La conversione ecologica alla prova dei fatti

Il fallimento delle misure di contenimento del covid, tutte fondate sulle presunte virtù taumaturgiche di un vaccino, senza un vero potenziamento di ospedali, medicina territoriale, staff medico, formazione, aggiornamento, piani di prevenzione, distanziamento – cioè, più aule, insegnanti, trasporti, revisione degli orari urbani e quant’altro, tutte cose necessarie anche in vista dell’avanzare della crisi climatica – mette in luce la totale assenza della conversione ecologica dall’orizzonte delle politiche in tutti i paesi del mondo. Un orizzonte ineludibile per qualsiasi misura venga presa, ma che esige innanzitutto una riduzione drastica dei consumi superflui. Ma è ora di cominciare a passare dalle enunciazioni di principio e dalle sperimentazioni di nicchia alle strutture che stanno al centro dell’organizzazione sociale e produttiva. Non ha senso calcolare il fabbisogno di energia, di mobilità, di ricettività, o di acciaio, cemento e tante altre materie prime – e meno che mai di petrolio, gas e carbone; o di acqua – in base alla proiezione dei consumi passati: così si va alla catastrofe: che ne imporrà una ben più drastica riduzione: e non per scelte fatte in modo programmato, ma per improvvisi crolli delle catene di fornitura, degli sbocchi di mercato, dell’agibilità di molti territori: per eventi metereologici estremi o per predazione ambientale o per la moltiplicazione di guerre e conflitti. Che ce ne faremo degli impianti a gas in costruzione o in progetto, se il gas cesserà di arrivare, o il suo prezzo o le sue emissioni saranno insostenibili? Ma, per fare un altro esempio significativo, che ce ne faremo delle automobili, se le loro fabbriche sottraggono materiali rari alla conversione energetica e i loro consumi sottraggono energia a produzioni indispensabili e agli usi quotidiani? E se, senza più un’auto a testa, gli investimenti evitati sul trasporto condiviso ci impediranno di muoverci e viaggiare?
Quello dell’auto sarà tra i primi settori a venir sottoposto alla prova dei fatti: come per il covid, si pensava che bastasse aspettare che passasse “la nottata” e poi il mercato avrebbe ripreso a “correre”. Ma non è così. L’auto come consumo di massa è in crisi: il costo di acquisto e mantenimento sta diventando inarrivabile per molti. Altri aspettano che arrivi l’auto elettrica. Ma congestione e inquinamento urbani sono ormai insostenibili e l’auto elettrica – se mai arriverà – non li elimina. Le materie rare per la produzione di massa di veicoli elettrici saranno per noi introvabili. Certo, la Cina ha già un grande parco elettrico, ma quella flotta viaggia ancora a carbone… In Italia – anello debole della filiera, stremato dalla sequenza Fiat-FCA-Stellantis – le fabbriche dell’automotive sembrano destinate a cadere una dopo l’altra come birilli. Resiste – anzi, si rafforza, con il varo del progetto Silk-Faw – solo il settore del lusso: prova evidente che il mondo di domani, anche se ridipinto con la transizione energetica, è riservato ai ricchi (e gli altri, a piedi!) e che quella transizione è fatta per loro e per i pochi lavoratori al servizio dei loro capricci (e gli altri, a casa! O sulla strada). Invocare incentivi per la conversione all’auto elettrica, come fanno i sindacati, è un regalo ai marchi, tutti esteri, in grado di avvantaggiarsene e a coloro che se la potranno permettere: come con il 110 per cento, riservato a chi ha una villetta o una seconda casa, escludendo chi vive in condomini dove mettere d’accordo tutti senza un intervento delle autorità locali è impossibile.
Che fare allora? Nell’assemblea della Gkn dedicata alla riconversione dell’impianto i rappresentanti dei lavoratori hanno sottolineato la necessità di puntare su un diverso modello di mobilità, pur consapevoli del fatto che la produzione di semiassi – la loro – non è che un frammento di una delle filiere più complesse e disperse del mondo. Ma la mobilità sostenibile non è fatta solo di impianti, forniture e mercati già pronti. Gli sbocchi dei veicoli adatti a una mobilità condivisa sono molto più ridotti – anche se essa richiede molto più personale per farla funzionare – ma rendono necessarie alleanze, accordi o addirittura associazioni di imprese con gli enti responsabili del trasporto urbano e periurbano di persone e merci. Obiettivo che si può prospettare solo allargando e moltiplicando quella convergenza tra lavoratori in lotta e cittadinanze, associazioni e amministrazioni locali su cui il collettivo della Gkn ha dimostrato di saper ben lavorare. E su cui le maestranze dell’impianto Enel di Torre Valdaliga – ma, certo, in un contesto meno complesso, e con un lavoro che risale più indietro nel tempo – sembrano aver conseguito un primo importante risultato. Ma la strada è ancora lunga e, senza lotte, iniziative e progetti “dal basso”, l’attesa di un piano nazionale di riconversione che venga dal Governo è pura illusione.

Covid, una prova generale sprecata

E’ ormai un’armata Brancaleone quella che dovrebbe traghettarci nella transizione ecologica. Il Governo Draghi? Forse è il peggiore di tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro perché di fronte alle aspettative che ne hanno promosso e accompagnato il varo, il tonfo è ancora più evidente.

Come se a due anni dallo scoppio della pandemia che Draghi era stato chiamato a combattere – e ad attenuarne le conseguenze – non si fosse ancora capito che essa è destinata a durare a lungo, forse per sempre, anche se con alti e bassi dovuti al continuo ripresentarsi di nuove varianti (anche per il nulla di fatto per arginarla a livello mondiale) o alla sempre più probabile comparsa di altri virus.

La pandemia avrebbe potuto e dovuto insegnare che per convivere con essa non servono né misure estemporanee, né l’attesa messianica di sconfiggerla con dei vaccini, peraltro improvvisati – e per questo rischiosi – e dimostratisi tutt’altro che efficaci, a meno della loro non prevista e non programmata ripetizione a scadenze sempre più strette. Il fatto è che per conviverci bisognava e bisogna imparare e abituarsi il più in fretta possibile a uno stile di vita diverso, a produrre beni e servizi differenti, a riorientare tutte le nostre istituzioni.

Innanzitutto, a mettere al centro le future generazioni. Se sono loro (la NextGenerationEU, che finora ha fatto da alibi a uno sperpero irresponsabile dei fondi del PNRR) i destinatari di quei denari, l’obiettivo doveva essere non farle vivere in stand by a tempo indeterminato. Al primo posto si doveva mettere la scuola e l’istruzione: requisire spazi pubblici e privati per avere più aule a disposizione (in attesa di costruirne di nuove); distribuire borse di studio e strumenti didattici, anche informatici; assumere insegnanti (che ci sono) e garantir loro un trattamento dignitoso; utilizzare i bus turistici – in gran parte inutilizzati – per portare a scuola in sicurezza gli studenti (e non solo), precostituendo gestione e struttura di un servizio pubblico di trasporto locale che funzioni anche quando sarà diventato difficile o impossibile continuare ad usare l’auto (sia convenzionale che elettrica) come si fa oggi.

