L’Amazzonia, il polmone della Terra, brucia, liberando milioni di tonnellate di CO2. La Siberia brucia, emettendo altro CO2 e immense quantità di metano. I ghiacci della Groenlandia si sciolgono a ritmo vertiginoso e così anche la banchisa polare, le calotte glaciali dell’Artico e dell’Antartico e tutti i ghiacciai del mondo. In India, in preda alla siccità, muoiono di sete migliaia di persone e in tutto il mondo, Mediterraneo e Italia compresi, si moltiplicano i fenomeni metereologici estremi: ondate di calore, tempeste tropicali, gelate fuori stagione. Sono tutti effetti della crisi climatica in corso e al tempo stesso cause del suo rapido aggravamento. Di tutto questo non c’é alcun riflesso nel Parlamento italiano né nelle manovre per formare un nuovo governo. Le istituzioni del nostro paese non si sono solo allontanate dai cittadini (e viceversa). Sono ormai lontane mille miglia dalla realtà (come lo sono i media che si occupano delle loro vicende). Ma è così anche in quasi tutto il resto del mondo.
C’è però in Italia e in tutto il mondo un “popolo” che quei fatti li ha messi al centro dell’attenzione, delle sue preoccupazioni e della sua iniziativa: i giovani di Fridays for future, che è un movimento mondiale la cui crescita non si fermerà più; la rete di Extinction Rebellion; i tanti movimenti contadini che difendono un’agricoltura sostenibile come Via campesina che riunisce 400 milioni di agricoltori; i popoli indigeni in lotta contro la devastazione dei loro habitat, in particolarel’Amazzonia, oggi sotto attacco, ma che sarà al centro di un sinodo voluto da Papa Francesco.
È statisticamente quasi impossibile che tra i mille parlamentari italiani non ce ne sia nemmeno uno che non si renda conto di quanto sia criminale ignorare la crisi climatica. Se anche in pochi, approfittando della visibilità che avrebbero in questo momento, formassero un raggruppamento interpartitico, non per “mettersi alla testa” dei movimenti già attivi in questo campo, magari con mire egemoniche (non ne avrebbero alcun titolo), ma per offp la crisi climatica e ambientale al centro delle loro preoccupazioni, potrebbero gettare un pesante masso nello stagno delle trattative per la formazione del nuovo governo e tutto il quadro politico potrebbe venirne scompaginato anche nel caso di eventuali elezioni. Si tratterebbe di mettere all’ordine del giorno, non solo del Parlamento, che su questo tema per ora è sordo, ma del pubblico più vasto possibile, non l’inserzione dell’ambiente come una postilla in programmi inconcludenti e di facciata, ma la necessità inderogabile di una svolta radicale: abbandonare al più presto i progetti, le attività e i consumi responsabili delle maggiori emissioni climalteranti per promuovere ovunque impianti, sistemi e consumi a emissioni basse o nulle. Molte misure da assumere sono impopolari e per molti inaccettabili. Ma di fronte all’evidenza dei fatti questi atteggiamenti non dureranno a lungo anche perché i movimenti in campo per esigere un cambiamento radicale delle politiche cresceranno mano a mano che la crisi climatica farà sentire i suoi effetti.
Inoltre quei movimenti sono già fortemente intersecati dalle altre correnti di pensiero e di azione impegnate sulla prospettiva di un mondo diverso: il movimento delle donne contro il patriarcato e le sue tante manifestazioni, la solidarietà contro abbandono e respingimento dei migranti, le mobilitazioni contro la devastazione di territori e comunità in nome di progetti senza avvenire come NoTav o NoTap, i movimenti contro la guerra e le armi. Certamente più difficile, nell’immediato, sarà raccogliere adesione e rivendicazioni di chi oggi lotta o vorrebbe lottare per difendere reddito o posto di lavoro, contro disoccupazione e precariato, per la casa, la salute, l’istruzione. C’è ancora da battere una cultura – negata a parole, ma confermata dalle scelte di tutte le forze politiche – che continua a contrapporre tutte queste cose alla difesa dell’ambiente; ma è e sarà sempre più chiaro che quelle rivendicazioni non avranno più alcuna possibilità di realizzarsi nella prospettiva di una generale catastrofe climatica.
Dalla capacità di affrontare qui e ora la questione della crisi climatica, senza aspettare che a muoversi siano altri paesi e altri Governi, ma con la convinzione che l’esempio ha un effetto trascinante e che chi la affronta prima si troverà in vantaggio mano a mano che gli effetti della crisi si faranno più pesanti, dipende alla fine anche la possibilità di ricondurre la politica al suo significato originario, che è quello di autogoverno. Cosa che non potrà mai realizzare una manovra chiusa nel quadro dell’attuale sistema politico, tutto legato al mito fasullo e ormai palesemente devastante della “crescita”. Il tempo per agire è ora. E se non ora, quando?
Autore: Guido Viale
Crisi di governo e crisi climatica
Le analisi inconcludenti sulla crisi di Governo hanno oscurato la questione di fondo, che non è la crisi politica, e nemmeno quella sociale, ma la crisi climatica e ambientale ormai in pieno corso. Salvini appare oggi a molti commentatori “sgonfiato” e così è; ma niente dice che sia per sempre. Potrebbe rigonfiarsi, o essere rigonfiato, in poco tempo: la storia ci offre numerosi esempi di vicende del genere. Il vero problema non è lui ma i suoi fans, cresciuti a milioni nei mesi della sua egemonia politica e mediatica con una trasformazione antropologica, difficilmente reversibile, di buona parte della popolazione.
Salvini è un negazionista climatico, come Trump, Bolsonero, Putin e molti altri capi di Governo che si dichiarano apertamente tali. Ma i negazionisti più pericolosi sono quelli nascosti: quelli per cui la crisi climatica c’è, ma tutto – il nostro modo di vivere e produrre – può continuare più o meno come prima, perché a tutti i guasti si troverà un rimedio che eviterà di sottoporci a grandi stress. Il problema è che i cambiamenti climatici che avanzano non mettono in crisi i negazionisti, né quelli dichiarati né quelli nascosti, ma rischiano di rafforzarne le politiche. Perché nel loro arsenale ci sono già tre risposte pronte.
La prima è portare a termine il saccheggio dell’ambiente con politiche estrattiviste, con grandi progetti infrastrutturali devastanti consumando risorse fossili fino all’ultima goccia per tenere in piedi un’economia ormai in stagnazione secolare. Centocinquant’anni di elucubrazioni per decidere se “la caduta tendenziale del saggio di profitto” avrebbe portato il capitalismo all’estinzione o a una crisi rivoluzionaria sono stati azzerati: a meno di una svolta radicale che sventi l’imminente catastrofe, a distruggere il capitalismo insieme alla vivibilità del pianeta e a miliardi di vite umane sarà la crisi climatica che ha provocato.
