Il secolo dei rifugiati ambientali? Il mio contributo al convengo di Milano

Sabato scorso a Milano quasi quattrocento persone, in due sale tra loro distanti e collegate in streaming (Palazzo Reale e Camera del lavoro: una sola non bastava a contenere tutti), hanno seguito per l’intera giornata il convegno Il secolo dei rifugiati ambientali? Promossa da Barbara Spinelli con il gruppo parlamentare europeo GUE/NGL, l’iniziativa è stata organizzata dalle associazioni Laudato sì – Credenti e non credenti per la casa comune, CostituzioneBeniComuni e Diritti e Frontiere con il sostegno del gruppo consiliare Milano in comune e del Centro europeo Jean Monnet. Numero e qualità dei relatori hanno funzionato da richiamo, ma le adesioni dimostrano anche che finalmente si comincia a capire che, volenti o nolenti, questo è il tema più urgente e impegnativo del presente e degli anni a venire. Leggi tutto “Il secolo dei rifugiati ambientali? Il mio contributo al convengo di Milano”

Riconquistare autonomia monetaria

Non viviamo più da tempo in un’economia di sussistenza, dove ogni comunità si sostenta con beni prodotti al proprio interno. Oggi cibo, energia, casa e altri fattori essenziali alla vita civile come salute, istruzione, assistenza, mobilità si comprano; oppure possono essere forniti dallo Stato, che a sua volta li paga con il ricavato delle nostre imposte. Senza denaro anche la cosiddetta “nuda vita” si ferma. Leggi tutto “Riconquistare autonomia monetaria”

La sovranità dell’accoglienza

Dissento radicalmente da Stefano Fassina (La sinistra nella morsa del Liberismo, il manifesto del 2.9.) secondo cui: “il demos europeo non esiste. Il demos è nazionale per radici culturali, storiche e sociali. La democrazia o è nazionale o non è”. Per questo non posso che concordare con la critica che Ianis Varoufakis muove a quelle stesse posizioni (Europeisti contro gli oligarchi, il manifesto del 6.9). Non è chiaro che cosa Fassina intenda per demos, che poi vuol dire popolo, gente: verosimilmente coesa e organizzata in corpi intermedi. Dalle sue parole risulta che condizione della democrazia sia la condivisione di un comune spirito nazionale. Leggi tutto “La sovranità dell’accoglienza”

Lavorare tutti, italiani e migranti. Ricostruiamo l’italia insieme a profughi e migranti

