La sfida che la specie umana, ciascuno di noi, sia come
singolo che come nodo di una rete di relazioni sociali, e la Terra tutta, si
trovano ad affrontare – ciò che connota radicalmente la nostra era come antropocene (Crutznet, 2005 (1)), l’era
geologica in cui la conformazione del pianeta, la sua meteorologia e il futuro del
vivente che lo abita dipendono in via prioritaria dall’agire umano – è la conversione ecologica (Langer, 2003 (2)).
Conversione ecologica non è solo abbandono delle fonti energetiche fossili e passaggio
a quelle rinnovabili, anche se questa transizione ne è una componente
ineludibile. E non va nemmeno confusa con la green economy (3): questa è una semplice ricerca di opportunità di
mercato (e di profitto) nel campo delle produzioni a minore impatto ambientale,
sia perché sono incentivate, sia perché la tecnologia le ha rese competitive
con quelle che hanno contribuito a devastare il pianeta; ma gli interventi in
questo caso sono casuali e il loro esito complessivo non è né programmato né
garantito, anche se molte iniziative della green
economy si possono combinare e conciliare con il progetto della conversione
ecologica. Ma la green economy
viaggia sul tracciato definito dall’attuale assetto dei poteri globali, che
vede un’assoluta predominanza dell’alta finanza internazionale, la crescita
delle diseguaglianze sociali e territoriali, l’allontanamento dei centri dove
si prendono le decisioni dai territori dove si svolge la vita quotidiana dei
miliardi di abitanti di questo pianeta. La conversione ecologica richiede e comporta
invece un vero e proprio cambio di paradigma e una nuova struttura delle
relazioni nei confronti tanto dell’ambiente nel suo complesso – la “Madre
Terra” – quanto dell’assetto attuale dei rapporti sociali ed economici tra le
persone. Schematizzando molto, e prendendo a modello la transizione da una
società e da una economia alimentate dai combustibili fossili a un assetto
sociale che intende eliminarli, e le caratteristiche, la dislocazione e le
potenzialità degli impianti e delle strutture che sorreggono questi due
modelli, si passa dal grande al piccolo, dal concentrato al diffuso, dal centralizzato
al distribuito, dal gerarchico al partecipato. Non che il ricorso alle fonti
energetiche rinnovabili sia incompatibile con il grande, con il centralizzato, con
il concentrato e con il gerarchico: ne abbiamo molti esempi sotto gli occhi; ma
in questo caso esso si rivela inefficiente, non sfrutta le sue potenzialità e,
soprattutto, è incompatibile con la partecipazione popolare, mentre l’unico
modo per promuovere una società e un’economia che si regge su impianti e
strutture decentrate, distribuite, di taglia medio-piccola, facilmente
controllabili a livello locale, è quello di rimetterle nelle mani di comunità
locali attraverso processi di partecipazione che devono investire non solo il
processo politico e le istituzioni dell’ordinamento giuridico, ma anche le
imprese produttive e le strutture e le reti attraverso cui la produzione viene
realizzata e messa in circolazione. Queste contrapposizioni non valgono solo in
campo energetico: si ripresentano in campo agricolo, alimentare, edilizio,
culturale, nella gestione del territorio e dei suoi assetti idrogeologici,
nella valorizzazione delle risorse e soprattutto di quelle risorse che si possono
ricavare dagli scarti e dai rifiuti, che tra non molto saranno le uniche, o
quasi, di cui potremo disporre (4).