La seconda risposta è la guerra ai migranti, tutti o quasi profughi ambientali generati dal saccheggio del pianeta. Per ora le vittime di questa guerra sono migliaia di profughi respinti ai confini di mare e di terra di Europa, USA o Australia e chi è solidale con loro. Ma è solo un “allenamento” per predisporci ad accettare la guerra come unico mezzo per affrontare le centinaia di milioni di profughi che la crisi climatica non mancherà di produrre.
La terza risposta è l’instaurazione di un regime di polizia dentro le spoglie smorte di ordinamenti formalmente democratici, per affrontare con nuove leggi e con la forza le lotte e le rivolte che la crisi climatica e quella economica, che non mancherà di accompagnarla, creeranno nelle fu “cittadelle del benessere”.
Nessuna di queste risposte – e meno che mai tutte e tre insieme – ci salverà dalla catastrofe; ma, in mancanza di una vera alternativa, esse riescono a spingere milioni di persone ad accettarle o condividerle. Ma un’alternativa c’è? E se c’è, è stata messa in campo? E se no, che cosa si aspetta a farlo?
L’alternativa è quella per cui si battono tutti coloro che prendono sul serio, e non per finta, la crisi climatica: gli scienziati del clima, il movimento dei giovani che vedono scomparire il loro futuro (Fridays for future), la rete di Extinction Rebellion, decisa a usare ogni mezzo non violento per fermare la corsa verso il baratro, i popoli indigeni che difendono le loro terre e i movimenti contadini che difendono l’integrità dei suoli. Ma i passi da compiere sono ancora, per molti di noi, inconcepibili. Innanzitutto, si tratta di abbandonare nel giro di pochi anni cose che consideriamo naturali come l’auto privata, l’aria condizionata, i viaggi aerei, le vacanze esotiche, le crociere, gran parte del commercio internazionale, tutte le grandi opere infrastrutturali, l’agricoltura chimica, l’alimentazione a base di carne, e tante altre cose ancora. Ce ne sono sì tante altre che le possono sostituire con poco sacrificio e a volte con grande vantaggio, come le fonti di energia rinnovabili, il rimboschimento di campagne e città, il car sharing, l’agriturismo, una dieta più sana, e così via. Ma c’è da battere l’incredulità di chi sente dire per la prima volta che tutto ciò è indispensabile, anche se alla loro realizzazione i nostri governanti avrebbero dovuto porre mano decenni fa, invece di inseguire il mito di una crescita infinita che ci ha portato a questo punto. Stroncare le illusioni o la malafede di chi conta di cavarsela con poco è il compito più urgente, ma anche difficile, di chi si batte veramente per il clima.
Poi i migranti vanno accolti tutti; non c’è altra alternativa a una guerra di sterminio permanente. Ma accogliere vuol dire inserirli nelle nostre comunità, a partire dal trovar loro un lavoro. Le opere necessarie a far fronte alla crisi climatica – energie rinnovabili, agricoltura biologica, ristrutturazioni edilizie, riassetto del territorio, rimboschimento, mobilità sostenibile – richiedono milioni di posti di lavoro, a tutti i livelli di qualificazione, sia aggiuntivi che sostitutivi di quelli che andranno persi, con la possibilità di inserirvi anche tutti i migranti che arriveranno. Se il finanziamento dei progetti di un indispensabile piano di conversione ecologica che l’Europa deve varare fosse commisurato al numero di migranti avviati al lavoro assisteremmo a una gara di Stati e Città per accaparrarseli invece della corsa che stanno facendo per respingerli.
Infine, la democrazia rappresentativa sta dimostrando in tutto il mondo di non essere più un baluardo sufficiente contro le derive autoritarie. Soltanto un grande sviluppo della partecipazione popolare ai progetti di conversione ecologica e una democrazia partecipativa per governarli che affianchi, senza destituirli, gli istituti della rappresentanza possono prevenire un ritorno al fascismo veicolato da un razzismo antimigranti ormai dilagante. E’ di questo che bisognerebbe discutere a proposito della crisi di governo. Qualcuno si candida a farlo?
Razzismo e crisi climatica
“Un decennio perduto. Tra il 2020 e il 2030 i policy-maker mondiali sottovalutano clamorosamente i rischi del climate change, perdendo l’ultima occasione per mobilitare tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo: costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2, per avere una possibilità realistica di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi”. Questo è l’incipit di un articolo del sole24ore del 27 giugno che riassume uno studio scientifico del National Center for Climate Restoration australiano dal titolo “Existential climate-related security risk”. Quell’articolo sostiene che continuando con l’attuale trend, entro poche decine di anni verranno meno le condizioni della sopravvivenza sulla Terra della specie umana, o per lo meno del suo attuale livello di “civiltà”.
A una persona normale che legge quell’articolo la prima cosa che viene in mente è: come mai le altre 40 pagine dello stesso giornale sono dedicate solo al business as usual e neanche una alle misure per prevenire la catastrofe? Ma lo stesso accade su tutti gli altri giornali del paese: l’allarme c’è, ed è mortale, ma “chissenefrega”. La sensazione, anzi, la certezza che se ne ricava è che la nostra classe dirigente sia impazzita, o abbia perso la capacità di governare i processi di cui pure riconosce l’esistenza. In fin dei conti ilsole24ore è l’organo della Confindustria, cioè della classe imprenditoriale; Repubblica e il Corriere, che hanno linee editoriali analoghe, sono house organ del partito del Pil, che ha in mente un unico obiettivo, la “crescita”; degli altri giornali, o canali TV, meglio non parlare.
Solo queste incoscienza e inconsistenza assolute (peraltro condivise, anche se in forme meno acute, da gran parte delle “classi dirigenti” dell’Europa e del mondo) possono dar ragione di processi per altro verso inspiegabili: per esempio, come mai tutta l’Italia che “conta” – partiti, governi, sindacati, industriali, media, economisti – si sia coalizzata e accanita, senza nemmeno rendersi conto di quanto sia ridicola la loro furia, intorno a un buco nelle Alpi di 57 chilometri, pagato (come riporta il Fatto) quasi interamente dall’Italia (i contributi della Commissione europea non sono un regalo, ma una parte di spettanza italiana di fondi che il nostro paese versa all’Unione), anche se corre per lo più in territorio francese, se allo scadere della concessione apparterrà alla Francia che ne riscuoterà il pedaggio e che nel frattempo incasserà anche l’iva pagata dall’Italia (la società che lo realizza è di diritto francese) su lavori eseguiti in gran parte a ditte estere; ma dentro cui non correrà mai quel treno ad altra stupidità (TAS) Torino-Lione, perché, come a tutti i progetti senza capo né coda, mancherà capo e coda: il collegamento con Torino (che non è in bilancio) e con Lione, che la Francia “prenderà in considerazione” solo dopo il 2038: quando il caos climatico sarà ormai irreversibile e di merci tra l’Italia e la Francia, e viceversa, forse non ne viaggeranno più. Un particolare che anche l’analisi costi-benefici del prof. Ponti non prende in considerazione. Per questo la lotta contro il TAV deve continuare: è il paradigma della lotta contro tutto ciò che sta all’origine dei cambiamenti climatici. Sono così, infatti, tutti o quasi i grandi progetti – Olimpiadi, TAP, nuove autostrade, trivelle – a cui viene affidata la crescita, in un periodo in cui dovrebbe essere chiaro che si deve correre ai ripari.
