Il tempo è ora

Molti si aspettano che, se e quando l’emergenza covid-19 sarà finita, la gente si precipiti nei negozi, dai concessionari e nelle agenzie per un’abbuffata di beni e spese superflue di cui si è dovuta privare per tanto tempo. Ma temono che l’insicurezza creata da questa incursione dell’imprevisto nelle nostre vite la trattenga da quei comportamenti, che sono indispensabili per “sostenere la domanda” e tenere in vita il sistema. Perché molti e molte altre, dopo l’iniziale assalto ai supermercati, hanno sperimentato lo spavento che provocano tante città deserte e spettrali e l’angoscia di non sapere come uscirne; ma anche i benefici di un regime di sobrietà: capiscono che si può vivere bene con l’essenziale, o poco più; disporre di più tempo per sé e per gli altri, dare spazio alla solidarietà e, se e quando potrà tornare in strada, avere aria pulita, ritmi meno frenetici e spazi

sgombri per incontrarsi. 

Sembra un confronto impari, viste le armate di cui dispongono i burattinai del consumo superfluo a fronte delle “voci nel deserto” di chi lavora per un altro mondo possibile. Però, gli economisti al servizio di quei burattinai non prendono mai in considerazione la crisi climatica e ambientale in corso: per loro non c’era prima del coronavirus, non c’è adesso, non ci sarà nemmeno dopo. E anche se c’è, il problema resta il Pil. Mentre per coloro che pensano a un altro mondo possibile la sobrietà che covid-19 ha introdotto nelle nostre esistenze prefigura un diverso regime di vita, che permetta a tutti di ridurre gli sprechi e le ingiustizie indotte dai consumi superflui: condizione indispensabile per salvare la vita umana sul pianeta Terra.

Questi opposti approcci interpellano tutti e hanno un riscontro nel conflitto riesploso in molte fabbriche dove gli operai vengono “precettati” per continuare a lavorare in ambienti senza sufficienti difese sanitarie, a produrre cose non indispensabili, mentre tutti gli altri sono confinati nelle loro case, in parte a lavorare on line (che non sempre è un vantaggio, soprattutto per le donne), in parte a riposare sul divano e a riflettere sul mondo e la vita: cosa assai più utile e gradevole che continuare a faticare in produzioni destinate prima o dopo a bloccarsi per la rottura di una catena delle forniture ormai globale, o a rimanere in magazzino perché i mercati di sbocco non le assorbiranno più al ritmo di prima. Una situazione che caratterizzerà il futuro dell’industria anche dopo il coronavirus a causa dei disastri che la crisi climatica continuerà a generare. Così, il  calo della domanda dovuto a scelte di sobrietà, o anche solo di prudenza, ben si combina con una riduzione dell’offerta di beni senza più sbocchi di mercato; a meno di una conversione di alcune o molte fabbriche alla produzione di beni utili: come avviene oggi con i presidi e le apparecchiature medicali che il paese aveva rinunciato a produrre mentre tagliava i fondi al servizio sanitario nazionale; e domani con le tante cose che potrebbero permettere a tutti di vivere bene senza distruggere la Terra. Le frettolose riconversioni di oggi per produrre mascherine e respiratori dimostrano che, con una domanda pubblica adeguata, il sistema produttivo potrebbe imboccare un’altra strada (cominciando col non produrre più armi); a condizione che ai lavoratori “in esubero”, in attesa di nuovi impieghi, venga garantito un reddito; per poi redistribuire il lavoro tra tutti e ridurre gli orari e i ritmi forsennati di ora. Una prospettiva che la stasi di oggi rende realistica se promossa almeno a livello europeo.

Ma le fabbriche dove gli operai vengono comandati a infettarsi per produrre merci senza futuro – e a infettare poi le loro famiglie e i loro vicini – non sono l’unico focolaio potenziale di contagio: ai confini della Fortezza Europa si è andato ammassando un popolo di profughi costretti a vivere in condizioni feroci di indigenza, insalubrità e pericolo, premessa certa di una apocalittica diffusione del virus. Mentre al di qua di quei confini, ammassati nei Lager delle isole greche o cacciati per strada dalla cancellazione della protezione umanitaria e dei centri di accoglienza voluta da Salvini (e conservata dal governo Conte 2) c’è un altro popolo di senza dimora, sufficiente a vanificare tutte le misure di reclusione domiciliare con cui in Italia e nel resto dell’Europa si cerca di arginare la diffusione di un virus che non conosce confini.

Se i profughi che da anni premono ai confini dell’Unione europea fossero stati accolti e inseriti un po’ per volta nella società, per lavorare tutti insieme alla conversione ecologica, oggi non ci troveremmo, colpevoli e impotenti, di fronte a un disastro inimmaginabile. Ma forse siamo ancora in tempo: l’Europa ha ormai perso la competizione globale con le altre economie mondiali; ma potrebbe ancora diventare una guida per quel “salto d’epoca” che la crisi climatica impone.

Il dopo comincia ora

Il covid-19 aggredisce i polmoni, blocca il respiro, uccide soffocando, chiude in casa quelli che non stanno ancora male. I suoi epicentri (la pianura Padana, la provincia dell’Hubei, il NordReno-Westfalia) sembrano essere territori con la massima concentrazione di inquinanti nell’aria, dove la gente ha respirato male per anni. Sono quelli che ora le foto dai satelliti ci mostrano liberati dalla coltre di particolato e ossidi di azoto che li nascondeva: infatti anche a Milano l’aria è più pulita; il traffico si è spento, rumore e congestione sono scomparsi. Gli esseri umani soffocano, ma la Terra respira. Prova evidente di un’inimicizia a lungo coltivata.

L’emergenza coronavirus è una sciagura. Il male peggiore viene senz’altro dal nostro confinamento forzato in casa, vissuto come un’imposizione: l’interruzione della socialità fondata sull’incontro, che i collegamenti web non possono certo sostituire. In secondo luogo, ma solo perché colpisce un numero minore di persone, viene la perdita del posto di lavoro (e del reddito) o la minaccia di perderlo. Poi, e sempre e solo per il minor numero di persone colpite, il cinico oblio degli esclusi: di chi deve continuare ad andare al lavoro benché la sua produzione sia necessaria, perché il padrone lo vuole e il Pil lo esige; di chi non può rinchiudersi in casa perché non ce l’ha; di chi non ha nemmeno più il permesso di stare per strada perché Salvini gli ha tolto la protezione umanitaria e nessuno ha voluto restituirgliela. Sono tutti potenziali e pericolosi focolai di infezione, innanzitutto per loro, ma tali da vanificare gran parte delle prescrizioni imposte anche a tutti gli altri.

