Non è vero che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. Lo è solo nel suo ordinamento giuridico, che prevede un Parlamento elettivo e un governo eletto dal Parlamento. Ma di fatto è una repubblica razzista (“Stato ebraico”, cioè degli ebrei), militarista (armato fino ai denti, compresa l’atomica; anche se protetto dalle eventuali atomiche altrui, che ucciderebbero, insieme ai bersagli ebrei, anche milioni di arabi), che pratica apartheid e stragi (di un’organizzazione non statuale diremmo “terrorista”, come lo erano le organizzazioni armate ebraiche prima di costituirsi in Stato). L’unica vera democrazia del Medio Oriente è quella confederale del Rojava, fondata sulla convivenza di popoli, culture e religioni diverse (curdi, arabi, yazidi, sunniti, sciiti e cristiani), su un comunitarismo che si esprime nella partecipazione di tutti alla vita politica, su una cultura con una forte impronta femminista (la principale minaccia per il fondamentalismo degli Stati islamici, la cultura patriarcale e il maschilismo delle loro popolazioni).
Niente giustifica il razzismo e il militarismo di Israele. E’ vero che ha di fronte un’organizzazione militare che non esita a compiere stragi e un popolo i cui esponenti predicano l’eliminazione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei dai territori della Palestina; ma il Rojava non sembra aver meno nemici, anche molto potenti e molto violenti, che ha combattuto e combatte senza imboccare per questo una deriva analoga. D’altronde, forse con meno iattanza, il presupposto della costituzione dello Stato ebraico – “un popolo senza terra per una terra senza popolo” – non sono differenti: la negazione della esistenza degli abitanti della Palestina in quanto popolo. Fiamma Nirenstein insiste sul fatto che al momento dell’insediamento dei profughi ebrei in Palestina, questa non era uno Stato (infatti era una colonia, anzi un “mandato” inglese). Il presupposto è che per essere un popolo bisogna essere anche uno Stato. Israele lo è; la Palestina no. E da entrambe le parti si è sostanzialmente lavorato per anni perché non lo fosse. Ora questo passato di guerre e di sangue che dura da 75 anni, e anche più, non può essere dimenticato. Farlo ci impedirebbe di capire il presente; ma non può neanche essere tirato in ballo dagli uni e dagli altri per rendere sempre più difficile la ricerca di una soluzione che non comprometta, insieme alla vita dei due popoli, anche la pace in Medio Oriente e forse in tutto il mondo. Per questo occorre partire dall’oggi, ma cercando di guardare oltre l’orrore delle stragi di questi giorni.
La soluzione più invocata dalla comunità internazionale è quella dei due Stati; ma è sempre più irrealistica e rischia di essere un alibi per lasciare incancrenire ancora di più la situazione. Il territorio da riconoscere alla Palestina non esiste più: la “striscia di Gaza, con i suoi due milioni e mezzo di confinati, è inabitabile; la West bank è stata frantumata dagli insediamenti di 700mila coloni, da un muro che si insinua in tutto il territorio, dal sequestro di molti territori, da strade riservate solo agli occupanti, con contini check-point. Restituire al costituendo Stato palestinese quei territori richiederebbe la cacciata dei coloni. Ma se Sharon aveva dovuto usare la forza per trasferire fuori dalla striscia di Gaza 8mila coloni, nessuno può pensare che sia possibile cacciare dalla West bank i suoi 700mila occupanti abusivi. Poi i territori assegnati al costituendo Stato palestinese non rendono possibile la sua continuità territoriale: dunque la libera circolazione dei suoi cittadini, lo sbocco al mare, un proprio spazio aereo, e molto altro, senza sottostare al controllo di Israele. Infine, c’è la sproporzione delle forze: Israele ha una sua struttura industriale, un’agricoltura florida, una finanza autosufficiente, un esercito super armato, la bomba atomica. La Palestina e la sua popolazione sono state espropriate di tutto, vivono di sussidi dell’Onu, dell’Unione europea e di diversi paesi arabi che ne condizionano e ne condizionerebbero le politiche; non ha un’economia autosufficiente e non avrebbe mai un armamento anche lontanamente paragonabile.
Di fronte a questa impasse, nota a tutti ma ipocritamente taciuta per far finta di perseguire la pace, si è andata facendo strada l’ipotesi di un unico Stato, entro cui costruire nel tempo una pacifica convivenza dei due popoli, facendo leva sulle comunità e le reti che anche oggi, e nonostante tutto, antepongono le ragioni della pace e della convivenza a quelle, più che comprensibili, dell’inimicizia e del rancore. Ma l’ostacolo principale a questa soluzione non risale al passato, né ai più che fondati timori del presente, ma riguarda il futuro: la popolazione araba dell’intero territorio ormai supera per numero quella ebrea, nonostante gli apporti fortemente incentivati, soprattutto della popolazione ebraica delle colonie. Con la maggioranza molti ebrei di Israele temono di perdere anche la loro identità di Stato ebraico, l’approdo dopo 2000 anni di diaspora e persecuzioni, mentre molti palestinesi contano evidentemente sulla forza dei numeri per prendersi una rivincita sui 75 anni delle loro sofferenze.
Ma forse l’ostacolo maggiore sta proprio qui: nel non riuscire a concepire la convivenza se non nella forma di uno o più Stati e non in quella della loro dissoluzione a favore di una democrazia “dal basso” e confederale, che metta al centro i bisogni e le aspirazioni di ogni sua comunità. Può sembrare un’utopia, ma bisogna cominciare a parlane; e non solo a proposito di Israele e della Palestine. Il Rojava dimostra che è una strada percorribile. Certo un intervento della “comunità internazionale” (un’entità che esiste sempre meno) a tutela dei diritti e della incolumità di tutte le comunità sarebbe indispensabile; ma lo sarebbe anche nel caso che si optasse seriamente per le soluzioni dei due o di un solo Stato. Si tratterebbe in ogni caso non di una utopia, ma di un esperimento anticipatore di soluzioni da riproporre in tutte le situazioni sempre più numerose di conflitto e di crisi “interetnica”; un “esperimento” senza il quale il mondo sembra destinato a farsi seppellire dalle guerre o ad autodistruggersi per aver trascurato la minaccia che incombe su tutti più di ogni altra: quella del collasso climatico. La globalizzazione senza Stati è già stata in gran parte realizzata dalla finanza internazionale. Adesso è ora che perseguirla siano invece i popoli.
Senza pretendere di essere esaustivi, i passi che nella situazione concreta sono ineludibili mi sembrano essere:
L’abbattimento delle barriere fisiche e di controllo su tutti i territori;
L’istituzione di una commissione mista per la verità e la riconciliazione sull’esempio di quella messa in atto in Sudafrica;
La presa in consegna da parte di una commissione internazionale di tutti gli armamenti noti di entrambe le parti: dai kalashnikov all’atomica (molti sfuggiranno al controllo, ma si tratta di un work in progress);
La promozione di milizie miste per mantenere l’ordine pubblico composta di individui disposti a farne parte e a rispettarne le finalità;
La promozione di comunità miste tra tutte quelle reti che già ora ritengono di poter svolgere un lavoro comune (e tra queste un ruolo di primo piano spetta fin da subito alle donne);
La consegna a ogni comunità di territori sufficienti a garantirne la sopravvivenza;
Lo stanziamento di ingenti finanziamenti internazionali sotto un controllo congiunto degli enti donatori e dei rappresentanti delle due comunità.
Autore: Guido Viale
Confini
Secondo un affidabile sondaggio dell’Arab Barometer for Foreign Affairs realizzato il giorno prima dell’atroce e oscena strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre, quasi tre quarti dei palestinesi erano favorevoli a un accordo con Israele – dunque, in qualche modo, a riconoscerne in qualche forma l’esistenza – e, se fossero stati chiamati al voto, circa un terzo avrebbe votato forze che si riconoscono nella figura di Marwan Barghouthi, cioè nella volontà di cercare una soluzione comune tra Palestina e Israele; poco più di un quarto avrebbero votato Hamas (ma dopo il 7 ottobre e la strage di Israele a Gaza questa percentuale potrebbe essere esplosa) e meno di un sesto per Al Fatah. Se questi risultati fossero presi anche solo come indizio se ne dovrebbe dedurre che i confini in cui sono stati rinchiusi negli ultimi anni gli abitanti di Gaza e delle residue porzioni del West Bank non ancora occupate dai coloni sono stati per i palestinesi una prigione: definita non solo dai muri e dalla onnipresenza delle forze armate israeliane, ma anche e soprattutto da una gestione “interna al carcere” affidata a una forza minoritaria come Hamas, direttamente e indirettamente favorita e foraggiata dai governi israeliani per vanificare – con pieno successo – la prospettiva dei due Stati; e per “legittimare”, come risposta ai molti attentati, spesso suicidi, e a dei razzi, per molto tempo poco più che “di cartone”, sia i periodici bombardamenti aerei a cui è stata sottoposta la popolazione della Striscia, sia le spedizioni punitive e la frantumazione del loro territorio che hanno devastato la vita quotidiana degli abitanti del West Bank; fino a lasciar prospettare, dopo il 7 ottobre, a di diversi esponenti del Governo israeliano, una “soluzione finale” della questione con una nuova Nabka o, addirittura, con una bomba atomica (averla vuole sempre dire poterla usare). D’altronde, è possibile che in quella convivenza forzata con i propri carcerieri “interni” si sia sviluppata in una parte della popolazione palestinese una sorta di “sindrome di Stoccolma” nei confronti di Hamas che l’ha indotta ad appoggiarne di fatto l’operato. Ma che alternative avevano?
