Il mondo salvato dai ragazzini?

Venerdì 15 marzo milioni e milioni di studenti e studentesse, in decine di migliaia di scuole di tutto il mondo, faranno sciopero e riempiranno le strade di cortei. Ad essi si uniranno anche molte altre cittadine e cittadini che ne condividono rabbia e obiettivi. La rabbia è di chi si vede rubato il futuro dall’inerzia e dalla complicità delle classi dirigenti di tutti i paesi del mondo, e soprattutto dai “signori della Terra”: quelli che gestiscono economia e finanza a spese del nostro pianeta e di chi lo abita. L’obiettivo è quello di far mettere la lotta contro i cambiamenti climatici al centro dell’agenda di tutti i centri di potere, dai governi nazionali alle istituzioni internazionali, dalle municipalità alle associazioni imprenditoriali, dai sindacati alle cosiddette “forze politiche”.

E’ questo obiettivo quello che, per ora, nel giro di pochi mesi, ha spinto migliaia di giovani a disertare le lezioni per rispondere all’appello lanciato da Greta Thunberg, la studentessa svedese che, decidendo di andare in piazza invece che a scuola ogni venerdì, per gettare l’allarme, ha cominciato a smuovere molte coscienze: per spingerle a salvaguardare condizioni di esistenza e convivenza decenti non più solo, come si ripete nelle giaculatorie ufficiali, per “le future generazioni”. No. Già per la generazione che si affaccia alla vita ora e che ha capito che con la nostra insipienza e la nostra inerzia le stiamo preparando un vero inferno. Da cui molti sono già stati inghiottiti: non si spiegherebbero altrimenti origini e dimensioni delle migrazioni in corso, che è ormai l’unico problema che preoccupa governi e forze politiche di mezzo mondo, se non si capisce che si tratta di un effetto, non di una causa. Mai uno scontro generazionale si è prospettato più radicale. Se questo movimento di giovani continuerà a crescere in dimensioni, radicalità e capacità di articolarsi in programmi e iniziative, come è giusto e probabile che sia, sarà esso, e non le forze politiche “di opposizione”, che continuano a rimestare sigle, personaggi e programmi, a invertire e rovesciare le tendenze in atto, apparentemente irresistibili, che stanno precipitando il mondo in un abisso di nazionalismi, razzismi, cinismo, ignoranza e rassegnazione. Una deriva che non può essere contrastata solo a livello nazionale, e nemmeno solo a livello europeo ma che ha bisogno del mondo intero come palcoscenico: quello che il movimento messo in moto da Greta Thunberg sta conquistando. Per ora questa “insorgenza” non ha ancora un programma che non sia la mera denuncia. Denuncia che ha riscontri precisi in coloro, soprattutto scienziati, ma anche “militanti” ambientalisti (non tutti; e nemmeno la maggioranza) che si adoperano da decenni per far capire la gravità del problema a Governi, media, imprenditori, manager e, soprattutto, a una parte di “opinione pubblica”, quella raggiungibile attraverso canali associativi, perché la maggioranza dei cittadini, grazie a un vero e proprio tradimento degli addetti all’informazione, è stata spinta a ignorarla, sottovalutarla, dimenticarla. Ma se cause e dinamiche dei cambiamenti climatici sono chiare e accessibili a chiunque se ne voglia informare, le risposte da dare sono ancora avvolte nella nebbia. Perché non c’è solo da abbandonare il più presto possibile tutti i combustibili fossili e passare alle fonti rinnovabili. Quel cambio di rotta – lo ha spiegato Naomi Klein nel suo libro Una rivoluzione ci salverà – richiede una dislocazione radicale del potere dai centri di comando attuali alle comunità, in tutti i principali settori della produzione e della gestione del territorio. Forme di autogoverno ancora in gran parte da costruire o ricostituire, una democratizzazione di tutte le istituzioni, non solo pubbliche, ma anche private: imprese, corporations, finanza; per lo meno quelle al di sopra di una certa soglia dimensionale. Per questo è inutile aspettare la green economy e prospettare la conversione ecologica come un business. Se lo fosse, o lo potesse essere, sarebbe già avvenuta.

Il problema è il “come?”. Come tradurre in programmi, progetti, realizzazioni e gestioni democratiche le indicazioni che derivano dalla dimostrata insostenibilità del modo attuale di condurre gli affari sia economici che di governo? Qui, con la lodevole eccezione di pochi tecnici che vi si cimentano e di moltissime associazioni e comitati che hanno sviluppato esperienze esemplari, soprattutto in campo agricolo e alimentare, gran pare del lavoro è ancora tutto da fare. Ma da oggi si può cercare di farlo, in modo concreto, qui e ora, in un confronto serrato con le giovani generazioni che hanno compreso l’importanza del problema. Questo dà la misura della distanza della “politica”, sia di governo che di opposizione, dai problemi che la nascita di questo movimento mette all’ordine del giorno. Che cosa ha a che fare questa insorgenza con lo schieramento compatto di partiti, giornalisti, industriali, sindacati, ministri e portaborse che invece che di Greta Thunberg si sono messi al seguito delle sette madamine di Torino per spiegarci che dal tunnel del Tav Torino-Lione (che forse entrerà in funzione tra quindici anni, o forse mai) dipende il futuro della nazione, dello “sviluppo”, dell’ambiente, del benessere? C’è forse qualcosa che possa mostrare meglio di questa caduta in un delirio collettivo la distanza che separa l’agenda delle nuove generazioni, e la sua impellenza, dall’ottusità di quelle vecchie? Quelle che stanno trascinando tutti e tutto verso il baratro ambientale, facendolo comunque precedere o accompagnare da un baratro non meno devastante di identitarismo e di razzismo, anche se malamente mascherato?

“Scienza” o ricerca scientifica?

Tre soubrette del pensiero, Matteo Renzi, Beppe Grillo e Roberto Burioni, hanno firmato un “patto per la scienza”, invitando tutte le forze politiche a sottoscriverlo; un “patto” è un documento vincolante il cui nome viene dal latino pax, pace. I tre invitano la politica non solo a far pace con la “scienza”, ma anche a muover guerra agli “pseudoscienziati”: quelli che “con affermazioni non dimostrate e allarmiste, creano paure ingiustificate tra la popolazione nei confronti dei presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica e medica”. Dunque, l’obiettivo di questo patto sembra soprattutto quello di mettere al bando – “non tollerare” – come già è stato fatto, alcune categorie di professionisti in campo medico: forse tutti quelli che praticano medicine alternative, assimilandoli, senza alcuna verifica, alla “stregoneria”; ma soprattutto quelli che contestano l’obbligatorietà dei vaccini di cui il prof. Burioni – questo Zichichi della medicina – è diventato il paladino nazionale, vendendola come incontestabile verità scientifica.