E poi, moltiplicazione dei presidi sanitari territoriali, interventi tempestivi sui contagiati prima che un ritardo li trascini in ospedale; assunzione dei (pochi) medici e infermieri ancora disponibili, allargando immediatamente le maglie della loro formazione. E poi, ancora, investimenti massicci e rapidi solo su fonti rinnovabili e sulla necessaria infrastruttura, ma anche contenimento dei consumi energetici superflui: era ovvio che il mercato dei fossili si sarebbe rivelato sempre più turbolento (come peraltro quello delle materie prime, o dei microchip e chissà di che altro…).

Ma si doveva anche prevedere che ci sarebbero stati meno viaggi aerei, meno turismo internazionale, meno fiere, mostre ed eventi in presenza, con la necessità urgente di offrire, a chi era impegnato nelle tante attività connesse, delle alternative di impiego, di riqualificazione, di conversione produttiva. E questo, in molti altri settori, per prevenire le crisi aziendali con progetti di riconversione, senza “inventarli” all’ultimo minuto.

Per non parlare delle armi… Il covid ha offerto l’occasione di una prova generale di un’effettiva conversione verso un assetto sociale e produttivo che un futuro non lontano renderà ineludibile; perché molte delle attività che si cerca in tutti i modi di tener in piedi per sostenere il PIL (stella polare di tutti i provvedimenti di questo governo, ma anche di quelli di gran parte del resto del mondo) non sono in grado di reggere l’impatto della crisi climatica a cui andiamo incontro.

Questa opportunità non è stata né percepita né colta come tale dalle forze politiche in campo (ecologisti e verdi compresi) e meno che mai da Draghi che, proprio perché osannato (finora) sia in patria che a livello internazionale, rappresenta visivamente tutti i limiti e i difetti dell’establishment globale.

E’ cinquant’anni che si parla di una crisi climatica sempre più vicina e sempre più grave quanto più si persevera nell’ignorarla: a parole o di fatto. Ma il ceto politico e imprenditoriale che governa il mondo non si è mai veramente interrogato sugli scenari futuri che quella crisi avrebbe portato con sé, confidando, al più, nella geoingegneria per combatterla, come oggi confida nei vaccini per “disfarsi” dell’”inconveniente” covid, senza mai vedervi una prima, anche se parziale, manifestazione del disastro incombente. Continua ad agire – o a far finta di agire – come se tutto potesse continuare (anzi, riprendere) come prima. Mentre il covid continua a infierire senza che nemmeno i medici-scienziati, quelli che lo commentano giorno per giorno in Tv e sui giornali, sentano il bisogno di andare al di là delle speranze, sempre più flebili e problematiche, riposte in un vaccino a cui viene affidato il compito di farci riprendere il trantran di sempre.

Note per un cambio di rotta

La critica sociale, cioè la critica del “sociale”, della struttura dei rapporti tra individui, gruppi, classi e nazioni, si è andata in larga parte sviluppando nel corso del tempo – a partire, forse, dall’avvento della “modernità”, ma soprattutto a partire dal ’68, che ha fatto dei rapporti sociali l’orizzonte e il pilastro teorici e pratici della sua “identità” – come ambito di analisi separato da quello della “Natura”, cioè di tutto ciò – totalità del vivente compresa – che non era o non sembrava riconducibile a un rapporto tra gli esseri umani. La Natura si presentava all’analisi politica, se non veniva del tutto ignorata, come “ambiente”, contesto fisico, chimico o biologico di ciò che era stato assoggettato o “soggiogato” dallo “sviluppo delle forze produttive”; messo in moto, questo, soprattutto dal capitalismo, frutto avvelenato della “modernità”.

Quando la “Natura”, in parte per il suo crescente degrado, in parte per una autonoma evoluzione di quel che restava della cultura del ’68, e grazie al lavoro degli ecologisti, ha cominciato a imporsi all’ordine del giorno della politica, la separazione tra società e natura non è però venuta meno. Si è verificata una giustapposizione dei due ambiti più che la loro fusione; ciò che avrebbe imposto anche una completa rigenerazione degli approcci adottati verso entrambi. Così l’ambiente è diventato, spesso accanto alla “questione femminile”, a quella dei “giovani” e a quella della pace, una delle pagine più o meno estese dei programmi di tutti i partiti, collocate per lo più in coda o ai margini delle questioni politiche, economiche e sociali: quelle che veramente contano. E anche nell’arcipelago ambientalista quella separazione-giustapposizione ha continuato a ripresentarsi. Di qui l’incapacità di liberarsi veramente dalla contrapposizione tra lavoro e ambiente, salute e produzione, sviluppo e degrado: una contrapposizione su cui le forze messe in campo dal capitalismo continuano a prosperare. Che poi si ripresenta anche nei contrasti tra chi vede nell’“ecologia senza lotta di classe” un mero “giardinaggio” e chi si barrica dietro la necessità che la lotta per la salvaguardia dell’ambiente affronti anche la “grande questione” della diseguaglianza. La quale viene per lo più affrontata come una questione di redistribuzione della ricchezza prodotta e/o dell’accesso alle risorse naturali del territorio. Quasi mai come una questione di potere, che mette in discussione il dominio di una classe sull’altra, ma anche quello degli uomini sulle donne (il patriarcato in tutte le sue sfaccettature, come ha fatto e fa l’ecofemminismo, scarsamente recepito, però, nei capitoli sull’ambiente e “sulle donne” dei programmi politici); e soprattutto quello degli esseri umani (“antropocene”) o del capitalismo (“capitalocene”) sul resto della natura. Un potere, questo, che è “dinamico” e mobile quanto gli altri due. Anche in questo caso affrontarlo non consente più di continuare a trattare l’ambiente come un corpo inerte, a disposizione di chi intende e ha i mezzi per servirsene. Invece, come le classi “subalterne” e come “l’altra metà del cielo”, anche “la Natura” non è che il prodotto di un conflitto in cui entrambe le controparti, e non solo “l’uomo”, o “il capitale”, hanno un ruolo attivo – soprattutto la capacità di rigenerarsi – anche quando appaiono, o sono, soccombenti.