A ragionare in modo sensato sembra essere solo una parte (per ora) delle nuove generazioni, quella raccolta intorno a Greta Thumberg e al movimento Fridays for Future; che dice una cosa molto semplice: “Ci state ammazzando! Nel mondo che cercate di far girare sempre allo stesso modo per noi non c’è più posto. Se son vere le cose che affermano gli scienziati del clima – e sono vere, e lo vediamo ogni giorno – siete tutti degli emeriti criminali”.
Certo, accanto a chi continua a sbeffeggiare Greta e i suoi adepti è in atto anche una corsa di molti “Grandi della Terra” a darle ragione, a invitarla qui e là, a proclamare l’emergenza climatica e ambientale. Purché questo non metta in questione i progetti di cui vive il sistema e il trantran della vita di tutti. Così, è persino più razionale il comportamento di chi nega l’evidenza del cambiamento climatico, perché nulla cambi, che quello di chi la riconosce, purché non cambi nulla.
Ora i giovani, e non solo loro, sono scesi in campo; e si faranno risentire in tutto il mondo tra il 20 e il 27 settembre con un nuovo grande climate strike, in uno scontro frontale – sono in gioco le vite di miliardi di esseri umani – con lo stato di cose presenti e chi si adopera per perpetuarlo. Prendiamo atto che questa è la lotta fondamentale che terrà tutti impegnati nei prossimi anni: da una parte o dall’altra, perché l’area dell’indifferenza è destinata a dissolversi. Tutte le altre lotte, sacrosante e legittime, per il salario, l’occupazione, la casa, il welfare, la scuola, il diritto di migrare, e i loro protagonisti attuali e futuri, dovranno collocarsi sotto questo ombrello. E non per tutti sarà facile, perché le contraddizioni emergeranno con forza e gli accostamenti meccanici tra una causa e l’altra – come si fa spesso nel redigere frettolosi programmi politici o elettorali – non funzionano. Nella ricerca di una mediazione tra la lotta per il clima e quella per la giustizia sociale il rapporto con il territorio, con le nostre radici nella Terra, avrà un ruolo fondamentale, come ci insegnano l’enciclica Laudato sì e il prossimo sinodo sull’Amazzonia.
Consapevoli e incoscenti
“Un decennio perduto. Tra il 2020 e il 2030 i policy-maker mondiali sottovalutano clamorosamente i rischi del climate change, perdendo l’ultima occasione per mobilitare tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo: costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2, per avere una possibilità realistica di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi”. Questo è l’incipit di un articolo del sole24ore del 27 giugno che riassume uno studio scientifico del National Center for Climate Restoration australiano dal titolo “Existential climate-related security risk”. Quell’articolo sostiene che continuando con l’attuale trend, entro poche decine di anni verranno meno le condizioni della sopravvivenza sulla Terra della specie umana, o per lo meno del suo attuale livello di “civiltà”.
A una persona normale che legge quell’articolo la prima cosa che viene in mente è: come mai le altre 40 pagine dello stesso giornale sono dedicate solo al business as usual e neanche una alle misure per prevenire la catastrofe? Ma lo stesso accade su tutti gli altri giornali del paese: l’allarme c’è, ed è mortale, ma “chissenefrega”. La sensazione, anzi, la certezza che se ne ricava è che la nostra classe dirigente sia impazzita, o abbia perso la capacità di governare i processi di cui pure riconosce l’esistenza. In fin dei conti ilsole24ore è l’organo della Confindustria, cioè della classe imprenditoriale; Repubblica e il Corriere, che hanno linee editoriali analoghe, sono house organ del partito del Pil, che ha in mente un unico obiettivo, la “crescita”; degli altri giornali, o canali TV, meglio non parlare.
Solo queste incoscienza e inconsistenza assolute (peraltro condivise, anche se in forme meno acute, da gran parte delle “classi dirigenti” dell’Europa e del mondo) possono dar ragione di processi per altro verso inspiegabili: per esempio, come mai tutta l’Italia che “conta” – partiti, governi, sindacati, industriali, media, economisti – si sia coalizzata e accanita, senza nemmeno rendersi conto di quanto sia ridicola la loro furia, intorno a un buco nelle Alpi di 57 chilometri, pagato (come riporta il Fatto) quasi interamente dall’Italia (i contributi della Commissione europea non sono un regalo, ma una parte di spettanza italiana di fondi che il nostro paese versa all’Unione), anche se corre per lo più in territorio francese, se allo scadere della concessione apparterrà alla Francia che ne riscuoterà il pedaggio e che nel frattempo incasserà anche l’iva pagata dall’Italia (la società che lo realizza è di diritto francese) su lavori eseguiti in gran parte a ditte estere; ma dentro cui non correrà mai quel treno ad altra stupidità (TAS) Torino-Lione, perché, come a tutti i progetti senza capo né coda, mancherà capo e coda: il collegamento con Torino (che non è in bilancio) e con Lione, che la Francia “prenderà in considerazione” solo dopo il 2038: quando il caos climatico sarà ormai irreversibile e di merci tra l’Italia e la Francia, e viceversa, forse non ne viaggeranno più. Un particolare che anche l’analisi costi-benefici del prof. Ponti non prende in considerazione. Per questo la lotta contro il TAV deve continuare: è il paradigma della lotta contro tutto ciò che sta all’origine dei cambiamenti climatici. Sono così, infatti, tutti o quasi i grandi progetti – Olimpiadi, TAP, nuove autostrade, trivelle – a cui viene affidata la crescita, in un periodo in cui dovrebbe essere chiaro che si deve correre ai ripari.
A ragionare in modo sensato sembra essere solo una parte (per ora) delle nuove generazioni, quella raccolta intorno a Greta Thumberg e al movimento Fridays for Future; che dice una cosa molto semplice: “Ci state ammazzando! Nel mondo che cercate di far girare sempre allo stesso modo per noi non c’è più posto. Se son vere le cose che affermano gli scienziati del clima – e sono vere, e lo vediamo ogni giorno – siete tutti degli emeriti criminali”.
Certo, accanto a chi continua a sbeffeggiare Greta e i suoi adepti è in atto anche una corsa di molti “Grandi della Terra” a darle ragione, a invitarla qui e là, a proclamare l’emergenza climatica e ambientale. Purché questo non metta in questione i progetti di cui vive il sistema e il trantran della vita di tutti. Così, è persino più razionale il comportamento di chi nega l’evidenza del cambiamento climatico, perché nulla cambi, che quello di chi la riconosce, purché non cambi nulla.