Poi ci sono le cose positive, che bisogna valorizzare: una esplosione di solidarietà, in particolare verso gli anziani (proprio quelli che i tagli alla sanità condannano a morire con la selezione che si svolge alle porte degli ospedali); poi l’aria pulita, il silenzio, le strade senza auto che restituiscono alla città connotati umani; i tempi di vita rallentati, lo spazio per tornare a riflettere e pensare. E anche l’eclisse, su web e TV, degli odiatori seriali e dei loro pronubi. Ma soprattutto, la scoperta, per tutti, della fragilità di un sistema che traeva la sua forza dalla pretesa di essere insostituibile: There is no alternative.

Ora tutti cominciano a parlare del dopo, di quando l’emergenza sarà finita. Ma l’emergenza non finirà più. Questa, cioè quella del coronavirus, non è in gran parte che una delle tante manifestazioni di un’emergenza ben maggiore che ci attanaglia da tempo: quella climatica e ambientale, che non verrà certo meno con la scomparsa (definitiva?) di questa pandemia. Ne arriveranno altre, o magari anche la stessa, mai veramente debellata, mentre scioglimento dei ghiacci, incendi di foreste, liberazione del metano (insieme a miliardi di batteri sconosciuti) dal permafrost, innalzamento del mare, uragani, alluvioni, siccità e desertificazione continueranno per la loro strada. Senza conseguenze su produzioni e Pil?

Le tante manifestazioni della crisi climatica non faranno che moltiplicare le rotture delle forniture e la dissoluzione di molti mercati di questa economia globalizzata; non tutte le fabbriche e non tutti gli uffici (fornitori di servizi “immateriali”) riprenderanno il lavoro; disoccupazione, precariato e mancanza di reddito sono destinati ad aggravarsi e la maggior parte delle istituzioni, dall’Unione europea ai Comuni, ne usciranno ancor più screditate di ora: la loro inerzia (il “Tutto deve continuare come prima”) è tanto  più oltraggiosa quanto minore è la loro distanza dalla vita quotidiana dei loro cittadini e delle loro cittadine. Il disorientamento è destinato a crescere per tutti; anche per l’establishment, che già da tempo ha mostrato di aver perso molte delle sue certezze. Si sta creando, un vuoto gigantesco di pensiero e di prospettive, che potrà essere colmato o dal fascismo del XXI secolo, in veste di sovranismo; oppure dalla mobilitazione per un futuro riconciliato con clima e ambiente, se questa prospettiva saprà tradursi in un progetto concreto e soprattutto unitario. Ma non è cosa che possa essere rimandata solo al dopo, a quando potremo finalmente uscire dalle nostre case e tornare a incontrarci, a discutere faccia a faccia, a manifestare, a lottare.  Anche perché, come dimostra la vicenda del decreto Salvini, gli uomini al potere si affezionano molto alle misure che limitano le libertà, e cercheranno di conservarne quante più possibili.

Dunque, non c’è un “dopo”; quel futuro comincia ora o mai più. L’emergenza ha mostrato a tutti che le nostre vite possono cambiare radicalmente in pochi giorni, e non solo in peggio; per molti versi anche in meglio. Quel meglio dobbiamo saperlo raccogliere, valorizzare e sviluppare ora, dando alle nostre esistenze nuove fondamenta: che sono la riconciliazione degli esseri umani con la Terra, della vita quotidiana con il resto del vivente, del lavoro con l’ambiente, delle produzioni, materiali e immateriali, con la dignità che spetta a chi le produce, a chi le usa, a chi ne subisce le conseguenze. Se non ora, quando?

Prepariamoci alla normalità

Quando si ritornerà alla normalità? Ma la normalità è questa: quella delle misure dell’emergenza coronavirus. Quella che invece abbiamo conosciuta negli ultimi decenni (e anche prima) non era “normalità”, ma una immane deviazione da come sarebbero dovute andare le cose.

Nell’emergenza coronavirus ci sono cose inaccettabili se dovessero durare, che dobbiamo adoperarci per aggirare o superare al più presto (senza mettere in pericolo l’incolumità nostra o altrui): sono le misure che limitano o cancellano gli incontri di ogni tipo, la dimensione sociale – fisica e non virtuale – delle nostre esistenze, quella che fa di noi degli esseri politici, ma anche la perdita di lavoro e di reddito per chi campa del proprio lavoro. Ma ci sono anche cose che dobbiamo imparare ad apprezzare: l’aria pulita, il cielo stellato, parchi e giardini pieni di gente di tutte le età, medici e infermieri che si adoperano per te. E poi la riduzione del traffico, dell’inquinamento, degli acquisti inutili, delle attività superflue, dei ritmi di lavoro insostenibili, del turismo compulsivo, delle crociere (la maggiore fonte di infezione!), dei grandi eventi, dei viaggi d’affari e di tante altre cose che sono arrivate di conseguenza.

Usiamo quest’occasione per discernere vantaggi e svantaggi di questo tempo e per studiare come salvaguardare e sviluppare i primi e neutralizzare e superare gli altri. Perché, quando l’emergenza coronavirus sarà finita, ci ritroveremo in mezzo a un’altra emergenza, ben maggiore, quella climatica e ambientale, che in realtà ha preceduto e in parte forse anche causato l’altra, tanto da essere dichiarata ben prima, anche in molte sedi ufficiali. Ma senza che a questa dichiarazione facessero seguito scelte e decisioni corrispondenti: “la nostra casa brucia”, ripete Greta, “e voi continuate a pensare ai vostri affari come se l’incendio dovesse spegnersi da solo”.

Il coronavirus ci insegna che emergenza vuol dire cambiare abitudini, cambiare comportamenti, cambiare vita. E soprattutto che se non vogliamo subire solo scelte fatte da altri, queste cose dobbiamo imparare a farle tutti insieme, a condividere le decisioni e a imporle a chi non vuole saperne. Per la salvezza di tutti.

