Mezzo mondo come Gaza?

Come sarà il mondo di domani? Gran parte di esso, oltre la metà, sarà come è adesso Gaza e come era stata, ormai quasi un secolo fa e oltre, gran parte della comunità ebraica europea. Si sta avverando la tremenda profezia di Primo Levi: è successo, può succedere ancora.

Intere popolazioni, giudicate superflue o dannose, si ritroveranno rinchiuse entro confini invalicabili, senza poter andare altrove perché nessuno le vuole, condannate allo sterminio con bombardamenti, caccie all’uomo, o per fame, sete, malattie non curate, accampate in territori lunari perché tutto quello che avevano deve essere distrutto per comprometterne la sopravvivenza. Gaza – come ha rilevato Ida Dominejanni – è un esperimento per abituare i popoli a convivere con lo sterminio altrui e ad accettarlo come inevitabile; proprio come i governi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti stanno abituando anno dopo anno i loro cittadini – noi – a convivere e ad abituarsi allo stillicidio di rastrellamenti, deportazioni, annegamenti, morti, torture, violenze di ogni genere inflitte alla “genti in cammino” (people on the move) che cercano di abbandonare le loro terre di origine perché lì la vita è diventata impossibile, ma che nessun altro Paese accetta, se non per il tempo necessario a spremere dai loro corpi, dalle loro famiglie, dalle loro vite, tutto quello di cui è ancora possibile appropriarsi.

Fantapolitica? No, semplice previsione di quello che non vogliono farci vedere i nostri governanti, i media che li assecondano, gli accademici e gli intellettuali che chiudono gli occhi. Entro la fine del secolo – ne abbiamo già consumato un quarto – più di metà della Terra sarà inabitabile: qualunque provvedimento venga preso oggi, i ghiacci delle calotte polari e dei ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello del mare a crescere e gran parte delle terre costiere, con il loro entroterra, verranno sommerse. I fiumi cesseranno di scorrere regolarmente, alternando piene devastanti a periodi di siccità, i raccolti continueranno a soffrirne, le foreste a bruciare senza acqua per spegnerle, le epidemie a imperversare. Crisi climatica e ambientale e migrazioni sono strettamente connesse: più si faranno sentire gli effetti della prima, destinati a crescere, più il numero dei profughi ambientali aumenterà in modo esponenziale. Ad accrescerne gli effetti concorrono poi le guerre a cui i governi di tutto il mondo stanno destinando i fondi che hanno negato e continuano a negare alla “transizione” (in realtà, alla conversione ecologica, che non è solo un processo tecnico ed economico, ma anche e soprattutto culturale, sociale, morale e democratico e che per questo viene osteggiata con sempre maggior ipocrisia).

Gaia Vince (Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023) e Parag Khanna (Il movimento del mondo, Fazi, 2023), due studiosi che hanno cercato di guardare il futuro, concordano nel delineare un panorama come questo, ma loro sono ottimisti. Vince immagina che metà della popolazione mondiale, in fuga dalle terre di origine, troverà ospitalità nelle aree subartiche del pianeta, rese fertili e praticabili dal riscaldamento globale; le migrazioni giovano sia a chi le fa che a chi le accoglie, sostiene. Inoltre, tra un secolo la geo-ingegneria potrà restituire poco per volta vivibilità al pianeta devastato. Khanna, altrettanto fiducioso nei benefici della tecnologia, sostiene che essa – grazie soprattutto ad aria condizionata, colture idroponiche, desalinatori, energie rinnovabili e molto denaro – creerà isole vivibili anche in aree desertiche, énclave aperte alle persone dotate di professionalità e spirito di iniziativa, provenienti da tutte le parti del mondo. Per tutti gli altri, quelli non qualificati, la recuperata vivibilità delle aree subartiche offrirà comunque l’opportunità di una vita da schiavi. Nessuno dei due prende però in considerazione che l’alternativa possa essere invece uno scenario “alla Gaza”.

Ma questo è. Come pensiamo che possano sopravvivere in territori devastati dalla catastrofe climatica e ambientale le popolazioni che li abitano oggi? Dove pensiamo che possano trasferirsi, senza essere respinti, tutti coloro che “a casa loro” non potranno più vivere? O addirittura che una casa loro non l’avranno più, perché sommersa dalle acque, o bruciata dalla siccità o dagli incendi? E come pensiamo che reagiranno i governi dei Paesi – “sviluppati” o no che siano – nei quali cercheranno rifugio quelle popolazioni tutte intere, se già ora, di fronte all’arrivo alla spicciolata delle avanguardie di quelle genti in cammino, i governi degli Stati forti mettono in atto politiche di respingimento basate sempre più sugli strumenti e le modalità della guerra? La vera guerra a cui ci stanno preparando. Se proiettate su uno scenario di lungo periodo – quello in cui, diceva Keynes, siamo tutti morti – le misure per respingere i migranti adottate oggi dai governi appaiono sì ciniche e spietate, ma anche risibili e inadeguate. Ma in realtà fungono da scuola per addestrare tutti noi ad accettare come normali quelle politiche di sterminio: esattamente come ci succede per Gaza.

Ovviamente tutto questo ha delle ripercussioni anche sugli Stati che “si difendono dall’invasione” dei profughi: militarizzazione, sospensione o abolizione di diritti e welfare, violazione delle convenzioni, razzismo di Stato e fascismo. Gli Stati Uniti di Trump stanno aprendo la strada a tutti gli altri Stati, retti da tempo da governanti che aspettavano solo di dovergli “baciare il culo”. D’altronde la strada è quella anche senza Trump.

Di fronte a prospettive del genere, purtroppo evidenti, l’inerzia nei confronti della crisi climatica e ambientale mostrata dai nostri governanti – tutti proiettati a combatterne le conseguenze e non le cause – ma anche quella dei popoli, cioè di noi tutti, sembra paradossale. Ma si spiega con il senso di impotenza che tutti – governi e forze politiche comprese – avvertono anche se cercano in tutti i modi di non prenderne atto. E’ la dismisura tra le dimensioni di questi processi e la capacità di agire di una popolazione atomizzata, senza riferimenti culturali, sociali e politici condivisi, se non quelli “di piccola e piccolissima taglia”: le mille associazioni e comitati a cui molti di noi partecipano senza trovare alcun riscontro nel mondo della politica.

Potremmo però indirizzarle meglio, quelle pratiche, per costruire le ridotte da cui affrontare il futuro feroce che incombe: rendere il più possibile resilienti e vivibili i territori che abitiamo, mostrare che l’accoglienza – anche su scala ridotta – può tradursi in benefici per tutti, far conoscere e valorizzare le esperienze positive, battersi in tutti i modi per il disarmo. Troppo poco? E che altro, per ora?

Quel deserto chiamato pace

Si vis pacem para bellum: se vuoi la pace prepara la guerra. La pace di chi la persegue in questo modo non è altro che guerra. In questa sequenza: riarmo, guerra, vittoria, imposizione delle proprie condizioni al nemico vinto, oppure sterminio. Anche questo è uno dei tanti modi di chiamare la pace: Solitudinem faciunt, pacem appellant (Tacito), fanno un deserto e lo chiamano pace. Questo modo di perseguire la pace si chiama anche deterrenza: armarsi fino ai denti per essere più forti del “nemico”.

