Una rivoluzione ci salverà

Nella ricorrenza, troppo spesso puramente formale, della “giornata della Terra”, possiamo considerare un grosso passo avanti il fatto che il  movimento ormai mondiale Friday for future, cresciuto intorno alle comparse mediatiche di Greta Thunberg, insieme al più recente Extinction Rebellion, hanno posto all’ordine del giorno del pubblico – in gran parte tenuto all’oscuro da media, politici e accademia della gravità e dell’urgenza del problema, soprattutto in Italia – il tema dei cambiamenti climatici, ormai prossimi a una deriva irreversibile e catastrofica per la vita umana sul nostro pianeta. Una specie di “lettera scarlatta” del nostro tempo che, come quella del racconto di Poe, non riusciamo a vedere proprio perché ce l’abbiamo davanti a noi.

“Non c’è più tempo”: mancano pochi anni al punto di non ritorno: dodici per gli scienziati dell’IPCC, solo cinque per James Anderson che analizza l’evoluzione dei ghiacci sulla Terra. L’umanità tutta, i suoi governi, il suo establishment, i suoi membri arrivano completamente impreparati a questa scadenza, nota da decenni. Non è “l’inerzia” dei governi il nostro principale nemico, bensì il fatto che sia loro che noi continuiamo a bombardare il pianeta con tutte le cose che ci stanno portando alla catastrofe. Invece dovremmo tutti considerarci in guerra: non “contro il clima”, ma contro le cose che facciamo o subiamo tutti i giorni. Ma per andare in guerra occorre riconvertire in tempi rapidi sia la produzione che il nostro stile di vita, dotandoci da subito delle armi necessarie a combatterla e vincerla. Lo avevano fatto in tempi strettissimi tutte le potenze impegnate nella Seconda guerra mondiale. Lo si può e deve fare anche adesso, con una mobilitazione generale.

In mezzo a tante cose giuste Greta fa un errore, più volte ripreso dai suoi giovani seguaci: “I politici sanno che cosa bisogna fare, ma non lo fanno”. Non è vero; i politici non sanno assolutamente che cosa fare, non ci hanno mai veramente pensato (pensano ad altro, al PIL, alla crescita, alle grandi opere e ai grandi eventi, al loro elettorato, alle tangenti) perché i problemi da affrontare sono troppo grandi per loro; per questo preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia.

Certo, gli scienziati sono ormai (quasi) tutti d’accordo sull’origine antropica e l’imminenza del disastro e le tecnologie necessarie a decarbonizzare il pianeta sono ormai disponibili. Ma la transizione comporta sconvolgimenti radicali di tutti gli assetti sociali che né i politici, né il mondo delle imprese e meno che mai la generalità dei cittadini sanno come affrontare. Ma è ora di cominciare a delineare a grandi linee i passi da compiere; la loro definizione non può essere affidata solo ai tecnici, come quelli che l’economista liberista Jeffrey Sachs ha convocato a Milano il 2 e 3 aprile per discutere di come decarbonizzare il mondo. Manca in tutto questo la politica, quella vera, cioè il coinvolgimento e l’autogoverno dei cittadini in un rapporto dialettico tra alto (i Governi) e basso (le comunità locali). Manca una road map che occorre mettere in discussione senza lasciarsene spaventare. Qui si prova a indicarne almeno alcuni passi:

  1. Dichiarare, come hanno già fatto alcune città e università, lo stato di emergenza climatica. Vuol dire bloccare il più rapidamente possibile tutte le attività che producono gas climalteranti, dando la priorità a tutte quelle che concorrono alla decarbonizzazione;
  2. Garantire un reddito certo a tutti i lavoratori che perderanno il lavoro – o non lo troveranno – nelle imprese soggette a chiusura, in attesa di una loro ricollocazione in imprese e progetti impegnati nella transizione energetica;
  3. Spostare tutti gli investimenti e gli incentivi pubblici diretti dalle attività legate ai fossili a quelle legate alla transizione. Non si tratta di noccioline: significa, nell’immediato, bloccare  produzione e importazione di auto individuali e di barche da diporto, comprese le crociere, e convertire gli impianti per produrre mezzi di trasporto collettivo o condiviso (l’elettrico, di per sé, garantisce scarsi benefici climatici, anche se emette meno inquinanti) e impianti di generazione elettrica alimentati da fonti rinnovabili; bloccare tutte le centrali termoelettriche e tutti i consumi energetici superflui; trasformare nel più breve tempo possibile involucri e alimentazione energetica di tutti gli edifici; convertire agricoltura e alimentazione alle produzioni biologiche e di prossimità, riducendo il consumo di carni, ma soprattutto di acqua e lo sfruttamento senza rigenerazione dei suoli; ridurre al minimo trasporto aereo, vacanze esotiche, import-export di merci superflue, traffico transoceanico;
  4. Fissare delle sanzioni per gli Stati e le corporation che non si adeguano a queste esigenze con piani dettagliati, sottoponendoli a un monitoraggio sovranazionale. Altro che accordi di Parigi…
  5. Coinvolgere il numero maggiore possibile dei residenti di ogni comunità nella definizione, nella progettazione e nella realizzazione a livello locale di questi obiettivi, perché le misure per farvi fronte non possono essere determinate in modo centralistico dagli Stati. E’ a questa attività, oltre che a fare pressione sui Governi, che dovranno dedicarsi fin da subito le diverse espressioni che assumerà il movimento per la salvezza climatica. La transizione che ci attende non è un’opzione tecnica, ma una rivoluzione dei consumi, degli stili di vita, degli assetti produttivi, dei rapporti di potere i cui elementi determinanti sono il conflitto e la partecipazione; per questo sono inaccettabili dall’establishment al potere, come ha cercato di spiegarci Naomi Klein nel suo libro Una rivoluzione ci salverà.

Oggi sembrano cose impossibili anche solo da concepire (e Greta viene trattata come una “deficiente”: da compatire o da lusingare; senza conseguenze). Tra pochi anni sembreranno ancora del tutto insufficienti.

Fridays for future

Il 12 e il 13 aprile si è svolta a Milano la “due giorni” di Fridays for future Italia. La sera del 12 con una conferenza scientifica affidata a quattro esperti: sulle fonti rinnovabili, sulle ripercussioni in agricoltura, sullo stato della ricerca, sul negoziato internazionale e sulla dimensione sociale dei cambiamenti climatici. Il 13 si è svolta invece, per tutto il giorno, l’assemblea nazionale costituente del movimento italiano, la prima nel mondo: “d’altronde il corteo di Milano è stato il più grande di tutti”, ha detto con orgoglio uno degli intervenuti. Se la sera prima il pubblico era “misto”, metà di giovani e metà di persone mature, il giorno dopo l’aula magna della facoltà di fisica era stracolma solo di giovani e giovanissimi (con rarefatta presenza di anziani), tra cui circa 200 delegazioni da oltre 100 città italiane. L’età media molto bassa è una caratteristica e un vanto di Fridays for future. Per molti intervenuti, più che di studenti – “che mai ci facciamo a scuola se lì non ci insegnano altro che a riprodurre un modello di sviluppo che ha solo più pochi anni di vita?” – il loro è un movimento della “nuova generazione”: una generazione “preoccupata” se non “terrorizzata”; “la prima che sperimenta il cambiamento climatico, ma anche l’ultima che ha la possibilità di fermarlo”. Questa coscienza di una responsabilità generazionale – “Qui, come diceva Falcone, innocente non è nessuno” e “il sistema siamo noi; per questo possiamo cambiarlo”; o anche “non ci salverà nessun altro” – ha attraversato tutto il dibattito, con una frequente contrapposizione tra “noi”, la generazione del terzo millennio, e “loro”: quelli che non hanno fatto niente per sventare quel rischio mortale, andando avanti per la vecchia strada come se niente fosse. Per questo “occorre ammettere le colpe dei padri” evocando anche “un giusto risentimento verso le precedenti generazioni”. “C’è un elefante nella stanza, che sta per sedersi sopra di noi” perché “ci avete ignorato; ma è finito il tempo delle scuse. Adesso siamo arrivati noi”. Ma è stato anche aggiunto “Siamo giovani sì, ma non ostili a chi non lo è”. Tuttavia il mood generale era tale per cui l’unica persona di una certa età che è intervenuta, la mamma di un “attivista” di 13 anni, ha sentito il bisogno di esordire dicendo: “Chiedo scusa per l’età”. D’altronde anche un giovane può sentirsi un po’ vecchio: “Se un anno fa mi avessero detto che sarei andato dietro a una ragazzina svedese di sedici anni -ha raccontato uno degli intervenuti – avrei pensato che mi stavano scambiando per un pedofilo…”

