Noi e i migranti, futuri intrecciati

La “questione dei migranti” (e profughi) è attraversata da un duplice paradosso: da un lato è ovunque al centro di uno scontro politico tra una destra “sovranista”, nazionalista e per lo più razzista – almeno ai vertici – che innalza la bandiera della “difesa dei confini”, cioè i respingimenti: con qualsiasi mezzo; di contro, la fu-sinistra non ha una proposta alternativa e si limita, nel migliore dei casi, al sostegno delle iniziative umanitarie di salvataggio, assistenza e accoglienza promosse dal basso, ma poi insegue le politiche di respingimento degli avversari per non farsi portar via gli elettori stregati dalle sirene dell’”integrità della nazione”. Tuttavia, pur essendo assurta a un ruolo centrale sulla scena politica in tutto il mondo, la questione dei migranti e dei profughi non supera mai i confini delle singole nazioni, non entra mai nel merito delle cause di fondo di questa crescita esponenziale di “popoli in movimento”: le guerre, la miseria e il degrado ambientale che colpiscono i Paesi di origine. Persino l’abusato “aiutiamoli a casa loro” è passato di moda, affogato nel ridicolo.

Dall’altro lato, è paradossale come la dimensione planetaria del fenomeno migratorio, soprattutto se visto in prospettiva, venga taciuta, perché non si sa come affrontarla, esattamente come la dimensione della crisi climatica, che ne è in gran parte all’origine. E non solo per le guerre, che a moltiplicare profughi e migrazioni e a guastare il clima provvedono in misura crescente. Ma chi ha provato a confrontarsi con il futuro delle migrazioni (per esempio Gaia Vince, Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023, e Pareg Khanna, Il movimento del mondo, Fazi, 2021) prevede che entro la fine del secolo metà delle terre emerse, soprattutto nell’emisfero meridionale, sarà inabitabile a causa della crisi climatica e che miliardi di esseri umani saranno stati costretti a cercare di trasferirsi nei Paesi dell’emisfero settentrionale, resi più fertili e più abitabili dal riscaldamento globale. Ma ecco il paradosso: si pensa forse di far fronte a un processo di queste dimensioni con le limitazioni del diritto di asilo, i muri e le cortine di filo spinato, la caccia ai barconi dei migranti, gli hotspot nei Paesi di transito, come se fosse un fenomeno temporaneo, destinato a esaurirsi, per estinzione o per repressione, nel giro di qualche anno? O non è, il percorso intrapreso da quasi tutti i governi del mondo in questo campo, solo l’inizio di un processo di militarizzazione destinato a fare incontrare la guerra ai “migranti” e alle enclave etniche interne a ogni Paese con le guerre vere e proprie che si svolgono ai confini e che si stanno moltiplicando su tutto il pianeta?

Guerre affidate sempre più a strumenti dual use, dove le tecnologie di sorveglianza preparano lo sterminio affidato alle armi, ma anche alla fame, ai contagi, alle devastazioni, alla disperazione. Ma assistiamo anche all’incontro tra uno stato di belligeranza permanente “in difesa dei confini” e una deriva autoritaria, fascista e oligarchica all’interno degli Stati coinvolti; deriva indispensabile per mantenere una condizione di mobilitazione permanente. L’Ucraina prima e dopo l’invasione russa e Israele, da sempre, sono esempi e antesignani di questi “incontri”. E’ questo che vogliamo?

Esiste un’alternativa a questa deriva? Non nei programmi e meno che mai nelle “visioni” (se ci sono) di chi pretende di opporvisi ma non fa che inseguirla. Per sviluppare una vera alternativa occorre guardare in faccia alla realtà (tell the truth, riprendendo la prima delle tre raccomandazioni di Extinction Rebellion); poi rivolgersi alle migliaia di iniziative di solidarietà, assistenza, accoglienza e salvataggio già in atto (act now) – iniziative esemplari ma di scarsa efficacia nel definire una politica –  per cercare in esse, attraverso un confronto continuo (call assemblies) il filo conduttore di una prospettiva di salvezza per tutti. Cominciando da alcune premesse ineludibili e solo apparentemente banali, ma oggi del tutto eluse.

Quella dei migranti non è una questione temporanea o marginale rispetto ai conflitti sociali in atto, ma  insieme alla crisi climatica e ambientale, che ne è e ne sarà sempre più all’origine – deve essere trattata come questione centrale e prioritaria per tutti coloro che aspirano a un mondo e a una vita diverse.

Affrontarla con consapevolezza prospettica mano a mano che si manifesta può permettere di non subirne l’impatto quando le misure oggi adottate non saranno più in grado di arginare il processo.

Ad essa vanno riservate risorse adeguate alla dimensione che il fenomeno è destinato ad assumere, modificando di conseguenza gli apparati istituzionali e le politiche sociali oggi del tutto incapaci di far fronte al processo in atto.

Il livello locale, con la creazione di insediamenti misti vivibili per tutti e la promozione di incontri e relazioni personali dirette è essenziale per rendere plausibile l’accettazione di un cambiamento radicale degli assetti sociali e istituzionali imposti dalla presenza di un numero crescente di “nuovi cittadini” non autoctoni.

La possibilità di coinvolgere i nuovi arrivati negli interventi di soccorso, risanamento e prevenzione nei territori colpiti da disastri ambientali – dalle alluvioni alla siccità, dagli incendi ai contagi, dall’inquinamento allo spopolamento, tutti gli eventi destinati a moltiplicarsi mano a mano che la crisi climatica e ambientale proseguirà il suo corso – è forse l’unica occasione per promuovere una svolta del genere.

Per promuovere l’inclusione sociale dei nuovi arrivati quegli interventi saltuari ed estemporanei dovranno essere presi a modello per l’elaborazione di grandi piani generali di risanamento territoriale e sociale con cui offrire nuove possibilità di inserimento tanto ai disoccupati e ai lavoratori autoctoni espulsi dai processi produttivi che ai nuovi arrivati, su un piede di parità.

La presenza, in ogni territorio di immigrazione, di un numero crescente di “nuovi cittadini” e di comunità organizzate che li aggreghino per lingua, nazionalità, fedi, culture, rappresenta un’occasione straordinaria per promuovere dal basso relazioni dirette tra le regioni di accoglienza e quel che resterà in loco delle comunità di origine dei nuovi arrivati. Relazioni che possono facilitare l’inserimento di chi ancora non è partito ma sta per arrivare; ma anche contribuire a contrastare, con un presidio in loco, l’abbandono definitivo di territori che ancora possono essere risanati e rimanere abitabili.

Trasformare queste premesse in prassi è cosa che non si può fare se non confrontandosi con i contesti specifici.

Il disastro di Valencia. Quell’ammasso di auto ci parla

Il disastro di Valencia ci dispiega sugli schermi il futuro di noi tutti. Sarà così nelle conseguenze, anche se in modi differenti, sempre più spesso e ovunque, ora qui e ora là. Alcune cose sono certe: il progressivo scioglimento delle calotte e dei ghiacciai che renderà irregolare il flusso dei fiumi e incontrollabile l’innalzamento di mari che sommergeranno molte città e interi Paesi, la desertificazione e le temperature intollerabili che renderanno invivibili larghe parti di diversi continenti. Altre, come le alluvioni, gli incendi, gli uragani sono aleatorie, ma si moltiplicheranno in frequenza, estensione e intensità. Il fatto che abbiano colpito una volta non vuol dire che non possano ripetersi a breve, come ci insegnano i ripetuti disastri della Romagna. E questo anche se per miracolo l’emissione di gas climalteranti si fermasse domani. Sono stati innescati dei meccanismi che continueranno a produrre e moltiplicare i loro effetti perversi per decenni.

Da almeno trent’anni gli esperti ci hanno insegnato la distinzione tra meteo e clima: il primo è una manifestazione locale, concentrata o estesa, il secondo è globale e riguarda tutto il pianeta. Eppure, ogni volta che si verifica un “evento estremo”, anche i più famosi meteorologi ci forniscono alla Tv o sui giornali solo delle spiegazioni tecniche del perché la cosa si è verificata proprio lì: per esempio la bolla di freddo che si è fermata sul cielo dell’Andalusia. Ma al fatto che ciò abbia a che fare con il clima dedicano al massino un piccolo accenno (i giornali di destra, pervicaci negazionisti, nemmeno quello. Anzi, fanno scomparire anche Valencia dalla prima pagina). Hanno anche loro, i meteorologi da intervista, come tutti, paura di spiattellare la nuda verità, che è talmente grave e grande che nessuno sa veramente come affrontarla, perché bisognerebbe urlare dai tetti, non che il tempo stringe (quello ormai lo dicono in molti, anche se forse è già troppo tardi), ma che bisogna cambiare alla radice il modo di vivere e convivere, di produrre e consumare.

Il disastro di Valencia ci ha colpito per il numero dei morti, anche se non sappiamo ancora quanti: certamente meno di quelli di un giorno di guerra in Ucraina o di una settimana a Gaza. A questi ci stiamo ormai abituando, a quelli del “meteo”, non ancora, ma ci abitueremo. Anche perché sono destinati a crescere e a superare quelli delle guerre (che al deterioramento del clima portano comunque il loro contributo).

Oltre al numero dei morti (che non vediamo) quello che più ha colpito l’immaginazione sono le centinaia se non migliaia di auto accatastate una sull’altra dalla furia delle acque. E’ l’immagine che ci restituisce meglio l’insensatezza del nostro modo di vivere e la sua fine; la congestione del traffico in cui è immersa la nostra vita quotidiana trasformata in un ammasso quasi inamovibile di fango e ferraglie. Ma è anche quella che dovrebbe avvertirci che per fare i conti con il clima e con la crisi ambientale non basta più la mitigazione (la soppressione delle cause, cioè dei combustibili fossili, di cui tutti i governi del mondo si occupano con periodiche adunate di decine di migliaia di funzionari, esperti, lobbisti e giornalisti – la prossima è a Baku, in Azerbaigian – che in 32 anni non hanno concluso nulla), ma che dobbiamo impegnarci di più nell’adattamento: la convivenza con un clima e un meteo che continueranno a rendere sempre più difficile la nostra esistenza. Ma che, by the way, è anche l’unica via realistica per promuovere una mitigazione “dal basso”, visto che quella “dall’alto” non arriva mai.