Alcuni scienziati-divulgatori, di cui Burioni e la senatrice Cattaneo sono oggi i principali esponenti in Italia, amano presentare la scienza come una “cosa” unica, rinchiusa in un recinto a cui possono accedere solo gli addetti ai lavori (“la scienza non è democratica” ribadisce Burioni), che si legittima attraverso, e solo attraverso, il suo metodo, anch’esso presentato come unico. Che cosa ci sia però in comune tra, per esempio, un matematico che sviluppa un teorema nella sua testa, e poi trascrive i suoi pensieri su un pezzo di carta con la matita, per poi riversarli in un computer in forma più elaborata, e vedersi stampato su una rivista l’articolo, se supera la peer review, da un lato,  e, dall’altro,  il direttore di un acceleratore di particelle costato centinaia di miliardi e servito da migliaia di scienziati e di tecnici, finalizzato a scoprire che cosa sarebbe successo un miliardesimo di secondo dopo il big bang, richiederebbe forse, vista la diversità dei rispettivi “laboratori”, un’analisi più approfondita. Anche se i risultati acquisiti da entrambi possono avere importanti ricadute tecnologiche e, nel secondo caso, trattandosi di una “grande opera”, anche rilevanti impatti economici sui fornitori di quell’apparecchiatura. Il “metodo scientifico” di chi continua a parlare di “scienza” in generale sarebbe ciononostante unico in quanto fondato comunque su due pilastri: l’esperimento, che isola un fenomeno o un processo da tutto quello che gli può succedere intorno, per analizzane il comportamento; e la falsificabilità: cioè il fatto che un diverso esperimento possa contraddire le conclusioni ricavate da quello precedente. Resta però aperta la possibilità che in mancanza di un approccio olistico, proprio l’isolamento che esclude, o cerca di escludere, il mondo esterno dal campo dell’esperimento finisca per fornire un’immagine della realtà falsata o comunque parziale. Per questo la “falsificazione” di un risultato, o della teoria che su di esso si fonda, che è ciò che fa progredire la conoscenza, spesso non nasce nel recinto chiuso della “scienza”; specie quando una “comunità scientifica” autoreferenziale si erge a guardiana della sua purezza e della propria intangibilità; bensì dalle brecce di quel recinto che lasciano filtrare qualcosa del mondo reale che la “scienza” aveva escluso dal suo ambito. In altri termini la scienza e i suoi metodi non possono pretendere di essere al di fuori e al di sopra della storia, come fanno la religione o il dogma; sono realtà storiche, che si sono sviluppate riflettendo e “internalizzando” le strutture sociali in cui le pratiche della ricerca scientifica si sono trovate di volta in volta inserite; oppure, e questa è il riscontro della loro storicità, contestando le une per cambiare le altre. O viceversa.

Queste cose – va ricordato a chi continua a trattare il ’68 come un movimento “senza cultura” – erano perfettamente note alla “cultura” del  68; anzi, erano in gran parte la sostanza di quella cultura, il suo risultato più importante; quello che ha contribuito a delegittimare l’edificio dei saperi cristallizzati nella organizzazione dell’Università e della ricerca; e con esso le gerarchie sociali e l’organizzazione del lavoro che quei saperi a loro volta legittimavano: spianando la strada a una vigorosa contestazione dell’ordine esistente, a partire dalla fabbrica, che era allora il cuore di tutta l’organizzazione sociale. Quella cultura aveva allora trovato casa innanzitutto nelle università occupate di quasi tutti i paesi del mondo; e in Italia un’importante sintesi, ma certo non l’unica, nel libro L’ape e l’architetto di Marcello Cini: uno scienziato.

Ed ecco il punto: non entro nel merito – non ne ho le competenze – delle numerose ricerche che contraddicono le certezze del prof. Burioni sui vaccini, o di quelle che contraddicono le certezze della senatrice Cattaneo sugli Ogm. Ma se centocinquanta pediatri o medici di base, che hanno seguito i loro pazienti per molti anni di seguito – senza circoscrivere le loro competenze ai risultati di una prova di laboratorio fatta da chi i vaccini li produce – arrivano a sostenere che i soggetti non vaccinati presentano in genere una salute più solida di quelli vaccinati e una maggiore resistenza alle infezioni, bè; allora anche solo per questo, e a prescindere da tutto il resto, una verifica rigorosa di queste loro affermazioni, non affidata solo alle loro percezioni soggettive, ma neanche solo agli interessi di big pharma, andrebbe messa in campo. Invece di stringere “patti” per costringerli al silenzio o cacciarli dall’ordine. O no?

I sicari dell’Unione

Ma perché, mentre tutti gli Stati del mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, da Israele ai paesi membri dell’Unione Europea, dalla Birmania al Bangladesh, fanno di tutto per respingere dal proprio territorio profughi e migranti, la Libia fa invece di tutto per riprenderseli? Fino al punto di aver istituito in mare una propria zona Sar (ricerca e salvataggio) fasulla e a minacciare quelli che salvano naufraghi che nessuno soccorre per costringerli a riportarli nei porti da dove erano fuggiti?

Intanto, non si tratta della Libia, ma di alcune milizie, cioè bande armate di predoni che controllano solo una parte del suo territorio e che si nascondono dietro al Governo fantoccio di Serraj. Che è sì riconosciuto dall’Onu, ma quelle bande non le controlla e ne è anzi controllato. Bande con le quali Minniti prima e Salvini poi hanno stretto degli accordi di cui si ignora il contenuto, ma che la Commissione europea ha in qualche modo ratificato, finanziandole attraverso il Governo Serraj. Ma la risposta vera è che per quel servizio quelle bande vengono pagate tre volte.

Innanzitutto, perché a gestire le partenze dei migranti che affrontano la via del mare sono, nella veste di “scafisti” – ma “scafisti” che non salgono mai sugli scafi, perché li fanno guidare da un profugo, per lo più digiuno di navigazione – le stesse bande che poi ne gestiscono la cattura e il rientro con le divise della Guardia costiera libica.

In secondo luogo, perché a finanziare le Guardie costiere libiche – sono più di una; almeno tre – a pagare le loro divise, le loro imbarcazioni, i loro stipendi, il carburante, sono l’Unione Europea e l’Italia: sia con fondi dell’Unione che con poste, sia ufficiali che segrete, del bilancio italiano.

In terzo luogo, perché una volta riportate in Libia, le persone “salvate” vengono ammucchiate e rinchiuse in orrendi stanzoni, dove riprendono regolarmente le pratiche a cui erano sottoposte prima di imbarcarsi: stupro, se giovani donne; fame, sete, malattie, per tutti; ma soprattutto torture per estorcere – per la seconda volta – ai loro parenti rimasti a casa o già insediati in Europa altro denaro. Per poi imbarcare quelli che sopravvivono una seconda o una terza volta, facendosi pagare di nuovo.

Ma c’è un perché a tutto. La Libia, ovvero la parte della Libia affidata al governo Serraj, che è la Tripolitania, è di fatto, dopo il rovesciamento e l’assassinio di Gheddafi, una dépendance dell’Unione Europea. Che, oltre che succhiarne tutto il petrolio e il gas che può (ma questo lo fa anche nelle altre parti del paese, quelle sotto il controllo del generale Haftar: Cirenaica e Fezzan) la usa come campo di concentramento – in realtà di sterminio – dove rinchiudere i fuggiaschi dall’Africa e da altri paesi per evitare di doverli accogliere; dopo averne però saccheggiato, devastato e compromesso con i cambiamenti climatici i territori, costringendo una parte crescente delle loro popolazioni a cercare altrove il modo di sopravvivere. Tutta la politica migratoria dell’Unione Europea è orientata a questo esito: che le destre, al governo di alcuni paesi membri e all’opposizione in altri, rivendicano apertamente; mentre i partiti di centro o di sinistra, ancora al governo della Commissione e di molti altri Stati membri, non fanno che adeguarsi.

In tutto questo Salvini non è che un balocco nelle loro mani. Apparentemente strepita contro l’Unione che non condivide l’onere dei rifugiati a cui l’Italia è sottoposta in quanto principale paese di approdo. Ma né Lega né Cinquestelle hanno mai proposto una politica europea comune; e nel Parlamento europeo la Lega ha votato contro la prima parziale revisione del regolamento di Dublino: quello che impone ai paesi di prima accoglienza di profughi e richiedenti asilo di farsi carico della loro gestione. A Salvini, ma anche al suo socio di governo, le cose vanno bene così: avere sul territorio nazionale tanti migranti irregolari, denominati “clandestini”, alimenta l’allarme di una popolazione e di un elettorato esposti alla presenza di persone forzatamente allo sbando, spacciata per un’invasione che l’Europa non vuole fermare. E in effetti, anche all’Unione le cose vanno bene così; per lo meno fino a che Salvini si assumerà in prima persona il “merito” dei respingimenti; e anche delle morti in mare provocate dalla guerra alle Ong e dalla chiusura dei porti. Scelte poi adottate da tutti gli altri Stati rivieraschi dell’Unione.