L’Italia, la parte più bella e più vera del suo territorio e delle sue comunità, si sta disfando. Manca la manutenzione, quella ordinaria e quella straordinaria. I danni e le vittime, i lutti e i costi provocati dall’ultimo terremoto ne sono solo l’ennesima conferma. Con venticinque milioni di abitanti che vivono in zone ad alto rischio sismico, niente è stato fatto né predisposto per prevenire tragedie e devastazioni, che a detta di tutti i geologi, avrebbero potuto essere evitate. Ma dove non arrivano i terremoti, o in aggiunta ad essi, provvede il dissesto idrogeologico: in parte provocato dall’abbandono di terre, insediamenti e attività non sostenuti da interventi pubblici per garantire tutto quello che potrebbero dare al resto del territorio; in parte, ma soprattutto, provocato dalla cementificazione selvaggia:  sia quella abusiva (e figuriamoci se una costruzione abusiva rispetta le norme antisismiche!); sia contrattata o promossa direttamente da “autorità” che avrebbero l’obbligo primario di salvaguardare il territorio e invece lo svendono per “salvare” i bilanci; sia imposta dall’alto, con quelle Grandi Opere contro cui si battono (per ora senza successo, con l’eccezione della Valle di Susa) le comunità locali.
Quella delle Grandi Opere e dei Grandi Eventi (per “far ripartire il paese”, che invece affossano) è una logica perversa che impregna la politica istituzionalizzata in ogni sua articolazione. Non ci sono solo il Mose (che probabilmente dovrà essere smontato e portato via, perché, come previsto, non funziona), il TAV Torino-Lione o il sottopasso TAV di Firenze (che non verranno mai realizzati dopo aver inghiottito centinaia di milioni) e tante altre opere incompiute o inutili (come l’autostrada Brebemi, dove non passa quasi nessuno). L’area più a rischio del paese, il crinale appenninico centro-meridionale, invece di venir messo in sicurezza antisismica, verrà attraversato da un gigantesco gasdotto che dalle Puglie dovrebbe rifornire tutto il resto dell’Europa (e che una scossa sismica potrebbe far esplodere in qualsiasi punto del suo tracciato), da progetti di trivellazioni e geotermici mortiferi per la qualità del paesaggio e delle produzioni agricole, e dall’autostrada Orte-Mestre (viadotti e gallerie in grandi dosi), che la mancanza di fondi aveva temporaneamente cassato, ma che ora, con la “flessibilità” (quella concessa dall’UE), è stata resuscitata.
Ed è sempre la logica delle Grandi Opere quella che impedisce di affrontare il più urgente di tutti i programmi in cui dovrebbe impegnarsi l’Italia (insieme a tutto il resto del mondo): quello della conversione ecologica, e innanzitutto energetica, del paese. Perché sia la conversione ecologica che la manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio non sono fatte solo da tante piccole opere studiate a misura del territorio e delle esigenze delle sue comunità, come ormai hanno capito in tanti, mentre il Governo da questo orecchio proprio non ci sente. Entrambe richiedono anche un’inversione radicale della logica che lega la politica agli affari; al punto che, per l’attuale classe dirigente, dove non ci sono affari non c’è politica; oppure deve essere la politica a creare l’occasione di nuovi affari: spendendo denaro sottratto ai cittadini e alla soddisfazione delle loro esigenze, devastandone il territorio, promuovendo la corruzione, creando e mantenendo un universo di finti imprenditori che senza appoggi di Stato non saprebbero mettere insieme due mattoni (altro che liberismo!).
Eppure, gran parte delle condizioni per un radicale cambio di rotta ci sono. Il problema è metterle insieme, e non è una cosa facile; ma soprattutto occorre sbarazzarsi dell’attuale classe dirigente, abbarbicata alla logica perversa dell’identità tra politica e affari che ha presieduto, irreversibilmente, alla sua formazione.
