il Pil, calcolato in base agli affari che si fanno (ma ci sono forse altri modi per farlo?) non produce da tempo né occupazione (e meno che mai di qualità), né benessere, né salute, né giustizia. In compenso concorre a precipitare il mondo in una notte nera per tutto il genere umano. Ma, forte dell’appoggio dei media, del mondo accademico (soprattutto degli economisti, “sacerdoti” della religione del nostro tempo) e della “cultura” (che, con poche eccezioni, si interessa di altro), il Partito del Pil è finora riuscito a presentare se stesso come “il Progresso”, ostacolato da chi pretende di operare per la salvaguardia di vita, salute e giustizia.

E’ ora di ribaltare questa narrazione: il Partito del Pil è il vero partito del NO a tutto ciò che può giovare alla convivenza e forse alla stessa sopravvivenza della specie umana. Impariamo a legare le nostre battaglie quotidiane per stare meglio, per una città, un territorio o un lavoro più vivibili e belli (e di queste battaglie tutti ne conducono qualcuna, o anche molte; a volte da soli, a volta in compagnia) all’impegno per la salvaguardia della vita sul nostro Pianeta. Le prime, senza un orizzonte generale che è l’unico, oggi, che possa legittimarle, non hanno prospettive di successo. E quell’impegno, se non se ne vede il nesso con la vita quotidiana, resta una opzione astratta, soprattutto per i meno informati. Ma di fronte all’avanzare del disastro ambientale anche il Partito del Pil comincerà a dividersi. Bisogna metterlo con le spalle al muro.