Il quale si armerà anche lui di più per sentirsi più forte: una spirale senza fine. O meglio: con una fine scontata: la guerra, la messa alla prova delle armi di cui ci si è dotati. Deterrenza, lo dice la parola, significa tenere a bada il nemico con il terrore. Gli Stati che promuovono o praticano questa “dottrina” sono, per forza di cose, terroristi: usano le armi per terrorizzare il nemico: costruiscono un mondo fondato sul reciproco terrore. L’altro “terrorismo”, quello messo al bando dagli Stati, ne è solo una parziale imitazione. L’unica vera deterrenza dovrebbe essere l’orrore per quello che è già successo: la Shoah, Hiroshima. «È successo, potrebbe succedere di nuovo!». Sta succedendo.

La pace perseguita preparando la guerra, la stiamo vivendo: innanzitutto con lo spostamento di risorse dal welfare alle armi, violando quello che fino a poco fa era la linea rossa invalicabile per tutti gli Stati dell’Unione europea: finanziare il welfare a debito. Contando sul fatto che chi “ha dichiarato guerra all’Europa” (la Russia, per Readiness 2030, documento approvato dal Parlamento europeo), prima di attaccarci aspetterà comunque che noi si sia pronti. Anche la deterrenza ha le sue regole…

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Evoluzione atomica, la pericolosa carta ucraina nel conflitto

Ma c’è di peggio: il clima asfissiante di ostilità, bellicosità, paura, insicurezza, militarismo promosso per sostenere quei preparativi: dove si ritrovano tutti gli stereotipi di una retorica grottesca che la guerra in Ucraina ha riportato in auge: gloria, eroismo, valore, onore, sacrificio; tutto ovviamente ricondotto all’ambito militare. Un’aggressività e uno spirito di competizione, un disprezzo per “il nemico”, che mette fuori gioco ogni desiderio e aspirazione alla solidarietà, alla fratellanza, alla sorellanza, alla cooperazione, alla condivisione.

Ma il risultato è l’abbandono definitivo della lotta per il clima, degli obiettivi del vertice di Parigi, della conversione ecologica, del green deal – o di quello che ne era rimasto dopo il suo spolpamento – del rispetto e della cura quotidiana del proprio territorio. Perché la guerra è un’aggressione diretta non solo contro “il nemico”, ma anche, e soprattutto, contro le basi stesse della nostra esistenza: l’integrità del pianeta, la sua e la nostra vita.

La pace, invece, quella vera, quella che tutti vorrebbero, soprattutto dopo aver sperimentato la guerra – come dimostra il reclutamento dei soldati in Ucraina, passato in pochi anni da uno slancio generoso e volontario a una caccia feroce; ma, pur sapendone poco, il rifiuto di arruolarsi non è certo minore in Russia – la pace vera è il contrario di tutto ciò che il “prepararsi alla guerra” trascina con sé. È innanzitutto pace con la Terra, con il suolo, l’aria, le acque, la “natura”, l’insieme di tutte le cose di cui anche noi siamo fatti.

E dentro questo approccio, che è vero amore di sé inteso come amore della vita e di tutto ciò e di tutti coloro che ne partecipano, c’è posto per tutto ciò che ne costituisce gli ingredienti indispensabili e che la guerra risucchia nel suo vortice: l’umiltà di chi si riconosce parte di un tutto; la solidarietà (che una volta si chiamava internazionalismo proletario); la condivisione; la fratellanza e la sorellanza; la cura di sé e del prossimo attraverso cooperazione, lotta contro le diseguaglianze, rispetto delle differenze; e poi bellezza, cultura, istruzione, talento, salute, casa, mobilità; e tempo da dedicare a figli e figlie, mogli e mariti, genitori e nonni, compagni e compagne, amici e amiche.

Ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro di civiltà: non tra capitalismo e comunismo o tra progresso e stagnazione; non tra illuminismo e oscurantismo o tra cristianesimo e islam; e meno che mai tra Occidente e Oriente o tra democrazia e autocrazie; bensì tra civiltà della cura e cultura della distruzione. Bisogna saper ripartire da qui: dagli “elementari”.

La pace di chi la persegue con le “armi della pace” è invece la valorizzazione di ciò che accomuna avversari e contendenti e la messa al bando non delle differenze, ma di ciò che esclude e che contrappone; è il potenziamento delle mediazioni, della diplomazia, della cooperazione, la creazione di corpi di pace: una strumentazione che richiederebbe almeno tante risorse quante ne vengono oggi dissipate per produrre o comprare armi.

La rivoluzione di Francesco. La cura del creato

Papa Francesco era “reazionario” (come scrive Cinzia Sciuto)? In diversi lo hanno sostenuto durante tutto il corso del suo pontificato, ma ora, proprio mentre nel rendergli omaggio esplode la mobilitazione di popolo e di leader, mondiali e no, questa accusa torna a farsi avanti con più insistenza. Le motivazioni sono sempre le stesse; non aver dato battaglia su questioni cosiddette “sensibili” (ma le altre non lo sono?): aborto, fine vita, “gender”, omosessuali, divorziati, sacerdozio femminile; e poi, quella “frociaggine”, che Francesco però riferiva solo allo stile di vita ipocrita di molte gerarchie vaticane, ecc. Sono i temi dottrinali ricorrenti agitati dalla “destra” tradizionalista cattolica sui quali fin dall’inizio si erano concentrati i suoi avversari per metterlo in difficoltà. Su di essi le posizioni di Francesco non si sono discostate gran che da quelle dei suoi predecessori. Però Francesco non ha mai messo sotto accusa qualcuno (“chi sono io per giudicare?”) se non l’atroce volta in cui ha chiamato sicari i medici che praticano l’aborto. E i suoi atteggiamenti, soprattutto nei confronti di transgender e omosessuali, divorziati e professioniste del sesso, sono sempre stati di grande apertura; che gli è stata sistematicamente rinfacciata dai suoi avversari.

E’ difficile dire se l’attitudine tradizionalista di Francesco su quei temi sia riconducibile a convinzioni maturate fin dal suo accesso al sacerdozio, o a mera diplomazia (in fin dei conti era un papa, il “capo di Stato” al governo di un nido di vipere). Ma su quei temi Francesco ha cercato il più possibile di eludere un confronto frontale con i suoi avversari, relegando tutto ai sinodi, per concentrarsi su quelli evangelici, che gli stavano a cuore: la povertà, i migranti (prima e insopprimibile difesa della vita che c’è), i carcerati, lo scarto (umano e non), l’ingiustizia, la pace e le guerre (altro tema che riguarda soprattutto la vita di chi le subisce), l’Islam (la religione di “infedeli” e “terroristi”), la santità del creato e di tutte le vite, anche quelle non umane (temi, questi ultimi, eminentemente francescani). E’ questo l’universo di senso che ha spinto i suoi critici, ben più dei suoi avversari diretti, ad accusarlo di “populismo”: si tratta di temi che è facile menzionare nei discorsi, ma con cui è molto difficile confrontarsi nei fatti, se non con la testimonianza di uno stile di vita sobrio e con le tante missioni, nei più diversi ambiti, che hanno visto Francesco impegnato senza sosta.

Ma poi, quale populismo? Sembra quasi – e infatti è proprio così – che per non essere populisti, di questi temi non ci si debba proprio occupare: i problemi veri sarebbero altri: l’economia, lo sviluppo, la produttività, la crescita, il benessere, la “sicurezza”, ecc. Naturalmente la guerra, soprattutto quella in Ucraina (su quella in Palestina e sulle tante altre nel mondo meglio soprassedere), ha visto i fautori dell’alternativa tra “vittoria” e “resa” inorridire di fronte all’invito pressante di farle innanzitutto cessare. In realtà Francesco non ha fatto che mettere in luce le conseguenze disastrose, sia per gli esseri umani che per il creato, delle politiche che si vantano di non essere populiste.