Dopo Alex Langer, che aveva introdotto nel lessico politico, ma anche e soprattutto nei nostri ripensamenti, il concetto di conversione ecologica, è stato il grande affresco dell’enciclica Laudato sì a rovesciare radicalmente i termini della questione: giustizia sociale e giustizia ambientale sono inscindibilmente legate; ma non solo nel progetto di una redistribuzione delle risorse esistenti che riduca le diseguaglianze e la predazione ambientale e che faccia delle vittime dell’ingiustizia sociale e ambientale i destinatari (passivi) di un percorso di risanamento; bensì in modalità che ne esaltino il ruolo attivo. Sono i “poveri della Terra” a subire maggiormente le conseguenze del degrado ambientale e da loro, e solo da loro, può svilupparsi il riscatto per riportare ordine nel nostro universo. E in questa lotta possono e devono trovare un alleato nella natura – in ciò che altrove si chiama “Pacha Mama” – di cui anch’essi sono parte. Non c’è possibilità di riscatto sociale, di riconquista della dignità e dei diritti che spettano agli esseri umani senza restituire anche alla natura i suoi diritti. Che sono quelli di potersi rigenerare nel rispetto dei propri cicli, senza che l’intervento umano abbia a interromperli.

La cosa oggi è quasi ovvia, perché è già sotto i nostri occhi il disastro che il disprezzo di quei cicli ha indotto nel mondo, ma anche il fatto che a risentire maggiormente del degrado ambientale, dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento sono i poveri: quelli costretti a migrare come quelli condannati a un lento e continuo avvelenamento. Ma trovare, luogo per luogo e giorno per giorno, i termini per promuovere e rendere produttiva quella alleanza è un’altra cosa: è ciò su cui dovrebbero cimentarsi i programmi e i progetti di qualsiasi forza impegnata nello sforzo di “abolire lo stato di cose presente”; o anche solo di cercare di fermare la corsa alla catastrofe. Papa Francesco ne ha visto una manifestazione nei movimenti popolari che ha convocato, per ben tre volte nel corso del suo pontificato, per discutere con loro delle loro prospettive. Ma basta uno sguardo all’elenco delle forze presenti a quegli incontri, pur decisive per il loro ruolo esemplare, per accorgersi di quanta parte dell’umanità – intesa come gli esclusi dal banchetto della “crescita”, la vera religione del nostro tempo – e quanta parte del degrado ambientale che tocca in diversa misura la vita quotidiana di tutti manchino ancora all’appello per completare uno schieramento adeguato alla prospettiva di quel riscatto.

Perciò, senza mai perdere di vista l’orizzonte della giustizia sociale e ambientale, forse è inutile vagheggiare di programmi generali per rimettere “in sesto” società e ambiente senza tener conto, cercare di interpretare e consentire che prendano forma, le istanze degli attori che ancora si devono fare protagonisti di quel processo; a meno di contare su una resipiscenza (conversione?), senza basi sociali, di quel ceto politico e imprenditoriale globale che ha lavorato e continua a lavorare, anche sotto le mentite spoglie di una “transizione ecologica”, a spingere in avanti la corsa verso il baratro.

Forse è anche sbagliato disquisire troppo sul traguardo da raggiungere. Per esempio, si sta discutendo dell’accettabilità del termine “ecosocialismo” per definire quella che dovrebbe essere la “nostra” politica: non è forse “divisivo”? A molti – si dice – il termine socialismo non va giù; perché ricorda troppo il comunismo: quello visto all’opera; o perché sembra escludere l’iniziativa (privata? O forse anche quella di comunità?). Ma in genere, in dibattiti del genere, si discute in realtà di un assetto futuro e stabile dei rapporti sociali, finalmente ricondotti entro un orizzonte di rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani e di salvaguardia dell’ambiente.

Ma la conversione ecologica non è un assetto stabile, né un traguardo, bensì un processo, un work in progress; inevitabilmente conflittuale. Dove il termine ecologico indica un rapporto positivo tra gli esseri umani, il resto del vivente e il supporto terrestre di entrambi (Gaia), e non una semplice negazione, come quella contenuta in termini come “anticapitalista”, a cui molti non sembrano saper rinunciare – e altri se ne riempiono orgogliosamente la bocca – senza però riuscire a definirlo o fare un passo avanti nella individuazione dei modi per cercare di modificare i rapporti di forza vigenti: quelli tra le classi, tra le nazioni e tra i generi, ma soprattutto quelli tra le forme di volta in volta assunte dallo sviluppo del capitalismo – in cui bene o male siamo tutti implicati – e il  riscatto di tutte le energie vitali che ne sono oppresse.

Quello che ci deve vedere impegnati è la costruzione – un lavoro senza fine – di comunità di uomini, donne, piante, animali e suolo che sia possibile replicare ovunque, facendo tesoro delle esperienze già fatte e adattandole a contesti diversi e in continuo mutamento. Stanno lì le forze che possono proporsi di sovvertire lo stato di cose presente, anche, ma non solo, imponendo anche a chi governa, o a chi eventualmente lo sostituirà, un autentico cambio di rotta.

A che punto è la notte?