L’auto personale resta ancora il simbolo più evidente del consumismo e l’aspirazione più importante di chi ancora non ce l’ha, ma anche la causa principale del consumo di suolo, della sua cementificazione e dello stravolgimento dei territori che trasformano le alluvioni in disastri. Per molte vittime della Dana di Valencia l’auto si è trasformata in una bara, per molte di più in un disastro economico: non tutti avranno il denaro per ricomprarne un’altra alimentando la domanda del settore, che langue (bisognerà prima pensare alla casa, o al lavoro). Ma è l’occasione per farsi qualche domanda.

Troveranno dei mezzi alternativi per muoversi? Le autorità locali saranno in grado di fornirli, visto che finora non lo hanno fatto? E se tutte le auto fossero state elettriche, sarebbe cambiato qualcosa? E vale la pena tornare a intasare le strade, magari con delle auto elettriche, se la città resta comunque esposta allo stesso rischio? L’auto però è solo una metafora di un sistema di vita (in questo caso, di mobilità) assurdo, incompatibile con il clima e il meteo che ci aspettano. Esistono delle alternative all’auto privata, come a molti altri prodotti e ad altre opere insostenibili, ma bisogna provvedere a sostituirle prima: prima del disastro, per non ritrovarsi paralizzati dopo.

Non si tratta solo di dare gli allarmi “per tempo”. Bisognerebbe per lo meno preparare dei ricoveri sicuri per la gente e per i beni e i mezzi indispensabili e delle squadre di soccorso adeguate, formate da volontari addestrati e magari anche da militari preparati a salvare vite invece di distruggerle. Siamo tutti molto indietro, ma bisogna per lo meno cominciare a pensarci e a parlarne come della cosa principale che ci troviamo a dover affrontare. Dovrebbero cominciare a farlo i meteorologi a cui capita di commentare ciò che succede, magari senza suggerire a otto miliardi di umani di “salire in montagna”.

Dopo l’automobile

L’automotive è in crisi: non vende abbastanza. Perché l’auto elettrica è ancora cara e poco pratica? O perché quella termica potrebbe non essere più vendibile o utilizzabile a breve? Il passaggio dell’auto dal termico all’elettrico sembra a molti il principale indicatore dello “stato dell’arte” nella transizione energetica, se non addirittura della conversione ecologica. La ragione è chiara: l’auto costituisce una componente basilare della quotidianità sia quando la usiamo che quando ne siamo assediati. Questa focalizzazione sull’auto alimenta, sia tra i favorevoli che tra i contrari alla transizione, l’illusione che la vita quotidiana possa comunque continuare così com’è e offusca la necessità di ridurre comunque utilizzo e devastazione di quelle risorse il cui uso già oggi eccede le capacità di carico della Terra. Però se la strada della conversione ecologica verrà imboccata sul  serio (ora non lo è) la nostra vita quotidiana cambierà profondamente; ma ben più malamente, fino all’estinzione del genere umano, se non verrà affrontata per tempo. Comunque, anche limitandoli all’automotive, dibattito e conflitti connessi sono comunque fuori quadro; per molti motivi. 

L’equità, pilastro del pensiero ecologico. Circola oggi nel mondo circa un miliardo e mezzo di auto. Per raggiungere, al 2050, o anche qualche decennio dopo,  il tasso di motorizzazione europeo (quello italiano è più alto) le auto in circolazione dovrebbero essere 5 miliardi. Ci saranno le risorse per fabbricarle e alimentarle tutte? O lo spazio per farle circolare? O è un consumo riservato per sempre ai popoli privilegiati? Oggi noi; ma domani? Chissà…

Le terre rare. L’auto elettrica è in competizione per l’impiego di molti materiali preziosi e rari con gli impianti di generazione da fonti rinnovabili: la sua produzione in massa non può che ostacolare o ritardare la transizione energetica, che è una assoluta priorità.

L’inquinamento. E’ ormai noto che il particolato deriva soprattutto, oltre che dalle emissioni delle auto “vecchie”, dall’attrito delle ruote e dei freni. Con l’auto elettrica poco cambierebbe.

La congestione. E’, insieme all’inquinamento, ciò che rende le città invivibili: per i bambini, ma non solo per loro. Ed è ciò che in gran parte ha distrutto l’incontro casuale per strada e la socialità; riducendoci ad affidarla al cellulare.

La competizione per la potenza dei motori, la velocità e il parcheggio modella e mima quella che il sistema impone a tutti nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni sociali come in quelle internazionali: la guerra.

Il consumo si suolo: per far posto alle auto: sia in città, promuovendone lo sprawl, che in campagna, in montagna e ovunque, massacrando il paesaggio.

L’aver affrontato e continuare ad affrontare il dibattito sull’auto elettrica solo in termini tecnici, energetici, economici e, al massimo, occupazionali, senza tener conto delle sue implicazioni sociali, culturali ed esistenziali – quelle che potrebbero coinvolgere tutta la popolazione nella comprensione, accettazione e promozione della conversione ecologica – ha dato ai suoi nemici un’arma formidabile per contrastarla. Solo un grande dibattito pubblico, che avrebbe dovuto precedere e accompagnare il Green Deal e il suo sviluppo, può ancora rendere “desiderabile”, come avvertiva Alex Langer, la conversione ecologica. Anche per l’automotive le alternative ci sono: una mobilità fondata su un servizio pubblico che combini trasporto di linea e mobilità flessibile personalizzata, da un lato; e la riconversione della produzione di auto, dei servizi e delle infrastrutture connesse in impianti per le rinnovabili. Ma occorre parlarne, progettarle, sperimentarle. Come cerca di fare, volutamente ignorato, il collettivo ex Gkn.

Guerra e crisi climatica: i governi sono fuori di testa!

I governi di quasi tutto il mondo (quelli grandi e importanti come quelli piccoli e insignificanti, compreso chi governa una grande o piccola banda armata) marciano come sonnambuli verso una guerra mondiale sempre meno “a pezzi”; sempre più prossima a una conflagrazione generale. Irresponsabili e criminali.

Ma marciano anche, doppiamente irresponsabili e doppiamente criminali, verso una catastrofe climatica e ambientale irreversibile… Il dilemma sembra ormai solo quello di vedere quale di quei due eventi si realizzerà per primo, rendendo superfluo l’avvento dell’altro.

Ma è vero anche il contrario: se nell’affrontare la crisi climatica e ambientale, il cui decorso è noto ai governi di tutto il mondo da almeno 30 anni (Vertice di Rio: 1992), fossero state impegnate tutte le risorse economiche, tecnologiche e “umane” spese per le armi – ormai oltre i 2000 miliardi di dollari all’anno – quella marcia insensata verso la guerra si sarebbe arrestata: perché un processo non si può combatterlo e accelerarlo contemporaneamente. Così, entrambe le catastrofi sarebbero state messe in mora.

Si parla da tempo della necessità di una Costituzione della Terra. Ma una costituzione non può essere solo un insieme di norme. Deve essere innanzitutto un progetto condiviso, che oggi non può essere che l’impegno di tutte le risorse disponibili, situazione per situazione, per arginare il decorso della crisi climatica e ambientale: una cosa che non può essere fatta solo da alcuni, perché richiede il concorso di tutti. Questa è l’unica vera urgenza del nostro tempo: quella da cui dipendono tutte le altre, a partire dalla lotta contro le gigantesche diseguaglianze economiche e sociali.

Tutti, tranne i cretini e i politici in malafede, danno ormai per certa la crisi ambientale in corso; ma nessuno, né al vertice né alla base della piramide sociale mondiale, ritiene di avere la possibilità, o che valga la pena, di impegnare veramente tutte le proprie risorse per affrontarla. Bisogna innanzitutto salvaguardare l’economia! Cioè questa economia: la crescita, lo sviluppo, l’accumulazione del capitale. E varare, per poi magari ritirarle subito dopo, solo le misure ritenute compatibili con l’economia, con la conseguenza di renderle inefficaci e inutili, di danneggiare alcuni e inimicarsi altri; e di lasciare così campo libero alla guerra: è la vicenda, tra le altre, dell’European Green Deal. Così la corsa verso il baratro procede a ritmo sempre più accelerato.

Anche quando la crisi climatica e ambientale planetaria colpisce nel vivo, e sempre più spesso un territorio che abitiamo o una regione lontana, su cui comunque ci informano i telegiornali – con un uragano, un’alluvione, la siccità, l’erosione della costa, la scomparsa di un ghiacciaio, un’ondata di calore, un incendio incontrollabile, la scomparsa di una o di tante specie – nessuno fa lo sforzo di collegare questi fenomeni a una tendenza generale, per capire come cambierà la nostra vita mano a mano che questi eventi si faranno più frequenti e più gravi.

I nostri e gli altrui politici vivono nel presente come se mentre i territori franano, si allagano, si disseccano o bruciano, tutto potesse e dovesse continuare come sempre. Vivono dentro una bolla e ciascuno ha la sua: chi pensa a nuove autostrade, nuovi porti, nuovi ponti, nuove grandi opere, nuovi grandi eventi e chi a nuove auto, nuove barche, nuove crociere, nuove vacanze esotiche, nuove case ai monti o al mare. Senza tener conto delle persone – qui milioni; nel mondo già miliardi – che da tutte queste cose, e da altre ancora, a partire dalla possibilità di sopravvivere, vengono lasciate indietro…

E’ la bancarotta totale delle classi dirigenti di tutto il mondo, cresciute nel clima di un neoliberismo, condiviso o imposto: una bancarotta che rende evidente la necessità di un radicale ricambio generazionale che lasci il passo a coloro che sanno di essere le vittime designate della loro inerzia o delle loro complicità.