Come? Innanzitutto, contro il trend che ha caratterizzato gli ultimi decenni e che la riforma costituzionale di Renzi vorrebbe consolidare, va rivendicata piena autonomia fiscale e decisionale ai territori: ai Comuni, alle istituzioni del decentramento, alle unioni di piccoli Comuni che la legge prevede ma che non sono mai state fatte. E’sul territorio, nelle comunità, che i problemi della vita quotidiana si conoscono, si possono individuare e tradurre in progetti; ed è lì che si può esercitare un controllo sulla loro selezione e realizzazione, promuovendo la partecipazione e la democrazia dal basso.
In secondo luogo bisogna valorizzare il sapere diffuso sul territorio: le comunità sono piene di uomini e donne ricche di saperi tecnici, di esperienze professionali, di passione e di conoscenze di qualche caratteristica del loro habitat; tutte cose che non vengono mai adeguatamente valorizzate e che invece potrebbero avere un ruolo fondamentale nell’orientare sia il dibattito sulle iniziative da intraprendere, sia il controllo su quello che viene fatto. La democrazia partecipata è anche e soprattutto questo.
In terzo luogo, bisogna far emergere dal tessuto dell’associazionismo e delle iniziative di base una nuova imprenditoria. Inutile contare sulla trasformazione dei politici in finti imprenditori a cui assistiamo quotidianamente; o continuare ad accettare che l’imprenditorialità si trasmetta di padre in figlio. Quella serve solo, e neanche sempre, a perpetuare l’attuale assetto degli affari. Se invece si vuole promuovere una vera imprenditoria sociale, bisogna andare a cercarla là dove si sta già manifestando: nella capacità di mettere, tenere e far lavorare insieme un gruppo grande o piccolo di persone che condividono una o più finalità comuni.
Poi, ed è la cosa principale, bisogna distribuire il lavoro tra tutti e dare a tutti la possibilità di lavorare: a ciascuno secondo le sue capacità e le sue potenzialità. Solo il progetto di un grande piano nazionale (ed europeo) di piccole opere, finalizzato a creare lavoro aggiuntivo per chi non ce l’ha, come aveva proposto Luciano Gallino, può mettere in moto questo processo. Tutti vuol dire tutti: giovani e anziani (secondo le loro possibilità); uomini e donne; occupati e disoccupati; nativi, immigrati e profughi. Di cose da fare ce n’è per tutti, per tutti i livelli di professionalità, di capacità e di vocazione, e per molti anni. Magari lavorando tutti un po’ meno, ma senza più creare competizione e rivalità (cosa facilmente ottenibile una volta che le persone siano impegnate su obiettivi condivisi); e senza dover temere che nuovi arrivati portino via il posto a chi ancora ce l’ha. Un impiego comunque sempre più a rischio: e non perché arriva qualcuno a portarglielo via, ma perché quel posto sta scomparendo, o trasmigrando, o si sta trasformando in un impiego precario, perché questa è la logica che presiede al mondo degli affari.
I disastri e i lutti provocati dall’ultimo terremoto possono essere un’occasione per riflettere su questa prospettiva; per capire che la ricostruzione può essere pensata e realizzata in questo modo, invece di ripetere i disastri che sono state – e ancora sono – la falsa ricostruzione de L’Aquila, dell’Irpinia, del Belice e tante vicende consimili. Non c’è niente di irrealistico nel voler seguire una strada diversa. Anzi, quest’altra strada sarebbe sicuramente più efficace, ma potrebbe anche essere un esempio per introdurre una logica diversa in tanti altri territori che non sono stati colpiti dal terremoto, ma che hanno anche loro da far fronte a grandi e piccoli dissesti.