A che punto è la notte? Due notizie, comparse su pagine diverse dei giornali dell’11.12, ma tra loro connesse, ce lo fanno capire. Una serie di uragani ha investito il Kentucky e quattro Stati adiacenti, con venti a 350 km l’ora, polverizzando una fabbrica con dentro i suoi operai e devastando diverse città, mentre a pochi Stati di distanza (Nord e Sud Dakota) la siccità costringeva gli allevatori, principale “industria” dell’area, a svendere il bestiame per mancanza di acqua e scarsità di foraggio. Lo stesso giorno, in Italia, Confindustria, sindacati e associazioni varie di categoria si opponevano a fissare al 2035 (data indicata dalla COP26 di Glasgow, ma non sottoscritta dall’Italia) la cessazione di produzione e vendita – non certo della circolazione – delle auto a combustione. “Troppo presto!”, gridano: se proprio si deve fare, ci occorre “molto più tempo”. Ma che cosa lega queste due notizie?
Il disastro del Kentucky illustra “dal vero” le condizioni in cui si troveranno a vivere non generiche “future generazioni”, ma già la prossima (next); e non solo in Kentucky e Dakota, ma, con alterne varianti, ovunque. Il tira-e-molla tra Confindustria e Governo illustra “dal vero” l’irresponsabilità nei confronti della crisi climatica e ambientale, ormai in pieno corso, di tutto l’establishment (sindacati compresi) non solo italiano, ma del mondo intero; nell’indifferenza per l’incombente catastrofe denunciata da papa Francesco.
Indifferenza che nasce da una visione – o “non visione” – della transizione che vede il futuro scorrere nelle stesse forme del presente e del recente passato: niente dovrà cambiare veramente: l’energia, sempre più abbondante per soddisfare i “crescenti bisogni”, verrà dalle fonti rinnovabili e, siccome non bastano, dal nucleare (fissione o fusione) e dal gas, che si continuerà a usare (moltiplicando gli impianti), ma anche a cercare in nuovi giacimenti e a trasportare con nuovi gasdotti. Le emissioni? Le manderemo sottoterra con il CCS, anche se il principale impianto di CCS del mondo, della Chevron in Australia, è appena stato chiuso perché non funziona. Il territorio? Lo renderemo più bello moltiplicando autostrade e linee ad alta velocità, anche se continuerà a franare da tutte le parti. L’alimentazione? Ci penseranno gli OGM (pardon!, il Genoma Editing) e la bistecca sintetica. Ovvio che rinunciare a un’auto posteggiata 22 ore di media sotto casa o al lavoro – e che per le restanti 2 intasa la circolazione – è impensabile. Anzi, se oggi nel mondo ce ne è quasi un miliardo e mezzo, lo “sviluppo sostenibile” esige che al 2035 ce ne sia il doppio e al 2050 una ogni due abitanti della Terra. O vogliamo lasciare a piedi il “Terzo mondo”? Elettriche? Ma nel 2035 si sarà trovato sicuramente il modo per ridurne ancora le emissioni, anche se i territori da attraversare saranno ormai come nel Kentucky.
All’origine di questa “discrasia” tra ciò che vediamo già oggi, in Kentucky e un po’ ovunque, e quello che non vedono – e non vogliono vedere – i drogati della crescita e della motorizzazione di massa (elettrica o a combustione? Poco importa: congestione, particolato prodotto da freni e pneumatici, devastazione del territorio, saccheggio delle risorse e spirito proprietario li producono entrambe; a gara c’è l’equivoco dello sviluppo sostenibile: un ossimoro, perché quella presunta “sostenibilità” non contempla e non contemplava fin dall’inizio la necessità di una svolta a U rispetto a tutto quanto ha caratterizzato stili di vita e sistema produttivo nel corso degli ormai tanti anni in cui vizi ed esiti mortiferi della loro perpetuazione si sono resi chiari (anche se ben nascosti dalla pubblicità, da una cultura asservita, da una ignoranza promossa dai pochi – sempre meno – che tengono in mano le redini del mondo globalizzato).
E’ mancata e manca alla base di ogni proposito – vero o millantato – di conversione ecologica una discussione che coinvolga la generalità dei cittadini e delle cittadine – territorio per territorio, categoria per categoria, scuola per scuola, azienda per azienda, casa per casa – su quello che ci aspetta veramente se lasciamo che le cose procedano come ora, o con poche varianti, e quello che occorre veramente fare – e quello, soprattutto, che occorre non fare assolutamente più; e da subito – per evitare di trascinare l’umanità in un disastro irreversibile. Di promuoverlo, prima ancora di definire programmi e progetti – anzi contestualmente alla loro individuazione – dovrebbe occuparsi innanzitutto il Ministero della Transizione Ecologica se rispettasse il mandato contenuto nel suo stesso nome. La conversione ecologica non si può fare senza coinvolgere i suoi destinatari, che sono anche i suoi attori; e non possiamo non esserlo tutti: non oggetto passivo di questo processo, ma suoi protagonisti insostituibili. Solo così le istanze irrinunciabili di giustizia sociale che esso comporta possono emergere e affermarsi in tutta la loro valenza e potenza. Non lo fanno “loro”? Dobbiamo farlo noi.

Quali no vax?

Si moltiplicano in molti paesi le manifestazioni, anche violente, contro le misure di contenimento del covid19: mascherina, distanziamento, lockdown, obbligo vaccinale o Green pass (che di fatto è la stessa cosa). Non se ne può ignorare il significato politico (se lo hanno) o culturale e antropologico, che c’è e meno che mai trattarle con sufficienza.

Sono in tanti; poche altre manifestazioni arrivano a quei numeri. Non ci sono solo in Italia: debolezza e inconsistenza della politica, se hanno a che fare con esse, sono generalizzate. Prevalgono impronte sovraniste e anti-immigrati e rilevanti presenze di nazisti. Sono no-vax anche loro? Non è detto, ma hanno campo libero in piazze dove nessun’altra forza organizzata si impegna a promuovere un orientamento diverso. Come negli stadi. Ma molti cartelli e slogan non rivendicano solo una generica libertà (che può avere le più diverse declinazioni). Vertono sulla difesa dei diritti dei lavoratori, soprattutto quello di lavorare e di scioperare, sulla volontà di non dividersi tra vaccinati e non, sulla lotta ai poteri forti. D’altronde i portuali di Genova, in prima linea contro il traffico di armi, hanno solidarizzato con quelli di Trieste.

C’è una grande confusione in quelle posizioni, brodo di coltura ideale per fake news e complottismo paranoico. Così, in una manifestazione tedesca di “no-vax” si protestava contro l’”invasione” di immigrati contagiosi perché non vaccinati… In altre si vedono cartelli di protesta contro il Green paSS con le s delle SS, o manifestanti con le divise degli ebrei nei campi o la stella di David sul petto (per loro il Green pass è “nazismo”) accanto a cartelli che denunciano il complotto ebraico, resuscitando i Savi di Sion. Verosimilmente non sanno niente né degli uni né degli altri (e questo lo dobbiamo alla scuola e ai media). Così una parte consistente di una manifestazione romana si è fatta trascinare da una squadra di nazisti all’assalto della CGIL quasi fosse un ufficio governativo, senza verosimilmente comprendere o condividere il significato di quella devastazione.

Contribuiscono alla confusione la continua esibizione di virologi che si contraddicono tra loro e con se stessi, le oscillazioni del governo, i voltafaccia di molti partiti e altrettanti “governatori” di Regioni, il grave silenzio su dati che potrebbero attenuare molte ostentate certezze. E anche il fatto che a invocare il vaccino per tutti sia quella stessa Confindustria che per mesi ha obbligato gli operai ad andare al lavoro senza alcun presidio. L’importante – lo si è capito – è la ripresa, il PIL, la crescita, non la salute di chi lavora.

Quelle mobilitazioni riflettono un crollo verticale della fiducia nelle istituzioni, nei governi, nei partiti; la percezione di essere in mano a una generazione di politici irresponsabili, catturati dagli interessi di Big Pharma, tanto da non avere il coraggio di imporre la moratoria sui brevetti e un argine ai relativi guadagni miliardari, con connivenze nascoste dai neretti su contratti impresentabili. Ma, soprattutto, con l’imposizione di una “cura” uguale per tutti, senza attenzione alla persona (se non quando sta tirando le cuoia) e alla prevenzione, puntando sulle cause. E’ mancato, sulla pandemia, sulle misure di contrasto e soprattutto sulla riorganizzazione della sanità in funzione della prevenzione, come d’altronde manca sulla crisi climatica e sulla cosiddetta transizione ecologica, un dibattito pubblico all’altezza dei cambiamenti radicali che vengono imposti alle nostre vite, ma anche al sistema produttivo. Di qui la convinzione che per l’establishment mondiale il futuro della sanità sia un sistema ipertecnologico a cui i “poveri della Terra”, qui come nel Sud del mondo, dovranno sottomettersi senza discutere o essere esclusi; nella convinzione che qualcuno possa restare sano in un mondo malato.