Gli interventi, rigorosamente contingentati nei tempi, erano organizzati intorno a quattro punti: chi siamo, che cosa vogliamo, dove andiamo e come ci organizziamo. Tralasciando quest’ultimo, che ha reso evidenti le difficoltà di dare anche solo un coordinamento a un movimento nato da poco, e “a velocità pazzesca”, le delegate e i delegati che si sono alternati sul palco hanno fornito un  quadro corale di un movimento diversificato ma unitario, creativo, colto, che sa di essere forte e di avere la ragione dalla propria parte; e che per questo può irridere ai suoi avversari: “Ma se tutti sono d’accordo con noi, contro chi stiamo manifestando?” Ma anche capace di mobilitazioni straordinarie “che non si vedevano dal tempo delle adunate degli alpini” e al tempo stesso preso dallo stupore per il modo in cui i suoi protagonisti si stanno trasformando: “Siamo qui. Greta ha smosso il mondo: sono nate di colpo amicizie tra persone che non si conoscevano”. Se il primo problema, per ora, era “combattere l’indifferenza, Fridays for future l’ha smossa”. E grazie a questo, “solo noi possiamo guardarci negli occhi, con fiducia e non con paura”, in “un movimento che nasce da un sentimento senza interessi, perché ci crediamo”. E “possiamo cambiare il sistema perché siamo gli unici a non farsi acciecare dal guadagno”. Con la coscienza, per di più, di avere un ruolo storico: “Con noi i senza diritti prendono la parola”. “Ci hanno sempre detto che ‘non c’è alternativa’. Ma l’alternativa siamo noi” e ancora: “Siamo un movimento bellissimo, la goccia che sarà l’inizio della tempesta”. Adesso, subito, “il tempo scorre, tic tac, tic tac”, “l’apocalisse è già qui” e “non possiamo aspettare di raggiungere l’età adulta”. E, tanto per cominciare: “Il prossimo autunno dovrà parlare di questa generazione”, con l’ambizione di “diventare il movimento più grande del mondo”.

Chi siamo? La formula più ripetuta, da quasi tutti, è: “un movimento apartitico”, corredato anche da qualche “antipartitico”. In effetti una delle note dominanti è stata la diffidenza e, in molti casi, un vero e proprio rigetto nei confronti dei partiti; ma anche dei sindacati, al punto che pur chiedendo che la prossima giornata di lotta del 24 maggio venga proclamato uno sciopero generale che blocchi tutto il paese per esigere misure radicali sul clima, si è voluto evitare di nominare i sindacati nella mozione finale. Ma ce n’è anche per le associazioni ambientaliste, anche loro “troppo legate ai partiti”. E dai partiti questa diffidenza è stata estesa, da alcuni, ma non da tutti, anche alle istituzioni, su cui “occorre esercitare il massimo della pressione”, ma con cui “dialogare è prematuro; non siamo ancora pronti”. A questa quasi unanimità contro i partiti si associa la denuncia delle loro strumentalizzazioni – “Parlano come noi di transizione energetica e poi finanziano i fossili” – mentre fa da riscontro un quasi incondizionato apprezzamento per la ricerca scientifica, il suo metodo e gli scienziati; fino all’affermazione volutamente paradossale che ne ricalca una di cinquant’anni fa: “Vogliamo tutto e subito. Ce lo dice la scienza”. Con ciò trascurando persino la lettera con cui un gruppo di scienziati italiani si è rivolto al movimento per avvertirlo che non tutta la scienza è allineata con le posizioni dell’IPCC, soprattutto in campi non direttamente legati alla climatologia, come medicina, agricoltura, idraulica, ingegneria, ecc.; e che non tutti gli scienziati sono esenti da condizionamenti, anche pesanti, da parte di lobby e corporation che hanno forti interessi in quei campi. Ma si capisce bene questa presa di posizione del movimento, che a volte finisce per attribuire alla “scienza” anche l’intera soluzione dei problemi: perché l’adesione ai metodi e ai risultati della ricerca scientifica è ciò che contrappone il movimento alla “politica”, quella dei partiti, che li ignorano o non li tengono in alcun conto, facendosi corresponsabili della corsa al disastro. Ma se le analisi dei climatologi sono inconfutabili e “le tecnologie per decarbonizzare completamente l’economia sono disponibili, e a costi anche inferiori a quelli dei fossili”, come era stato illustrato nella conferenza scientifica della sera precedente, di lì nasce anche una sottovalutazione del ruolo della politica, quella vera, quella fatta dai cittadini consapevoli. Quella sottovalutazione si radica in un’affermazione sbagliata di Greta, spesso ripetuta nel corso dell’assemblea, secondo cui “i politici sanno che cosa bisogna fare, le soluzioni ci sono già, ma non le applicano”. In realtà i politici di tutto il mondo non sanno assolutamente che cosa fare, e per questo continuano per la vecchia strada come se niente fosse. Perché la transizione energetica e, a maggior ragione, una radicale conversione ecologica, non sono questioni solo tecniche, ma anche e soprattutto sociali: richiedono, tra l’altro, una rivoluzione degli stili di vita, ma anche la chiusura di milioni di imprese e di progetti – e l’apertura di altri – colpendo interessi costituiti, ma anche posti di lavoro non sempre immediatamente sostituibili o riconvertibili: un processo sicuramente complesso e fonte di grandi sconvolgimenti (anche se inferiori a quelli che ci aspettano in uno scenario business as usual, senza interventi mirati). Per questo nessun politico ha la capacità e la cultura per affrontarli: si sono sempre dedicati ad altro… Di questa problematica solo alcuni degli intervenuti in assemblea hanno dimostrato di essere consapevoli (poco male, c’è tempo per affrontarla, tanto più che dovrà impegnare intelligenze e pratiche collettive per decenni). Ma a volte ha il sopravvento anche una spinta alla delega: “Nessuno di noi deve avere paura di scontentare qualcuno”, dice qualcuno, “non siamo noi a mandare a casa i lavoratori”. A risolvere problemi come questo “devono pensarci loro Non sono mancati però accenni a entrare maggiormente nello specifico: “Clima vuol dire energia, ma anche mobilità, agricoltura, allevamento, alimentazione”. Per ciascuno di questi ambiti “ci vogliono piani di transizione precisi”.

Chiaro è comunque a tutti, o quasi, lo stretto legame tra giustizia ambientale – salvare la vita su questo pianeta – e giustizia sociale – evitare che le conseguenze del degrado ambientale ricadano, come succede da tempo, sui più miseri e i più emarginati della Terra – cogliendo la stretta relazione tra deterioramento climatico e migrazioni; e anche tra migrazioni e razzismo: “Non possiamo prescindere dal razzismo. Viene negata la dignità a degli esseri umani a causa del loro paese di origine”.