E’ evidente da quanto detto che la conversione ecologica,
intesa come nuovo paradigma dell’organizzazione sociale, è intrinsecamente
connessa alla riterritorializzazione dei processi economici e produttivi: non
al confinamento locale dell’informazione, della ricerca e della cultura, che
possono e devono viaggiare liberamente in tutto il mondo, trasportate dai “bit”
che percorrono la rete; ma dei beni fisici, cioè “atomi” (Negroponte, 2004 (5)),
molti dei quali, soprattutto quelli di maggior uso quotidiano, a partire dagli
alimenti – ma lo stesso vale per l’energia – possono essere prodotti in loco, cioè all’interno di aree più o
meno ampie entro le quali è possibile costruire dei rapporti diretti tra
fornitori, produttori e utenti o consumatori finali, concordandone le
condizioni senza sottostare ai poteri dell’intermediazione e ai costi del
trasporto di un mercato globale lanciato all’inseguimento del minor costo del
lavoro e della maggior libertà di inquinamento. Naturalmente questo processo,
se perseguito con rigore, sarà sempre e comunque un work in progress: non tutti i beni di cui abbisogna una vita
dignitosa, ancorché improntata a un principio di sobrietà, possono essere
prodotti in loco; anzi, all’inizio questi sono pochi, o riguardano solo alcune delle
fasi del loro processo produttivo tra quelli che la globalizzazione ha ormai
sparpagliato in tutto il mondo. Il reshoring
di molte produzioni in corso da alcuni anni è però, oggi, un processo che risponde
solo a esigenze di mercato, cioè a una convenienza economica, ed è diretta
dagli stessi centri del potere globale che ne hanno a suo tempo promosso l’offshoring: non ha altra regola che il
profitto, e il più delle volte si traduce non in un recupero dell’occupazione
persa, ma in un salto tecnologico che la riduce ulteriormente.
La riterritorializzazione necessaria alla conversione
ecologica richiede invece la ricostruzione di una rete di relazioni fondata e
finalizzata alla riconquista di una autonomia produttiva delle comunità che
abitano un determinato territorio. Condizione e al tempo stesso effetto di
questo processo è la ricostruzione o la creazione di legami sociali che non si
limitino ai soli processi di scambio; legami che in termini di risultati
economici possono risultare meno convenienti dell’accesso incondizionato al
mercato globale, ma solo perché internalizzano dei costi ambientali – ma anche
e soprattutto sociali – a partire da quelli del trasporto internazionale, dello
spreco di risorse non direttamente utilizzate nei processi produttivi, dello
sfruttamento di una manodopera senza tutele: costi che per il mercato globale è
naturale e scontato scaricare all’esterno delle imprese.
Così intesa la riterritorializzazione si contrappone alla
globalizzazione dei mercati delle merci e dei capitali esattamente come la
costruzione o la ricostruzione di legami sociali solidi si contrappongono
all’individualismo che sta alla base del “pensiero unico” (“la società non
esiste; esistono solo gli individui” diceva Margareth Thatcher (6); che è stata
anche l’autrice dell’altro dogma che presiede al pensiero unico: “non ci sono
alternative”, TINA). E anche come la realizzazione di un tessuto di solidarietà
materialisticamente fondato sulle esigenze dei suoi membri si contrappone alla
competizione universale che governa il mercato mondiale; e che è sempre un
processo a somma zero: dove uno vince e primeggia perché molti altri perdono e
soccombono.
La conversione ecologica non può essere promossa dall’alto o
da un “centro” lontano da chi ne deve essere beneficiario e protagonista.
Richiede l’esplicitazione delle conoscenze e dei saperi latenti di coloro che
in ogni territorio abitano e lavorano. Solo loro possono conoscere le esigenze
della comunità in cui vivono, a partire dalla esplicitazione delle proprie e
dal confronto e dalla conciliazione con quelle del loro prossimo attraverso quel
processo di reciproco interrogarsi che sta alla base della ricostruzione di una
comunità. Solo loro possono portare alla luce quali sono le risorse del
territorio, sia fisiche che, soprattutto, umane, e come metterle al lavoro
tenendo conto di vincoli materiali e sociali che solo loro conoscono o sono in
grado di individuare.
Dunque, all’interno di questo approccio le alternative che si
presentano non sono quelle tra stato e mercato; o tra protezionismo e
liberalizzazione; o tra sovranismo monetario ed euro. Queste sono tutte
contrapposizioni che delegano allo Stato nazionale e al suo governo il compito
di combattere o neutralizzare gli aspetti più negativi della globalizzazione in
atto, lasciandone intatti i meccanismi di fondo, che sono quelli di una
competizione tra poteri economici, tra Stati, tra imprese, tra comunità locali
e, alla fine, tra lavoratori, in cui la posta in gioco è procurarsi i mezzi per
sopraffare gli altri; e dove le conseguenze del trasferimento verso il basso del
rischio di impresa si scarica ovviamente sull’ultimo anello della catena: i
lavoratori, gli esclusi dai processi di produzione e consumo, gli espulsi dal
loro territorio reso inabitabile dalla devastazione ambientale o dalla guerra.