Una percezione facile da strumentalizzare ha suscitato la ribellione di una platea ben più vasta dei pochi che si oppongono ai vaccini – o a questi vaccini – per fede, convinzione o affiliazione a comunità che temono l’azzeramento dei risultati ottenuti con anni di cure alternative. Ed è questa percezione che fa provare a molti partecipanti a queste manifestazioni “la gioia della ribellione”, l’orgoglio di una denuncia a cui tutte le forze politiche, istituzionali e culturali evitano di dare voce. Quell’orgoglio che si esprime nel refrain cantato nei cortei: “La gente come noi non molla mai”, che non ha niente a che fare con il truce “Boia chi molla” dei caporioni fascisti della rivolta di Reggio di 50 anni fa, né con il glorioso “Non mollare” dei fratelli Rosselli, di cui ben pochi dei manifestanti sanno qualcosa. Quelle manifestazione, proprio per la loro atroce confusione, sono la vera “rappresentanza” – o rappresentazione – di quella metà di italiani che non votano più, che a torto vengono spesso presentati come orfani di una fantomatica sinistra che non sa più mobilitarli (ma che una volta ricostituita potrà sempre recuperarli…). Ma non è così. Perché vanno invece accostati uno a uno, una a una, con un atteggiamento di ascolto umile e privo di troppe certezze.

Abbandonare il paradigma della crescita a favore di quello della cura

Se una cosa ci insegna la crisi climatica e ambientale è la necessità di abbandonare per sempre l’obiettivo della crescita economica. Ma come? Il contrario della crescita non è la decrescita, che è un effetto collaterale (in gran parte benefico), ma la cura. La crescita è un processo quantitativo – è l’aumento del Pil; di tutti i Pil – e non bada a che cosa, a quali merci – beni o servizi – la sostengono. Basta che il valore complessivo delle merci vendute ogni anno superi quello dell’anno precedente. Quanto più, tanto meglio. La crescita ha un’anima; si chiama accumulazione del capitale: produrre di più per vendere di più e realizzare un profitto (differenza tra costi e ricavi) da investire per poter produrre, vendere e guadagnare ogni volta di più. Il profitto vero è quello reinvestito, anche se una sua quota finisce invece in consumi di lusso di chi lo incassa; consumi che comunque concorrono anch’essi, e sempre di più, a sostenere le vendite di chi li produce e, quindi, altri profitti. L’impresa capitalistica non può che funzionare così. Ogni impresa che non realizza profitti da impiegare per espandersi è destinata a soccombere, o a essere divorata da un’altra impresa che invece li realizza. Così funziona il mondo da almeno cinque secoli; con un salto decisivo da quando la meccanizzazione resa possibile dall’utilizzo dei combustibili fossili (carbone, petrolio, metano) ha permesso di moltiplicare l’aggressione alle risorse del mondo fino a renderle sempre più scarse, o sempre meno rinnovabili, e a produrre sempre più scarti e rifiuti. E’ la regola dell’economia lineare. Ma una crescita infinita basata su questa spirale è impossibile: siamo arrivati a sfondare i limiti della capacità di carico del nostro pianeta e delle sue principali componenti: atmosfera, suolo, acque.

La cura, invece, è attenzione per ogni singola componente della Terra, della sua biosfera e della sua ecosfera, in modo che il loro utilizzo, o il modo in cui ci rapportiamo con esse, non ne comprometta la capacità di rigenerarsi: E’ un atteggiamento che riguarda tanto gli umani che il resto del vivente: animali e piante, funghi, batteri, ecc.; evitando di creare situazioni che facilitino l’espansione di qualche specie a spese della sopravvivenza di altre. Questo riguarda ovviamente anche l’equilibrio tra i miliardi di esseri microscopici che svolgono una loro funzione all’interno degli ambienti in cui l’evoluzione naturale li ha confinati e la possibilità che l’incuria apra le porte al loro sconfinamento. L’attuale pandemia non è che un effetto collaterale di questa “disattenzione”.

Il salto che ci viene imposto da uno sviluppo – che altro non è che crescita, spacciata per processo vantaggioso per tutti – giunto al capolinea di una imminente catastrofe planetaria come quella che stiamo attraversando è l’abbandono del paradigma della crescita a favore di quello della cura. Per prendersi cura della Terra occorre che ciascuno si prenda cura del territorio in cui vive, dell’impresa in cui lavora, dell’ambiente in cui opera, in forme che, adattandole alle condizioni specifiche di ogni contesto, possano essere replicate ovunque: ovviamente condividendo progetti, sforzi e lotte con chi ci sta accanto, sia fisicamente, sia per condizione sociale, sia perché partecipa di una stessa rete di relazioni. Ciò comporta l’appartenenza di ciascuno di noi a molte comunità – aggregazioni di interessi, di progetti, di modi di sentire – diverse; il che evita chiusure e ripiegamenti su se stessi. Ma quelle comunità occorre in gran parte costituirle partendo da zero, radicandoci in ogni territorio in un processo di “de-globalizzazione” opposto a quello che ha consegnato la vita di miliardi di uomini a un pugno di persone (l’1 per cento? Molti meno!) che controllano la finanza mondiale. Senza rinunciare ai vantaggi che la globalizzazione ha reso possibili: la circolazione dell’informazione, della cultura, della ricerca scientifica. Poi, in forme meno drammatiche di quelle che caratterizzano le odierne migrazioni, e meno superficiali di quelle del turismo, la libera circolazione delle persone ovunque vogliano andare. Ma anche una circolazione più sobria di materiali e merci che non si possono produrre localmente e che sono essenziali a una vita decente. Questo programma chiede di rendere ciascun territorio più autonomo in campo energetico, alimentare e produttivo.

La promozione di comunità territoriali il più possibile autonome, anche se collegate in rete con molte altre, è l’unico modo per lavorare all’adattamento alle condizioni difficili del domani. Per questo occorre valorizzare tutte le risorse locali materiali, ma soprattutto quelle professionali, intellettuali e spirituali – spesso nascoste o mai messe all’opera – di coloro che abitano in ogni territorio. Radicarsi non significa isolarsi, ma la globalizzazione, quella che ha portato tante produzioni e molto lavoro in altri paesi, alla ricerca di salari più bassi, di diritti umani ancora più ridotti, di difese ambientali inesistenti, quella deve invertire 

A Civitavecchia nasce una nuova coalizione sociale

La mobilitazione in corso a Civitavecchia a favore di una transizione integrale da un impianto di termogenerazione alimentato a carbone, che deve comunque essere dismesso, a un impianto interamente alimentato da fonti rinnovabili – in particolare, da generatori eolici flottanti ancorati a diversi chilometri dalla costa, è ormai nota a molti, ma merita alcune considerazioni per inquadrarne meglio il significato.