Ora i giovani, e non solo loro, sono scesi in campo; e si faranno risentire in tutto il mondo tra il 20 e il 27 settembre con un nuovo grande climate strike, in uno scontro frontale – sono in gioco le vite di miliardi di esseri umani – con lo stato di cose presenti e chi si adopera per perpetuarlo. Prendiamo atto che questa è la lotta fondamentale che terrà tutti impegnati nei prossimi anni: da una parte o dall’altra, perché l’area dell’indifferenza è destinata a dissolversi. Tutte le altre lotte, sacrosante e legittime, per il salario, l’occupazione, la casa, il welfare, la scuola, il diritto di migrare, e i loro protagonisti attuali e futuri, dovranno collocarsi sotto questo ombrello. E non per tutti sarà facile, perché le contraddizioni emergeranno con forza e gli accostamenti meccanici tra una causa e l’altra – come si fa spesso nel redigere frettolosi programmi politici o elettorali – non funzionano. Nella ricerca di una mediazione tra la lotta per il clima e quella per la giustizia sociale il rapporto con il territorio, con le nostre radici nella Terra, avrà un ruolo fondamentale, come ci insegnano l’enciclica Laudato sì e il prossimo sinodo sull’Amazzonia.
Il sinodo dell’amazzonia
Nell’ottobre del 2017 papa Francesco aveva annunciato la convocazione di un sinodo episcopale (è una riunione di vescovi; in questo caso sia cattolici che riformati) sull’Amazzonia. Quel sinodo si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre di quest’anno. Due documenti preparatori, redatti dai vescovi dell’Amazzonia sotto la guida di papa Francesco – Instrumentum laboris (IL) e Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia integrale (NC) – da poco pubblicati, presentano diversi approfondimenti di temi già al centro dell’enciclica Laudato sì (2015). In quei documenti problematiche di ordine teologico o ecclesiale si intrecciano a quelli di ordine economico e sociale anche più che nell’enciclica; il che è naturale, in quanto la Laudato sì si rivolge a tutti i popoli del mondo, indipendentemente dalla loro fede, mentre l’elaborazione dei vescovi amazzonici riguarda innanzitutto il loro campo di azione. Tuttavia, il sinodo si tiene a Roma e non in America latina, perché i temi al centro del dibattito riguardano tutto il mondo e non solo l’Amazzonia.
In sintesi, e letti da laico, quei documenti sviluppano l’approccio fondato sull’ecologia integrale, centrale già nella Laudato sì, elevando l’ecosistema socio-ambientale amazzonico (la connessione inestricabile tra la natura, la vita dei popoli della selva e la cultura che scaturisce da questa connessione) a paradigma di una svolta da imprimere non solo alla religione cattolica, ma al pensiero di chiunque intenda battersi per la salvezza della Terra in un tempo in cui la crisi climatica e ambientale mette in forse la sopravvivenza stessa della specie umana: “La cultura amazzonica, che integra gli esseri umani alla natura, diventa un punto di riferimento per la costruzione di un nuovo paradigma di ecologia integrale” (NC).
Inculturazione è il termine che i due documenti in questione adottano per illustrare questo proposito e questo processo, riecheggiando il tema dell’incarnazione, nodo centrale della fede cristiana: il dio che si fa uomo in un contesto socioculturale definito – la Palestina ai tempi di Erode – che non rinnega ma, anzi, adotta per trasformarlo. Così la missione dei cristiani in Amazzonia non è cancellare le culture dei popoli della selva e del fiume per sostituirle con una religione e una cultura importate, quelle proprie di tutto il dominio coloniale e postcoloniale, a cui la Chiesa non è stata certo estranea, e ora in gran parte ridotte a “Pensiero Unico”. La missione dei cristiani è comprendere e far proprie quelle culture, anche e soprattutto nella loro dimensione spirituale e religiosa, comprese le loro divinità, che sono anch’esse manifestazioni del creato. Anche i riti religiosi, infatti, sono espressioni di una spiritualità a cui né la fede in Cristo, né il pensiero moderno possono continuare a restare estranei, pena la rinuncia a stabilire contiguità, continuità e condivisione tra l’essere umano e la Terra, il vivente, il “creato”. Un rapporto che già papa Francesco aveva messo al centro del suo messaggio con la Laudato sì, sovvertendo l’approccio antropocentrico che ha dominato secoli di cultura occidentale.
“Il primo grado di articolazione per un autentico progresso è il vincolo intrinseco fra l’elemento sociale e l’elemento ambientale. Dato che come esseri umani siamo parte degli ecosistemi che favoriscono le relazioni che danno vita al nostro pianeta, prendersi cura di questi ecosistemi – nei quali tutto è interconnesso – è fondamentale per promuovere sia la dignità di ogni individuo che il bene comune della società, sia il progresso sociale che il rispetto dell’ambiente” (NC). Nella formulazione dei vescovi amazzonici “quell’unità comprende tutta l’esistenza: il lavoro, il riposo, le relazioni umane, i riti e le celebrazioni. Tutto è condiviso, gli spazi privati – tipici della modernità – sono minimi. La vita è un cammino comunitario dove i compiti e le responsabilità sono divisi e condivisi in funzione del bene comune. Non c’è posto per l’idea di un individuo distaccato dalla comunità o dal suo territorio” (IL).
Al centro di questa elaborazione c’è ovviamente la conversione ecologica: “Soltanto quando saremo coscienti di come il nostro stile di vita e il nostro modo di produrre, commerciare, consumare e scartare influenzano la vita del nostro ambiente e delle nostre società, allora potremo avviare un cambiamento di rotta integrale”. Ma “cambiare rotta, o convertirsi integralmente, non può esaurirsi in una conversione di tipo individuale. Un cambiamento profondo del cuore, espresso in comportamenti personali, è necessario quanto un cambiamento strutturale, espresso in comportamenti sociali, in leggi e in programmi economici coerenti” (NC).
E’ un appello esplicito alla lotta contro un dominio che distrugge vite e ambiente: “Il grido amazzonico ci parla di lotte contro coloro che vogliono distruggere la vita concepita integralmente. Questi ultimi sono guidati da un modello economico legato alla produzione, alla commercializzazione e al consumo, dove la massimizzazione del profitto è prioritaria rispetto alle necessità umane e ambientali. In altre parole, sono lotte contro coloro che non rispettano i diritti umani e della natura”. Questo approccio si presenta dichiaratamente in conflitto con i poteri che dominano non solo l’Amazzonia, ma il mondo intero: Occorre “ascoltare il grido della ‘Madre Terra’ attaccata e gravemente ferita dal modello economico di sviluppo predatorio ed ecocida, che uccide e saccheggia, distrugge e sgombra, allontana e scarta, pensato e imposto dall’esterno e al servizio di potenti interessi esterni” (IL).