L’alternativa non è tra diverse dottrine relative alla
gestione dei processi economici, ma tra opposte pratiche: le une fondate sulla
gerarchia, sul comando, sulla competizione come meccanismo di selezione e di
esclusione; le altre fondate sulla solidarietà e sull’inclusione, sulla
costruzione di legami sociali, sull’autonomia della persona e della comunità,
sulla valorizzazione delle differenze.
Fare comunità per cambiare la società non è facile; ed è tanto
più difficile quanto più si sono spinti in avanti i processi di atomizzazione e
di dissoluzione dei rapporti sociali – la “società liquida” di Zygmund Bauman (Bauman,
2008) – e l’individualismo che hanno accompagnato, dalla rivoluzione
industriale in poi, i tanti modi in cui si sono andati sviluppando
l’accumulazione del capitale e i poteri a essa connessi: le enclosure, l’estrazione del plusvalore
assoluto, quella del plusvalore relativo, il colonialismo, il neocolonialismo,
l’estrattivismo, l’economia del debito: solo a volte, e solo in certi paesi,
contrastati e arginati dalle lotte di movimenti sociali oggi in gran parte in
rotta; per lo meno nelle loro forme tradizionali. Che le comunità di tipo
tradizionale, non ancora distrutte dall’avanzata del capitalismo, potessero
essere una base per contrastare la sua avanzata e rovesciarne la logica era già
stata una intuizione di Marx analizzando il ruolo del mir russo e di altre aggregazioni tradizionali del mondo asiatico
(Marx, 2008). E oggi questo approccio ritorna prepotentemente di attualità nel
ruolo che quanto resta delle comunità indigene tradizionali sta assumendo nella
lotta contro l’economia estrattivista, soprattutto in alcuni paesi dell’America
Latina, ma non solo in quelli. Papa Francesco ne ha fatto il riferimento
obbligato del tentativo di ricostruzione di una “internazionale” dei movimenti
popolari fondata sulla triade Tierra,
Trabajo e Techo (terra, lavoro e
casa), ricollocando queste rivendicazioni elementari all’interno degli
obiettivi generali della riconversione ecologica elaborati dalla cultura e
dalle scienze ambientaliste dell’Occidente: cosa che collega queste ultime agli
obiettivi della ricostruzione di tante comunità territoriali in una dimensione
locale e al tempo stesso globale (Bergoglio, 2014). Ma è evidente che la
riconquista anche solo di un spirito di comunità nei paesi di più antico
insediamento del capitalismo è cosa tutt’altro che facile; e lo testimonia la
stessa sproporzione, nelle tre assise promosse dal papa in questo ambito, tra
le presenze dei movimenti del Sud del mondo e quelle dei paesi dell’Occidente.
Però anche le comunità del Sud del mondo, costituite in movimenti di lotta,
hanno di fronte a sé una violenza feroce e priva di ostacoli e rapporti con il
mondo delle istituzioni tutt’altro che facili da dipanare.
Ma la conversione ecologica, e la riterritorializzazione –
ovviamente parziale, e in continuo divenire – dei processi produttivi
disseminati ormai lungo filiere e subforniture che attraversano in lungo e in
largo, e spesso più di una volta, l’intero pianeta, sono il problema centrale
che non può essere eluso e che deve essere dipanato, se non altro a livello
teorico e programmatico, da chi si trova al centro delle reti che governano
questi processi, cioè nei paesi dell’Occidente e delle economie emergenti. Ma è
un problema che finora è stato largamente eluso.