Subito dopo l’adesione al metodo scientifico, tra le caratterizzazioni del nuovo movimento più citate c’è quella di “anticapitalista”; vengono poi, nell’ordine, “politico”, “pacifico”, “antifascista” e “democratico”. La connotazione di anticapitalista è stata spesso associata alla denuncia del ruolo delle multinazionali o dello sfruttamento del lavoro, che hanno “trasformato la Terra in una immensa, sudicia società per azioni”. E alla convinzione, condivisa da molti, che “il capitalismo, la radice del mondo in cui siamo nati” “non è sostenibile”: “non si può più vivere nel capitalismo che i nostri antenati hanno creato”. Non è una connotazione ideologica, come quella di chi pensa ancora che l’esito prefigurato dallo “sviluppo delle forze produttive” sia inevitabilmente il socialismo o il comunismo: due termini che non sono mai stati pronunciati. Quello sviluppo delle forze produttive ha infatti finito per volgere l’intero pianeta al peggio, per lo meno negli ultimi decenni. Tutti sembrano consapevoli che “lo sbocco” della transizione energetica o, più in profondità, della conversione ecologica, è interamente da ripensare e da costruire, anche se molto del suo profilo sembra già delinearsi attraverso alcune indicazioni per l’oggi: “diritto a un futuro felice”,  “cambiare stile di vita, riducendo i consumi”, “ridurre l’orario di lavoro”, “istituire un’economia circolare”, “realizzare un cambiamento politico ed economico non più fondato sulla predazione delle risorse della Terra”, “salvare il vivente, gli animali e le foreste”, “rispettare gli animali”, “salvaguardare tutti gli ecosistemi”, “perseguire giustizia, verità e bellezza”, “superare l’antropocentrismo”, “adottare un punto di vista femminile nell’analisi dei problemi”. 

Che cosa vogliamo? Qui le indicazioni sono chiarissime: innanzitutto la “decarbonizzazione rapida e totale”: “fermare l’estrazione di fossili”, “bloccare gli incentivi ai fossili”, “istituire un Green new deal”. Alcun fanno riferimento alla definizione dello sviluppo sostenibile del rapporto “Il nostro futuro comune” (1988), altri ai 17 obiettivi dell’ONU, ai rapporti dell’IPCC, all’accordo di Parigi, rilevando comunque come nei negoziati internazionali prevale sempre ilcompromesso.

Pareri diversi sono stati espressi sul tema dei rapporti con le istituzioni: per alcuni occorre aprire un confronto al più presto; per altri non siamo ancora pronti. Per accettare un confronto con il ministro Costa, bisogna comunque che ci sia da parte sua “un atto di buona volontà: stop a tutti i nuovi impianti”. Le prossime elezioni europee “ci riguardano poco”, ma si potrebbe comunque “sottoporre ai candidati un elenco di richieste da sottoscrivere”, per poi vedere come si comportano. La richiesta più dirompente è comunque quella di chiedere – o esigere – dalle autorità locali o dal Governo (e dalle autorità scolastiche, per gli insegnanti di Teachers for future, che propongono anche “una disobbedienza civile di massa senza precedenti, per salvare il mondo”) “la dichiarazione di uno stato di emergenza per il clima”, in modo da “spostare il focus del dibattito” per far sì che vengano messe al primo posto tutte le misure di possibile realizzazione immediata, abbandonando iniziative e progetti dannosi per il clima e “intersecando i diversi temi per rendere il nostro punto di vista  egemonico”. La lotta contro i cambiamenti climatici deve diventare la priorità a cui ricondurre e tutte le cose da fare.  A partire dal “blocco di tutte le grandi opere”.

E’ questo un tema che ha visto uniti tutti quanti gli interventi: “no alle grandi opere inutili e dannose, ai grandi eventi, alle grandi navi (a Venezia), alle grandi speculazioni, a partire da quelle direttamente connesse allo sfruttamento e al trasporto dei fossili: tap, trivelle, Centro oli dell’Eni, ecc. Con l’avvertenza, tuttavia, che, a causa della scarsa o cattiva informazione “la maggioranza della gente non è contro le grandi opere”, e che “su questo tema occorre agire con cautela, spiegarci; perché dobbiamo essere i rappresentanti di tutti”. Quest’ultima, d’altronde, è una preoccupazione che ricorre in molti interventi: “Abbiamo bisogno soprattutto di chi non c’è”, “non bisogna chiuderci tra noi giovani”, “bisogna fare grandi campagne di informazione”, “coinvolgiamo anche gli anziani”; poi occorre “entrare nelle scuole”, “cambiare la didattica”, “educare gli insegnanti” e, soprattutto, “spostare gli investimenti dai fossili all’istruzione”, “finanziare ricerca e istruzione”. Tanto più che “il loro potere si basa sulla nostra ignoranza”: “abbiamo nove scuole su dieci che crollano e finanziano il TAV…”. Occorre, insomma “promuovere una rivoluzione culturale a partire dalle scuole”.

Alla fine di tutto spuntano le iniziative pratiche in cui molti sono impegnati: pulire strade e giardini a scopo dimostrativo (e non per aiutare le amministrazioni), eliminare la plastica da scuole, università ed eventi pubblici; ma “proibire anche la produzione di plastica usa e getta”, spostarsi in “bicicletta”, “mangiare meno carne e latticini”, “recuperare il cibo di scarto”, “boicottare i prodotti ad alto contenuto di carbonio”. E poi, “bloccare il traffico per farsi ascoltare” e “promuovere manifestazioni a livello regionale”. La prossima manifestazione, quella del 24 maggio, avrà invece carattere nazionale e vedrà tutti impegnati nella sua promozione. Arrivederci a maggio!

PS. I “giovani” che avrebbero sviluppato una dipendenza da smart phone, oggi al centro delle preoccupazioni di papa Francesco e di un noto editorialista di Repubblica, potrebbero “curarsi” partecipando al movimento Fridays for future, la cui assemblea ha visto il succedersi di oltre 100 oratori, quasi tutti con lo smart phone in mano, su cui leggevano l’intervento o la scaletta che avevano scritto, da soli o con i loro compagni. Ma erano proprio loro ad avanzare anche la richiesta che venga posta fine al sistema dell’obsolescenza programmata di quegli apparecchi: quel meccanismo che produce la smania per il nuovo di cui tanti moralisti, regolarmente forniti dell’ultimo modello non solo di smart phone, ma anche di tablet e computer, rimproverano i giovani di essere succubi, perdendo il senso dei “veri valori”. Non è lo smart phone a creare dipendenza, bensì la mancanza di idee, di incontri interessanti e di passioni civiche, proprio ciò che a tanti moralisti manca completamente. Lo stesso vale per l’avversione che in quell’assemblea molti interventi hanno manifestato nei confronti dell’altra vacca sacra della nostra epoca: l’automobile privata. Tra i membri di quel movimento suscita solo fastidio.

Le due gambe del congresso Pro-Life

L’Al Baghdadi di casa nostra si è materializzato in questo fine settimana a Verona la Raqqa dell’Occidente nel Congresso mondiale della famiglia. La sua identità non è ancora certa; per ora ha fatto la sua comparsa solo sotto forma di consesso – di pope, ministri, maschi frustrati e cacciatori di streghe – ma non tarderà a rivelarsi; perché il suo spirito non contempla collegialità né mediazioni.

E’ sempre più chiaro che ad alimentare il fondamentalismo islamico che ha dato vita all’Isis, ad al Queda, ai Talebani – ma che tiene in vita anche il regime di Erdogan, quello saudita di Mohammed Bin Salman e lo stragismo islamista in tutto il mondo – è uno spirito di rivalsa contro la minaccia dell’emancipazione o della liberazione della donna e il tentativo di mantenerla o ricacciarla nella condizione della sua “naturale” sottomissione. Per questo l’autonomia e lo spirito di iniziative delle donne del Rojava, che hanno dato vita all’esperimento di democrazia più avanzato del mondo, rappresenta una minaccia mortale per tutti i fondamentalismi. E per questo il Rojava ha tutto il mondo contro: dalla Turchia di Erdogan alla Procura di Torino.