La contrapposizione tra tematiche evangeliche e tematiche dottrinarie (molte delle quali ben poco interferiscono con lo scorrere dei giorni e della storia) ha finito per porre in ombra il contenuto teorico e pratico più innovativo, dirompente e rivoluzionario del pontificato di Francesco: l’aver spostato l’asse della visione del mondo dall’”uomo” (naturalmente maschio), cui la tradizione giudaico-cristiana assegna il dominio sulla Terra e sulle sue “risorse” (naturalmente economiche), al “creato”, evidenziando e santificando la continuità tra gli esseri umani e tutto il vivente, ivi compresa la Terra, il cui grido di dolore l’umanità non sa ascoltare; e per questo non riesce ad ascoltare nemmeno il grido degli oppressi.

Questo snodo fondamentale – non si può provare né praticare compassione, misericordia e vera solidarietà per chi tra noi è oppresso e sfruttato se non si coltivano queste stesse passioni anche nei confronti della Terra, del “creato” – sembra essere sfuggito a molti di coloro che hanno visto in Francesco “solo” il difensore degli ultimi; o l’autorità che ha ufficializzato e accolto tra i temi rilevanti, sia per la religione che per i non credenti, “anche” l’ecologia: intesa come difesa dell’ambiente e lotta contro la crisi climatica. Ma è sfuggito, quel nodo, soprattutto ai critici che gli rinfacciano mancanza di dottrina, pressapochismo, faciloneria, incapacità di confrontarsi con le LORO problematiche, quelle che li tengono occupati; e che non si sono accorti che in realtà Francesco ha cercato – ma non si sa quale ne sarà il seguito – di introdurre non solo nella religione cattolica, ma anche e soprattutto nella cultura e nella sensibilità del nostro tempo, un approccio alla realtà fondato sull’ecologia integrale. Cioè un approccio che costringe a trattare i problemi dell’umanità – e soprattutto della parte più povera e diseredata di essa –  nell’indissolubile legame con le loro radici “terrestri”, con il rapporto che ciascuno di noi, e tutti insieme, intratteniamo con le basi materiali delle nostre esistenze; con il modo in cui ci relazioniamo con la vita che ci circonda; quella da cui traiamo il nostro nutrimento, il nostro – relativo e molto differenziato – benessere, ma anche il senso della bellezza: componente ineludibile di un’esistenza sana  (santa?) e base di ogni relazione positiva con i nostri simili. Come san Francesco aveva intuito e predicato.

L’erede di Francesco

Forse nessun papa come Francesco ha suscitato il bisogno di una riflessione profonda e sentita su sé stessi e sul mondo non solo in una parte consistente del cattolicesimo, ma anche tra un grande numero di non credenti. Ma difficilmente un papa ha suscitato anche tanta ostilità: non solo tra coloro di cui contrastava apertamente pensiero e azioni su questioni centrali come migrazioni, guerre, clima, diseguaglianze, tecnica, economia e tanti altri; ma anche e soprattutto in buona parte della gerarchia ecclesiastica e in Vaticano, vero covo di malaffare, cinismo e mancanza di spirito evangelico. Cose con cui Francesco ha dovuto fare i conti con cautele da papa, soprattutto sui temi cosiddetti “sensibili” come aborto, fine vita, genere, divorzio, sacerdozio femminile e laico, ecc., che i suoi avversari (ora in attesa di una rivincita) hanno sempre anteposto a quelli evangelici della cura del creato, delle vittime, dei poveri, degli emarginati, dei sofferenti. D’altronde non c’è politico che non abbia reso un omaggio formale a papa Francesco e alla sua enciclica Laudato sì, e che non torni a renderlo in quest’ora della sua morte. Ma non ce n’è uno solo, in tutto il mondo, che ne abbia preso il messaggio in seria considerazione.

Il suo pontificato è stato ininterrottamente caratterizzato da iniziative e gesti che ne sottolineavano i messaggi: dalla visita a Lampedusa in ricordo dei migranti lasciati morire in mare al cammino solitario in piazza San Pietro per promuovere la solidarietà al tempo del covid; dalla celebrazione del giubileo in un paese africano e nel carcere di Rebibbia agli incontri effettuati o solo tentati per cercare di por fine alle guerre in corso. Ma tutte le sue iniziative e i suoi viaggi sono stati sorretti e guidati da una vera e propria rivoluzione della tradizione cattolica: da un cristianesimo che ha spinto al centro di questa nuova visione non il dominio dell’uomo sul resto del mondo, ma la cura del creato: unica autentica cornice del rispetto della vita in tutte le sue manifestazioni, della nostra Terra sofferente, dell’essere umano (Francesco non lo indica mai con il termine uomo, per non escludere la donna), non signore ma custode del mondo.

E’ questo il contenuto centrale dell’enciclica Laudato sì (2015), un documento straordinario soprattutto per la compattezza con cui sono stati riuniti in poche pagine, con semplicità e chiarezza pari solo alla profondità, tutti i problemi fondamentali del nostro tempo. Molti dei temi trattati si ritrovano già, in vari modi, in elaborazioni dell’ecologia profonda e dell’ecofemminismo, che Francesco ha saputo raccogliere e rielaborare, insieme ai tanti spunti fornitigli dalle culture indigene dell’Amazzonia, a cui ha voluto dedicare addirittura un sinodo, finalizzato a ”inculturare” – è il termine usato: cioè innestare – il messaggio evangelico nella sensibilità per la natura di popoli fedeli a costumi e credenze tradizionali. Ma non è solo – come è stato detto – l’essere state enunciate da “un capo di Stato” ad aver reso così importanti le verità di quell’enciclica, bensì il nesso inscindibile che essa ha saputo tracciare tra giustizia ambientale e giustizia sociale, tra “il grido della Terra” e quello degli oppressi, tra l’urgenza di salvare e risanare l’ambiente e le rivendicazioni e le lotte dei poveri della Terra.

Quell’enciclica forse è stata letta più dai non credenti che dai cattolici: questa almeno è la nostra esperienza di cultori, divulgatori e interpreti dei suoi contenuti, impegnati nella loro articolazione in ogni angolazione sia della vita quotidiana che dei grandi eventi politici, sociali, climatici e ambientali, in qualità di attivisti dell’associazione Laudato sì, che abbiamo fondata pochi mesi dopo la sua pubblicazione. Un documento la cui lettura va integrata almeno con altri tre: il discorso tenuto nel 2014 al primo incontro dei movimenti popolari, un vero e proprio incitamento rivolto agli ultimi a battersi per i propri diritti; l’enciclica Fratelli tutti (2020), progetto e perorazione di un assetto sociale fondato sulla solidarietà e la condivisione e non sulla competizione e l’appropriazione; e l’esortazione Laudate Deum (2023), un ultimo e quasi disperato richiamo a ricordarsi della crisi climatica, rivolto a tutto il mondo, ma soprattutto ai potenti della Terra, in un tempo in cui la corsa a fare la guerra ha fatto dimenticare quasi a tutti che il nostro mondo è sull’orlo di un baratro.

Ma in tutti questi documenti, come in tutte le circostanze in cui l’attività di Francesco è stata resa pubblica, non è mai mancato il tratto della delicatezza, della attenzione, della disponibilità e anche della verve – compresa la sua penultima comparsa avvolto in un poncho, un abito sicuramente più adatto ai successori di Pietro – che ha distinto il suo pontificato da quelli di tutti i papi che lo hanno preceduto. Un tratto che lo ha reso il vero erede del santo di cui ha voluto prendere il nome.

Un nuovo manifesto di Ventotene?