In entrambi i casi – Striscia e West Bank – alla radice del conflitto c’è una questione di confini: le guerre ne sono una conseguenza e non la matrice. All’origine di quelle, come di molte altre vicende atroci belliche e non, passate, presenti e purtroppo future, ci sono la sacralizzazione, il culto e l’ossessione dei confini. L’irredentismo islamista di Hamas li vorrebbe estendere “dal fiume al mare”, liquidando la presenza di Israele e forse anche quella di tutti gli ebrei; e lo proclama pubblicamente. Ma la premessa della fondazione di Israele come Stato etnico e non solo come presenza di una comunità di esuli profughi e autoctoni in cerca di sicurezza e di riscatto – “una terra senza popolo per un popolo senza terra” – allude allo stesso obiettivo: senza dichiararlo, ma praticandolo dilazionato nel tempo e nello spazio e, proprio per questo, con molta più efficacia. Israele non ha costituzione né confini definiti: li considera entrambi provvisori, in attesa di un loro compimento… Ma questo è un problema che ritroviamo sempre più spesso anche altrove.
Per esempio in Ucraina: decine, forse centinaia di migliaia di soldati e di civili, donne, bambini e vecchi compresi, mandati o esposti al massacro da entrambe le parti per contendersi un territorio che la guerra continua a martellare, a devastare e forse a distruggere per sempre: per spostare in avanti o fare arretrare i confini della Nato e per disconoscere diritti e affinità di una minoranza a cui i governi ucraini del dopo-Maidan hanno continuato a negare dignità e uguaglianza. D’altronde ci è stato suggerito o imposto, per decenni, di includere entro i confini del cosiddetto “mondo libero” paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati, l’Iran dello Shah, le dittature imposte dagli Stati uniti all’America latina e persino la Spagna e il Portogallo fascisti. Oggi, con il progressivo distacco di alcuni di quegli Stati dal predominio statunitense, quei confini e quei “valori” da difendere sono stati impercettibilmente fatti slittare in un imprecisato “Occidente”: dai confini per un verso più ampi, in quanto tutto il mondo è ormai stato “occidentalizzato”; ma anche più ristretti, perché ora comprendono quasi solo Stati uniti e Unione europea, escludendone sia all’esterno che al loro interno tutti coloro che non hanno la pelle bianca (come dimostra il diverso trattamento riservato ai profughi ucraini e a quelli dell’Africa). Per non parlare della difesa dei confini delle nazioni dall’“invasione” di un “popolo” in fuga da mille paesi diversi che accomuna le cosiddette ”politiche migratorie” dell’Europa e degli Stati Uniti (e non solo): una misura oggi usata a fini politici per attizzare paure e orgogli nazionali del tutto immotivati, ma che farà trovare i paesi meta di questo esodo completamente impreparati alla convivenza interna e internazionale – e dunque pronti o spinti solo alla guerra – quando la crisi climatica e ambientale costringerà milioni e forse miliardi di altri esseri umani senza più alternative a imboccare quella stessa rotta.
Il globalismo sembrava averli aboliti, i confini; ma solo per far circolare liberamente merci, capitali e informazioni. Ma è agli Stati, e dunque ai loro confini e alle loro leggi che ha affidato la realizzazione e l’articolazione territoriale del suo progetto. D’altronde anche la crisi climatica e ambientale, che non ha confini, ci sta insegnando che non si può affidare agli Stati e ai loro accordi fasulli il suo contenimento e una forse ancora possibile inversione di rotta; ma che a fornire indicazioni valide sulla strada da seguire per non soccombere c’è solo l’iniziativa dal basso di quelle comunità resilienti, per ora molto poche e isolate, che si attrezzano per perseguire non solo la mitigazione (la riduzione delle cause), ma soprattutto l’adattamento alle condizioni di vita ben più difficili del clima che ci aspetta.
Sempre più i confini si manifestano dunque come ostacolo alla ricostruzione di una vera convivenza. Ci rinchiudono in modo sempre più rigido dentro identità in cui molti non riescono o non vogliono più riconoscerci – destra e sinistra, per esempio: e lo vediamo nel crescente assenteismo elettorale diffuso in tutto il mondo – o in appartenenze nazionali o regionali fasulle; o in contrapposizioni frontali (vere e proprie guerre, per ora solo a parole) che non ci appartengono e che a volte ci paralizzano: quando, assumendo posizioni che ci sembrano giuste, ci ritroviamo accanto persone e forze con cui non vorremmo avere niente a che fare. E’ successo così per i vaccini, il green pass e il lock-down che hanno rinchiuso molti di noi dietro una linea di demarcazione perentoria e intollerante; un nuovo confine che lo scoppio della guerra in Ucraina ha rinnovato e rafforzato relegando senza se e ma dalla parte dell’avversario chi dissente; e che oggi si sta riproponendo con ancora più forza e intolleranza nell’intimazione di prendere posizione – senza prospettare vie di uscita – “o per Israele o per Hamas”. Queste contrapposizioni disegnano confini: camicie di forza che ci riducono a spettatori – o peggio, a tifosi da stadio – e ci impediscono di interrogarci, di confrontarci sulle premesse di fondo, di fare spazio sia alle ragioni che ai sentimenti, di agire. E’ la fine della politica come arte della convivenza: prenderne atto è un primo indispensabile passo verso la sua rinascita.
Laudate deum
A otto anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato sì, dove i cambiamenti climatici erano trattati come uno dei “gemiti della Terra” – la nostra casa comune – sotto l’effetto dell’incuria degli uomini, nella giornata dedicata al santo da cui ha preso il nome, papa Francesco torna sull’argomento con una “Esortazione apostolica” che aggiorna e integra l’enciclica del 2015. Il testo di questo documento è molto più breve dell’enciclica ed è focalizzato in modo esplicito, se non esclusivo, sulla minaccia del collasso climatico che incombe sul pianeta. Segno evidente che Francesco avverte l’urgenza e l’intensità del rischio che corriamo, tanto da fargliene anteporre la trattazione a due degli altri temi che sappiamo stargli particolarmente a cuore: la guerra e i migranti, di cui qui non si parla se non di sfuggita.
“l’impatto del cambiamento climatico danneggerà sempre più la vita di molte persone e famiglie. Ne sentiremo gli effetti in termini di salute, lavoro, accesso alle risorse, abitazioni, migrazioni forzate e in altri ambiti… Si tratta di un problema sociale globale che è intimamente legato alla dignità della vita umana” (2 e 3).
Il corso della crisi è sotto gli occhi di tutti e non c’è bisogno degli scienziati per rendersene conto: “negli ultimi anni abbiamo assistito a fenomeni estremi, frequenti periodi di caldo anomalo, siccità e altri lamenti della terra che sono solo alcune espressioni tangibili di una malattia silenziosa che colpisce tutti noi” (6). Ma il negazionismo di principio o di fatto si ostina a ridicolizzare o sottovalutare la gravità e l’origine antropica della crisi climatica: “Negli ultimi tempi non sono mancate le persone che hanno cercato di minimizzare questa osservazione” o che cercano di “porre in ridicolo chi parla di riscaldamento globale” (7). Si giustifica così l’inazione, o un’azione insufficiente, in nome delle esigenze dell’economia e dell’occupazione, o della salvaguardia dell’esistente, e non si tiene conto del fatto che a essere maggiormente esposti e colpiti dalle conseguenze di questa crisi sono i poveri e gli emarginati della Terra: “Ciò che sta accadendo è che milioni di persone perdono il lavoro a causa delle varie conseguenze del cambiamento climatico: l’innalzamento del livello del mare, la siccità e molti altri fenomeni che colpiscono il pianeta hanno lasciato parecchiagente alla deriva” (4 e 10). “Ma la realtà è che una bassa percentuale più ricca della popolazione mondiale inquina di più rispetto al 50% di quella più povera” (9)
Il danno è ormai irreversibile: “non possiamo più fermare gli enormi danni che abbiamo causato. Siamo appena in tempo per evitare danni ancora più drammatici” (16). Il fatto è che gli accordi sul clima a livello internazionale, a partire dalla convenzione sul clima del 1992 di Rio de Janeiro, non hanno funzionato se non in misura molto limitata e spesso le COP sul clima si sono rivelate un vero fallimento: “vi è stata un’abbondanza di “esortazioni”, da cui era difficile attendersi un impatto reale. Le proposte volte a garantire una transizione rapida ed efficace verso forme di energia alternativa e meno inquinante non sono riuscite a fare progressi” (49).
Quindi, senza abbandonare l’approccio multilaterale affidato agli Stati, è sull’iniziativa dal basso, su un multilateralismo dei movimenti di base, che bisogna contare, anche per smuovere e incanalare nella giusta direzione le scelte che vengono fatte a livello statuale. Di fatto, le azioni di gruppi detti “radicalizzati” in realtà “occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta ad ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli” (58). “Gli sforzi delle famiglie per inquinare meno, ridurre gli sprechi, consumare in modo oculato, stanno creando una nuova cultura. Il semplice fatto di cambiare le abitudini personali, familiari e comunitarie alimenta la preoccupazione per le responsabilità non assolte da parte dei settori politici e l’indignazione per il disinteresse dei potenti” (71).
“Tutto ciò presuppone che si attui una nuova procedura per il processo decisionale e per la legittimazione di tali decisioni, poiché quella stabilita diversi decenni fa non è sufficiente e non sembra essere efficace” (43) Quindi “possiamo solo aspettarci delle forme vincolanti di transizione energetica che abbiano tre caratteristiche: che siano efficienti, che siano vincolanti e facilmente monitorabili” (59).