Salvini si vanta perché con i porti chiusi sono diminuiti gli sbarchi. Ma sono annegate molte più persone: le navi delle Ong non possono più vedere quello che succede, le flotte delle missioni Euronavfor e Frontex si sono ritirate lontano dalle coste libiche; non si saprà mai quante persone sono naufragate perché nessuno le può più nemmeno contare. Ma poi, che ne è di coloro rimasti in Libia perché non riescono a partire, o perché vi vengono riportati? Lo si sa benissimo: lo hanno detto l’Onu, l’Unhcr (la sua agenzia per i profughi), l’Oim (la sua agenzia per i migranti) e molti cronisti: in Libia si perpetra per conto dell’Unione Europea lo sterminio di decine di migliaia di migranti che nessuno vuole accogliere. Ad assumersi onori e oneri di questa politica è il governo italiano, i sicari dell’Unione. Ma i rapporti di forza tra Nord e Sud del mondo si stanno invertendo: essersi messi nelle mani della Turchia di Erdogan per respingere i migranti non ha insegnato niente. Adesso la governance europea, e l’Italia, sono in mano a tre bande di predoni li

Abbiamo bisogno dell’Europa?

Sì. Abbiamo bisogno dell’Europa. E anche dell’Unione Europea: del suo Parlamento imbelle e perciò impotente; della sua Commissione dai culi di pietra; del suo Consiglio che la dilania inseguendo non “l’interesse nazionale” (che cos’è?) di ogni Stato membro, ma il tornaconto elettorale dei rispettivi governi; della sua Banca Centrale che coordina attività e interessi della finanza mondiale che ci governa tutti; e persino dei banditi che si annidano nell’Eurogruppo. Non saranno queste istituzioni a cambiare le politiche dell’Unione, ma è necessario averla come controparte unica per creare un movimento di respiro continentale capace di imporle, con lotte, mobilitazioni e le più diverse iniziative locali, ma anche con un programma unitario, radicali cambi di rotta. E’ quello che avrebbe potuto fare Tsipras, proponendo il governo greco come motore e riferimento di una mobilitazione generale contro l’austerità in tutti i paesi europei: una scelta rischiosa, che ha voluto evitare, imponendo però al suo paese rischi anche maggiori. Una scelta che Podemos non sembra voler fare con decisione, e che è l’esatto opposto di quelle adottate dal nostro governo, che finge di combattere l’austerità cercando alleanze tra governi reazionari, razzisti e complici degli assetti costituiti. Costruire un movimento di respiro europeo contro l’austerità è l’unica strada per affrontare su scala adeguata le due questioni – clima e migranti – che definiranno tutte le scelte politiche dei prossimi anni. Sostenere che quei due problemi possano essere affrontati, o addirittura “risolti”, recuperando una “sovranità nazionale” peraltro dissolta da tempo è un inganno: sono questioni di dimensioni per lo meno europee, tanto che sui migranti – accogliere o respingere – si sono dissolti e ridefiniti tutti gli schieramenti politici del continente; e sul clima è ridicolo anche solo pensare che una politica nazionale possa incidere in qualche modo. Sono incontestabili l’importanza e le connessioni – desertificazione, uragani, fame e guerre – di queste due “questioni”; ma dal modo in cui vengono affrontate dipendono anche quasi tutti gli altri problemi in agenda: l’austerity (e il nesso tra indebitamento e spesa pubblica), l’occupazione, il diritto al reddito, il welfare, la pace, la democrazia.

Contrastare i cambiamenti climatici in corso richiede infatti una conversione ecologica di tutto l’apparato produttivo per lo meno a livello continentale: sia perché l’Europa possa fare, come un tempo, da “traino” al resto del mondo, sia per non venir emarginati dalla concorrenza tanti che non se ne curano. Ma la conversione non nascerà da un “Gosplan” centralistico messo a punto da uno o più organi dell’Unione, bensì da migliaia e migliaia di progetti sostenuti da mobilitazioni e iniziative a livello locale: per le fonti rinnovabili e l’efficienza nell’uso di energia e materiali, per un’agricoltura e un’alimentazione ecologiche, per una mobilità che affidi la transizione non al mercato – aumentando il prezzo dei carburanti, che non è che un’imposta per chi ora non può fare a meno dell’auto – bensì alla graduale messa in opera di modalità di trasporto condiviso e accessibile, per un’edilizia sostenibile e la salvaguardia di suoli e territori. Tutte queste cose richiedono risorse che solo una politica economica e monetaria dell’Unione radicalmente diverse potranno – e dovranno – mettere a disposizione delle iniziative locali; e che solo la moltiplicazione delle mobilitazioni in difesa dei territori e delle condizioni di vita delle comunità che le abitano potrà imporre ai suoi organi centrali. Alcune di queste mobilitazioni sono già in corso, altre, e molto più forti, si svilupperanno nei prossimi mesi e anni, perché la situazione è destinata a peggiorare: soprattutto per chi sta già male oggi e non certo per il famigerato “1 per cento” che la sfrutta e la governa. Di fronte alle mobilitazioni popolari il potere può essere costretto a cedere. Ha cominciato a cedere Macron, e con lui la Commissione europea; lo dovranno fare anche molti altri.

Quello che manca è la convergenza di mobilitazioni e iniziative sparse verso un progetto condiviso, che non può però essere calato dall’alto, dal “quartier generale” di una politica alternativa inventata in sedi ristrette che, non a caso, non esiste. Può nascere solo da una progressiva e graduale assimilazione, da parte di ciascun movimento, delle ragioni e delle pratiche degli altri. Se si saprà lavorare in tal senso, soprattutto a far convergere – cosa difficilissima – le tante iniziative in difesa dei poveri dei migranti (entrambi bersaglio di politiche apertamente razziste) con le mobilitazioni in difesa dei territori e di una vita più degna e soddisfacente.

Conversione ecologica vuol dire anche lavoro per tutti: disoccupati e precari europei e migranti; perché le cose da fare sono tante, e a tutti i livelli di specializzazione. Non saranno oggetto di un piano per “creare lavoro” purchessia – per lo più a spese di territori e comunità – bensì un programma per rimediare, con lavori utili sia all’ambiente che a chi li fa, ai danni già inferti ai territori, alla vita e alle comunità, e per prevenire quelli incombenti. Senza lavoro, nelle condizioni date, per disoccupati e migranti non c’è inclusione, cioè possibilità di relazioni autonome, di casa, servizi, comunità. Ma non può esserci contrapposizione tra lavoro e reddito di base: questo è possibilità di scegliere liberamente, e in modo condiviso, le attività a cui dedicarsi – il “socialismo” del ventunesimo secolo – sottraendosi al ricatto del licenziamento e dell’emarginazione. Una cosa troppo grande per essere confusa con quell’indennità di avviamento obbligato a qualsiasi lavoro prospettata dall’attuale governo. I lavori per la conversione ecologica devono invece essere attività inclusive, che consentono di riconoscere nei migranti di oggi e in quelli futuri (perché nessuno riuscirà a fermarli, neanche la guerra con cui l’Europa cerca oggi di respingerli) non un’intrusione nelle nostre vite e un onere per i nostri redditi, ma un arricchimento e un riscatto per tutti. Ma anche una condizione per un libero ritorno di profughi e migranti – con il tempo, e per chi lo desidera, e sono in tanti! – nei paesi da cui sono dovuti fuggire: una prospettiva da perseguire fin d’ora per dare concretezza all’obiettivo di “accogliere tutti”. Per questo occorre battersi insieme per esigere che nei loro paesi di origine torni la pace e che, insieme a coloro che vogliono tornare, si trasferiscano lì conoscenze e pratiche necessarie al risanamento di territori e comunità.