Non siamo in grado di valutare la misura del colpo che il coronavirus assesterà all’economia italiana e a quella mondiale. Ma sarà ingente, a riprova della fragilità di un assetto che esibisce invece ogni giorno la potenza planetaria della finanza – e di chi la controlla – per cercare di convincerci che nulla può o deve veramente cambiare (Tina: there is non alternative). E ci chiameranno a ricostruire quel mondo, quel panorama sociale, quello stesso spettacolo che il coronavirus avrà temporaneamente alterato o interrotto.

Ma a quel punto l’emergenza climatica e ambientale, che intanto continua a crescere, si ripresenterà sulla scena – in realtà non se ne è mai allontanata – con una forza cento volte superiore a quella del coronavirus. Che però, oggi e domani, ci dà l’occasione di prepararci ad affrontarla con la consapevolezza che le alternative ci sono: una vita più sobria, lavori meno frenetici, la riconquista di tempo da dedicare a noi e alle nostre relazioni, pause per riflettere sul senso delle nostre esistenze, ma soprattutto un ambiente meno soffocato e soffocante, con meno smog, meno veleni, meno rumori, meno ferraglia per le strade, meno spettacoli degradanti, soprattutto sulla scena della “vita politica”.

Una, anzi molte ragioni in più, per non fare più guerre: sia a coloro che cercano la salvezza nei nostri paesi (segno evidente che il coronavirus non ha comunque reso le nostre terre e le nostre vite peggiori di quelle da cui tanti profughi sono stati costretti a fuggire), sia nei tanti paesi da cui, anche e soprattutto con il nostro stile di vita e la nostra indifferenza, li stiamo costringendo a fuggire.

Ai confini dell’orrore

L’Europa, scrivono i giornali mainstream, non può reggere l’afflusso di un altro milione di profughi come quello del 2015. Ma nessuno si chiede perché la Turchia (un’economia emergente, ma in piena crisi) dovrebbe invece poter reggere quello di 3,5 milioni? Perché è, e solo perché è – questa è la risposta – una dittatura mascherata da democrazia autoritaria. Una dittatura di cui l’Unione europea ha bisogno per tenere in piedi le sue politiche di respingimento; come, su un altro fronte, ha bisogno di affidarne la gestione alle bande dei predoni libici con cui si è alleata. In entrambi i casi, mettendosi nelle loro mani: il “ricatto” di Erdogan, che minaccia, e in parte attua, una politica di “liberi tutti”, è cominciato fin dal giorno della firma del famigerato accordo del 2016 con una Commissione europea perfettamente consapevole delle conseguenze: accettare senza fiatare la feroce repressione dei curdi, dentro e fuori i confini nazionali della Turchia, la presenza militare turca a Tripoli, in difesa del similgoverno con cui l’Italia ha siglato l’accordo sul respingimento dei “suoi” profughi, il sostegno accordato da Erdogan alle milizie jijadiste (altro che lotta al terrorismo!) e la sua occupazione di mezzo Mediterraneo per estrarne petrolio e gas, mentre Italia ed Europa continuano a vendergli armi (la Turchia è pur sempre membro della Nato) e a prestargli soldati per farle funzionare. D’altronde il commercio con la Turchia è florido, la sua manodopera costa poco, soprattutto quando è fatta di bambini dei profughi. Finché le cose vanno così, dunque, una vera resa dei conti non ci sarà; solo “scaramucce” a spese di decine di migliaia di disperati (la “materia prima” non manca) per ricordare all’Europa chi ha il coltello dalla parte del manico.

Intanto, dall’altra parte del confine greco-turco, l’Europa sta facendo mostra della crudeltà e del cinismo sottesi alle sue politiche migratorie. A fare orrore non sono solo le condizioni, peggio che bestiali, a cui condanna i profughi accatastati nelle isole del mare Egeo; né la mano libera lasciata dalla polizia greca ai nazisti di Alba Dorata nelle aggressioni a profughi e volontari; né lo schieramento di soldati, milizie e filo spinato lungo i confini di terra; bensì il fatto che la Presidente della Commissione europea, in visita a quei confini, osservati da un elicottero come si fa con la zona di una catastrofe naturale, abbia definito la Grecia e le sue politiche migratorie “scudo d’Europa”, quasi a predisporre una seconda linea di contenimento, se quella turca dovesse cedere. E infatti, alla faccia dell’austerità, per ora abbandonata solo a parole, l’Unione con la sua agenzia Frontex ora destinano alla Grecia, dopo averla messa alla fame dalla ferocia e dell’ingordigia delle sue politiche economiche, centinaia di milioni e un’intera flotta per rafforzare la difesa dei suoi confini. La politica sovranista, in realtà razzista e ferocemente autoritaria, si è impossessata della governance dell’Unione attraverso il cavallo di Troia delle politiche di respingimento, senza guardare alle conseguenze. C’è un popolo, oggi di centinaia di migliaia di disperati, ma destinato a crescere proprio a causa delle guerre e della crisi climatica scatenate dai governi e dagli interessi economici dei paesi che non li vogliono accogliere, che si accalca ai loro confini: gente che non poteva restare né può tornare, per molti anni ancora, nel paese da cui è fuggita; non può restare nel paese dove l’ha portata finora la sua fuga, che sia la Turchia, la Bosnia, la Croazia o la Libia; non può entrare nei paesi che costituiscono la sua meta e che ovunque viene respinta, maltrattata, attanagliata da fame, freddo e disperazione. Per tutti loro, e per quelli che li seguiranno – questo è il messaggio – non c’è più posto su questa Terra. La conseguenza, che nessuno vuole guardare in faccia, ma che presto si presenterà ai nostri occhi, è che devono essere eliminati. Si prospetta all’orizzonte, con sempre maggior concretezza, una “soluzione finale”, non più affidata a strutture industriali come quelle dei campi di sterminio nazisti, ma, per ora, alla mera decisione di ignorarne le vittime designate.