Ma che cosa c’è all’origine dello scempio che infliggiamo alla madre Terra e alle nostre stesse vite? Francesco non ha dubbi:c’è quello che chiama “il paradigma tecnocratico” e che noi conosciamo con il nome di economia capitalistica: “Il paradigma tecnocratico….consiste nel pensare “come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia” [Laudato sì]. E, come conseguenza logica, “da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia”. Ma “il problema più grande è l’ideologia che sottende un’ossessione: accrescere oltre ogni immaginazione il potere dell’uomo, per il quale la realtà non umana è una mera risorsa al suo servizio” (20 e 22).
Il problema è dunque la crescita, l’ideologia che presiede e giustifica l’accumulazione del capitale. Ma alla sua base c’è il pensiero secondo cui il mondo non umano non è che una risorsa a disposizione dello “sviluppo”, delle esigenze dell’essere umano. E’ questo il modo di pensare che va abbandonato per sempre, ricostituendo la stretta intimità che lega gli esseri umani alla “natura”, al resto del creato: “La vita, l’intelligenza e la libertà dell’uomo sono inserite nella natura che arricchisce il nostro pianeta e fanno parte delle sue forze interne e del suo equilibrio”. Pertanto, “un ambiente sano è anche il prodotto dell’interazione dell’uomo con l’ambiente, come avviene nelle culture indigene e come è avvenuto per secoli in diverse regioni della Terra” (26 e 27).
Francesco ribadisce dunque la necessità di abbandonare per sempre l’antropocentrismo così come l’abbiamo inteso, praticato e vissuto finora: “oggi siamo costretti a riconoscere che è possibile sostenere solo un “antropocentrismo situato”. Vale a dire, riconoscere che la vita umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature. Infatti, “noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili”. Così, in questo “percorso di riconciliazione con il mondo”, “mettiamo fine all’idea di un essere umano autonomo, onnipotente e illimitato, e ripensiamo noi stessi per comprenderci in una maniera più umile e più ricca” (67 e 68). Perché “un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventerà il peggior pericolo per se stesso” (73).
Dallo sviluppo alla cura
L’orizzonte teorico e pratico entro il quale collocare sia le analisi e le prospettive della nostra epoca sia il nostro agire è dato dalla crisi climatica e ambientale. Non la si può eludere né mettere in secondo piano, pena il ritrovarsi a dover fare i conti con contesti che non si padroneggiano più e in cui nemmeno ci si riconosce.
Ci battiamo tutti per obiettivi specifici che attengono alla giustizia sociale (l’eliminazione o la riduzione di tutte le diseguaglianze che minano la dignità dell’essere umano) e a quella ambientale (le condizioni che permettono agli ecosistemi di rigenerarsi), ma dovremmo adoperarci per ricondurli sempre al contesto della crisi generale planetaria. In linea di principio è un’operazione semplice: tutto ciò che accelera o favorisce l’aggravarsi della crisi va respinto, combattuto, cambiato o trasformato: viva i “NO”; i No servono. Tutto ciò che ritarda, ostacola o cerca di invertire gli sviluppi della crisi va promosso e favorito. Naturalmente la pima cosa da evitare e combattere è la guerra tra Stati; ma è un capitolo a parte, e qui non ne parlo.
Le prime e principali vittime della crisi climatica e ambientale sono i poveri e gli esclusi in tutti i paesi del mondo e in tutti gli ambiti, a partire dalle donne, sempre un gradino al di sotto nella gerarchia dell’oppressione: ciò che rende di fatto la rigenerazione della Terra condizione ineludibile del loro riscatto, di una maggiore giustizia sociale. E viceversa: sono loro che hanno un interesse prioritario a invertire rotta: papa Francesco, nell’enciclica Laudato sì, lo mette in evidenza fin dai primi paragrafi.
Ciò richiede un vaglio delle analisi, dei programmi e degli obiettivi che non viene mai fatto, o viene messo in subordine ad altre priorità; che certo premono, ma che rischiano sempre di venir soffocate, prima o dopo, dagli sviluppi della crisi: una alluvione che distrugge un intero paese, una siccità che lo desertifica, una crisi settoriale – per esempio dell’agricoltura o del turismo – che ne vanifica le prospettive occupazionali, una migrazione che non era stata messa in conto, ecc.
Per questo “fare politica oggi” richiede una continua opera di traduzione delle misure per far fronte alla crisi climatica e ambientale in termini che rispondano ai bisogni concreti delle persone e della loro condizione; e viceversa, una traduzione del vasto arco di obiettivi tesi alla trasformazione della società in pratiche che concorrano a far fronte tanto alle cause che alle conseguenze della crisi climatica e ambientale.
Quest’opera di traduzione è l’unica cultura all’altezza dei tempi: una cultura che richiede un profondo ripensamento del rapporto che lega gli esseri umani al resto della vita sulla Terra: premessa ineludibile per l’uscita dall’antropocene, che certo è “capitalocene”, ma che è anche molto, di più. Il che richiede più e non meno “radicalità” di quella che aveva caratterizzato anche le più impegnative e creative prassi dei decenni e dei secoli scorsi.
La crisi climatica, ambientale e sociale è destinata ad aggravarsi. Le emissioni climalteranti non si fermano e la Terra continuerà a riscaldarsi per anni. Gli eventi estremi a moltiplicarsi e cambierà anche la nostra vita quotidiana, volenti o nolenti.
Le comunità, grandi o piccole, che sapranno attrezzarsi per adattarsi a condizioni sempre più ostiche – con un sistema di vita più sobrio, ma anche più ricco di relazioni e di esperienze – potranno fare da apripista a quelle che, bene o male, dovranno seguirle; pena la loro scomparsa. La traduzione di queste esperienze in programmi più generali, di respiro regionale, nazionale o sovranazionale, potrà avvenire solo sotto la pressione delle comunità che avranno già imboccato quella strada.
Tutto ciò mette all’ordine del giorno non solo le misure di mitigazione volte a ridurre e arrestare le cause della crisi, ma soprattutto quelle tese all’adattamento alle condizioni sempre più difficili in cui si svolgerà la vita quotidiana: soprattuttoquella delle persone più fragili, delle classi sociali più sfruttate, delle comunità più esposte al degrado, delle categorie più oppresse. Non saranno i governi a prendersene cura; e meno che mai le imprese. A prendersene cura dovranno essere le tante e diverse iniziative di movimenti che nascono dal basso e che già oggi vediamo all’opera.
La transizione non potrà essere, quindi, un processo unitario e programmato, ma solo uno sviluppo “a macchia di leopardo”, dove le esperienze degli uni faranno da guida a quelle degli altri. Il criterio guida delle iniziative da prendere sarà la loro replicabilità, in contesti ovviamente differenti. Quelle replicabili ovunque vanno nella direzione giusta: la diffusione planetaria della resilienza di fronte alla crisi; quelle praticabili solo a condizione di escluderne gli altri, o addirittura a spese di altri, portano al vicolo cieco di una comunità chiusa, che non sarà mai sostenibile e autosufficiente.
Questo vale soprattutto in relazione a quella che finora si presenta come la più importante conseguenza, ancorché indiretta, della crisi climatica: l’aumento delle migrazioni: destinate a crescere in modo esponenziale e a non fermarsi, rendendo evidente tutta l’inadeguatezza del modo di affrontarli – a destra come a sinistra – come emergenza estemporanea. Solo la creazione di comunità fondate sulla condivisione si può affrontare con un’accoglienza diffusa e non con una contrapposizione destinata a sfociare in sterminio, un processo che coinvolgerà milioni, se non miliardi, di esseri umani nel giro di pochi decenni.
La costituzione di comunità aperte di mutuo appoggio nascerà dalle lotte, come già sta facendo, ma non prefigura necessariamente una società del futuro, “il sol dell’avvenire”, la cui definizione – se mai ne esisterà una – è e resterà nelle mani dei protagonisti di questi processi. Ma alcune cose emergono comunque dalla prospettazione di questa trasformazione: la prima è la valorizzazione e la priorità della cura, dei lavori di cura, delle attività legate alla riproduzione:non solo quella biologica e materiale, ma anche e soprattutto quella sociale – cioè la creazione, il mantenimento e il potenziamento dei legami che tengono unita una comunità: un’attività in cui, anche qui, come in tutto ciò che viene tradizionalmente classificato come “lavoro riproduttivo”, prevale il ruolo delle donne – rispetto al lavoro cosiddetto produttivo di merci, di valore di scambio, di profitto; lavoro non necessariamente condannato alla scomparsa, ma sicuramente destinato a un ruolo subordinato rispetto alla priorità della cura.
Ciò mette in discussione l’obiettivo della “crescita”: crescita della produzione di valore, di PIL, che è il termine con cui oggi viene indicata quella che Marx chiamava accumulazione del capitale (Un utile esercizio è sostituire l’espressione “accumulazione del capitale” al termine crescita tutte le volte che questa viene nominata: anche, spesso inconsapevolmente, da molti di noi che pure l’avversano. Salterebbe agli occhi non solo il lato grottesco del destino a cui ci siamo autocondannati, ma anche la profondità con cui lo “spirito del capitalismo”, che è accumulazione, è penetrato fin dentro il nostro inconscio).
All’abbandono dell’obiettivo – o, meglio, dell’orizzonte – della crescita è legato quello dello “sviluppo” – spesso accompagnato dalle “ineludibili”qualifiche di “umano”, “sostenibile”, “ecologico”, ecc. Che ne sono il volto presentabile, ma che non lo disgiungono mai dalla crescita, che ne è la condizione irrinunciabile. Ma viene meno anche ogni riferimento al “progresso” (e del suo derivato “progressista”, usato per lo più a sproposito: alla buonora, duecento anni dopo Leopardi!). Sono termini legati alla concezione di uno sviluppo lineare del processo storico che pone una civiltà, una cultura, una organizzazione sociale (di fatto, quella capitalistica e occidentale) al di sopra di quelle che l’avrebbero preceduta, e che a volte sono sopravvissute al tentativo di estinguerle, dimostrando la loro vitalità e la loro resilienza,.