Ma la conversione ecologica richiede scelte decentrate, coinvolgimento delle istituzioni locali, negoziazioni paritarie tra organismi autonomi per garantirsi forniture e sbocchi per le produzioni sostenibili: il “piano”, nelle condizioni di conflitto e nei contesti differenti in cui dovrà venire alla luce poco per volta, non potrà essere che la progressiva armonizzazione di molteplici negoziati locali. Cioè autogoverno.

Uno scenario di riconversione ecologica dell’economia

La sfida che la specie umana, ciascuno di noi, sia come singolo che come nodo di una rete di relazioni sociali, e la Terra tutta, si trovano ad affrontare – ciò che connota radicalmente la nostra era come antropocene (Crutznet, 2005 (1)), l’era geologica in cui la conformazione del pianeta, la sua meteorologia e il futuro del vivente che lo abita dipendono in via prioritaria dall’agire umano – è la conversione ecologica (Langer, 2003 (2)). Conversione ecologica non è solo abbandono delle fonti energetiche fossili e passaggio a quelle rinnovabili, anche se questa transizione ne è una componente ineludibile. E non va nemmeno confusa con la green economy (3): questa è una semplice ricerca di opportunità di mercato (e di profitto) nel campo delle produzioni a minore impatto ambientale, sia perché sono incentivate, sia perché la tecnologia le ha rese competitive con quelle che hanno contribuito a devastare il pianeta; ma gli interventi in questo caso sono casuali e il loro esito complessivo non è né programmato né garantito, anche se molte iniziative della green economy si possono combinare e conciliare con il progetto della conversione ecologica. Ma la green economy viaggia sul tracciato definito dall’attuale assetto dei poteri globali, che vede un’assoluta predominanza dell’alta finanza internazionale, la crescita delle diseguaglianze sociali e territoriali, l’allontanamento dei centri dove si prendono le decisioni dai territori dove si svolge la vita quotidiana dei miliardi di abitanti di questo pianeta. La conversione ecologica richiede e comporta invece un vero e proprio cambio di paradigma e una nuova struttura delle relazioni nei confronti tanto dell’ambiente nel suo complesso – la “Madre Terra” – quanto dell’assetto attuale dei rapporti sociali ed economici tra le persone. Schematizzando molto, e prendendo a modello la transizione da una società e da una economia alimentate dai combustibili fossili a un assetto sociale che intende eliminarli, e le caratteristiche, la dislocazione e le potenzialità degli impianti e delle strutture che sorreggono questi due modelli, si passa dal grande al piccolo, dal concentrato al diffuso, dal centralizzato al distribuito, dal gerarchico al partecipato. Non che il ricorso alle fonti energetiche rinnovabili sia incompatibile con il grande, con il centralizzato, con il concentrato e con il gerarchico: ne abbiamo molti esempi sotto gli occhi; ma in questo caso esso si rivela inefficiente, non sfrutta le sue potenzialità e, soprattutto, è incompatibile con la partecipazione popolare, mentre l’unico modo per promuovere una società e un’economia che si regge su impianti e strutture decentrate, distribuite, di taglia medio-piccola, facilmente controllabili a livello locale, è quello di rimetterle nelle mani di comunità locali attraverso processi di partecipazione che devono investire non solo il processo politico e le istituzioni dell’ordinamento giuridico, ma anche le imprese produttive e le strutture e le reti attraverso cui la produzione viene realizzata e messa in circolazione. Queste contrapposizioni non valgono solo in campo energetico: si ripresentano in campo agricolo, alimentare, edilizio, culturale, nella gestione del territorio e dei suoi assetti idrogeologici, nella valorizzazione delle risorse e soprattutto di quelle risorse che si possono ricavare dagli scarti e dai rifiuti, che tra non molto saranno le uniche, o quasi, di cui potremo disporre (4).

E’ evidente da quanto detto che la conversione ecologica, intesa come nuovo paradigma dell’organizzazione sociale, è intrinsecamente connessa alla riterritorializzazione dei processi economici e produttivi: non al confinamento locale dell’informazione, della ricerca e della cultura, che possono e devono viaggiare liberamente in tutto il mondo, trasportate dai “bit” che percorrono la rete; ma dei beni fisici, cioè “atomi” (Negroponte, 2004 (5)), molti dei quali, soprattutto quelli di maggior uso quotidiano, a partire dagli alimenti – ma lo stesso vale per l’energia – possono essere prodotti in loco, cioè all’interno di aree più o meno ampie entro le quali è possibile costruire dei rapporti diretti tra fornitori, produttori e utenti o consumatori finali, concordandone le condizioni senza sottostare ai poteri dell’intermediazione e ai costi del trasporto di un mercato globale lanciato all’inseguimento del minor costo del lavoro e della maggior libertà di inquinamento. Naturalmente questo processo, se perseguito con rigore, sarà sempre e comunque un work in progress: non tutti i beni di cui abbisogna una vita dignitosa, ancorché improntata a un principio di sobrietà, possono essere prodotti in loco; anzi, all’inizio questi sono pochi, o riguardano solo alcune delle fasi del loro processo produttivo tra quelli che la globalizzazione ha ormai sparpagliato in tutto il mondo. Il reshoring di molte produzioni in corso da alcuni anni è però, oggi, un processo che risponde solo a esigenze di mercato, cioè a una convenienza economica, ed è diretta dagli stessi centri del potere globale che ne hanno a suo tempo promosso l’offshoring: non ha altra regola che il profitto, e il più delle volte si traduce non in un recupero dell’occupazione persa, ma in un salto tecnologico che la riduce ulteriormente.

La riterritorializzazione necessaria alla conversione ecologica richiede invece la ricostruzione di una rete di relazioni fondata e finalizzata alla riconquista di una autonomia produttiva delle comunità che abitano un determinato territorio. Condizione e al tempo stesso effetto di questo processo è la ricostruzione o la creazione di legami sociali che non si limitino ai soli processi di scambio; legami che in termini di risultati economici possono risultare meno convenienti dell’accesso incondizionato al mercato globale, ma solo perché internalizzano dei costi ambientali – ma anche e soprattutto sociali – a partire da quelli del trasporto internazionale, dello spreco di risorse non direttamente utilizzate nei processi produttivi, dello sfruttamento di una manodopera senza tutele: costi che per il mercato globale è naturale e scontato scaricare all’esterno delle imprese.

Così intesa la riterritorializzazione si contrappone alla globalizzazione dei mercati delle merci e dei capitali esattamente come la costruzione o la ricostruzione di legami sociali solidi si contrappongono all’individualismo che sta alla base del “pensiero unico” (“la società non esiste; esistono solo gli individui” diceva Margareth Thatcher (6); che è stata anche l’autrice dell’altro dogma che presiede al pensiero unico: “non ci sono alternative”, TINA). E anche come la realizzazione di un tessuto di solidarietà materialisticamente fondato sulle esigenze dei suoi membri si contrappone alla competizione universale che governa il mercato mondiale; e che è sempre un processo a somma zero: dove uno vince e primeggia perché molti altri perdono e soccombono.