Per
venire a capo delle diseguaglianze crescenti – di reddito, di benessere, di
sicurezza, ma soprattutto di potere sulla vita di tutti – che caratterizzano le
società odierna, la lotta tra lavoro e capitale non basta più. Il capitale finanziario è riuscito a
frantumare e disperdere su tutto il pianeta, riprendendo un potere quasi
assoluto sul funzionamento della convivenza sociale, il fronte di lotta che nel
secolo scorso lo aveva costretto a venire a patti con il movimento operaio e ad
accettare di corrispondere (certo, non a tutti) salari relativamente alti, continuità
del lavoro e istituti del welfare (istruzione, sanità, pensioni, indennità e
servizi pubblici) erogati dallo Stato. Le lotte sociali si stanno così
spostando dall’impresa al territorio,
dalla fabbrica alla comunità, in quello che è stato chiamato “diritto alla città” (Lefèvre 2014) e,
dopo di lui, Harvey (Harvey, 2012): ciò che in Italia, negli anni ’70, era
stato espresso con lo slogan “Riprendiamoci
la città”. La posta in gioco non riguarda solo le condizioni di lavoro e le
retribuzioni: coinvolge in modo radicale la gestione
dei servizi pubblici e dei beni
comuni (a partire da destinazione e gestione del suolo): cioè le condizioni
basilari della vita associata, che dipendono sempre più dagli impieghi della spesa pubblica. Questo conflitto è una lotta
controle privatizzazioni; ma è anche
la rivendicazione di una diversa gestione
di quei beni comuni e di quei servizi pubblici che li sottragga, attraverso la
partecipazione dei diretti interessati, sia all’appropriazione privata che al
controllo esclusivo della mano pubblica; perché in questo controllo si
riproducono tutte le caratteristiche negative della proprietà privata, a
partire dalla possibilità di alienare
il bene o il servizio.
Innanzitutto,
nel
corso degli ultimi decenni, in quasi tutto il mondo “sviluppato”, i redditi da
lavoro dipendente hanno subito una riduzione di quasi, o anche oltre i dieci
punti percentuali di PIL a favore dei redditi da capitale e dei compensi
professionali. L’aumento delle differenziazioni salariali e la diffusione del
precariato hanno reso questa redistribuzione ancora più iniqua, moltiplicando
la schiera dei senza salario e dei working poor, cioè di coloro che pur
lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente a vivere
decentemente. La crisi ha messo in luce – e continuerà a farlo per anni – la
profondità di questa trasformazione. Una parte rilevante dell’impoverimento
delle classi lavoratrici era stato a lungo occultato con l’indebitamento, sul
cui traffico sono ingrassati la finanza internazionale e i suoi beneficiari,
poi messi in salvo dalle misure anticrisi degli Stati.
Ma quel processo ha alterato
profondamente la struttura industriale del mondo. La produzione dei beni di
consumo più popolari ha progressivamente abbandonato i paesi già
industrializzati, per trasformare Cina e gran parte del Sudest asiatico in
un’area manifatturiera al servizio del resto del mondo. In compenso è
enormemente cresciuto, al servizio dei ceti politici, manageriali e
professionali più ricchi o di autentici rentier, ceti ormai diffusi in
tutti i paesi del mondo, un consumo opulento costituitosi in un vero e proprio
comparto, denominato “lusso” – che riunisce insieme gioielli, abbigliamento,
calzature, pelletteria, arredamento, auto, imbarcazioni, aerei personali, resort
turistici, cibi e ristoranti di grido, case e uffici principeschi – a cui è
stato in larga parte delegato il compito di sostenere produzione e occupazione
nei paesi di più antica industrializzazione: una sorta di “keynesismo di
seconda generazione” in cui, a sostenere la domanda globale, non è più la spesa
pubblica, ma quella dei ricchi.
Questa nuova allocazione delle
risorse dà la misura dei guasti, in gran parte irreversibili, di un trentennio
di liberismo. Perché l’aumento delle differenze nei redditi ha prodotto una
redistribuzione settoriale e territoriale di produzioni e occupazione. A questo
punto, difficilmente un aumento dei redditi popolari e della conseguente
domanda di prodotti di consumo – posto che ci siano le condizioni per
realizzarli – potrebbe avere effetti sostanziali su produzione e occupazione
nei paesi di più antica industrializzazione; perché quella domanda sarebbe
comunque diretta a prodotti fabbricati nelle nuove “manifatture del pianeta”, i
paesi emergenti. A meno di promuovere un processo di riterritorializzazione
che, insieme alla rilocalizzazione degli impianti, investa contestualmente
anche i modelli di consumo, gli stili di vita e la tipologia dei beni e dei
servizi prodotti.