Certamente termini come crescita, sviluppo e progresso mantengono un valore positivo quando sono riferiti a singole persone o a contesti determinati. Ma questa accezione viene usata troppo spesso per mascherare la sostanza di ciò che è invece il meccanismo di fondo che regola il funzionamento del capitalismo. Il progresso, quando c’è, riguarda il miglioramento di una vita, di una generazione, di un assetto sociale, di un contesto ambientale; fino a che il cambiamento delle condizioni date non impone il perseguimento di nuovi e diversi obiettivi: in un processo ciclico che si rinnova a ogni generazione, quale che sia stato l’esito del ciclo precedente.
La cura del prossimo, della comunità, degli umani, ma anche della vita della Terra in tutte le sue manifestazioni, comporta il superamento della contrapposizione, propria della modernità, tra uomo e ambiente, cultura e natura, spirito e materia, soggetto e oggetto. Un superamento che è l’unico modo ancora praticabile per affrontare una crisi di cui già oggi possiamo vedere le manifestazioni più minacciose; ma che sono ancora niente di fronte a quelle che attendono al varco le prossime generazioni. Sì, quelle di cui avrebbe dovuto farsi carico lo “Sviluppo sostenibile”…
Fare i conti con il clima
Il “pieno accordo” tra Giorgia Meloni e Joe Biden non desta stupore: il sostegno incondizionato alla guerra in Ucraina non lascia spazio a divergenze di sorta. In più Giorgia si è iscritta anche alla guerra – per ora solo “commerciale” – alla Cina e in cambio ha ammesso – contro le sue convinzioni – che bisogna “fare qualcosa” sui cambiamenti climatici. D’altronde l’accordo tra gli Stati Uniti e i fascisti, padri e nonni di Fratelli d’Italia, è vecchio di almeno 70 anni e ha sempre visto i primi nelle vesti di mandanti e gli altri in quelle di esecutori di (quasi?) tutte le stragi che hanno infestato il nostro Paese dal dopoguerra in poi.
Il governo italiano va così ad aggiungersi a quelli che, nel nome di “dio, patria e famiglie” (le loro) stanno spostando verso Est, ma in realtà in direzione opposta, verso Washington, l’asse politico dell’Unione Europea; con il vantaggio, per Washington che, a differenza del governo polacco, quello italiano non freme, almeno per ora, per portare tutta la Nato in guerra contro la Russia. Lo fa, per conto di tutti, Draghi. Quanto al sovranismo, si può dimenticarlo: alla resa dei conti il sovranismo è stato sempre e sarà per sempre quello della Nato. Il suo programma? Protrarre a tempo indefinito la guerra, l’economia di guerra, la militarizzazione, il bellicismo e l’autoritarismo (chiamiamolo pure fascismo) e – perché no? – le distruzioni e le ricostruzioni che la guerra comporta.
Si dà la caccia ai piromani che innescano gli incendi che stanno distruggendo le foreste in tutto il mondo per non dire che la siccità che rende indomabili gli incendi (i piromani ci sono sempre stati: Erostrato, che incendiò il tempio di Artemide a Efeso, era uno di loro) è una manifestazione della crisi climatica. D’altronde, si sa, “in estate fa caldo”… Le distruzioni, l’inquinamento, le emissioni di CO2 e le morti – non poche decine, ma centinaia di migliaia – che la guerra in Ucraina, come tutte le altre guerre, sta provocando, sono cento volte maggiori di quelle degli incendi, ma non vengono messe in conto: nessuno dà la caccia agli incendiari che l’hanno innescata e covata per anni. “Salvare il clima” a parole, sì, ma guai a toccargli la guerra! Adesso che Washington ha rimesso il clima in agenda, persino Mattarella se ne ricorda, Pichetto Fratin piange in pubblico (dejàvu) e i giornali ne lodano la lungimiranza. Ma è possibile che non sappiano che la guerra azzera ogni misura per far fronte alla crisi climatica?
Purtroppo, anche nella sacrosanta lettera con cui cento scienziati italiani invitano i media a “dire la verità” sulle cause dei disastri in corso (non è “maltempo”) e sulle misure da prendere per affrontarli, sul tema “guerra” si soprassiede. E, a parte un fugace accenno alle “politiche di adattamento per proteggere persone e territori da quegli effetti del cambiamento climatico divenuti ormai irreparabili”, quell’invito ai media si concentra esclusivamente sulle misure di mitigazione: “Rapida eliminazione dell’uso di carbone, petrolio e gas, e decarbonizzazione attraverso le energie rinnovabili”. Ma è tutta qui “la verità” a cui i media dovrebbero aprire pagine e servizi? No, purtroppo c’è molto altro ed è ora di aprire gli occhi anche su quello.
Comunque vada – ma non ci sarà certo un cambio di rotta subitaneo a livello mondiale, soprattutto ora che la Cop 28 è stata assegnata a una petromonarchia, sotto la direzione di un magnate del petrolio – le emissioni climalteranti continueranno e supereranno il budget disponibile per fermarsi a +1,5 °C. Ma se anche cessassero domani, la Terra continuerà comunque a riscaldarsi per anni. Calotte polari e ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello degli oceani ad alzarsi sommergendo milioni di chilometri quadrati di terre emerse, i fiumi a non ricevere più acqua e il permafrost a emettere metano nell’atmosfera, innescando un feed-back positivo. Gli eventi estremi – uragani, alluvioni, grandinate, ondate di caldo, siccità e incendi – sono destinati a moltiplicarsi (anche se venissero arrestati tutti i piromani). Prima che tutti i governi, le imprese, le città, i produttori e i consumatori del mondo siano costretti, dalla violenza degli eventi avversi più che da accordi a livello internazionale, nazionale e locale, a rinunciare a far uso degli idrocarburi sepolti in quella cassaforte che chiamano Terra, questa avrà avuto tutto il tempo di andare in rovina.
Sono già cambiate, e continueranno a cambiare, le correnti sia dell’atmosfera che degli oceani e con esse il “tempo”: quello locale, sul cui andamento siamo abituati a organizzare la nostra vita quotidiana. Cambierà anche questa, volenti o nolenti. Le comunità, grandi o piccole, che sapranno attrezzarsi per adattarsi a condizioni di vita sempre più ostiche – una vita più sobria, ma anche più ricca di relazioni e di esperienze – faranno da apripista a quelle che, bene o male, dovranno seguirle, pena la loro scomparsa.
Secondo Gaia Vince (ne Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023) entro la fine del secolo la metà più popolata del pianeta sarà inabitabile per le temperature troppo elevate o perché sommersa dal mare. Ci saranno centinaia di milioni, forse miliardi di profughi e migranti che cercheranno scampo nella metà del pianeta ancora vivibile, soprattutto quella settentrionale, resa forse più fertile dal riscaldamento globale. Ma occorre fare i conti con le fobie anti-migranti attizzate ormai in tutti i Paesi di immigrazione, dalla Svezia alla Tunisia, dal Myanmar all’Australia, dagli Stati Uniti al Giappone.
Ma quanti di noi li fanno, quei conti? Fin dal 2004 il Pentagono aveva scritto che i Paesi “sviluppati” avrebbero dovuto prepararsi a una guerra senza quartiere contro ondate di profughi che avrebbero cercato di sfondare i loro confini. Quelli che non lo avessero fatto erano condannati a soccombere. Ecco da dove nasce la “Fortezza Europa”: dalla convinzione che in questo mondo non c’è più posto per tutti. Quello che in realtà viene prospettato dai razzisti di “Fortezza Europa” e di molte altre fortezze – senza dirlo e nascondendosi, al contrario, dietro professioni di negazionismo climatico – è lo sterminio, per abbandono o per aperto contrasto, di più della metà della popolazione mondiale. Le campagne e le misure contro i profughi e migranti “clandestini” di oggi servono ad abituarci a queste stragi, a coltivare la nostra indifferenza.
“Non possiamo accogliere nel nostro Paese, e nemmeno in Europa, tutta l’Africa, che al 2050 avrà due miliardi di abitanti!” E’ quello che ci viene ripetuto anche dai meglio intenzionati, senza mai tener conto di ciò che questa affermazione comporta se ci si ferma lì. Ma c’è un’alternativa? Dobbiamo cercarla. Nessuno si è mai trovato di fronte a un dilemma simile prima d’ora, ma non lo si affronta certo ignorandolo. Non resta che cercare di rallentare, per poi fermare e invertire, le conseguenze del riscaldamento globale anche su quella metà del pianeta che ne è più colpita. Quelle terre inaridite e devastate possono ancora essere risanate, rimboschite, irrigate, coltivate, con tanti progetti grandi e piccoli come quello, per metà abbandonato, della grande cintura verde del Sahel, rinforzando o ricostituendo le comunità locali come presidio del risanamento del loro territorio. Ma chi può farsi protagonista di una svolta del genere se non il flusso – per ora, e ancora per pochi anni, così limitato – dei migranti che raggiungono l’Europa, se venissero accolti, inclusi, formati e arricchiti delle relazioni con le comunità che li ospitano e messi così in condizione sia di poter tornare volontariamente alle loro terre di origine – cosa che la maggior parte di loro desidera – ma anche di rientrare quando vogliono nel Paese in cui si sono rifugiati? E chi può progettare meglio il futuro del proprio Paese e lottare di più contro chi lo sta riducendo a un deserto e a un inferno politico se non la comunità degli espatriati che ne sono fuggiti? Certo la guerra, la militarizzazione del mondo e la vendita di armi ai dittatori, come lo sfruttamento senza limiti dei loro Paesi, non aiutano, ma questi sono problemi che riguardano innanzitutto noi.