La conversione ecologica non può essere promossa dall’alto o da un “centro” lontano da chi ne deve essere beneficiario e protagonista. Richiede l’esplicitazione delle conoscenze e dei saperi latenti di coloro che in ogni territorio abitano e lavorano. Solo loro possono conoscere le esigenze della comunità in cui vivono, a partire dalla esplicitazione delle proprie e dal confronto e dalla conciliazione con quelle del loro prossimo attraverso quel processo di reciproco interrogarsi che sta alla base della ricostruzione di una comunità. Solo loro possono portare alla luce quali sono le risorse del territorio, sia fisiche che, soprattutto, umane, e come metterle al lavoro tenendo conto di vincoli materiali e sociali che solo loro conoscono o sono in grado di individuare.

Dunque, all’interno di questo approccio le alternative che si presentano non sono quelle tra stato e mercato; o tra protezionismo e liberalizzazione; o tra sovranismo monetario ed euro. Queste sono tutte contrapposizioni che delegano allo Stato nazionale e al suo governo il compito di combattere o neutralizzare gli aspetti più negativi della globalizzazione in atto, lasciandone intatti i meccanismi di fondo, che sono quelli di una competizione tra poteri economici, tra Stati, tra imprese, tra comunità locali e, alla fine, tra lavoratori, in cui la posta in gioco è procurarsi i mezzi per sopraffare gli altri; e dove le conseguenze del trasferimento verso il basso del rischio di impresa si scarica ovviamente sull’ultimo anello della catena: i lavoratori, gli esclusi dai processi di produzione e consumo, gli espulsi dal loro territorio reso inabitabile dalla devastazione ambientale o dalla guerra.

L’alternativa non è tra diverse dottrine relative alla gestione dei processi economici, ma tra opposte pratiche: le une fondate sulla gerarchia, sul comando, sulla competizione come meccanismo di selezione e di esclusione; le altre fondate sulla solidarietà e sull’inclusione, sulla costruzione di legami sociali, sull’autonomia della persona e della comunità, sulla valorizzazione delle differenze.

Fare comunità per cambiare la società non è facile; ed è tanto più difficile quanto più si sono spinti in avanti i processi di atomizzazione e di dissoluzione dei rapporti sociali – la “società liquida” di Zygmund Bauman (Bauman, 2008) – e l’individualismo che hanno accompagnato, dalla rivoluzione industriale in poi, i tanti modi in cui si sono andati sviluppando l’accumulazione del capitale e i poteri a essa connessi: le enclosure, l’estrazione del plusvalore assoluto, quella del plusvalore relativo, il colonialismo, il neocolonialismo, l’estrattivismo, l’economia del debito: solo a volte, e solo in certi paesi, contrastati e arginati dalle lotte di movimenti sociali oggi in gran parte in rotta; per lo meno nelle loro forme tradizionali. Che le comunità di tipo tradizionale, non ancora distrutte dall’avanzata del capitalismo, potessero essere una base per contrastare la sua avanzata e rovesciarne la logica era già stata una intuizione di Marx analizzando il ruolo del mir russo e di altre aggregazioni tradizionali del mondo asiatico (Marx, 2008). E oggi questo approccio ritorna prepotentemente di attualità nel ruolo che quanto resta delle comunità indigene tradizionali sta assumendo nella lotta contro l’economia estrattivista, soprattutto in alcuni paesi dell’America Latina, ma non solo in quelli. Papa Francesco ne ha fatto il riferimento obbligato del tentativo di ricostruzione di una “internazionale” dei movimenti popolari fondata sulla triade Tierra, Trabajo e Techo (terra, lavoro e casa), ricollocando queste rivendicazioni elementari all’interno degli obiettivi generali della riconversione ecologica elaborati dalla cultura e dalle scienze ambientaliste dell’Occidente: cosa che collega queste ultime agli obiettivi della ricostruzione di tante comunità territoriali in una dimensione locale e al tempo stesso globale (Bergoglio, 2014). Ma è evidente che la riconquista anche solo di un spirito di comunità nei paesi di più antico insediamento del capitalismo è cosa tutt’altro che facile; e lo testimonia la stessa sproporzione, nelle tre assise promosse dal papa in questo ambito, tra le presenze dei movimenti del Sud del mondo e quelle dei paesi dell’Occidente. Però anche le comunità del Sud del mondo, costituite in movimenti di lotta, hanno di fronte a sé una violenza feroce e priva di ostacoli e rapporti con il mondo delle istituzioni tutt’altro che facili da dipanare.

Ma la conversione ecologica, e la riterritorializzazione – ovviamente parziale, e in continuo divenire – dei processi produttivi disseminati ormai lungo filiere e subforniture che attraversano in lungo e in largo, e spesso più di una volta, l’intero pianeta, sono il problema centrale che non può essere eluso e che deve essere dipanato, se non altro a livello teorico e programmatico, da chi si trova al centro delle reti che governano questi processi, cioè nei paesi dell’Occidente e delle economie emergenti. Ma è un problema che finora è stato largamente eluso.

Per venire a capo delle diseguaglianze crescenti – di reddito, di benessere, di sicurezza, ma soprattutto di potere sulla vita di tutti – che caratterizzano le società odierna, la lotta tra lavoro e capitale non basta più. Il capitale finanziario è riuscito a frantumare e disperdere su tutto il pianeta, riprendendo un potere quasi assoluto sul funzionamento della convivenza sociale, il fronte di lotta che nel secolo scorso lo aveva costretto a venire a patti con il movimento operaio e ad accettare di corrispondere (certo, non a tutti) salari relativamente alti, continuità del lavoro e istituti del welfare (istruzione, sanità, pensioni, indennità e servizi pubblici) erogati dallo Stato. Le lotte sociali si stanno così spostando dall’impresa al territorio, dalla fabbrica alla comunità, in quello che è stato chiamato “diritto alla città” (Lefèvre 2014) e, dopo di lui, Harvey (Harvey, 2012): ciò che in Italia, negli anni ’70, era stato espresso con lo slogan “Riprendiamoci la città”. La posta in gioco non riguarda solo le condizioni di lavoro e le retribuzioni: coinvolge in modo radicale la gestione dei servizi pubblici e dei beni comuni (a partire da destinazione e gestione del suolo): cioè le condizioni basilari della vita associata, che dipendono sempre più dagli impieghi della spesa pubblica. Questo conflitto è una lotta controle privatizzazioni; ma è anche la rivendicazione di una diversa gestione di quei beni comuni e di quei servizi pubblici che li sottragga, attraverso la partecipazione dei diretti interessati, sia all’appropriazione privata che al controllo esclusivo della mano pubblica; perché in questo controllo si riproducono tutte le caratteristiche negative della proprietà privata, a partire dalla possibilità di alienare il bene o il servizio.

Innanzitutto, nel corso degli ultimi decenni, in quasi tutto il mondo “sviluppato”, i redditi da lavoro dipendente hanno subito una riduzione di quasi, o anche oltre i dieci punti percentuali di PIL a favore dei redditi da capitale e dei compensi professionali. L’aumento delle differenziazioni salariali e la diffusione del precariato hanno reso questa redistribuzione ancora più iniqua, moltiplicando la schiera dei senza salario e dei working poor, cioè di coloro che pur lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente a vivere decentemente. La crisi ha messo in luce – e continuerà a farlo per anni – la profondità di questa trasformazione. Una parte rilevante dell’impoverimento delle classi lavoratrici era stato a lungo occultato con l’indebitamento, sul cui traffico sono ingrassati la finanza internazionale e i suoi beneficiari, poi messi in salvo dalle misure anticrisi degli Stati.