Dunque l’Amazzonia, maggiore riserva di biodiversità del mondo e “polmone della Terra” insieme ai suoi abitanti, alla sua cultura, alla sua spiritualità legata ai cicli naturali, ma anche e soprattutto con le sue lotte per salvaguardare sia la foresta che le sue comunità, costituisce una riserva di senso a cui attingere per indirizzare verso una sostenibilità ricca di scoperte e di promesse atteggiamenti e comportamenti di tutta l’umanità.
Cambiare il clima o cambiare il sistema?
Change the system not the climate: questo slogan diffuso in tutto il mondo basta a spiegare perché le destre, i conservatori, le persone contente della loro condizione sono quasi tutti negazionisti climatici. Temono un cambiamento del sistema che potrebbe far perdere il loro potere o minacciare il loro grande o piccolo benessere. Non è solo ignoranza del fatto che la crisi climatica, andando avanti, distruggerà il benessere di tutti. Naomi Klein lo ha spiegato molto bene nel suo libro Una rivoluzione ci salverà: i boss dell’industria petrolifera e affini sanno da tempo, meglio di molti di noi, che il pianeta sta andando incontro a un disastro; ma sanno anche che uscire dall’economia dei fossili non può essere un semplice fatto tecnico. Comporta un “cambio di paradigma”, il passaggio da un’economia in cui il potere è concentrato e centralizzato grazie al controllo degli idrocarburi (e del capitale necessario a sfruttarli) a un sistema di poteri diffusi, reso possibile dall’autonomia energetica di comunità e territori alimentati dalle fonti rinnovabili. Un decentramento che finirebbe per investire tutti gli altri settori portanti dell’economia: agricoltura, alimentazione, mobilità, costruzioni, gestione delle risorse, assetto del territorio: la conversione ecologica. Per questo la lotta (o l’impegno) per il clima ha dei nemici (o degli avversari) spietati, e per molto tempo ancora si dovrà sviluppare in termini di “noi” contro “loro”. Sicuramente, mano a mano che le cose si aggraveranno (e si stanno già aggravando a una velocità spaventosa) la “zona grigia” dell’indifferenza (o dell’ignoranza) si assottiglierà; ma passerà dalla nostra parte solo se sapremo prospettare, con i fatti e non a parole, un avvenire più sereno e prospero di quello fondato sulla difesa a oltranza di finti privilegi fondati sul business as usual, che oggi ha la sua manifestazione più vistosa nelle misure – vedi Trump e Salvini, entrambi negazionisti a oltranza – per tenere lontani i migranti dal “nostro” presunto benessere. Per questo la lotta per il clima deve riuscire a legarsi in forme condivise, e non con sovrapposizioni meccaniche, a tutti i principali temi che oggi sono oggetto di mobilitazioni democratiche e partecipate, a partire da quelle per la difesa di un territorio e della comunità che lo abita, o per la salvaguardia delle condizioni di vita sia di chi lavora che di chi un lavoro non lo ha.
Dobbiamo adoperarci per dividere e scompaginare le fila degli avversari, ma per molto tempo non potremo contare su una loro resa all’evidenza dei fatti e sulla loro collaborazione. E qui veniamo al punto più delicato. Greta ha più volte affermato che i nostri nemici più pericolosi non sono i negazionisti ma quelli che a parole condividono i nostri timori e i nostri obiettivi e poi con i fatti li negano. Per questo la lotta per il clima è molto più difficile di quanto potrebbe sembrare: professarsi tout court negazionisti è sempre più difficile (persino Trump e il suo staff danno segni di cedimento), ma prima di abbandonare privilegi e posizioni di potere legati agli attuali assetti economici e sociali ci sono molte carte false da giocare. Spesso si sente dire nel movimento Fridays for future che certi temi non vanno affrontati perché sono “divisivi”, allontano potenziali adepti invece di includerli. Questo è vero se in gioco ci sono etichette “ideologiche” o, peggio, partitiche: molti per esempio insistono sul carattere “anticapitalistico” che il movimento per il clima ha o dovrebbe avere. Ma se questo carattere non si concretizza in obiettivi e pratiche concrete è una pura affermazione di principio che sicuramente allontana molta gente e ne avvicina poca; altrettanto ideologico, peraltro, è aspettarsi che il sistema “si riformi da solo”, senza passare attraverso conflitti molto aspri e cambiamenti radicali: è la posizione di chi pensa – o spera – che tutto possa più o meno continuare come prima, con i pannelli solari e le pale eoliche al posto dei pozzi petroliferi e dei gasdotti e piantando qualche milione di alberi (pare che invece ce ne vogliano mille miliardi, e ancora non basterebbe a riassorbire la CO2 già emessa), ma continuando ad andare in automobile, mangiare carne tutti i giorni, andare in vacanza in aereo e fare le Olimpiadi con la neve artificiale…
Questo discorso è emerso in maniera chiara a proposito del Tav Torino-Lione: se non si può dire che è un progetto che va in direzione opposta a quella necessaria ad azzerare al più presto le emissioni climalteranti (e lo dicono autorevoli e documentati studiosi di tutte le discipline che hanno a che fare con il clima), perché questo allontanerebbe i molti (?) favorevoli a quel treno – ma lo stesso vale per i molti conflitti ambientali in corso in Italia e nel mondo – allora le nostre enunciazioni sull’emergenza climatica assumerebbero, sì, il carattere di una mera enunciazione ideologica e finirebbero per alienarci i molti che – ben prima di Fridays for future, se non altro per motivi anagrafici – sono scesi in campo per la difesa dell’ambiente e per la giustizia sociale.
Per non essere ideologici bisogna diventare operativi: non possiamo limitarci a “fare pressioni” sulle autorità (a tutti i livelli, dal quartiere alle Nazioni unite), anche se questo resta un compito inderogabile. Non possiamo delegare ai governi (a tutti i livelli, dal Comune alla Commissione europea) il compito di tradurre in programmi, progetti e interventi le nostre ansie. Dobbiamo sì “dire la verità”, ma anche “agire” e “coinvolgere” istituzioni, comitati, esperti, concittadine e concittadini per diventare tutti protagonisti del cambiamento.
Il Partito del Pil
In Italia c’è un regime: il cosiddetto “Partito del Pil” (si è auto-denominato così lui stesso) che unisce quasi tutti i partiti, da Lega e Fratelli d’Italia a Pd e Forza Italia, con una consistente presenza di esponenti dei 5Stelle – l’ala governativa – più tutta Confindustria, gran parte dei vertici sindacali, un bel po’ di gerarchie cattoliche, tutti i media (stampa e TV al completo). Regimi e partiti “fratelli” del Partito del Pil italiano esistono in tutto il mondo, anche se non si sono dati il nome ridicolo che ha in Italia, ma in nessun paese dove esiste la possibilità di esprimere o di coltivare liberamente la propria opinione si incontra una coalizione così ferrea come in Italia.