Ma per chi crede che il “civile” Occidente si sia liberato di questi fantasmi, ecco che il Congresso mondiale della famiglia lo riporta a fare i conti con la “dura realtà”: un’adunata dove la manifestazione più esacerbata di cultura e di spirito patriarcali, vecchi come il mondo, ma vero punto di convergenza tra opposti fondamentalismi, si sposa apertamente con il razzismo attraverso l’imperativo di “fare figli”. Anzi, “farli fare”, ovviamente, alle donne, chiudendole in casa. Più figli: per preservare la razza bianca e cristiana dalla contaminazione e dall’invasione di chi bianco e cristiano non è: cioè il migrante, a cui va fatta guerra per terra e per mare. Bisogna “salvare i feti” – ben rappresentati dal mostriciattolo di gomma distribuito ai convenuti – costringendo le donne a portare a buon fine tutte le loro gravidanze, ancorché indesiderate, e lasciar morire in mare o nel deserto quanti più profughi possibile, perché non ci vengano a invadere riempiendo le nostre scuole con i loro sgraditi figli.

Guai a considerare questa vicenda un “episodio” qualunque. Lo spirito che la anima avanza su due gambe: antifemminismo e razzismo, spesso entrambi non dichiarati o inconsapevoli (come lo sono tutte le principali manifestazioni del potere patriarcale). Dove uno vacilla, l’altro lo sostiene; e viceversa. E oggi la paura e la ripulsa del migrante, che avanzano in tutta Europa come negli Stati Uniti senza trovare grandi ostacoli, hanno sufficiente forza per rinfocolare gli animal spirits del patriarcato, non sempre sufficientemente in allerta. Per questo il convegno di Verona giunge a proposito per rafforzare reciprocamente gli uni e gli altri.

Per fortuna la mobilitazione promossa in contemporanea da nonunadimeno ha soverchiato e ridicolizzato quell’adunata di nemici della vita e dell’umanità, così come le manifestazioni NoTav e quelle per la salvaguardia del clima hanno sempre soverchiato le lugubri adunate pro Tav promosse dalle cinque inconsapevoli “madamine” della vecchia Torino. Ma basta uno sguardo ai giornali o ai notiziari TV (si distingue ancora una volta il Corriere della sera) per i quali “la notizia” è il convegno, non la manifestazione, per rendersi conto delle forze in campo. A partire dalla “conta” delle presenze e dalla dimensione di titoli e foto; ma senza trascurare il disprezzo malcelato con cui vengono ignorate – o “sorvolate”, o falsate, o confuse – le ragioni profonde e chiare dei manifestanti, a cui non è mai data la possibilità di far conoscere il loro punto di vista.

Di quell’informazione, di quella cultura servile verso i politici che la sottende, di quelle istituzioni dentro cui si svolgono le rese dei conti tra opposte camarille che sotto sotto la pensano tutte allo stesso modo, non sappiamo che farcene. Fino a che, per lo meno, la forza delle mobilitazioni popolari non riuscirà a piegarle, ad mandarle i pezzi, per lasciare prima un varco, e poi una faglia, e poi ancora una voragine a coloro, e sono in tanti, che hanno ancora la voglia e il coraggio, e ormai ce ne vuole parecchio, di mettere al centro del proprio agire il presente e il futuro di tutta l’umanità, femminile e maschile, nera e bianca; di tutto il vivente, animali ed ecosistemi; e della Madre Terra.

Da marzo in libreria “La parola ai rifiuti”

Scrittori e letture sull’aldilà delle merci. Dopo quattro pubblicazioni in cui, nel corso degli anni, ho affronto il tema dei rifiuti dal punto di vista filosofico, scientifico e sociale in questo libro tratteggio una storia dei rifiuti attraverso la letteratura mondiale.

Nel libro troverete quarantasei analisi e commenti a testi della letteratura, sia alta che bassa, e anche bassissima, nei quali i rifiuti fanno da sfondo al racconto, o ne sono i protagonisti, oppure sono metafore di qualche aspetto dell’esistenza umana o, ancora, si prestano a una catalogazione che rimanda ai diversi stili di vita di chi li ha prodotti o del modo e delle vicende in cui sono stati prodotti. Attraversando questo “campo letterario” definito dall’avere a che fare con rifiuti o scarti dell’attività umana, si incrocia un campione di umanità così varia, così straordinaria e, al tempo stesso, così rappresentativa di qualche aspetto della personalità di ciascuno di noi da rendere la lettura consecutiva dei capitoli una sorta di comédie humaine dei giorni nostri.

Da Goethe a Kafka, da Calvino a Montale, da Pasolini a Hugo, da Carlotto a Scarpa passando per Saramago, Coetzee, Ballard – e tanti altri ancora – questi scrittori hanno documentano in modo incontrovertibile come, a partire da un certo momento della storia, i rifiuti siano diventati una componente essenziale e insopprimibile del nostro mondo e delle nostre vite.

Un’alleanza per clima e giustizia

L’Italia è il baricentro del Mediterraneo per ragioni geografiche e storiche: è stata il punto di incontro di tutte le civiltà che si affacciano e si sono affacciate sul Mare Nostrum. Oggi, per le stesse ragioni, l’Italia è un naturale punto di approdo, effettivo o potenziale, di chi dall’Africa, ma anche dal Medio Oriente, cerca di raggiungere l’Europa. Un movimento che non è destinato a fermarsi; e che nessuno riuscirà a fermare se non rendendo sempre più turbolente, ma anche pericolose per tutti, aree e comunità collocate sui lati meridionali e orientali di quel mare. Da tempo, però, l’Italia ha rinunciato alla sua vocazione di ponte per il transito di quei fuggiaschi, per adottare invece il ruolo di barriera, “chiudendo i porti” persino ai naufraghi fortunosamente raccolti un minuto prima di annegare. Un ruolo che l’Italia si è assunta a nome e per conto dell’Unione europea; i cui Governi sono ben contenti che Salvini sbraiti contro di loro, fino a che si assumerà comunque in prima persona il compito di tenere i nuovi fuggiaschi lontani dai confini dell’Europa: direttamente o per il tramite delle bande libiche che finanzia. Ma è un ruolo da sicario, che rende il nostro paese brutale e insignificante: quel ruolo, che il governo addossa a tutti noi, trascina l’Italia lontano dal suo baricentro, verso quei paesi dell’Europa orientale che sono all’avanguardia nel farsi vanto, e terreno di raccolta di consenso per i partiti al governo, della guerra che l’Europa tutta sta sferrando contro i migranti. 

L’Italia potrebbe essere invece il luogo della ricomposizione di una grande comunità euro-afro-mediterranea proprio grazie all’arrivo di tante persone ancora legate alle loro origini – alle comunità e alle terre che si sono lasciate alle spalle – da legami di sangue, ma oggi anche da internet e, se fosse loro concesso, anche dalla facilità di spostarsi in aereo tra il paese di origine e quello di destinazione, e viceversa, a costi da dieci a cento volte inferiori a quelli che sono costretti a sostenere per un viaggio di solo andata, che spesso dura anni e che li espone a violenze inenarrabili e al rischio continuo di perdere la vita in terra o in mare. Coloro che affrontano un viaggio del genere sono persone per lo più giovani, la parte più intraprendente, vitale, curiosa e generosa delle loro comunità. In Italia e in Europa, però, non sappiamo apprezzarne e valorizzarne le qualità, le potenzialità e le culture; le disprezziamo, relegandole all’ultimo gradino della scala sociale; a volte per sfruttarle di più pagandole di meno, a volte consegnandole alla malavita come manovalanza; e sempre usandole come spauracchio per promuovere consenso intorno alla paura di “contaminarsi” con qualcuno diverso da quel che pretendiamo di essere; come se la popolazione dell’Europa non fosse il – felice – prodotto di secoli di contaminazioni tra popoli e culture diverse… Così, rinunciamo a coinvolgere i nuovi arrivati in attività utili a tutti perché “non c’è abbastanza lavoro” nemmeno per i nativi europei; come se il lavoro fosse una grandezza data una volta per sempre, e non un mezzo, di ampiezza variabile, per realizzare ciò che di volta in volta si decide che è giusto fare (e oggi a deciderlo sono solo i padroni del mondo). Così ci perdiamo dietro il mortifero mito della “crescita”, precipitando tutti insieme nel baratro di un cambiamento climatico che renderà la Terra invivibile. E per tenere quei migranti lontano da noi ci consegniamo a regimi sempre più autoritari, se non fascisti, rinunciando al contributo che tutti, nativi e migranti, potrebbero dare al grande progetto comune della conversione ecologica: sia “a casa loro” che “a casa nostra”, cioè nella “casa comune”, quella che “è di tutti”. 