Ma quel processo ha alterato profondamente la struttura industriale del mondo. La produzione dei beni di consumo più popolari ha progressivamente abbandonato i paesi già industrializzati, per trasformare Cina e gran parte del Sudest asiatico in un’area manifatturiera al servizio del resto del mondo. In compenso è enormemente cresciuto, al servizio dei ceti politici, manageriali e professionali più ricchi o di autentici rentier, ceti ormai diffusi in tutti i paesi del mondo, un consumo opulento costituitosi in un vero e proprio comparto, denominato “lusso” – che riunisce insieme gioielli, abbigliamento, calzature, pelletteria, arredamento, auto, imbarcazioni, aerei personali, resort turistici, cibi e ristoranti di grido, case e uffici principeschi – a cui è stato in larga parte delegato il compito di sostenere produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione: una sorta di “keynesismo di seconda generazione” in cui, a sostenere la domanda globale, non è più la spesa pubblica, ma quella dei ricchi.

Questa nuova allocazione delle risorse dà la misura dei guasti, in gran parte irreversibili, di un trentennio di liberismo. Perché l’aumento delle differenze nei redditi ha prodotto una redistribuzione settoriale e territoriale di produzioni e occupazione. A questo punto, difficilmente un aumento dei redditi popolari e della conseguente domanda di prodotti di consumo – posto che ci siano le condizioni per realizzarli – potrebbe avere effetti sostanziali su produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione; perché quella domanda sarebbe comunque diretta a prodotti fabbricati nelle nuove “manifatture del pianeta”, i paesi emergenti. A meno di promuovere un processo di riterritorializzazione che, insieme alla rilocalizzazione degli impianti, investa contestualmente anche i modelli di consumo, gli stili di vita e la tipologia dei beni e dei servizi prodotti.

Certamente sui beni necessari – a prescindere dai consumi opulenti – è verosimilmente abbastanza facile auspicare e cominciare a promuovere un’agricoltura ecologica e di prossimità e uno sbocco programmato per le sue produzioni, e anche per alcuni processi di trasformazione dei prodotti alimentari attraverso l’associazionismo: le esperienze esemplari, seppur di nicchia, in tal senso sono numerose. Più complesso, ma non impossibile, perseguire e raggiungere a livello locale una relativa autonomia in campo energetico attraverso il ricorso alle fonti rinnovabili e la promozione dell’efficienza energetica. In questo campo le esperienze positive non mancano e le prospettive di un loro potenziamento abbondano. Anche i problemi connessi a una edilizia più sostenibile hanno ormai raggiunto la fase di una effettiva praticabilità e si sa, anche se siamo ben lungi da una diffusione sufficiente a dimostrarne l’accettabilità, che i problemi del trasporto locale di cose e persone possono essere affrontati in modo più economico, più efficiente, e più compatibile con la tutela dell’ambiente e della salute, con la combinazione intermodale di sistemi di trasporto condiviso, sia di massa che flessibili. Altrettanto dicasi per un recupero a livello locale sia di beni durevoli e apparecchiature dismesse che possono essere rigenerate con una grande espansione dell’occupazione in attività di riparazione e di manutenzione, sia di materiali ricavabili dagli scarti dei processi di produzione e di consumo grazie al loro riciclo. Anche la salvaguardia degli assetti idrogeologici e ambientali del territorio è ovviamente una attività a prevalente dimensione locale, che non a caso viene, nelle definizioni programmatiche come nelle lotte, continuamente contrapposta alla politica di Grandi Opere e di Grandi eventi devastanti.

Tutte queste attività, ed altre consimili, sono tutte ad alta intensità di lavoro e richiedono la mobilitazione di tutti i livelli di qualificazione, dalla manovalanza alla progettazione. Per questo, mentre rispondono alle urgenze della conversione ecologica e della riterritorializzazione, creano al tempo stesso numerosissime opportunità di impiego e danno una risposta non solo alla necessità di creare molti posti di lavoro aggiuntivi – un obiettivo che comunque non può prescindere dall’imperativo di rivedere e di ridurre drasticamente gli orari e l’intensità dei ritmi di lavoro – ma anche al problema che oggi si presenta con maggior urgenza alla politica: quello dell’accoglienze e dell’inclusione dei profughi e dei migranti in arrivo dai paesi maggiormente devastati dal degrado ambientale, dai cambiamenti climatici e dalle guerre che quasi sempre vengono innescate da questi fenomeni. Alimentando al tempo stesso le premesse per creare le condizioni di un ritorno alla pace e al risanamento ambientale dei territori che li hanno visti fuggire; perché solo delle persone libere, ben integrate e professionalizzate in attività connesse alla conversione ecologica possono diventare la base sociale e gli attori di processi che sviluppino su un piano di parità una circolazione di uomini e donne, di tecnologie, di culture e di investimenti produttivi tra i paesi di partenza e quelli di arrivo di questi flussi.

Tuttavia sono i processi industriali complessi, a partire dalla fabbricazione di strumenti ormai indispensabili come il computer usato per scrivere queste note, i mezzi di trasporto e la loro infrastruttura, le apparecchiature e i macchinari necessari alla rilocalizzazione di molti processi industriali – che pure possono essere svolti a livello locale all’interno di un’area più o meno vasta, da definire e ridefinire volta per volta – quelli che pongono i maggiori problemi e che finora non sono stati affrontati, nemmeno da un punto di vista teorico, in modo adeguato dalla cultura territorialista.

Non bisogna comunque sottovalutare, nella prospettazione del cammino da percorrere, il fatto che la scolarizzazione della popolazione ha, nonostante tutto, compiuto negli ultimi decenni grandi passi in avanti in tutto il pianeta e che in numerose comunità, prime tra tutte quelle dei paesi industrializzati, sono diffuse tra il pubblico competenze tecniche e gestionali molto importanti, frutto in parte di processi formali di istruzione, in parte di esperienza acquisite presso aziende in cui si lavora o si è lavorato; ma, in linea generale, largamente sottoutilizzate nelle loro potenzialità, fino a creare veri e propri stati di frustrazione in chi le possiede, e che possono invece essere messe positivamente a frutto nel delineare i primi passi di un processo di riconversione produttiva. E’ questo che rende possibile ancorare la conversione ecologica a una effettiva partecipazione popolare. Che non è solo il coinvolgimento dei soggetti interessati nelle decisioni relative alle scelte da operare, ma può e dovrebbe essere un vero e proprio impegno diretto di molti di loro nella progettazione, nella realizzazione e nella gestione degli interventi programmati.

Il problema della riconversione industriale mostra bene le ragioni per cui la risposta non può essere il protezionismo che isola il paese da mercati internazionali vitali per l’approvvigionamento di materie prime, semilavorati e macchinari essenziali per qualsiasi passo verso la riterritorializzazione dei cicli produttivi. E come la sovranità monetaria, da perseguire essenzialmente non a livello nazionale, ma locale, attraverso l’introduzione di una o più monete complementari non convertibili, non possa fare a meno di affiancarsi a una circolazione di moneta accettata a livello internazionale, da utilizzare per importare quanto è necessario e da acquisire attraverso esportazioni di equivalente valore monetario.

Tutto ciò rimanda a interrogarsi sulle caratteristiche del federalismo che il territorialismo deve perseguire. Non è, evidentemente, in prima approssimazione, né una federazione né una unione di Stati nazionali, quanto una serie di accordi tra governi locali che in qualche modo scavalchino ed esautorino i governi nazionali per realizzare un loro coordinamento diretto e multilaterale in una nuova entità che non abbia le caratteristiche di uno Stato supernazionale e che mantenga ai governi locali il massimo delle competenze gestibili a questi livelli. Che sono solo in parte quelli di Regioni o super regioni (aree vaste, che non possono mettere sullo stesso piano regioni come la Lombardia – 10 milioni di abitanti – e la Valle d’Aosta – 100mila abitanti), ma sono soprattutto quelli delle municipalità (Comuni, articolazioni del loro decentramento e unioni di piccoli Comuni), dove il rapporto con le amministrazioni locali e il loro personale – e, quindi, le diverse forme di democrazia partecipata che possono venirvi instaurate – possono essere più diretti.