Neanche ai pochi intellettuali con le cui opinioni spesso concordo capita mai di esprimersi sulla crisi climatica e ambientale: si limitano, a volte, a nominarla in una lunga lista di problemi: vivono anche loro nella loro bolla che questa crisi non riesce a forare.

La deflagrazione delle guerre e la crisi climatica sembrano riflettersi sulla percezione che abbiamo delle nostre vite solo attraverso le migrazioni: con la pressione di un numero crescente di profughi cacciati da terre rese invivibili.

Non ci si rende conto che i “flussi” che investono oggi il mondo sviluppato sono solo l’anticipazione di uno tsunami destinato a mettere in moto verso l’emisfero settentrionale, nel giro dei prossimi decenni, miliardi di esseri umani. E che le difese che oggi vengono apprestate contro quello tsunami – dalle destre, in modo ostentato; da tutti gli altri in forme sopite, ma sostanzialmente con gli stessi mezzi e gli stessi obiettivi – sono votate a trasformare le mete di quei viaggi in “fortezze” occupate da popolazioni sempre più vecchie e incapaci di badare a se stesse. Ma anche sempre più isolate e odiate dal resto del mondo, sempre più impegnate a gestire una impossibile difesa del proprio stile di vita “non negoziabile” con una guerra di sterminio praticata spostando sempre più in là le proprie frontiere, e con esse i confini di un modo consegnato per questo a bande che lo rendono inabitabile per tutti, compresi coloro che oggi sono là solo per sfruttarlo meglio. Come sono già oggi la Libia, la Siria, il Sudan, il Congo, ecc.

Ma anche trasformando l’accoglienza resa ineludibile dalla nostra senescenza biologica e spirituale in un regime di apartheid si svilupperanno focolai di conflitti etnici e sociali che renderanno anche da noi la vita quotidiana di tutti sempre più sgradevole e feroce.

Che tutte le manifestazioni della crisi climatica e ambientale già note siano destinate a crescere e ad approfondirsi è inevitabile anche se i governi invertissero rotta domani; cosa che non faranno. Ciò pone all’ordine del giorno, al di là degli ipocriti programmi di mitigazione varati e rimangiati dai governi, gli obiettivi dell’adattamento alle condizioni sempre più ostiche in cui si verranno a trovare gli abitanti di ogni territorio nei decenni a venire.

Le misure per l’adattamento sono il nesso che può collegare il globale (la crisi climatica e ambientale planetaria) e il locale (le condizioni della coesistenza in un ambiente manomesso), l’inerzia dei governi e l’attivismo di comunità grandi e piccole che si autorganizzano, come già oggi succede nei territori colpiti da un disastro ambientale: per garantire comunque livelli essenziali di mobilità, di approvvigionamento, di produzione, di funzionamento delle reti – energia, telecomunicazioni, acque,  rifiuti – di gestione comune dell’ordine pubblico, ecc.

In questa prospettiva, una vera accoglienza dei profughi orientata alla piena valorizzazione della loro presenza, delle loro culture, del loro lavoro e dei loro collegamenti con le comunità e i territori di origine, può riprodursi e moltiplicarsi a livello regionale, nazionale e continentale: oggi, come alternativa praticabile alla guerra ai migranti, costosa, inconcludente, ipocrita e criminale: quella che le destre sbandierano senza saperne né poterne venire a capo. Domani, per garantire la convivenza tra mondi destinati altrimenti a distruggersi reciprocamente.

Prendiamoci la città e altri scritti, storia di un percorso politico

“Prendiamoci la città” era il progetto di estendere e sviluppare la lotta operaia, che in quegli anni attraversava con forza tutte le principali fabbriche italiane, spesso paralizzandole, su tutti i territori di riferimento – quelli abitati dagli operai e dalle loro famiglie – e sulle loro “istituzioni” – condomini, quartieri, ritrovi, uffici pubblici e privati, tribunali, carceri, ospedali, caserme, scuole e università, manicomi (c’erano ancora) – e su tutte le attività che vi si svolgevano: lavoro, produzione, consumo, svago, istruzione, cura; in modo da trasformare radicalmente, liberandole dai vincoli imposti dalle forme di dominio a cui erano sottoposte, tutte le relazioni tra le persone in un mondo che volevamo più libero.

L’intervento di Lotta Continua e, con esso, l’adesione al programma “Prendiamoci la città”, aveva, nel corso degli anni, coinvolto una molteplicità di strati e gruppi sociali: non solo operai e operaie di fabbriche grandi e piccole e studenti medi e universitari, ma lavoratori dei cantieri navali ed edilizi, medici, infermieri  e infermiere, tecnici e impiegati, soldati e ufficiali, poliziotti, pastori, contadini, pescatori, disoccupati e famiglie intere impegnate nelle occupazioni delle case e nel lavoro di organizzazione nei quartieri; e poi giornalisti, artisti, scrittori, poeti e poetesse, attori, registi, pittori,  scultori: insomma, una umanità quanto più varia. Era a tutti loro che si voleva parlare, ma, soprattutto, che si voleva far parlare.

Nel perseguire gli obiettivi di quel programma Lotta Continua si era diffusa in tutta l’Italia: dal nucleo iniziale di operai della Fiat Mirafiori aveva, anche grazie al loro impegno nei loro paesi di origine raggiunto decine e decine di città, dove aveva aperto delle sedi con centinaia e in alcuni casi migliaia di compagne e compagni impegnati nell’organizzazione delle lotte più diverse.

Lotta Continua non ha mai pensato al socialismo – e non lo ha quasi mai nominato – come meta finale del processo rivoluzionario, come assetto sociale stabile, alternativo al capitalismo, da instaurare una volta che la transizione si fosse compiuta. Ha sempre solo parlato di comunismo nel senso datogli da Marx, come “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”; e a questa impostazione si è sempre attenuta. Non era un approccio esclusivo della nostra organizzazione. Altri avevano già dato in vario modo a quel programma una loro interpretazione per molti versi analoga.

Per esempio, in anticipo sull’esplosione delle lotte operaie e sindacali degli anni ’70 che avrebbero interessato un po’ tutta l’Europa, un approccio analogo era stato reso esplicito dal leader dell’SDS (Lega degli studenti socialisti della Germania Federale) attraverso la formula di una “Lunga marcia attraverso le istituzioni”. Lunga, perché “processo”, senza una conclusione visibile. Marcia, con un esplicito riferimento all’epopea della Cina maoista, perché movimento di massa. Attraverso: cioè, non per “conquistare” le istituzioni, ma per destrutturarle dall’interno con la contestazione e la messa in crisi delle loro strutture gerarchiche. Istituzioni, cioè tutte le organizzazioni su cui si regge il potere nella società capitalistica: la fabbrica, la burocrazia statale, le forze armate, l’istruzione, il carcere, la giustizia, l’organizzazione della salute, la previdenza, il consumo, l’entertainment, la cultura…

Quello che veniva prospettato era comunque un processo mai compiuto, mai garantito rispetto a una sua possibile reversibilità, e mai graduale, perché continuamente esposto alla reazione delle forze interessate a fermarlo e a invertirlo: forze che nel corso degli anni ’70, soprattutto in Italia, non avevano mancato di agire e reagire in modo violento – spesso “sotto copertura” – attraverso l’esercizio, sia esplicito che nascosto, di quella che sarebbe poi passata alla cronaca e alla storia come “Strategia della tensione”. E non avrebbero mancato di ottenere dei risultati sostanziali. Tanto che i suoi eredi sono oggi al governo del nostro paese.

Per questo, a volte con un richiamo esplicito al passato della lotta partigiana, Lotta Continua non ha mai evitato di ricordare che lo scontro aperto con le forze della reazione avrebbe potuto rendersi necessario; non nel presente di allora, ma nei possibili sviluppi futuri della lotta di classe. Ma ha anche sempre escluso che fosse già arrivato il momento per agire in tal senso.

Anche per questo il lavoro di organizzazione dei soldati di leva – ma, in un secondo tempo, anche dei graduati – nelle caserme, in un movimento noto come PID (Proletari in divisa) aveva assunto la valenza di un’azione preventiva, tesa anche a disorganizzare le forze su cui avrebbe dovuto o potuto fare conto la reazione, evitando in tal modo la prospettiva di un confronto “in campo aperto” tra un proletariato in lotta e un corpo armato nel pieno della sua efficienza, in mano alla reazione.

D’altronde quell’ intervento era stato quotidianamente affiancato da un’attività di indagine, denuncia e contrasto – sostento anche da un massiccio servizio d’ordine – alle organizzazioni fasciste e golpiste che avevano spadroneggiato in Italia durante tutto l’arco degli anni ’70; e anche prima e anche dopo.

Il mio ultimo libro, disponibile in tutte le librerie e sul sito della casa editrice: https://interno4edizioni.it/p/prendiamoci-la-citta

Vittoria o resa?

Resa è il contrario di vittoria: due poli opposti, esclusivi ed escludenti, di un’unica entità che si chiama guerra. All’interno di questa entità – la guerra – non esistono posizioni intermedie: o l’una o l’altra. L’una per gli uni e l’altra per gli altri; e finché non si arriva a questi poli estremi la guerra continua.

Finché l’alternativa è tra resa e vittoria, tra l’una e l’altra, e tra gli uni e gli altri, non esistono compromessi né mediazioni. Per cercarli – e per trovarli – bisogna cambiare orizzonte, uscire dalla logica del tutto o niente, capire e accettare che al di fuori della guerra c’è tutto un mondo possibile. Un mondo fatto dalle vite di chi combatte, da quelle di chi subisce i bombardamenti, da chi vede distrutti i risultati di anni di lavoro, da chi per via della guerra non ha più né casa, né salute, né un corpo tutto intero, né uno, alcuni o tutti i suoi cari, i suoi parenti, i suoi amici, un futuro.