La mobilitazione – ha preso le mosse dall’iniziativa di un ristretto gruppo di dipendenti, con l’assistenza di alcuni tecnici, ed è andata consolidandosi mano a mano che intorno a questo progetto andava raccogliendosi una serie di forze prima cittadine, poi anche nazionali. Innanzitutto, la Fiom, la Uilm e alcuni sindacati di base presenti nell’impianto, che hanno dichiarato con successo due scioperi per rivendicare la realizzazione del progetto. Poi diversi comitati e associazioni, sia cittadine che esterne (tra queste l’associazione Laudato sì) poi parrocchie, diocesi, amministrazione comunale, imprenditoria locale, assessorato regionale all’ambiente, che hanno dato vita o partecipato a diversi convegni e manifestazioni cittadine a sostegno del progetto; che ha già trovato progettisti e finanziatori pronti a realizzarlo. Di fronte questa mobilitazione ha però il muro di Enel, titolare dell’impianto ed Eni, che puntano entrambe alla sostituzione dell’impianto a carbone con uno a metano. Perché la “transizione energetica” per questi gruppi, e per il ministro Cingolani, si può fare solo “a metà”: cioè con il metano. Il paese non sarebbe ancora pronto per una transizione totale alle fonti rinnovabili, anche se il pianeta ne ha un bisogno urgente. Ma la ragione vera è che l’impianto a metano, di cui l’Italia è già piena ben oltre il suo fabbisogno, può fruire delle sovvenzioni legate al capacity market, che paga la disponibilità a fornire energia in caso di temporanea carenza sulla rete. Sovvenzioni che Terna concede volentieri, invece di puntare a supplire alle intermittenze delle fonti rinnovabili con altri mezzi di accumulo, come le batterie, l’idrogeno o i pompaggi (riempimento dei bacini montani in periodi di eccesso di produzione per utilizzarli nei periodi di carenza) di cui il paese ha ampia disponibilità. Ed ecco le considerazioni da fare:

Innanzitutto, si tratta di una lotta portata avanti “dal basso”, da lavoratori e cittadinanza, il cui orizzonte è una transizione energetica integrale, sulla base di un progetto elaborato da chi l’ha messa in moto: un disegno che non ha aspettato che il governo facesse le sue scelte, che si sono peraltro rivelate contrarie a quello che lo stato del paese e del pianeta richiede.

In secondo luogo, questa iniziativa ha puntato a coinvolgere fin da subito il maggior numero possibile di attori – maestranze, tecnici, scienziati, sindacati, associazioni, parrocchie, imprenditoria locale, progettisti – e ci è riuscita. Insieme questi due elementi concorrono a gettare le basi di una autentica conversione ecologica, cioè di un processo che non si limita agli aspetti tecnici ed economici della transizione, ma ne investe le basi sociali e culturali. E’ un processo in cui non contano solo gli obiettivi e i risultati, ma anche e soprattutto gli attori: la loro iniziativa e la loro partecipazione. Per molti di questi attori non si tratta infatti solo di un’adesione agli obiettivi del progetto, ma di un vero e proprio coinvolgimento in esso: ciò che fa di loro una comunità in fieri.

E’ una caratteristica fondamentale che ritroviamo anche nella lotta, anch’essa esemplare, degli operai della GKN di Firenze contro il loro licenziamento e la delocalizzazione della loro fabbrica. Quel coinvolgimento, massiccio e convinto, ha indotto il comitato di fabbrica ad aprirsi alla prospettiva di una riconversione integrale non solo del loro impianto, ma di tutta la filiera, andando anche al di là della devastante prospettiva della conversione a una motorizzazione elettrica di massa. Per Civitavecchia il programma è chiaro: si sa che cosa produrre e come. Per la GKN è ancora tutto da inventare.

Inoltre, indipendentemente dai risultati immediati che può avere quel conflitto e dagli alti e bassi che può avere la mobilitazione, si consolida  una aggregazione sociale che non è solo una realtà diversa dalla somma delle sue componenti, ma che in qualche modo prefigura una struttura di gestione condivisa dell’impianto e della filiera, alternativa a una dimensione puramente aziendale, perché coinvolge tutto il territorio dove la voce della comunità che lo abita può avere un peso decisivo. Si tratta comunque di una gestione conflittuale che genera una trasformazione in corso sia delle strutture che dei suoi attori: la vera essenza, come si è detto, della conversione ecologica. In qualche modo questo processo dà corpo al progetto di quella “coalizione sociale” lanciato anni fa da Landini e poi lasciato cadere, che oggi in parte si ripresenta con la formula del sindacato di comunità, a cui le lotte esemplari di questa fase stanno in qualche modo dando concretezza.

Apocalypse now

Apocalisse vuol dire rivelazione. Quale rivelazione ci riserva l’apocalisse ormai in corso? Decine di migliaia di profughi si ammassano ai confini dell’Europa, degli Stati uniti e dell’Australia: alcuni per sfuggire a guerre e bombardamenti; altri costretti dall’impossibilità di sopravvivere nelle loro terre devastate; molti spinti dal desiderio di sfuggire a un ambiente senza futuro (come fanno migliaia di giovani italiani che cercano all’estero quello che il loro paese gli nega). In molti casi, si sentenzia, “quei migranti! sono la componente meno sofferente delle loro comunità: i più istruiti, i più intraprendenti, i meno poveri”. E’ vero; gli altri non hanno i mezzi per muoversi se non fino al territorio più vicino, in attesa di poter tornare a casa; ma quelli che cercano una via di fuga lontano lo fanno spesso per cercare di aiutare chi resta: magari con una parte dei 30 euro al giorno che guadagnano spaccandosi la schiena in un campo. Poi ci sono quelli ancora lontani dai nostri confini, intrappolati in paesi di transito dove l’Europa e gli Usa vorrebbero che restassero per sempre. Governi e associazioni criminali paragovernative (come in Libia) giocano sulla loro pelle per ricattare i paesi meta di quei viaggi: la Turchia si fa pagare senza rinunciare, di quando in quando, a minacciare di “aprire la diga”; il Marocco ha cominciato a farlo; la Libia – o chi per essa – si riprende, a pagamento, quelli che non riescono a raggiungere le navi delle ONG; ma non per portarli in salvo: per depredare di nuovo loro e le loro famiglie e poi imbarcarli in un nuovo viaggio; la Bielorussia li fa arrivare in aereo come turisti e li spinge contro la frontiera polacca per ricattare l’Unione europea. Ma non si tratta certo di sprovveduti; quei profughi non se li è inventati Lukashenko. Molti di loro, senza questa “opportunità”, intraprenderebbero comunque quel viaggio con altri mezzi.