Lo sguardo sulla Terra da un satellite artificiale ha lasciato folgorati quasi tutti degli astronauti che lo hanno potuto gettare, tanto da indurre alcuni a cambiare completamente il loro modo di pensare. La Terra, ha dichiarato uno di loro, mi è apparsa un corpo unico, tutto interconnesso, molto fragile, tormentato dagli interventi umani. Quelle prime immagini pervenute dallo spazio avevano folgorato anche James Lovelock e Lynn Margulis, spingendoli ad elaborare la teoria, o la visione, di Gaia: la Terra è un unico grande organismo che si autoregola, tenuto in vita da tutto ciò che la ricopre e la popola: acqua, aria, suolo ed ecosistemi, mentre molti degli interventi umani ne sono la malattia. E’ la verità dell’antropocene: l’era della trasformazione della realtà fisica della Terra, ma anche della sua devastazione, da parte della specie umana.

Niente ci avvicina alla Terra più di quello sguardo da lontano. Per questo quelle immagini andrebbero mostrate, illustrate, commentate e approfondite il più spesso possibile nelle scuole, sui media e in ogni sede del discorso pubblico, perché parlano più e meglio di qualsiasi teoria e ne sono premesse e complementi indispensabili.

Con la crisi climatica e ambientale ci stiamo avvicinando a grandi passi all’orlo di un baratro da cui non si torna indietro. Molti ne sono consapevoli, ma pochi (e tra questi la quasi totalità dell’establishment politico, finanziario, industriale e dei media di tutto il mondo) trovano la voglia, la forza o la capacità di misurarsi con il problema; molti altri abitanti della Terra ne percepiscono il rischio in modo indistinto e irriflesso a partire da quanto sta cambiando sotto i loro occhi: non solo il clima, soprattutto quando sono vittime di eventi metereologici estremi, ma anche “la natura”, il vivente e persino l’ambiente costruito e manomesso. Pochi ne sono realmente all’oscuro. A spingere il carro dell’indifferenza è per lo più l’attaccamento ad abitudini o privilegi a cui non si sa rinunciare, ma soprattutto la paura di rimanere soli e indifesi, molto più di una vera adesione alle tesi di coloro che hanno fatto del negazionismo climatico una professione, per lo più ben retribuita dall’industria del petrolio e affini. Ma nessuno, comunque, sembra vedere nella guerra, nelle tante guerre in corso, un acceleratore micidiale della crisi climatica e ambientale, e con essa, e per essa, anche della nostra umanità.

Per noi che invece siamo consapevoli della minaccia esistenziale (è una parola di moda) rappresentata dalla crisi climatica e da tutto ciò che ne consegue, la guerra è il culmine e il punto di approdo di un modo di agire e pensare diffuso, indotto dai poteri dominanti, che da decenni hanno consapevolmente deciso di sacrificare la salvaguardia della nostra vita su questo pianeta all’imperativo della “crescita” del prodotto interno lordo (il PIL); che altro non è che ciò che Marx, e tanti con lui, chiamavano – e ora non chiamano più – “accumulazione del capitale”.

Quindi, tutto ok per quanto riguarda la decarbonizzazione, purché non intralci la crescita; anzi, purché contribuisca, in tutto o in parte, ad alimentarla. Se no, lasciamola perdere! Così è stato lungo tutta la trentennale sequenza delle CoP per l’attuazione dell’Accordo Quadro sul Clima, che hanno continuato a riunire ogni anno decine e decine di migliaia di “addetti ai lavori” senza mai definire né imporre delle misure efficaci, e avvolgendo invece tutto in un velo di ipocrisia. Trump, con il suo negazionismo climatico a base ostentatamente affaristica e antiscientifica, non ha fatto che accelerare la fuga dalla decarbonizzazione delle tante banche, imprese e istituzioni che vi si erano – a parole – impegnate; ma che, fiutando l’aria, avevano già imboccato la propria ritirata anche prima del suo ritorno al governo degli Stati Uniti.

Ma la guerra in Ucraina, come le altre in corso, avrebbe dovuto far riflettere: sostenerle, in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo, è la negazione assoluta di ogni aspirazione, progetto o ipotesi di conversione ecologica. Perché sotto il cappello della conversione ecologica si raccoglie tutto ciò che risulta condizione o conseguenza di una transizione energetica effettiva: pace, ambiente, diritto alla vita, dignità, democrazia, decentramento, eguaglianza, salute, istruzione; mentre la guerra, con il suo consumo di combustibili e materiali, l’inquinamento di suolo, aria e acque, la devastazione di edifici, impianti, strade, ponti, macchinari, la distruzione di vite e di esistenze, il comando che non può essere discusso, è la negazione di tutte quelle cose.

Ma quelle distruzioni non son forse anche un arresto della crescita, dell’accumulazione del capitale, dell’economia? No: accumulazione del capitale non è la stessa cosa che capitale accumulato: la prima è un processo, il motore dello sviluppo capitalistico e della società che esso modella; il secondo è uno stock di beni che può anche essere azzerato, purché la prima non si interrompa, anche ricominciando da capo. Così la produzione bellica, per sostituire, integrare, accrescere le armi impiegate o distrutte in guerra può alimentare la crescita al posto delle industrie che non lo fanno più, come quella dell’auto, o non possono essere attive sotto le bombe, come quella delle costruzioni. Dunque, anche per l’Europa la guerra non è un’alternativa alla crescita, come lo è invece alla conversione ecologica; anzi, ne sta diventando il supporto. Anche per questo, nei tre anni della guerra in Ucraina, non c’è stata una sola iniziativa o un solo cenno di mediazione da parte dell’Unione Europea o di uno dei suoi Stati membri.

Non possiamo più, se mai l’abbiamo fatto, continuare ad affidarci a coloro che hanno da tempo imboccato quella strada; la loro cultura, i loro interessi, le loro abitudini, la loro ignoranza vanno tutte in quella direzione; né possiamo contare sulle divergenze tra i Governi degli Stati europei per un’inversione di rotta. Ci vuole un taglio netto tra chi sta ai vertici ed è responsabile di quella deriva e tutti coloro che si ritrovano alla base della piramide sociale e vorrebbero vivere in un mondo diverso e senza guerre.

Il percorso per invertire rotta passa attraverso il ritiro della delega concessa a Stati e Governi, che peraltro l’hanno da tempo ceduta, a loro volta, alla finanza internazionale. E lo sviluppo dell’iniziativa di base non può darsi che abbandonando l’ossessione dei confini da “difendere” dai migranti e da nemici costruiti ad arte, per lo più con la menzogna.

Il confederalismo democratico del Rojava, multietnico, egualitario, partecipato e femminista, un processo in corso, ma forse anche la constatazione che l’obiettivo dei due Stati in Palestina è ormai irrealizzabile, e che l’unica soluzione prospettabile, un sogno a venire, certamente “a lungo termine”, è la convivenza, su un piede di parità, di due comunità diverse in un unico territorio che non sia più uno Stato, alludono entrambe alla direzione che dovrebbe imboccare una rifondazione dell’Europa orientata non alla guerra ma alla conversione ecologica.

Di fronte ai venti di guerra che stanno investendo l’Europa, occorre un ripensamento radicale come quello che oltre ottant’anni fa, nel pieno dell’offensiva nazifascista, aveva indotto tre militanti imprigionati e isolati in uno sperduto angolo dell’Europa a concepirne la rinascita in una visione che allora sembrava assurda. Rispetto a loro abbiamo il vantaggio di non essere solo in tre, ma molti di più; di non essere prigionieri, ma ancora liberi di circolare e confrontarci; e di non essere già in piena guerra mondiale, ma di poterla ancora fermare. Forse è arrivato il momento di redigere insieme un nuovo “Manifesto di Ventotene” o qualcosa di analogo, adattato al nostro tempo: per prospettare una rinascita dal basso dell’Europa tenendo ferma la rotta della conversione ecologica. Può sembrare un’utopia assurda, ma certo non più pazza di quella che aveva ispirato i Tre di Ventotene.