Fermare questa deriva è sempre più difficile, ma è ora che tutti si rendano conto di quanto è andata avanti in questi anni, di quale sia il suo esito obbligato e, soprattutto, del fatto che la ferocia verso “l’altro” è destinata a ripercuotersi contro di noi. Perché tutti, e anche noi, possiamo scoprirci “l’altro”: innanzitutto per chi già oggi ci governa o ci domina. Per questo dobbiamo concepire, oggi, per poi prospettare, perseguire e realizzare domani, una vera alternativa. Che non può che partire dal presupposto che in Europa ci può e deve essere posto per tutti (come c’è stato posto “per tutti” dalla fine della Seconda guerra mondiale alla crisi del 2008, quando gli Stati forti dell’Europa, con una diversa politica economica e sociale, assorbivano oltre un milione di migranti all’anno). Prendendo coscienza del fatto che un’accoglienza e un inserimento sociale e lavorativo dignitosi, nel quadro di una radicale conversione ecologica degli assetti economici, sono premessa e condizione indispensabile anche di una politica di pacificazione e risanamento dei paesi da cui tanti hanno dovuto fuggire e dove molti di loro non sognano altro che di poter fare ritorno.

Niente sarà più come prima

La mobilitazione martellante e scomposta di politici e media contro il coronavirus ricorda Pierino e il lupo: che cosa mai si potrà fare per comunicare una vera emergenza, quando la crisi climatica alle porte comincerà a mordere veramente sulle nostre vite (come già sta facendo su quelle di milioni di altri esseri umani), ora che tutti vedono che il lupo non c’è, o non è un lupo? Quello che si vede nell’immediato è solo una corsa a misure estreme per non sentirsi scavalcati da chi pretende che si faccia ancora “di più”: è il meccanismo di una competizione politica che ha perso la bussola del vero o presunto “bene comune”. Vuoi chiudere i porti? E io chiudo gli aeroporti. Vuoi chiudere le moschee? E io chiudo le chiese. Così si fanno idiozie come tenere aperti i bar all’ora del cappuccino e chiuderli all’ora dello spritz. Ai medici viene tolta la parola; a Burioni no.

Molti però, tra cui Marco Bersani e Giorgio Agamben, vedono in queste misure una prova o una tappa di avvicinamento allo stato di eccezione; a un controllo sistematico di tutte le nostre attività quotidiane. E’ vero: le misure colpiscono quasi solo luoghi e momenti di aggregazione: spettacoli; bar e caffè del “dopolavoro”; riunioni, assemblee e manifestazioni; l’ufficio, quando si può disperdere tutti nel telelavoro: ciascuno a casa sua! Tutte condizioni favorevoli all’affermazione di un dominio autoritario. Questa mezza quarantena, che non tocca il lavoro in fabbrica, le code ai supermercati, gli assembramenti nelle stazioni o sui mezzi pubblici, le cene di Salvini, tutte occasioni massime di contagio, è in linea con le tendenze di fondo dei processi in corso: chiusura sistematica di tutti i centri di aggregazione – di donne, di giovani, di richiedenti asilo, di attivisti – e, soprattutto, leggi contro i migranti e le lotte sociali, tese a trasformare l’Europa in una fortezza chiusa verso l’esterno, ma anche in una caserma ben disciplinata all’interno, dove dissenso e conflitto sono fuorilegge. E’ così che le destre (in sintonia, ancorché negata, con gli establishment di centro e di sinistra, consapevoli o meno che ne siano) si preparano ad affrontare con la forza delle armi le conseguenze della crisi climatica: le migrazioni di massa nel e dal resto del mondo, e le lotte contro lo sconquasso delle condizioni di vita e di lavoro e territori all’interno di ogni paese. Continuando a spremere gas e petrolio dal ventre della Terra e a pompare CO2 nell’aria.

Ma, per non limitarsi a un’ovvia denuncia, proviamo a trasformare questa ilarotragedia in un’occasione di crescita e autoformazione per tutti. Perché, in ultima analisi, le misure imposte, per quanto in parte ridicole e in parte eccessive, spezzano l’ordinario andamento delle nostre esistenze, ci fanno capire che da un momento all’altro possiamo entrare veramente in “emergenza”; una condizione che, per chi l’ha dichiarata o ha preteso che venisse dichiarata nei confronti della crisi climatica e ambientale, dovrebbe essere norma, consapevolezza che da ora in poi niente potrà più scorrere come prima. Una condizione in cui molti sono già stati gettati dalla precarietà del lavoro o della vita; e molti altri da qualche evento estremo che li ha cacciati dalle loro case. Ma che per tutti dovrebbe significare “abituarsi a fare a meno delle proprie abitudini”. Perché la crisi climatica e ambientale le sconvolgerà tutte; e per tutti da ora in poi e, volenti o nolenti, sempre più spesso, le cose cambieranno in peggio: il “tempo che fa” non sarà più prevedibile, e a volte nemmeno sopportabile; il lavoro potrebbe mancare perché i mercati che lo sorreggevano si dileguano; i negozi e i supermercati non saranno sempre pieni e a molte cose dovremo rinunciare; potremo ritrovarci senza auto o senza benzina, o con i treni che fanno anche sette ore di ritardo; la luce potrà non accendersi più tutti i giorni, l’acqua non scorrere più dal rubinetto per ore, le case rimanere al freddo, le vacanze sfumare perché gli aerei non partono più; e le malattie da virus ignoti moltiplicarsi. E a tutte queste cose dovremo trovare rimedio insieme a coloro che le patiscono con noi. Ma soprattutto dobbiamo anticiparle, individuando, percorrendo e imponendo nuove strade, perché se aspettiamo che a farlo siano coloro che ci governano, che continuano a pensare solo a Tav, Tap, Olimpiadi e nuovi stadi, mentre “la nostra casa brucia”, finiremo bruciati con lei. E’ un inganno sostenere che la vita potrà continuare come prima, perché basta “rendere sostenibile” lo sviluppo (del Pil). Lasciamo perdere il Pil e guardiamo alle cose: di sviluppo non ce n’è più da tempo, né per noi né per il resto del mondo, se non per un manipolo sempre più ristretto di Signori della Terra (e della finanza) che tengono in pugno i nostri destini. Non ci sarà conversione ecologica, né del sistema né delle nostre vite, se non ci rendiamo innanzitutto conto che, come scrive Naomi Klein, That changes everything: niente sarà più come prima.