L’accoglienza è la nuova frontiera

La globalizzazione non è solo “libera” circolazione di capitali, merci e informazioni (ma non di persone, verso cui si sono moltiplicati i divieti). Oltre al suo risvolto “esterno”, internazionale, la globalizzazione ne ha uno “interno”, locale e personale. E’ il primato incondizionato della competitività: il totem di governi, finanza, manager, economisti. Non concorrenza tra operatori su un piede di parità, ma sopraffazione del più forte, colpevolizzazione del soccombente, emarginazione di chi “non ce la fa”. Prove? La Libia, una volta liberata, se mai lo sarà, venderà il suo petrolio al miglior offerente o a chi sta accaparrandosi il controllo dei suoi pozzi? E un lavoratore senza tutele né contratto può negoziare con il suo datore di lavoro su un piede di parità, quando uno può assumerlo e licenziarlo quando vuole e l’altro non può fare né una cosa né l’altra?
Questo predominio dei rapporti di forza viene mascherato dall’ideologia neoliberista del mercato e dall’esaltazione del merito. Ma chi giudica del merito altrui? Rondolino? E che meriti ha per poter giudicare? E chi lo ha messo lì?. Ma la situazione viene percepita come un regime di generale insicurezza che spinge le persone a “ripiegarsi su se stesse”; a rifugiarsi in un’identità, nazionale, culturale o “comunitaria”, fittizia; come le “radici celtiche” ai tempi di Bossi, quelle “giudaico-cristiane” di Giuliano Ferrara (ma, ovviamente, non solo sue), quelle “british” riemerse nel Regno unito, o il primatismo bianco dei sostenitori di Trump. Di fatto, spinge sulla strada di un crescente razzismo, prima inconsapevole, poi sempre più esplicito, da cui è difficile tornare indietro.
Ma rinchiudendosi su se stessi non si sfugge alla legge ferrea della competitività, che continua a dominare anche nelle enclave nazionali, etniche e comunitarie in cui si cerca riparo. Qui la competitività produce soprattutto diffidenza: fa del nostro compagno di lavoro un concorrente, del nostro vicino di casa un possibile aggressore, di una donna libera un’aspirante al tradimento, del nostro ex-uomo un potenziale femminicida, dei nostri figli degli usurpatori… E’ quello stesso meschino sentire autocentrato che ci spinge a disinteressarci sia delle guerre che crescono ai confini dell’Europa, e di cui i nostri governi portano pesanti responsabilità, sia dei profughi che esse generano insieme al dissesto ambientale che spesso le precede e sempre le segue. Paghi del fatto che in fin dei conti “si ammazzano tra di loro” (ce ne preoccupiamo solo se quelle guerre arrivano a casa nostra sotto forma di terrorismo) e che, se Stati ed eserciti occidentali intervengono, è per legittime operazioni di “polizia internazionale” di cui farsi un merito. Come se non ci fosse “competitività”, e nelle forme più estreme, nella promozione e nella gestione di quelle guerre. In questo modo la dimensione esterna, internazionale, e quella interna, l’individualismo esasperato, della globalizzazione si avvitano in una spirale: un mondo di orrori.
Impossibile cambiar rotta senza sovvertire la visione del mondo che mette al centro i totem della competitività e del merito, sostituendolo, a tutti i livelli, con pratiche, progetti e rivendicazioni improntate alla solidarietà. Ma da dove cominciare? Da ciò che sta al centro dello scontro politico, sociale e culturale di oggi, quello da cui dipende il destino dell’Europa: l’accoglienza.
