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Il secondo default della Grecia (“il manifesto”, 13 dicembre 2012)

Inserito da on dicembre 14, 2012 – 4:35 pmNo Comment

Concentrata sulle dimissioni di Monti e sulla arridiscesa in camposanto (ovviamente in senso metaforico) di Berlusconi, la stampa nazionale ha dato poco rilievo a una notizia che invece ne meritava assai di più. Per la seconda volta nel giro di un anno o poco più lo Stato greco è fallito: cioè ha ristrutturato il suo debito con una manovra che altrove si chiama default, e che consiste nella decisione di rimborsare solo in minima parte un debito in scadenza; una specie di “concordato preventivo”. Tutto su indicazione della Troika (BCE, FMI e Commissione europea), del Governo tedesco e di tutti gli altri Stati che in questi tre anni hanno imposto alla Grecia, alla sua economia e alla sua popolazione, di andare i malora. Se quella ristrutturazione fosse stata fatta tre anni fa, allo stesso costo, l’economia greca sarebbe ancora in piedi e l’euro e l’Unione europea non ne avrebbero subito i contraccolpi che hanno spinto l’intero continente (Germania compresa: anche lì la crisi è alle porte) verso il cosiddetto double dip: cioè una ricaduta nella crisi molto peggiore della prima. Ma chi sono i responsabili di questa situazione? Sapientoni come Trichet, Draghi e Monti che vivono solo di spread e denaro e non sanno niente del sangue che scorre nelle vene e nei corpi della gente che governano; o, meglio, che amministrano. Nessuno di loro aveva previsto la crisi: né la prima né la seconda. E Monti, dopo il primo memorandum della Troika che aveva messo la Grecia alle corde, sosteneva che quel paese aveva finalmente imboccato la strada della ripresa. Così, diventato Presidente del Consiglio, ha lavorato e ancora lavora per fare imboccare all’Italia la stessa strada; sostenendo, naturalmente, che sta salvando il paese.

Ma è molto interessante il meccanismo di questo secondo default della Grecia. Il Governo greco ha ricomprato una grande quantità di propri titoli di debito (ormai considerati carta straccia) pagandoli meno di un terzo del loro valore di emissione. Per farlo ha utilizzato fondi concessi dall’ESFS (il cosiddetto “fondo salvastati”) che a sua volta li ha avuti in prestito dalla BCE. Questi fondi sono garantiti da tutti gli Stati dell’eurozona, i cui debiti pubblici sono così aumentati in misura proporzionale ai rispettivi PIL. E fin qui, niente di male: solidarietà, si potrebbe dire. Ma a chi sono finiti i fondi con cui il Governo greco ha ricomprato quei titoli? In parte alle banche greche, sull’orlo del fallimento per le operazioni speculative che hanno messo in atto negli anni passati. Per questo il Governo greco si appresta a sostenerle con un’altra tranche di un nuovo prestito concesso dalla Troika, utilizzando anche in questo caso fondi dell’ESFS. Con questa operazione, da un lato le banche ci perdono, perché rivendono a 10 quello che avevano comprato a 30 (ma che in realtà non valeva più niente). Dall’altro vengono ricompensate con denaro fresco, che non saranno mai più in grado di restituire (pronte, magari, a utilizzarlo in nuove operazioni speculative). Ma in parte, a rivendere al Governo greco quei titoli sono stati degli hedge fund (fondi speculativi) che li hanno comprati da chi ancora li deteneva per niente, o quasi, sicuri di poterli rivendere a un prezzo molto più alto, anche se inferiore al loro valore nominale, una volta che la Troika avesse imposto al Governo greco di ricomprarli. Si tratta di quegli stessi hedge fund che con le loro manovre governano come vogliono i cosiddetti “mercati”, per lo più con operazioni “allo scoperto”: cioè vendendo titoli che non hanno ancora o comprandoli senza avere il denaro per pagarli, giocando sulle oscillazioni degli spread che essi stessi provocano con queste operazioni. In sostanza il circuito è questo: il Governo Monti, e prima di lui quello Berlusconi, mettono alla fame pensionati, lavoratori, studenti e disoccupati per ridurre la spesa pubblica e pagare gli interessi sul debito. La BCE da un lato finanzia a costo zero le banche che comprano quel debito, ricavandone lauti interessi; dall’altro finanzia, sempre a costo zero, l’ESFS, il quale finanzia il Governo greco, il quale ricompra i propri titoli a un prezzo che fa guadagnare somme astronomiche agli speculatori che li hanno acquistati a pochi euro. Per la proprietà transitiva della finanza, quello che Monti – e il Monti che verrà dopo di lui, e il Berlusconi che è venuto prima di lui – sottrae a lavoratori, disoccupati e pensionati finisce, dopo un giro tortuoso, nelle tasche degli speculatori che lo usano per mettere alle corde il paese.

Si tratta di un meccanismo ben collaudato. L’Argentina, che ha appena varato una legge che vieta qualsiasi forma di speculazione, cioè di impiego di danaro che non sia il finanziamento di imprese produttive o di famiglie, è di nuovo sull’orlo del default, nonostante che la sua economia abbia ripreso a “girare”, anche grazie alla rivolta popolare contro le politiche recessive adottate in passato. Perché? Perché è stata messa in mora – e rischia il sequestro di fondi e beni delle sue imprese, per esempio conti correnti per finanziare il normale commercio internazionale, o navi e aerei, con il loro carico, che sbarchino o atterrino all’estero – da un tribunale degli Stati Uniti. Questo ha dato ragione a una serie di hedge fund che hanno rivendicato, e intendono ottenere, il pagamento integrale, al loro valore originario più gli interessi, dei titoli del debito argentino (i cosiddetti “Tango bond) in loro possesso: titoli che hanno ricomprato a costo quasi zero da risparmiatori che non avevano accettato, perdendo così l’intero valore del loro investimento, una transazione proposta anni fa dal Governo dell’Argentina.

Se ne ricava che senza una ristrutturazione del nostro debito pubblico, fatta prima che questa ci venga imposta, come alla Grecia, solo come misura per salvare banche in crisi e ingrassare speculatori d’assalto, l’Italia non potrà adottare autonomamente alcuna vera politica: né economica, né industriale, né sociale, né culturale e nemmeno civile (saremo sempre ostaggio anche del Vaticano, che di finanza, alta e bassa, se ne intende parecchio). E meno che mai si potrà promuovere un programma di conversione ecologica, necessario per ristabilire nel mondo giustizia sociale e sostenibilità ambientale. E’ questa la discriminante fondamentale tra chi si è aggregato al carro del centrosinistra, che è anche quello di Monti, e chi capisce che un mondo diverso può nascere solo da una netta contrapposizione di tutti i paesi dell’Europa mediterranea alle norme e ai vincoli con cui la finanza internazionale ha imbrigliato e sta condannando a morte l’economia e la convivenza civile di un intero continente.

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