Certamente sui beni necessari – a prescindere dai consumi
opulenti – è verosimilmente abbastanza facile auspicare e cominciare a
promuovere un’agricoltura ecologica e di prossimità e uno sbocco programmato
per le sue produzioni, e anche per alcuni processi di trasformazione dei
prodotti alimentari attraverso l’associazionismo: le esperienze esemplari,
seppur di nicchia, in tal senso sono numerose. Più complesso, ma non
impossibile, perseguire e raggiungere a livello locale una relativa autonomia
in campo energetico attraverso il ricorso alle fonti rinnovabili e la
promozione dell’efficienza energetica. In questo campo le esperienze positive
non mancano e le prospettive di un loro potenziamento abbondano. Anche i
problemi connessi a una edilizia più sostenibile hanno ormai raggiunto la fase
di una effettiva praticabilità e si sa, anche se siamo ben lungi da una
diffusione sufficiente a dimostrarne l’accettabilità, che i problemi del
trasporto locale di cose e persone possono essere affrontati in modo più
economico, più efficiente, e più compatibile con la tutela dell’ambiente e
della salute, con la combinazione intermodale di sistemi di trasporto
condiviso, sia di massa che flessibili. Altrettanto dicasi per un recupero a
livello locale sia di beni durevoli e apparecchiature dismesse che possono
essere rigenerate con una grande espansione dell’occupazione in attività di
riparazione e di manutenzione, sia di materiali ricavabili dagli scarti dei
processi di produzione e di consumo grazie al loro riciclo. Anche la
salvaguardia degli assetti idrogeologici e ambientali del territorio è
ovviamente una attività a prevalente dimensione locale, che non a caso viene,
nelle definizioni programmatiche come nelle lotte, continuamente contrapposta
alla politica di Grandi Opere e di Grandi eventi devastanti.
Tutte queste attività, ed altre consimili, sono tutte ad alta
intensità di lavoro e richiedono la mobilitazione di tutti i livelli di
qualificazione, dalla manovalanza alla progettazione. Per questo, mentre
rispondono alle urgenze della conversione ecologica e della
riterritorializzazione, creano al tempo stesso numerosissime opportunità di
impiego e danno una risposta non solo alla necessità di creare molti posti di
lavoro aggiuntivi – un obiettivo che comunque non può prescindere
dall’imperativo di rivedere e di ridurre drasticamente gli orari e l’intensità
dei ritmi di lavoro – ma anche al problema che oggi si presenta con maggior
urgenza alla politica: quello dell’accoglienze e dell’inclusione dei profughi e
dei migranti in arrivo dai paesi maggiormente devastati dal degrado ambientale,
dai cambiamenti climatici e dalle guerre che quasi sempre vengono innescate da
questi fenomeni. Alimentando al tempo stesso le premesse per creare le
condizioni di un ritorno alla pace e al risanamento ambientale dei territori
che li hanno visti fuggire; perché solo delle persone libere, ben integrate e
professionalizzate in attività connesse alla conversione ecologica possono
diventare la base sociale e gli attori di processi che sviluppino su un piano
di parità una circolazione di uomini e donne, di tecnologie, di culture e di
investimenti produttivi tra i paesi di partenza e quelli di arrivo di questi
flussi.
Tuttavia sono i processi industriali complessi, a partire
dalla fabbricazione di strumenti ormai indispensabili come il computer usato
per scrivere queste note, i mezzi di trasporto e la loro infrastruttura, le
apparecchiature e i macchinari necessari alla rilocalizzazione di molti processi
industriali – che pure possono essere svolti a livello locale all’interno di un’area
più o meno vasta, da definire e ridefinire volta per volta – quelli che pongono
i maggiori problemi e che finora non sono stati affrontati, nemmeno da un punto
di vista teorico, in modo adeguato dalla cultura territorialista.