Negazionismo climatico, un crimine contro l’umanità
La “resa dei conti” con il clima è ormai in pieno corso su tutto il pianeta. La documentano dati incontestabili, la lettura che da anni ne fanno gli scienziati dell’IPCC e soprattutto l’accelerazione dei fenomeni connessi: scioglimento di ghiacciai, permafrost e calotte polari, frequenza di eventi estremi – uragani, grandinate, alluvioni, siccità, ondate di calore, incendi indomabili, turisti e residenti in fuga come quelle colonne di profughi che non vogliamo vedere. Tutti fenomeni che in Italia – “nell’occhio del ciclone” – si presentano più accentuati, come hanno dovuto sperimentare milioni di abitanti delle zone colpite. Molti ormai hanno tra i propri parenti, amici o conoscenti – donne, bambini, anziani compresi – persone finite sotto grandinate di palle di ghiaccio grosse come arance, o sommerse dal fango, o minacciate dal fuoco, o rimaste senza casa. In attesa che succeda anche a noi, perché nessuno sarà risparmiato…
Ma il negazionismo climatico continuerà a imperversare nonostante queste evidenze. Insieme alla persecuzione dei migranti – due modi di pensare e di agire connessi – è diventato uno dei cavalli vincenti delle destre in tutto il mondo e in Italia più sfrontatamente che altrove. Basta una scorsa alle prime pagine dei giornali di destra, tutti filogovernativi, dove gli allarmi per il clima vengono trattati come stupidaggini dei “gretini”, o fake news, o complotti della sinistra (“i comunisti”?) per aprire le porte all’invasione delle merci cinesi, o alle trame di Soros. Mentre, dopo anni di inutili denunce, sui “giornaloni” mainstream il nesso tra disastri locali e crisi climatica del pianeta fa solo ora una timida comparsa, ma senza mai trarne le conseguenze. Non bisogna disturbare il manovratore (the show must go on), oggi impersonato dalla fantomatica “agenda Draghi” fatta propria dal governo Meloni, che della crisi climatica non reca tracce. Come non se ne trovano nel PNRR (versione italiana del NextGeneratioEU, piano varato per “mettere in sicurezza” le prossime generazioni), che si è tradotto in niente altro che un gigantesco spreco di risorse (a debito) per finanziare un coacervo sconclusionato di obiettivi, nessuno dei quali ha la minima connessione con il clima.
Ma che cosa dà alle destre di tutto il mondo la possibilità di cavalcare il negazionismo climatico, anche in presenza di tanti disastri? E’ la difesa e l’adesione, più che agli interessi, alla cecità di singole categorie che in gran parte si sovrappongono: agricoltori e allevatori industriali che non vogliono ridurre la produzione, per poi vedersela distrutta in pochi attimi da grandinate sempre più frequenti, o dalle siccità; automobilisti che non concepiscono strade e città liberate dal traffico; vacanzieri soffocati dal caldo o costretti a fuggire dagli incendi; consumatori compulsivi che comprano per buttare e buttano per comprare; operai e impiegati di imprese inquinanti o nocive, a partire dalla produzione di armi, che temono di perdere il lavoro; petrolieri, con tutte le relative appendici nel tessuto di un’economia fossile, ecc.
Sono tutte persone che si sentono minacciate dalle tante piccole e per di più inutili misure messe a punto – e sistematicamente derogate – da un establishment che non sa e non vuole affrontare di petto la crisi climatica e che elude sia l’obiettivo della mitigazione (ridurre la CO2) sia quello dell’adattamento: nessuno di loro osa veramente fare i conti con il contesto in cui ci si troverà comunque a vivere di qui a qualche decennio anche se improvvisamente si cessasse di fare uso e abuso dei fossili, il che comunque non è. Basta moltiplicare per cento quello che già adesso è sotto i nostri occhi. Chi sta veramente pensando non alle evanescenti “future generazioni”, ma anche solo ai nostri figli e nipoti, a partire da ora? Bisogna cominciare a gridare forte e chiaro che sia i negazionisti conclamati che i “negazionisti di fatto” (quelli che riconoscono la crisi climatica, ma non fanno niente per sventarla) sono responsabili di un crimine contro l’umanità: non un reato di opinione (proporlo è stata una sciocchezza), ma un genocidio da denunciare, perché stanno condannando la gente a una vita di inferno senza fine, sapendo che a ogni nuovo bambino che nasce, da ora in poi le cose andranno sempre peggio.
Le misure prospettate per la cosiddetta “transizione ecologica” sono concepite per non incidere sul nostro stile di vita e sul sistema di potere vigente, come se per evitare la catastrofe imminente bastasse sostituire – poco per volta, beninteso… – petrolio e carbone (ma non il metano) con fonti rinnovabili – e magari con un fantomatico nucleare di nuova (?) generazione. Pensiamo alle automobili. Sono già quasi un miliardo e mezzo: troppe. Nessuno pensa a ridurne il numero, ma nessuno pensa che possa toccare un’auto elettrica a ogni abitante della Terra. Si pensa solo a sostituire quelle che già ci sono o poche più. Un ambientalismo “de noantri”. Ma se tra gli abitanti del pianeta senza auto ci finissimo anche noi, avremo a disposizione sistemi di mobilità alternativi per tutti? O eviteremo con l’auto elettrica la congestione di strade e città? E non sottrarremo forse risorse scarse e indispensabili (le fatidiche terre rare) a usi più urgenti e importanti nella generazione elettrica da fonti rinnovabili?
Questa miopia nell’affrontare un problema planetario riguarda un po’ tutti gli ambiti: agricoltura, allevamento, turismo, produzioni che fanno danno ma “creano lavoro” e tante altre cose. Nessuno pensa veramente a fermare il consumo di suolo e a ridurre le produzioni per lasciar respirare la natura, i campi, le città, le spiagge, per avere cibo, acque e aria migliori per tutti. Ma se tutti perseguono le stesse cose, continueranno a prevalere le destre e la loro difesa di ciò che c’è già. Né c’è da sperare che con l’aggravarsi della situazione i negazionisti climatici si ricredano o perdano il loro seguito. E’ più probabile che si instauri una “eco-dittatura” che di ecologico avrà ben poco e di dittatura tutto: fino a che la residua umanità sarà tornata all’età della pietra, proprio ciò di cui hanno sempre accusato gli ecologisti.
La transizione – o, meglio, conversione – ecologica deve essere una rivoluzione culturale che non può essere intrapresa senza coinvolgere fin dall’inizio i destinatari rendendoli protagonisti. Con poche regole, enunciate con chiarezza da Extinction Rebellion:
- Dire la verità: chi lo ha mai fatto veramente? Non i governi e meno che mai i media. Addirittura, nel Paese con uno dei consumi di suolo più alti del mondo si sono accusati “gli ecologisti” di essere la causa dell’allagamento della Romagna! Ma anche il mondo accademico e della cultura è assente o reticente in tutto il mondo, come denunciato da Amitav Ghosh nel suo libro La Grande Cecità, persino ora che la verità della catastrofe viene portata a galla dai fatti.
- Agire subito: nessuno potrà mai operare in modo efficace se non riconosce in un cambiamento radicale la possibilità di migliorare la propria condizione: non nel mondo della competizione, dei consumi, delle merci, della carriera, dell’affermazione a spese di altri, dello sfruttamento della Terra fino al suo esaurimento, bensì in quello di una riconquistata amicizia con il proprio territorio, la propria comunità, il resto del vivente, e in quello della solidarietà, della condivisione, di una sobrietà resa desiderabile dalla ricchezza delle relazioni personali. Ma per far questo occorre che tutti abbiano la possibilità di confrontarsi, di discutere, e di conoscere i pochi ma importanti esperimenti di successo e i molti tentativi già in atto di vivere in modo diverso.
- Convocare le assemblee: cioè rivalutare gli incontri faccia a faccia e l’incrocio degli sguardi dai quali soltanto possono nascere vere amicizie e impegni comuni, quelli che le solitudini imposte dal nostro sistema di vita stanno cancellando dalla faccia della Terra, condannando tutti a un senso di impotenza. Il PNRR avrebbe potuto e dovuto finanziare innanzitutto questo: una grande campagna di discussioni pubbliche sulle alternative che abbiamo di fronte: per smascherare le posizioni negazioniste e, soprattutto, per pronunciarsi sull’uso delle risorse che ogni comunità potrebbe avere a disposizione se non venissero sperperate nelle tante iniziative uscite dalla mente malata di Draghi, che mai prima di essere nominato capo di un governo aveva speso una sola parola sulla crisi climatica…
La conversione ecologica – lo aveva già detto Alex Langer – potrà realizzarsi solo ricostituendo desiderio e piacere di vivere in comunità legate – ma non vincolate – al proprio territorio e in grado di affrontare in relativa autonomia la riorganizzazione su nuove basi della vita associata. Sempre però restando aperte a ogni possibile apporto esterno, a partire da quello dei milioni di migranti che la crisi climatica sta scagliando lungo le rotte della sopravvivenza. O si pensa che ci si possa riconciliare con la Terra facendo annegare o abbandonando nel deserto quel popolo di diseredati che il sistema considera superflui?