Per imporre quel cambio radicale di rotta necessario per far fronte ai cambiamenti climatici che è la conversione ecologica ci vuole un grande movimento europeo e mondiale che spazzi via i Governi  abbarbicati alla conservazione di un presente che ci sta portando alla catastrofe; ma ci vuole anche, nei paesi e tra le comunità (che da sole non possono farcela) da cui provengono profughi e migranti, qualcuno che sappia indicare la strada per riportare nei rispettivi paesi pace, concordia e progetti per rigenerarne suoli, territori e comunità devastate da secoli di sfruttamento e da governi asserviti agli autori di quella rapina. Questo “qualcuno” non possono che essere i migranti disposti a ritornare, in forma volontaria e non forzata, nei loro paesi (cioè quasi tutti), o a ristabilire nuove forme di collaborazione “dal basso” con le comunità che hanno dovuto lasciare: con idee, progetti, relazioni e persino piccoli capitali (che là sono grandi). E nessun altro: qualsiasi richiamo ad ”aiutarli a casa loro” – dietro cui per lo più si nasconde solo la voglia di sbarazzarsene nel modo più spiccio – non fa i conti con la presenza e l’arrivo di sempre nuovi migranti nei paesi europei, ed è pura ipocrisia.

Ma oggi, a mettere con le spalle al muro politiche e governi che antepongono il respingimento dei migranti alle misure urgenti e drastiche da varare contro i combustibili fossili e la loro industria, che stanno portando il pianeta alla catastrofe, si sta costituendo – tra le generazioni più giovani, quelle direttamente colpite nel loro futuro dall’inerzia delle “classi dirigenti” – un movimento che non si fermerà più; e che non può fermarsi, perché ne va della stessa esistenza dei suoi protagonisti. E’ a questo movimento, che avanza nel nome di Greta Thunberg, che va affidato anche il compito di scoprire nei migranti contro cui si accaniscono i governi di tutta Europa gli alleati della loro lotta per cambiare radicalmente il mondo.

Verso dove?

Ma davvero “Senza sinistra in Europa niente risposte ai giovani”, come il manifesto titolava domenica scorsa un articolo di Rossella Muroni? Per esprimere le sue potenzialità questo nuovo movimento non ha alcun bisogno di una “sinistra” che non c’è; e non per caso. E’ la sinistra che non c’è più ad aver bisogno di quel movimento per cercare di tornare in vita; con il rischio di distruggerlo, come dopo il G8 di Genova e in altre occasioni. 

Nessuno nasce rivoluzionario, e nemmeno democratico. Si riceve l’imprinting dalla propria famiglia e, crescendo, lo si fa proprio o lo si rifiuta. Contano i percorsi e soprattutto le persone che si incontrano. Venerdì scorso a Milano centomila giovanissimi hanno incontrato se stessi e si sono resi conto del fatto che, tutti insieme, sono una cosa diversa da ciò che pensavano o gli avevano fatto credere di essere. In questo inizio di movimento hanno capito che per salvare se stessi e il pianeta occorre cambiare e rovesciare tutto.

Nemmeno c’è da insistere perché quel movimento si orienti in senso “anticapitalista”. Che cosa significa? Molti pensano ancora il capitalismo come un universo chiuso da una porta (blindata); che una volta sfondata immetterà tutti in un altro locale già ben arredato (dallo “sviluppo delle forze produttive”): il “socialismo”. Ma dietro quella porta non c’è alcun socialismo. Forse un altro locale c’è, ma è vuoto e o pieno di cianfrusaglie molto ingombranti e bisogna svuotarlo e arredarlo di nuovo. Il socialismo sembra forse rinascere con uomini come Corbyn e Sanders. Ma nel socialismo di Corbyn c’è poco di nuovo, se non l’entusiasmo di chi lo sostiene. E in quello di Sanders c’è soprattutto l’affermazione (che negli USA fa ancora scandalo) che non tutto deve essere privato e che pubblico può essere meglio.

Da noi, in Europa, sappiamo che non basta. Gli arredi di quel locale occorre cominciare a metterli insieme fin da ora, con un percorso comune (e un primo appuntamento può essere la manifestazione del 23 marzo contro tutte le Grandi opere inutili). Chi ne ha può mettere a disposizione le proprie esperienze, ma con l’umiltà di chi ha poco da insegnare e molto da imparare.

Ci troviamo di fronte a un movimento globale che, tra alti e possibili bassi, non potrà che crescere, perché si fanno sempre più urgenti le ragioni che l’hanno fatto nascere. E di fronte alla necessità di una svolta così radicale (ne va del futuro del genere umano) che non può essere affrontata con il bagaglio e le parole di un’altra epoca. Hanno ragione i circoli del Nordest quando scrivono: “dovremmo cominciare a pensare che ‘transizione ecologica’ sia uno dei nomi nuovi della rivoluzione”. Quella transizione, o conversione, ecologica è fatta di analisi e prospettive globali a cui hanno lavorato per anni scienziati e tecnici. Ma è fatta soprattutto di progettualità locale, di iniziative portate avanti là dove ciascuno può cercare di “mettere mano”, secondo il principio “pensare globalmente e agire localmente”. In molti hanno cominciato a farlo; è con la pratica e con l’esempio che si può entrare in contatto con questa generazione che di vecchi miti e vecchi riti non ne vuol sapere: con le lotte contro la manomissione del proprio territorio e contro tutti gli impianti destinati a prolungare nel tempo l’utilizzo di fonti fossili e la produzione ulteriore di Co2 (al primo posto, il Tap, le trivelle e il cantiere del Tav); con la progettazione e l’installazione di impianti per le energie rinnovabili e la promozione di comunità energetiche, con la conversione ecologica dell’agricoltura e della propria alimentazione, in una alleanza fatta di rapporti diretti tra chi coltiva la terra o trasforma gli alimenti e chi li sostiene garantendo loro un reddito certo: un modello che si è dimostrato trasferibile in altri ambiti: mobilità, housing, manifattura in 3D e altro. E ancora, con una sanità fondata sulla prevenzione più che sulle terapie e con modelli di istruzione che rendano bambini, allievi e studenti persone autonome e indipendenti. Persino con banche e monete locali pensate per far vivere una comunità e non per strangolarla. In una parola, con la cura della Terra e del nostro prossimo che trascenda la distinzione tra lavoro produttivo e riproduttivo. Sono pratiche con cui le nuove generazioni raramente vengono messe in contatto. Nella scuola non si insegnano; per questo saltare la scuola per salvare la Terra (Friday for Future), oltre che dell’irresponsabilità dei potenti, è anche critica di una scuola dai saperi inadeguati. 

E’ la conversione ecologica la risposta ai principali problemi del nostro tempo: il lavoro che manca; ma le cose indispensabili, che possono dare lavoro, utile e creativo, a tutti, sono tantissime. Le migrazioni; accogliere e includere i nuovi arrivati sarà di nuovo possibile dando loro un lavoro (regolare), come lo era stato negli anni della ricostruzione e del “miracolo economico” del secolo scorso, senza ripetere gli errori di allora. La pace, perché la prima industria da riconvertire è quella delle armi: e senza armi non si fanno le guerre. E il ritorno volontario nelle loro comunità dei profughi e dei migranti già arrivati o che verranno in Europa perché nei loro paesi non possono più vivere; ma che continuano a sperare di potervi tornare. Perché soprattutto là sono necessarie sia la conversione ecologica del loro ambiente, devastato da multinazionali, grandi potenze e guerre, sia la conversione sociale delle loro comunità, compromesse da anni di conflitti fratricidi. Un compito che non può essere affidato ai governi corrotti dei loro paesi, né ai capitali e alle imprese corruttrici dei nostri (“aiutiamoli a casa loro”); ma solo a una grande leva di migranti di ritorno, se sapremo accoglierli come meritano e aiutarli a prendere in mano, insieme al loro destino, quello dei popoli che hanno dovuto lasciare è quello dell’intero pianeta. Dunque, “aiutiamoli a casa nostra” (che “nostra” non è; perché è di tutti).