Ma non è tutto: ci sono intere città e monumenti distrutti che non potranno venir ricostruiti nemmeno nel giro di una o più generazioni – lo abbiamo già visto settant’anni fa – acque e fiumi avvelenati da esplosivi, combustibili e sostanze sfuggite dai loro depositi, paesaggi devastati, campi pieni di mine nascoste, di buche scavate dalle bombe, di trincee, terrapieni e barriere di ogni genere, di rottami di veicoli e di armi distrutte e abbandonate. Campi che non potranno più essere arati, né seminati, né produrre un raccolto e un reddito per chi li coltivava, ne cibo per chi lo aspettava.

Poi, una scia di odi, tanto più forti quanto più si prolunga la guerra, tra persone che fino a ieri si consideravano connazionali, o vivevano e lavoravano fianco a fianco, o erano amici, o anche parenti, ora divisi da confini che non si potranno più attraversare e che nessuno avrebbe mai voluto.

E, al di sopra di tutto, un cielo attraversato – per quanto ancora? – da aerei, razzi, droni da cu piovono bombe, e sempre più pieno di gas di serra che la guerra non fa che moltiplicare, mentre per salvare il pianeta e la vita di tutti ci si dovrebbe impegnare – i nostri governanti dovrebbero impegnarsi; e con altrettanto zelo – a ridurre e bloccare tutte le fonti di inquinamento dell’atmosfera.

Anche solo l’idea di un impegno del genere – insieme alla percezione che ci stiamo giocando il futuro di tutti – è andata persa. E se oggi l’assurdità della guerra con cui Ucraina e Russia si contendono una terra che stanno devastando da anni, giorno per giorno, e che non ha futuro, le distruzioni e l’avvelenamento inferti al piccolo territorio di Gaza e alle vite e alla salute fisica e mentale dei suoi tantissimi abitanti rendono evidente a tutto il mondo che cosa comporta, per chi ci vive o ci viveva, contendersi un territorio.

E’ verosimilmente alla luce di queste considerazioni elementari, e di altre che qui non ricordo, che papa Francesco, unico tra i Grandi della Terra – ma anche tra molti dei tanti minuscoli che si pretendono Grandi – continua a chiedere e a ingiungere di negoziare, cioè di uscire dalla logica della guerra, dall’alternativa tra vittoria e resa. La bandiera bianca non significa resa, ma non sparate perché io non sparo. Cessiamo il fuoco!

Ma negoziare non si può se non avvolgendo all’indietro il nastro del tempo, cercando onestamente di capire come si è arrivati a tutto questo. Vale per l’Ucraina come vale per Israele.  Non c’è e non ci sarà nessuna vittoria per le vittime della guerra, che saranno sempre di più, da entrambe le parti, mano a mano che la guerra si protrae. E non c’è né ci sarà alcuna resa per quanti si adoperano per salvare le condizioni della propria sopravvivenza e di una vita decente.

Putin pensava di conquistare l’Ucraina con una passeggiata militare come aveva fatto Breznev con la Cecoslovacchia nel 1968. Si è dovuto ritirare in una parte delle regioni russofone che ha blindato politicamente annettendole alla Federazione Russa e, militarmente, con una barriera invalicabile per una guerra convenzionale combattuta sul campo. Biden pensava – e lo aveva anche dichiarato, per poi rimangiarselo – che l’esercito e le milizie ucraine, con il supporto della Nato, in corso peraltro da due decenni, avrebbero portato alla dissoluzione della Federazione Russa, che è un impero le cui nazioni non vedono l’ora di liberarsi dal dominio russo.

Si sono sbagliati entrambi; entrambi sono state sconfitti nelle loro aspirazioni. Ma quelle sconfitte non sono e non vogliono essere una resa, anche se entrambi sono consapevoli che proseguendo sulla strada imbroccata si finisce inevitabilmente in un olocausto nucleare di tutto il pianeta.

Ma in gioco c’è la libertà di un popolo, rispondono gli amici della guerra ad oltranza. E intanto lo stato di guerra sta distruggendo le libertà di chi ne godeva già poche e di chi non ne godeva per niente anche prima; ma oggi meno ancora. Perché la coscrizione obbligatoria, la caccia ai renitenti e agli imboscati, il controllo dell’informazione, la chiusura di partiti e sindacati, il clima e la mobilitazione da Union sacrée non sono manifestazioni di libertà né prodromi di una libertà futura.

Soprattutto non c’è e non ci sarà libertà quando il prolungamento della guerra è imposto o sostenuto da governi che la fanno fare agli altri. E dio voglia che non decidano o si sentano costretti a farla anche loro: cioè a farla fare ai loro sudditi e ai loro elettori. Perché “Loro”, comunque, in guerra non ci vanno; e i loro figli neppure, come si è visto sia in Ucraina che in Russa.

La cop 28: grottesca o tragica?

Erano 97.372 – in rappresentanza di 198 nazioni – i “delegati” ufficialmente registrati per partecipare, a Dubai, alla ventottesima COP (Conferenza delle Parti, in attuazione della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – UNFCCC – varata a Rio de Janeiro nel 1992): tanti quanti gli abitanti di una media città italiana. E tutti arrivati e ripartiti in aereo (i VIP su aerei privati: fanno bene al clima) e alloggiati e nutriti in alberghi che a Dubai non costano meno di 500 euro a notte: a spese, ovviamente dei rispettivi Stati e aziende di appartenenza. Si tratta di ministri, sottosegretari, diplomatici, funzionari governativi, esperti, tecnici, manager, quadri e consulenti aziendali, giornalisti, spie, amanti, rappresentanti di partiti e di associazioni “embedded” (cioè sostenute da Governi o aziende), lobbisti: 2.500 solo per il settore oil and gas, il triplo che all’ultima COP. Visti i costi e le prospettive nulle se non negative dei risultati attesi, molte associazioni non embedded si sono risparmiate il viaggio a Dubai, a differenza di quanto accadeva nelle COP precedenti, dove la loro presenza, per contestare la condotta dei rispettivi governi, era massiccia. A Dubai, d’altronde, le contestazioni non sono gradite.

Si è trattato della ventottesima conferenza convocata per affrontare la crisi climatica. In tutte le ventisette conferenze precedenti, con una mobilitazione di delegati da tutto il mondo di consistenza analoga, questi erano riusciti a discutere del clima per giorni e giorni (in media 10 e più per COP) senza mai nemmeno nominare – era un tabù – i combustibili fossili. Cioè, ciò che fin dagli anni ’50 del secolo scorso – ma anche prima – gli scienziati del clima avevano indicato come principale causa del progressivo riscaldamento del pianeta Terra, avvertendo che proseguire nel loro consumo rappresentava una minaccia mortale per il futuro della vita di tutto il genere umano. Detto in altre parole, tutto quel movimento di uomini, donne, denaro e proclami, per farli incontrare una volta all’anno a discutere di clima, era finalizzato a concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica – e non solo quella occidentale; nei paesi del Sud del mondo, i più colpiti dalla crisi climatica, l’attenzione per il problema è ben maggiore – sul dito (lo spettacolo delle COP) invece che sulla luna (i combustibili fossili). Evitando accuratamente di affrontare l’oggetto di cui avrebbero dovuto occuparsi. Adesso, al ventottesimo giro, i combustibili fossili sono stati finalmente nominati nel comunicato finale detto, non so perché, Stocktake:art. 28 D, “transition away from fossil fuels”, cioè abbandonare (?) i combustibili fossili, senza però indicare le tappe di questo abbandono, ma solo l’obiettivo finale dello zero net emissions al 2050, dove, come vedremo, net significa continuare ad usarli se si riesce a compensarne o nasconderne – sottoterra – le emissioni. Tutto qui? Sì; ma la cosa è stata presentata come una svolta “storica”.

Sembra una barzelletta. Ma nella nostra epoca non c’è limite al grottesco. Infatti a ospitare COP 28 è stata designata la città di Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali produttori e fornitori mondiali di petrolio e gas; e a presiederla è stato nominato il principe Sultan Al Jaber, Ceo, cioè amministratore delegato, della Adnoc, la compagnia di Stato che gestisce le risorse fossili del paese. Come dire portare l’Avis in casa di Dracula. E per non farsi mancare niente, a ospitare la prossima COP (la 29) è già stato indicato l’Azerbaigian, un altro Stato che vive di gas e petrolio. Sono decisioni prese dagli Stati che controllano l’ONU e c’è da chiedersi se in queste scelte abbia prevalso il cinismo o l’insipienza delle loro classi di governo; in ogni caso, ha prevalso la loro miseria. Siamo tutti – noi, la popolazione mondiale – in brutte mani.

E infatti la COP 28 è stata aperta da un intervento di Al Jaber secondo cui la riduzione delle emissioni di gas di serra per contenere la crisi climatica non ha basi scientifiche ed è stata chiusa, prima di approvare per acclamazione lo Stocktake, da una lettera del presidente dell’Opec+ (il cartello dei principali produttori di petrolio del mondo) che  diffidava i convenuti dal metterei in discussione l’utilizzo dei combustibili fossili, posizioni poi solo in parte ammorbidite nello Stocktake. Ma già che erano là a parlare di clima, i grandi produttori e utilizzatori di fossili ne hanno approfittato, a latere della conferenza, per fare accordi e siglare contratti: insomma, a trasformare la COP in una fiera-mercato del fossile.