Il partito italiano del Pil è il partito del NO. C’è chi dice (e ormai sono in molti) di ascoltare l’IPCC – il comitato degli scienziati di tutti i paesi del mondo che monitorano i cambiamenti climatici – che ci dà solo pochi anni di tempo per imporre una svolta al sistema prima che il trend del cambiamento climatico in corso diventi irreversibile. Molti, anche nel partito del Pil, si dichiarano d’accordo e Greta Thunberg, a differenza di quello che le è successo in Francia, è stata ascoltata da tutto il Senato italiano. Ma appena si tratta di tradurre in pratica qualcuna delle indicazioni che dovrebbero portare a quel cambio di rotta, il Partito del Pil dice NO: bando ai catastrofismi! Finché c’è gas, petrolio e carbone da estrarre o trasportare, lo consumiamo; anche a costo di imporre la costruzione di nuovi gasdotti come il TAP o nuove perforazioni nell’Adriatico.
C’è chi dice (e siamo in molti) che la città è in emergenza climatica (e ambientale); che da ora in poi si fanno solo più gli interventi che portino ad azzerare le emissioni climalteranti. Ma il Partito del Pil dice NO: quegli interventi possono aspettare, abbiamo da fare le Olimpiadi, da installare quella specie di souq di ferraglia che è il (fu) Salone dell’auto (brutta copia del flop della finta fiera milanese del libro), da fare arrivare (in aereo, da tutto il mondo), centinaia di migliaia di sportivi e di turisti, da costruire tanti impianti e attrezzature (naturalmente recuperabili; non lo erano forse anche quelle dell’Expò?) per ospitarli e farli divertire, da produrre un sacco di neve artificiale, ecc. The show must go on.
C’è chi dice “salviamo Venezia”, patrimonio dell’umanità. Il Partito del Pil dice NO. Non portare in laguna le navi da crociera è “sprecare Venezia”, non valorizzarla, perdere un’opportunità.
C’è chi vorrebbe salvare una valle bellissima e la comunità che la abita da una Grande opera inutile e nociva che ne completerebbe la devastazione già molto avanzata. Il Partito del Pil, che proprio in questa battaglia si è andato costituendo e definendo, dice NO. Un treno veloce, anche se non trasporterà niente e non entrerà in funzione prima che il cambiamento climatico diventi irreversibile, è comunque “progresso”: un affare per chi lo costruisce, anche se a spese di chi lo finanzia (cioè noi).
C’è chi vorrebbe destinare a opere di pace i miliardi destinati agli F35, che sono macchine da guerra destinate all’aggressione di paesi lontani (e per di più non funzionano, tanto che alcuni clienti ne hanno disdetto l’acquisto). Il Partito del Pil dice NO: servono a creare decine di posti di lavoro. E si potrebbe continuare…
Dagli Stati Uniti all’Europa sta prendendo forma un progetto complessivo di conversione ecologica per salvare clima, salute e occupazione denominato Green New Deal. Per alcuni è l’unica strada praticabile per “salvare il capitalismo”; per altri per affossarlo. Per alcuni dovrebbe essere affidato a uno “Stato imprenditore”; per altri a una radicale democratizzazione della vita economica. Il dibattito è aperto, anche perché molte soluzioni sono ancora da definire. Ma in Italia non ne parlano né i fautori né i nemici del capitalismo e il Partito del Pil dice NO sia agli uni che agli altri. Gli affari si fanno con quello che c’è, qui e ora, e non sui programmi generali. Altrimenti, ciao Pil!
Il Pil, calcolato in base agli affari che si fanno (ma ci sono forse altri modi per farlo?) non produce da tempo né occupazione (e meno che mai di qualità), né benessere, né salute, né giustizia. In compenso concorre a precipitare il mondo in una notte nera per tutto il genere umano. Ma, forte dell’appoggio dei media, del mondo accademico (soprattutto degli economisti, “sacerdoti” della religione del nostro tempo) e della “cultura” (che, con poche eccezioni, si interessa di altro), il Partito del Pil è finora riuscito a presentare se stesso come “il Progresso”, ostacolato da chi pretende di operare per la salvaguardia di vita, salute e giustizia.
E’ ora di ribaltare questa narrazione: il Partito del Pil è il vero partito del NO a tutto ciò che può giovare alla convivenza e forse alla stessa sopravvivenza della specie umana. Impariamo a legare le nostre battaglie quotidiane per stare meglio, per una città, un territorio o un lavoro più vivibili e belli (e di queste battaglie tutti ne conducono qualcuna, o anche molte; a volte da soli, a volta in compagnia) all’impegno per la salvaguardia della vita sul nostro Pianeta. Le prime, senza un orizzonte generale che è l’unico, oggi, che possa legittimarle, non hanno prospettive di successo. E quell’impegno, se non se ne vede il nesso con la vita quotidiana, resta una opzione astratta, soprattutto per i meno informati. Ma di fronte all’avanzare del disastro ambientale anche il Partito del Pil comincerà a dividersi. Bisogna metterlo con le spalle al muro.
Chi ha paura dei migranti?
Bisogna spazzare via un alibi. Chi ha paura degli immigrati? Forse qualcuno degli abitanti di quartieri che si trovano ai margini della società e che riversano sulla presenza degli immigrati una insicurezza che caratterizza comunque la loro condizione anche nei confronti di chi immigrato non è, perché quella che provano è in realtà la paura di un ambiente che è loro sempre più estraneo ed ostico. Poi la paura del migrante, o addirittura dell’invasione – ma non certo da parte di un esercito nemico, bensì di un presunto nemico, “lo straniero”, presentato come se fosse un esercito – viene quotidianamente insufflata attraverso i mezzi di comunicazione di massa e soprattutto i social, fino a suscitare non la paura, ma l’idea di dover avere paura. Ma i migranti che incontriamo tutti i giorni per strada, o su un tram o un bus, o a chiedere la carità, o a fare i facchini, o a pedalare per portare la pappa a chi non si alza neppure più dal divano (e non sono certo quelli del reddito di ciitadinanza!), o anche solo ad affacciarsi dalla grata di un centro di accoglienza trasformato in prigione, quelli non fanno paura a nessuno. La paura del migrante è in realtà paura di un fantasma che nessuno vede: una favola. Ciò che troviamo al suo posto, se solo proviamo a grattare sotto quel luogo comune (ma da tempo non c’è nemmeno più bisogno di grattare tanto) è un sentimento del tutto diverso e anzi opposto: il disprezzo per un essere umano che si vuole considerare altro e diverso da sé. E, ovviamente, inferiore; cosa che viene continuamente ribadita con allusioni, parole, gesti e fatti compiuti per averne conferma. Quel disprezzo è un fattore di compensazione per i torti che si subiscono quotidianamente da parte di chi sta sopra di noi o per l’insuccesso in contesti dove lo si considera una colpa. Al posto di una prospettiva di miglioramento o di ascesa sociale ci si accontenta così di spingere più in basso chi è meno di noi in grado di difendersi. È il meccanismo tipico del razzismo, che si rafforza trasformando il disprezzo in odio: un sentimento che fa da barriera contro ogni forma di comprensione o di compassione. L’odio rende il disprezzo irrevocabile perché impedisce l’ascolto. L’aggressione sia verbale che fisica (inizialmente solo verbale, ma per “allenarsi” a quella fisica, a cui non tutti riescono ad arrivare; i più preferiscono delegare questo passaggio ad altri, siano essi squadracce fasciste o forze dell’ordine) è innanzitutto, agli occhi di chi la pratica, una manifestazione di protagonismo: qualcosa che ti fa uscire dall’anonimato, ti fa sentire che finalmente ”conti” qualcosa. Ma da cui è molto difficile tornare indietro.