I dinosauri del nostro tempo

I dinosauri di sessanta milioni di anni fa sono stati vittime inconsapevoli di una estinzione di massa. I dinosauri di oggi sono invece responsabili consapevoli, se non dell’estinzione dei loro simili e di molti dei viventi che abitano la Terra, sicuramente della fine della convivenza così come l’homo sapiens l’ha conosciuta e praticata da almeno diecimila anni. Per decenni gli ambientalisti sono stati accusati – da affaristi, giornalisti, leader ignoranti e arroganti – di “voler tornare all’età della pietra”. Adesso è chiaro che a far tornare all’età della pietra l’umanità intera sono invece loro: gli arroganti. Ma di che cosa stiamo parlando?

Se vent’anni fa era ancora possibile che qualche leader ignorante non sapesse niente dei mutamenti climatici in corso, o non fosse stato avvertito dei tempi stretti che ci separano da una catastrofe irreversibile, oggi questo non è più possibile. Sanno. Sanno benissimo quello che sta per succedere – gli allarmi degli scienziati sono chiarissimi – ma sono immobilizzati dalla loro incapacità di pensare e di fare. Di pensare un mondo diverso da quello che conoscono, e in cui per ora sguazzano; e di fare quello che va fatto per sventare o mitigare la catastrofe incombente, che non lascia molte scelte: si tratta di invertire rotta di 180 gradi. Per questi loro giganteschi deficit, l’ultima cosa a cui pensano è mettere in guardia i loro elettori o i loro concittadini della necessità di una svolta che non sanno nemmeno concepire; in questo aiutati da un esercito di giornalisti e commentatori,complici e asserviti, che parlano dei mutamenti climatici, quando lo fanno, come di un romanzo di fantascienza. Ci sono dinosauri negazionisti, grandi e pesanti come Trump o Bolsonaro; e ci sono dinosauri piccoli e insignificanti, come Chiamparino o Fassino, che non sanno nemmeno se riconoscere o negare i cambiamenti climatici in corso. Pensano – sragionando – come se tutto fosse destinato a continuare come oggi: un tunnel, o anche due, per portare in Francia merci e passeggeri che oggi non ci sono, ma domani, chissà? (magari il Pil si rimette a crescere…). Un gasdotto, anzi due, per portare in Europa, attraverso l’Italia, che ne riceve già troppo, gas che entro breve tutti i governi saranno costretti a non lasciare più usare. E grandi navi che continuano ad attraversare il canale della Giudecca per la gioia di quattro pizzaioli di una Venezia destinata ad affondare. E siccome l’appetito vien mangiando, ora che stanno per averla vinta sugli ultimi baluardi di cartapesta eretti dall’insipienza dei cinquestelle (la fatidica analisi costi-benefici, prodotta da un tecnico, anzi, sei, che escludono i cambiamenti climatici dall’orizzonte dei loro saperi), vogliono anche altre autostrade, altri aeroporti, altre trivelle, altre armi (tanto le compra lo Stato; anzi tanti Stati, per fari del male, con denaro sottratto agli investimenti che servono); e poi, avanti con l’Ilva: tanto quando arriverà la catastrofe gli abitanti di Taranto saranno già tutti morti di cancro.

Ricordiamoci del Mose: per anni gli ambientalisti che si opponevano a questo progetto insensato sono stati irrisi dai “meglio” columnist del giornalismo nostrano, che con grande sicumera si ergevano a paladini di Venezia, mentre politici e affaristi provvedevano intanto a mandare avanti un affare che si èpoi rivelato (ma si sapeva già) un furto epocale; ma che va avanti lo stesso, anche se appena sarà finito, e forse anche prima, bisognerà cominciare a smontarlo perché non funziona (e tutti lo sanno); ma che in compenso sta devastando la laguna e non proteggerà certo Venezia. Ma se Venezia è destinata a scomparire, tanto vale sfruttarla al massimo fin che c’è, invece di usarla come richiamo internazionale per far capire a tutto il resto del mondo – che Venezia sa bene che cos’è – che è ora di muoversi tutti insieme, e anche subito, per salvare insieme a lei tutte le zone costiere del pianeta.

Così intorno al Tav Torino-Lione, che di tutte le Grandi opere in programma è forse la più stupida, si è costituito un vero e proprio superpartito “di lotta e di governo”, che riunisce politici di destra, centro e sinistra (compreso Zingaretti, che però ha dato la sua adesione alla marcia Friday for Future, segno evidente di malafede o di confusione mentale); e poi, industriali grandi e piccoli, giornalisti e pennivendoli di ogni risma, madaminescalpitanti, storici del ‘900 ed economisti pronti a contestare numeri e analisi costi benefici del povero prof. Ponti. Già, perché quel danno di 7 miliardi che lui ha calcolato va diviso per tre, e in parte andrà scaricarsi su Francia e Ue (e chi se ne frega!), mentre all’Italia ne resterà da pagare solo un pezzo; che se non si conta la perdita delle accise sul gasolio e si conta quella di ipotetiche penali può diventare anche un vantaggio. A questo si è ridotto il dibattito politico, scientifico e cultuale sul futuro dello “sviluppo”, del benessere, del nostro paese, del pianeta!

La scomparsa dei dinosauri, enormi bestioni dal corpo immenso e dal cervello sproporzionatamente piccolo, aveva creato uno spazio ambientale vuoto entro cui alcuni piccoli mammiferi solo un po’ diversi da loro avrebbero approfittato per dare inizio a quella catena evolutiva che attraverso molte metamorfosi sarebbe alla fine approdata alla comparsa della specie umana. Ma idinosauri di oggi, con il loro tremendo impatto sull’ambiente, non sono ancorra scomparsi e non hanno nessuna intenzione di farlo, mentre la nuova specie antropologica, composta dai loro figli e soprattutto nipoti, ha appena cominciato a sollevare il capo, a scendere in piazza, a far sentire la propria voce, a esigere il cambio di rotta necessario per salvare se stessi e la Terra. Ma non c’è tempo per aspettare che le cose evolvano da sole. Affrettiamoci dunque tutti a dare una mano, anzi tutte e due, a chi ha cominciato a battersi per salvare vita e convivenza tra gli umani di oggi e domani: tutti a Friday for Future il 15 marzo; ma anche allo sciopero del LottoMarzo delle donne domani; e alla mobilitazione contro le grandi opere il prossimo 23. Tre eventi apparentemente diversi, ma mai così legati tra loro.

Il mondo salvato dai ragazzini?

Venerdì 15 marzo milioni e milioni di studenti e studentesse, in decine di migliaia di scuole di tutto il mondo, faranno sciopero e riempiranno le strade di cortei. Ad essi si uniranno anche molte altre cittadine e cittadini che ne condividono rabbia e obiettivi. La rabbia è di chi si vede rubato il futuro dall’inerzia e dalla complicità delle classi dirigenti di tutti i paesi del mondo, e soprattutto dai “signori della Terra”: quelli che gestiscono economia e finanza a spese del nostro pianeta e di chi lo abita. L’obiettivo è quello di far mettere la lotta contro i cambiamenti climatici al centro dell’agenda di tutti i centri di potere, dai governi nazionali alle istituzioni internazionali, dalle municipalità alle associazioni imprenditoriali, dai sindacati alle cosiddette “forze politiche”.