I risultati si vedono: a fronte del riferimento “storico” ai fossil fuels lo Stocktake ha piantato dei paletti per renderlo del tutto inefficace, promuovendo, accanto all’obiettivo di triplicare le rinnovabili entro il 2030 (ma a molti paesi mancano i mezzi per farlo e la conferenza è stata parecchio attenta a non metterne di sostanziali a disposizione dei paesi più poveri o più colpiti dalla crisi climatica), alcune soluzioni che procrastinano a azzerano l’uscita dai fossili: il gas naturale, rinominato “combustibile di transizione”, con tutto l’apparato di impianti (tubi, metaniere, gassificatori e degassificatori, impianti di termogenerazione, ecc.) che richiedono decenni per essere ammortizzati; il nucleare (solo il ministro italiano Tajani ha avuto il coraggio di nominare la fusione, come se l’avesse già in tasca), in un momento in cui tutti parlano di mini-nucleare (impianti “piccoli” e diffusi, che moltiplicano rischi, costi e militarizzazione del territorio). Ma l’unica impresa (Usa) arrivata a rendere operativa la loro costruzione è appena fallita. Altri impianti sono in costruzione da decenni, mentre quelli esistenti sono sempre più vecchi e insicuri, moltiplicandone rischi e costi. D’altronde tutti ormai sanno che il nucleare costa già ora più del gas e delle rinnovabili; costerà sempre di più ed ha, e avrà sempre di più, bisogno di essere sostenuto, anche economicamente, dagli Stati. E, infine il CCS (Cattura e sequestro del carbonio), che consiste nel prelevare la CO2 all’uscita dagli impianti o direttamente in cielo per comprimerla e iniettarla sottoterra o sotto i mari, in giacimenti di petrolio e gas esauriti, da cui poi potrebbe fuoriuscire quando meno te lo aspetti. D’altronde anche questa tecnologia funziona poco, costa carissima: il più grande impianto di CCS del mondo, della Chevron in Australia, è appena fallito anche lui. Ma sono tutte proposte che hanno il solo scopo di rendere meno urgente il passaggio alle rinnovabili, legittimando la prosecuzione del ricorso ai fossili (carbone compreso, il più pestilenziale, ma anche il più utilizzato).

Così, se andiamo a guardare dietro le quinte delle risoluzioni storiche di questa COP, nei programmi di investimento dei principali produttori e utilizzatori di combustibili fossili, scopriamo che, come sostiene lo Stockolm Environment Institute,: “I governi hanno ancora in programma di produrre più del doppio della quantità di combustibili fossili nel 2030 rispetto a quello che sarebbe compatibile con la limitazione del riscaldamento climatico a 1,5°C”. Il fatto è, come scrive Mario Tozzi su La Stampa del 13.12, che “nessuno dei potenti del pianeta Terra riesce anche solo a immaginare un mondo senza combustibili fossili e se tu non lo immagini ora, quel mondo non sarà mai possibile”. Dunque, immaginarlo, anche nei suoi risvolti pratici, paese per paese, città per città, strada per strada, per poi imporlo ai nostri governanti, tocca a noi.

Relazione tenuta il 27.9.23 al convegno sulle migrazionini climatiche tenutosi al Museo della scienza e della tecnica di Milano

L’orizzonte teorico e pratico entro il quale collocare sia le analisi e le prospettive della nostra epoca che il nostro agire è dato dalla crisi climatica e ambientale. Non la si può eludere né mettere in secondo piano, pena il ritrovarsi a dover fare i conti con contesti che non si padroneggiano più e in cui nemmeno ci si riconosce. Le prime e principali vittime della crisi climatica e ambientale sono i poveri e gli esclusi in tutti i paesi del mondo e in tutti gli ambiti: ciò che rende di fatto la rigenerazione della Terra condizione ineludibile del loro riscatto, di una maggiore giustizia sociale. E viceversa: sono loro che hanno un interesse prioritario a invertire rotta: papa Francesco, nell’enciclica Laudato sì, lo mette in evidenza fin dai primi paragrafi.

Per questo “fare politica oggi” richiede una continua opera di traduzione delle misure per far fronte alla crisi climatica e ambientale in termini che rispondano ai bisogni concreti delle persone e della loro condizione; ma anche traduzione del vasto arco di obiettivi su cui si sono tradizionalmente concentrate le teorie e le prassi che miravano alla trasformazione della società in pratiche che concorrano a far fronte tanto alle cause che alle conseguenze della crisi climatica e ambientale. Quest’opera di traduzione è l’unica cultura all’altezza dei tempi: una cultura che richiede a tutti, e in termini ultimativi, un profondo ripensamento del rapporto che lega gli esseri umani al resto della vita sulla Terra: premessa ineludibile per l’uscita dall’antropocene, che certo è “capitalocene”, ma che è anche qualcosa, anzi molto, di più.

La crisi climatica, ambientale e sociale è destinata ad aggravarsi. Le emissioni climalteranti continueranno e supereranno il budget disponibile per fermarsi a +1,5 °C: nessun governo del mondo sta rispettando gli impegni, peraltro insufficienti, assunti ai vertici di Parigi (2015) e di Glasgow (2022) e la Terra continuerà comunque a riscaldarsi per anni anche se le emissioni climalteranti cessassero domani; il che, ovviamente non può succedere, perché, anche volendo, la costruzione degli impianti per la generazione di energia rinnovabile richiede tempo, ma soprattutto perché la necessità di lasciare gli idrocarburi sotto terra non è ancora entrata nella testa della maggior parte della gente, e soprattutto in quella di coloro che con i fossili fanno profitti o pensano che abbandonarli minerebbe il loro potere.

Ma a generare la crisi climatica non ci sono solo le emissioni climalteranti; la deforestazione e l’agricoltura industriale che insterilisce il suolo riducono fino ad azzerarlo l’assorbimento del carbonio. Anche il riscaldamento dei mari e degli oceani riduce la loro capacità di assorbire carbonio. Calotte polari e ghiacciai continueranno dunque a sciogliersi, il livello degli oceani ad alzarsi sommergendo milioni di chilometri quadrati di terre, i fiumi a non ricevere più acqua a sufficienza e il permafrost a emettere metano nell’atmosfera, innescando un feed-back che si autoalimenta. Gli eventi estremi – uragani, alluvioni, grandinate, ondate di caldo, siccità e incendi – sono destinati a moltiplicarsi (anche se venissero arrestati tutti i piromani). E prima che tutti i governi, le imprese, le città, i produttori e i consumatori del mondo siano costretti – dalla violenza degli eventi avversi più che da accordi a livello internazionale, nazionale e locale – a rinunciare a far uso degli idrocarburi sepolti in quella cassaforte che per loro è la Terra, questa avrà avuto tutto il tempo di cambiare i propri connotati. Sono già cambiate, e continueranno a cambiare, le correnti sia dell’atmosfera che degli oceani e con esse il “tempo”, quello locale, sul cui andamento siamo abituati a organizzare la nostra vita quotidiana. Cambierà anche quella, volenti o nolenti.

Le comunità, grandi o piccole, che sapranno attrezzarsi per adattarsi a condizioni di vita sempre più ostiche – con un sistema di vita più sobrio, ma anche più ricco di relazioni e di esperienze – faranno da apripista a quelle che, bene o male, dovranno seguirle pena la loro scomparsa.

L’assunzione di queste esperienze in programmi più generali, di respiro regionale, nazionale o sovranazionale, potrà avvenire solo sotto la pressione delle comunità che avranno già imboccato quella strada e che sapranno tradurla in piattaforme rivendicative e programmatiche.

L’aggravamento della crisi climatica e ambientale e delle sue conseguenze moltiplicherà occasioni per cambiare rotta, che potranno avere un esito positivo e permanente solo se accompagnate e guidate dalla consapevolezza del valore strategico dell’”amicizia sociale”, della trasformazione di un gruppo di mutuo aiuto provvisorio e “monotematico” in una comunità stabile e solidale.

La manifestazione ad oggi più evidente della crisi climatica e ambientale, quella che mette maggiormente alla prova governi, partiti, cultura e associazionismo, evidenziandone tutta l’inadeguatezza, è costituita dalle migrazioni: per ora di consistenza quasi insignificante rispetto a quello che succederà in futuro, ma destinate comunque a scombussolare dalle fondamenta gli assetti sociali vigenti.

Sta già succedendo: sia la vita politica istituzionale che l’opinione pubblica, tanto in Europa che negli Stati Uniti, ma ormai anche in molti altri paesi coinvolti come meta o come luoghi di transito dei migranti, sono ormai dominate dalla contrapposizione “pro o contro” l’accoglienza, “pro o contro” i respingimenti; una contrapposizione che fa aggio su tutte le altre questioni con cui continua a intrecciarsi in vario modo, ma con una crescente preminenza e recrudescenza delle posizioni contrarie ai migranti.

Si sono dimostrate tanto fallimentari quanto ciniche e prive di prospettive tutte le soluzioni invocate a piena voce da coloro – governi, partiti, opinione pubblica, studiosi, opinion leader – che si schierano apertamente contro i migranti: chiudere i porti, sospendere i salvataggi, creare difficoltà e rallentamenti a chi vi si dedica, respingere con la violenza fisica chi cerca di varcare i confini di terra, costruire muri e barriere, spostarle all’indietro lungo il cammino percorso dai migranti, coinvolgere i governi dei paesi di transito perché se ne facciano carico, trasformare l’accoglienza di coloro che “ce l’hanno fatta” in un inferno, costringendoli a una forzata inattività per renderli invisi alla popolazione che lavora; e per dissuadere altri dal tentare la stessa strada. Il tutto mascherato da una pretesa quanto vana “lotta agli scafisti” inseguendoli per tutto “il globo terracqueo”; una lotta che in realtà non fa che riprodurre le condizioni più favorevoli per la loro attività.

Ma ad esse non si è riusciti a contrapporre che una molteplicità di lodevoli iniziative umanitarie: dal salvataggio in mare alla tutela legale di salvati e salvatori, dal sostegno ai campi dislocati lungo i “cammini della speranza” – in Grecia, in Bosnia, in Slovena – agli sforzi per rendere meno pesante la sosta infinita nei centri di cosiddetta accoglienza, dalle iniziative per offrire comunque un’opportunità di inclusione o di inserimento lavorativo alle campagne contro il razzismo insito in tutte le politiche di respingimento, sempre connotate, anche se raramente espresso in modo aperto, dall’intento razzista di sventare la temuta “sostituzione etnica”.