“Non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo” aveva detto Michel Rocard, oggi ripreso da coloro che cercano di dare alle politiche di respingimento un’apparenza di realismo. Nel 2050 – aggiungono – in Africa ci sarà un miliardo di esseri umani in più: se apriamo e porte verranno tutti qui. Certo, tutta la miseria del mondo non possiamo accoglierla: va distribuita equamente per combatterla su tutto il globo. Ma un po’ ne possiamo accogliere. E molta di quella miseria è già qui. L’abbiamo creata noi, senza bisogno di importarla: nei ghetti urbani, con la disoccupazione e il precariato, con i working poor, con le nuove povertà, nell’abbandono dei giovani. Dobbiamo forse respingere altrove anche questa? E dove? E come? Non è che molti cittadini europei sono disoccupati o emarginati perché il loro posto, o i loro soldi, o le loro case vengono dati ai profughi. E’ che si respingono profughi e migranti (o li si tiene a far niente in isolamento, incattivendoli e suscitandone il risentimento) perché si è già fatto qualcosa di simile a milioni di europei.
Quel miliardo di esseri umani in più non cercherà comunque di venir tutto da noi. Non tutti i profughi costretti a fuggire da guerre, miseria o dissesti ambientali imboccano la via dell’Europa; se possono si fermano il più vicino possibile ai luoghi da cui sono fuggiti, sperando di tornarvi. La maggioranza dei profughi dell’Africa o del Medio Oriente riempie i campi dei paesi vicini e non i gommoni che cercano di traversare il Mediterraneo. Poi la migrazione verso le città come verso l’Europa è selettiva: partono, con le risorse di intere famiglie, contando di procurarsi un reddito con cui aiutarle, le persone più giovani, più forti, più istruite. E molti di quelli che riescono a raggiungere l’Europa vorrebbero ritornare, se solo si creeranno le condizioni per farlo. E’ a questo che dovremmo lavorare tutti; non “sulla loro testa”, ma “con loro”: sono intraprendenti; conoscono il loro paese e le loro comunità; in poco tempo possono acquisire conoscenze, professionalità, relazioni e persino risorse per fare da ponte tra i nostri paesi, le nostre culture, la nostra economia e le loro; innescare, insieme a tanti giovani europei desiderosi di farlo, circuiti di interscambio per migliorare i rispettivi paesi, rendendo reversibili molti percorsi migratori. Ma occorre che possano organizzarsi, per contribuire da protagonisti a riportare pace e risanamento sociale e ambientale nei loro paesi di origine.
L’Europa ha comunque bisogno di braccia e personale qualificato: senza immigrazione verrebbero a mancare, di qui al 2050, quasi cento milioni di nuovi europei mentre la popolazione rimasta sarà sempre più scarsa, più vecchia e più stanca. Ma l’Europa ha bisogno soprattutto di persone: portatrici di culture differenti, meno impregnate di individualismo, di diffidenza e di rivalità (quelle instillateci dal pensiero unico), più attente ai legami di solidarietà; ma soprattutto portatrici di indicibili storie di sofferenza con cui farci riscoprire la virtù dell’empatia. Dobbiamo far nascere in noi la capacità di confrontarci con ciascuno di loro senza pretese di superiorità; “imparando a imparare” ciascuno da tutti gli altri, come tante esperienze di incontro tra i bambini nelle scuole ci fanno vedere. Le risorse umane per promuovere la solidarietà non mancano: bisogna valorizzarle meglio. Quelle finanziarie neanche; ma sono state sequestrate dalle politiche di austerità. Se gli 80 miliardi che la BCE regala ogni mese alle banche in cambio di carta straccia venissero destinati a progetti di conversione ecologica ci sarebbero occupazione, reddito e futuro per tutti: cittadine e cittadini europei, profughi e migranti.
Il respingimento dei profughi ha davanti solo un futuro di guerre, razzismo, miseria e apartheid. La ricostruzione dell’Europa è invece legata alle opportunità che, pur tra ostacoli e difficoltà, ci offrono il loro arrivo, le loro vicende, la loro presenza. E allo slancio con cui migliaia di persone, e soprattutto di giovani, si adoperano per rendere meno acute le loro sofferenze