Fate l’amore non fate la guerra

“Fate l’amore non la guerra”: un motto che aveva accompagnato molti di noi, quelli ormai entrati nella terza o quarta età, negli anni della nostra adolescenza e in quelli dell’ingresso nella lotta politica e nel ruolo sociale che ci eravamo scelto. La guerra contro cui ci battevamo era quella in Vietnam – allora, e ancora adesso, esempio di come una mobilitazione mondiale fosse riuscita a neutralizzare quello che già allora era il più potente esercito del mondo. Quanto all’amore, all You need is love! Quel motto non aveva soltanto legittimato la “rivoluzione sessuale” degli anni ’60, cioè la liberazione dai tabù che assillavano i nostri genitori, che su di essi avevano costruito o validato codici che facevano della famiglia tradizionale il fondamento di tutta l’edificio gerarchico della società. Era stata anche la scoperta di un amore più largo, che andava al di là delle coppie più o meno temporanee che da allora si sarebbero formate e sciolte con una certa frequenza; la scoperta dei legami liberamente costituiti che formano una comunità nell’unità di intenti che ci accomunava nelle lotte: prima all’Università e nelle scuole, poi nell’incontro cercato e non sempre riuscito con gli operai delle fabbriche, poi nei “quartieri”, o territori, in cui molti si sarebbero accampati e persino nella prima fase della formazione dei “gruppi”, la cui rivalità avrebbe poi finito per introdurre anche tra noi il veleno della competizione. Ma non c’è dubbio che senza quel “fate l’amore”, che era anche, e in misura non secondaria, incontro sessuale, la nostra storia, e quella di un’intera generazione, avrebbe preso un’altra strada.

Queste riflessioni tornano in mente leggendo che Tobias Rathjen, il razzista di Hanau che ha ucciso 11 persone nella sua guerra personale (che personale non è) contro gli “stranieri” che non si possono più espellere, e che quindi vano eliminati – come da lui stesso dichiarato in un video-testamento – non aveva più rapporti con una donna da 18 anni; e, si può immaginare, neanche con un uomo (una situazione analoga credo sia stata vissuta da Anders Brevik, lo stragista razzista svedese, o da Brenton Tarrant, suo emulo in Australia). Per questo – forse soprattutto per questo – Tobias Rathjen si era votato alla guerra contro gli stranieri. Violenza, guerra, razzismo e maschilismo qui si intrecciano con evidenza: i “rapporti con una donna” che Tobias Rathjen non aveva più, o non ha mai avuto, non sono quelli che nascono da una libera scelta che accompagna il “fare l’amore”; in uno come lui sarebbero stati comunque improntati a feroce volontà di dominio e a violenza di genere: quella stessa che oggi spinge tanti maschi “privati”, dalla sua libera scelta, del rapporto con la loro partner, a sopprimere. Maschilismo, razzismo, odio e violenza si intrecciano nella comune rivendicazione del possesso: il possesso di una donna, un “principio” che la cultura femminista, dove ha operato, ha dissolto o sta dissolvendo; e il possesso di una “patria”, di una terra di elezione, di una identità etnica fasulla, che fanno dire a molti “questa è casa mia”; e che la presenza di tanti stranieri e l’afflusso di nuovi profughi mettono in discussione, spingendo verso posizioni politiche e pratiche escludenti che sfociano in razzismo e a volte culminano in scelte stragiste.

Per anni il femminismo ha cercato di insegnare ai maschi, con alterno successo, l’educazione dei sentimenti e la cura dei rapporti personali; ma da tempo ha ormai dispiegato, per chi si è messo in ascolto, la potenza di una critica del patriarcato, cioè del possesso (in termini giuridici, proprietà: “il terribile diritto” per Cesare Beccaria e Stefano Rodotà). Possesso innanzitutto di una donna – o di molte donne – e dominio sulla loro prerogativa di generare la vita; ma, su questo modello, possesso e dominio di tutto ciò che esiste: dei figli, della casa, del suolo, del vivente, dell’ambiente, della Terra. Femminismo ed ecologia, rigetto del patriarcato e rifiuto dell’incuria per l’ambiente in cui viviamo si sono così saldati in una “cultura” che ci ha costretto a rivedere molti degli schemi a cui ci eravamo affidati e che oggi rappresenta la parte più viva delle prospettive di rinnovamento a nostra disposizione: l’unica in grado di affrontare alla radice il compito immane della conversione ecologica che la crisi climatica e ambientale ci impone. Ma è una cultura che si radica nella ricomposizione di un rapporto paritario e condiviso tra uomo e donna; quel rapporto che, come già notava Marx, è l’epitome di tutti i rapporti sociali che attraversano società e storia.

Il fondamentalismo islamista sfociato nel terrorismo ha reso evidente con le sue efferatezze come la vera posta in gioco di quella sua violenza sia la riconquista del potere dell’uomo sulla donna, messo in forse dal diffondersi del femminismo o dalla minaccia della sua diffusione. Ma anche nelle nostre culture, dove l’aspirazione al dominio nei rapporti di genere assume spesso le vesti della pornografia e del marketing pubblicitario piuttosto che quello di un controllo diretto, gli ingredienti che legano violenza e maschilismo si ritrovano tutti. E se la sconfitta del terrorismo islamista non può che passare attraverso una grande rivolta delle donne di cultura islamica, altrettanto succede da noi, dove solo il sostegno e la partecipazione al processo di dissoluzione delle radici più profonde del patriarcato potrà mettere in grado tutti, uomini e donne, di venire a capo delle dilaganti pulsioni razziste.

La conversione ecologica è un processo sociale

La terza assemblea nazionale di Fridays for Future Italia si terrà a Sassari il 14 e 15 marzo. Di fronte alla crisi climatica e ambientale che si manifesta in forme sempre più acute e alla finestra temporale sempre più stretta che ci separa dalla irreversibilità, la denuncia di Greta Thunberg ha trovato finora riscontro quasi solo tra una avanguardia di massa delle nuove generazioni, quelle il cui futuro è messo maggiormente a repentaglio: con quattro global strike, Fridays for Future ha già mobilitato oltre sei milioni di giovani e non, e molti di più ne mobiliterà nel prossimo sciopero mondiale del 24 aprile.

Dopo molti colpevoli silenzi i media sono ormai costretti a esibire ogni giorno i danni provocati dalla crisi, ma, a differenza di quello giovanile, il mondo adulto – lavoratori, lavoratrici, disoccupati, donne relegate al lavoro domestico – ma soprattutto l’establishment appaiono paralizzati. Perché mai non vengono adottate le misure che la crisi richiede con quella sollecitudine con cui, per esempio, allo scoppio della Seconda guerra mondiale i paesi attaccati dall’Asse avevano riconvertito in pochi mesi i loro apparati produttivi a scopo bellico? 