Un intento che sta alla radice anche delle politiche tese a sostenere o incrementare le nascite, ispirate non dalla volontà di creare le condizioni perché ciascuno possa liberamente decidere se mettere al mondo dei figli, e quanti, ma dall’illusione che più figli possano contribuire non alla potenza militare del paese, come ai tempi del duce, ma a evitare che la riduzione della popolazione nazionale renda indispensabile ricorrere all’apporto degli immigrati.

E’ però mancata finora la capacità di confrontarsi con la dimensione complessiva del fenomeno, con la sua rilevanza politica generale, con l’evidenza della sua continua crescita, che non è destinata a fermarsi.

Secondo Gaia Vince (Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023) entro la fine del secolo la metà più popolata del pianeta sarà inabitabile per le temperature troppo elevate o perché sommersa dal mare o tormentata da guerre che hanno nella crisi ambientale le loro radici profonde. Ci saranno decine o centinaia di milioni, forse miliardi di profughi e migranti che cercheranno scampo nell’emisfero del pianeta ancora vivibile, quello settentrionale, reso forse più fertile da un clima più mite per effetto del riscaldamento globale. Ma Gaia Vince non fa i conti con le fobie antimigranti attizzate ormai in tutti i paesi di immigrazione: dalla Svezia alla Tunisia, dal Myanmar all’Australia, dagli Stati uniti al Giappone; per lei le migrazioni sono positive sia per chi le intraprende che per chi dovrebbe accoglierle. D’altronde si tratterebbe di vicende provvisorie, perché sul lungo periodo la geoingegneria riuscirà a riportare il pianeta nelle condizioni iniziali…

Ma quanti di noi li fanno, quei conti? Fin dal 2004 il Pentagono aveva scritto che i paesi “sviluppati” dovevano prepararsi a una guerra senza quartiere contro ondate di profughi che avrebbero cercato di sfondare i loro confini a causa della crisi climatica. Quelli che non lo avessero fatto sarebbero stati condannati a soccombere.

Ecco da dove nasce il progetto, mai esplicitamente enunciato, di “Fortezza Europa”: dalla convinzione che in questo mondo non c’è o non ci sarà più posto per tutti. Quello che in realtà viene prospettato dai razzisti di “Fortezza Europa” e di molte altre fortezze – senza però dirlo; nascondendosi, al contrario, dietro continue professioni di negazionismo climatico – è lo sterminio, per abbandono o per aperto contrasto, di più della metà della popolazione mondiale: miliardi di esseri umani. In Arabia Saudita ormai si spara, con kalashnikov e mortai, contro le carovane di migranti che cercano di sfondarne i confini; e questo non impedisce di onorarne governo e assetto sociale per la loro “magnificenza”: pecunia non olet.

Le campagne e le misure contro i profughi e i migranti di oggi servono ad abituarci poco per volta a questa strage; a coltivare la nostra indifferenza. Va ricordato che nel periodo in cui, a detta di molti storici, il fascismo italiano aveva goduto del livello più alto di consenso, lo Stato italiano era impegnato nello sterminio di intere popolazioni in Libia, in Etiopia e in Slovenia.

“Ma non possiamo accogliere nel nostro paese, e nemmeno in Europa, tutta l’Africa, che al 2050 avrà due miliardi di abitanti!” E’ quello che ci viene ripetuto anche dai meglio intenzionati, senza mai tener conto di ciò che questa affermazione comporta se ci si ferma lì. Ma le conseguenze ci sono, eccome! I profughi respinti, ma anche quelli “dissuasi” dal mettersi in viaggio dalla ferocia con cui vengono trattati quelli di loro che l’hanno fatto, finiscono prima o dopo per alimentare sia le bande di predoni, non solo jijadisti, che il sostegno a governi corrotti e voraci, dediti alla devastazione dei propri territori e di quelli vicini; moltiplicando così sia la necessità di fuggire che il degrado dei territori e delle comunità ancora esistenti.

E poi, che ne sarà delle decine o centinaia di migliaia, e poi milioni di profughi “accolti” – perché salvati dal mare o passati, dopo molti tentativi, attraverso i fili spinati delle molte fortezze che proliferano, in Europa come altrove – ma accatastati e poi abbandonati da un sistema costruito per rendere ostico (così Theresa May) l’ambiente per gli immigrati? E che ne sarà degli oltre 40 milioni di immigrati arrivati in Europa negli ultimi decenni, in parte naturalizzati e in parte no, ma tutti tenuti ai margini della società, e che sempre più si riconoscono per sentimento, cultura e religione, quando non per legami familiari diretti, nei loro connazionali in transito: quelli che l’Europa sta trattando di fronte al loro sguardo come un peso morto, un “carico residuo”, un nemico da combattere?

Saranno anch’essi da destinare, prima o poi, a una vera e propria segregazione se non allo sterminio, perché sono una minaccia per l’integrità della nazione? E può una “Fortezza” fondata sul respingimento dello straniero, considerato nemico e invasore, e sulla discriminazione del vicino di casa, trattato come una minaccia permanente, essere amichevole con i propri concittadini? O non è questa la premessa di un generale irreggimentamento di tutti in un sistema dispotico e della persecuzione di ogni dissenso?

Ma c’è un’alternativa? Dobbiamo cercarla. Quasi nessuno si è trovato di fronte a un dilemma simile prima di ora, ma non lo si affronta certo ignorandolo. C’è molta ipocrisia anche nel comportamento di tante persone e organizzazioni che criticano, giustamente, le misure di respingimento proposte, promosse e messe inutilmente in atto dai partiti, dai governi e dalle forze anti migranti, senza misurarsi però con le dimensioni presenti e future delle migrazioni, che non sono una vicenda temporanea, destinata a rientrare, rimanendo tutto sommato un episodio; bensì una tendenza destinata a crescere fino a rendere impraticabili le soluzioni o le proposte con cui finora si è cercato, nel bene o nel male, di affrontarle.

Finché profughi e migranti verranno trattati come un peso da scaricarsi a vicenda o, al massimo, da ripartire come pacchi o “merce avariata” tra Stati e tra Regioni, senza tener conto non solo delle loro preferenze – per lo più determinate dalla presenza di parenti, amici, connazionali già insediati, ma anche dalle opportunità di lavoro e dal trattamento vigente – ma anche del valore delle loro esistenze, della loro storia, della loro cultura, della loro umanità, non se ne verrà a capo. L’obiettivo sarà per tutti “averne”, prendere in carico, il minor numero possibile.

Un piano alternativo a questo approccio deve potersi basare su esempi ed esperienze, positive e replicabili, di inclusione, di inserimento, di sviluppo umano, di convivenza positiva, da riproporre come modello, con la dovuta contestualizzazione, ovunque. E queste esperienze si possono trovare soprattutto se non esclusivamente in piccole comunità, sia urbane che rurali, perché accoglienza, inclusione, inserimento lavorativo, ma, soprattutto, valorizzazione del contributo che ogni migrante può apportare con la cultura della sua comunità di provenienza, le sofferenze patite, la sua conoscenza del lato peggiore, ma anche di quello migliore, dell’umanità, può avvenire solo là dove i rapporti umani hanno la preminenza sulle “ragioni” dell’economia e della burocrazia. Sulla valorizzazione e generalizzazione di quelle esperienze occorre esigere un impegno prioritario dai governi locali, nazionali e comunitari, la loro traduzione in piani di intervento e i necessari stanziamenti finanziari.

Di queste esperienze positive, frutto di rare vicende di “accoglienza diffusa”, l’Italia conta molti esempi, a partire dalla Riace di Mimmo Lucano, assurta a modello lodato in tutto il mondo, ma represso e screditato nel più obbrobrioso e vile dei modi. Nessuno ha però cercato in modo serio di farne il paradigma di un programma politico generale per mettere l’Unione europea di fronte non solo alle sue responsabilità, ma anche alle sue opportunità, rivendicando per un programma di accoglienza e inclusione generalizzate un finanziamento almeno pari a quello da destinare alla conversione ecologica del sistema produttivo (quello che ha poi finito per dissipare risorse, tra mille deroghe, in progetti che con la crisi climatica e ambientale non hanno nulla a che fare. Come il Pnrr italiano).

Senza peraltro rendersi conto del fatto che quei due programmi potrebbero in parte coincidere: i finanziamenti veri destinati alla conversione ecologica del sistema produttivo potrebbero venir subordinati e commisurati all’inserimento sociale e lavorativo dei nuovi arrivati, innescando così una corsa ad accaparrarseli per acquisire quei finanziamenti, invece che a disfarsene, per evitare i costi, questi, sì, a fondo perduto, di un’accoglienza che non accoglie.

In considerazione della stretta relazione esistente tra crisi climatica e ambientale e movimenti migratori di massa, due fenomeni destinati a costituire l’orizzonte esistenziale dei prossimi decenni su tutto il pianeta, la questione delle migrazioni – in tutte le loro fasi, dal paese di origine all’accoglienza e all’inserimento dei nuovi arrivati, fino alla costruzione di opportunità di cooperazione con, o di libero ritorno alle, comunità e terre di provenienza – deve essere trattata come elemento fondativo e costitutivo di una Unione Europea ridefinita e ricostruita. Ma, prima ancora, di ogni Comune, grande o piccolo; di ogni Regione e di ogni Paese membro. E questo con la stessa rilevanza che dovrebbe venir attribuita, ma non lo è, alla questione della lotta per il clima e per la salvaguardia della biodiversità.