Come si crea il nemico in casa

Dal razzismo nessuno è immune. Lo succhiamo con il latte materno. Lo assorbiamo con l’aria che respiriamo. Lo pratichiamo in forme spesso inconsapevoli. Per liberarcene ci vuole attenzione alle parole che usiamo e agli atti che compiamo. Non essere razzisti non è uno stato “naturale”; è il frutto di una continua autoeducazione. E’ come con la cultura patriarcale, a cui il razzismo è strettamente imparentato e che riguarda, in forme differenti, sia gli uomini che le donne; che ne sono spesso sia vittime che portatrici inconsapevoli. Ma anche il razzismo si manifesta, in forme diverse, sia in chi lo pratica che nelle vittime. Il pensiero postcoloniale ha fatto capire quanto è lunga la strada delle vittime per liberarsi dagli stereotipi dei dominatori. Questo è il “grado zero” del razzismo; che ha poi molti altri modi, vieppiù pesanti, di manifestarsi.
Primo: fastidio. Anch’esso in gran parte inconsapevole, ma più facile da riconoscere. Fatto di mille atti di insofferenza: l’uso, a volte ironico, di termini offensivi; il volgere lo sguardo altrove; la contrapposizione tra “casa nostra” e chi casa e paese suoi non li ha più. Nelle classi svantaggiate ha radici nella competizione, vera o presunta, per spazi, servizi e lavoro. Poi vengono le parole e i gesti aggressivi e discriminatori: l’affermazione di una “nostra” superiorità; le iniziative per escludere, separare, discriminare; le  angherie che giustificano emarginazione e sfruttamento con differenze “razziali”. Fin qui la pratica del razzismo è affidato all’iniziativa “spontanea” dei singoli. Poi vengono le azioni organizzate, come i pogrom di varia intensità e la delega alle istituzioni: le angherie contro profughi, migranti, sinti e rom, della polizia o delle amministrazioni locali; le campagne di stampa e media contro di loro; le politiche di respingimento e le leggi discriminatorie. Ma ovviamente non ci si ferma qui. Il grado superiore è trattare profughi e migranti come scarafaggi, il loro confinamento fisico e, alla fine, le politiche di sterminio. Implicite, quando si affida a Stati “terzi” il compito di provvedervi, chiudendo gli occhi su ciò che questo comporta. Esplicite, quando vengono gestite direttamente. La Shoah è stata la manifestazione più aberrante di questa deriva; ma, prima di essa, lo sono stati i massacri del colonialismo e ora lo sono le pulizie etniche delle molte guerre civili del nostro tempo. Ma una volta la popolazione poteva far finta di non vedere. Oggi, nel villaggio globale dei media, le stragi le vediamo ogni giorno sul teleschermo. Ma vediamo anche quanto sia facile scivolare lungo la china della ferocia; e quanto sia invece difficile risalirla in senso inverso. D’altronde la strada che collega volgarità e prepotenza verso le donne al femminicidio, che in guerra può comportare stupri di massa, schiavitù e stragi, ha una unidirezionalità analoga.
Alla luce di queste considerazioni, l’alternativa tra respingimenti e accoglienza di profughi e migranti – che sta dividendo la popolazione di tutto l’Occidente “sviluppato” in due campi contrapposti, facendo terra bruciata delle posizioni intermedie – dovrebbe indurre a chiedersi quali possibilità di successo abbia il respingimento. Non nel suscitare consenso – qui il suo successo è travolgente – ma nel realizzare i suoi obiettivi. Ma anche se invocarlo non faccia percorrere a tutti, e in tempi rapidi, la strada che dal razzismo inconsapevole conduce allo sterminio. Non sono in gioco solo politica, diritto e convivenza, ma l’idea stessa che ci facciamo di noi e degli altri come persone.
Innanzitutto respingere, se si riesce a farlo, vuol dire rigettare tra gli artigli di chi li ha costretti a fuggire coloro che cercano asilo nei nostri territori; condannarli a inedia, morte, angherie e ferocia da cui avevano cercato di sottrarsi; o, peggio, farne le reclute di milizie e guerre da cui siamo ormai circondati, dall’Africa al Medioriente; o, ancora, affidare il compito di farla finita con “loro” – nella speranza, vana, di dissuadere altri dal tentare la stessa strada – a Stati, potentati o bande criminali che si trovano lungo la loro strada.
Ma respingere è più un desiderio che una possibilità reale: molti Stati da cui provengono profughi e migranti non hanno accordi di riammissione; non sono disposti a “riprenderseli”; non hanno istituzioni e mezzi per farlo. O li usano per ricattare, come fa il Governo turco. Per sbarazzarsene bisogna lasciarli affogare. Altrimenti, in Italia e in Grecia, i due punti di approdo, le persone cui viene negata l’accettazione – asilo, protezione sussidiaria o umanitaria, permesso di soggiorno – vengono abbandonate alla strada e alla clandestinità: merce a disposizione di lavoro nero e criminalità. In questa condizione sono già in decine di migliaia. Ma se il resto d’Europa continuerà a mantenere barriere ai confini di questi paesi, non ci sarà altra soluzione che quella di enormi campi di concentramento dove internare centinaia di migliaia di refoulés, senza alcuna prospettiva di uscita. Nessuno ne parla, ma il Governo non sta facendo niente per far aprire ai profughi sbarcati in Italia le porte di tutta l’Europa. Ma poi, dopo i campi di concentramento, cos’altro?
Ma mentre le politiche di respingimento infieriscono sul popolo dei profughi, legittimando ogni forma di razzismo, e si moltiplicano le stragi che accompagnano le guerre cosiddette “umanitarie”, non si fanno i conti con il fatto che in Europa ci sono decine di milioni di cittadini europei (oltre quaranta milioni di religione musulmana) legati da vincoli di cultura, religione, nazionalità e parentela, alle vittime dei soprusi perpetrati dentro e fuori i confini dell’Unione. Come si può pensare che tra loro non maturi una ripulsa ben più forte che quella che proviamo noi? Ma anche, tra molti, soprattutto giovani, la pulsione a “colpire nel mucchio”, come succede a tante vittime “collaterali” dei nostri bombardamenti? E’ uno stragismo che ha poco a che fare con la religione, ma molto con un senso pervertito di indignazione. Affrontare questi fenomeni senza una politica di riconciliazione (e, ovviamente, di pace) dentro e fuori i confini d’Europa significa promuovere l’apartheid. Ce n’è già tanto, ma di strada da percorrere è ancora molta. Con le politiche di respingimento si fa credere che adottandole potremo mantenere il nostro stile di vita e i nostri consumi, per quanto insoddisfacenti. Invece, che si accolga o si respinga, le nostre vite e le forme della convivenza sono destinate a cambiare radicalmente. Niente sarà più come prima.