E’ questo obiettivo quello che, per ora, nel giro di pochi mesi, ha spinto migliaia di giovani a disertare le lezioni per rispondere all’appello lanciato da Greta Thunberg, la studentessa svedese che, decidendo di andare in piazza invece che a scuola ogni venerdì, per gettare l’allarme, ha cominciato a smuovere molte coscienze: per spingerle a salvaguardare condizioni di esistenza e convivenza decenti non più solo, come si ripete nelle giaculatorie ufficiali, per “le future generazioni”. No. Già per la generazione che si affaccia alla vita ora e che ha capito che con la nostra insipienza e la nostra inerzia le stiamo preparando un vero inferno. Da cui molti sono già stati inghiottiti: non si spiegherebbero altrimenti origini e dimensioni delle migrazioni in corso, che è ormai l’unico problema che preoccupa governi e forze politiche di mezzo mondo, se non si capisce che si tratta di un effetto, non di una causa. Mai uno scontro generazionale si è prospettato più radicale. Se questo movimento di giovani continuerà a crescere in dimensioni, radicalità e capacità di articolarsi in programmi e iniziative, come è giusto e probabile che sia, sarà esso, e non le forze politiche “di opposizione”, che continuano a rimestare sigle, personaggi e programmi, a invertire e rovesciare le tendenze in atto, apparentemente irresistibili, che stanno precipitando il mondo in un abisso di nazionalismi, razzismi, cinismo, ignoranza e rassegnazione. Una deriva che non può essere contrastata solo a livello nazionale, e nemmeno solo a livello europeo ma che ha bisogno del mondo intero come palcoscenico: quello che il movimento messo in moto da Greta Thunberg sta conquistando. Per ora questa “insorgenza” non ha ancora un programma che non sia la mera denuncia. Denuncia che ha riscontri precisi in coloro, soprattutto scienziati, ma anche “militanti” ambientalisti (non tutti; e nemmeno la maggioranza) che si adoperano da decenni per far capire la gravità del problema a Governi, media, imprenditori, manager e, soprattutto, a una parte di “opinione pubblica”, quella raggiungibile attraverso canali associativi, perché la maggioranza dei cittadini, grazie a un vero e proprio tradimento degli addetti all’informazione, è stata spinta a ignorarla, sottovalutarla, dimenticarla. Ma se cause e dinamiche dei cambiamenti climatici sono chiare e accessibili a chiunque se ne voglia informare, le risposte da dare sono ancora avvolte nella nebbia. Perché non c’è solo da abbandonare il più presto possibile tutti i combustibili fossili e passare alle fonti rinnovabili. Quel cambio di rotta – lo ha spiegato Naomi Klein nel suo libro Una rivoluzione ci salverà – richiede una dislocazione radicale del potere dai centri di comando attuali alle comunità, in tutti i principali settori della produzione e della gestione del territorio. Forme di autogoverno ancora in gran parte da costruire o ricostituire, una democratizzazione di tutte le istituzioni, non solo pubbliche, ma anche private: imprese, corporations, finanza; per lo meno quelle al di sopra di una certa soglia dimensionale. Per questo è inutile aspettare la green economy e prospettare la conversione ecologica come un business. Se lo fosse, o lo potesse essere, sarebbe già avvenuta.

Il problema è il “come?”. Come tradurre in programmi, progetti, realizzazioni e gestioni democratiche le indicazioni che derivano dalla dimostrata insostenibilità del modo attuale di condurre gli affari sia economici che di governo? Qui, con la lodevole eccezione di pochi tecnici che vi si cimentano e di moltissime associazioni e comitati che hanno sviluppato esperienze esemplari, soprattutto in campo agricolo e alimentare, gran pare del lavoro è ancora tutto da fare. Ma da oggi si può cercare di farlo, in modo concreto, qui e ora, in un confronto serrato con le giovani generazioni che hanno compreso l’importanza del problema. Questo dà la misura della distanza della “politica”, sia di governo che di opposizione, dai problemi che la nascita di questo movimento mette all’ordine del giorno. Che cosa ha a che fare questa insorgenza con lo schieramento compatto di partiti, giornalisti, industriali, sindacati, ministri e portaborse che invece che di Greta Thunberg si sono messi al seguito delle sette madamine di Torino per spiegarci che dal tunnel del Tav Torino-Lione (che forse entrerà in funzione tra quindici anni, o forse mai) dipende il futuro della nazione, dello “sviluppo”, dell’ambiente, del benessere? C’è forse qualcosa che possa mostrare meglio di questa caduta in un delirio collettivo la distanza che separa l’agenda delle nuove generazioni, e la sua impellenza, dall’ottusità di quelle vecchie? Quelle che stanno trascinando tutti e tutto verso il baratro ambientale, facendolo comunque precedere o accompagnare da un baratro non meno devastante di identitarismo e di razzismo, anche se malamente mascherato?

“Scienza” o ricerca scientifica?

“Tre soubrette del pensiero, Matteo Renzi, Beppe Grillo e Roberto Burioni, hanno firmato un “patto per la scienza”, invitando tutte le forze politiche a sottoscriverlo; un “patto” è un documento vincolante il cui nome viene dal latino pax, pace. I tre invitano la politica non solo a far pace con la “scienza”, ma anche a muover guerra agli “pseudoscienziati”: quelli che “con affermazioni non dimostrate e allarmiste, creano paure ingiustificate tra la popolazione nei confronti dei presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica e medica”. Dunque, l’obiettivo di questo patto sembra soprattutto quello di mettere al bando – “non tollerare” – come già è stato fatto, alcune categorie di professionisti in campo medico: forse tutti quelli che praticano medicine alternative, assimilandoli, senza alcuna verifica, alla “stregoneria”; ma soprattutto quelli che contestano l’obbligatorietà dei vaccini di cui il prof. Burioni – questo Zichichi della medicina – è diventato il paladino nazionale, vendendola come incontestabile verità scientifica.

Alcuni scienziati-divulgatori, di cui Burioni e la senatrice Cattaneo sono oggi i principali esponenti in Italia, amano presentare la scienza come una “cosa” unica, rinchiusa in un recinto a cui possono accedere solo gli addetti ai lavori (“la scienza non è democratica” ribadisce Burioni), che si legittima attraverso, e solo attraverso, il suo metodo, anch’esso presentato come unico. Che cosa ci sia però in comune tra, per esempio, un matematico che sviluppa un teorema nella sua testa, e poi trascrive i suoi pensieri su un pezzo di carta con la matita, per poi riversarli in un computer in forma più elaborata, e vedersi stampato su una rivista l’articolo, se supera la peer review, da un lato,  e, dall’altro,  il direttore di un acceleratore di particelle costato centinaia di miliardi e servito da migliaia di scienziati e di tecnici, finalizzato a scoprire che cosa sarebbe successo un miliardesimo di secondo dopo il big bang, richiederebbe forse, vista la diversità dei rispettivi “laboratori”, un’analisi più approfondita. Anche se i risultati acquisiti da entrambi possono avere importanti ricadute tecnologiche e, nel secondo caso, trattandosi di una “grande opera”, anche rilevanti impatti economici sui fornitori di quell’apparecchiatura. Il “metodo scientifico” di chi continua a parlare di “scienza” in generale sarebbe ciononostante unico in quanto fondato comunque su due pilastri: l’esperimento, che isola un fenomeno o un processo da tutto quello che gli può succedere intorno, per analizzane il comportamento; e la falsificabilità: cioè il fatto che un diverso esperimento possa contraddire le conclusioni ricavate da quello precedente. Resta però aperta la possibilità che in mancanza di un approccio olistico, proprio l’isolamento che esclude, o cerca di escludere, il mondo esterno dal campo dell’esperimento finisca per fornire un’immagine della realtà falsata o comunque parziale. Per questo la “falsificazione” di un risultato, o della teoria che su di esso si fonda, che è ciò che fa progredire la conoscenza, spesso non nasce nel recinto chiuso della “scienza”; specie quando una “comunità scientifica” autoreferenziale si erge a guardiana della sua purezza e della propria intangibilità; bensì dalle brecce di quel recinto che lasciano filtrare qualcosa del mondo reale che la “scienza” aveva escluso dal suo ambito. In altri termini la scienza e i suoi metodi non possono pretendere di essere al di fuori e al di sopra della storia, come fanno la religione o il dogma; sono realtà storiche, che si sono sviluppate riflettendo e “internalizzando” le strutture sociali in cui le pratiche della ricerca scientifica si sono trovate di volta in volta inserite; oppure, e questa è il riscontro della loro storicità, contestando le une per cambiare le altre. O viceversa.