Disprezzo e odio creano “identità” lungo una spirale che li trasforma facilmente in abitudine: “Prima gli italiani” non significa certo quello che dice: in quello slogan gli italiani sono solo loro, quelli che odiano o che disprezzano lo straniero; non certo quelli solidali. E per uscire da quella contraddizione di quel “prima”, che non spetta a tutti gli italiani, riversano lo stesso odio e disprezzo sulla solidarietà, sulle sue manifestazioni, su coloro che la praticano: persone che “non hanno il coraggio dell’odio”, non hanno la capacità di praticarlo, non hanno l’orgoglio del proprio esclusivo diritto, Untermenschen, sottouomini, femminucce. O sottodonne, “troie”: la qualifica più usata. Sessismo e maschilismo si saldano così al razzismo, anche se vengono ipocritamente negati: Salvini porta su un palco una bambola gonfiabile a scopo sessuale per simulare un’avversaria e chiama delinquenti profughi e solidali, ma si indigna se lo si chiama razzista o maschilista).
Dovrebbe essere chiaro perché il femminismo e le sue più recenti manifestazioni rappresentano una minaccia mortale per l’onda nera del razzismo che sta attraversando il mondo cosiddetto sviluppato, mascherando l’odio con la paura. Il razzismo si radica nel machismo (praticato dai maschi ma subìto anche, in varia misura, da molte donne) e questo prende forma dalla più antica e profonda struttura di dominio, il patriarcato, che è volontà di possesso: innanzitutto delle donne da parte dei maschi e poi, sul modello di questo, di tutte le altre forme di proprietà: di terre, animali, schiavi, rango, mezzi di produzione, denaro, ma anche di patrie, culture, tradizioni, geni, saperi. È la paura di perdere tutte queste cose – a partire dalla “propria” donna – o anche solo alcune di esse, e persino quelle che si desiderano ma non si hanno, e non la paura del migrante, ad aprire la strada all’odio; e a trascinare alla violenza, allo spirito di sopraffazione, allo stupro, al femminicidio; e alla richiesta di far “piazza pulita” di tutti gli stranieri.
Quella paura del migrante, che non è paura se non in modo riflesso, si supera solo promuovendo una socialità che in molti ambiti del nostro vivere quotidiano è da tempo venuta meno; una socialità, che è sempre anche solidarietà, non solo nei confronti dello straniero, ma innanzitutto di chi ci è vicino (il nostro prossimo); chiunque esso sia.
Milano e le olimpiadi: non è tutt’oro quel che luccica
Perché le Olimpiadi sono cruciali rispetto all’emergenza climatica indetta dal Comune di Milano? Lo ha spiegato, involontariamente, l’assessore Granelli nell’incontro che si è tenuto mercoledì scorso alla Casa della Carità. Queste Olimpiadi, per Milano, sono una replica dell’Expo (un grande successo; per l’assessore) e insieme concorrono a definire “il modello Milano”, a farne “una città degli eventi”. Expo e Olimpiadi vanno ad aggiungersi a Moda, Mobile, Design, Cibo, tutte manifestazioni dove non si producono beni (i beni si producono altrove) ma immagine; e che concorrono a fare della città un polo di attrazione mondiale. Anche se la costruzione di quella immagine richiede pesanti e ingombranti investimenti “a perdere”, come gli “avanzi” dell’Expo, che avrebbe dovuto essere un grande orto da cui far partire la valorizzazione colturale di tutto il parco sud e che invece, sotto la direzionione di Beppe Sala – già allora “vero sindaco” di Milano dietro la maschera di Pisapia – è stato trasformato in una “piastra” (mai nome fu più appropriato) di cemento di un chilometro quadrato. Dove, dopo aver smantellato tutti i padiglioni inutili – e costosi, sia in termini economici che ambientali – costruiti a beneficio delle multinazionali del cibo manipolato, non si sa più che cosa impiantare. Perché costruire un contenitore prima di sapere che cosa metterci dentro è il modo più stupido di procedere; è un po’ come costruire un’enorme galleria senza sapere che cosa farci correre dentro. Ma, come è noto, tutto fa PIL…
Ma che cos’è un “polo di attrazione”? È un concentrato del lusso, che attira turismo di affari e di prestigio: viaggi aerei a sfare, sfolgorio di luci, di installazioni, di padiglioni, di scenografie, di costumi usa e getta. Palazzi dalle forme strane e prezzi mirabolanti destinati a rimanere vuoti per la maggior parte dell’anno, come city life (chi vi compra un appartamento per lo più ne ha altri cinque o sei in altre capitali dell’Occidente e dell’Oriente). L’apoteosi dello spreco e dell’insostenibilità. Ma tutto questo, dice Granelli, porta molto denaro, di cui beneficia tutta Milano. Non tutta: ne beneficia un ceto privilegiato che vive della città ma non nella città; o meglio, che vive separato da tutto il resto della città, a cui non arrivano che le briciole, perché quel ceto esclusivo ha bisogno non di lavoratori (quelli li va a cercare altrove), ma di servitori, che recluta nel popolo dei migranti: colf, badanti, portieri, fattorini, sguatteri, giardinieri e rider per portare la pappa a chi non vuol muovere più nemmeno il culo da casa per andare a mangiare; e poi edili che lavorano nel subappalto, stradini per tappare le buche delle strade e tuttofare per lavargli l’auto. Perché la produzione di quel che a Milano si pensa si fa per lo più a migliaia di chilometri e a decine di gradini sociali di distanza. È un sistema che produce e moltiplica differenze e ingiustizie sociali, ma soprattutto che allontana inve c’è di avvicinare al traguardo da raggiungere per affrontare in modo adeguato l’emergenza climatica. Tutto quello spreco di risorse è destinato a crollare e dissolversi insieme alle persone che ne ricavano reddito e posizione sociale non appena la cittadinanza sarà costretta a prendere atto della gravità dei processi in corso.