Fare l’amore e non la guerra

Per un po’ tutti abbiamo voluto o finto di crederci: che da una parte ci fosse solo l’1 per cento (di fatto, lo 0,0001 per cento: i padroni della Terra) e dall’altra tutti gli altri, noi. Non era, non è, così. Intorno a quel pugno di potenti c’è una solidissima struttura: una gerarchia di uomini e donne, ciascuno e ciascuna al “suo” posto, con dei compiti ben definiti, che lungo i rami – o meglio le radici – del potere arriva a coinvolgere cerchie sempre più ampie di “complici”: chi per interesse o per vantaggi, chi per abitudine, chi per servilismo, chi per non conoscere o vedere alternative.

Lungo quella serie di cerchie concentriche si può arrivare molto in là. In mezzo, da qualche parte, a un qualche livello, ci siamo noi; in parte consapevoli, in parte no, del nostro ruolo e delle nostre responsabilità. Puntare sulla contrapposizione tra due blocchi, gli emarginati e gli inclusi, “i sommersi e i salvati”, non sposta i termini della questione. A volte allarga un po’ l’area degli esclusi a spese del blocco del potere, a volte la restringe e dilata quella di chi si sente, o si vuole, incluso. Il problema è tagliare quella piramide sociale, cercare di destrutturarla ad ognuno dei suoi livelli intermedi, a partire dalle ragioni specifiche di disagio nei confronti della sua posizione che ciascuno e ciascuna avverte già oggi, o potrebbe avvertire domani. E’ quella “lunga marcia attraverso le istituzioni” di sessantottesca memoria troppo a lungo dimenticata. A ciascuno di quei livelli, in ogni articolazione di quella struttura, ci sono oppressi e oppressori, contraddizioni che possono esplodere. La più esplosiva – oggi lo sappiamo, sessant’anni fa forse no – è quella di genere, tra donne e uomini, il patriarcato: lì si trova il bandolo per affrontare, e forse dipanare, tutte le altre. Basta non abusarne.

Invece è stata evocata più volte un’analogia tra l’aggressione della Federazione russa all’Ucraina (non tra Israele e gli abitanti della Striscia di Gaza; caso mai solo il viceversa) e uno stupro o un femminicidio. Sostenere che è stata l’Ucraina, o chi per essa, a provocare e spingere la Russia a muovere quella guerra feroce sarebbe come dire che la donna molestata, stuprata o ammazzata “se l’è andata a cercare”. Quell’analogia non regge. Intanto c’è di mezzo quel “chi per essa: forse l’Ucraina è solo la vittima di un gioco più grande di lei. Ma a invalidare quell’analogia c’è il fatto che ogni donna è un’unità indissolubile di corpo e di anima, di aspetto esteriore – il modo di vestire, di truccarsi, di atteggiarsi – e di vissuto: quanto ciascuna si porta dietro del tanto o poco di cui ha fatto esperienza nella sua vita. Un paese, una nazione, uno Stato, invece, sono un’altra cosa: non un’unità indissolubile ma un coacervo di “cerchie”, di posizioni, di interessi e punti di vista diversi. Dimenticare queste diversità, anche nel momento in cui forse appaiono meno chiare, ma sapendo che sono comunque destinate a palesarsi, è perdere di vista le ragioni che ci hanno guidato negli anni, nel corso delle più diverse vicende di cui siamo stati attori o spettatori: la distinzione tra oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori, dominati e dominanti, tra chi sta alla base della piramide sociale e chi al suo vertice. Una distinzione che gli sviluppi della guerra in Ucraina stanno portando alla luce ogni giorno di più: sia quella tra le vittime dirette della guerra, civili o soldati, da quelli arruolatisi volontariamente a chi cerca di sottrarsi alla guerra con la fuga, la renitenza o la diserzione, da un lato,  e, dall’altro, chi, al vertice di una delle tante piramidi sociali coinvolte, in Ucraina e “all’estero”, non ha fatto niente per evitare quella guerra e continua ad adoperarsi per protrarla “fino alla vittoria”. Ignorando, per forza di cose, le sofferenze di chi non ha niente da guadagnarci, né ora né domani. Poi c’è anche il rischio di guardare solo a questo lato del fronte, quello che i media occidentale ci fanno vedere, ignorando quello che succede “dall’altra parte”. Che senso ha battersi per la conquista o la riconquista di territori che la guerra sta rendendo inabitabili per decenni a venire?

Quella riluttanza a distinguere tra oppressi e oppressori ha finito per alimentare, oltre allo strazio a cui sono state condannate, oggi come per tutto il loro futuro, le vittime di questa come di tutte le altre guerre, e certo al di là delle intenzioni dei molti che hanno contribuito a suscitarla, l’evocazione di uno spirito bellicoso, da “maggio radioso”, che invoca “la vittoria” come unica alternativa alla “resa”. Si dimentica che la vittoria, se mai ci sarà (e di chi?), sarà di pochi; mentre all’opposto, questa volta sì per il 99 per cento, non ci sarà che sconfitta.

Il risultato è che si parla solo più di guerra come orizzonte delle nostre vite, tanto che persino nelle scuole, dove ogni discussione sul genere (“gender”) viene bandita come farina del demonio – ma è anche stato espulso da tempo, dal modo in cui vengono trattate le diverse “materie”, siano esse le letterature, la storia, la geografia, la chimica, la fisica o la matematica, ogni riferimento all’amore, non solo per le persone, ma anche per gli animali, le piante, il vivente, la mente, la Terra – viene invece introdotto per decreto l’insegnamento della guerra e della preparazione alla guerra: un’ennesima materia curricolare da aggiungere all’educazione civica, a quella ambientale, a quella sessuale (ma detta “del cuore”), all’alternanza scuola-lavoro…

Ma, per tornare allo stupro e al femminicidio, ve li immaginate gli insegnanti di oggi, frustrati dai moduli, dai tablet, dai “programmi”, dalle valutazioni, dalle aggressioni di studenti e genitori, dal pubblico disprezzo, dallo stipendio ridicolo, dalla competizione quotidiana con i social per conquistare l’attenzione degli allevi, insegnar loro Educazione sessuale cioè “al cuore”, come misura di prevenzione delle molestie, dei femminicidi, dello stupro?

E’ evidente che bisogna cominciare da un’altra parte: aprire le scuole alla vita del paese o del quartiere, a quella delle piante e degli animali, al cielo e agli astri; far vedere la Terra vista dal cielo: Gaia, un unico grande organismo tenuto in vita dall’aria, dalle acque, dal suolo e dagli ecosistemi che la ricoprono e di cui anche noi, ciascuno di noi, è parte. Ce lo siamo dimenticati.

Un solo esempio: dall’inizio della guerra le forze armate ucraine hanno sparato una media di 9000 cannonate (esplosive) al giorno, più i razzi e le bombe sganciate da aerei e droni (mettendo a dura prova le scorte tanto dell’Unione Europea che degli USA). E non sulla Russia, se non poco, e solo negli ultimi mesi, ma sulle regioni dell’Ucraina che vorrebbero riconquistare. Possibile che non abbiano fatto almeno altrettanto danno di quelle con cui l’esercito russo ha bersagliato l’altro lato del fronte?

L’europa che non c’è

Quali altre sanzioni contro la Russia potrà mai varare l’Unione Europea, dopo che quelle già in atto hanno dimostrato scarso impatto sul potenziale militare russo, enormi danni per l’economia europea e vantaggi altrettanto grandi, soprattutto con la vendita di gas a prezzi di affezione, per gli Stati Uniti?