Certamente un cambiamento del genere non può avvenire di colpo e meno che mai essere realizzato nella stessa misura o nelle stesse modalità ovunque e da tutti; la crisi ambientale, di cui quella climatica è solo un aspetto, sta marciando a velocità maggiore di quanto si prevedeva anni fa e anche di quanto è necessario per invertire veramente la rotta prima di doverne risentire tutti in modo irreversibile Anche se venissero rispettati gli accordi di Parigi del 2015, di per sé già insufficienti, ma continuamente violati e ora sottoposti a deroghe per dare la priorità alla guerra, alle sue devastazioni, alle sue ripercussioni in tutto il mondo: riarmo, bellicosità, rivincita dei fossili e ancora più fame. Ma è solo da comunità, o gruppi, o contropoteri locali impegnati in scelte che prefigurino l’adattamento alle condizioni di un futuro molto più ostico, ma ormai prossimo, che può venire l’esempio che dimostri o faccia intravvedere a chi è fermo o in ritardo che un altro mondo, molto migliore, è non solo necessario, ma anche possibile.
Guerra in Ucraina e danni collaterali
Dall’inizio della guerra con la Russia l’esercito ucraino ha sparato una media di 9.000 proiettili di cannone al giorno – quasi mezzo milione finora, tanto da aver esaurito le scorte degli Stati Uniti e di molti altri membri della Nato. Dove? Tutti concentrati su quattro regioni, quelle che rivendica e vuole riconquistare.
Vediamo alla Tv e leggiamo sui giornali le distruzioni inflitte dalle armi russe – razzi, bombe e cannonate – sugli edifici di tutto il resto dell’Ucraina, anche se per lo più concentrate sulla zona del fronte. Non vediamo però le distruzioni che le cannonate ucraine hanno inflitto e infliggono a quella che gli ucraini considerano parte del loro Paese, della loro patria. Andranno tutte a segno? Non semineranno morte e distruzione anche tra la popolazione civile – quella rimasta – e le loro case? Quando non colpiscono obiettivi militari o edifici, quelle bombe finiscono nei campi: li inquinano, li cospargono di frammenti metallici, ne rendono difficile se non impossibile la coltivazione per anni.
Ora si comincia anche con le bombe a grappolo fornite dagli Usa – perché, ha detto Biden, le bombe convenzionali sono finite – che diffondono frammenti inesplosi che renderanno quei terreni infrequentabili per anni. Sono armi proibite da una convenzione internazionale che però Usa, Russia e Ucraina – tra altri – non hanno firmato. Se le tengono, le producono, e non hanno firmato perché intendevano usarle e prima o poi lo avrebbero fatto. Secondo il governo degli Stati Uniti l’esercito russo lo ha già fatto (è del tutto probabile) sul resto del territorio ucraino di cui non si è appropriato e secondo il governo russo lo ha già fatto anche l’esercito ucraino su quello che vorrebbe riconquistare. Ma lo stesso discorso vale per le armi nucleari: se non si sottoscrive il trattato dell’ONU che le mette al bando è perché prima o poi si intende usarle. E le si useranno.
Poi ci sono le mine. Secondo il governo ucraino l’esercito russo ne ha già posizionate almeno un milione, di tipo e dimensioni diverse. E tutte, ovviamente, a ridosso del fronte, entro i confini di quel territorio conteso. Dove non si sa. Forse non lo sa bene nemmeno l’esercito russo che le ha collocate. Sicuramente non lo sa l’esercito ucraino, che dovrà scoprirle e neutralizzarle a sue spese (in vite umane) se e quando riconquisterà quei territori: un altro ostacolo micidiale alla loro vivibilità, chiunque li governi. Ma molte di quelle mine sono state smosse e trascinate chissà dove, insieme a migliaia di tonnellate di inquinanti, di detriti, di animali annegati, dalla distruzione della diga di Kakhovka (da parte di chi? Entrambe le parti avrebbero avuto dei motivi per farlo). D’altronde hanno cercato di farci credere per un anno che a distruggere il gasdotto Northstream fosse stata la Russia…E un’altra diga, per fermare l’invasione, era già stata fatta saltare un anno prima dagli ucraini, che lo avevano rivendicato con orgoglio. Chi potrà mai abitare e coltivare quelle terre, tra le più fertili e con un sottosuolo tra i più ricchi del pianeta?
Per appropriarsi o riappropriarsi di un territorio che la guerra sta rendendo inabitabile sono stati, e vengono mandati, al macello, centinaia di migliaia di uomini da entrambe le parti. Gli uni – si dice – consenzienti, ma certo non tutti. Gli altri quasi tutti costretti. Non ci sono solo i morti; migliaia sono gli invalidi permanenti e ancora di più i combattenti che la guerra ha stravolto tanto da non essere più recuperabili alla vita civile. Poi ci sono altri milioni di ucraini e ucraine fuggiti in Europa (per lo più ben accolti, tanto che molti cercheranno di restarvi, come peraltro aveva già fatto un milione e più di loro anche prima che scoppiasse la guerra). Il Paese uscirà da questa guerra, se mai ne uscirà, devastato, privo di una parte vitale ed essenziale della sua popolazione, con centinaia di migliaia di invalidi fisici e psichici a cui provvedere, senza che essi possano provvedere a se stessi o alle loro famiglie. Ma come sempre, dopo essere stati acclamati come eroi, verranno dimenticati, trascurati e trattati sempre più come un inutile peso.
Poi occorre mettere in conto di questa guerra – forse Greta Thunberg, andando a trovare Zelensky, non lo ha fatto – il danno inflitto alla lotta per il clima e l’ambiente anche nel resto del pianeta. Le emissioni climalteranti si avvicinano a quelle dell’Italia in un anno. Poi, per supplire al blocco di quelli russi, via libera all’estrazione e alla lavorazione di idrocarburi ovunque possibile, in barba agli impegni presi; spinta alla fabbricazione di sempre più armi che non aspettano altro che di essere usate; militarismo dispiegato e soprattutto diffusione ovunque di uno spirito bellicista secondo il quale i problemi non si possono risolvere che con la guerra…
Ne valeva la pena? Era proprio certo che la Russia – Putin – avrebbe cercato di impossessarsi dell’Ucraina se il suo governo non si fosse promesso alla Nato dopo la rivolta di Maidan? Se da quella rivolta non fosse sorta una guerra feroce contro le aspirazioni autonomistiche delle regioni russofone dell’est del paese, imposta anche a Zelensky che aveva vinto le elezioni con tutt’altro programma? Se la finta tregua di Minsk non fosse stata sottoscritta, come ha riconosciuto la stessa Angela Merkel, solo per prendere tempo, per armare fino ai denti l’Ucraina, il suo esercito e le sue milizie naziste, per prepararle a una guerra che non si è fatto niente per sventare?
Rileggo i libri sulla guerra di di Svetlana Aleksievic, in cui dà voce a chi le guerre le ha fatte e subite e mi chiedo se i fautori dell’armamento ad oltranza dell’Ucraina sono consapevoli dell’orrore, del dolore e dello strazio irreparabili che una guerra del genere infligge a milioni di esseri umani (esseri umani che vivono in Europa come noi; perché di quelli di continenti lontani siamo tutti sicuramente e serenamente inconsapevoli).
Che cosa ha trasformato tanti di noi in strateghi che non riescono più a trovare, e nemmeno a cercare, una soluzione di questo strazio, se non in una “vittoria” che appare sempre più irrealistica sul piano militare, ma soprattutto inconsistente su quello civile? Perché a quei territori distrutti e a quelle esistenze spente nessuno restituirà più la vita.
E di fronte a questa non-prospettiva, che cosa ci impedisce di considerare quella guerra un conflitto scatenato e condotto a spese di popolazioni ignare del “grande gioco” che si svolge sulle loro teste, ma promosso da un’idolatria dei “confini” (in gran parte disegnati “a tavolino”) che oggi viene richiamata a giustificazione delle peggiori efferatezze, ma che è anche la premessa di ogni guerra?
Gkn, come promuovere la transizione nell’industria automobilistica?
L’8 e il 9 luglio, a due anni dal licenziamento via e-mail dei 500 lavoratori della Gkn di Campi Bisenzio, il collettivo di fabbrica, in rappresentanza degli operai che da due anni resistono alla loro condanna con un ricco programma di socializzazione della loro lotta e di riconversione ecologica della loro produzione ha convocato nello stabilimento occupato, insieme ai rappresentanti italiani, tedeschi e svizzeri del movimento Fridays for Future, un incontro per consolidare e sviluppare ulteriormente la loro convergenza, ribadirne il carattere aperto e internazionale promosso attraverso le manifestazioni comuni e i molti Insorgiamo tour realizzati nel corso di questi due anni.
Sabato 8 si è svolta un’assemblea con la partecipazione di oltre 200 attivisti, di cui molti venuti da Svizzera e Germania, in cui sono state presentate le prospettive dei vari partecipanti. Ad essa ha fatto seguito la divisione in quattro gruppi di lavoro – convergenza, comunità energetiche, destre e negazionismo climatico, mobilità e prospettive dell’industria automobilistica – i cui risultati sono poi stati esposti nella riunione conclusiva. I tempi stretti a disposizione non hanno consentito un approfondimento sufficiente dei temi affrontati. Su mobilità e industria automobilistica, riassumo qui per punti ciò che sono riuscito solo in parte ad esporre:
- L’idea, al centro delle aspettative di molti ambientalisti, di “risolvere” i problemi posti dall’automobile con la sostituzione delle automobili a motore termico con quelle elettriche va scartata e combattuta perché:
- Le automobili nel mondo sono già troppe (circa 1,3 miliardi). Se tutti dovessero raggiungere i tassi di motorizzazione dell’Europa di due abitanti per veicolo (quelli dell’Italia sono ancora più bassi), nel 2050 avremmo nel mondo 5 miliardi di automobili, insostenibili per motivi di spazio, di risorse, di energia. Diversamente dovremmo sostenere che l’auto personale dovrà esistere solo nel mondo già sviluppato, mentre gli abitanti del resto del pianeta dovranno continuare a farne a meno. Un’evidente iniquità che urta contro l’abbinamento di giustizia ambientale e sociale, ma anche con il fatto che a vincere la corsa catastrofica alla motorizzazione ormai sono gradi Paesi emergenti come India, Cina e Brasile.