Non bisogna comunque sottovalutare, nella prospettazione del
cammino da percorrere, il fatto che la scolarizzazione della popolazione ha,
nonostante tutto, compiuto negli ultimi decenni grandi passi in avanti in tutto
il pianeta e che in numerose comunità, prime tra tutte quelle dei paesi
industrializzati, sono diffuse tra il pubblico competenze tecniche e gestionali
molto importanti, frutto in parte di processi formali di istruzione, in parte
di esperienza acquisite presso aziende in cui si lavora o si è lavorato; ma, in
linea generale, largamente sottoutilizzate nelle loro potenzialità, fino a
creare veri e propri stati di frustrazione in chi le possiede, e che possono invece
essere messe positivamente a frutto nel delineare i primi passi di un processo
di riconversione produttiva. E’ questo che rende possibile ancorare la
conversione ecologica a una effettiva partecipazione popolare. Che non è solo
il coinvolgimento dei soggetti interessati nelle decisioni relative alle scelte
da operare, ma può e dovrebbe essere un vero e proprio impegno diretto di molti
di loro nella progettazione, nella realizzazione e nella gestione degli
interventi programmati.
Il problema della riconversione industriale mostra bene le
ragioni per cui la risposta non può essere il protezionismo che isola il paese
da mercati internazionali vitali per l’approvvigionamento di materie prime,
semilavorati e macchinari essenziali per qualsiasi passo verso la
riterritorializzazione dei cicli produttivi. E come la sovranità monetaria, da
perseguire essenzialmente non a livello nazionale, ma locale, attraverso
l’introduzione di una o più monete complementari non convertibili, non possa
fare a meno di affiancarsi a una circolazione di moneta accettata a livello
internazionale, da utilizzare per importare quanto è necessario e da acquisire
attraverso esportazioni di equivalente valore monetario.
Tutto ciò rimanda a interrogarsi sulle caratteristiche del
federalismo che il territorialismo deve perseguire. Non è, evidentemente, in
prima approssimazione, né una federazione né una unione di Stati nazionali,
quanto una serie di accordi tra governi locali che in qualche modo scavalchino
ed esautorino i governi nazionali per realizzare un loro coordinamento diretto
e multilaterale in una nuova entità che non abbia le caratteristiche di uno Stato
supernazionale e che mantenga ai governi locali il massimo delle competenze
gestibili a questi livelli. Che sono solo in parte quelli di Regioni o super
regioni (aree vaste, che non possono mettere sullo stesso piano regioni come la
Lombardia – 10 milioni di abitanti – e la Valle d’Aosta – 100mila abitanti), ma
sono soprattutto quelli delle municipalità (Comuni, articolazioni del loro
decentramento e unioni di piccoli Comuni), dove il rapporto con le
amministrazioni locali e il loro personale – e, quindi, le diverse forme di
democrazia partecipata che possono venirvi instaurate – possono essere più
diretti.
E’ chiaro che in questo disegno, abbozzabile ora solo in via
generale e ipotetica, e non attraverso la prefigurazione dei suoi statuti – e
questo è stato probabilmente il grande errore di Adriano Olivetti nella stesura
del suo libro L’ordine politico delle
Comunità (Olivetti, 2014) – il problema prioritario non è il punto di
arrivo, che peraltro può variare da un paese all’altro e da un’area all’altra,
ma la direzione e il percorso da compiere. Ed è chiaro altresì che il suo
carattere innovativo ed eversivo dell’ordine esistente – ma ineludibile se si
persegue la conversione ecologica, come ha messo in evidenza Naomi Klein con il
suo libro That changes everything (Una
rivoluzione ci salverà) che vuol dire in realtà “Niente sarà più come prima”
(Klein, 2015), è innanzitutto quello di eliminare l’autonomia dell’impresa
produttiva dal contesto sociale in cui è immersa e di rimettere la sua gestione
non sotto il controllo di uno Stato centralizzato e pianificatore; bensì in
mano a una governance composta, in
versioni diverse a seconda dei rapporti di forza e del cammino percorso, da
maestranze, management, proprietà diffusa, associazionismo, amministrazioni
locali, Università e centri di ricerca. Un processo che può essere proposto e
aver inizio fin da ora – in un contesto certamente ostile – nelle soluzioni per
tenere in vita fabbriche e imprese che la proprietà ha deciso di chiudere,
delocalizzare, o che stanno fallendo.