Che tipo di “difesa armata” potrà mai costruire l’Unione Europea autorizzando ogni singolo Stato membro ad armarsi per conto suo sforando i parametri di Maastricht (invalicabili quando si trattava di sostenere il welfare) per acquistare armi e arruolare soldati senza un indirizzo, una politica estera, un progetto comuni?

Quale forza di interposizione potrà mai essere accettata dall’Onu o dalla Federazione Russa se costituita da governi che sono stati e sono ancora parte combattente, riempiendo di armi, denaro e appoggio politico la controparte ucraina?

E quali informazioni sul campo potrà mai fornire l’Unione Europea alle forze armate ucraine se le attività di supporto informativo dipendono da sistemi che l’Europa non è in grado di sostituire?

Quale “forza di deterrenza nucleare” potrà mai mettere in campo l’Unione Europea con le atomiche di Macron e quelle di Starmer, di fronte alla Russia che ne ha 15 volte tante?

Per tutte queste cose – cioè per “colmare il vuoto” lasciato dal ritiro, o tradimento, di Trump – l’Unione Europea ha comunque bisogno della Nato, cioè del sostegno degli Stati Uniti di Trump, che se glielo fornirà (“continuate voi, mentre io tratto e faccio affari”) se lo farà comunque pagare: con l’aumento delle spese militari, per mantenere le truppe Usa di stanza in Europa (in Italia 140 basi, tra Usa e Nato), con l’acquisto forzato di gas, al quadruplo del suo prezzo, e di armi che solo loro producono e  con un distacco sempre più profondo dalla Cina, con la quale invece Trump acuirà o sopirà la tensione a seconda del momento e delle convenienze.

L’Unione Europea, la sua Commissione e i governi degli Stati membri si sono fatti trascinare in questa trappola senza mai rendersi conto del suo esito obbligato e senza mai prospettare un’alternativa che non fosse la vittoria sul campo: “vittoria o resa”; in mezzo, il nulla. Ora Ursula Von der Leyen sostiene che l’aggressione russa all’Ucraina rappresenta una minaccia “esistenziale” per l’Europa.

Ma una minaccia esistenziale assai più grave aveva fatto la sua comparsa ben prima della guerra in Ucraina: la crisi climatica. L’Ipcc continuava a ricordare che c’erano solo pochi anni a disposizione per cercare di invertire rotta. Una minaccia soprattutto per le democrazie, vere o presunte. Perché un regime autoritario può bloccare facilmente le informazioni sui disastri in corso e reprimere brutalmente le popolazioni colpite che protestano per la mancata prevenzione o la mancata assistenza, ma una democrazia che si fa cogliere impreparata non può che ricorrere agli stessi metodi, accentuando gli aspetti dispotici del proprio governo tanto, se non di più, di quanto lo può fare in un Paese in guerra.

Governi e opposizioni nell’Unione e negli Stati membri, come in quasi tutti gli altri Stati del mondo, non hanno mai preso veramente sul serio la minaccia climatica. Alcuni hanno finto di farlo per giustificare misure straordinarie, non tutte sensate, per poi coprirle di deroghe che ne azzerano i già insufficienti impatti previsti, come quelle su gas, nucleare, protezione della natura, auto termiche, ecc. nel Green Deal, o per dare il “liberi tutti” alle spese più insensate, inutili o dannose, nel gigantesco sperpero del Pnrr in Italia.

E’ mancato, manca, soprattutto il coinvolgimento della popolazione nella messa a punto e nell’attuazione dei programmi. “Abbiamo ben altro da fare che occuparci del clima”, sostengono. Che cosa? Risollevare l’economia, rilanciare la crescita, gonfiare il Pil. Ma alla fine quell’”altro” è diventato chiaro: la guerra, le armi. La fallimentare riconversione dell’auto personale da termica a elettrica (un programma insensato) invece di quella della mobilità da individuale a condivisa alla fine ha trovato una soluzione: salvare l’industria tedesca e le sue appendici italiane con i carri armati. Il clima può attendere.

Guerra e salvaguardia del clima (e dell’ambiente) sono incompatibili. Scegliere una, anche solo sostenendone le ragioni, vuol dire ripudiare l’altra. Sotto l’ombrello della conversione ecologica (che è cosa diversa e ben più complessa della transizione energetica, che pure non procede) si ritrovano tutte le questioni che stanno a cuore agli umani e soprattutto alle donne, o alla maggioranza di esse: pace, cooperazione, ambiente, salute, diritto alla vita, al reddito, alla casa, all’istruzione, alla dignità. La guerra è la negazione e l’azzeramento di tutte queste cose: distruzione di vite, di natura, di edifici, di infrastrutture, di lavoro, di rispetto.

“Ma la guerra siamo, siamo stati, obbligati a farla” dicono; dovevamo difenderci, noi, le nostre famiglie, le nostre abitudini, le nostre culture, i nostri confini. E’ quello che sostengono sempre tutte le parti in guerra, o chi le governa e manda gli altri a combattere. Chi mai potrebbe fare la guerra accettando di essere un aggressore? Così, contando, sperando o illudendosi di vincere, si è mandato avanti il massacro invece di cercare una via di uscita sia prima che durante la guerra aperta, per arrivare comunque, prima o poi, a una conclusione peggiore del punto di partenza per tutti: soprattutto per chi ha lasciato sul campo vita, arti, salute mentale o, nelle retrovie, casa, famiglia, lavoro, ambiente. La guerra non ha mai dei vincitori, ma sempre e solo dei perdenti.

Un progetto vero di conversione ecologica promosso e portato avanti in modo partecipato, adeguatamente sostenuto anche se ancora indeterminato, avrebbe potuto, e forse può ancora, essere il fattore qualificante di un’identità dell’Europa proiettata sul futuro e non incatenata solo al suo passato di colonialismo e sopraffazione. Proprio per questo, l’Europa è anche un polo concreto di attrazione per popoli, comunità, forze politiche e persino governi e Stati, in cammino dalla subordinazione all’egemonia di un Occidente che non esiste più verso nuove aggregazioni in fieri che non offrono però alcuna prospettiva di riscatto, perché non fanno i conti con la crisi che incombe e con cui molti devono già fare i conti giorno per giorno. I profughi, i migranti, i rifugiati, gli sfollati (oggi alcune centinaia di milioni, domani, probabilmente, alcuni miliardi), se sostenuti e anche accolti per quello che sono e inseriti in un tessuto sociale rinnovato, invece di respingerli facendo loro la guerra, potrebbero essere un vettore per rendere concreta questa prospettiva.

Non li hanno visti arrivare (i nuovi padroni)

Tutti i commentatori che per anni si sono spesi in ogni modo per affermare, ribadire e confermare la “nostra” (cioè la “loro”) fedeltà atlantica adesso si stracciano le vesti perché “l’America” (cioè gli USA; le Americhe sono un’altra cosa) non è più la stessa. Il colpo è stato forte, ma il loro sconcerto durerà poco. Presto li vedremo allineati con i nuovi padroni, perché una politica autonoma e indipendente non sanno nemmeno concepirla. Non ci hanno mai pensato. Balbettano. Non saprebbero da dove cominciare.  Da un esercito comune? E giù a comprare armi: dagli USA. Non ha funzionato con un mercato e una moneta comuni, figuriamoci con le armi! Da un’unione politica? Ma quale, senza un programma comune? E quale potrebbe mai essere quel programma?