- L’auto elettrica di per sé non elimina né la congestione, piaga delle nostre città le cui vie e piazze sono state sottratte agli umani – giochi dei bambini, socialità, incontri personali, passeggio – né l’inquinamento: l’80% del particolato emesso è dovuto all’attrito dei freni e delle ruote, non agli scappamenti. Poco cambierebbe, quindi, anche se tutta l’energia necessaria fosse generata da fonti rinnovabili.
- La transizione necessaria dall’auto privata al trasporto pubblico in città è resa complicata dal fatto che non si può limitare – anche gradualmente, con divieti di transito, di parcheggio a bordo strada – il ricorso all’auto privata (media, 1,2 passeggeri per veicolo, spesso in moto non per raggiungere la destinazione, ma alla ricerca di un parcheggio) se il trasporto pubblico non offre valide alternative; cosa oggi impossibile da raggiungere proprio perché le strade centrali, occupate e congestionate dalle auto non permettono lo scorrimento dei mezzi pubblici e in quelle periferiche, o nelle ore di movida, i mezzi non raccolgono un numero sufficiente di passeggeri perché le loro cadenze e i loro percorsi sono troppo scomodi.
Le soluzioni possono essere:
- La diffusione graduale ma progressiva della mobilità flessibile: car-pooling di azienda, ma anche di quartiere e isolato, car-sharing, city-logistic per la distribuzione delle merci, ma soprattutto taxi collettivo e trasporto a domanda, unificando i servizi sotto il controllo pubblico invece di disperderli tra molte società private in concorrenza tra loro.
- Promuovere la mobilità dolce (bici e monopattini) con percorsi protetti.
- Sviluppare la città dei 15 minuti, decentrando le funzioni urbane in modo che tutti i servizi essenziali, pubblici e privati siano raggiungibili a piedi in tempi accettabili.
- Promuovere lo smart working e l’e-government amministrativo on line, anche mettendo a disposizione centri di prossimità dove svolgerlo o accedervi.
- Indubbiamente per tutte queste cose ci vuole un piano, come minimo a livello cittadino ed elaborato dal basso a partire dalle esigenze delle comunità. Bisogna che i collettivi di lotta comincino a farsene carico, per lo meno nelle sue linee generali.
- Quale futuro per l’industria automobilistica?
La mobilità sostenibile offre sicuramente una molteplicità di impieghi e di occasioni di lavoro più interessanti del lavoro alla catena di montaggio. Ma come è sbagliato pensare di sostituire il parco automobilistico a propulsione termica con uno elettrico di pari entità, così è illusorio pretendere che a ogni impiego nell’industria dell’auto attuale possa corrisponderne uno in quella della mobilità elettrica.
Indubbiamente ci vorranno molti veicoli di nuova concezione per la mobilità flessibile e molti addetti a un governo decentrato della mobilità, ma come in molti altri settori, non è detto che tra posti persi e posti nuovi il conto torni. Mobilità intersettoriale sostenuta da formazione, reddito di base garantito e riduzione degli orari di lavoro sono strumenti della transizione irrinunciabili.
Ma il vero problema è promuovere dal basso anche la transizione della produzione. E come?
- Il collettivo di fabbrica della Gkn ha mostrato come costruire comunità dal basso attraverso la lotta. Invece di chiedere la solidarietà, offrire la propria. “E voi come state?” vuol dire: siamo pronti ad aiutarvi proprio a partire dalla nostra lotta. Finora ha funzionato non solo sul territorio e con la rete dei collegamenti con altre realtà in crisi, ma in parte anche nei confronti delle autorità locali. Uno snodo essenziale, non solo per negoziare da posizioni di maggior forza con il governo, ma anche per far partire dal basso la transizione.
- Certo l’industria automobilistica è troppo complessa e articolata in fasi disperse in tutto il mondo perché una singola amministrazione locale riesca a smuoverla, ma i piani per una mobilità alternativa – e quindi anche la domanda di veicoli adeguati, autobus e veicoli per il trasporto a domanda – non possono che partire di lì.
- Se a un’amministrazione sotto la spinta di una comunità in lotta, se ne aggiungeranno altre nelle stesse condizioni, la domanda complessiva potrebbe raggiungere dimensioni adeguate a stimolare la conversione di alcune produzioni.
- Un suo vero controllo dal basso può realizzarsi solo saltando la mediazione del mercato e creando un rapporto diretto tra produzione – soprattutto quelle a monte e a valle della filiera, progettazione e assemblaggio finale – e utenze: i Comuni, le amministrazioni locali responsabili del trasporto pubblico.
E come? Con società o associazioni di impresa comuni a produzione e utenze. La Volkswagen lo ha fatto in passato, insieme a una società di distribuzione elettrica, per smerciare i suoi cogeneratori ricavati dal motore di un’automobile. Lo si può fare anche per promuovere il trasporto pubblico e quello flessibile.
Crisi climatica, negazionisti e nuove generazioni
I negazionisti di fatto sono quelli che riconoscono l’imminenza, la gravità e le dimensioni della crisi ecologica e ambientale (ormai sono la maggioranza, soprattutto tra le élite dirigenti e le forze al governo di tutto il mondo), ma che poi continuano ad agire come se nulla fosse. Anzi peggio. Alle grandi opere infrastrutturali pensate per una crescita che non ci sarà mai più, si aggiungono ora guerra, produzione e uso di armi che accelerano la resa dei conti con la crisi climatica, disputandosi, con il sangue di centinaia di migliaia di infelici, territori che stanno devastando con bombe, proiettili e mine seminate a milioni, con allagamenti, inquinamenti e distruzioni che li renderanno inabitabili e sterili per decenni se non per secoli. Una prova generale di come si apprestano a ridurre tutta la Terra.
Ma anche i negazionisti veri, quelli che si ostinano a sostenere che i cambiamenti climatici non ci sono o non sono di origine antropica, sanno benissimo che la catastrofe incombe, anche se lo negano. La prova? La loro ostilità verso i profughi. Percepiscono, forse anche inconsapevolmente, che continuando così non ci sarà più posto per tutti su questo mondo. E meno che mai, quindi, nel loro Paese, nella loro città, nel loro quartiere.
Gaia Vince (Il pianeta nomade, Bollati Boringhieri, 2023) sostiene che entro pochi decenni solo la metà del pianeta, per lo più nell’emisfero settentrionale, sarà ancora abitabile dall’uomo. Il resto sarà sommerso dai mari o reso invivibile dal calore; per lo meno fino a che la geo-ingegneria, in cui lei ha fiducia, non lo riporterà, nel corso di alcuni secoli, alle condizioni di prima. Ma questo non succederà mai e non solo perché la geo-ingegneria aggiunge danno a danno, ma perché ghiacciai, permafrost e calotte polari non si riformeranno più, i fiumi non scorreranno mai più come prima, le acque dei mari non si ritireranno, gli incendi continueranno a bruciare i boschi, ecc.
Per Gaia Vince la soluzione è semplice: metà dell’umanità, e forse più (perché di questo si tratta: miliardi di esseri umani), migrerà verso le terre dell’emisfero nord, rese più fertili dal loro nuovo clima. Le migrazioni, sostiene, portano vantaggi sia a chi parte che a chi accoglie. Non ha fatto i conti con il vento anti-profughi che spira ormai fortissimo in tutto il mondo; né con quello che i (finti) negazionisti vogliono evitare e intendono impedire. Oggi, affidando al mare, al deserto e alle barriere l’eliminazione di quelle che per loro sono eccedenze umane a cui negano l’accoglienza; domani, con vere e proprie guerre di sterminio di cui queste misure sono la prova generale.
Per i primi, i negazionisti di fatto, il problema è troppo grande per affrontarlo. Per i secondi, i falsi negazionisti, occorre nasconderne l’entità e abituare poco per volta la popolazione ad accettarne la soluzione obbligata. Nel frattempo la vita può continuare come sempre. Per questo le destre razziste e nemiche dei migranti sono ovunque vincenti: le mezze misure prospettate e mai messe in atto dai loro avversari creano solo insofferenza senza cambiare prospettiva. D’altronde è chiaro che anche se l’Unione Europea (10 per cento delle emissioni mondiali) o l’Italia (1 per cento) o la nostra città (? per cento) adottassero misure più stringenti contro emissioni e distruzione di suolo e biodiversità, ci saranno comunque nel mondo grandi “attori” – Stati, imprese, città – che continueranno a non farlo, portandoci ben oltre la soglia dell’irreversibilità, che riguarda tutto il pianeta. Un argomento forte a favore del non agire. Che fare, allora? Intanto, accanto alle misure di una vera mitigazione, continuamente rimandate, vanno sviluppate quelle di adattamento, per rendere vivibili i territori che abitiamo anche in condizioni molto più ostiche.
E qui incontriamo una discriminante radicale tra le generazioni. I giovani sanno, o percepiscono, anche solo vedendo quanto poco ci curiamo del loro futuro – lavoro, casa, salute, istruzione, socialità – che gli stiamo preparando l’inferno. Non si fidano e non possono fidarsi né di quello che diciamo né di quello che facciamo. Votano poco, non frequentano riunioni politiche, non guardano TV e giornali, vivono dentro le loro bolle social (che non sono le nostre), disprezzano sia chi li governa sia chi li vorrebbe governare. Ovunque.