Queste cose – va ricordato a chi continua a trattare il ’68 come un movimento “senza cultura” – erano perfettamente note alla “cultura” del  68; anzi, erano in gran parte la sostanza di quella cultura, il suo risultato più importante; quello che ha contribuito a delegittimare l’edificio dei saperi cristallizzati nella organizzazione dell’Università e della ricerca; e con esso le gerarchie sociali e l’organizzazione del lavoro che quei saperi a loro volta legittimavano: spianando la strada a una vigorosa contestazione dell’ordine esistente, a partire dalla fabbrica, che era allora il cuore di tutta l’organizzazione sociale. Quella cultura aveva allora trovato casa innanzitutto nelle università occupate di quasi tutti i paesi del mondo; e in Italia un’importante sintesi, ma certo non l’unica, nel libro L’ape e l’architetto di Marcello Cini: uno scienziato.

Ed ecco il punto: non entro nel merito – non ne ho le competenze – delle numerose ricerche che contraddicono le certezze del prof. Burioni sui vaccini, o di quelle che contraddicono le certezze della senatrice Cattaneo sugli Ogm. Ma se centocinquanta pediatri o medici di base, che hanno seguito i loro pazienti per molti anni di seguito – senza circoscrivere le loro competenze ai risultati di una prova di laboratorio fatta da chi i vaccini li produce – arrivano a sostenere che i soggetti non vaccinati presentano in genere una salute più solida di quelli vaccinati e una maggiore resistenza alle infezioni, bè; allora anche solo per questo, e a prescindere da tutto il resto, una verifica rigorosa di queste loro affermazioni, non affidata solo alle loro percezioni soggettive, ma neanche solo agli interessi di big pharma, andrebbe messa in campo. Invece di stringere “patti” per costringerli al silenzio o cacciarli dall’ordine. O no?

I sicari dell’Unione

Ma perché, mentre tutti gli Stati del mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, da Israele ai paesi membri dell’Unione Europea, dalla Birmania al Bangladesh, fanno di tutto per respingere dal proprio territorio profughi e migranti, la Libia fa invece di tutto per riprenderseli? Fino al punto di aver istituito in mare una propria zona Sar (ricerca e salvataggio) fasulla e a minacciare quelli che salvano naufraghi che nessuno soccorre per costringerli a riportarli nei porti da dove erano fuggiti?

Intanto, non si tratta della Libia, ma di alcune milizie, cioè bande armate di predoni che controllano solo una parte del suo territorio e che si nascondono dietro al Governo fantoccio di Serraj. Che è sì riconosciuto dall’Onu, ma quelle bande non le controlla e ne è anzi controllato. Bande con le quali Minniti prima e Salvini poi hanno stretto degli accordi di cui si ignora il contenuto, ma che la Commissione europea ha in qualche modo ratificato, finanziandole attraverso il Governo Serraj. Ma la risposta vera è che per quel servizio quelle bande vengono pagate tre volte.

Innanzitutto, perché a gestire le partenze dei migranti che affrontano la via del mare sono, nella veste di “scafisti” – ma “scafisti” che non salgono mai sugli scafi, perché li fanno guidare da un profugo, per lo più digiuno di navigazione – le stesse bande che poi ne gestiscono la cattura e il rientro con le divise della Guardia costiera libica.

In secondo luogo, perché a finanziare le Guardie costiere libiche – sono più di una; almeno tre – a pagare le loro divise, le loro imbarcazioni, i loro stipendi, il carburante, sono l’Unione Europea e l’Italia: sia con fondi dell’Unione che con poste, sia ufficiali che segrete, del bilancio italiano.

In terzo luogo, perché una volta riportate in Libia, le persone “salvate” vengono ammucchiate e rinchiuse in orrendi stanzoni, dove riprendono regolarmente le pratiche a cui erano sottoposte prima di imbarcarsi: stupro, se giovani donne; fame, sete, malattie, per tutti; ma soprattutto torture per estorcere – per la seconda volta – ai loro parenti rimasti a casa o già insediati in Europa altro denaro. Per poi imbarcare quelli che sopravvivono una seconda o una terza volta, facendosi pagare di nuovo.

Ma c’è un perché a tutto. La Libia, ovvero la parte della Libia affidata al governo Serraj, che è la Tripolitania, è di fatto, dopo il rovesciamento e l’assassinio di Gheddafi, una dépendance dell’Unione Europea. Che, oltre che succhiarne tutto il petrolio e il gas che può (ma questo lo fa anche nelle altre parti del paese, quelle sotto il controllo del generale Haftar: Cirenaica e Fezzan) la usa come campo di concentramento – in realtà di sterminio – dove rinchiudere i fuggiaschi dall’Africa e da altri paesi per evitare di doverli accogliere; dopo averne però saccheggiato, devastato e compromesso con i cambiamenti climatici i territori, costringendo una parte crescente delle loro popolazioni a cercare altrove il modo di sopravvivere. Tutta la politica migratoria dell’Unione Europea è orientata a questo esito: che le destre, al governo di alcuni paesi membri e all’opposizione in altri, rivendicano apertamente; mentre i partiti di centro o di sinistra, ancora al governo della Commissione e di molti altri Stati membri, non fanno che adeguarsi.

In tutto questo Salvini non è che un balocco nelle loro mani. Apparentemente strepita contro l’Unione che non condivide l’onere dei rifugiati a cui l’Italia è sottoposta in quanto principale paese di approdo. Ma né Lega né Cinquestelle hanno mai proposto una politica europea comune; e nel Parlamento europeo la Lega ha votato contro la prima parziale revisione del regolamento di Dublino: quello che impone ai paesi di prima accoglienza di profughi e richiedenti asilo di farsi carico della loro gestione. A Salvini, ma anche al suo socio di governo, le cose vanno bene così: avere sul territorio nazionale tanti migranti irregolari, denominati “clandestini”, alimenta l’allarme di una popolazione e di un elettorato esposti alla presenza di persone forzatamente allo sbando, spacciata per un’invasione che l’Europa non vuole fermare. E in effetti, anche all’Unione le cose vanno bene così; per lo meno fino a che Salvini si assumerà in prima persona il “merito” dei respingimenti; e anche delle morti in mare provocate dalla guerra alle Ong e dalla chiusura dei porti. Scelte poi adottate da tutti gli altri Stati rivieraschi dell’Unione.

Salvini si vanta perché con i porti chiusi sono diminuiti gli sbarchi. Ma sono annegate molte più persone: le navi delle Ong non possono più vedere quello che succede, le flotte delle missioni Euronavfor e Frontex si sono ritirate lontano dalle coste libiche; non si saprà mai quante persone sono naufragate perché nessuno le può più nemmeno contare. Ma poi, che ne è di coloro rimasti in Libia perché non riescono a partire, o perché vi vengono riportati? Lo si sa benissimo: lo hanno detto l’Onu, l’Unhcr (la sua agenzia per i profughi), l’Oim (la sua agenzia per i migranti) e molti cronisti: in Libia si perpetra per conto dell’Unione Europea lo sterminio di decine di migliaia di migranti che nessuno vuole accogliere. Ad assumersi onori e oneri di questa politica è il governo italiano, i sicari dell’Unione. Ma i rapporti di forza tra Nord e Sud del mondo si stanno invertendo: essersi messi nelle mani della Turchia di Erdogan per respingere i migranti non ha insegnato niente. Adesso la governance europea, e l’Italia, sono in mano a tre bande di predoni li