Di fronte a questo “assedio” l’Unione europea ha fatto una scelta univoca: guerra ai migranti. A questo servono l’agenzia Frontex, ormai finanziata con centinaia di milioni di euro, il suo esercito in formazione di 10.000 unità e, soprattutto, l’apparato ipertecnologico di sorveglianza dei confini. Le navi di Frontex non salvano i migranti in mare; i suoi aerei non ne segnalano la presenza alle navi commerciali. Se non c’è una motovedetta libica pronta a sequestrarli per riportarli all’inferno, li lasciano annegare. Così succede anche alle frontiere di terra: sia di qua che di là del filo spinato viene lasciata mano libera a polizie, milizie parafasciste, truppe nazionali, e ora anche alla Nato, per respingere i migranti catturati, o abbandonarli al gelo in un bosco, dopo averli depredati e massacrati di botte. Li aspetta la morte.

Sono fatti noti e documentati: trattamenti riservati a uomini, donne, famiglie, bambini, non più considerati esseri umani, ma topi, scarafaggi, parassiti, intrusi. E’ questo il messaggio che le politiche dell’UE fanno passare nell’opinione pubblica. Addio ai decantati “valori europei”: non solo per i tanti che non sanno che farsene; anche per chi finge di “tenerci”; scrive Bernard Guetta su Repubblica del 9.11: “Devo confessarlo, per quanto sia ironico, per quanto sia doloroso… non resta che sistemare reticolati…Se non fosse che alla frontiera tra la Bielorussia e la Polonia le temperature sono così rigide che i rifugiati muoiono di freddo…Nondimeno, dramma umano o no, i polacchi non possono cedere a questo ricatto. In guerra come in guerra”.

Ma c’è qualcuno che pensa che queste “ondate” possano arrestarsi, o invertire rotta? E’ ovvio che continueranno a crescere come valanghe; tanto più che le non decisioni del G20 e della COP26 renderanno sempre più inospitale un numero crescente di aree della Terra, le cui popolazioni non potranno che cercar di sfondare le barriere dei paesi dove la vita sarà o sembrerà ancora possibile.

Ecco allora che cosa ci rivela l’apocalisse già in corso: nel nostro futuro c’è una guerra sempre più intensa contro una moltitudine crescente di genti escluse dal novero degli esseri umani, condannate allo sterminio; per loro, in un mondo stravolto dalla crisi climatica e ambientale non c’è più posto; e farglielo capire toccherà, in modo sempre più diretto, a tutti noi. Per difendere il nostro “stile di vita” non negoziabile? Neanche per sogno! Se covid 19, con “solo” 5 milioni di morti (o forse il doppio) ha stravolto catene di fornitura, prezzi delle materie prime, rifornimenti di gas, vita quotidiana, è facile immaginare che cosa provocherà la crisi climatica mano a mano che i suoi effetti si faranno più pesanti: altro che auto elettriche, riscaldamento a gogo, vacanze all’estero… Riusciranno forse a “sfangarla” le comunità che avranno organizzato per tempo sistemi energetici, di mobilità, di alimentazione, diversi; stili di vita più sobri; una rinnovata attenzione per la vita che ancora popola il nostro pianeta. In comunità del genere c’è posto per tutti. Sperando che il loro esempio si diffonda nel resto del mondo.

Clima e ambiente, Draghi paladino europeo del bla, bla, bla

Avete presente la fuga disordinata e catastrofica da Kabul degli occidentali e dei loro collaboratori di fronte all’avanzata dei talebani? Non si erano preparati, nonostante tutti sapessero che gli accordi di Doha non sarebbero stati rispettati. E si sono messi in salvo – non tutti – grazie alla logistica dell’esercito USA, sconfitto in guerra ma ancora operativo da 10mila e più chilometri di distanza.

Bene, quella non è che una pallida anticipazione della rotta che rischia di travolgere tutti gli Stati del mondo insieme ai loro abitanti di fronte all’avanzata dei fenomeni metereologici estremi provocati dalla crisi climatica e alle loro conseguenze sull’economia (prezzi, catene di fornitura, sbocchi di mercato, occupazione). Nessun governo si sta preparando ad affrontarla, nonostante gli accordi stipulati e confermati nelle 25 COP che si sono succedute in trent’anni di vita della Convenzione sul clima e che tutti i governanti sanno che non saranno rispettati, a partire da loro. Come pensare che l’esito di questo confronto possa essere diverso dalla rotta afghana? Questa volta però non ci sarà un quartier generale esterno a mettere in salvo qualcuno. Sarà anch’esso inghiottito dall’imprevisto ma non imprevedibile sviluppo degli eventi.

La diplomazia ambientale è ormai fatta di dichiarazioni altisonanti – i blabla denunciati da Greta – ma sembra quasi che l’arte del governo si sia ridotta a escogitare strattagemmi, trucchi e imbrogli per ritardare, posporre, ridurre, proporre eccezioni, equivocare, rinnegare, falsare gli impegni presi. Il ministro Cingolani è un maestro in quest’arte, che rischia di tradursi nella famosa profezia che si autoavvera: guidata da uno come lui, infatti, la transizione ecologica non può che produrre “un bagno di sangue” (ma i suoi colleghi europei non sono da meno, solo con un po’ più di stile). Mentre Draghi, uscito dal suo secolare silenzio, si incarica di coprirne l’operato (il non operato) autoproponendosi come paladino europeo del clima.

Ma né l’uno né l’altro hanno la minima idea di come affrontare il problema che esige un mutamento radicale di tutti gli assetti produttivi, occupazionali e anche sociali del paese e del mondo. E “ciao crescita!”, parola che continua a rimbombare nelle loro bocche. Ma è un mutamento che diventa tanto più difficile da realizzare, e persino da concepire, man mano che se ne procrastina l’inizio. Senza dirlo lo ha confessato lo stesso Cingolani parlando con Greta: ma voi che cosa proponete? Sembra non rendersi conto che dall’alto di una poltrona ministeriale e dal basso di piazze svuotate da due anni di covid la questione delle proposte non si presenta certo nello stesso modo…

Eppure, le cose sono chiare: vanno interrotte subito prospezione, estrazione e, ovunque non sia indispensabile, utilizzo dei fossili (garantendo un reddito adeguato a chi resta temporaneamente senza lavoro) e vanno accelerati con tutte le risorse disponibili lo sviluppo delle fonti rinnovabili e la drastica riduzione di sprechi e usi superflui dell’energia. Va bloccato il consumo di suolo, vanno ridimensionati agricoltura e allevamenti industriali, va cambiato radicalmente il sistema di mobilità, non con la motorizzazione elettrica di massa, ma con un trasporto pubblico sia di linea che flessibile e personalizzato, potenziando i mobility manager sia di azienda che di condominio e quartiere. Ma soprattutto vanno ridotte le distanze da percorrere con un uso flessibile del web e attrezzando e rivitalizzando gli ambiti territoriali locali con la città dei 15 minuti. Le scuole devono diventare il centro della vita di ogni quartiere, aprendo le finestre sul mondo e aprendosi al resto del mondo e mettendo la conversione ecologica al centro dell’attenzione, cosa che Cingolani si è ben guardato dal fare.