Uno solo: la conversione ecologica. Ma loro non lo sanno. Non ce n’è nessun altro che racchiuda in sé tutte le questioni che il nostro tempo ci impone di affrontare: pace, ambiente, diritto alla vita, salute, sicurezza, redditi, istruzione, convivenza, solidarietà. Non è il Green Deal, che è invece uno strumento di distrazione di massa, fatto per eludere i nodi più importanti con misure parziali, derogabili, mai spiegate, spesso respingenti, a volte dannose.

Un programma comune richiede la partecipazione di tutti, o delle componenti più attive, alla sua elaborazione attraverso i tre passi sintetizzati da Extinction Rebellion: informare tutti, agire dove è possibile, deliberare in assemblee aperte. Utopia? Certo. Ma è il momento di rivalutare la parola e la sua pratica. Che cosa è successo invece?

Non li hanno visti arrivare. Sicuri di poter continuare nei modi di sempre, non hanno visto arrivare gli uomini, le donne, le forze politiche, le “visioni” (le tanto disprezzate “ideologie) e soprattutto le pratiche che, in un Paese dietro l’altro, stanno conquistando il potere per trasformarlo in modo da non poterlo né doverlo più cedere per tutto il tempo a venire. Un passaggio che porta alla luce il vuoto di cui si sono alimentate per anni le politiche dell’”Occidente”, sia di destra che di sinistra.

Governavano – o fingevano di farlo, al servizio di personaggi assai più potenti – convinti che nessuno li avrebbe mai disturbati. E come? Con “l’austerità”, niente altro che il trasferimento di redditi, salute, sicurezza, cultura e dignità dal popolo che abita ai piani bassi della piramide sociale all’élite che ne occupa il vertice: un pugno sempre più ristretto di signori della finanza, dell’informazione, della guerra. Con la sottovalutazione sistematica della crisi climatica, trattando ogni evento meteo estremo, ogni disastro ambientale, come un caso a sé, abbandonando le vittime, o anche contrastandole quando cercavano di tirarsene fuori da sole. Con una convergenza sostanziale di intenti per “tener fuori” i migranti, costi quel che costi, dai confini di ogni nazione: gli uni facendosene un vanto e una bandiera, anche se le politiche adottate si traducono in nient’altro che in stragi, torture e massacri lontano dai nostri sguardi; gli altri cercando di sopire drammaticità e dimensioni della situazione, per nascondere che le loro non-politiche non ne sono che una replica.

Dunque, con la promozione di un cinismo diffuso, dell’indifferenza, vettore di fondo dell’irresistibile ascesa delle destre. E infine, con le guerre: scatenandole o adoperandosi per renderle comunque generali, insolubili, permanenti, sempre più atroci. Un’accelerazione, questa, della crisi climatica, della produzione di profughi, e della spoliazione dei poveri: armi invece di welfare, devastazione degli habitat invece di convivenza, spreco di beni e di vite invece di custodia della Terra.

Così i nuovi padroni del mondo possono continuare a fare quelle stesse cose (compresa la guerra: se non più qui, là) moltiplicandone gli effetti, ma presentandosi come gli unici in grado di inaugurare una nuova era: quella in cui si dice apertamente le cose come stanno e come si vuole che vadano. E poi le si fanno senza tentennamenti.

Tornare indietro non è più possibile: non c’è niente di attraente in quel passato che ci stanno mettendo dietro le spalle. E’ molto più seduttivo, invece, quello che promettono le nuove dittature, perché è facile da enunciare e impossibile da verificare. Il loro appeal non può più essere scalzato se non da una moltiplicazione di iniziative radicali che partano dalla base della piramide.

E’ quello che sostiene anche George Monbiot sul Guardian del 19.2: reti di vicinato, democrazia deliberativa, valorizzazione delle risorse locali. Una nuova politica che preveda, secondo la visione di Murray Bookchin, più diversità, più apertura alle diverse possibilità, più modularità, cioè replicabilità nei contesti più vari. Certo, sono necessarie anche politiche nazionali e globali, ma è ora di capire, sostiene Monbiot, che nessuno se ne occuperà, se non noi. Non c’è che da cominciare a mettersi insieme.

Automotive, il miraggio della ripresa

Riuscirà una massiccia iniezione di sussidi, quella rivendicata da Confindustria, sindacati e opposizione, i 4,6 miliardi di euro che il governo ha sottratto al settore (per darli al Ponte?), o quella proposta a livello di Unione Europea (100 miliardi, ma forse 500, da finanziare con gli eurobond…) ad arginare o invertire il corso della crisi dell’automotive?

Per fare che cosa? Per sovvenzionare l’offerta: le produzioni nazionali sempre più orientate all’alta gamma, sia termica che elettrica, cioè solo per chi può permettersele. Le utilitarie “non danno margini”, la loro produzione finisce dove i salari sono più bassi.

E per sovvenzionare la domanda: con incentivi all’acquisto di vetture, sia termiche che elettriche, ma anche qui, nonostante i proclami, per lo più di alta gamma. Perché, dazi o no, sul prezzo, nella bassa gamma, stravince la Cina.

La crisi mostra che l’epopea dell’automobile è ormai al tramonto: è stata per un secolo il motore dello “sviluppo” ed è anche oggi al centro dei desideri e dei programmi nei Paesi emergenti, decisi a bruciare le tappe che hanno portato al declino quelli “sviluppati”. Ma la saturazione è vistosa: l’industria dell’auto è ormai un questuante col cappello in mano: non solo in Europa, ma anche negli USA e in Cina, che i sussidi li hanno da tempo o da sempre. Perché?

  1. Costa troppo. Raffrontata a un salario medio, sia in Italia che in Europa, l’auto più economica costa più del doppio di 50 anni fa. Mantenerla anche. L’accesso all’auto è stato per anni una conquista, mentre oggi è per lo più una necessità per andare a lavorare o per la famiglia.
  2. Da emblema di libertà (solo nella pubblicità, dove non c’è mai il traffico), l’auto si è trasformata in schiavitù: congestione, inquinamento da particolato e stress sono cose che l’auto elettrica non eliminaCresce poi anche in Italia l’uso della bicicletta.
  3. Il passaggio obbligato all’elettrico ha rallentato le vendite delle auto elettriche, in attesa che migliorino in qualità e prezzo e di quelle termiche, perché destinate all’estinzione e soggette a vincoli sempre più stretti.
  4. L’evoluzione è rapida: le auto di oggi sono, come ripete l’economista Vincenzo Comito, dei “telefoni con le ruote”, tutte connesse, dentro e fuori. Si può prendere un’auto a noleggio ovunque e lasciarla dove si vuole, senza bisogno di possederne una. Poi, con la guida autonoma, averne una propria sarà un non-senso. La condivisione ne ridimensionerà il numero, sia sulle strade (finalmente!) che in produzione.
  5. Molti giovani ne fanno ormai a meno, in Giappone più che altrove. L’accesso all’auto, anche se solo “di famiglia”, non è più un rito di iniziazione come è stato per anni: a volte meglio chattare online che immergersi nel traffico per incontrarsi. La disaffezione è nascosta dalla diffusione delle auto aziendali: in Italia le vendite alle aziende sono il 40% del totale; in Europa il 60. In molti casi sono fringe benefits (salari esentasse) e non “mezzi di produzione”, ma a ogni taglio dei costi rischiano di ridursi.
  6. In molti casi l’industria dell’auto è già un ferrovecchio anche se gli impianti sono nuovi: utile per succhiare profitti e riscuotere sovvenzioni, ma senza prospettive di ripresa. Il caso Fiat-FCA-Stellantis in Italia è uno di questi; prolunga l’agonia di lavoratori in attesa di un “rilancio”, prigionieri della cassa integrazione, della loro disperazione, di denari pubblici gettati al vento, dell’ostinazione a mantenere in vita strutture senza avvenire per nasconderne la bancarotta. L’Ilva dovrebbe insegnarcelo: quindici anni fa si poteva forse prendere ancora atto della sua situazione, coinvolgerne i lavoratori, “liberi e pensanti”, che ne erano ben consapevoli, in una “conferenza di produzione”, un confronto con tecnici, economisti, associazioni del territorio e governo locale, sulle possibili alternative. Oggi quell’azienda non si troverebbe in questa impasse. Ma anche la Fiat-FCA-Stellantis tiene da anni in cassa integrazione metà dei dipendenti: si poteva impiegare quel loro tempo “libero” a discutere, progettare e prepararsi professionalmente a delle alternative produttive, come trasporto pubblico, sia di massa che flessibile e conversione energetica in tutte le forme. Alternative obbligate per mettere in sicurezza sia i posti di lavoro che il Paese, se solo ci si fosse collocati nell’orizzonte della crisi climatica ormai incombente.