Greta, invitata a tutti i principali vertici del mondo, a tutti suona l’allarme. Molti le mostrano benevolenza; altri la dileggiano, ma le risposte di entrambe le parti sono inadeguate o contrarie alle esigenze e alle urgenze messe in luce. Pesano gli interessi legati ai combustibili fossili o alle industrie che ne dipendono, che non sono disposti a cedere i guadagni e il potere che viene loro dall’enorme concentrazione che questo modello di economia richiede. Ma non c’è solo questo.

Molto dipende anche dall’ignoranza. Per esempio, Josep Borrell, responsabile della politica estera dell’Unione europea, chiede ai “giovani” se si rendono conto dei costi insostenibili di quello che pretendono. Per dir loro che non si può fare. Tutto viene buttato in denaro, cosa a cui siamo contrari; vita e sopravvivenza del pianeta non si possono certo “monetizzare”. C’è però da chiedere a Borrell e a quelli come lui se loro si “rendono conto” dei costi comportati dal non agire…

Ma il vero effetto paralizzante nasce dal fatto che nessuno sa veramente che cosa fare per realizzare quella conversione, non solo energetica, ma soprattutto ecologica, necessaria a evitare che si varchi la soglia dell’irreversibilità. Sono la dimensione e la profondità di questa svolta, per lo più solo intuite, ciò che spaventa e paralizza. Ed è a questa paralisi che Fridays for Future deve saper dare una risposta. Non basta più, come fa Greta, il cui contributo alla nostra lotta resterà essenziale, dare l’allarme e dire che “gli scienziati” sanno che cosa bisogna fare, ma che i politici non li ascoltano. Gli scienziati, come i politici, come gli industriali e la finanza, non lo sanno; ma neanche noi lo sappiamo, se non a grandi linee: troppo grandi per diventare operative. E per una ragione semplice: la conversione ecologica non è un fatto solo tecnico; è soprattutto un processo sociale, che deve coinvolgere milioni, e poi miliardi di persone consapevoli e capaci di confrontarsi con il contesto in cui ciascuno vive, studia o lavora.

Fridays for Future deve non solo denunciare il rischio mortale che corriamo e fare pressione su autorità e imprese perché cambino rotta; deve assumersi la responsabilità di misurarsi con le cose da fare. Non certo redigendo piani e programmi dettagliati, bensì lavorando perché queste indicazioni emergano dai contesti sociali in cui e con cui vuole operare: scuole, aziende, quartieri, associazioni, istituzioni. Se aspettiamo che a farlo sia chi ci governa, o i poteri che controllano chi ci governa, la corsa al disastro continuerà tra impegni e vertici inconcludenti. Che fare, allora? Seguiamo la traccia chiara e semplice dei “fratelli maggiori” di Extinction Rebellion: dire la verità, agire subito, convocare gli interessati.

Dire la verità: nessuno dei politici, italiani, europei o mondiali, tranne papa Francesco, ha il coraggio di dire a concittadini, seguaci o elettori quanto sia grave la situazione. Nessuno di loro, se lo dicesse, potrebbe continuare a fare quello che fa e su cui ha costruito la sua carriera. Dovrebbe dire: “da domani si cambia tutto”. Invece abbiamo visto sindaci e Parlamenti dichiarare addirittura l’”emergenza climatica” e poi continuare per la stessa strada, con poche e inconsistenti variazioni.

Agire subito: mettere in campo nuovi progetti richiede tempo, ma quelli in corso che fanno solo danno si possono fermare subito. Però nessuno lo fa: TAV, TAP, metanizzazione della Sardegna, grandi progetti edilizi, Olimpiadi invernali con la neve artificiale, produzione e vendita di armi, fertilizzanti e pesticidi sintetici, è tutto un correre lungo la strada percorsa finora, quella che porta alla catastrofe; un grande spreco di risorse da investire invece nella conversione ecologica.

Convocare gli interessati: nella società esistono, disperse e non valorizzate, risorse intellettuali e morali, competenze tecniche ed esperienze associative, diponibilità a lavorare, passo dopo passo, alla promozione delle tante iniziative da sviluppare: individuandole con un confronto collettivo; poi definendole con l’aiuto di tecnici ed esperti; poi rivendicandole; e poi battendosi per imporle, farle finanziare, realizzarle. Si comincia mettendo insieme su basi volontarie scuola per scuola, azienda per azienda, territorio per territorio, studenti, lavoratori, tecnici, manager, associazioni e politici disposti a impegnarsi su questa strada. All’inizio saranno pochi, e potrà sembrare un tentativo velleitario; ma mano a mano che la crisi climatica prenderà a mordere (non tarderà a farlo) queste aggregazioni, se saranno in campo, si riveleranno niente altro che l’embrione della governance di un’impresa del tutto nuova: l’unica in grado di gestire un cambiamento che altrimenti non verrà mai. 

Il secolo dell’auto alla prova della crisi climatica

Il XX secolo è stato il secolo dell’automobile: il fordismo ha modellato ovunque l’organizzazione del lavoro, gli stili di vita, gli assetti urbani e anche l’immaginario. Ma la crisi climatica ci farà cambiare strada. L’auto, come mezzo di trasporto privato, prima per pochi, e poi “per tutti”, è stata resa possibile da un’innovazione tecnologica, il motore a combustione interna. Ma per usarla bisognava possederla: di qui la motorizzazione di massa, l’inquinamento e la congestione che l’accompagnano. Ma anche un grande consumo (spreco) di materiali, di energia (per fabbricarla e per usarla), di spazio (6-8 metri quadrati per posteggiare, 30 per muoversi 2-300 per correre), di tempo (nel traffico) e di denaro: un sistema insostenibile Oggi altre innovazioni – informatica e telecomunicazioni, ICT – rendono possibile usare un’auto, o molte auto, senza possederle, ma condividendole con chi di volta in volta ne ha bisogno: car sharing, car pooling, trasporto a domanda, city logistic (consegna merci). Invece di restare ferme in media 22 ore su 24, ingombrando strade e parcheggi, saranno quasi sempre in moto, ma saranno molte di meno. Se l’ICT consente questo passaggio, la crisi climatica e ambientale lo rende ineludibile. Avere un’auto propria non può più essere più un diritto per nessuno, come nessuno ha diritto di comprarsi un carrarmato. Non c’è posto sul nostro pianeta per i tassi di motorizzazione dell’Europa: un veicolo ogni 2 abitanti. Al 2050 le auto su strada sarebbero 5 miliardi: troppe, non importa se convenzionali, elettriche o a guida autonoma. O forse si pensa che “in macchina” continueremo a viaggiare solo noi, mentre gli altri popoli della Terra devono restare per sempre a piedi? Potrebbe anche succedere il contrario…