L’Italia, come la Grecia, la Spagna e il Portogallo, ma prossimamente come molti altri paesi di confine dell’Unione, deve sottrarsi al gioco dello scaricabarile tra i membri dell’Unione a spese dei migranti. Ma lo potrà fare solo facendosi promotrice – insieme agli altri paesi vittime del gioco perverso imposto dal Trattato di Dublino – di una proposta positiva che riguardi tutti gli Stati membri e, in prospettiva, la Nazioni Unite, per prepararsi a far fronte in modo non ostile, e meno che mai bellicoso e stragista, non solo ai flussi migratori dell’oggi, pienamente assorbibili e con ampie potenzialità positive, come dimostra già oggi l’esempio virtuoso del Portogallo, che non punta sulla natalità, ma sull’immigrazione, per far fronte alle conseguenze dell’inevitabile invecchiamento della sua popolazione. Bensì a quelli cento se non mille volte maggiori con cui il pianeta tutto, e per quanto ci riguarda l’Europa, dovrà confrontarsi nei decenni a venire.

Ma occorre anche cercare di rallentare, per poi fermare e invertire, le conseguenze del riscaldamento globale anche su quella metà del pianeta che ne è o ne sarà più colpita. Quelle terre dell’Africa e del Medio Oriente, inaridite dalla crisi climatiche e devastate tanto dallo sfruttamento feroce delle loro risorse che dalle guerre, possono ancora essere risanate, rimboschite, irrigate, coltivate, imbellite – e le loro città ricostruire e rese vivibili – con tanti progetti grandi e piccoli. Tra tutti, per quanto riguarda l’Africa, ma non solo, quello, per metà abbandonato, della grande cintura verde del Sahel; rinforzando o ricostituendo le comunità locali come presidio del risanamento del loro territorio. Ma chi potrebbe farsi promotore di una svolta del genere se non i protagonisti di quel flusso – per ora, e ancora per pochi anni, così limitato – dei migranti che raggiungono l’Europa, se essi venissero accolti, inclusi, formati e arricchiti delle relazioni con le comunità che li ospitano?

Se venisse loro non solo concessa, ma facilitata, la possibilità di costituirsi in comunità nazionali di espatriati, con libere consulte in ogni paese e per ogni nazionalità di origine? Soprattutto se messi in condizione sia di poter tornare volontariamente alle loro terre e comunità di origine – cosa che la maggior parte di loro desidera – con cui mantengono ancora forti legami, senza che venga loro impedito di rientrare quando vogliono nel paese in cui si sono rifugiati; con un movimento pendolare attraverso cui costituire una vera comunità transmediterranea.

E chi può progettare meglio il futuro del proprio paese e lottare di più contro chi lo sta riducendo a un deserto e a un inferno politico se non la comunità degli espatriati che ne sono fuggiti? Certo la guerra, la militarizzazione del mondo e la vendita di armi ai dittatori, come lo sfruttamento senza limiti dei loro paesi, non aiutano. Ma questi sono problemi che riguardano innanzitutto noi.

Esista ancora il patriarcato?

Secondo Massimo Cacciari e altri e altre che la pensano come lui, il patriarcato è solo la proiezione sociale della famiglia patriarcale: una famiglia allargata, in cui sono presenti almeno tre generazioni, dove il capofamiglia – “il patriarca” – dispone le cose che ciascun membro della famiglia deve eseguire; con un potere delegato alla donna più anziana che organizza in maniera altrettanto dispotica tutte le attività legate alla cura e alla riproduzione, esercitandolo su tutte le donne della famiglia, per lo più entratevi come mogli, mentre le figlie e le nipoti del patriarca lasciano la casa di origine quando si sposano, per andare ad obbedire alla “matriarca” della famiglia dello sposo.
Questo modello di famiglia, in svariate versioni, è probabilmente ancora presente tra la maggioranza della popolazione del pianeta, tanto che il ricorso alla violenza per impedirne la dissoluzione rappresenta in molti casi la ragione ultima di molti dei conflitti in corso e di tutti gli irrigidimenti delle dittature esistenti. Ma nei paesi che consideriamo Occidente esso è scomparso da tempo per lasciare il posto, dapprima, alla famiglia borghese, dove il “capofamiglia è il marito/padre di un aggregato mononucleare; e, successivamente, alla dissoluzione anche di questo modello con il moltiplicarsi delle famiglie monoparentali – per lo più di donne sole con figli – o a situazioni dove i figli hanno, come genitori acquisiti, i nuovi partner di uno o di entrambi i genitori naturali; o ad altre forme di aggregazione familiare, legittimate dalla sopraggiunta libertà di scelta del proprio genere; o a vedove e vedovi senza più figli in casa; o a single, maschi e femmine, per scelta di vita.
Ora, è vero che in Occidente la famiglia patriarcale è scomparsa e che, con i processi in corso di “occidentalizzazione” del mondo, la sua dissoluzione è più che probabile anche altrove. Ma il patriarcato è qualcosa di più ampio e generale della famiglia patriarcale; per questo i movimenti femministi che si battono contro di esso, denunciandolo come la radice ultima  della violenza a cui sono sottoposte le donne, non mettono sotto accusa un fantasma del passato, ma una realtà presente e molto concreta, più grande, più radicata e più antica anche del capitalismo e delle tante formazioni sociali che l’hanno preceduto, come il feudalesimo, il dispotismo asiatico, la civiltà greco-romana, le culture neolitiche, ecc.
Il patriarcato è dominio e possesso – preteso, imposto, subito; ma accettato o legittimato – innanzitutto della donna da parte dell’uomo; di una o più donne da parte di un singolo uomo, che è però espressione di un potere attribuito a tutti i membri maschi di una comunità. Su di esso si sono modellate tutte le altre forme di possesso e di dominio che hanno accompagnato il succedersi delle civiltà: il dominio su figli e nipoti, sugli animali addomesticati, sui campi, sui pascoli e le foreste, sugli schiavi, sulla casa, sui palazzi, sul denaro, sul capitale, sui mezzi di produzione, sul lavoro salariato, sulla conoscenza, sul genoma, ecc. Sono tutte forme di accaparramento di ciò che è fecondo o ritenuto tale, di ciò che produce o permette di produrre. Il modello di tutte queste forme di possesso è quello della fecondità della donna: cioè la “produzione” della propria prole: la perpetuazione, in altre vite, della propria esistenza, che da sempre accompagna o sostituisce l’attesa o il miraggio di una “vita eterna” dopo la morte. Alla radice c’è comunque sempre un rapporto di forza: prevale il più forte, il maschio, o chi, coalizzandosi, ha messo insieme più forze.
Regolamentato in forma orale o scritta, legittimato dalla tradizione o da un codice, questo possesso si è consolidato nel diritto di proprietà (il “terribile diritto” di Beccaria e di Rodotà). Dove non c’è proprietà perché tutto – o ciò che è importante – è comune o condiviso, non c’è dominio; e viceversa. Per questo il patriarcato, inteso come possesso o dominio, è ancora presente tra noi, ben oltre la dissoluzione della famiglia patriarcale e, come ci hanno insegnato i movimenti femministi, è il contesto – il “frame” – in cui si sono incistate tutte le altre forme di dominio con cui abbiamo a che fare oggi; a partire dal capitalismo. Senza fare i conti con il patriarcato non si possono nemmeno farli con il capitalismo: è ciò che tutti, maschi e femmine, abbiamo imparato – o avremmo dovuto imparare – nel corso degli ultimi cinquant’anni. Ma tenendo ben presente la pervasività delle manifestazioni del patriarcato, non solo nelle strutture di potere in cui esso si incarna – lo Stato, l’azienda, l’esercito, la burocrazia, il partito, spesso anche l’associazione, l’accademia, la scienza (mai neutrale), ecc. – ma anche in migliaia di altri aspetti della vita quotidiana, di cui spesso siamo, uomini e donne, inconsapevoli. Alcuni più o meno facilmente individuabili, come il maschilismo, le armi, la guerra, certi sport, certi modi di fare il tifo, la divisione del lavoro, le differenze di retribuzione e di opportunità, la ripartizione e l’intensità delle attività di cura, ecc. Altre più difficili da scoprire, e solo se si presta la dovuta attenzione al loro apparire, come gli infiniti tranelli nascosti in molte espressioni consuete del linguaggio quotidiano.
Anche il moltiplicarsi dei femminicidi richiama irrevocabilmente la presenza del patriarcato: ma per sottrazione. Cioè, non perché la violenza esercitata da un uomo sulla sua vittima donna sia espressione diretta di un potere legittimo di cui l’assassino si sente ancora investito. Ma proprio per il suo contrario. Perché quella perdita di ruolo provocata dalla messa in discussione, sempre più diffusa, della struttura patriarcale della società e della convivenza produce una reazione in chi la vive subendola come una sconfitta. Il maschio “spaesato” non trova più una sua collocazione in un mondo che sta cambiando, che per lui è ignoto, anche perché è ancora in gran parte indefinito. E questo tutti gli uomini lo sanno perché lo hanno provato. Ma è una reazione che può spingersi fino a forme di violenza che non riconoscono né ritrovano il senso del limite. Per questo ogni femminicidio ci riguarda e ci coinvolge tutti come maschi, perché maschi.
P.S. E’ il linguaggio (la “casa dell’essere”) ciò che ci fa esistere come esseri liberi, mettendoci in relazione con gli altri: persone, animali, piante, cose… Per questo gli sforzi per purificare il linguaggio dalla sua impronta maschilista, come da ogni sua connotazione violenta, o legata al dominio su persone o cose, sono tra le componenti più radicali e più importanti della lotta contro il patriarcato. Di questo sono perfettamente consapevoli le molte femministe impegnate a trovare una soluzione per superare il limite insito nei plurali – sempre maschili – riferiti a più generi. Le soluzioni adottate nel linguaggio scritto, come lo schwa o la chiocciola, non riproducibili nel parlato, o la desinenza in u (ma solo nella lingua italiana, i cui termini hanno tutti desinenza in una vocale, per lo più o e i per il maschile, a ed e, per il femminile; resta libera solo la u), rischiano di trasformare la comunicazione in una pratica burocratica che soffoca le potenzialità del linguaggio come motore e veicolo di creatività e di innovazione. Non è una questione confinata all’ambito letterario; è un problema intorno a cui tutti coloro che partecipano al discorso pubblico con scritti o interventi parlati sono chiamati a cimentarsi. Senza cercare di risolvere il problema con qualche strattagemma: l’invenzione di un linguaggio gender-free sarà un percorso secolare.