E’ chiaro che in questo disegno, abbozzabile ora solo in via generale e ipotetica, e non attraverso la prefigurazione dei suoi statuti – e questo è stato probabilmente il grande errore di Adriano Olivetti nella stesura del suo libro L’ordine politico delle Comunità (Olivetti, 2014) – il problema prioritario non è il punto di arrivo, che peraltro può variare da un paese all’altro e da un’area all’altra, ma la direzione e il percorso da compiere. Ed è chiaro altresì che il suo carattere innovativo ed eversivo dell’ordine esistente – ma ineludibile se si persegue la conversione ecologica, come ha messo in evidenza Naomi Klein con il suo libro That changes everything (Una rivoluzione ci salverà) che vuol dire in realtà “Niente sarà più come prima” (Klein, 2015), è innanzitutto quello di eliminare l’autonomia dell’impresa produttiva dal contesto sociale in cui è immersa e di rimettere la sua gestione non sotto il controllo di uno Stato centralizzato e pianificatore; bensì in mano a una governance composta, in versioni diverse a seconda dei rapporti di forza e del cammino percorso, da maestranze, management, proprietà diffusa, associazionismo, amministrazioni locali, Università e centri di ricerca. Un processo che può essere proposto e aver inizio fin da ora – in un contesto certamente ostile – nelle soluzioni per tenere in vita fabbriche e imprese che la proprietà ha deciso di chiudere, delocalizzare, o che stanno fallendo.

Riassumendo, la territorializzazione consiste nella promozione ovunque possibile – e certamente non in tutti i campi e per tutti i bisogni – di rapporti quanto più stretti, diretti e programmati tra produttori e consumatori o utilizzatori insediati in uno stesso territorio, riportando ovunque possibile gli impianti produttivi, le aziende e le reti commerciali alla misura – variabile – dei territori di riferimento. La trasferibilità del know-how a livello planetario ormai lo consente per molti processi; il recupero dei materiali di scarto, detta in genere gestione dei rifiuti, renderà tutti meno dipendenti dall’approvvigionamento di materie prime vergini; i servizi pubblici locali, se riportati alla loro missione originaria, che non è quella di fare profitto, ma di facilitare la vita quotidiana di una popolazione, possono svolgere un ruolo fondamentale nel connettere politiche di governo della domanda (di alimenti, di trasporto, di gestione del territorio, dell’acqua e dei rifiuti, di cura delle persone, di promozione della cultura, dell’istruzione e dell’integrazione sociale) al sostegno all’occupazione, alla conversione ecologica delle attività produttive, al risanamento del territorio e dell’edificato. Insomma, ricostruire entro il villaggio globale creato dalla circolazione dell’informazione – e dalla interconnessione reciproca delle esistenze di tutti – le basi materiali di una vita di comunità ricca di relazioni anche dirette.

Per restituire efficacia e concretezza a un agire condiviso occorre cogliere il punto in cui la vita quotidiana e i sentimenti di rigetto e di rivolta della maggioranza delle persone ferite dal regime sociale vigente si confrontano e si scontrano con i poteri imperscrutabili della finanza. Al centro di questo immane squilibrio tra poteri globali ed esperienze quotidiane si ritrovano soprattutto i territori e i governi locali; perché uno degli oggetti principali delle politiche di austerità è l’appropriazione e la privatizzazione dei beni comuni. In particolare dei servizi pubblici locali. Che sono però il perno di quella riconversione ecologica delle imprese e dei loro mercati che il capitale finanziario non avvierà mai; ma che rappresenta l’unica possibilità di salvaguardare insieme ambiente, occupazione, redditi, consumi sostenibili ed equità; ma anche il tessuto produttivo (know-how, professionalità, esperienza e gran parte degli impianti e delle attrezzature) che le politiche economiche e le scelte gestionali attuali stanno condannando alla dissoluzione.

Un Comune, inteso come amministrazione municipale è tale – cioè “comune” – se fornisce ai cittadini i servizi di cui la vita associata ha bisogno: energia, acqua, gestione dei rifiuti, strade e mobilità, ristorazione collettiva (ma anche facilitazioni per gli approvvigionamenti individuali), case a prezzi accessibili, nidi e scuole materne, edifici scolastici che non crollino, assistenza agli anziani, spazi di socialità, integrazioni del reddito e così via. Un Comune che non è più in grado di fare nessuna di queste cose non serve a niente.

Anche solo delineare un percorso così complesso può essere fonte di ansia e alimentare un senso di impotenza che induce all’inerzia e alla desistenza. E’ in gran parte quello che succede anche senza esplicitare i tanti punti affrontati in queste note, perché la maggioranza delle persone ha una percezione precisa, anche se non articolata, della distanza che separa le proprie aspirazioni dalla potenza smisurata delle forze che si oppongono alla loro realizzazione. E ciononostante la strada da percorrere è questa. Delinearne i principali passaggi è un passo ineludibile per trovare la forza di imboccarla.

Due manifestazioni a confronto

La giornata dell’8 dicembre ha messo in luce l’essenziale.

A Roma, l’autocandidatura di Salvini a “Uomo della provvidenza” (“dio e popolo!” All’occorrenza sostituiti da rosario e pasta al ragù); ma anche a padre – anzi, papà – e padrone del paese; e a capo, con felpa d’ordinanza, della Polizia di Stato: a sancire la coincidenza tra governo e partito e tra partito e corpi repressivi dello Stato. Il tutto nel nome di “Prima gli italiani!”: non sfruttati contro sfruttatori, oppressi contro oppressori, poveri contro ricchi; ma tutti insieme contro i più miseri della Terra: i migranti costretti ad affrontare umiliazioni, torture, rapine, naufragi e morte per cercare di sopravvivere o di procurarsi un futuro sempre più difficile. Ma nello sproloquio di Salvini i migranti sono passati in second’ordine, essendo ormai stato non solo “sdoganato”, ma promosso e non più in discussione il diritto di chiunque, sindaco o semplice cittadino, di insultare, aggredire e umiliare chi ha bisogno di aiuto. Ora l’avversario di riferimento è l’Europa: da cui Salvini pretende “rispetto” promettendo che sarà lui, con la sua voce grossa, a farci rispettare. Questo spiega l’alto numero suppoter accorsi a Roma da ogni parte del meridione: per lo più giovani che, abbandonata probabilmente la speranza del reddito di cittadinanza, rivelatosi fuffa o elemosina, cercano la rivincita in un orgoglio nazionale che certo non riempie lo stomaco, ma gonfia comunque l’ego. E a cui Salvini garantisce quello che nessuna opposizione è più in grado di fare: svuotare del suo elettorato il movimento cinque stelle e punirlo per le promesse con cui li ha illusi. Una prospettiva che calza anche per il mondo delle imprese, che ha scoperto, ben più che nelle opposizioni, nel Salvini governativo, impegnato a fondo nell’atrofizzazione dei cinque stelle, il vero supporter del TAV Torino-Lione, simbolo di tutte le grandi opere inutili, dannose e costose di cui vorrebbe nutrire la via italiana alla “crescita”. Così, contestualmente alla manifestazione NoTav di Torino, l’ombrello che Salvini offre al mondo dell’impresa mette fine all’avventura delle sette signore SiTav, con il loro lugubre seguito di pacati energumeni contro la natura e il buon senso, che meno di un mese fa, al grido “l’Italia riparte!”, era apparsa anche a molti intellettuali con la tsta pe aria il segnale di una riscossa del paese. Non era così, e non ci voleva molto per capirlo: non si crea un movimento se si è senza idee, senza progetto, senza struttura e senza cervello: tutte cose che Salvini ha e che alle “madamine” di Torino mancano. La liaison tra Confindustria e l’uomo della provvidenza non è comunque una buona notizia, ma un triste deja vu; denunciarne per tempo i possibili esiti potrebbe indurre qualcuno a fermarsi sull’orlo del baratro.