Niente come l’auto ci fa capire quanto la transizione energetica sia destinata a stravolgere idee e abitudini consolidate, ma anche assetti produttivi e di potere. Si produrranno molte meno auto, usandole molto di più. Ma che ne sarà di chi lavora nel settore? Il problema non può essere affrontato solo in fabbrica, o in una singola industria, e nemmeno riorganizzando solo la mobilità. Ci saranno molti meno occupati nell’industria dell’auto (e in altri settori); ma ci sarà più occupazione in altre attività (rinnovabili, efficienza energetica, ristrutturazioni edili, riassetto dei territori, cura delle persone, agricoltura…). Ma passare dall’una all’altra sarà difficile per tutti, penoso per molti e impossibile per altri; anche se con la transizione si potrebbe ridurre molto l’orario di lavoro e riorganizzarlo con più autonomia nella scelta dell’attività e nel modo di lavorare. Ma si può affidare la transizione al mercato? No, il mercato non guarda lontano e non vede chi resta indietro. Ai Governi? No, processi del genere non si possono governare solo “dall’alto”. A imprese abituate a sfruttare al massimo chi c’è e a sbarazzarsi alla svelta di chi non serve più? Meno che mai. Occorre innanzitutto garantire un reddito a chi, temporaneamente o per sempre, resta senza lavoro. Ma i lavoratori devono poter contare come parti in causa. Non possono farlo da soli, né solo fabbrica per fabbrica, ma solo nel loro territorio: analizzarlo, discutere, individuarne le potenzialità, tradurle in progetti. Non sono le risorse finanziarie a mancare; manca la progettualità. A svilupparla – senza indugio: “la nostra casa è in fiamme”! – possono concorrere conferenze che coinvolgano, se e quando si renderanno disponibili, maestranze, management, associazioni, governi locali, Università: la governance in potenza di una nuova forma di impresa. Oggi per prospettare una alternativa praticabile; domani per realizzarla.

Il grado zero della politica

Le sardine hanno riunito a Roma almeno 200mila persone richiamate dalla richiesta di abrogare (poi maldestramente corretto in “rivedere”) il decreto Salvini; dall’invito a contrastare i linguaggi d’odio (che dominano non tanto il confronto tra avversari politici, quanto l’aggressione sistematica contro migranti, minoranze, donne, difensori della vita e persino della memoria); e dall’appello a restituire vigore all’antifascismo. La gestione del palco di piazza San Giovanni ha rispettato pienamente questo copione, con particolare attenzione ai migranti. Sono temi più volte ribaditi, con diverse accentuazioni, da tutte le forze di sinistra. Perché queste non riescono più a mobilitare nemmeno i loro sostenitori dichiarati e alle sardine invece riesce tutto così bene? Siamo nel campo delle supposizioni. Nessuno, nemmeno chi ha chiamato a raccolta le sardine, ha una risposta sicura. Quelle che si possono avanzare sono riconducibili a due ordini di considerazioni:

Primo: totale sfiducia nelle organizzazioni della sinistra da parte delle figure sociali a cui queste fanno riferimento e dei cui interessi si considerano rappresentanti, almeno in forma virtuale. Continuare a chiedersi se le sardine sono o no “di sinistra” non aiuta certo a recuperare questo rapporto. Dare per scontato che lo siano, ancor meno. Soprattutto da quando definire che cosa sia di sinistra e che cosa no è diventato difficile. Forse proprio la sicumera del considerarsi “di sinistra” crea i maggiori problemi.

Secondo: l’inconsistenza, e forse l’impraticabilità, al di là dei tre punti indicati, della proposta “politica” delle sardine. Fare le pulci al loro primo manifesto, e ancor più al secondo, è un gioco facile quanto sterile, perché probabilmente è proprio quel vuoto ciò che ha funzionato maggiormente da richiamo: alla faccia di coloro che subordinano il sostegno alle sardine al fatto che gli venga servito un piatto (di centinaia di migliaia di persone) già bell’e confezionato come lo vorrebbero loro… O di coloro che sanno già che cosa le sardine devono fare per strutturarsi o quali punti ineludibili devono mettere nel loro programma. Quel loro exploit ci dice che siamo al grado zero della politica.

Se però alziamo lo sguardo dalla loro vicenda per rivolgerlo al contesto mondiale si vede subito che questa non è una peculiarità di casa nostra: la crisi climatica e ambientale sta azzerando tutto ciò a cui i politici di tutto il pianeta hanno appeso i loro programmi, le loro manovre, le loro carriere. Non se ne sono ancora accorti, ma se ne accorgeranno presto: anche loro stanno per scoprirsi tutti al grado zero della politica: come le sardine.  Gianfranco Mascia, su Il fatto quotidiano, raccomanda alle sardine di aggiungere al loro programma la crisi climatica (non ne hanno nemmeno fatto cenno). Ma per loro, come per tutto il resto del mondo, il problema non è “aggiungere”. Chi ha colto le dimensioni e l’urgenza della crisi di clima e ambienta sa che bisogna ricominciare da capo Certo, reddito, occupazione, migrazioni, casa, istruzione, salute e quant’altro non devono assolutamente scomparire dall’orizzonte, anche se di fatto, tranne, in negativo, le migrazioni, sono già sostanzialmente scomparse. Per ricomparirvi in modo costruttivo occorre che venga messa al centro di tutto la mobilitazione per la difesa di clima e ambiente, come condizione ineludibile del perseguimento di ogni altro obiettivo: cosa che non compare nei programmi, e meno che mai nelle scelte e nella pratica quotidiana di alcuna forza politica. 