Educare i giovani all’affettività?

E’ del tutto evidente che il moltiplicarsi dei femminicidi in Italia è un effetto non del patriarcato in quanto tale, ma del suo indebolimento, del venir meno delle condizioni che lo rendevano “normale”. Questo in tutto l’Occidente e anche in tutte quelle regioni, come l’Iran, arbitrariamente annesse a “un’Europa fuori dall’Europa”, senza tener conto di quanto le recenti guerre promosse o scatenate dall’Occidente abbiano rimesso il velo, e anche di più, in testa alle donne che se lo erano già tolto, come in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia.

Che alla radice ci sia non il patriarcato ma un suo indebolimento è comunque un punto per lo più condiviso dai commentatori, tranne poi ricavarne l’equazione, come sembra fare Marcello Veneziani su La Verità del 22.11: meno patriarcato, più femminicidi; dunque, più patriarcato per avere meno femminicidi.

Ma che fare allora per porre argine a questa alluvione di ferocia mirata? Il governo sembra avere una risposta, anche se ci ha messo un anno per portarla avanti: introdurre l’educazione all’affettività (o al rispetto e alla dignità della donna: così Antonio Tajani, vicepremier e presidente del partito che fu di Berlusconi) dedicando in ogni scuola delle ore di lezioni sul tema, curricolari e non. La risposta del Pd non sembra differente, tranne poi dividersi tra destra e sinistra, almeno si spera, sulla scelta della figura che dovrà presiedere all’introduzione di questa novità scolastica. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara (autore del libro L’impero romano distrutto dagli immigrati) ha scelto il suo amico e collaboratore Alessandro Amadori, coautore del libro La guerra dei sessi, in cui si imputa alla cattiveria di (alcune) donne l’esito infausto di molta della violenza che le colpisce.

Ma l’introduzione di una nuova “materia” e delle relative ore da dedicarle è la stessa risposta che si dà o si è data all’emergere della crisi ambientale (prima nessuno se ne occupava) – altre ore – o alla crisi della convivenza, detta violenza di strada, con l’educazione civica – altre ore ancora. Già, ma chi le insegnerà queste nuove materie? Anche solo fermandosi all’affettività: una psicologa, una sessuologa, un medico, una biologa, una filosofa, un giornalista, una zelatrice ecclesiastica, un poeta? O tutte quante/quanti insieme? E chi sceglierà queste figure? Alessandro Amadori? Oppure a insegnarla saranno le/gli insegnanti già in forza, ciascuno/ciascuna per la parte di sua competenza? Ma se non sono riusciti/e ad affrontare questi temi, cioè l’aggancio di quello che insegnano con la vita e i costumi di oggi, giorno per giorno, utilizzando gli infiniti spunti che la “loro” materia offre – a partire dalla letteratura italiana e straniera, greca e latina (per chi la insegna), dalla storia dell’arte, dalla filosofia, dalla storia e dalla geografia (abolita), dalla biologia, dall’ecologia, dall’etologia, ecc., perché mai dovrebbero diventarne improvvisamente capaci nelle ore suppletive?

Certo sugli argomenti cosiddetti “sensibili” gioca molto la censura dell’istituzione, ma anche l’autocensura, la paura di mettersi in gioco, ma forse anche il fatto di non averci riflettuto abbastanza. Alfonso Lanzieri, su L’Avvenire del 21.11, dopo aver ricordato che “l’aggiunta di specifiche offerte formative… rischia di farci dimenticare che Omero, Dante e Shakespeare, tanto per fare alcuni nomi, hanno già molto di serio da dire su emozioni, affetti, doveri, diritti, bene e male, sessualità.” E aggiunge: “Pretendere continuamente che a questo si sommino corsi e giornate rischia di mandare un messaggio devastante, vale a dire che ciò che si studia a scuola, in realtà, non serve… Per tutto quanto concerne le relazioni, le emozioni, i sentimenti, vale a dire per la polpa dell’esistenza, le pagine di filosofi, poeti, artisti, scienziati non sono competenti”. Ciò, aggiungo, è come riconoscere che tutto quell’insegnamento curricolare e tutte quelle pagine da studiare, sono perfettamente inutili. E allora, perché studiarle ancora? Non fanno forse bene, i giovani, ad annoiarsi a scuola e a farsi introdurre a quei temi non dalle famiglie (che non lo fanno. E vedremo perché), bensì ieri dalla televisione e oggi dai social, che di violenza, a parole e per immagini, ne hanno da vendere?

Ed ecco che siamo tornati al punto di partenza, cioè: perché, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, solo i giovani devono essere educati all’affettività? Gli adulti non ne hanno bisogno? E perché mai coloro che hanno accesso agli strumenti attraverso cui si forma l’opinione pubblica non sono in grado di farlo nella parte extrascolastica della giornata dei giovani? E qui casca l’asino.

Come si può chiedere di educare, o far educare, all’affettività a uomini (e donne) di un governo, di una maggioranza, dei suoi partiti, delle sue infinite clientele, che si ritrovano tutti – perché lì sono nati – sotto l’ombrello della figura di Berlusconi? Fino al punto di aver imposto la bandiera a mezz’asta nelle Università, nei palazzi del governo, in quelli dei governi regionali e locali, nei musei, nelle caserme, ecc., per compiangere la dipartita di un uomo – i cui resti sono poi finiti al Famedio di Milano, motivo per cui non avremo mai più un Ugo Foscolo… – che si è caratterizzato, e ha caratterizzato tutti i suoi sodali, maschi e femmine (vittime, queste ultime, di un’evidente “sindrome di Stoccolma”) per il suo sovrano disprezzo per le donne (con espressioni diventate di pubblico dominio, come “un pullman di troie”, “la patonza deve girare”, “inscopabile”, ecc. Comprese le sue orge cosiddette “eleganti”).

Si parla tanto di “egemonia culturale, che sarebbe in transito oggi da una sinistra (non pervenuta), alla destra: quella di Dante, tanto per intenderci (copyright Valditara). Ma in Italia l’egemonia culturale è in mano alla destra da più di quarant’anni (e non solo qui, anche se in questo campo siamo stati degli antesignani), proprio grazie al convoglio del berlusconismo: sesso, soldi e sport (cioè calcio). Il tutto felicemente intrecciato in un permanente “varietà” televisivo che è riuscito a mettere insieme fondamentalisti cattolici reazionari alla Gandolfini e grassatori libertini e maleducati alla Sgarbi, fascisti del XXI secolo di Casa Pound e liberali da barzelletta alla Nordio, magistrati e giornalisti spietati contro contestatori, migranti e operai in lotta e lavoratori delusi dai partiti di sinistra… Sembra una strada senza ritorno, ma un’uscita bisogna trovarla.

Se la denuncia del capitalismo e dei danni che infligge all’umanità non basta per “eliminarlo” e se dichiararsi “anticapitalista” costituisce spesso un comodo alibi per tanti compromessi, anche limitarsi a denunciare il patriarcato – che è l’orizzonte antropologico, ben più antico e ben più ampio del capitalismo e dello stesso mercato, che ne costituisce probabilmente condizione ineludibile – può diventare un alibi per la perpetuazione di comportamenti e scelte quotidiane che lo riconfermano. In entrambi i casi, capitalismo e patriarcato, non c’è un prima e un dopo, ma il continuo bisogno di individuare e aggiornare obiettivi e strumenti alla portata del nostro agire, per non rimanerne schiacciati. Non “la presa del potere” o anche solo del governo – che è da tempo una barzelletta: da parte di chi, come, per fare che? – ma un processo che ci vede sempre in cammino, se in cammino ci siamo messi. Dunque, quanto patriarcato c’è, non solo nel maschilismo ostentato, ma anche nelle tante altre cose in cui si nasconde? Innanzitutto nella partecipazione al cosiddetto lavoro domestico o, più in generale, di cura: non si tratta solo di condividere, ma anche di misurare quanto in termini di ore e soprattutto di attenzione per le cose da fare e per quelle fatte. Christian Marazzi, ne Il posto dei calzini, si rende conto che non sa dove sua moglie ripone i suoi calzini, che evidentemente gli porge già pronti. Figuriamoci il resto! Quanto basta per cogliere le distanze tra il mondo maschile e quello femminile, anche là dove sembra esserci contiguità e persino parità e collaborazione.

Poi ci sono evidenti manifestazioni di patriarcato che evidenti per tutti non sono: l’esaltazione della guerra (naturalmente quella “difensiva”) e delle armi (il cannone, simbolo fallico per eccellenza: “Viva i lanciarazzi Himars”!), la passione per la caccia, il tifo che finisce a botte, il fascino della velocità, il disprezzo per gli animali, che è disprezzo della vita (altrui), l’odio per lo straniero (migrante) dietro cui si intravvede sempre un concorrente sessuale, il culto della gerarchia – sottomettersi per poter poi comandare e altre ancora.

Naturalmente sono scelte e comportamenti da cui non sono escluse le donne, che vivono immerse nello stesso brodo in cui viviamo noi maschi, ma la loro impronta è maschile, è patriarcale. Di qui inizia un’esplorazione del nostro e dell’altrui comportamento che ciascuno dovrebbe imparare a sviluppare non da solo, ma in gruppo, come hanno fatto e continuano a fare le donne che praticano il femminismo. Questo almeno avremmo dovuto impararlo.

“Di padre in figlio” è il percorso attraverso cui si trasmette la Legge: quella “del Padre”, il Patriarca virtuale, con i risultati che abbiamo visto. Anche la lotta contro il patriarcato, dunque, come quella contro il capitalismo, non è un percorso predeterminato, ma un’esplorazione, che alla Legge del Padre, e padrone, sostituisce la cultura della sorellanza e della fratellanza: si impara tra pari.