Tutto si è svolto invece nello scenario Business as usual di un contesto inalterato,  ma la crisi climatica è destinata a moltiplicare eventi estremi e dissesti del territorio che non ci lasceranno più “in pace”. E le guerre meno che mai. Difficile, per chi non si trova già oggi in una zona di guerra o sotto un uragano, immaginare quanto la vita quotidiana ne potrà essere sconvolta. Un assaggio l’abbiamo già avuto con il covid: componenti, ricambi, combustibili, elettricità e persino alimenti potrebbero non arrivare più per tempo e la nostra auto lasciarci per strada o finire in un ammasso di fango e lamiere come a Valencia. Potenziare il trasporto pubblico di massa e flessibile e una rapida conversione energetica sono soluzioni di “adattamento” alla crisi climatica per garantire la nostra mobilità domani.

Chi ha paura dei volontari di Valencia?

Nessuno stupore che il Presidente della Comunità autonoma di Valencia, Carlos Mazòn, cerchi di bloccare le carovane di giovani e di persone solidali che accorrono nelle zone colpite dall’alluvione per portare il loro aiuto –  acqua, viveri, abiti asciutti, coperte, medicamenti –  e per spalare il fango, liberare chi ne è rimasto imprigionato, salvare ciò che ancora può essere salvato. “Ai volontari dico – ha detto – tornate a casa”. Perché?

Innanzitutto, perché è un uomo di destra e un negazionista climatico; non vuole che si diffonda la percezione diretta delle dimensioni del disastro che si sta rivelando molto maggiore di quanto accertato finora. E’ uno che, come dice Altan, pensa che “il sedicente cambiamento climatico da anni ci prende alla sprovvista”. Quindi, non è successo niente che giustifichi la presenza di quei volontari. Poi, per far dimenticare di non aver dato l’allarme e, anzi, di aver tranquillizzato i suoi concittadini-elettori quando ancora poteva salvarne molti. L’allarme lo dà invece adesso, per bloccare i soccorsi: “Le strade possono crollare” avverte, perché l’emergenza non è finita. Poi, ancora, perché vuole controllare tutto. Infatti, ha impedito anche ai pompieri dell’odiata Catalogna di venire a prestare il loro aiuto; bastano quelli locali, che però non l’hanno presa bene…

Ma, soprattutto, perché teme il volontariato, l’iniziativa dal basso, la mobilitazione popolare e soprattutto l’attivismo dei giovani, perché nella solidarietà attiva si creano relazioni, organizzazione, comunità, spirito critico, autonomia: le premesse di un orientamento alternativo a quella soggezione che permette a chi comanda di gestire le cose a proprio piacimento. E ne potrebbe anche nascere una prospettiva radicalmente alternativa all’inerzia con cui i negazionisti, ma non solo loro, mandano avanti i loro affari cercando di nascondere i rischi che incombono sulle vite e la convivenza di tutti.

Il pensiero corre ovviamente ai cosiddetti “angeli del fango”, la marea di giovani accorsi spontaneamente per far fronte ai danni dell’alluvione di Firenze del 1966: una mobilitazione che aveva colpito chi già allora deprecava consumismo, disinteresse e passività nei giovani di sessant’anni fa. Ma c’erano, in quella mobilitazione, i segni riconoscibili, ancorché in gran parte non riconosciuti, di quella che un anno dopo sarebbe stata l’esplosione del’68: prima nelle università e nelle scuole, poi tra i giovani operai delle fabbriche, poi in tutta la società. Un processo registrato dapprima come una rivolta non priva di simpatie nel mondo benpensante, poi inquadrato come una sua “degenerazione ideologica”, per essere poi definitivamente archiviato come “anni di piombo”.

Ma quello che era sfuggito allora ai commentatori e che sfugge ancora oggi agli epigoni della denigrazione del ‘68, era il fatto che accanto alla rivolta e al conflitto, e come loro ispirazione e supporto, c’era la scoperta della solidarietà, del valore delle relazioni non formali tra eguali, la creazione di uno spirito comunitario e di una cultura critica che avrebbe permesso il protrarsi di quelle mobilitazioni per quasi dieci anni e anche oltre, soprattutto in Italia, ma un po’ in tutto il mondo. Ciò che rende ragione degli sforzi messi in atto a livello globale per screditare, smorzare e poi affossare per anni quello spirito.

Poi, per avvicinarsi al nostro tempo, accanto a molti altri episodi abbiamo avuto un’anticipazione di quello che succede oggi a Valencia con il terremoto dell’Aquila dell’aprile 2009. Una voluta – per motivi di consenso – sottovalutazione da parte delle autorità del rischio incombente, mandando al macello centinaia di vite, poi uno sforzo indefesso per stroncare, purtroppo con successo, l’organizzazione, guidata soprattutto dai giovani, che si era andata costituendo nei campi degli sfollati per contrastare e sopperire alla criminale gestione del dopo terremoto da parte di Berlusconi e della sua banda.

Oggi probabilmente un inizio come quello si ripropone a Valencia e dintorni e gli sforzi di Mazon per tenere i volontari lontani dall’esercizio della loro solidarietà si spiega bene con la consapevolezza che eventi simili sono destinati a ripetersi e a moltiplicarsi, anche se in altre forme, in altri luoghi e in altri tempi e con essi, il consolidarsi delle reti di solidarietà. Una consapevolezza che accomuna tanto chi vuole combattere la deriva imboccata dalla crisi climatica e ambientale – e tra questi soprattutto i giovani – quanto i negazionisti che costruiscono il loro consenso sulla falsa promessa che nulla cambi.

Ma c’è in tutti, anche se non in maniera chiara, l’idea che la solidarietà, le relazioni, lo spirito di iniziativa e l’autonomia che si sviluppano in una mobilitazione come quella che si è messa in moto a Valencia, se riusciranno a consolidarsi, possono costituire l’embrione di un’alternativa sociale e culturale, prima ancora che politica, in grado di misurarsi con le dimensioni della crisi ambientale e climatica.

Abbiamo visto negli ultimi anni un movimento di giovani, innescato dagli “scioperi” di Greta Thunberg e poi affiancato da altre organizzazioni e reti impegnate nella stessa battaglia, che hanno messo all’ordine del giorno, con modalità differenti e alterne vicende, la crisi climatica e ambientale come sfida esistenziale per la loro generazione e per tutte quelle a venire. Finora non hanno trovato l’occasione per consolidarsi in un processo capace di garantirne la continuità o la riproposizione in forme più efficaci, ma la frequenza, l’intensità e la gravità dei disastri climatici che ci attendono sono destinati a diventare altrettante occasioni per imporre una svolta radicale alle politiche ufficiali, quelle che alla crisi ambientale rispondono con l’inerzia e il business as usual.