Sono tutte cose che privilegiano la dimensione locale (comunità energetiche, del cibo, della prossimità) e i relativi governi; che per lo più oggi latitano (quali e quanti candidati in queste elezioni hanno messo la crisi ecologica al centro della loro attenzione?), ma che restano il livello istituzionale più accessibile all’iniziativa dal basso. Non fermeranno, le poche che si attiveranno da subito, l’avanzata della crisi climatica. Ma lo stallo finirà per esautorare i governi nazionali – il loro personale, politico e non, è incapace di ricambi sostanziali – per consegnare alle comunità locali l’iniziativa nell’adattamento alle peggiorate condizioni ambientali ed economiche dei prossimi decenni. E grazie alla sua replicabilità e alla promozione di collegamenti orizzontali tra le forze più attive l’iniziativa locale potrà fare da argine all’avanzata dell’apocalisse. In attesa di un completo ricambio, innanzitutto generazionale, di quel personale che ha avuto in mano il destino del mondo dimostrando di non essere all’altezza del compito.

Come preparasi alla conversione ecologica

Sleepy Mario (Draghi), su impulso di Sleepy Joe (Biden), si è svegliato accorgendosi finalmente della crisi climatica. Non ne sa nulla; non ne ha mai parlato nel corso della sua carriera; non ci mai neppure pensato. Per adempiere ai doveri che lo hanno fatto amministratore dei programmi NextGenerationEU e Fitfor55 (un sacco di soldi. Ma anche un sacco di cose da fare), si è affidato a un “uomo di relazioni”, esperto (forse) in robotica, che di transizione ecologica (il suo ministero) non si era mai occupato. E che in sette mesi di governo non ha fatto che diffondere sciocchezze sulla fusione nucleare, la fissione senza scorie, l’idrogeno grigio-blu, il metano, il CCS, gli inceneritori, le automobili (di lusso e non), gli ambientalisti “radical-chick” i “bagni di sangue” e altro ancora, qualificandosi come il peggior nemico della transizione di cui dovrebbe occuparsi. Insieme, peraltro, a un collega incaricato di sperperare, in nome della “mobilità sostenibile”, una montagna di denaro in autostrade, alta velocità, ponti (Sullo stretto. Ancora!), gallerie e quant’altro può contribuire ad aumentare le emissioni climalteranti invece di ridurle. Se è questo lo staff che deve incamminarci sulla strada della conversione ecologica siamo fritti.

No problem – dicono e non dicono; ma pensano o hanno pensato – L’Italia conta per l’1 per cento delle emissioni; l’Europa per il 9. Impossibile che nel frattempo tutti gli altri rispettino l’accordo di Parigi. Quindi l’impatto delle nostre inadempienze sarà minimo. Ma non è così: le vere misure di conversione ecologica non servono solo a mitigare i cambiamenti climatici; servono soprattutto all’adattamento alle condizioni in cui si troveranno a vivere le nextgeneration. L’energia generata localmente da fonti rinnovabili e gestita da comunità energetiche ci renderà indipendenti dalle turbolenze del mercato dei fossili (di cui abbiamo un pallido anticipo nell’aumento del prezzo del metano); l’agricoltura, convertita al biologico, alla piccola taglia, alla multicoltura e alla prossimità, fornirà una base sicura a un’alimentazione altrimenti sempre più esposta alla crisi climatica e della biodiversità; la mobilità, affidata a sistemi di trasporto condivisi e flessibili (di massa e a domanda) garantirà, insieme alla trasformazione delle aree urbane in “città dei 15 minuti”, una mobilità che l’auto privata ostacola già oggi e che la rottura delle forniture (oggi i microchip, domani il litio e altro ancora) metterà in forse; un’edilizia sostenibile – affidata alla valorizzazione del già costruito, senza più consumo di suolo, e a interventi capillari di efficientamento energetico – contribuirà all’autonomia e alla vivibilità della vita urbana. Bisognerà chiudere molti impianti nocivi o destinati a produzioni incompatibili con la salvaguardia del pianeta – a partire dalle fabbriche di armi – ma bisognerà aprirne o riconvertirne molti altri per produrre i mezzi necessari alla conversione: non è detto che il conto in termini di occupazione sia in pareggio ovunque, perché la riconversione non riguarda singole fabbriche ma intere filiere. Per questo ogni comunità dovrà garantire che nessuno resti senza reddito in vista di una generale redistribuzione del lavoro.

E’ un orizzonte del tutto estraneo all’establishment che oggi controlla il mondo, ma anche alla maggior parte degli abitanti che governa. Cingolani, come tutti i suoi colleghi degli altri paesi, non si è mai preoccupato di far sapere che il tempo stringe, che il cambiamento dei nostri stili di vita deve essere radicale, che bisogna rivedere gran parte dell’apparato produttivo, a partire dai nostri rapporti con la vita sulla Terra, che il vero “bagno di sangue” avverrà se non si assumono le misure indispensabili. Chi mai ci avvierà, allora, su questa strada? Solo un processo di autoformazione svolto in forma collettiva e finalizzato alla individuazione e alla messa a punto delle soluzioni da adottare: impianto per impianto, azienda per azienda, filiera per filiera, territorio per territorio: a fare da apripista per migliaia di altre comunità impegnate in tutto il mondo a trovare la loro strada. Sottoponendole alla verifica delle forze attive di ogni comunità; a partire, ovviamente, dai punti di maggior crisi. In incontri che mettano a confronto tecnici, maestranze, cittadinanza, amministrazioni locali, associazioni, studenti e quant’altro. Si tratta di indire delle “conferenze di produzione” come quelle promosse un tempo dal PCI per competere con il padronato nella promozione dello “sviluppo”. Oggi però la prospettiva è completamente diversa: non si tratta di spingere la crescita, ma di imboccare le vie per riconciliarsi con i cicli vitali della Terra. La conversione ecologica non può che scaturire da un concorso di contributi, personali e collettivi, per valorizzare ciò che ogni territorio potrebbe già mettere in campo oggi. Poi, e solo poi, si potrà imporre anche ai governi un vero cambio di rotta.