Vorrebbero cambiare il mondo anche in maniera radicale (avevano risposto a milioni agli appelli di Greta Thunberg) e sarebbero molti di più se sapessero come farlo, ma nessuno gli ha messo in mano gli strumenti per capirlo: non le precedenti generazioni, incistate nelle loro abitudini, anche se misere e senza gioia. Non i governanti, che hanno tutti perso la capacità di guardare lontano. Non gli scienziati a cui i più coscienti dicono di ispirarsi. Perché la scienza documenta sempre meglio l’imminenza del disastro (che d’altronde è sotto gli occhi di tutti), ma non indica la strada per sventarlo. Né potrebbe farlo. Perché quella strada va costruita dal basso, col concorso (esperienze, conoscenze, volontà, impegno diretto) di tutti e non può essere calata dall’alto.
Lo si vede bene con NextgenerationEu: un programma varato per “mettere in sicurezza” le prossime generazioni, presto sommerso dalle deroghe (come quelle per gas, nucleare e armi) e tradotto in Pnrr, cioè in una accozzaglia di (Grandi) opere e interventi, nessuno dei quali mirato realmente a veri obiettivi climatici e ambientali. Ma soprattutto senza il minimo coinvolgimento delle popolazioni nelle scelte e neppure nelle informazioni, mentre è ovvio che un piano per affrontare la crisi ambientale dovrebbe partire, investendo molte risorse a tutti i livelli, da una campagna per informare e coinvolgere l’intera popolazione. Invece a nessuno, giovani o adulti, è dato di sapere qualcosa di quella montagna di denaro (a debito) destinata comunque a venir sprecata per la gloria di qualche ministro o cacicco locale.
Dalle generazioni oggi al governo (e, dietro di loro, da quelle al potere, quello vero), non c’è niente da aspettarsi. Alcuni di loro potrebbero sì mettere a disposizione la propria esperienza e le proprie competenze, ma a livello decisionale non sono in grado neanche di concepire un vero cambio di rotta. Ad afferrare le redini deve essere una generazione completamente nuova, resa consapevole (in gran parte lo è già) della necessità, ma anche delle opportunità, di una svolta – produzioni, consumi, azioni, progetti, distribuzione del potere – fondata sul rifiuto radicale di trattare la Terra e tutto ciò che su di essa e dentro di essa vive e si muove come “materia prima” a disposizione di uno sviluppo senza prospettive, se non quella della distruzione.
Da dove partire? Dagli insediamenti naturali del movimento mondiale che ha capito la necessità di questa svolta, che è un movimento di studenti. Dunque, dalle scuole e dalle università: per aprirle al “territorio” e renderle punto di attrazione e di costruzione di comunità. Imponendo e costruendo un cambio dei programmi scolatici e disciplinari, per integrare la nostra appartenenza alla Terra in tutte le materie curriculari, per mettere gli edifici a norma dal punto di vista energetico, per creare orti sociali che illustrino le opportunità di un’alimentazione sostenibile, per creare poli di riorganizzazione della mobilità, luoghi di socializzazione, di apprendimento e anche di divertimento per tutti, strutture aperte giorno e sera. Perché senza comunità e reti di comunità, cioè senza contatto diretto, “amicizia sociale”, fiducia reciproca, fratellanza e sorellanza, non si possono mettere a punto obiettivi condivisi né aprire vertenze e conflitto con chi ne ostacola la realizzazione. Ce lo insegnano le esperienze dei NoTav, della ex Gkn e di molte altre situazioni di lotta.
Per capire l’inadeguatezza del nostro ceto dirigente basta ricordare che di fronte alla resistenza, allora ventennale, oggi trentennale, del movimento NoTav, Luigi Bersani esclamò: “Ma come è possibile! E’ solo un treno”. Non era e non è solo un treno. Era ed è rifiuto di spese, consumi di energia e produzione di CO2 e altri inquinanti inutili e dannosi; difesa di un territorio senza il quale non è possibile costruire comunità; salvaguardia della bellezza aperta alla fruizione di tutti; realizzazione di un saldatura permanente tra generazioni, generi, condizioni e background culturali diversi; sviluppo di una cultura alternativa di respiro planetario (“Il Grande Cortile”), costruzione di un punto di riferimento per tutte le altre lotte per il clima, l’ambiente, la salute e l’occupazione presenti e future, dove le bandiere NoTav sono sempre presenti. Tutte cose replicabili, in un grande processo di “globalizzazione dal basso” per salvare la vita della specie uomo. Non solo un treno, dunque. Ma questo Bersani e i suoi amici come i suoi avversari non lo possono capire.
Conversione ecologica, una scelta urgente e inevitabile
La Terra ha bisogno di una conversione ecologica. La dobbiamo fare noi umani senza aspettare che proceda senza di noi: siamo noi i responsabili del suo degrado, perseguito contro il resto del vivente fin quasi alle estreme conseguenze. Ma possiamo invertire questo trend avendo come alleati, in questo cammino all’incontrario, tutto ciò che la vita spontaneamente produce. La conversione ecologica è l’unica alternativa possibile alla guerra e all’economia di guerra in cui stiamo precipitando (in realtà vi siamo già ben dentro), cioè l’unica prospettiva che abbia come suo fine, ma anche come sua condizione, la pace.
Lo vediamo bene da cittadini europei: la Comunità Europea era nata per garantire la pace in Europa e nel mondo. Per anni ci hanno ripetuto che la strada per fare dell’unione un’entità politica erano il mercato, lo sviluppo, la convergenza economica. Si è verificato il contrario: l’unione politica non ha fatto che allontanarsi. Adesso pretendono che la strada giusta sia il riarmo, la creazione di una forza armata europea. E’ un programma che subordina sempre più le scelte dell’Unione Europea alla Nato, da molti considerate ormai quasi la stessa cosa. Ciò sta trasformando l’UE in un’appendice del “complesso militare-industriale” che governa a Washington e che ha nella guerra, nelle guerre, la sua ragion d’essere; un’appendice in cui si conta tanto di più quanto più ci si lega e subordina a esso, introducendo al suo interno nuove divisioni, una nuova gerarchia, definita dal grado di “fedeltà” alle direttive di chi comanda e, soprattutto, il tramonto della prospettiva della riunificazione europea dall’Atlantico agli Urali.
La verità è che un’unione politica dell’Europa che faccia da battistrada a una prospettiva simile in tutto il mondo non si può fare che sulla base di un programma politico comune che oggi non c’è, perché il mercato, la competizione e la guerra dividono. Quel programma è la conversione ecologica presa sul serio: affidata ai popoli, alle comunità locali e alle loro istituzioni federate da una negoziazione fondata sulla replicabilità di ciò che si intraprende, da sviluppare e aggiornare giorno per giorno. Di che cosa sia la conversione ecologica si è persa, o non si è mai voluta acquisire, anche la cognizione: si sa che è indispensabile e ineludibile: se non la si imbocca ci verrà imposta, a costi immensamente maggiori, dal precipitare delle condizioni ambientali, in Europa e in tutto il mondo.
Ma è lei a fornire il criterio normativo che permette a ogni persona informata, perché inserita in un contesto di condivisione, di esprimere dei sì e dei no: di capire che cosa va fatto e che cosa va bloccato. Va deciso e fatto tutto ciò che ci fa avanzare lungo la strada della conversione ecologica; va respinto e bloccato tutto ciò che ce ne allontana. Questo criterio, così banale, è sufficiente a smascherare l’enorme equivoco del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), la traduzione italiana del programma NextgenarationEu varato per “mettere in sicurezza” le prossime generazioni. Ma che cosa ne è venuto fuori?
Troppi soldi, dicono ora alcuni; non si sa come spenderli. Vero, ci volevano delle linee guida coerenti e stringenti, mentre l’UE ha levato gli unici due paletti che erano stati posti: quelli contro il gas e il nucleare. Investimenti nocivi per l’ambiente e per la vita, ma anche “a perdere”, dovranno essere sospesi prima ancora di arrivare a compimento, come molte altre “opere” messe in cantiere con il Pnrr. Troppo in fretta, aggiungono altri: nessuno ha un’economia così efficiente da portare a termine progetti così importanti in così poco tempo. E il coinvolgimento dei destinatari richiede tempo, soprattutto quando il terreno non è stato preparato. Per questo una quota prioritaria dei fondi doveva essere destinata a un grande dibattito pubblico, articolato territorio per territorio e settore per settore, che non c’è mai stato e senza il quale i progetti sono destinati al fallimento fin dalla loro concezione. Troppa confusione tra investimenti e spesa corrente, sostiene qualcuno: una scemenza. Gli investimenti senza spesa corrente per farli funzionare, per la manutenzione, per utilizzarli – case di comunità o della salute senza medici e infermieri, asili senza educatrici, informatica senza formazione permanente e revisione delle procedure, ferrovie e autostrade senza utenza, gallerie e ponti (quali?) senza collegamenti, impianti di risalita senza neve, dissalatori e bacini con una rete che disperde metà dell’acqua – sono fondi persi e il Pnrr è fatto quasi soltanto di queste cose.
Non basta chiamare mobilità sostenibile una nuova autostrada per trasformarla in un presidio contro il cambiamento climatico! Ma Draghi, che da buon banchiere ha in mente solo i conti finanziari, ben sapendo quanto è difficile spendere, ci ha messo dentro tutto quello che, secondo lui, si poteva fare in fretta (e furia). Ma che cosa c’entrano gli stadi – per esempio, e mille altri “giocattoli” nelle mani di ministri e sindaci, giù giù fino alla moltiplicazione delle rotatorie – con la messa in sicurezza delle future generazioni? Tutto finanziato, per di più, a debito: o dell’Italia o dell’UE. Non è forse un furto di futuro nei loro confronti? E poi li si reprime se protestano…