A Torino, invece, nella giornata internazionale della lotta delle comunità contro la distruzione dei loro territori, la fiumana del corteo NoTav ha rimesso la trentennale lotta della Valsusa contro la più dannosa, costosa e odiosa delle Grandi opere al centro di tutti i fronti di opposizione alla devastante decrescita intellettuale, umana, sociale e anche economica promossa dai poteri forti, palesi e occulti, che governano il nostro paese. Un corteo festoso e non lugubre come l’adunata del mese scorso; con la partecipazione di donne e uomini di tutte le età, e soprattutto di giovani e non solo di maschi anziani in giacca e cravatta. Un corteo di militanti delle più diverse organizzazioni di base (più qualche esponente delle “sinistre della sinistra”, in pausa pranzo dalle manovre in vista delle prossime elezioni), accorse da tutta Italia e persino dalla Francia, con una rappresentanza dei Gilet gialli: cosa che per il presidente del Piemonte Chiamparino falsa il confronto numerico, per lui perdente, con l’adunata SiTav, che era di soli torinesi; ma che è invece il segno della forza di una lotta che sta nel cuore e nella mente di tutti coloro che si battono per un mondo diverso. Un numero crescente di intellettuali comincia a prendere atto di ciò che decine di migliaia di uomini e donne di tutte le età, impegnate da anni nella difesa dei propri territori e, insieme, delle condizioni di vita, del lavoro e del futuro delle comunità che li abitano, hanno capito da tempo: quella della Valsusa non è solo una lotta contro un treno fantasma e una galleria demenziale che non si faranno mai; intorno a quella mobilitazione è cresciuto nel corso degli anni l’embrione di una civiltà diversa, amica della natura, di una vita sana, di un lavoro sensato e pe questo rispettato, capace di instaurare rapporti di solidarietà tanto con i propri vicini e gli altri valligiani che con il resto del mondo: una esperienza che poteva svilupparsi solo nel conflitto contro l’insensatezza di quella “crescita” senza fine (di cui il Tav è una componente esemplare), che promette di trasformare il pianeta, e con esso la vita umana, in un inferno.

In mezzo, tra l’uomo della provvidenza con i suoi accoliti e le comunità in lotta per salvare i loro territori, la propria comune umanità e il pianeta tutto, non c’è quasi più niente. Ma è ora di cambiare rotta e il corteo NoTav di Torino ce ne indica la direzione.

Conflitti globali

Nel giorno di apertura della Cop 24 di Katowice si può affermare che il clima è il grande assente dalle politiche dei governi di tutto il mondo. Non se ne parla mai, se non per registrare l’abbandono dell’accordo di Parigi da parte di un altro Stato. Neppure la verde Germania riesce a staccarsi dal suo carbone. Non è mancata la mobilitazione popolare che, anche di recente, ha visto a Londra e in varie città della Germania una forte partecipazione per imporre un cambio di rotta; una partecipazione scarsa, però, nei paesi dell’Europa mediterranea, nonostante che in Italia siano in corso tante vertenze ambientali e sociali tutte indirettamente legate al tema del clima: NoTav, NoTap, NoTriv, NoTerzovalico, Noautostrade, NoGrandinavi, NoMuos, ecc. Ciò che è invece presente in tutte le politiche governative e, ovviamente, nelle prossime elezioni europee, sull’onda di uno sciovinismo e di una xenofobia che stanno travolgendo il mondo, sono le migrazioni. Ci sono molti legami tra quella assenza e questa presenza: nessi che politica, economia e cultura non sanno o non vogliono cogliere. Leggi tutto “Conflitti globali”

Patriarcato. Ritorno a Slessico familiare

La discesa in campo di un movimento mondiale di donne che riempie la scena politica e sociale degli ultimi anni – di cui il corteo di sabato scorso  24 novembre a Roma era solo un’articolazione – induce a ritenere che quel movimento sia destinato ad essere uno dei protagonisti principali di ogni possibile processo di trasformazione dei rapporti sociali nei decenni a venire. L’irruzione di tematiche, pur legate alla “questione sociale” e agli obiettivi della lotta di classe dei due secoli scorsi, ma sostanzialmente estranee ai modi tradizionali di fare e vivere la politica, spiazza fino all’irrilevanza le forze delle diverse sinistre, ma anche, più in generale, l’arena dove si è svolta gran parte del conflitto politico a cui siamo stati abituati. Questo impone a noi maschi il compito di mettere in discussione e rivedere – continuamente, e non una tantum – il modo in cui ci rapportiamo all’altra “metà del cielo” e, in particolare, a quella parte di essa che frequentiamo personalmente per i più svariati motivi; ma anche quello di capire come mettere a frutto gli strumenti teorici e pratici che il femminismo ci fornisce – o ciò che riusciamo a coglierne – in una rivisitazione generale di tutti i nostri riferimenti. Leggi tutto “Patriarcato. Ritorno a Slessico familiare”

Dove sta il conflitto

Nelle fotografie della marcia di migliaia di honduregni verso gli Stati Uniti è difficile non riconoscere il Quarto stato di Pelizza da Volpedo attualizzato; e non vedere in quel loro presentarsi disarmati e affamati a una frontiera blindata non solo la disperazione, ma anche la convinzione che la Terra è di tutti; e la rivendicazione di ripartire tra tutti i beni che i signori della globalizzazione rubano al loro paese, costringendoli a lasciarlo. Ma è difficile anche non riconoscere nell’esercito mobilitato per impedire loro l’ingresso negli Stati Uniti una riedizione dei cannoni con cui, sul finire dell’800, il generale Bava Beccaris disperdeva e sterminava la folla dei manifestanti che lottavano per il pane. Ma questa non è che la versione americana delle tante stragi provocate dalla guerra scatenata contro i migranti nel Mediterraneo per farli affogare o respingerli nei Lager libici, alla mercè degli ascari al soldo dei governi europei; o delle barriere e dei respingimenti messi in atto nell’area Schengen; o alla cacciata dai centri di accoglienza dei tanti profughi a cui viene e verrà negata ogni forma di protezione. Leggi tutto “Dove sta il conflitto”

Non è un treno!

“Ma è solo un treno!” aveva esclamato Luigi Bersani, già segretario del PD, non riuscendo a capire come intorno alla lotta contro quel “treno” sia cresciuta per trent’anni la più forte, duratura, combattiva, democratica ed ecologica comunità del paese, contrastando il modo sciagurato in cui esso viene governato. E questo, proprio mentre il partito di Bersani (“la ditta”), che in altri tempi era stato un baluardo della democrazia, si stava dissolvendo tra le grinfie di Renzi. In realtà, quello non è “un treno”, ma solo un pezzo di treno. Un binario di 57 chilometri lungo cui merci e passeggeri, che non ci sono e non ci saranno mai, potranno viaggiare ad “alta velocità” dentro una galleria scavata in una montagna piena di uranio e amianto, mentre prima e dopo quella galleria, se è quando sarà stata fatta, quel treno dovrà percorrere le attuali tratte intasate che lo congiungono all’alta velocità Parigi-Lione e Torino-Milano, che non saranno raddoppiate. Perché la realizzazione di quelle tratte, per far credere che il Tav costi meno, è stata rimandata al “dopo”. Quale dopo? Il dopo l’apocalisse, quando tutto il pianeta avrà altro a cui pensare perché i cambiamenti climatici provocati da tante grandi opere come quella saranno diventati irreversibili. Leggi tutto “Non è un treno!”