L’Unione Europa si sgretola, prigioniera dei suoi mali. Ma senza Europa il cambiamento non è possibile

Non è ancora il colpo di grazia, ma sicuramente il voto che ha deciso l’uscita del Regno Unito è una tappa decisiva verso la dissoluzione dell’Unione europea. Un esito irreversibile che mette all’ordine del giorno la sua ricostruzione su basi completamente nuove: una sua “rifondazione”. Perché è chiaro che in un mondo globalizzato non c’è alcuno spazio per l’autonomia politica delle piccole nazioni. La politica, che per noi è lotta e conflitto sociale, o si sviluppa in un orizzonte per lo meno europeo, o è condannata comunque alla sconfitta. Leggi tutto “L’Unione Europa si sgretola, prigioniera dei suoi mali. Ma senza Europa il cambiamento non è possibile”

Il gioco crudele del Migration compact

Con la “strepitosa” (come dice lui) proposta del Migration compact – prelevata peraltro di peso da un documento elaborato dallo staff della sua affiliata Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea – Renzi sostiene di aver trovato la soluzione per bloccare il flusso dei profughi provenienti dall’Africa. Si tratta non solo di pagare i governi degli Stati di origine o di transito dei profughi perché li trattengano lì, o ne accettino il rimpatrio, sul modello dell’accordo tra UE e Turchia, ma anche di promuovere sviluppo e occupazione in tutti quei paesi, perché i loro abitanti non abbiano più motivi di emigrare. Leggi tutto “Il gioco crudele del Migration compact”

Ancora sul Migration Compact

Cresce nella governance dell’Unione lo stato confusionale sul problema dei profughi, e non solo. Otto anni di austerity non hanno dato ai cittadini europei nessuno dei risultati promessi, ma i suoi fautori non possono ammetterlo: così si barcamenano tra “flessibilità”, sforamenti dei deficit e moneta facile senza ottenere il minimo effetto su occupazione, redditi, investimenti. Leggi tutto “Ancora sul Migration Compact”

Il cinico bluff del Migration compact

La questione dei profughi è salita di livello, sbarcando in Giappone, al tavolo del G7, come questione centrale per il futuro del pianeta. Non poteva andare diversamente. L’Austria ha mostrato una popolazione spaccata esattamente a metà tra chi vuole respingerli e chi accoglierli: una divisione che taglia verticalmente partiti, culture, religioni, classi sociali e divide tra loro gli Stati in tutta l’Europa. Ma una fotografia di umori presenti in tutti i paesi europei. Leggi tutto “Il cinico bluff del Migration compact”