Riassumendo, la territorializzazione consiste nella
promozione ovunque possibile – e certamente non in tutti i campi e per tutti i
bisogni – di rapporti quanto più stretti, diretti e programmati tra produttori
e consumatori o utilizzatori insediati in uno stesso territorio, riportando
ovunque possibile gli impianti produttivi, le aziende e le reti commerciali
alla misura – variabile – dei territori di riferimento. La trasferibilità del know-how a livello planetario ormai lo consente
per molti processi; il recupero dei
materiali di scarto, detta in genere gestione
dei rifiuti, renderà tutti meno dipendenti dall’approvvigionamento di
materie prime vergini; i servizi pubblici locali, se riportati alla loro
missione originaria, che non è quella di fare profitto, ma di facilitare la
vita quotidiana di una popolazione, possono svolgere un ruolo fondamentale nel
connettere politiche di governo della
domanda (di alimenti, di trasporto, di gestione del territorio, dell’acqua
e dei rifiuti, di cura delle persone, di promozione della cultura,
dell’istruzione e dell’integrazione sociale) al sostegno all’occupazione, alla conversione ecologica delle attività
produttive, al risanamento del territorio e dell’edificato. Insomma,
ricostruire entro il villaggio globale creato dalla circolazione
dell’informazione – e dalla interconnessione reciproca delle esistenze di tutti
– le basi materiali di una vita di
comunità ricca di relazioni anche dirette.
Per restituire efficacia e concretezza a un agire condiviso
occorre cogliere il punto in cui la vita quotidiana e i sentimenti di rigetto e
di rivolta della maggioranza delle persone ferite dal regime sociale vigente si
confrontano e si scontrano con i poteri imperscrutabili della finanza. Al
centro di questo immane squilibrio tra poteri globali ed esperienze quotidiane
si ritrovano soprattutto i territori e i governi locali; perché uno degli
oggetti principali delle politiche di austerità è l’appropriazione e la
privatizzazione dei beni comuni. In particolare dei servizi pubblici locali.
Che sono però il perno di quella riconversione ecologica delle imprese e dei
loro mercati che il capitale finanziario non avvierà mai; ma che rappresenta
l’unica possibilità di salvaguardare insieme ambiente, occupazione, redditi,
consumi sostenibili ed equità; ma anche il tessuto produttivo (know-how, professionalità, esperienza e
gran parte degli impianti e delle attrezzature) che le politiche economiche e
le scelte gestionali attuali stanno condannando alla dissoluzione.
Un Comune, inteso
come amministrazione municipale è tale – cioè “comune” – se fornisce ai
cittadini i servizi di cui la vita associata ha bisogno: energia, acqua,
gestione dei rifiuti, strade e mobilità, ristorazione collettiva (ma anche
facilitazioni per gli approvvigionamenti individuali), case a prezzi
accessibili, nidi e scuole materne, edifici scolastici che non crollino, assistenza
agli anziani, spazi di socialità, integrazioni del reddito e così via. Un
Comune che non è più in grado di fare nessuna di queste cose non serve a
niente.
Anche solo delineare un percorso così complesso può essere
fonte di ansia e alimentare un senso di impotenza che induce all’inerzia e alla
desistenza. E’ in gran parte quello che succede anche senza esplicitare i tanti
punti affrontati in queste note, perché la maggioranza delle persone ha una
percezione precisa, anche se non articolata, della distanza che separa le
proprie aspirazioni dalla potenza smisurata delle forze che si oppongono alla
loro realizzazione. E ciononostante la strada da percorrere è questa.
Delinearne i principali passaggi è un passo ineludibile per trovare la forza di
imboccarla.