Milano, come qualsiasi altra città, ha bisogno di tutt’altro: di opere e di lavoro che metteno in grado gli abitanti di far fronte ai tempi difficili che ci aspettano: un’agricoltura non distruttiva e di prossimità che valorizzi risorse locali come quelle del parco sud; un’alimentazione conseguente; un sistema di mobilità di merci e persone flessibile, che consenta di ridurre al minimo auto, furgoni e le loro emissioni; impianti di generazione elettrica da fonti rinnovabili diffuse su tutto il territorio; un’edilizia che valorizzi il già costruito invece di consumare nuovo suolo e che permetta di ridurre al minimo riscaldamento e raffrescamento artificiali; il recupero integrale degli scarti della produzione e del consumo; e poi, un sistema produttivo flessibile, gestito quanto più possibile dai lavoratori, che utilizzi in pieno le loro competenze soprattutto in campo scientifico e informatico, mettendo a frutto le produzioni di pezzi unici o piccole serie come quelle rese possibili dalle stampanti in 3D. Questo è il nostro progetto di città sostenibile, che non ha niente a che fare con le Olimpiadi, che rappresentano invece un progetto diametralmente opposto, che avvicina alla catastrofe climatica la sua popolazione insieme a quella di tutto il resto del pianeta.
L’era di Greta
Dobbiamo cominciare a contare gli anni a partire da prima e dopo Greta. Non che Greta Thunberg sia morta; è più viva che mai e speriamo che continui ad accompagnarci e guidarci nel nostro viaggio contro il cambiamento climatico, fino a una vera svolta. E nemmeno è necessario sostituire una nuova numerazione a quella di prima e dopo Cristo: va bene quella che c’è. Dobbiamo però prendere atto – a partire da ora, l’anno di Greta – di uno spartiacque che separa ciò che si è fatto finora da ciò che si deve fare da ora in poi.
I risultati della ricerca scientifica a cui Greta fa riferimento ci avvertono che “la nostra casa è in fiamme”. O quei risultati li contestiamo, non si sa su che basi, o ne prendiamo atto: la minaccia che incombe sulle nostre vite e sul nostro pianeta non è fantascienza e bisogna correre ai ripari. E subito. E non è poco: tutto o quasi quello che è stato fatto nel corso degli ultimi decenni o che è stato avviato o anche solo progettato nel corso degli ultimi anni va dismesso o ridisegnato radicalmente nel più breve tempo possibile. E tutto ciò che può consentire, in questo nuovo assetto dell’economia, il mantenimento di uno standard di vita decente – o la sua estensione a chi non lo ha mai avuto – va messo subito in campo. Di tutte le produzioni che dipendono direttamente o indirettamente dall’estrazione e dall’utilizzo dei combustibili fossili – pozzi, miniere, gasdotti e oleodotti, flotte, raffinerie, centrali termoelettriche, mezzi di trasporto di terra, mare e cielo – va programmata la dismissione in un numero di non più di dieci anni o la loro trasformazione, ove possibile, in soluzioni che possono essere alimentate con fonti energetiche rinnovabili. Le quali vanno promosse, insieme alla massima efficienza energetica, senza continuare ad alimentare un regime di spreco come quello in atto oggi. Edilizia e assetto dei territori vanno resi resilienti e meno energivori. La mobilità di cose e persone va riorganizzata integrando trasporto di massa e sistemi flessibili condivisi. L’agricoltura va ricondotta alla sostenibilità con l’adozione di sistemi naturali che restituiscano al suolo fertilità e capacità di assorbire carbonio. E si possono aggiungere (pare) mille miliardi di nuovi alberi ai tremila miliardi già esistenti; ovviamente, senza più deforestare.
Tutta la popolazione, o la maggioranza di essa, dovrà essere coinvolta in questi processi e i lavoratori il cui impiego verrà meno dovranno essere ricollocati nei settori della transizione – dove ci sarà posto per tutti, occupati e disoccupati di oggi – in modo che quel trasferimento sia una promozione economica e sociale. E’ una transizione tecnica, economica e sociale, ma soprattutto culturale e, ovviamente, psicologica, che non ha precedenti nella storia dell’umanità, anche se spesso viene citato – giustamente – come termine di paragone lo sforzo bellico intrapreso allo scoppio della Seconda guerra mondiale nella riconversione dell’industria degli Stati Uniti.
E’ facile e quasi ovvio manifestare un forte scetticismo di fronte a queste prospettive: uno scetticismo che dipende dal fatto che ben pochi, soprattutto in Italia, sono informati della gravità della situazione, ma soprattutto dal fatto che la radicalità e l’estensione dei cambiamenti da realizzare spaventano e paralizzano, spingendo i più all’inerzia. Ma presto cambieranno idea, e dobbiamo adoperarci perché non lo facciano troppo tardi. Se le rilevazioni hanno ormai messo in rotta i “negazionisti climatici” in tutta la comunità scientifica (a dire il vero, non sono mai stati un gran che, anche se di recente anche Franco Piperno ha voluto aggiungere il suo nome a quello del prof. Antonino Zichichi, che capeggia la squinternata pattuglia italiana dei negazionisti climatici), pullulano però nel mondo della “politica” e dell’informazione coloro che considerano la minaccia del cambiamento climatico niente altro che un’arma di “distrazione di massa” rispetto ai problemi sociali ed economici che incombono; esattamente come si sta facendo da tempo, soprattutto “a sinistra”, nei confronti delle migrazioni.
Che costituiscono invece, nonostante il calo drastico degli arrivi (gli altri, quelli che “non arrivano più” e non sono ancora annegati, sono tutti rinchiusi, a milioni, nei lager libici o nelle bidonville turche e degli altri paesi di transito, in attesa che quei regimi facciano “libera tutti” per ricattare l’Europa), il principale problema sociale, il maggiore terreno di scontro politico e culturale e, verosimilmente, il fronte più radicale del conflitto di classe del nostro tempo; anche se esso non si svolge più nelle forme tradizionali del movimento operaio. Ma dal modo in cui viene affrontata “la questione migranti” dipende l’esito di tutti gli altri conflitti sociali che interessano la nostra epoca: in fabbrica, sul lavoro, nel territorio, nella cultura. Ma la questione migranti è a sua volta indissolubilmente legata alla lotta contro il cambiamento climatico, sotto il cui ombrello si raccolgono tutti gli altri problemi: quelli relativi all’oggetto di tutti i conflitti, che è la giustizia sociale e la riappacificazione della specie umana con la Terra che la ospita, e quelli relativi ai “soggetti”, ovvero agli attori, di quei conflitti: perché se si dimentica – si lascia indietro, o si considera un ingombro – l’esistenza di milioni di esseri umani cacciati dalle loro terre dalla prepotenza del sistema economico a cui tutti siamo soggetti, è veramente difficile anche solo pensare di poterne venire a capo.
E’ evidente allora qual è la priorità assoluta dell’era Greta: fare informazione e aprire un dibattito vero in tutte le sedi – scuole, università, fabbriche, aziende, quartieri, istituzioni – capace di inserire i problemi e le aspirazioni della vita quotidiana di ognuno dentro l’orizzonte spaziale (il pianeta tutto) e temporale (non più di 10-15 anni) del cambiamento climatico.