Lo hanno capito, in tutto il mondo, i giovani di Fridays for future e pochi altri (non certo tutta “la Scienza” a cui si appella Greta Thunberg, in gran parte venduta; ma solo i pochi scienziati che si occupano seriamente del clima). Ma anche loro stentano, per ora, a tradurre questa comprensione in iniziative che non siano la mera sollecitazione ad “agire subito” rivolta agli establishment. Cosa evidentemente insufficiente vista la levatura di cui tutti i Governi del mondo hanno dato prova al summit di Madrid, logica conclusione di 25 anni di inerzia e ipocrisie pressoché totali. La cultura della competizione universale a cui sono tutti affiliati, fa di ogni governante un free rider, che aspetta che ad agire siano gli altri per trarne un proprio vantaggio: per il tempo che basta per confermarlo nel suo ruolo e nei suoi privilegi. Senza cultura della solidarietà no se ne esce.

Lo ha capito, forse ancor meglio, il movimento Nonunadimeno che nella denuncia e nella lotta contro i mille aspetti in cui si manifesta il dominio patriarcale sul mondo ha individuato il filo conduttore di un rovesciamento radicale del nostro rapporto con la Terra: quel rapporto che mette in evidenza il nesso inestricabile tra capitalismo ed estrattivismo. Un tema peraltro ben chiaro anche al capo della più patriarcale e maschilista organizzazione del pianeta, papa Francesco: tre fonti a cui le sardine potrebbero attingere, non programmi e proposte politiche immediate, ma cultura e visione.

Sardine o bandiera rossa?

Chi ha paura delle sardine? Chiunque abbia partecipato a una delle loro mobilitazioni ha sicuramente percepito tre cose: una grande voglia di partecipazione (che fa seguito ad altre importanti mobilitazioni: molte di lavoratori, ma soprattutto quelle di Fridays for future e Nonunadimeno); il rifiuto dei discorsi d’odio (ma anche delle prese in giro) che hanno dominato la scena politica e mediatica negli ultimi anni; la presenza, insieme, di giovani e anziani, lavoratori e studenti, donne e uomini. E anche di destra e sinistra? O di né di destra né di sinistra? Certo di molte persone che non hanno votato, non sanno per chi votare, ma che vorrebbero tornare a contare. Sicuramente antifasciste e antirazziste.

Per questo quelli di Casa Pound e, attraverso Casa Pound, Salvini, sentendosene assediati, hanno cercato di “sporcare” la manifestazione romana minacciando una loro presenza grazie all’ingenuità di uno dei suoi promotori. E qualche risultato – qualcuno che si è ritirato – probabilmente l’hanno ottenuto. E senza equipararle a Casa Pound, hanno concorso allo stesso effetto adesioni come quelle della fidanzata di Berlusconi o delle “madamine” siTav (già, che fine hanno fatto?) che di Salvini si erano servite, servendolo a loro volta, per riempire la loro piazza. Ma il piatto forte per “fare l’esame del sangue” alle sardine e prenderne le distanze è la favola di una macchinazione di Prodi e del PD per recuperare spazi perduti: che sembra trovare conferma in diverse prese di posizione, presenti e passate, di alcuni promotori: specie di Mattia Santori, che ha partecipato al comizio elettorale di Bonaccini e che in passato si è schierato per il al referendum costituzionale di Renzi e per il boicottaggio di quello contro le trivelle. Tutto vero; e di casi simili se ne troveranno altri cento. Ma si può identificare sentimenti e aspettative di piazze finalmente piene come queste con le idee di qualcuno dei loro promotori, che pochi conoscevano prima e molti non conoscono nemmeno ora? Per molti la “prova definitiva” è che lì non si vogliono le bandiere di partito né si può cantare Bandiera rossa. Proprio come nei cortei di Fridays for Future e di Nonunadimeno. Ma tutte queste mobilitazioni, proprio perché l’orientamento partitico dei e delle partecipanti è sconosciuto, e in molti casi indeterminato, o parecchio disorientato, sono un terreno di confronto e – perché no? – di scontro tra idee e prospettive diverse, e in alcuni casi anche opposte, in competizione per un’egemonia non scontata; idee e prospettive che devono anche ridefinirsi e riqualificarsi alla luce dei problemi e delle incomprensioni che emergono nel contatto con persone che non si incontrano più da tempo, o che mai si sarebbero incontrate altrimenti. Questa è la grande occasione che le sardine offrono: smettere di parlarsi solo “tra noi”, tra quelle e quelli che già si frequentano o incontrano spesso e sanno tutto uno dell’altra; avere un pubblico con cui mettere alla prova la propria capacità di farsi capire e di capire gli altri, quelli che non si sa più, o non si sa ancora, che cosa pensino. 

C’è chi si chiede perché sardine e Fridays for Future o Nonunadimeno non si colleghino, riunendo le reciproche istanze in un movimento più generale attraverso i rispettivi comitati promotori. Perché no? Ma gran parte degli studenti e delle studentesse che partecipano ai cortei di Fridays for Future o Nonunadimeno sono gli stessi e le stesse che vanno alle mobilitazioni delle sardine. E’ a quel livello che deve avvenire un vero incontro, con iniziative condivise nelle scuole, nelle Università, nei quartieri. Coinvolgere tutti nella lotta contro la crisi climatica e ambientale (e come evitare di farlo una volta che si conosca la realtà della catastrofe che incombe?) spazzerebbe ogni possibilità di schierarsi (e meno che mai mobilitarsi) per le Grandi opere, a partire dal Tav, pietra di paragone di tutta la politica nazionale. 

Ma mancano i lavoratori. No, le mobilitazioni delle sardine ne sono piene. Il problema è ritrovarli nelle fabbriche e nelle aziende dove lavorano, nei quartieri dove vivono, nei bar che frequentano; e per questo bisogna andarli a cercare. Ma “a capo” delle sardine ci sono troppi “fighetti” benvestiti? A me non piacciono i confronti tra l’oggi e i movimenti di 50 anni fa: è un modo per far divorare i vivi dai morti. Ma è indubbio che questa critica ricalca quelle ripetute a iosa allora da chi si riteneva l’autentico rappresentante della classe operaia. Tranne ricredersi di li a poco; perché ciò che avrebbe poi permesso agli operai delle fabbriche di allora di farsi per qualche anno protagonisti della storia d’Italia con le loro lotte era stato smosso dalle mobilitazioni antiautoritarie degli studenti: un clima di libertà, di spirito antigerarchico ed egualitario, di ricerca di una strada nuova per cambiare se stessi e il mondo di cui tutte le donne e gli uomini coinvolti nelle lotte di allora avrebbero poi saputo beneficiare.